Parla Gianfranco Pasquino: “La lezione del Sud è che il campo si allarga se la coalizione è fatta bene”
In provincia di Bolzano avanza l’estrema destra. Crolla la Lega che viene doppiata da Fratelli d’Italia. Nella provincia autonoma di Trento i meloniani moltiplicano per dieci i voti di cinque anni fa, anche se calano rispetto alle politiche, e diventano il secondo partito della coalizione. A Foggia vince il campo largo con la candidata del M5S, Maria Aida Episcopo. Ne abbiamo parlato con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna.
Professore come si deve inquadrare la vittoria di Foggia. È un caso isolato o il segnale che quando le opposizioni sono unite un’alternativa alla destra c’è? “L’elemento locale conta moltissimo. Il fatto che Giuseppe Conte (leader del M5S, ndr) sia esattamente di quella zona ha una certa importanza. Però è ovvio che se l’opposizione riesce a mettersi assieme in maniera non conflittuale e senza rivendicare successi in anticipo ha possibilità di vincere. Dunque è un fatto locale da un lato, ma dall’altro anche una lezione di tipo nazionale. La politica consiste nella capacità di fare delle coalizioni stabili e che abbiano obiettivi condivisi. Questo è quello che bisogna fare. Il campo si allarga se la coalizione è fatta bene”.
Come si stanno comportando il Pd e il M5S nell’opposizione alle destre? “Non stanno dando il peggio di sé ma non stanno neanche dando nessun segnale particolarmente originale e innovativo. Non hanno cioè la capacità di trovare i punti sui quali fare leva. Uno l’hanno trovato ed è il salario minimo e secondo me su quello devono continuare a insistere. Poi devono trovarne altri con una proposta. Il salario minimo ha il vantaggio di essere una proposta con una soluzione. Se ci si limita a dire che bisogna cambiare la sanità non basta, bisogna che dicano in che modo. Lo stesso sull’immigrazione. Giusto fare l’opposizione su punti specifici però servono proposte che siano effettivamente alternative. Bisogna sapere. in poche parole, unire la critica alla proposta e alla soluzione”.
Come giudica invece il risultato per il centrodestra da queste ultime elezioni? “Il centrodestra rivela che continua a essere la maggioranza di questo Paese, di quelli che vanno a votare. E la parte che va più avanti è quella di Giorgia Meloni, perché FdI è un partito sul territorio e, in particolare, a Bolzano e a Trento vicino a una parte di elettorato di destra. E poi perché è il partito della presidente del Consiglio e quindi ha maggiore visibilità. Matteo Salvini (leader della Lega, ndr) fa sparate quotidiane ma non ha una linea politica. È semplicemente ondeggiante e questo non può sperare che produca voti”.
Si può dire che la vicenda umana di Meloni abbia finito per rafforzarla? “Si può anche dirlo ma non abbiamo molti elementi per farlo. Certamente un elemento di simpatia di una parte di elettorato magari più emotivo può esserci stato. Lei ha preso una decisione brusca e brutale che sicuramente non l’ha indebolita”.
In occasione della festa di compleanno del suo governo, Meloni ha sostenuto che contro di lei ci sono state meschinità mai viste. Con chi ce l’aveva? “Non lo so. Sicuramente c’è una parte di commentatori politici che ha posizioni pregiudiziali contro di lei. Alcune donne in particolare. Meloni invece è una donna politicamente molto intelligente e anche capace, molti la criticano anche per quello. Certe volte però, bisogna anche dire, che Meloni esagera a fare un po’ di vittimismo: dovrebbe rimanere dura e pura”.
Nel fuori onda sul suo ex compagno reso pubblico da una rete Mediaset vi legge una sorta di ritorsione della famiglia Berlusconi e di Forza Italia? “Sono incline a non pensare a piccole vendette e ritorsioni. Anche se ci sono elementi di personalismo. Meloni che, secondo i berlusconiani. è stata creata da Silvio Berlusconi, tesi peraltro sbagliata, non è stata sufficientemente generosa e rispettosa nei confronti di Berlusconi. Capisco il risentimento. Però penso che non sia ricambiato in maniera così stupida dai berlusconiani e dalla famiglia”.
C’era un conflitto di interessi che ha finito per schiacciare la premier considerando che il suo compagno si occupava anche di politica? “Le parentele non mi piacciono, bisognerebbe guardarsene. Poi mi ricordo però che Hillary Clinton era la moglie del presidente degli Usa, Bill Clinton. In questo caso se fossi stato Giorgia Meloni gli avrei detto al mio compagno di continuare a lavorare a Mediaset ma di non andare in video come Nunzia De Girolamo non doveva invitare il marito Francesco Boccia nella sua trasmissione”.
Quanto è successo svela una contraddizione in termini tra i proclami su Dio, patria e famiglia di Meloni e la sua vita privata? “Quando si entra in politica lo spazio della vita privata è automaticamente ridotto. Una certa incongruenza c’è. Non può ergersi a tutrice dei valori tradizionali e poi non osservarli nella sua vita privata. Ma questo lo devono e possono valutare solo i suoi elettori”.
Che bilancio fa del primo anno di governo Meloni? “La promessa del cambiamento non è stata totalmente recepita. Il governo ha in qualche modo galleggiato e cerca di attribuire questo galleggiamento ai governi precedenti e questo forse in parte può essere vero. Ma è un governo a cui do un 6 meno. Non vedo la prospettiva di fondo. Alcune cose non mi piacciono che sono quelle che riguardano i valori complessivi. Non mi piace l’atteggiamento nei confronti della magistratura e quello punitivo verso i migranti. È un governo che ha fatto meno male di quello che la sinistra temeva ma anche meno bene di quello che forse i suoi stessi elettori vorrebbero”.
Democrazia è una sana e virtuosa combinazione di pluralismo, a cominciare dalle associazioni e dai partiti, e di istituzioni autonome e separate. In democrazia, con buona pace di Giorgia Meloni e dei suoi trafelati corifei, nessuna istituzione è dominante, neppure un “governo democraticamente eletto”. La pratica politica democratica è anche che le istituzioni operano una sull’altra come freni e contrappesi, checks and balances. Pensare e affermare diversamente è manifestazione di ignoranza e di pulsioni autoritarie.
No, non è un fantasma che si aggira per l’Italia. Sono gli indizi della sindrome populista che finora sostanzialmente, ma non del tutto, contenuti fanno la loro comparsa nelle dichiarazioni e nei comportamenti della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Le conferenze stampa senza domande e senza contraddittori(o) piacciono a molti capi di governo, ma le querele alle critiche provenienti dai giornali vanno un passo più in là. Intendono anche essere minacciosi avvertimenti a coloro che ritengono giustamente che l’opinione pubblica debba ricevere il massimo di informazione e di controinformazione. Questa è ancora più vero e più utile nella fase in cui sono molti i soggetti, interni ed esterni, produttori di fake news e impegnati in manipolazioni più o meno sottili che mirano a ridimensionare fortemente la libertà di stampa. Peggio quando al ridimensionamento contribuiscono anche i giornalisti stessi, quelli inadeguati e impreparati, ma anche quelli ambiziosi che corrono in soccorso del regime.
Il livello sale e la sindrome diventa più visibile quando il conflitto riguarda le istituzioni e contrappone, si potrebbe dire che è quasi un classico, il governo alla magistratura. Scontri di questo tipo si manifestano dappertutto. Le differenze consistono nei toni e nei modi, nella reazione dei governanti. Avevamo da tempo imparato insieme al contadino tedesco cui il re aveva confiscato la terra che già in quei tempi lontani c’era un giudice a Berlino. Adesso sappiamo anche che esiste una giudice a Catania che pensa che la Costituzione non possa essere ignorata e violata da decreti del governo e che ritiene che persino le norme europee meritino di essere rispettate. La dinamica di una interazione democratica consente ricorsi del Ministro responsabile e contempla anche la possibilità di errori individuati e sanati dando ragione al ricorrente. Quello che la dinamica democratica non contempla, ma quella populista contiene e esprime, è che la sentenza di un magistrato venga accusata di attacco al “governo democraticamente eletto”, in sostanza di sovversione della sovranità popolare.
In primo luogo, giova ripeterlo, nessun governo è democraticamente “eletto”. Costituzionalmente, è democraticamente insediato quando e fintantoché gode della fiducia, espressa o implicita, del Parlamento. Tutti i governi debbono operare secondo le leggi vigenti, a cominciare dalla Costituzione, le cui disposizioni è responsabilità della magistratura interpretare con motivazioni scritte. Tipicamente, i populisti credono che chi vince le elezioni ha conquistato il potere, tutto. Il liberalismo, di cui troppi commentatori si riempiono la bocca, si basa anche sulla separazione delle istituzioni e su spazi di autonomia, da proteggere con freni e contrappesi, e valorizzare per ciascuna di loro. Anche ieri Giorgia Meloni ha voluto ribadire che è necessario rendere il governo italiano più stabile affinché sia più forte. Qualcuno vorrebbe una democrazia “decidente”, aggettivo assolutamente improprio che nella teoria democratica non fa praticamente mai capolino.
Meloni ha iniziato la sua battaglia costituzionale introducendo un uomo di paglia: il governo tecnico da aborrire. Senza dimenticare che alcuni, non pochi, “tecnici” già occupano cariche ministeriali importanti nel suo governo, è lecito ipotizzare che il pericolo della comparsa di un governo tecnico sostenuto dai poteri forti (tutta la batteria populista trova il suo sfogo) venga sollevato proprio per puntellare la sua riforma costituzionale, ancora non precisata, ma con alcuni tratti genuinamente populisti: la donna sola al comando in controllo del Parlamento, del suo funzionamento e del suo scioglimento. Quanti indizi sono sufficienti per fare una prova?
Il professore critica l’atteggiamento della segretaria del Pd e del leader del M5S: “Sono entrati in uno stallo dal quale è difficile uscire, perché servirebbe una fantasia che non hanno”. Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’università di Bologna, commenta i recenti screzi tra Pd e M5S e spiega che «nessuno si sta impegnando affinché gli elettorati dei due partiti capiscano che o si mettono insieme o resteranno all’opposizione per i prossimi dieci anni».
Professor Pasquino, Calenda lamenta la fine del dialogo con Pd e M5S sulla sanità, dopo le convergenze sul salario minimo: l’opposizione riuscirà a trovare altre punti d’incontro?
Da quello che vedo mi pare che né Schlein né Conte né gli altri, tra cui Calenda, abbiano una strategia. Operano giorno per giorno reagendo in maniera non particolarmente brillante a quello che fa il governo. La battaglia sul salario minimo è stata una cosa buona, visto che sono giunti a una specie di accordo di fondo ponendo il tema sull’agenda governativa, ma poi non si è visto altro.
Pensa che sia una questione di posizionamento in vista delle Europee?
C’è sicuramente competizione tra i partiti, ma è anche vero che i loro elettorati sono diversi e nessuno si sta impegnando affinché quegli elettorati capiscano che o ci si mette insieme o si è destinati, come dice la presidente Meloni, a restare all’opposizione per i prossimi dieci anni.
Come finirà la partita sul salario minimo?
Il Cnel farà una proposta che assomiglia a quella che ha ricevuto, con alcune variazioni. Giorgia Meloni la accetterà cambiando alcune cose ma rimanendo nel solco del salario minimo e dicendo che la sua è una proposta migliorativa rispetto a quella delle opposizioni. Non si chiamerà salario minimo, ma la presidente del Consiglio se lo intesterà.
Non pensa che, soprattutto tra Pd e M5S, ci siano terreni sui quali giocare le stesse partite?
Il punto è che non vedo le modalità con le quali possano convergere. Sono entrati in uno stallo dal quale è difficile uscire, perché servirebbe una fantasia che non hanno. Una volta contatisi alle Europee vedremo cosa succederà, ma anche lì non mi aspetto sorprese. L’unica potrebbe essere lo sfondamento del Pd attorno al 25 per cento, che mi auguro, o un declino del M5S. Ma quest’ultimo evento non sarebbe positivo perché la diminuzione dei voti farebbe aumentare la radicalità di quel partito, allontanando ancora di più le possibilità di un’alleanza con i dem.
A proposito di dem, crede che Schlein abbia impresso quella svolta al partito che tanto predicava o gli apparati del Nazareno impediscono qualsiasi tentativo di rivoluzione?
Gli apparati non sono sufficientemente forti da impedire nulla, ma ho l’impressione che l’input di leadership che arriva da Schlein non sia adeguato. Non si è ancora impadronita della macchina del partito e questo segnala un elemento di debolezza che ha poco a che vedere con le politiche che propone. Sono le modalità con le quali le propone a essere sbagliate. Insomma vedo molto movimento e non abbastanza consolidamento.
Uno che si muove molto è Dario Franceschini, che sta dando vita a una nuova corrente di sostegno alla segretaria: servirà?
Non mi intendo abbastanza di queste cose perché ho sempre detestato le correnti. Detto ciò, il punto fondamentale è che sostenere la segretaria è utile al partito, contrastarla fa male a tutti. Fare un correntone contro la segretaria è sbagliato, ma lo è anche fare una correntina a favore della leader. Se le correnti agissero sul territorio per accogliere nuovi elettori sarebbe positivo, ma devo dire che vedo poco movimento sul territorio.
Beh, le feste dell’Unità non sono certo quelle di una volta…
Per forza, continuano con la pratica di invitare sempre gli stessi senza cercare qualcosa di nuovo e creare così un dibattito vero che catturi l’attenzione della stampa.
Un tema di cui si dibatte molto è l’immigrazione: pensa che su questo Pd e M5S possano trovare una strategia comune di contrasto alle politiche del governo, che proprio su di esse fonda parte del suo consenso?
Il tema è intrattabile. Non so se il governo raccoglie consensi con le strategie sull’immigrazione ma di certo non sta risolvendo il problema. È intrattabile perché nessuno ha una strategia e tutti, maggioranza e opposizione, pensano che sia un’emergenza congiunturale quando invece è strutturale. Per i prossimi venti o trent’anni uomini, donne e bambini arriveranno in Europa dall’Africa e dall’Asia perché non hanno possibilità di mangiare o perché scappano da regimi autoritari. L’unica cosa da fare è agire in Europa senza contrastare le visioni altrui e andando in una direzione di visioni condivise e obiettivi comuni. E su questo il governo mi pare carente.
In Slovacchia ha vinto le elezioni Robert Fico, iscritto al Pse ma pronto ad allearsi con l’ultradestra e smettere di inviare armi a Kyiv. È un problema per la sinistra europea?
Sono rimasto stupito dall’incapacità dei Socialisti europei di trattare con i sedicenti socialdemocratici di Fico. La sua espulsione doveva avvenire già tempo fa. Mi pare che siano 4 gli europarlamentari del suo partito e dovevano essere cacciati. Perché non si può stare nel Pse se non si condividono i valori del partito, e Fico non li condivide. Valeva la stessa cosa per il Ppe con Orbán, e questo potrebbe far perdere voti agli uni e agli altri.
In caso di crollo di Popolari e Socialisti ci sarà spazio per maggioranze diverse a Bruxelles?
Meloni dice che è in grado di portare sufficienti seggi a Strasburgo per far sì che ci sia un’alleanza tra Popolari, Conservatori e Liberali e quindi fare a meno dei Socialisti. Io non credo che questi numeri ci saranno, a meno che non siano i voti degli stessi Popolari a spostarsi verso i Conservatori. È più facile pensare che ci sarà continuità nelle alleanze, dopodiché vedremo chi siederà al vertice dell’Ue. Ma è ancora presto per parlarne.
Eppure Salvini scalpita e tira per la giacchetta Tajani tutti i giorni sognando il “centrodestra europeo”. Ci sono possibilità?
Le destre son quelle che sono e non credo che l’Europa possa permettersi di accettare Salvini e Le Pen all’interno della maggioranza che governerà nei prossimi cinque anni.
Qualcuno ha scritto che l’Europa è il nostro destino. Altri sostengono che l’Europa è un sogno, un’utopia magari in the making, in corso d’opera. Personalmente, sto con Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni e leggo nel Manifesto di Ventotene un progetto politico. Quanto l’attuale Unione Europea costituisca la realizzazione di quel progetto può certamente essere oggetto di discussione. Facile è sostenere che Spinelli, esigente e intransigente, avrebbe molto da criticare. Tuttavia, non vorrebbe affatto tornare indietro. Si impegnerebbe per indicare come andare avanti, come approfondire e accelerare il processo di unificazione in senso federale, non come rallentarlo e deviarlo secondo mal congegnate ricette sovraniste.
Ascolteremo oggi quale visione propone la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e quale ambizione la guida. Qualcosa, anzi, molto possiamo già dire sul pernicioso impasto di arroganza, ignoranza e provincialismo di cui sono diversamente portatori dirigenti e esponenti di Fratelli d’Italia e Lega. L’arroganza, formulata come una variante del motto trumpiano, si manifesta all’insegna dell’obiettivo Make Italy Great Again, come se l’Italia da sola fosse in grado di dettare i destini dell’Europa e non, invece, avesse assoluto bisogno di Europa a cominciare dagli ingenti fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. In una (in)certa misura l’arroganza della leader del governo di centro-destra si esprime anche nel perseguimento, pure legittimo, dell’obiettivo di conquistare una maggioranza che includa i Conservatori e Riformisti a scapito dei Democratici e Socialisti.
L’ignoranza si è espressa al suo punto, finora, più elevato nella critica al Commissario Paolo Gentiloni e nella richiesta che “giochi” indossando la maglia della sua nazionale. Signorilmente, Gentiloni non ha replicato, ma qualcuno ha ricordato il principio che presiede alle attività della Commissione e le informa: “i membri della Commissione non sollecitano né accettano istruzioni da alcun governo, istituzione, organo o organismo”. Per intenderci meglio, tutti i commissari sono tenuti a spogliarsi della maglia della loro nazionale e a indossare la maglia europea con la quale operare nella convinzione, aggiungo, che il conseguimento degli obiettivi gioverà all’Unione e si estenderà agli Stati membri. Naturalmente, il come e il quanto di questa estensione positiva dipendono anche dalle capacità dei governanti nazionali di tradurne l’attuazione sapendo costruire coalizioni con altri Stati-membri. Qui si inserisce il provincialismo dei governanti del centro-destra italiano.
Vanno alla ricerca dei partiti loro affini, lo spagnolo Vox, il Rassemblement National della francese Marine Le Pen, il partito dell’ungherese Orbán, Giustizia e Libertà dei governanti polacchi invece di costruire consenso sulle tematiche che più interessano e riguardano l’Italia. Non tengono neanche conto della contraddizione, già denunciata e spesso visibile che, nella misura in cui vogliono fare grande il loro paese, i sovranisti riescono a trovare accordi non su cosa fare, ma su cosa respingere. La linea politica divisoria futura, sta scritto nel Manifesto di Ventotene, non passerà più fra destra e sinistra, ma fra, da un lato, gli europeisti e, dall’altro, coloro che si esprimono e agiscono contro l’unificazione politica federale dell’Europa. La campagna, già iniziata, per l’elezione del Parlamento europeo, richiede che le espressioni di, talvolta sguaiato, sovranismo vengano contrastate da un europeismo convinto ancorché non acritico. Dall’Europa che c’è partiamo per andare avanti. Gli egoismi nazionali portano a guerre di ogni tipo, commerciali e culturali incluse. L’Unione Europea è nel solco della federazione kantiana fra “repubbliche”. Gli europeisti debbono agire per portare a compimento il progetto politico democratico di generazioni di europei.
Nel programma elettorale di Fratelli d’Italia si trova la proposta del presidenzialismo. Poi, talvolta, Giorgia Meloni si è espressa senza precisione a favore del molto diverso semipresidenzialismo francese. Adesso sembra che il Ministro per le Riforme Istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati abbia pronta una bozza che configura una forma finora ignota di Premierato. L’unico elemento che accomuna presidenzialismo, semipresidenzialismo e premierato all’italiana è l’elezione popolare diretta del capo dell’Esecutivo (nel premierato il Primo ministro) che implica la trasformazione della forma italiana di governo dal parlamentarismo ad un generico presidenzialismo.
Non ho abbastanza informazioni per discutere la bozza Casellati. Mi propongo di farlo a suo tempo. Tuttavia, non poche indiscrezioni suggeriscono che a suo fondamento sta il disegno di legge di revisione costituzionale intitolato “Disposizioni per l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri”, primo firmatario Renzi. Un inedito “presidenzialismo” ne sarebbe l’esito concreto. I firmatari preferiscono sostenere che si propongono il passaggio dalla democrazia rappresentativa ad una non meglio definita democrazia decidente. Questa aggettivazione, sostanzialmente assente nella discussione e nelle analisi delle democrazie realmente esistenti, fu ampiamente propagandata, fra gli altri dall’ex-presidente della Camera dei deputati Luciano Violante, dai sostenitori del referendum costituzionale del 2016 poi sonoramente bocciato dagli elettori.
Per definire la sua proposta costituzionale in numerose occasioni, per lo più senza essere contrastato e corretto, Renzi ha fatto ricorso alla nient’affatto originale espressione Sindaco d’Italia, inventata più di dieci anni fa da Mario Segni e mai precisata. Non approfondisco il problema, che dovrebbe immediatamente apparire evidente, della differenza enorme fra governare un comune e governare una nazione (sic). Non faccio neppure riferimento al fatto che, utilizzata tre volte in Israele, l’elezione popolare diretta del Primo ministro è stata poi abbandonata (Emanuele Ottolenghi, Israele: un premierato fallito, in G. Pasquino, a cura di, Capi di governo, Bologna, il Mulino, 2005, pp. 155-181). Mi limito, invece, a analizzare il disegno di legge Renzi et al. nelle sue carenze e nelle sue implicazioni. Della carenza più flagrante i proponenti sono consapevoli e lo dichiarano. Nel disegno di legge dedicato all’elezione del capo dell’esecutivo manca qualsiasi indicazione concernente, non dirò la legge elettorale (meno che mai l’improponibile semi-incostituzionale Italicum), ma il meccanismo con il quale quel capo sarà eletto. Peraltro, se all’origine stanno le modalità con le quali vengono eletti i sindaci dei comuni al di sopra dei 15 mila abitanti, quella legge la conosciamo: vince al primo turno il candidato/a che ottiene il 50 per cento più uno dei voti espressi altrimenti passano al ballottaggio le due candidature più votate. Importante è ricordare che i vincenti hanno diritto al 60 per cento dei seggi nel consiglio comunale. Si pone qui il problema dell’attribuzione di questo premio di maggioranza in una situazione di Parlamento bicamerale. Dal testo del disegno di legge sembra potersi dedurre che l’elezione del Presidente del Consiglio, pur contestuale a quella delle Camere, sarà separata, immagino su una scheda apposita sulla quale con ogni probabilità dovranno apparire i simboli dei partiti che lo sostengono.
L’eletto/a nominerà i ministri e avrà il potere di revocarli. Potrà essere sfiduciato dalle Camere. In caso di “dimissioni, morte o impedimento permanente”, il Presidente della Repubblica “scioglie le Camere”. In maniera data sostanzialmente per scontata (as a matter of fact direbbero gli anglosassoni), vengono colpiti i due più importanti poteri costituzionali del Presidente della Repubblica italiana: la nomina del Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, dei ministri (art. 92) e lo scioglimento (oppure no) del Parlamento (art. 88). Nelle circostanze sopra elencate sarà obbligo costituzionale del Presidente sciogliere il parlamento. Perderà qualsiasi discrezionalità e qualsiasi ruolo configurabile nell’ambito dei “freni e contrappesi” di cui una democrazia liberal-costituzionale ha assoluta necessità e sui quali poggiano la sua democraticità e la sua flessibilità.
In attesa di conoscere i cruciali meccanismi con il quale il capo del governo sarà eletto/a, due rilievi fortemente critici sono già formulabili. Il primo attiene alla rigidità del modello previsto contro la flessibilità delle forme di governo parlamentare che consente loro di affrontare situazioni politicamente, socialmente, economicamente emergenziali. Il secondo è che il modello non garantisce affatto né decisionalità né governabilità, entrambe, affermerebbe il grande politologo Giovanni Sartori, derivanti più dalle qualità del personale politico che da scelte e strumenti istituzionali, ma soprattutto comporta il rischio dello stallo, dell’immobilismo. Per evitare lo scioglimento automatico, Presidente del Consiglio, parlamentari e partiti cercheranno regolarmente il minimo comun denominatore o il “nessun” comune denominatore, preferendo l’indecisione allo scioglimento. Dominus, però, sarà sempre il Presidente del Consiglio che avrà la possibilità di scegliere il momento migliore per lui e per il suo partito nel quale (ri)chiamare alle urne l’elettorato. Concludendo, nei termini nei quali è descritta nel ddl Renzi et al. l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri implica tre conseguenze a mio parere molto negative. Primo, sterilizza il Presidente della Repubblica strappandogli qualsiasi possibilità di essere e agire come “freno e contrappeso” al Presidente del Consiglio. Secondo, esalta in misura non valutabile il Presidente del Consiglio e il suo potere sulla sua stessa maggioranza e sul Parlamento. Terzo, irrigidisce la forma di governo in maniera esagerata e probabilmente controproducente. Rigidità e manipolazione vanno di pari passo e non comporterebbero in nessun modo un miglior funzionamento del sistema politico e della democrazia. Se la bozza Casellati si muove secondo le direttive renziane parte molto male.
La Finanziaria è sempre un banco di prova, per qualsiasi governo e governanti, per i partiti della coalizione, per l’opposizione(i). Non basta cercare di cavarsela con qualche aggettivo preoccupato, come quelli, ad esempio, “complicato”, giustamente usati dal preoccupatissimo Ministro dell’Economia Giorgetti. I soldi sono pochi? Lo dicono sempre (quasi) tutti. Ecco, allora, venuto il tempo delle scelte, quello che piace a Giorgia Meloni che potrà/potrebbe lasciare il segno del paese che vuole. Opportuno è che cominci subito. Si è visto chi vuole colpire, a cominciare dai percettori del reddito di cittadinanza e dai banchieri, categoria mai amata. Meno, molto meno si sta vedendo l’idea del paese che vorrebbe. Certamente, consentire ad alcune categorie relativamente piccole, assolutamente corporative, come i balneari e i tassisti, di continuare a sfruttare i loro privilegi, le loro rendite di posizione, non è il migliore dei segnali per un paese che voglia mettersi a correre. Non si vedono le grandi direttrici, una delle quali dovrebbe sicuramente essere la sanità, l’altra quasi altrettanto sicuramente, il complesso sistema dell’istruzione. Riforme profonde in entrambi i casi richiedono tempi lunghi, che è proprio la ragione per la quale sarebbe imperativo cominciare qui e subito.
Gli alleati della Meloni, non sembrano avere un loro progetto di finanziaria, vale a dire una visione centrata su elementi originali e innovativi che caratterizzino il tipo di rappresentanza politica che esprimono e al quale mirano. Comme d’habitude, Salvini, protettore dei balneari e oppositore di qualsiasi intervento che alzi l’età pensionabile, è costantemente alla ricerca di una tematica che gli dia visibilità e accesso a qualche categoria particolaristica. Oggi, in questo, sembra psicologicamente frenato da Giorgetti che non apprezzerebbe. Per voce di Tajani, Forza Italia sottolinea la necessità di un diverso prelievo dalle banche, ma non riesce a evidenziare altre tematiche che siano qualificanti e dirompenti. Ne sapremo di più quando il documento sarà disponibile e leggibile anche nei particolari nei quali, insieme al già noto diavolo, si incuneano le lobby e gli amici degli amici, forti in ricatti imprecisabili, qualche volta anche portatori di voti a qualche parlamentare accuratamente (auto)selezionato.
Al proposito, il problema italiano di fondo è la frammentazione/segmentazione, tutt’altro che solo geografica, della società italiana che si trasferisce nei partiti e nelle loro correnti, meno sembrerebbe in Fratelli d’Italia. Per le opposizioni l’attuale è la fase dello stare a guardare e cercare i punti deboli del documento che verrà. Da Filippo Cavazzuti, professore di Scienza delle Finanze e senatore della Sinistra Indipendente, credo di avere imparato due cose. La prima è la più difficile. L’opposizione, almeno quella che si ritiene più rappresentativa e più preparata, dovrebbe concentrare i suoi sforzi, certamente ambiziosissimi, nella preparazione di un contro documento contenente almeno le linee portanti di una Finanziaria alternativa. La seconda è meno difficile, ma richiede disciplina, autocontrollo, coordinamento. Rinunciare a quella che Cavazzuti criticava come la “cultura dell’emendamento”, vale a dire la presentazione di una miriade di emendamenti particolaristici, di bandiera, omaggi, improbabilmente coronati da successo, a associazioni di riferimento dei più vari tipi: sociali, culturali, professionali. Anche se fra loro non d’accordo su alcuni aspetti, le opposizioni dovrebbero, sulla falsariga del reddito minimo, concentrarsi sulla stesura di non più di tre o quattro grandi emendamenti sulle tematiche più significative per comunicare agli elettori dove stanno e cosa farebbero una volta al governo. Al momento, non vedo nulla di questo.
Un governo buono incontra le opposizioni che, unite, stimolano e sfidano l’esecutivo. Ecco cosa insegna il dialogo che si è aperto sul salario minimo, in cui è stato chiamato in causa il Cnel guidato da Renato Brunetta. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica. Recentemente ha pubblicato “Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serve” (UTET 2023)
C’è del merito nel confronto fra Giorgia Meloni e le opposizioni sul salario minimo e c’è anche del metodo. Non sufficientemente sottolineato, il merito, vale a dire, stabilire per legge che tutti coloro che (circa 4 milioni di persone) svolgono un lavoro dipendente debbono ricevere come minimo 9 euro l’ora è molto importante. Non significa affatto che nella contrattazione collettiva i sindacati non potranno chiedere di più né, meno che mai, coloro che già ottengono di più verranno retrocessi. Certo, 9 euro l’ora non è quel salario ricco che chiede Tajani sventolando il cedolino (ricco) della sua indennità, ma porrebbe i lavoratori italiani più vicini ai lavoratori di 22 su 27 Stati membri dell’Unione Europea. Sul punto mi affido alla creatività del CNEL e del suo presidente Renato Brunetta che ricordo apprezzato docente di Diritto del Lavoro. Sarà utile operare nei dintorni e nei contorni del salario minimo senza perdere di vista il bersaglio rosso: migliorare le condizionidi vita di milioni di persone e delle loro famiglie.
La qualità del metodo è sbucata imprevista e imprevedibile dalla esigenza di Giorgia Meloni di uscire dall’angolo nel quale alcuni suoi troppo zelanti collaboratori l’avevano cacciata con i loro intransigenti mal motivati “no” al salario minimo (“e perché? Perché no”). La premier ha deciso di andare a vedere meglio le carte delle opposizioni e ha scoperto che c’è qualcuno che carte non ne ha e pensa che lo si nota di più se non lo si vede. Ma ha anche scoperto una inaspettata “granitica” (aggettivo di antico sapore) convergenza, quasi una coesione, fra gli oppositi politico-parlamentari con il sostegno perfino della CGIL (agli altri sindacati, soprattutto alla CISL, si deve chiedere il perché della loro assenza).
La convergenza si è manifestata nel disegno di legge presentato dalle opposizioni senza che nessuno procedesse ad una presa di distanza per piantare le sue bandierine. La convergenza “senza se senza ma” delle opposizioni non è venuta meno neanche nella fase successiva. Delusione solo parziale per avere tecnicamente ottenuto poco: un rinvio e un transfert al CNEL il cui parere servirò anche a Giorgia Meloni per ammorbidire e fare ragionare i suoi di fronte a dati inoppugnabili. Lungi da me parlare della necessità di una “cabina di regia” delle opposizioni affinché “stiano sul pezzo”. Però, forse, molti hanno imparato che su buone precise proposte condivise (la pratica dell’obiettivo) si può fare molto strada insieme. Che lo schieramento governativo ha qualche crepa e non poche differenze d’opinione e di preparazione. Che solo uno schieramento alternativo che si mostri convinto delle sue proposte riesce a diventare convincente. Che anche se non si vince subito e mai tutto l’incontro è quasi sempre preferibile allo scontro. Il resto è massimalismo, non meno nocivo quando lo praticano i governanti, ma improduttivo se esercitato saccentemente dalle opposizioni. Il resto a settembre, ma con la consapevolezza che in democrazia esiste costantemente la possibilità di imparare
Giorgia Meloni non ha appoggiato il cavallo sbagliato. Fin dal suo truculento comizio :”Yo soy Giorgia”, Vox è il suo cavallo preferito. Con coerenza vi ha puntato molto, ma ha perso. Ieri in Spagna, domani in Polonia: in democrazia si vota regolarmente. Gli elettori capiscono quale è la posta in gioco e, pur talvolta sbagliando le loro valutazioni, sanno cosa vogliono e scelgono il partito/leader che promette in maniera più credibile. Gli elettori spagnoli hanno preferito i Popolari a Vox e li hanno premiati forse per l’annuncio che non avrebbero governato con Vox anche perchè sanno quanto importante è l’Unione Europea per il benessere del loro paese. Il segnale è chiarissimo.
La linea dirimente nelle elezioni del prossimo Parlamento europeo, giugno 2024, passa proprio là dove i Popolari vengono sfidati dai sovranisti della destra estrema. Dalla tenuta dei Popolari e dalla sconfitta degli estremisti del sovranismo politico, nazionale (patriottico?), culturale dipende il futuro dell’Unione Europea. Meloni ha ingaggiato una battaglia “europea” a tutto campo, mirando ad aggregare anche Orbàn e Mazowiecki, perchè è consapevole che il successo tanto delle sue politiche sovraniste quanto delle sue politiche identitarie dipenderanno dalla distribuzione del potere politico nel prossimo Parlamento europee e, di conseguenza, dalla composizione della prossima Commissione europea. Incidentalmente, non sono (ancora) convinto che per tenere “agganciati” i Popolari si debba fin d’ora prospettare la continuità di Ursula von der Leyen. Secondo gruppo dell’attuale parlamento europeo, i Socialisti e Democratici sembrano combattere di rimessa. A me pare, invece, che la strategia che ha pagato è stata quella del socialista Pedro Sanchez: riforme, anche identitarie, in patria (!) e sicuro aggancio con l’Unione Europea, lui stesso attualmente Presidente di turno nel semestre europeo. Non so dalla tribuna di quale partito affiliato Elly Schlein dovrebbe esprimere in maniera profilata e affilata le sue preferenze politiche e posizioni europeiste. Sono convinto, però, che il Partito Democratico dovrebbe accentuare regolarmente il suo effettivo europeismo. Più di due terzi degli Stati membri dell’Unione hanno il salario minimo (e forti contrattazioni collettive), mediamente superiore ai 9 euro all’ora. Più di due terzi di quegli Stati hanno una legislazione efficace nei confronti della corruzione politica. Alcuni di loro si sono variamente e ripetutamente espressi a favore di una Unione a più velocità nella quale l’Italia potrebbe fare significativi progressi. La critica propositiva alle difficoltà del governo Meloni nell’attuazione del PNRR è doverosa. Collegare quello che in Europa si può fare o già si sta facendo servirebbe anche a coordinare e migliorare la qualità dell’opposizione in Italia. Chi ne sa di più parli.
In questi giorni i cosiddetti quirinalisti si affannano a difendere preventivamente il Presidente della Repubblica da eventuali, possibili critiche provenienti dalle opposizioni. Secondo molti di loro che conoscono, o almeno così dicono, i retroscena meglio della Costituzione, il Presidente sarebbe sostanzialmente obbligato dall’art. 87 a autorizzare la presentazione alle Camere del disegno di legge sulla riforma della giustizia. Però, non solo ancora non conosciamo il testo preparato dal Ministro Nordio, già ampiamente criticato su punti molto importanti, abuso d’ufficio e concorso esterno in associazione mafiosa, da esponenti di Fratelli d’Italia e della Lega, ma già sappiamo che Mattarella ha avuto un lungo colloquio con la Presidente del Consiglio Meloni proprio su alcuni punti rilevanti. Più che ipotizzabile, è certo che il Presidente della Repubblica abbia sollevato numerose obiezioni di merito.
I quirinalisti, ma non solo, sottolineano che in questi colloqui e in altri, a seconda dei casi, il Presidente esercita la cosiddetta moral suasion. Quanto si tratti di persuasione morale è tutto da vedere e valutare. Molto più probabile è che il Presidente abbia messo in chiaro le sue perplessità suggerendo alla Presidente del Consiglio i cambiamenti necessari che non potranno essere solo cosmetici. Su almeno due aspetti, il Presidente deve essere stato molto fermo. Primo, nessuna parte della riforma può contraddire i principi dell’ordinamento giuridico dell’Unione Europea, ad esempio nel contrasto alla mafia. Secondo, nessuna riforma può essere congegnata come punitiva nei confronti dei magistrati. Agitare il cosiddetto garantismo che, un giorno bisognerà pure declinare nelle sue componenti, non implica affermare che i magistrati e coloro che li sostengono siano tutti “giustizialisti” e operino schiacciando e travolgendo i diritti dei cittadini.
Il Presidente della Repubblica conta sull’accettazione da parte del governo di alcuni suoi rilievi. Sa anche che il governo potrebbe procedere senza tenerne conto, caso nel quale la sua autorizzazione non mancherà, ma verrà accompagnata da sue osservazioni puntuali derivanti dalla Costituzione e da quello che vige in Europa. Dopodiché, nel dibattito parlamentare, sperabilmente non troncato da apposizioni di voti di fiducia, maggioranza e opposizioni decideranno se e quali modifiche accettare e introdurre. A norma di Costituzione il testo che sarà approvato dal Parlamento tornerà sulla scrivania del Presidente (anche questo Mattarella ha sicuramente ricordato con cortesia istituzionale a Giorgia Meloni) che ha la facoltà di promulgarlo oppure di restituirlo al Parlamento con le sue critiche ai punti discutibili e anche con le indicazioni su come cambiarli e migliorarli. Questa procedura sì merita di essere configurata come in buona misura “moral suasion”. Certo, qualora la maggioranza di governo procedesse imperterrita senza cedere su nessun punto, si aprirebbe una situazione a dir poco delicatissima.