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Le due leader dimostrino di saper incidere anche in Europa @DomaniGiornale

Il parlamento europeo e il Consiglio dei capi di governo vedono arrivare gli italiani, soprattutto le italiane. No, né Meloni né Schlein, pure furbettamente elette, andranno ad occupare il seggio da europarlamentari, ma la loro presenza nella Unione Europea si sentirà, eccome. “Giorgia” è il capo del governo italiano, l’unico dei governi che ha avuto un buon successo elettorale e il cui partito, invece di perderne, ha triplicato i seggi nell’Europarlamento. Elly, già europarlamentare, è la segretaria del partito che avrà singolarmente più seggi fra i componenti dell’eurogruppo dei Socialisti&Democratici. Entrambe godranno, seppur in maniera diversa, di importanti opportunità politiche.
Giorgia ne ha fin da subito due molto significative. Prima opportunità: la sua preferenza e il suo voto potranno essere davvero incisivi nella designazione della/del Presidente della Commissione che, certamente, se ne ricorderà e ne terrà conto nella sua attività. La seconda è più che un’opportunità, un potere effettivo. Come ogni capo di governo, quello italiano ha per l’appunto il potere di nominare un Commissario, se il/la Presidente non è già della sua “nazione” di appartenenza. Meloni dovrà, da un lato, sfuggire alla tentazione dell’amichettismo alla quale troppi nel suo partito sono particolarmente sensibili. Dall’altro, cercherà di confutare tutti coloro che la accusano di non avere una classe dirigente. Individuare la personalità competente, europeista e, ovviamente, anche affidabile alla quale attribuire una carica prestigiosa che può essere importantissima per rappresentare l’Italia, ma con lo sguardo e l’impegno per cambiare l’Europa, è una vera sfida.
Salvo molto improbabili e imprevedibili sorprese, i Socialisti&Democratici Europei faranno parte della maggioranza parlamentare a sostegno della prossima Commissione e della relativa Presidenza. Hanno ragione coloro che sottolineano che spesso gli europarlamentari danno vita a maggioranze a geometria variabile. Bisogna aggiungere subito che, in primo luogo, è giusto che su molte materie gli europarlamentari votino secondo coscienza e scienza (quello che hanno imparato e che sanno). Questo è il senso della rappresentanza politica. In secondo luogo, in quelle geometrie variabili le destre delle più variegate sfumature di nero non sono mai state determinanti. Resta da vedere quanto vorranno e riusciranno ad esserlo i Fratelli e le Sorelle d’Italia. Non determinante, un aggettivo che nell’Unione Europea non si attaglia quasi mai a un singolo attore politico, partitico e istituzionale, se non in negativo per chi ricorre allo sciagurato potere di veto, ma molto influente potrebbe/potrà essere l’europacchetto dei parlamentari democratici. Chi li guiderà, mi auguro di concerto e con frequente consultazione con Elly Schlein, dovrà anzitutto puntare alla Presidenza di una o più commissioni parlamentari di rilievo e sostanza: Affari Costituzionali, Ambiente, Economia. Dovrà, poi, ma non voglio esagerare nei tecnicismi, avere la capacità di dialogare e interloquire con i Commissari e con i loro collaboratori, alti e competenti funzionari, tutt’altro che burocrati che tramano nell’ombra. Compito che potrebbe essere ricco di ricompense personali e politiche
Concluse la fase del voto e la relativa conta, sconfitti i malamente attrezzati profeti del malaugurio che soffiavano nel vento delle destre sovraniste, qualunquiste, antieuropeiste, da adesso il capo del governo e la leader dell’opposizione hanno l’obbligo, non “divertente”, ma impegnativo, assorbente e potenzialmente gratificante di trovare le modalità di incidere sulle politiche e sul percorso europeo. Quasi tutto quel che si può fare nella nazione Italia dipende da quello che si riesce a fare, con competenza e credibilità, nell’Unione Europea. Anche, forse in special modo, a Bruxelles si misura la qualità della leadership politica.
Pubblicato il 12 giugno 2024 su Domani
Più sovranità all’Europa per salvarci dall’irrilevanza @DomaniGiornale

L’Italia “consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni” (art. 11). Non c’è dubbio che alcuni dei Costituenti pensassero anche ad un organismo simile all’Unione Europea, e già ci stavano lavorando. Degna di nota, anche alla luce degli scontri più recenti e, in particolare, della campagna elettorale dei “minuseuropeisti”, è l’espressione “limitazioni di sovranità”(nazionale). Oggi sappiamo che quelle limitazioni sono molte e significative, ma non sono interpretabili come cessioni senza ritorno, senza riacquisizioni, possibili, ma costose: Brexit docet. Sappiamo anche che le limitazioni di sovranità alle quali ciascuno Stato-membro ha acconsentito e ancora acconsentirà, ad esempio, in materia di difesa, contemplano la condivisione della sovranità al livello di competenza conseguito nell’Unione. Riappropriarsi di alcune parti di sovranità implica, di conseguenza, escludersi dalla condivisione, dalla compartecipazione. Altri decideranno, ed è molto improbabile che lo facciano tenendo conto delle posizioni nazionali/ste ovunque siano formulate. Del tutto logico che la mancata presenza si traduca in influenza nulla o quasi.
Peraltro, già attualmente, in non poche occasioni, neppure la presenza dell’Italia conta se chi la rappresenta non possiede alcune qualità essenziali: un alto livello di preparazione sui dossier da discutere, competenza personale, credibilità del proprio sistema paese nella traduzione fedele e rapida delle decisioni prese, capacità di costruire coalizioni maggioritarie con i rappresentanti di altri Stati-membri. Tutto questo è noto ai capi di governo, ai Commissari, agli europarlamentari degli altri Stati-membri che traggono le somme di quanto gli italiani sanno, possono, vogliono, riuscirebbero a fare. Meno Europa, dunque, viene inevitabilmente interpretata, non come Meloni desidera, ovvero uno o più passi verso l’improbabile costruzione di una Confederazione, ma come disimpegno e come la frapposizione di ostacoli al processo decisionale europeista con la crescita dei costi, in termini di tempi, energie e anche fondi, per tutti, a scapito di tutti.
Gli oppositori dell’Europa che c’è, si collochino con Meloni oppure si mettano con Salvini, non sono affatto impegnati nell’elaborazione di alternative politiche e decisionali in una pluralità di settori che, come Meloni dichiara spesso, vadano nel senso dell’ampliamento degli ambiti nei quali si applicherà la sussidiarietà. Non vogliono (ri)conquistare potere con la relativa responsabilità. Vogliono evitare che l’Unione giudichi, con i canoni da tempo accettati e vigenti, le loro politiche sociali, culturali, comunicative, le modalità con le quali funziona il loro sistema giudiziario. Quanto fatto da Orbán, il suo decantato illiberalismo, è quello cui aspirano: meno libertà di pensiero, di stampa, di circolazione, meno diritti civili.
Senza inutili e controproduttivi infingimenti, coloro che stanno dalla parte di “più Europa” debbono ricordare e sottolineare che la Costituzione prevede e consente le relative limitazioni di sovranità nazionale che servono a fare crescere e potenziare la sovranità europea, proprio come ha detto il Presidente Mattarella, e che gli europei siamo noi. Debbono anche continuare a mettere in evidenza che le risposte europee più efficaci, come avvenuto in occasione del Covid e vaccini, si producono nelle aree più integrate. Qualsiasi sfida, se non globale, comunque sovranazionale, può essere affrontata e sconfitta non da sovranità nazionali che si muovono in ordine sparso e talvolta conflittuale, mors tua vita mea, ma da sovranità condivise e concordi. Allora, il prestigio e l’orgoglio identitario e nazionale si giocheranno sulla bontà delle soluzioni proposte e sull’abilità di attuarle. Questo mi pare il terreno più appropriato per il confronto fra sovranisti e (più)europeisti.
Pubblicato il 5 giugno 2024 su Domani
Il premierato dello Stivale – l’antifascista anno LXXI – n° 3

Articolo pubblicato in
l’antifascista
fondato nel 1954 da Sandro Pertini e Umberto Terracini
Periodico degli antifascisti di ieri e di oggi • anno LXXI – n° 3 – 4 Marzo – Aprile 2024
Il testo del disegno di legge n. 935 “Modifiche agli articoli 59, 88, 92 e 94 della Costituzione per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri, il rafforzamento della stabilità del Governo e l’abolizione della nomina dei senatori a vita da parte del Presidente della Repubblica” è approdato nell’aula del Senato. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani lo ha dichiarato non modificabile. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ne vorrebbe l’approvazione in prima lettura prima delle elezioni del Parlamento Europeo fissate per il 9 e 10 giugno. Quella che ha definito la “madre di tutte le riforme” sarebbe un successo tale da risultare portatore di voti aggiuntivi di elettori entusiasti e galvanizzati.
Non entro in nessuna delle polemiche politicistiche e non intendo ripercorre l’iter che ha portato al testo attuale, ma debbo menzionare alcuni elementi. Il primo è che sono state fatte circa 55 audizioni di esperti tutti, con la sola eccezione di uno storico, le cui conoscenze in materia di sistemi politici, di governi, di parlamenti, di leggi elettorali non (mi) sono note, provenienti dal mondo del diritto, nessuno da quello della Scienza politica. Sì, lo so, in quanto Professore emerito di scienza politica metto entrambi i piedi nel piatto del conflitto di interessi ovvero, meglio, del confronto delle conoscenze e delle competenze. Stabilire e regolamentare come procedere alla formazione del governo in una democrazia parlamentare è un’operazione che può essere fatta conoscendo quasi esclusivamente le norme giuridiche da cambiare e da formulare oppure facendo affidamento sulle molte conoscenze politologiche di base: sistema dei partiti, loro natura, compiti del Parlamento, a cominciare dal rapporto con il governo, distribuzione dei voti, conoscenze che sono ovunque nelle altre democrazie parlamentari assolutamente decisive?
Per le mie credenziali mi limito a citare il libro da me curato Capi di governi (Bologna, il Mulino, 2005) che contiene tutto il materiale comparato necessario a qualsiasi riformatore e apparentemente quasi del tutto sconosciuto agli estensori del testo e agli “auditi” fra i quali sono emersi l’ex-Presidente della Camera che equiparò i ragazzi di Salò ai giovani della Resistenza e alcuni giuristi renziani(ssimi). L’indispensabile citazione di Giovanni Sartori “chi conosce un solo sistema politico non conosce neppure quel sistema politico” valga come epitaffio. Ma è anche un modo di indicare la necessità di guardare altrove per vedere con il confronto che cosa è “normale” e che cosa è anomalo e per imitare/importare quello che funziona.
Per migliorare il testo nella sua versione in Senato abbiamo a disposizione quanto fatto e poi abbandonato in Israele, 1996, 1999, 2001, utile solo per tenersi alla larga da una soluzione che non ha funzionato. Alcuni volenterosi portatori d’acqua al mulino del premierato, sopravvissuti, ma non istruiti dal loro renzismo pancia a terra nel 2016, hanno offerto un pacchetto di riformette razionalizzatrici, tutte respinte dalla maggioranza. Interessante è che per fare brecci a nel Partito Democratico e immagino in Italia Viva e Azione hanno resuscitato Maurice Duverger (1917-2014). Chi era costui?
Giurista più che politologo, con un ambiguo e oscuro passato di vicinanza politica negli anni trenta del secolo scorso a gruppi di estrema destra sostenitori del Maresciallo Pétain, negli anni cinquantail Professor Duverger argomentò vigorosamente dalle pagine dell’allora prestigioso quotidiano progressista Le Monde per l’appunto l’elezione popolare diretta del Primo ministro come modalità di uscita dall’eterna palude (parole sue) della politica francese, in particolare quella della Quarta Repubblica. I premieratistini italiani tentano di rafforzare le loro credenziali ricordando che nel 1989 Duverger fu eletto al Parlamento europeo come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano. Da tempo i volonterosi colpevolmente trascurano che Duverger, sconfitto dai riformatori gollisti che nel 1958 avevano installato la Quinta Repubblica, era rapidamente diventato e tuttora rimane il più autorevole cantore del semipresidenzialismo voluto e ottenuto dal Generale Charles de Gaulle. Quasi nessuno, poi, ricorda una frase rivelatrice pronunciata dal Generale-Presidente in occasione di una oscura crisi di governo italiana: “L’Italie en est à la Cinquième”, segnalazione di come risolvere le difficoltà della Repubblica parlamentare più simile nelle istituzioni e nel sistema dei partiti alla Quarta Repubblica francese, vale a dire passando al semi-presidenzialismo. Meloni ha rivelato di averne intrattenuto l’idea, abbandonandola poiché criticata in quanto sarebbe stato necessario cambiare il ruolo del Presidente italiano. Ripetutamente lei e i suoi corifei affermano che con la loro riforma il Presidente non perde i suoi attuali poteri.
A fronte di questa brutta e cattiva menzogna istituzionale trasecolo e barcollo. Appare innegabile e inevitabile che con il Premierato il Presidente della Repubblica perda i suoi due cruciali poteri istituzionali: nomina del Presidente del Consiglio e scioglimento/non scioglimento del Parlamento. Pena clamorosi e pericolosi scontri, dovrà nominare l’eletto/a dal popolo e, senza nessuno spazio di discrezionalità, dovrà accettare la richiesta di scioglimento proveniente dal capo del governo. Insomma, la fisarmonica dei suoi poteri perderà le due note qualificanti. Logica conseguenza di una riforma che introduce il premierato.
Secondo elemento: i due bersagli che il disegno di legge Meloni vuole colpire sono, rispettivamente, l’instabilità dei governi e la possibilità di governi cosiddetti tecnici. Sappiamo che l’Italia dal 1945 ad oggi ha avuto 68 governi, ma “solo” 31 capi di governo, alcuni in carica per molti anni come Alcide De Gasperi e Silvio Berlusconi, detentore del record di durata consecutiva, ma destinato a essere superato da Meloni. Uno sguardo comparato suggerisce che, da un lato, la stabilità in carica dei capi dei governi parlamentari non dipende affatto dall’elezione popolare diretta: Helmut Kohl 1982-1998; Angela Merkel 2005-2022; Felipe Gonzales 1982-1996; Margaret Thatcher 1979-1990; Tony Blair 1997-2007. Dall’altro, che la stabilità politica può facilmente diventare immobilismo, cioè può portare ad una situazione nella quale il capo del governo si limita a decidere il minimo possibile per non agitare le acque e per non rischiare di essere sostituito. Immobilismo.
Dal 1949, grazie ai Costituenti tedeschi, fra i quali non mancavano alcuni politologi, sappiamo che il voto di sfiducia costruttivo, è un efficacissimo strumento per, da un lato, evitare crisi di governo al buio, vero e proprio deterrente e, dall’altro, la chiave per produrre cambi di maggioranze e del Cancelliere senza vuoti di potere. Nella loro Costituzione fine anni Settanta, gli spagnoli brillantemente procedettero ad una razionalizzazione semplificatrice. Diventa Presidente del Governo il primo firmatario della mozione di sfiducia votata da una maggioranza contraria al Presidente del governo in carica. Incomprensibilmente, di questo non c’è traccia nel discorso sul premierato.
L’elezione popolare diretta serve anche a dare legittimità politica e istituzionale a chi viene eletto. Ma quale legittimità potrebbe avere un capo di governo eletto con il 30 per cento dei voti o poco più (anche meno)? La non previsione di una percentuale minima di voti, che comunque non dovrebbe essere inferiore al 40-45 per cento, è una ferita profonda. Ancora, è ingiustificabile il rigetto del ballottaggio, previsto in sostanzialmente quasi tutti i sistemi politici nei quali si pratica l’elezione popolare diretta. Tuttavia, non può bastare, come sembra credere Antonio Polito, l’introduzione del ballottaggio, per accettare una mala riforma. Grave ferita alla legittimità politica deriva dalla previsione che il capo del governo possa essere sostituito da un altro esponente della sua stessa maggioranza già in Parlamento. Costui potrebbe addirittura minacciare e chiaramente ottenere lo scioglimento del Parlamento. Né può confortarci che bizantinamente si sia giunti alla regola simul stabunt simul cadent, mentre la regola dei presidenzialismi vigenti è declinata tutta al contrario: il Presidente non può sciogliere il Congresso, il Congresso non può sfiduciare il Presidente. Insieme stanno insieme rimarranno fino alla fine dei rispettivi mandati.
Da ultimo, in maniera del tutto impropria e inappropriata il disegno di legge costituzionale sull’elezione popolare del capo del governo pretende di dettare, alla faccia del principio della separazione delle istituzioni, anche la legge per l’elezione del parlamento stabilendo che alla coalizione che ha espresso e sostenuto la candidatura vincente andrà il 55 per cento dei seggi. Sulla costituzionalità di questa assegnazione di premi e di seggi non prevista e mai attuata da nessuna parte al mondo, in nessuna dei modelli di governo esistenti, lascio la parola al Presidente della Repubblica e alla Corte costituzionale. La mia notazione finale è che né i premieratisti né i loro affannati followers sembrano consapevoli che il pregio maggiore delle democrazie parlamentari consiste nella loro adattabilità, nella capacità di affrontare in maniera flessibile le sfide al loro funzionamento grazie ad una mutevole distribuzione del potere politico e istituzionale fra i partiti che rispondono all’elettorato e danno vita a coalizioni parlamentari e grazie ai governanti e ai rappresentanti che sfruttano i loro ambiti di autonomia. Qualsiasi irrigidimento, come quello inevitabilmente derivante dall’elezione diretta del capo del governo, è pericoloso. Mentre non è detto che la rigidità ne rafforzi carica e azione, sicuramente lo espone a sfide esistenziali.
Come spesso capita a chi, non sapendone abbastanza e quindi non essendo in grado di valutare le alternative, è costretto a difendere l’esistente, il centro-destra si è arroccato. Tutto considerato, il premierato si configura come una bruttissima innovazione, con forte sapore populista, ma qualitativamente inferiore ai pur già criticabili e criticati presidenzialismi, e nient’affatto un superamento delle democrazie parlamentari. Le opposizioni impostino i loro lavori in Parlamento in chiave pedagogica che sia e diventi la premessa politica e culturale dell’indispensabile referendum oppositivo: il padre della difesa della democrazia parlamentare.
Bologna, 8-9 maggio 2024


Il chissenefrega della premier e gli orfani del premierato @DomaniGiornale

“Chisseneimporta” è stata la lapidaria risposta di Giorgia Meloni detta Giorgia al quesito della giornalista Monica Maggioni relativo alla eventuale sconfitta nel probabile referendum contro il premierato. No, la Presidente del Consiglio non si dimetterà. Scelta istituzionalmente legittima, soprattutto se sia i suoi fastidiosamente zelanti sostenitori in Parlamento sia gli affannati opinionisti da salotti e dehors avranno evitato di trasformare il referendum costituzionale in un molto meno costituzionale plebiscito. Però, una volta che “la madre di tutte le riforme” venisse colpita morte, la Presidente del Consiglio che la ha fortemente voluta, costantemente sostenuta, senza riserve accompagnata, infine, esposta al voto, ha il dovere di farsi carico delle conseguenze politiche-istituzionali e degli orfani. No, non mi riferisco principalmente ai capigruppo di Fratelli d’Italia alla Camera e al Senato e alle loro prese di posizione sempre pancia a terra sul premierato irrinunciabile. E neppure al Ministro per le Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati. Affari loro su quali somme dovranno tirare dal loro indiscutibile e granitico impegno che non ha prodotto un testo a prova di referendum, ovvero che rispondesse soddisfacentemente alla evidentissima massima aspirazione del “popolo” italiano: eleggere il capo del governo.
Meno che mai mi curo delle ripercussioni sullo status e sul prestigio dei giuristi di corte e di cortile che hanno avallato, elogiato e promosso il testo poi bocciato. Qualcuno sarà così spudorato da sostenere che con alcune riformette da loro proposte la sorte referendaria sarebbe stata diversa. Abbandono alle loro non magnifiche elucubrazioni tutti i commentatori che ripeteranno il logoro ritornello sul conservatorismo costituzionale della sinistra, che non vuole la cosiddetta “democrazia decidente”, dei cantori della Costituzione più bella del mondo (che, contrappasso, proprio l’inventore della qualifica voleva cambiare, rendere più bella con, udite, udite, le riforme di Renzi). No, le mie dolorose (sì, esagero un po’, ovvero faccio il furbo) preoccupazioni riguardano gli elettori italiani in generale, non soltanto gli indomiti patrioti del premierato.
Una notevole parte di costoro, già perplessi dalla transizione dal presidenzialismo indicato nel programma elettorale di Fratelli d’Italia allo sconosciuto premierato, perduta la madre di tutte le riforme, si sentiranno, più che orfani, addirittura traditi. A Giorgia non le importa più nulla di risolvere il Grande Problema del sistema politico italiano, l’instabilità dei governi? Vuole soltanto, la Presidente Meloni, tirare a campare per conquistare il record di unico governo italiano durato tutta la legislatura? Il paradosso è che se il governo Meloni durasse davvero fino al termine della legislatura costituirebbe una potente smentita della diagnosi sull’ineluttabile instabilità dei governi italiani a causa dei meccanismi costituzionali. Un’altra parte di elettori, non saprei dire se meno patrioti di quelli che votano Fratelli d’Italia, rimarranno molto delusi se con il suo “chisseneimporta” la Presidente del Consiglio, da un lato, ponesse la pietra tombale non solo sul premierato, ma anche su alcune semplici, ma efficaci, correttivi come il voto di sfiducia costruttivo e, dall’altro, lasciasse approvare l’autonomia regionale distruttiva, oops, chiedo scusa, differenziata.
Insomma, anche senza aspettare l’esito referendario ci sarebbe molto da fare. Suggerirei di cambiare atteggiamento e espressione da “chisseneimporta” a (Giorgia conosce l’inglese e alla Garbatella lo usano correntemente) “I care”. Le istituzioni italiane sono perfezionabili.
Pubblicato il 29 maggio 2024 su Domani
Alla democrazia non servono duelli tv e personalizzazioni @DomaniGiornale

L’Agcom è finalmente intervenuta per bloccare il tanto lungamente strombazzato duello televisivo fra la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni detta Giorgia, e la segretaria del maggiore partito d’opposizione Elly Schlein, che non è il capo dell’opposizione, qualifica che non le può essere unanimemente riconosciuta, certamente non da Giuseppe Conte (e neppure da qualcuno nel Partito Democratico). Poiché oramai è già in corso la campagna per l’elezione del Parlamento europeo, è ovvio che debbono essere rigorosamente rispettate tutte le regole della par condicio. Quindi, non può essere concesso nessun vantaggio di visibilità e di propaganda a qualsivoglia dei leader di partito rispetto agli altri. Giusto così. Però, nel bene, che è scarso, e nel male, che è abbondante, rimane la necessità di una riflessione approfondita, anche a futura memoria, su tutta la sostanza politica che motivava il duello.
Anzitutto, sta la mancata comprensione che se la campagna per l’elezione del Parlamento europeo fosse ridotta ad un duello influenzerebbe molto negativamente l’affluenza alle urne. Le elezioni europee comportano una competizione con legge elettorale proporzionale fra una pluralità di partiti. Ciascuno dei partiti deve potere usufruire lo spazio politico e televisivo che gli spetta, niente di meno e niente di più. Ricordo e sottolineo che, sommati, i due elettorati di Fratelli d’Italia e del Partito Democratico rappresentano al massimo il 50 per cento di chi ha votato, all’incirca un terzo o poco più degli aventi diritto.
Un duello avrebbe inviato il messaggio sbagliato e fuorviante (tale sarebbe anche nelle elezioni politiche nazionali) della politica italiana semplificata e impoverita a un confronto fra due persone, alle loro figure e alle loro esperienze. Il duello non mancherebbe di interesse, soprattutto per gli studiosi, dal punto di vista della comunicazione, ma sarebbe terribilmente riduttivo e, soprattutto, fornirebbe un tot di informazioni deprimenti. Lasciando sullo sfondo, ma non del tutto, non mi stanco di dirlo poiché è una ferita all’etica in politica, il deprecabile fatto che entrambe, Meloni e Schlein, con le loro candidature ad una carica, europarlamentare, che non andranno a ricoprire, ingannano tanto consapevolmente quanto colpevolmente l’elettorato, il duello avrebbe potuto far credere all’esistenza in Italia di una situazione bipartitica/bipolare che attualmente non esiste. Ci vuol altro, a cominciare da una buona legge elettorale, che un duello per dare forma e vita ad un bipolarismo decente.
Da almeno trent’anni, la politica italiana è (stata) malamente personalizzata, con le caratteristiche personali, anche fisiche, dei dirigenti politici che fanno aggio sulle loro idee e proposte politiche spesso degne di nota per la miseria e il provincialismo dei contenuti. Un duello non può non esaltare i tratti fisici superficiali (faccine, sbuffi, ammiccamenti, battutine, interruzioni, armocromia e altre piacevolezze), con l’interpretazione affidati agli psicologi, sicuramente a tutto scapito dei contenuti. Dubitare che le duellanti si sarebbero impegnate a fondo nell’affrontare di petto le tematiche europee è più che lecito, assolutamente doveroso. Invece di essere un confronto ad alto contenuto politico e pedagogico, qualsiasi duello televisivo, è da tempo noto, finisce per acquisire inevitabilmente componenti teatrali e spettacolari, belle e brutte, comunque poco politiche nel senso nobile della parola, cioè relative alla vita nella polis, in questo caso l’Unione Europea.
Naturalmente, chi intende cambiare la politica italiana in senso presidenzialista, che significa attribuire grande potere politico-istituzionale ad una persona, ha coerentemente tutto l’interesse a promuovere e accettare duelli, praticati, ma non frequenti neppure nelle repubbliche presidenziali. Chi pensa che la politica democratica si costruisca e si perfezioni attraverso il coinvolgimento dell’elettorato, della cittadinanza nella ricerca e nella formulazione di decisioni collettive, non può che ritenere che qualsiasi duello fra persone sia inadeguato, talvolta controproducente, mai migliorativo. Quello che potrebbe gratificare gli ego personali, anche dei conduttori del duello, molto difficilmente giova alla crescita della politica democratica. Anzi, la squilibra.
Pubblicato il 18 maggio 2024 su Domani
Non è fascismo, ma si respira un’aria pesante di autoritarismo @DomaniGiornale

La strada dell’erosione delle democrazie liberali ha già visto alcuni zelanti precorritori. In Europa, ci hanno provato i governanti polacchi del centro-destra e, soprattutto, l’ungherese Viktor Orbán. I primi hanno lasciato qualche non indelebile traccia nella legislazione della Polonia, ma hanno perso le elezioni e non potranno proseguire. Il leader ungherese tiene alta la sua arroganza, procede a qualche ricatto in sede europea, definisce illiberale la sua “democrazia”, la puntella con repressioni, ma la sua carica è oramai diventata contendibile. Più in generale, assistiamo non a crisi della/e democrazia/e, ma a problemi, anche seri, di funzionamento che potrebbero condurre all’erosione degli assi portanti della democrazia, ma vediamo alcune risposte che ristabilirebbero il quadro democratico. Allora, piuttosto che gridare al ritorno del fascismo in Italia, grida che mi paiono segno di non apprezzabili esagerazioni polemiche, ma soprattutto di grave ignoranza storica, ritengo preferibile segnalare e stigmatizzare con precisione alcune brutte violazioni dei principi democratici e le loro tracimazioni sulla vita delle persone.
Coloro che sono al governo, in primis, la Presidente del Consiglio, non possono essere obbligati a definirsi antifascisti, ma debbono rispettare la Costituzione che, oggettivamente, è antifascista. Al proposito, è imperativo esigere che il fascismo non sia mai messo sullo stesso piano dell’anti fascismo. Non ci sta. Quanto all’antifascismo, è giusto celebrarlo, magari cercando di ricordarne i sacrifici e valorizzarne i meriti, attualizzandoli, e senza inutili e controproducenti esagerazioni di retorica. Sono anni, forse decenni, che l’antifascismo, nelle modalità con le quali viene fatto rivivere, è un argomento logoro che risulta indifferente alla maggioranza degli italiani. Al tempo stesso, la grande maggioranza degli italiani non sa cosa farsene delle sceneggiate fasciste, ma, evidentemente, condivide alcune, forse molte, politiche conservatrici, anche di destra dura (non necessariamente pura) e le mentalità che le sorreggono. Non credo che l’attuale governo abbia una strategia accuratamente delineata di erosione dei diritti, ma in non pochi suoi esponenti si manifestano spesso pulsioni autoritarie, violente. Le si può e le si deve denunciare senza gridare al fascismo, ma facendo riferimento alla Costituzione italiana e a quanto, come Stato-membro dell’Unione Europea, l’Italia si è impegnata a rispettare.
Sull’attuale clima politico destrorso e sul contesto sociale non proprio favorevole alla libera competizione delle idee, non si può che intervenire puntualmente, continuativamente, pazientemente con le parole e con le opere, che significa anche senza sconti ai propri esponenti e sostenitori, in maniera assolutamente pedagogica. Le pietre debbono essere lanciate da chi è davvero senza peccato. Sulle violazioni dei diritti dei cittadini e delle cittadine bisogna essere intransigenti. Il richiamo non va fatto all’antifascismo, ma alla democrazia che il fascismo distrusse, l’antifascismo innestò nella Costituzione e i partiti hanno fatto crescere, per quanto non ancora abbastanza, nel secondo dopoguerra, nella prima lunga fase della Repubblica.
La libera espressione del pensiero e delle idee e la loro circolazione non debbono mai essere conculcate, ma neppure limitate, ad esempio, intimidendo i giornalisti. Un’opinione pubblica male informata e peggio manipolata non sarà disponibile a accettare, sorreggere e apprezzare il conflitto politico nelle modalità più ampie e più aperte possibile purché senza sopraffazione e senza violenza. I troppo zelanti censori del monologo di un importante scrittore italiano, Antonio Scurati, e gli offensivi commenti del Sen. Gasparri, già MSI, a Radio Anch’io (martedì ore 7.50), non vengono da Marte, ma interpretano i desiderata di qualcuno al governo e stanno cercando con qualche speranza di ingraziarseli. La presenza nei consultori di associazioni Pro-vita, di un feto che vita non è ancora, è stata decisa per rendere difficile e colpevolizzare la scelta delle donne che, esercitando un diritto loro riconosciuto dalla legge, intendono interrompere la gravidanza. Il controllo sul corpo e sulle scelte delle donne ha un indigeribile sapore autoritario. Respinta dal governo la critica europea a questo provvedimento, diventa ancora più comprensibile che cosa farebbe Giorgia Meloni se conquistasse voce in capitolo nella maggioranza che emergerà nel prossimo parlamento europeo. Non “tout se tient”, ma quel tanto che già vediamo non è accettabile.
pubblicato il 24 aprile2024 su Domani
Le due leader non facciano trucchi sull’UE @DomaniGiornale

Struggente l’attesa di sapere se le due donne più importanti nella politica italiana inganneranno l’elettorato e si candideranno ad una carica, europarlamentare, che, incompatibile, con le loro cariche di governo e di rappresentanza in Italia, non hanno nessuna intenzione di accettare. Appassionante il dibattito su quale sarebbe il loro personale valore aggiunto per i rispettivi partiti che entrambe spiegheranno con dovizia di particolari, lo sappiamo tutti, quando l’ennesima conduttrice di talk televisivo formulerà l’audace domanda: “perché mai la sua candidatura/elezione dovrebbe servire a promuovere le politiche europee che stanno (ci sono, vero?) nel programma del suo partito dato che lei non entrerà in quel Parlamento europeo?” No, questa non è “la politica, bellezza”. Nient’affatto. Di presa in giro, si tratta, di meschini calcoli di bottega che sviliscono la campagna elettorale e il senso italiano di stare nell’Unione Europea.
Da molti punti di vista le elezioni europee del 9 giugno si stanno caratterizzando come elezioni cruciali per l’Unione Europea. Non esiste nessun rischio di dissoluzione, ma non è difficile cogliere qualche concreto pericolo di stagnazione e retrocessione. Alcune domande “sorgono spontanee”. Possono essere formulate seguendo propositi e prospettive che hanno già circolato qualche tempo fa. Primo, allargare l’Unione ai non pochi paesi, sullo sfondo anche l’Ucraina, che hanno già fatto domanda di adesione e le cui credenziali hanno loro consentito l’accesso ai negoziati? Oppure, dilazionare, posticipare, mantenere lo status quo? Secondo, approfondire l’Unione con formule di vario tipo, soprattutto per pervenire ad una gestione più estesa e più ampiamente condivisa delle politiche economiche e fiscali e a costruire una autonoma politica di difesa? Oppure limitarsi a quello che c’è e che per alcuni governi sovranisti è già fin troppo? Accelerare l’integrazione in tutti i campi, sperimentando politiche a velocità diverse che spingerebbero a emulazioni virtuose anche attraverso il completo superamento delle votazioni all’ unanimità? Oppure rallentare fino a fermarsi a quello che c’è, l’acquis communautaire, che non pochi sovranisti desiderano contenere, limare, ridurre?
I Popolari europei hanno già acconsentito, seppure con dissensi numericamente non trascurabili, all’ambizione della loro Ursula von der Leyen di essere riconfermata Presidente della Commissione, scegliendola come candidata di punta, su cui puntare. Prontamente, Giorgia Meloni, chi sa se anche nella sua qualità di Presidente del Gruppo Conservatori e Riformisti Europei, è scesa in campo, dichiarando la sua disponibilità a votare von der Leyen per un secondo mandato. Poi, se mai i voti di Fratelli d’Italia e dei Conservatori e Riformisti risultassero decisivi, ne seguirà logicamente e politicamente, senza scandalo, più di un condizionamento sulle politiche della Commissione, dove si troverà un rappresentante di FdI, e sulla stessa Presidente.
Pure i Socialisti e i Democratici europei hanno già nominato il loro, non molto noto, candidato Presidente. Cinque anni fa, von der Leyen non era la candidata di punta dei Popolari. Sbucò dalla manica larga dell’allora molto potente Angela Merkel. Poiché una situazione non dissimile, di insoddisfazione/inadeguatezza delle candidature ufficiali potrebbe ripresentarsi, la richiesta da avanzare ai dirigenti dei partiti e ai candidati consiste nell’esprimere le loro preferenze relativamente a allargare, approfondire, accelerare e a disegnare l’identikit della Presidenza della Commissione maggiormente in grado di andare nella direzione scelta. Con una frase ad effetto, questo ci chiede l’Europa e questo serve a chi desidera un’Europa più vicina ai cittadini europei (almeno e specialmente a quelli che votano).
Pubblicato il 20 marzo 2024 su Domani
A volte ritornano… I “grandi” sostenitori delle riforme renziane ci riprovano. È solo un fumoso déjà vu
Torna il Gotha di coloro che appoggiarono le riforme costituzionali renziane e persero alla grande il referendum/plebiscito. Propongono a Giorgia uno scambio: lei abbandoni l’elezione popolare diretta del Premier e loro gli offrono/congegnano un sacco di belle robine di tipo “europeo”. Affastellano fiducia/sfiducia; nomina e revoca dei ministri; indizione delle elezioni, tutto déjà vu, ripetitivo e vago. Inaccettabile da Meloni, ma anche da chi pensa e sa che il problema delle democrazie parlamentari sta nella formazione e nel funzionamento delle coalizioni, non nel capo del governo.
Vittorio Sgarbi e dintorni. Il brutto affare delle cariche pubbliche e degli interessi privati @DomaniGiornale

Il liberalismo politico nasce per sostituire nelle decisioni di governo il potere delle risorse, in special modo economiche, con il potere del voto. Fu e rimane un obiettivo tanto ambizioso quanto difficile da conseguire, ma indispensabile per le democrazie e la loro qualità. Ci sono molti modi per fare politica in democrazia: per spirito di servizio e per passione, ma non è da sottovalutate l’ambizione. Ottenere e utilizzare le cariche politiche, di rappresentanza e ancor più di governo, per produrre miglioramenti nella società e nel sistema politico, avendo in ricompensa la rielezione, cariche più elevate, prestigio e riconoscimenti e, al punto più elevato, “entrare nella storia”. Gli ambiziosi che hanno queste motivazioni sono uomini e donne politiche delle quali i cittadini possono fidarsi. Preferiranno e perseguiranno interessi generali, pubblici anche se a scapito di loro eventuali interessi privati. Comunque, riterranno che loro interesse superiore non è l’arricchimento, ma il riconoscimento dell’operato al servizio del paese. L’affermarsi di queste persone in politica è la migliore garanzia della democrazia, non solo liberale, e al tempo stesso, uno degli esiti migliori del suo funzionamento.
In politica, nella politica democratica che è aperta a tutti, nei limiti delle loro capacità, desideri, obiettivi, entrano anche uomini e donne che mirano a proteggere e promuovere i loro interessi privati, le loro attività personali. Raramente, ma eccezionalmente, costoro sono i grandi ricchi. Infatti, sono loro che possono influenzare direttamente le decisioni e i decisori con il denaro e le loro reti di relazioni. Molto più spesso, invece, troviamo chi in qualche modo è riuscito a conquistare una carica elettiva e di governo per la sua popolarità, sull’onda dell’avversione per i politici di mestiere, esibendo qualche sua competenza specifica. Fino a che di sola rappresentanza si tratta, chi volesse perseguire suoi interessi personali dovrebbe convincere il suo partito e i relativi ministri e poi una maggioranza di parlamentari. Potremmo ritenere quell’interesse deleterio per il bene comune, ma se è stato premiato da procedure democratiche, trasparenza e votazioni, l’alternativa praticabile consiste nello sconfiggere la maggioranza in carica e costruire un governo diverso.
Potremmo anche criticare i partiti che reclutano parlamentari di quel tipo. Più grave è, in partenza, la situazione quando il reclutamento dei ministri, vice-ministri e sottosegretari viene effettuato senza tenere conto del potenziale conflitto d’interessi. Questo punto, ovvero che altri esponenti del governo Meloni si trovano in un conflitto d’interessi, è stato sostenuto dall’(”ex”?) Sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi. La sua denuncia, molto tardiva, che andrebbe, comunque, verificata, non serve a cancellare il suo personale conflitto di interessi accertato dall’Antitrust. Non è una buona linea difensiva quella che si basa sulla semplice constatazione che, con i suoi scritti, le sue consulenze, le sue inaugurazioni di mostre e musei, tutto rigorosamente a pagamento, il Sottosegretario sta semplicemente continuando la sua (lucrosa) attività professionale. Al contrario, è una cospicua aggravante. Sarebbe sufficiente sottolineare l’alta probabilità che le sue attività private sottraggano tempo al suo compito pubblico che, ovviamente, dovrebbe essere preminente, esclusivo.
Se conflitto d’interessi significa specificamente uso della carica pubblica per obiettivi privati, allora il conflitto esiste, verticalmente. Potrebbe, meglio avrebbe potuto essere evitato se il Sottosegretario avesse con una nobile dichiarazione preventiva, rinunciato alle sue numerose attività professionali, che invece ostenta, per tutta la durata del suo mandato. Data la sua popolarità è certo che le avrebbe sicuramente recuperate con gli interessi, in seguito. Che un conflitto fra la carica pubblica e le attività professionali esista anche per altri uomini e donne di governo in Italia spetta stabilirlo alle varie autorità preposte a questo controllo. Più di un segnale sparso suggerisce che nell’assegnare le cariche di governo probabilmente la Presidente del Consiglio non ha prestato sufficiente attenzione alla tematica del conflitto di interessi. È ora di porre rimedio a situazioni deprecabili, dannose per la funzionalità del governo e la qualità della democrazia.
Pubblicato il 7 febbraio 2024 su Domani
Le elezioni sono una cosa seria. I partiti puntino sul merito @DomaniGiornale

Condotto da più parti, dalla destra in maniera più agguerrita e diversificata, è in corso un attacco ad alcune regole formali e informali, ma anche sostanziali, che riguardano il funzionamento delle istituzioni e il modo di fare politica in democrazia. Il primo versante dell’attacco riguarda le candidature per le elezioni europee e, in misura minore, per le elezioni regionali. Qualsiasi discorso sulle candidature europee deve sempre cominciare sottolineando, ad avvertimento dei lettori e degli elettori, che esiste incompatibilità fra la carica di parlamentare europeo e quelle di parlamentari e governanti nazionali. Dunque, eletti ed elette dovranno optare per una delle cariche e se optassero per rimanere in Italia l’inganno perpetrato ai danni di chi le ha votate dovrebbe essere subito stigmatizzato. A maggior ragione quando la candidatura europea fosse utilizzata, non solo come test di popolarità, ma come modo per conquistare voti: la tentazione di Meloni. Suggerirei anche di non rivangare candidature europee passate di leader nazionali di vari partiti, poi ovviamente rimasti in Italia. Sono tutti pessimi esempi. L’uso strumentale delle elezioni europee non è destinato a rafforzare il ruolo dell’Italia, dei suoi europarlamentari e poi del suo Commissario proprio quando i prossimi cinque saranno densissimi di appuntamenti importanti e scelte decisive: riforma dei trattati e allargamento. Per l’appunto, il dibattito politico merita di centrarsi sulle posizioni e sulle proposte dei candidati e sulle loro competenze e capacità relative in special modo a quelle due grandi tematiche.
Anche nel caso delle elezioni regionali, è opportuno, nella misura del possibile, procedere alla valutazione delle prestazioni, il passato, e delle promesse/proposte delle (ri)candidature. Naturalmente, i Presidenti uscenti si presentano con un bilancio più facile da analizzare e da lodare/criticare delle proposte degli sfidanti. Già questa operazione di confronto sarebbe molto utile e offrirebbe agli elettori materiale in grado di consentire un voto meglio fondato e più consapevole. Invece, il discorso dei dirigenti di partito, soprattutto quelli facenti parte della coalizione di governo, sembra orientato verso due elementi. Primo, il riequilibrio che andrebbe a scapito della Lega e a favore di Fratelli d’Italia e, secondo, la ridefinizione del numero dei mandati consentibili.
Sul primo punto, la questione non può non essere affidata ai rapporti di forza, ma risulterebbe molto più convincente e meno particolaristica se, come sopra, fossero utilizzati criteri che privilegiano le capacità di governo che i candidati poi vittoriosi saprebbero mettere all’opera per migliorare la vita degli elettori tutti. Qui entra in campo il criterio del buongoverno che, secondo alcuni, dovrebbe essere anteposto e prevalere sulla regola dei due mandati. Inevitabilmente, il dibattito si sposta sui nomi. In ballo non sembra essere Stefano Bonaccini, il Presidente della Regione Emilia- Romagna, in scadenza, forse pronto ad un fecondo passaggio al Parlamento europeo, quanto Luca Zaia, Presidente della Regione Veneto. La Lega non vuole rinunciare a quella Presidenza. Chiede quindi la possibilità di un terzo mandato per Luca Zaia con la motivazione che ha molto ben governato e che sarebbe un danno per i veneti se fosse costretto a lasciare. In subordine, ma difficile dire quanto, Zaia “rischia” di diventare uno sfidanti di Salvini per la guida della Lega.
La regola del due mandati per le cariche di sindaco e di Presidente di regione (a futura memoria anche per i capi dell’esecutivo nazionale, se eletti direttamente dal “popolo”) mira ad impedire incrostazioni di potere, al formarsi di reti di sostegno intorno all’eletto che lo favoriscano, ma anche che siano in grado di condizionarlo. Del terzo mandato (poi anche del quarto…) se ne potrebbe discutere, ma non in corso d’opera. Come e più che per le elezioni europee, adesso appare preferibile discutere dei contenuti e rimandare la riforma delle regole a bocce ferme. Meno opportunismo più rispetto delle regole vigenti producono una politica migliore.
Pubblicato il 17 gennaio 2024 su Domani