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Il balletto della premier e la strategia dei principianti @DomaniGiornale

Arrivata arrembante alle elezioni del Parlamento Europe, 9 giugno, sull’onda di una notevole visibilità personale e politica guadagnatasi con l’attivismo dispiegato a tutto campo sulla scena non solo europea, ma internazionale, a capo dello schieramento dei Conservatori e Riformisti europei, Meloni celebrò la crescita elettorale e l’aumento del numero di seggi parlamentari come un grande successo. Credette anche e lo raccontava trionfante che era giunto il momento di un cambio di maggioranza nel Parlamento Europeo, preludio a non meglio precisati recuperi di sovranità nazionale/i. Faceva affidamento anche su quello che sembrava un rapporto consolidato con Ursula von der Leyen alla ricerca di una riconferma. Da un lato, però, i numeri di Meloni non tornavano poiché la vecchia maggioranza aveva sostanzialmente tenuto e i suoi alleati non avevano affatto “sfondato”. Dall’altro, le differenze politiche sull’Europa che c’è e soprattutto sull’Europa da fare avanzare fra von der Leyen con la sua maggioranza Popolari, Socialisti e Democratici, Liberali e Verde e gli alleati di Meloni si erano dimostrate e rimanevano profonde.
Dopo un’esasperantemente lunga riflessione, non aiutata dalla sua fin troppo amica stampa che la incensava come vincitrice e quindi meritevole di laute ricompense, non avendo ottenuto niente, Meloni decise di non votare Ursula von der Leyen alla Presidenza della Commissione, neppure come generosa apertura di credito. Da allora, la politica europea del governo italiano ha un profilo molto basso, da underdog (sic) e un andamento molto lento. In un certo senso, il tempo è necessario per leccarsi le ferite, forse anche per provare a formulare una nuova strategia di influenza oltre a manifestare alterità, contrarietà, presa di distanza. Però questa nuova strategia non la vede nessuno. Comunque, poiché “la contraddizion nol consente”, è molto improbabile che i governi degli Stati-membri sovranisti, ciascuno dei quali persegue i suoi interessi nazionali, riescano a darsi una politica europea comune, quantomeno condivisa. Al contrario, talvolta sembrano i capponi di Renzo che peggiorano la loro condizione.
Avendo perso smalto, ma sull’Europa mi era parsa sempre piuttosto inadeguata, Giorgia Meloni non ha finora elaborato nulla di nuovo che possa fare breccia nella maggioranza Ursula e trovare accoglienza positiva. Anzi, dimostra più di una incertezza. Anche se da mesi circola in splendido isolamento il nome del ministro Raffaele Fitto come il commissario che Giorgia Merloni designerà, manca l’ufficialità. Probabilmente, il ritardo è dovuto a qualche trattativa ufficiosa, giustamente riservata, con la Presidente del Consiglio italiano che insiste, come ha più volte dichiarato, per ottenere una vice-presidenza, prospettiva peraltro già sfumata, ma soprattutto per avere una delega di peso per il suo commissario.
Ritardi e rinvii non sembrano forieri di un esito felice. Nei prossimi cinque anni l’Unione Europea avrà non pochi problemi importanti da affrontare, alcuni già con noi: l’aggressione russa all’Ucraina e i flussi migratori che sicuramente non termineranno. Altri non proprio nuovi, ma comunque ineludibili: gli allargamenti a più paesi dei Balcani e dell’Est. Inoltre, incombono il coordinamento delle politiche fiscali e la formulazione di una efficace politica estera e di difesa. Infine, naturalmente, c’è da attendersi qualche emergenza.
Silenzi e ritardi del governo Meloni, il cui partito proprio non pullula di europeisti per inclinazione e per conoscenze, rischiano di mettere l’Italia ai margini. L’opposizione non potrà rallegrarsi perché il prezzo lo pagherà il paese, pardon, la Nazione, e sarà salato.
Pubblicato il 28 agosto 2024 su Domani
Il disordine mondiale e le chance dell’Europa @DomaniGiornale

Il problema del nuovo disordine politico internazionale è che, per fattori strutturali e fattori contingenti, non esiste nessuno in grado di prendere l’iniziativa. In subordine, ma di poco, i due conflitti più gravi sono nelle mani di uomini che sanno che il loro futuro politico dipende dal quando e dal come le “loro” guerre (operazioni militari speciali, però, non dello stesso tipo) termineranno. Per quanto sostenere che gli USA sono una potenza oramai declinata sia eccessivo (e prematuro), non c’è dubbio che il fattore strutturale più importante nel disordine mondiale è l’incapacità degli USA di tornare a svolgere un ruolo quasi egemonico. Il fattore contingente, ovvero la campagna elettorale presidenziale, una volta conclusasi, fa poca differenza chi vincerà, non avrà comunque quasi nessun effetto strutturale risolutivo. Neppure ridurrà l’incertezza.
La Cina è e sembra voler rimanere un attore importante senza assumersi nessun ruolo “ricostruttivo”. La sua espansione è lenta, continua, ma non ha di mira un nuovo ordine, semmai un riequilibrio di potere più marcato a scapito degli USA. Potremmo cercare di gettare la croce sull’Unione Europea, ma significherebbe credere, sbagliando, che l’UE abbia risorse tali da farne una Superpotenza, oggi e domani. Prendere atto che non è e non potrà essere così non condanna all’impotenza. Al contrario, suggerisce la necessità di un maggiore e meglio coordinato impegno comune fra gli Stati-membri. Stigmatizzare l’ordine sparso degli europei deve accompagnarsi alla prospettazione di iniziative diplomatiche rapide e vigorose.
Netanyahu non porta la responsabilità di avere scatenato una guerra di aggressione come quella di Putin contro l’Ucraina, ma tutti sanno che non potrà rimanere capo del governo un minuto dopo la cessazione del conflitto con Hamas e con i suoi troppi sostenitori in Medio-Oriente e dintorni. È anche lecito pensare che, per quanto difficilissima, la sua sostituzione in corso d’opera avvicinerebbe una tregua produttiva. La, al momento assolutamente improbabile, sostituzione di Putin potrebbe condurre all’apertura, voluta da quella parte del gruppo dirigente russo che teme la satellizzazione in corso a vantaggio della Cina, di una nuova fase diplomatica (lo scambio di uomini e donne fra Russia e USA non è stato accompagnato da nessun tipo di riflessione aggiuntiva? Non è stata seguita da nessuna presa d’atto che si può andare oltre, con vantaggi reciproci?) con esiti imprevedibili, vale a dire tutti da scoprire e fronteggiare.
Vedremo presto se la nuova Alta Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione, Kaja Kallas, già primo ministro dell’Estonia, riuscirà a dare vigore alla voce e alla presenza dell’Unione, dei suoi ideali e dei suoi interessi, nel sistema internazionale. Gli ostacoli sono molti a cominciare da quelli che in modo diverso frappongono alcuni capi di governo europei: Orbán che si esibisce in una sua personale diplomazia, Macron con la sua interpretazione del ruolo insubordinabile della Francia, Giorgia Meloni che punta molto, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, su rapporti bilaterali che le danno più visibilità che sostanza (e lei lo sa).
Anche nelle relazioni internazionali la pur comprensibile fretta a fronte dei massacri è cattiva consigliera. Poiché, però, sappiamo che quel che cambierà a Washington dopo il 5 novembre imporrà a tutti i protagonisti di riposizionarsi, sarebbe molto opportuno se in Italia e nell’Unione Europea si manifestasse fin d’ora un forte impegno alla elaborazione di una pluralità di scenari alternativi. Meno lamentazione più immaginazione è il minimo che si possa chiedere.
Pubblicato il 7 agosto 2024 su Domani
Il ballottaggio fa bene alla democrazia e sbaglia chi a destra dice il contrario @DomaniGiornale

Il ballottaggio è una variante dei sistemi elettorali a due turni. Questi sistemi richiedono che al primo turno sia dichiarato vincente colui/colei che ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti espressi. Altrimenti si svolge un secondo turno di votazioni al quale sono ammessi/e coloro che soddisfano i criteri predefiniti: i primi due, qui oppure tutti coloro che hanno ottenuto una certa percentuale di voti oppure essere fra i primi tre, quattro, cinque, e così via. Peraltro, nella Terza Repubblica francese il doppio turno utilizzato era del tutto aperto, vale a dire non solo potevano passare al secondo turno tutti i candidati presentatisi al primo turno, ma erano ammesse anche nuove candidature. Assolutamente fuori luogo e sbagliato è parlare di ballottaggi quando le candidature rimaste in lizza sono più di due. Meglio, ma anche no, essere creativi: trilottaggi, tetralottaggi, etc
Il ballottaggio è la modalità assolutamente prevalente nel caso di elezioni a cariche monocratiche: sindaci, governatori negli USA, presidenti della Repubblica, ma non in USA e, per esempio, non in alcune repubbliche presidenziali, come l’Argentina dove è sufficiente il 45 per cento oppure anche solo il 40 per cento purché, clausola importantissima, con un vantaggio del 10 per cento sul secondo classificato. Non esiste nessun Primo ministro eletto direttamente dai suoi concittadini, pardon, dal popolo. Sarebbe, comunque, auspicabile che la sua elezione fosse affidata ad un sistema che preveda il ballottaggio. Ne va in buona misura della sua rappresentatività e della sua legittimità. Dovendo, per essere eletto, ottenere la maggioranza assoluta dei votanti avrebbe l’obbligo, compatibilmente con la sua posizione di partenza, di diventare il più rappresentativo possibile. Più ampia la rappresentatività più forte la legittimità.
L’esistenza del ballottaggio ha una molteplicità di implicazioni per tutti i protagonisti: dirigenti dei partiti; candidati; elettori. La prima implicazione è che al primo turno la quasi totalità dei dirigenti dei partiti vorrà presentare una candidatura per “contare” i suoi elettori e per farli eventualmente “valere” appunto al ballottaggio quando li inviterà a dare il voto al candidato preferito ovvero, comunque, meno sgradito. Ricorro ad un unico esempio, estremo, ma proprio per questo di straordinario interesse.
Nelle elezioni presidenziali francesi del 2002 la proliferazione di candidature a sinistra: un comunista, qualche trotskista, due ecologisti, un socialista dissidente, ebbe un impatto devastante su Lionel Jospin, candidato ufficiale del Parti Socialiste che, per 200 mila voti, risultò escluso dal ballottaggio a favore dell’estremista di destra Jean-Marie Le Pen. Prima lezione del sistema con ballottaggio: fin dal primo turno bisogna tentare di evitare la frammentazione di uno schieramento. Anche il successivo ballottaggio fra Le Pen e il presidente in carica, il gollista Jacques Chirac, produsse riflessioni e azioni del massimo interesse per chi vuole capire la logica e la dinamica del ballottaggio. Privi di un candidato sul quale avrebbero potuto convergere, gli elettori che si consideravano di sinistra, dirigenti e militanti, in particolare, ma non solo, del Parti Socialiste, si trovarono ad un bivio: trincerarsi dietro la formula pilatesca “né l’uno né l’altro” oppure dare indicazione di voto. Nel primo caso avrebbero lasciato tutto il rischio della sconfitta e tutto il merito della vittoria a Chirac. Invece, annunciando il voto a favore del Presidente gollista contro lo sfidante di estrema destra avrebbero potuto contarsi al tempo stesso dando anche mostra di grande generosità politica e (ri)affermando il principio fondamentale della disciplina repubblicana: nessuna apertura a destra, nessuna accondiscendenza con la destra. In Italia l’equivalente non sarebbe la conventio ad excludendum che veniva esercitata nei confronti sia dei neo-fascisti sia dei comunisti, ma piuttosto la pregiudiziale antifascista.
L’esito del ballottaggio francese dimostrò con i numeri che a Le Pen non riuscì nessun sfondamento, ma la conquista di appena qualche centinaio di migliaia di voti in più, mentre i voti ottenuti da Chirac corrisposero in maniera sostanziale alla somma dei suoi gollisti più quelli delle inquiete e troppo sparse membra della sinistra. Il ballottaggio servì agli elettori che si erano spappolati al primo turno per dimostrare di avere imparato la lezione e di saperla mettere in pratica.
In effetti, questo dell’apprendimento è un ulteriore elemento positivo del ballottaggio. Nelle due settimane intercorrenti fra il primo voto e il secondo, entrambi i candidati rimasti in lizza debbono impegnarsi a fondo nello svolgimento del compito più bello della politica. Sono tre gli adempimenti che lo sostanziano: spiegare il programma facendo risaltare originalità e priorità delle politiche proposte; raggiungere il maggior numero di elettori compatibilmente con alcuni valori irrinunciabili: evidenziare le caratteristiche, non solo politiche, ma anche personali, che lo/la rendono la scelta preferibile, migliore nelle condizioni date. Al suo specifico livello qualsiasi ballottaggio usufruisce di notevole visibilità e, attraverso gli operatori dei mass media, anche i peggio attrezzati e i meno obiettivi, spinge verso la trasparenza. La competizione ostacola e impedisce trame oscure che i più politicizzati degli operatori hanno tutto l’interesse a denunciare.
Infine, l’esito non è qualcosa che possa essere sottovalutato o addirittura trascurato nella valutazione politica complessiva del ballottaggio. Matematicamente vince chi ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti espressi. Detto altrimenti, la maggioranza assoluta dei votanti produce la vittoria del candidato preferito ovvero, ad ogni buon conto, meno sgradito. In democrazia, la maggioranza assoluta conferisce logicamente e politicamente legittimità a colui/colei che l’hanno ottenuta e che, in qualche modo, dovranno tenerne conto nel loro operato. Anche se, per lo più, gli eletti/e si affrettano a dichiarare “sarò il/la Presidente di tutti”, nella pratica non sarà così, ma il buon proposito rimane significativo e avrà qualche incidenza sui comportamenti concreti, tutti da registrare, studiare, soppesare e valutare.
Molte voci critiche del ballottaggio si sono levate dal centro-destra, i cui candidati, spesso, ma nient’affatto regolarmente (non disponiamo di dati affidabili a causa della straordinaria varietà delle situazioni: candidature, loro provenienza, loro alleanze) risultano/erebbero sconfitti nei ballottaggi. Più spiegazioni, spesso caso per caso, spesso idiosincratiche, sono plausibili e possibili per ciascuna e per tutte queste sconfitte, anche che le candidature delle destre non sanno andare oltre il loro perimetro di partenza. Le destre italiane scelgono come spiegazione prevalente la propensione opportunistica del centro-sinistra a dare corpo a grandi ammucchiate, alleanze confuse e pasticciate, a sostegno dei suoi candidati pervenuti al ballottaggio. In un certo senso, questa è proprio la logica che sta a fondamento del ballottaggio: consentire agli elettori di “ammucchiarsi” dietro la candidatura, come già detto, meno sgradevole/sgradita. Grazie a Matteo Salvini “quando il popolo vota ha sempre ragione” (se vota due volte ha doppiamente ragione), è plausibile rovesciare la valutazione delle destre. Lungi da qualsiasi manipolazione, il ballottaggio è un generoso e efficace dispensatore di risorse politiche che vanno dall’aumento di informazioni alla trasparenza della competizione e dei sostenitori, lobby incluse, alla facoltà di cambiare voto con riferimento all’offerta dei candidati. Non è poco. Chi vuole elettori interessati, informati e partecipanti (chi non vota non conta) deve elogiare incondizionatamente il ballottaggio e battersi per preservarlo.
Pubblicato il 28 giugno 2024 su Domani
La democrazia dell’astensione e i trucchetti della destra @DomaniGiornale

Gradualmente, con bassi e alti, impuntature e contraddizioni, giravolte e regressi, sembra che coloro che frequentano il “capo largo” abbiano finalmente appreso l’abc della politica: Avanzare Bene Coalizzandosi. Non tutti, per carità, hanno colto appieno l’insegnamento. Appesantito dal suo ego, qualcuno rilutta e aspetta, talvolta intralcia, ma la lezione è chiara e gli elettori sembrano apprezzarla. Non vogliono perdere quello che hanno (avuto) da buone amministrazioni di centro-sinistra. Vogliono ottenerlo quando le promesse di candidature adeguate e condivise appaiono preferibili rispetto alle prestazioni degli amministratori del centro-destra. Azzardato è sostenere come, sull’onda dell’entusiasmo ha affermato Elly Schlein, che nel voto favorevole al centro-sinistra stanno anche la richiesta di più fondi alla sanità pubblica e la critica all’autonomia regionale (malamente) differenziata. Gli elettori, almeno la maggior parte di loro, ragionavano su tematiche locali, evidenti, urgenti, importanti, ma, certo anche il rumore di fondo di brutte riforme nazionali ha influito sul loro voto. Non è forse inutile ricordare ai dirigenti del centro-sinistra che sulle tematiche più propriamente relative al governo nazionale: aggressione russa all’Ucraina e europeismo, le differenze fra loro restano, con parte degli elettori non disponibili a premiare potenziali governanti che non offrissero una visione convincente, condivisa e praticabile.
Già, gli elettori. L’astensionismo che cresce si offre a molteplici interpretazioni, la meno accettabile delle quali mi pare il disagio. Piuttosto, a livello delle emozioni, porrei l’accento sull’indifferenza (l’uno o l’altra per me pari sono) e sull’alienazione (va male, andrà peggio, non ci posso fare niente). Non escludo i “soddisfatti” (comunque si me la cavo abbastanza bene chiunque vinca). Il punto, però, è che, non solo il voto è “dovere civico” (art. 48 della Costituzione bellina), ma in democrazia è, più che auspicabile, raccomandabile che il maggior numero possibile di cittadini esprima le sue preferenze, sia coinvolta, partecipi. Se la partecipazione è un obiettivo di sinistra, allora dirigenti e attivisti del centro-sinistra dovrebbero dedicare molte più energie a raggiungere elettori fuoriusciti e elettori mai entrati. La democrazia può funzionare anche con alti tassi di astensionismo, ma la sua qualità non sarà buona e le diseguaglianze rimarranno molte e alte, se non addirittura cresceranno.
Pur essendo per lo più vero che al secondo turno elettorale e al ballottaggio (non sono la stessa cosa) diminuiscono gli elettori, stabilire che per vincere la carica in palio sia sufficiente il 40 per cento dei voti (con il perdente magari al 39 per cento) non avrà nessun effetto sul tasso di astensione. Invece, avrebbe effetti negativi sulla legittimità e sulla rappresentatività del candidato vittorioso, proprio quella legittimità e rappresentatività che la maggioranza assoluta garantisce. Qui, il punto è che il ballottaggio è un ottimo strumento politico per i candidati rimasti in lizza e per gli elettori. I primi sono obbligati a cercare voti allargando lo schieramento che li sostiene e prefigurando la coalizione di governo. I secondi ottengono maggiori informazioni e sanno di disporre di un voto decisivo. Chi rinuncia a questa opportunità si assume la responsabilità dell’eventuale elezione del candidato meno gradito. Chi vota al secondo turno ha preferenze più intense e esprime maggiore impegno politico. Il Presidente del Senato La Russa e i leghisti firmatari del disegno di legge (però, che cattivo gusto presentarlo sull’onda di una sconfitta!) che chiamerò “40 per cento ebbasta”, hanno paura di questi elettori? E, forse, stanno anche prefigurando una inaccettabile soglia per l’elezione popolare diretta del Presidente del Consiglio? No, grazie.
Articolo pubblicato il 26 giugno 2024 su Domani
Sovranista e vittimista. La premier in UE è irrilevante @DomaniGiornale

No, non intendo minimamente affermare che Giorgia Meloni è un gigante, ma, nonostante il buon successo elettorale della sua pluricandidatura specchietto all’Europarlamento e il suo attivismo (esibizionismo?) frenetico sullo scacchiere europeo e mondiale, adesso è visibile che almeno un piede d’argilla ce l’ha. La sua strategia barcolla a livello delle nomine nelle istituzioni europee e le ha già creato un po’ di nervosismo. Per di più, i leader che contano sembrano non curarsi di questo nervosismo e di non avere nessuna intenzione di includerla.
Di alcuni elementi della sua debolezza la Presidente del Consiglio porta la responsabilità. Se i giovani Fratelli d’Italia inneggiano al fascismo e lo salutano rumorosamente e allegramente con il braccio destro teso è perché pensano che questi comportamenti siano non solo accettabili, ma utili a fare carriera. A chi nel suo paese deve contrastare rigurgiti di destra, però, giustamente e coerentemente non piace neanche l’estrema destra altrui. Cancellare il riferimento semplice e limpido all’aborto nel comunicato conclusivo del G7 sarà anche stato un omaggio, un regalo a Papa Francesco, ma gli altri capi di governo lo hanno considerato un arretramento sgradevole e sgradito imposto furbescamente dalla padrona di casa di quel G7.
Nelle grande maggioranza delle capitali europee, più in generale in democrazia, gli attacchi alla libertà di stampa e le intimidazioni ai giornalisti da parte dei governi vengono considerati un fenomeno brutto, riprovevole, censurabili. Esistono precedenti sui quali Orbán, violatore seriale, sarebbe opportunamente in grado di informare Meloni. Comunque, la procedura di rilevazione di come e quante sono già state le infrazioni del governo italiano, sta sfociando in un documento ufficiale che non sarà un buon biglietto da visita di Meloni per incidere sulle nomine di coloro che guideranno l’Unione Europea nei prossimi cinque anni.
Sorprendente è che Meloni tuoni contro il “pacchetto” preconfezionato. Primo, la necessariamente faticosa confezione è tutt’altro che compiuta. Secondo, dappertutto le coalizioni democratiche si formano intorno a pacchetti di programmi e di persone. I potenziali alleati esprimono le loro preferenze, valutano quelle altrui, convergono su esiti che siano i meno insoddisfacenti e promettano di essere i più funzionali possibile. Ciascuna carica ha un peso (ma, sì, c’è anche un Van Cencelli a Bruxelles) ed esiste l’usato più o meno sicuro. Per essere ammessi nel circolo dei decisori non è sufficiente una manciata di seggi in più se quella manciata non è decisiva per dare vita alla maggioranza assoluta. Ma soprattutto gli appartenenti a quel circolo condividono da più decenni le regole fondamentali e l’obiettivo: “più Europa”, un’Unione più stretta.
Hanno avuto e avranno dissapori e differenze di opinioni e di tempistica, ma non hanno mai perso di vista la stella polare. Ovviamente, non possono permettersi quello che non è lusso, ma uno sviamento: accettare chi sostiene e argomenta la concezione “meno Europa”. Restituire ad alcuni stati membri le competenze che vorrebbero potrebbe comunque essere tecnicamente difficile. Politicamente devastante, sicuramente inaccettabile, questa prospettiva non può non escludere chi la argomenta dal processo di selezione delle personalità alle quali affidare l’Unione. Nella misura in cui Meloni sostiene il passaggio dall’Unione che c’è alla Confederazione da fare, non le sarà concesso di agire da quinta colonnina. Se non avrà idee e proposte, se non nominerà persone qualificate, se non parteciperà in maniera competente e non ricattatoria (come fanno alcuni sovranisti) lei e la Nazione Italia sprofonderanno nell’irrilevanza. Non mi rallegro, ma prendo preoccupatamente atto.
Pubblicato il 19 giugno 2024 su Domani
Le due leader dimostrino di saper incidere anche in Europa @DomaniGiornale

Il parlamento europeo e il Consiglio dei capi di governo vedono arrivare gli italiani, soprattutto le italiane. No, né Meloni né Schlein, pure furbettamente elette, andranno ad occupare il seggio da europarlamentari, ma la loro presenza nella Unione Europea si sentirà, eccome. “Giorgia” è il capo del governo italiano, l’unico dei governi che ha avuto un buon successo elettorale e il cui partito, invece di perderne, ha triplicato i seggi nell’Europarlamento. Elly, già europarlamentare, è la segretaria del partito che avrà singolarmente più seggi fra i componenti dell’eurogruppo dei Socialisti&Democratici. Entrambe godranno, seppur in maniera diversa, di importanti opportunità politiche.
Giorgia ne ha fin da subito due molto significative. Prima opportunità: la sua preferenza e il suo voto potranno essere davvero incisivi nella designazione della/del Presidente della Commissione che, certamente, se ne ricorderà e ne terrà conto nella sua attività. La seconda è più che un’opportunità, un potere effettivo. Come ogni capo di governo, quello italiano ha per l’appunto il potere di nominare un Commissario, se il/la Presidente non è già della sua “nazione” di appartenenza. Meloni dovrà, da un lato, sfuggire alla tentazione dell’amichettismo alla quale troppi nel suo partito sono particolarmente sensibili. Dall’altro, cercherà di confutare tutti coloro che la accusano di non avere una classe dirigente. Individuare la personalità competente, europeista e, ovviamente, anche affidabile alla quale attribuire una carica prestigiosa che può essere importantissima per rappresentare l’Italia, ma con lo sguardo e l’impegno per cambiare l’Europa, è una vera sfida.
Salvo molto improbabili e imprevedibili sorprese, i Socialisti&Democratici Europei faranno parte della maggioranza parlamentare a sostegno della prossima Commissione e della relativa Presidenza. Hanno ragione coloro che sottolineano che spesso gli europarlamentari danno vita a maggioranze a geometria variabile. Bisogna aggiungere subito che, in primo luogo, è giusto che su molte materie gli europarlamentari votino secondo coscienza e scienza (quello che hanno imparato e che sanno). Questo è il senso della rappresentanza politica. In secondo luogo, in quelle geometrie variabili le destre delle più variegate sfumature di nero non sono mai state determinanti. Resta da vedere quanto vorranno e riusciranno ad esserlo i Fratelli e le Sorelle d’Italia. Non determinante, un aggettivo che nell’Unione Europea non si attaglia quasi mai a un singolo attore politico, partitico e istituzionale, se non in negativo per chi ricorre allo sciagurato potere di veto, ma molto influente potrebbe/potrà essere l’europacchetto dei parlamentari democratici. Chi li guiderà, mi auguro di concerto e con frequente consultazione con Elly Schlein, dovrà anzitutto puntare alla Presidenza di una o più commissioni parlamentari di rilievo e sostanza: Affari Costituzionali, Ambiente, Economia. Dovrà, poi, ma non voglio esagerare nei tecnicismi, avere la capacità di dialogare e interloquire con i Commissari e con i loro collaboratori, alti e competenti funzionari, tutt’altro che burocrati che tramano nell’ombra. Compito che potrebbe essere ricco di ricompense personali e politiche
Concluse la fase del voto e la relativa conta, sconfitti i malamente attrezzati profeti del malaugurio che soffiavano nel vento delle destre sovraniste, qualunquiste, antieuropeiste, da adesso il capo del governo e la leader dell’opposizione hanno l’obbligo, non “divertente”, ma impegnativo, assorbente e potenzialmente gratificante di trovare le modalità di incidere sulle politiche e sul percorso europeo. Quasi tutto quel che si può fare nella nazione Italia dipende da quello che si riesce a fare, con competenza e credibilità, nell’Unione Europea. Anche, forse in special modo, a Bruxelles si misura la qualità della leadership politica.
Pubblicato il 12 giugno 2024 su Domani
Più sovranità all’Europa per salvarci dall’irrilevanza @DomaniGiornale

L’Italia “consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni” (art. 11). Non c’è dubbio che alcuni dei Costituenti pensassero anche ad un organismo simile all’Unione Europea, e già ci stavano lavorando. Degna di nota, anche alla luce degli scontri più recenti e, in particolare, della campagna elettorale dei “minuseuropeisti”, è l’espressione “limitazioni di sovranità”(nazionale). Oggi sappiamo che quelle limitazioni sono molte e significative, ma non sono interpretabili come cessioni senza ritorno, senza riacquisizioni, possibili, ma costose: Brexit docet. Sappiamo anche che le limitazioni di sovranità alle quali ciascuno Stato-membro ha acconsentito e ancora acconsentirà, ad esempio, in materia di difesa, contemplano la condivisione della sovranità al livello di competenza conseguito nell’Unione. Riappropriarsi di alcune parti di sovranità implica, di conseguenza, escludersi dalla condivisione, dalla compartecipazione. Altri decideranno, ed è molto improbabile che lo facciano tenendo conto delle posizioni nazionali/ste ovunque siano formulate. Del tutto logico che la mancata presenza si traduca in influenza nulla o quasi.
Peraltro, già attualmente, in non poche occasioni, neppure la presenza dell’Italia conta se chi la rappresenta non possiede alcune qualità essenziali: un alto livello di preparazione sui dossier da discutere, competenza personale, credibilità del proprio sistema paese nella traduzione fedele e rapida delle decisioni prese, capacità di costruire coalizioni maggioritarie con i rappresentanti di altri Stati-membri. Tutto questo è noto ai capi di governo, ai Commissari, agli europarlamentari degli altri Stati-membri che traggono le somme di quanto gli italiani sanno, possono, vogliono, riuscirebbero a fare. Meno Europa, dunque, viene inevitabilmente interpretata, non come Meloni desidera, ovvero uno o più passi verso l’improbabile costruzione di una Confederazione, ma come disimpegno e come la frapposizione di ostacoli al processo decisionale europeista con la crescita dei costi, in termini di tempi, energie e anche fondi, per tutti, a scapito di tutti.
Gli oppositori dell’Europa che c’è, si collochino con Meloni oppure si mettano con Salvini, non sono affatto impegnati nell’elaborazione di alternative politiche e decisionali in una pluralità di settori che, come Meloni dichiara spesso, vadano nel senso dell’ampliamento degli ambiti nei quali si applicherà la sussidiarietà. Non vogliono (ri)conquistare potere con la relativa responsabilità. Vogliono evitare che l’Unione giudichi, con i canoni da tempo accettati e vigenti, le loro politiche sociali, culturali, comunicative, le modalità con le quali funziona il loro sistema giudiziario. Quanto fatto da Orbán, il suo decantato illiberalismo, è quello cui aspirano: meno libertà di pensiero, di stampa, di circolazione, meno diritti civili.
Senza inutili e controproduttivi infingimenti, coloro che stanno dalla parte di “più Europa” debbono ricordare e sottolineare che la Costituzione prevede e consente le relative limitazioni di sovranità nazionale che servono a fare crescere e potenziare la sovranità europea, proprio come ha detto il Presidente Mattarella, e che gli europei siamo noi. Debbono anche continuare a mettere in evidenza che le risposte europee più efficaci, come avvenuto in occasione del Covid e vaccini, si producono nelle aree più integrate. Qualsiasi sfida, se non globale, comunque sovranazionale, può essere affrontata e sconfitta non da sovranità nazionali che si muovono in ordine sparso e talvolta conflittuale, mors tua vita mea, ma da sovranità condivise e concordi. Allora, il prestigio e l’orgoglio identitario e nazionale si giocheranno sulla bontà delle soluzioni proposte e sull’abilità di attuarle. Questo mi pare il terreno più appropriato per il confronto fra sovranisti e (più)europeisti.
Pubblicato il 5 giugno 2024 su Domani
Il premierato dello Stivale – l’antifascista anno LXXI – n° 3

Articolo pubblicato in
l’antifascista
fondato nel 1954 da Sandro Pertini e Umberto Terracini
Periodico degli antifascisti di ieri e di oggi • anno LXXI – n° 3 – 4 Marzo – Aprile 2024
Il testo del disegno di legge n. 935 “Modifiche agli articoli 59, 88, 92 e 94 della Costituzione per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri, il rafforzamento della stabilità del Governo e l’abolizione della nomina dei senatori a vita da parte del Presidente della Repubblica” è approdato nell’aula del Senato. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani lo ha dichiarato non modificabile. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ne vorrebbe l’approvazione in prima lettura prima delle elezioni del Parlamento Europeo fissate per il 9 e 10 giugno. Quella che ha definito la “madre di tutte le riforme” sarebbe un successo tale da risultare portatore di voti aggiuntivi di elettori entusiasti e galvanizzati.
Non entro in nessuna delle polemiche politicistiche e non intendo ripercorre l’iter che ha portato al testo attuale, ma debbo menzionare alcuni elementi. Il primo è che sono state fatte circa 55 audizioni di esperti tutti, con la sola eccezione di uno storico, le cui conoscenze in materia di sistemi politici, di governi, di parlamenti, di leggi elettorali non (mi) sono note, provenienti dal mondo del diritto, nessuno da quello della Scienza politica. Sì, lo so, in quanto Professore emerito di scienza politica metto entrambi i piedi nel piatto del conflitto di interessi ovvero, meglio, del confronto delle conoscenze e delle competenze. Stabilire e regolamentare come procedere alla formazione del governo in una democrazia parlamentare è un’operazione che può essere fatta conoscendo quasi esclusivamente le norme giuridiche da cambiare e da formulare oppure facendo affidamento sulle molte conoscenze politologiche di base: sistema dei partiti, loro natura, compiti del Parlamento, a cominciare dal rapporto con il governo, distribuzione dei voti, conoscenze che sono ovunque nelle altre democrazie parlamentari assolutamente decisive?
Per le mie credenziali mi limito a citare il libro da me curato Capi di governi (Bologna, il Mulino, 2005) che contiene tutto il materiale comparato necessario a qualsiasi riformatore e apparentemente quasi del tutto sconosciuto agli estensori del testo e agli “auditi” fra i quali sono emersi l’ex-Presidente della Camera che equiparò i ragazzi di Salò ai giovani della Resistenza e alcuni giuristi renziani(ssimi). L’indispensabile citazione di Giovanni Sartori “chi conosce un solo sistema politico non conosce neppure quel sistema politico” valga come epitaffio. Ma è anche un modo di indicare la necessità di guardare altrove per vedere con il confronto che cosa è “normale” e che cosa è anomalo e per imitare/importare quello che funziona.
Per migliorare il testo nella sua versione in Senato abbiamo a disposizione quanto fatto e poi abbandonato in Israele, 1996, 1999, 2001, utile solo per tenersi alla larga da una soluzione che non ha funzionato. Alcuni volenterosi portatori d’acqua al mulino del premierato, sopravvissuti, ma non istruiti dal loro renzismo pancia a terra nel 2016, hanno offerto un pacchetto di riformette razionalizzatrici, tutte respinte dalla maggioranza. Interessante è che per fare brecci a nel Partito Democratico e immagino in Italia Viva e Azione hanno resuscitato Maurice Duverger (1917-2014). Chi era costui?
Giurista più che politologo, con un ambiguo e oscuro passato di vicinanza politica negli anni trenta del secolo scorso a gruppi di estrema destra sostenitori del Maresciallo Pétain, negli anni cinquantail Professor Duverger argomentò vigorosamente dalle pagine dell’allora prestigioso quotidiano progressista Le Monde per l’appunto l’elezione popolare diretta del Primo ministro come modalità di uscita dall’eterna palude (parole sue) della politica francese, in particolare quella della Quarta Repubblica. I premieratistini italiani tentano di rafforzare le loro credenziali ricordando che nel 1989 Duverger fu eletto al Parlamento europeo come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano. Da tempo i volonterosi colpevolmente trascurano che Duverger, sconfitto dai riformatori gollisti che nel 1958 avevano installato la Quinta Repubblica, era rapidamente diventato e tuttora rimane il più autorevole cantore del semipresidenzialismo voluto e ottenuto dal Generale Charles de Gaulle. Quasi nessuno, poi, ricorda una frase rivelatrice pronunciata dal Generale-Presidente in occasione di una oscura crisi di governo italiana: “L’Italie en est à la Cinquième”, segnalazione di come risolvere le difficoltà della Repubblica parlamentare più simile nelle istituzioni e nel sistema dei partiti alla Quarta Repubblica francese, vale a dire passando al semi-presidenzialismo. Meloni ha rivelato di averne intrattenuto l’idea, abbandonandola poiché criticata in quanto sarebbe stato necessario cambiare il ruolo del Presidente italiano. Ripetutamente lei e i suoi corifei affermano che con la loro riforma il Presidente non perde i suoi attuali poteri.
A fronte di questa brutta e cattiva menzogna istituzionale trasecolo e barcollo. Appare innegabile e inevitabile che con il Premierato il Presidente della Repubblica perda i suoi due cruciali poteri istituzionali: nomina del Presidente del Consiglio e scioglimento/non scioglimento del Parlamento. Pena clamorosi e pericolosi scontri, dovrà nominare l’eletto/a dal popolo e, senza nessuno spazio di discrezionalità, dovrà accettare la richiesta di scioglimento proveniente dal capo del governo. Insomma, la fisarmonica dei suoi poteri perderà le due note qualificanti. Logica conseguenza di una riforma che introduce il premierato.
Secondo elemento: i due bersagli che il disegno di legge Meloni vuole colpire sono, rispettivamente, l’instabilità dei governi e la possibilità di governi cosiddetti tecnici. Sappiamo che l’Italia dal 1945 ad oggi ha avuto 68 governi, ma “solo” 31 capi di governo, alcuni in carica per molti anni come Alcide De Gasperi e Silvio Berlusconi, detentore del record di durata consecutiva, ma destinato a essere superato da Meloni. Uno sguardo comparato suggerisce che, da un lato, la stabilità in carica dei capi dei governi parlamentari non dipende affatto dall’elezione popolare diretta: Helmut Kohl 1982-1998; Angela Merkel 2005-2022; Felipe Gonzales 1982-1996; Margaret Thatcher 1979-1990; Tony Blair 1997-2007. Dall’altro, che la stabilità politica può facilmente diventare immobilismo, cioè può portare ad una situazione nella quale il capo del governo si limita a decidere il minimo possibile per non agitare le acque e per non rischiare di essere sostituito. Immobilismo.
Dal 1949, grazie ai Costituenti tedeschi, fra i quali non mancavano alcuni politologi, sappiamo che il voto di sfiducia costruttivo, è un efficacissimo strumento per, da un lato, evitare crisi di governo al buio, vero e proprio deterrente e, dall’altro, la chiave per produrre cambi di maggioranze e del Cancelliere senza vuoti di potere. Nella loro Costituzione fine anni Settanta, gli spagnoli brillantemente procedettero ad una razionalizzazione semplificatrice. Diventa Presidente del Governo il primo firmatario della mozione di sfiducia votata da una maggioranza contraria al Presidente del governo in carica. Incomprensibilmente, di questo non c’è traccia nel discorso sul premierato.
L’elezione popolare diretta serve anche a dare legittimità politica e istituzionale a chi viene eletto. Ma quale legittimità potrebbe avere un capo di governo eletto con il 30 per cento dei voti o poco più (anche meno)? La non previsione di una percentuale minima di voti, che comunque non dovrebbe essere inferiore al 40-45 per cento, è una ferita profonda. Ancora, è ingiustificabile il rigetto del ballottaggio, previsto in sostanzialmente quasi tutti i sistemi politici nei quali si pratica l’elezione popolare diretta. Tuttavia, non può bastare, come sembra credere Antonio Polito, l’introduzione del ballottaggio, per accettare una mala riforma. Grave ferita alla legittimità politica deriva dalla previsione che il capo del governo possa essere sostituito da un altro esponente della sua stessa maggioranza già in Parlamento. Costui potrebbe addirittura minacciare e chiaramente ottenere lo scioglimento del Parlamento. Né può confortarci che bizantinamente si sia giunti alla regola simul stabunt simul cadent, mentre la regola dei presidenzialismi vigenti è declinata tutta al contrario: il Presidente non può sciogliere il Congresso, il Congresso non può sfiduciare il Presidente. Insieme stanno insieme rimarranno fino alla fine dei rispettivi mandati.
Da ultimo, in maniera del tutto impropria e inappropriata il disegno di legge costituzionale sull’elezione popolare del capo del governo pretende di dettare, alla faccia del principio della separazione delle istituzioni, anche la legge per l’elezione del parlamento stabilendo che alla coalizione che ha espresso e sostenuto la candidatura vincente andrà il 55 per cento dei seggi. Sulla costituzionalità di questa assegnazione di premi e di seggi non prevista e mai attuata da nessuna parte al mondo, in nessuna dei modelli di governo esistenti, lascio la parola al Presidente della Repubblica e alla Corte costituzionale. La mia notazione finale è che né i premieratisti né i loro affannati followers sembrano consapevoli che il pregio maggiore delle democrazie parlamentari consiste nella loro adattabilità, nella capacità di affrontare in maniera flessibile le sfide al loro funzionamento grazie ad una mutevole distribuzione del potere politico e istituzionale fra i partiti che rispondono all’elettorato e danno vita a coalizioni parlamentari e grazie ai governanti e ai rappresentanti che sfruttano i loro ambiti di autonomia. Qualsiasi irrigidimento, come quello inevitabilmente derivante dall’elezione diretta del capo del governo, è pericoloso. Mentre non è detto che la rigidità ne rafforzi carica e azione, sicuramente lo espone a sfide esistenziali.
Come spesso capita a chi, non sapendone abbastanza e quindi non essendo in grado di valutare le alternative, è costretto a difendere l’esistente, il centro-destra si è arroccato. Tutto considerato, il premierato si configura come una bruttissima innovazione, con forte sapore populista, ma qualitativamente inferiore ai pur già criticabili e criticati presidenzialismi, e nient’affatto un superamento delle democrazie parlamentari. Le opposizioni impostino i loro lavori in Parlamento in chiave pedagogica che sia e diventi la premessa politica e culturale dell’indispensabile referendum oppositivo: il padre della difesa della democrazia parlamentare.
Bologna, 8-9 maggio 2024


Il chissenefrega della premier e gli orfani del premierato @DomaniGiornale

“Chisseneimporta” è stata la lapidaria risposta di Giorgia Meloni detta Giorgia al quesito della giornalista Monica Maggioni relativo alla eventuale sconfitta nel probabile referendum contro il premierato. No, la Presidente del Consiglio non si dimetterà. Scelta istituzionalmente legittima, soprattutto se sia i suoi fastidiosamente zelanti sostenitori in Parlamento sia gli affannati opinionisti da salotti e dehors avranno evitato di trasformare il referendum costituzionale in un molto meno costituzionale plebiscito. Però, una volta che “la madre di tutte le riforme” venisse colpita morte, la Presidente del Consiglio che la ha fortemente voluta, costantemente sostenuta, senza riserve accompagnata, infine, esposta al voto, ha il dovere di farsi carico delle conseguenze politiche-istituzionali e degli orfani. No, non mi riferisco principalmente ai capigruppo di Fratelli d’Italia alla Camera e al Senato e alle loro prese di posizione sempre pancia a terra sul premierato irrinunciabile. E neppure al Ministro per le Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati. Affari loro su quali somme dovranno tirare dal loro indiscutibile e granitico impegno che non ha prodotto un testo a prova di referendum, ovvero che rispondesse soddisfacentemente alla evidentissima massima aspirazione del “popolo” italiano: eleggere il capo del governo.
Meno che mai mi curo delle ripercussioni sullo status e sul prestigio dei giuristi di corte e di cortile che hanno avallato, elogiato e promosso il testo poi bocciato. Qualcuno sarà così spudorato da sostenere che con alcune riformette da loro proposte la sorte referendaria sarebbe stata diversa. Abbandono alle loro non magnifiche elucubrazioni tutti i commentatori che ripeteranno il logoro ritornello sul conservatorismo costituzionale della sinistra, che non vuole la cosiddetta “democrazia decidente”, dei cantori della Costituzione più bella del mondo (che, contrappasso, proprio l’inventore della qualifica voleva cambiare, rendere più bella con, udite, udite, le riforme di Renzi). No, le mie dolorose (sì, esagero un po’, ovvero faccio il furbo) preoccupazioni riguardano gli elettori italiani in generale, non soltanto gli indomiti patrioti del premierato.
Una notevole parte di costoro, già perplessi dalla transizione dal presidenzialismo indicato nel programma elettorale di Fratelli d’Italia allo sconosciuto premierato, perduta la madre di tutte le riforme, si sentiranno, più che orfani, addirittura traditi. A Giorgia non le importa più nulla di risolvere il Grande Problema del sistema politico italiano, l’instabilità dei governi? Vuole soltanto, la Presidente Meloni, tirare a campare per conquistare il record di unico governo italiano durato tutta la legislatura? Il paradosso è che se il governo Meloni durasse davvero fino al termine della legislatura costituirebbe una potente smentita della diagnosi sull’ineluttabile instabilità dei governi italiani a causa dei meccanismi costituzionali. Un’altra parte di elettori, non saprei dire se meno patrioti di quelli che votano Fratelli d’Italia, rimarranno molto delusi se con il suo “chisseneimporta” la Presidente del Consiglio, da un lato, ponesse la pietra tombale non solo sul premierato, ma anche su alcune semplici, ma efficaci, correttivi come il voto di sfiducia costruttivo e, dall’altro, lasciasse approvare l’autonomia regionale distruttiva, oops, chiedo scusa, differenziata.
Insomma, anche senza aspettare l’esito referendario ci sarebbe molto da fare. Suggerirei di cambiare atteggiamento e espressione da “chisseneimporta” a (Giorgia conosce l’inglese e alla Garbatella lo usano correntemente) “I care”. Le istituzioni italiane sono perfezionabili.
Pubblicato il 29 maggio 2024 su Domani
Alla democrazia non servono duelli tv e personalizzazioni @DomaniGiornale

L’Agcom è finalmente intervenuta per bloccare il tanto lungamente strombazzato duello televisivo fra la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni detta Giorgia, e la segretaria del maggiore partito d’opposizione Elly Schlein, che non è il capo dell’opposizione, qualifica che non le può essere unanimemente riconosciuta, certamente non da Giuseppe Conte (e neppure da qualcuno nel Partito Democratico). Poiché oramai è già in corso la campagna per l’elezione del Parlamento europeo, è ovvio che debbono essere rigorosamente rispettate tutte le regole della par condicio. Quindi, non può essere concesso nessun vantaggio di visibilità e di propaganda a qualsivoglia dei leader di partito rispetto agli altri. Giusto così. Però, nel bene, che è scarso, e nel male, che è abbondante, rimane la necessità di una riflessione approfondita, anche a futura memoria, su tutta la sostanza politica che motivava il duello.
Anzitutto, sta la mancata comprensione che se la campagna per l’elezione del Parlamento europeo fosse ridotta ad un duello influenzerebbe molto negativamente l’affluenza alle urne. Le elezioni europee comportano una competizione con legge elettorale proporzionale fra una pluralità di partiti. Ciascuno dei partiti deve potere usufruire lo spazio politico e televisivo che gli spetta, niente di meno e niente di più. Ricordo e sottolineo che, sommati, i due elettorati di Fratelli d’Italia e del Partito Democratico rappresentano al massimo il 50 per cento di chi ha votato, all’incirca un terzo o poco più degli aventi diritto.
Un duello avrebbe inviato il messaggio sbagliato e fuorviante (tale sarebbe anche nelle elezioni politiche nazionali) della politica italiana semplificata e impoverita a un confronto fra due persone, alle loro figure e alle loro esperienze. Il duello non mancherebbe di interesse, soprattutto per gli studiosi, dal punto di vista della comunicazione, ma sarebbe terribilmente riduttivo e, soprattutto, fornirebbe un tot di informazioni deprimenti. Lasciando sullo sfondo, ma non del tutto, non mi stanco di dirlo poiché è una ferita all’etica in politica, il deprecabile fatto che entrambe, Meloni e Schlein, con le loro candidature ad una carica, europarlamentare, che non andranno a ricoprire, ingannano tanto consapevolmente quanto colpevolmente l’elettorato, il duello avrebbe potuto far credere all’esistenza in Italia di una situazione bipartitica/bipolare che attualmente non esiste. Ci vuol altro, a cominciare da una buona legge elettorale, che un duello per dare forma e vita ad un bipolarismo decente.
Da almeno trent’anni, la politica italiana è (stata) malamente personalizzata, con le caratteristiche personali, anche fisiche, dei dirigenti politici che fanno aggio sulle loro idee e proposte politiche spesso degne di nota per la miseria e il provincialismo dei contenuti. Un duello non può non esaltare i tratti fisici superficiali (faccine, sbuffi, ammiccamenti, battutine, interruzioni, armocromia e altre piacevolezze), con l’interpretazione affidati agli psicologi, sicuramente a tutto scapito dei contenuti. Dubitare che le duellanti si sarebbero impegnate a fondo nell’affrontare di petto le tematiche europee è più che lecito, assolutamente doveroso. Invece di essere un confronto ad alto contenuto politico e pedagogico, qualsiasi duello televisivo, è da tempo noto, finisce per acquisire inevitabilmente componenti teatrali e spettacolari, belle e brutte, comunque poco politiche nel senso nobile della parola, cioè relative alla vita nella polis, in questo caso l’Unione Europea.
Naturalmente, chi intende cambiare la politica italiana in senso presidenzialista, che significa attribuire grande potere politico-istituzionale ad una persona, ha coerentemente tutto l’interesse a promuovere e accettare duelli, praticati, ma non frequenti neppure nelle repubbliche presidenziali. Chi pensa che la politica democratica si costruisca e si perfezioni attraverso il coinvolgimento dell’elettorato, della cittadinanza nella ricerca e nella formulazione di decisioni collettive, non può che ritenere che qualsiasi duello fra persone sia inadeguato, talvolta controproducente, mai migliorativo. Quello che potrebbe gratificare gli ego personali, anche dei conduttori del duello, molto difficilmente giova alla crescita della politica democratica. Anzi, la squilibra.
Pubblicato il 18 maggio 2024 su Domani