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Perché la democrazia italiana funziona così male @DomaniGiornale

Non so di chi sia il merito/la responsabilità del titolo di enorme successo del libro di Giorgio Galli, Il bipartitismo imperfetto. Comunisti e democristiani in Italia (Bologna, il Mulino, 1967). Potrebbe anche essere stato il prodotto di un brainstorming al quale quasi certamente parteciparono Giovanni Evangelisti, Federico Mancini e Luigi Pedrazzi. So che quel libro era il prodotto collaterale di una ricerca sulla partecipazione politica in Italia che portò alla pubblicazione fra il 1965 e il 1970 ad opera della Società editrice il Mulino di quattro corposi volumi collettanei: L’attivista di partito a cura di Francesco Alberoni; Il comportamento elettorale a cura di Giorgio Galli; La presenza sociale del Pci e della Dc a cura di Agopik Manoukian; e L’organizzazione del Pci e della Dc a cura di Gianfranco Poggi. Non essendo pensabile che, oltre agli studiosi e alle biblioteche, forse anche agli uffici studi di qualche associazione e dei partiti, quei volumi raggiungessero un pubblico più ampio, si pensò opportunamente di trarne una versione di più facile lettura. La sintesi italiana, affidata a Giorgio Galli, la penna di gran lunga più veloce e più incisiva del gruppo di ricerca, fu per l’appunto Il bipartitismo imperfetto. In inglese, grazie ai buoni uffici di Joseph LaPalombara, apparve un testo più denso e più accademico: Giorgio Galli e Alfonso Prandi, Patterns of Political Participation in Italy (New Haven, Yale University Press, 1970). 

Pure autore del Mulino, che nel 1957 aveva pubblicato il suo importante libro Democrazia e definizioni, meritevole, in questi tempi di affannate critiche alle democrazie, di una ristampa a dimostrazione della sua insuperata profondità analitica, Giovanni Sartori non aveva fatto parte del gruppo di ricerca presso l’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna. In quegli anni la sua attenzione si era concentrata sullo studio del Parlamento, della rappresentanza e, infine, dei partiti e dei sistemi di partiti, classificazioni e funzionamento ovvero nelle sue parole: formato e meccanica. Nel 1966 pubblicò un capitolo che conteneva la tesi centrale del libro Parties and party systems (Cambridge, Cambridge University Press 1976), ristampato nel 2005 dallo European Consortium for Political Research, ma che, per suo volere, non fu mai tradotto in italiano. Nel suo capitolo: European Political Parties: The Case of Polarized Pluralism (pubblicato nel volume Political Parties and Political Development, a cura di Joseph LaPalombara e Myron Weiner, Princeton, Princeton University Press, 1966, pp. 137-176), Sartori collocava il sistema partitico italiano nella stessa categoria dei sistemi di partito della Germania di Weimar, della Repubblica spagnola 1931-1936, della Quarta Repubblica francese (in seguito vi ricomprese il Cile). In quei sistemi politici la esistenza simultanea di due opposizioni anti-sistema che miravano a svuotare il centro, ma che non potevano allearsi per dare vita ad un governo, aveva prodotto il crollo delle rispettive democrazie. Era una visione molto diversa e molto distante da quella di Giorgio Galli per il quale la democrazia italiana non era in pericolo di vita, ma, in quanto impossibilitata a godere dell’alternanza, funzionava inevitabilmente piuttosto male.

   La formula “bipartitismo imperfetto” ottenne grande visibilità. Sartori tentò di contrastarla in quanto inadeguata a spiegare la meccanica del sistema dei partiti italiani, mai riducibile ad una competizione bipartitica (Bipartitismo imperfetto o pluralismo polarizzato?, in “Tempi Moderni”, autunno 1967, pp. 1-34). Con suo grande disappunto, il pluralismo polarizzato, molto più difficile da fare circolare e da spiegare, rimase confinato al mondo degli studiosi i quali possono trovare il meglio raccolto in Teoria dei partiti e caso italiano (Milano, SugarCo, 1982) che offre una importante prospettiva comparata. Peraltro, in più occasioni ho avuto l’impressione che non siano pochi gli studiosi di ieri e di oggi che non hanno capito fino in fondo le radici e le implicazioni del pluralismo polarizzato. Senza nessuna particolare esultanza Galli si godeva il successo e continuava ad analizzare la dinamica del sistema politico italiano in alcuni articoli pubblicati nella rivista “il Mulino” fra i quali nel n. 288 del 1983 Un bipartitismo ancora imperfetto ma soprattutto in due libri: Il difficile governo. Un’analisi del sistema partitico italiano (Bologna, il Mulino, 1972) e Dal bipartitismo imperfetto all’alternativa possibile (Bologna, il Mulino, 1975).

    Senza in nessun modo sottovalutare tutte le complicazioni per la formazione, il funzionamento, l’efficacia del governo, per l’appunto, “difficile” a causa della pluralità e frammentazione dei partiti italiani, Galli rimase fedele alla sua tesi iniziale. Non furono soltanto la non ottima qualità della DC e le carenze riformiste del PCI a produrre cattivi, instabili, inefficienti governi. Era soprattutto la mancanza di alternanza che, al tempo stesso, consentiva alla DC di non riformarsi e al PCI di non aggiornarsi, di continuare a godere di quella che personalmente ho definito “rendita di opposizione”. Coerentemente, dando voce anche ai molti insoddisfatti di quel bipartitismo/bipolarismo che teneva bloccata la situazione italiana, Galli auspicava e tentò di delineare le modalità utili all’emergere delle condizioni che portassero appunto all’alternativa, da tenersi distinta dall’alternanza. Solo il prodursi di un governo in blocco sostitutivo di quelli ricomprendenti la Democrazia cristiana sarebbe stato in grado di innescare la pratica virtuosa dell’alternanza.

Dal canto suo, Sartori argomentò in più sedi che l’alternanza non è una caratteristica decisiva per valutare la democraticità di un sistema politico. Naturalmente, è indispensabile che vi siano elezioni libere, eque e competitive, ma quello che conta non è il prodursi più (come avviene in Italia dalla seconda metà degli anni Novanta) o meno frequente di cambi di governi, quanto, piuttosto, che esista nell’elettorato, nei politici, negli osservatori (nei sondaggisti, aggiunta mia) una credibile aspettativa di alternanza che, dunque, si traduce in limpida competizione elettorale e politica. Un sistema partitico polarizzato non offre l’opportunità dell’alternanza poiché gli sfidanti sono, per definizione, “anti-sistema”: se vincessero cambierebbero il sistema politico distruggendone la democraticità. Inoltre, sottolineò Sartori, inevitabilmente, logicamente e politicamente, quando l’alternanza è impossibile il sistema si blocca al centro e vengono incentivati due tipi di comportamenti perniciosi. Primo le opposizioni anti-sistema possono permettersi di offrire di più (overbidding) dei governi nella consapevolezza che non saranno chiamati a rispondere delle loro esagerate promesse. Secondo, i governanti possono sostenere che le loro inadeguatezze dipendono essenzialmente sia dalle opposizioni che intralciano le attività di governo sia, di volta in volta, tema dopo tema, dagli stessi alleati di governo (pratica detta buckpassing, scaricabarile). Inoltre, nei compositi governi di coalizione qualche partito(ino), ogniqualvolta risulta numericamente indispensabile, dispone di un potere di ricatto (blackmail è il termine utilizzato da Sartori già nel 1966) per spregiudicatamente accrescere le sue risorse.

Contrariamente alle previsioni di Sartori, tra il 1992 e il 1994 il sistema partitico italiano è certamente crollato, ma senza travolgere la democrazia (anche se molto probabilmente restringendone la qualità). Contrariamente agli auspici di Galli, l’alternanza che è arrivata non ha riguardato i due grandi partiti concorrenti: né la DC né il PCI. Le diverse alternanze che si sono succedute in Italia dal 1994 ad oggi hanno creato confusione piuttosto che miglioramenti secondo il modello anglosassone allora da Galli apparentemente preferito. Alla fine della ballata, il problema è che il sistema di partiti che Galli e Sartori hanno analizzato e la cui riforma non hanno mai affidato ad una taumaturgica riforma elettorale, si è inabissato senza nessuna possibilità di recupero. In un sistema di partiti sostanzialmente destrutturato (partiti che nascono, muoiono, si scindono, elettori volubili un terzo dei quali cambia l’opzione di voto da un’elezione all’altra), come quello italiano, tutto o niente è possibile: polarizzazione, comportamenti anti-sistemici, alternanza, semi rotazione, tranne buona competizione e funzionamento soddisfacente.

Pubblicato il 31 dicembre 2020 su Domani