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Le eguaglianze nella democrazia #InCircolo

La democrazia promette due tipi di eguaglianze: di voto e di fronte alla legge. One person one vote. Isonomia. Uso appositamente l’inglese e il greco perché queste sono le due lingue della democrazia: quella dei moderni e quella degli antichi. L’eguaglianza economica non sta fra le promesse della democrazia individuate da Norberto Bobbio (Il futuro della democrazia, Einaudi, 1984) e viene deliberatamente e ragionatamente tenuta ai margini della democrazia da Giovanni Sartori (The Theory of Democracy Revisited, CHatham House, 1987). Potrei facilmente trovare molti altri autori a sostegno della mia tesi così come potrei criticare facilmente coloro che fanno un polpettone combinando la democrazia politica con l’eguaglianza economica. Another place another time.

Gli uomini e le donne, contrariamente a quello che fu scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America*, non nascono affatto uguali. Tuttavia, in una democrazia debbono godere degli stessi inalienabili diritti: alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità. L’impegno della democrazia, per rimanere nella Dichiarazione d’Indipendenza, il compito del governo che ottiene i suoi poteri dal consenso dei governi, è di assicurare l’esistenza dei succitati diritti. Non v’è nessuna menzione dell’eguaglianza come un obiettivo che i governi democratici abbiano l’obbligo di perseguire. Nella famosa triade francese sicuramente rivoluzionaria “Liberté, égalité, fraternité” (oggi, probabilmente, solidarité) è molto dubbio, se non del tutto improbabile che égalité si riferisca alle condizioni economiche. Direi piuttosto che si riferisce allo status dei cittadini. Non più aristocrazia e plebe, ma, per l’appunto, tutti citoyens che fu, appunto, il modo con il quale i francesi dovevano rivolgersi l’un l’altro.

Non posso non segnalare che mentre negli USA uomini e donne di colore non nascevano affatto liberi, in Francia (come nel resto dell’Europa e altrove) i diritti delle donne erano molto meno che eguali a quelli degli uomini. Ultimo esempio: il giustamente famoso e molto spesso menzionato art. 3 della Costituzione italiana riguarda nel primo comma l’eguaglianza di fronte alla legge, nel secondo comma pone a carico della Repubblica, vale a dire dei cittadini, governanti e rappresentanti, il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”. Vorrei effettuare una fine distinzione fra la democrazia in quanto tale e la Repubblica, una delle possibili forme di organizzazione democratica del sistema politico. Comunque, un “compito” non è una promessa. Il suo inadempimento non significa affatto che il sistema politico non è democratico, se mantiene le due caratteristiche che sopra ho indicato come costitutive e decisive. Significa che il sistema politico ha una rendimento inadeguato, è di bassa qualità, anche se, proprio perché democratico, mantiene aperte tutte le opzioni.

Da Norberto Bobbio (Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, 2004, 5a edizione) abbiamo imparato (o dovremmo avere imparato) che la differenza fondamentale fra destra e sinistra è che la prima considera le diseguaglianze, da un lato, naturali, dall’altro,la conseguenza delle preferenze dei cittadini, quindi del tutto accettabili. Invece, la seconda pensa che molte diseguaglianze dipendono da fattori prodotti dagli uomini stessi e ritiene compito della politica, della sinistra stessa, ridimensionarle nella più ampia misura possibile. Oggi, di fronte alla crescita enorme/abnorme delle diseguaglianze di ricchezza, di guadagno, di reddito nelle democrazie qualcuno afferma che è un problema democratico. Alcuni arrivano addirittura a sostenere che sono le democrazie occidentali le responsabili dell’aumento delle diseguaglianze. A smentire questa seconda tesi sono sufficienti i molti dati disponibili in materia di distribuzione/concentrazione della ricchezza in due regimi che, per quanto molto diversi fra loro, sono entrambi sicuramente non-democratici: la Russia e la Cina. Quanto alle democrazie contemporanee esistono comunque molte diversità all’interno dei diversi sistemi politici con gli Stati Uniti che esibiscono il più alto grado di diseguaglianze economiche.

Il punto, però, rimane. Lo espliciterò in forma interrogativa: la democrazia è compatibile con un alto livello di diseguaglianze economiche? Viceversa, un alto livello di diseguaglianze economiche incide negativamente sulla democrazia, al limite può provocarne la fine? Rispondo affermativamente senza esitazioni alla prima domanda, ma mi affretto a sottolineare che quella democrazia dei ricchi, per i quali già i greci avevano la definizione precisa: plutocrazia, è da giudicarsi sicuramente di qualità inferiore con riferimenti alle politiche pubbliche e alla accountability dei governanti e dei rappresentanti rispetto alle democrazie con distribuzione meno diseguale delle risorse e della ricchezza. Rispondo negativamente alla seconda domanda. Nessuna democrazia è crollata a causa dell’eccessiva concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi detentori. Vedo un rischio, ma al tempo stesso ritengo che i plutocrati non hanno nessun interesse a trasformare una democrazia che ne ha consentito/favorito l’arricchimento in un regime autoritario. Da temere, semmai, sarebbe la reazione di coloro che sentono la privazione e che potrebbero volere buttare a mare la bambina democrazia con l’acqua sporca di arricchimenti enormi che quasi sicuramente sono fatti pesare più o meno direttamente sulla sfera politica e sui processi decisionali.

Bisogna concluderne che la democrazia e i democratici non si debbono preoccupare delle diseguaglianze, massimamente di quelle economiche? Dal mio sintetico inquadramento di un discorso molto complesso, trarrei due conclusioni, due insegnamenti. Senza dubbio la democrazia si accompagna ad un tipo di eguaglianza, quello segnalato non tanto implicitamente nell’art. 3 della Costituzione italiana. La rimozione degli ostacoli significa la creazione di eguaglianza di opportunità che, poi, ciascuno utilizzerà secondo le sue preferenze: per fare il cacciatore di mattina, il pescatore o il pastore di pomeriggio, il critico d’arte la sera, oppure qualunque altra cosa desideri in alternativa. Aggiungo che l’eguaglianza di opportunità deve essere perseguita e data non soltanto all’inizio del percorso vitale delle persone, ma in ogni momento di svolta: dagli asili nido fino all’università. Questa è l’eguaglianza chele migliori fra le democrazie hanno saputo concedere con conseguenze socialmente, politicamente e economicamente molto apprezzabili. La seconda conclusione è che fissare l’attenzione unicamente sulla distribuzione del reddito e della ricchezza, con l’eguaglianza economica che scivola, dubito comunque che questo sarebbe l’esito, in una sorta di livellamento, sarebbe deleterio per lo spirito d’iniziativa, per le aspettative, per le ambizioni delle persone. Per la grande maggioranza delle donne e degli uomini, il perseguimento della felicità ha molto poco a che fare con la redistribuzione delle ricchezze, con la riduzione delle diseguaglianze economiche, con il ridimensionamento del numero e delle risorse dei ricchi (qua, forse, ci starebbe bene il termine capitalisti, magari, però, differenziando fra gli imprenditori e i rentiers). C’è molto di più sotto il cielo della democrazia.

*“We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.–[81]That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed,

Pubblicato in In Circolo n.8 dicembre 2019 – L’attualità di Spinoza

 

 

 

 

 

 

 

 

*”We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.–[81]That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed,

Per cominciare, lasciate perdere il latinorum e chiamate le leggi elettorali col nome del relatore

Lasciate perdere il latinorum, voi che entrate nell’inferno delle proposte di leggi elettorali italiane. Solo gli sbeffeggi, Mattarellum e Porcellum, di Giovanni Sartori avevano fondamento e senso. Tutto quello che è seguito è uno stupidario nazionale. Cestinate subito anche il Germanicum che non ha quasi nulla a che vedere con la legge elettorale tedesca che si chiama “proporzionale personalizzata”. Le leggi di origine parlamentare vanno identificate con il nome dell’estensore/primo firmatario. Punto, ma non basta. A seguire.

 

La fragilità dei partiti danneggia le democrazie @La_Lettura #vivalaLettura

Nelle democrazie si vota. Liberamente. Per eleggere assemblee, parlamenti, Presidenti. Tutte le cariche elettive hanno limiti temporali entro i quali debbono essere periodicamente rinnovate. Chi ha vinto sa che entro un certo numero di anni dovrà ripresentarsi agli elettori. Chi ha perso sa entro quando potrebbe ottenere la rivincita. Tutti i rappresentanti e i governanti sono consapevoli di avere un certo periodo di tempo per mettere all’opera le loro capacità e attuare quello che hanno promesso agli elettori. Cercheranno di giungere alle nuove elezioni nelle migliori condizioni possibili. Alcuni tenteranno di mascherare la loro inadeguatezza politica e personale ingaggiando una campagna elettorale permanente a colpi di slogan ad effetto. Altri mireranno a sopravvivere galleggiando fino al tempo del voto. Da qualche tempo, però, in alcune democrazie rappresentanti e governanti sono costretti con inusitata frequenza a tornare di fronte agli elettori. Le assemblee elettive non riescono a produrre maggioranze in grado di formare un governo. Come conseguenza, quelle assemblee vengono sciolte prima della loro scadenza naturale e gli elettori sono ripetutamente chiamati a votare. La soluzione che politici e parlamentari non riescono a trovare viene affidata agli elettori, al popolo sovrano, persino più spesso di quanto quel popolo desidererebbe.

Da qualsiasi prospettiva lo si guardi, il fenomeno di elezioni frequentemente ripetute perché non risolutive costituisce un problema politico. Di tanto in tanto qualcuno ricorda allarmato che nella Repubblica di Weimar le frequenti elezioni anticipate furono la premessa del collasso, ma il riferimento è superficiale, male impostato, non tiene conto di condizioni nazionali e internazionali drasticamente differenti. Tuttavia, le tornate elettorali democratiche che si susseguono a poca distanza di tempo meritano attenzione. Anzitutto, bisogna evitare le esagerazioni. Delle ventotto democrazie dell’Unione Europea (nella quale ancora mantengo a fini analitici la Gran Bretagna) soltanto quattro, Austria, Grecia, Spagna e, appunto, Gran Bretagna hanno avuto in anni recenti legislature troncate e elezioni ripetute a distanza di poco tempo. Guardando fuori d’Europa, possiamo aggiungere il caso di Israele nel quale fra l’aprile 2019 e il marzo 2020 gli elettori finiranno per avere votato tre volte in meno di un anno. Dal canto loro, in meno di dieci anni i greci hanno votato ben cinque volte, ma in un arco temporale più lungo dal maggio 2012 al luglio 2019, per due volte nello stesso anno: maggio e giugno 2012 e gennaio e settembre 2015. È stato Tsipras l’unico a guidare il governo per quasi tutta una legislatura dal settembre 2015 al luglio 2019.

In Austria l’instabilità è risultata contenuta: due elezioni fra l’ottobre 2017 e il settembre 2019. La Gran Bretagna, che molti giustamente considerano la madre di tutte le democrazie parlamentari lodandone la stabilità e l’efficacia dei governi, è precipitata in un vortice che ha visto dal maggio 2015 al dicembre 2019 tre elezioni generali più il fatidico referendum del giugno 2016, il padre di tutti i pasticci successivi. Evidentemente, non è il sistema elettorale maggioritario a produrre e garantire la stabilità dei governi. Come sosteneva e più volte scrisse Giovanni Sartori, è la solidità dei partiti che conta in maniera decisiva per la formazione di governi stabili e operativi. Infine, la Spagna, nel corso di più di trent’anni esemplare democrazia con governi stabili, competizione bipolare e alternanza, ha votato quattro volte fra il dicembre 2015 e il novembre 2019. A fronte di questo ritratto, la tanto vituperata Italia, con i suoi conflitti, le sue tensioni, le sue persistenti difficoltà, dimostra che, se non tutto, molto può essere ricomposto in Parlamento (sì, anche con i cosiddetti “ribaltoni” ovvero i legittimi cambi di maggioranze) senza ricorrere a ripetute elezioni che “logorano” le istituzioni oltre che la pazienza politica degli elettori.

Per ciascuno dei paesi che hanno sperimentato numerose e ravvicinate consultazioni elettorali è possibile individuare motivazioni specifiche non generalizzabili. La più evidente delle motivazioni specifiche la offre Israele: è la sconfinata ambizione di Netanyahu che ha bloccato qualsiasi alternativa nella Knesset e condotto alla sequenza di elezioni anticipate. È altresì possibile sostenere che quanto il Regno Unito ha sperimentato è la conseguenza di clamorosi errori del Premier Conservatore David Cameron. Preferisco, però, andare alla ricerca di fattori che servano non solo a spiegare quanto è già accaduto, ma anche a fornire elementi utili per prevedere quanto potrebbe accadere sia in Italia sia in altre democrazie occidentali. La chiave di volta delle difficoltà di formare i governi, mai automaticamente risolte da rinnovate elezioni, è costituita dalla frammentazione dei partiti e dei sistemi di partito. La conseguenza immediata di questa frammentazione è che, per formare il governo, diventa necessario includere più partiti e che il partito maggiore, il coalition-maker, raramente è molto più grande dei potenziali alleati. Quindi, non può e non riesce a imporre le sue condizioni. Deve negoziare a lungo, in paesi nei quali, come in Grecia e in Spagna, manca quella che Roberto Ruffilli auspicò si affermasse e affinasse anche in Italia: una cultura della coalizione. e quando ritiene di non potere più (con)cedere preferisce il ritorno in tempi brevi alle elezioni.

In Israele il declino dei partiti maggiori ha una storia molto lunga che ha prima condotto alla scomparsa dei laburisti, poi, di recente, alla diminuzione dei consensi per il partito ufficiale della destra, il Likud. Altrove, Grecia e Spagna, gli sviluppi sono stati drammatici. In entrambi i casi, i due partiti maggiori emersi con la transizione alla democrazia e positivamente responsabili per la sua affermazione, sono entrati in un declino elettorale che, in Grecia, ha prodotto la quasi scomparsa dei socialisti del Pasok e, in Spagna, ha notevolmente ridimensionato sia i Popolari sia i Socialisti. Da sistemi politici nei quali la dinamica era bipolare imperniata su un partito molto grande per voti e per seggi, Grecia e Spagna sono diventati sistemi partitici multipartitici nei quali per dare vita a un governo è imperativo formare coalizioni anche larghe. Naturalmente, i partiti che organizzano il loro consenso e danno rappresentanza sono espressione delle mutate preferenze politiche e sociali. Israele quasi da sempre, Grecia e Spagna di recente sono società frammentate per governare le quali sono largamente preferibili, spesso assolutamente necessari governi di coalizioni multipartitiche. In queste coalizioni, talvolta c’è un partito piccolo, ma numericamente decisivo che, ha scritto Sartori, ha “potere di ricatto”. Alcuni partiti piccoli, ma indispensabili, tentano di ampliare il loro consenso attraverso nuove elezioni che, però, raramente, producono esiti risolutivi. Costruire coalizioni coese in molte democrazie parlamentari, ricorderò che l’attuale Grande Coalizione tedesca nacque nel marzo 2018 dopo un negoziato durato all’incirca tre mesi, è diventata una fatica di Sisifo. Ma, chi ha mai sostenuto che governare le democrazie è facile?

Pubblicato il 12 gennaio 2020 su la Lettura – Corriere della Sera

Capire per cambiare la politica. La lezione di Bobbio e Sartori #17novembre @BOOKCITYMILANO #BCM19 @egeaonline

17 novembre ore 10.30
ISPI – Palazzo Clerici
Sala Corte

Via Clerici 5, Milano

Capire per cambiare la politica. La lezione di Bobbio e Sartori

Antonio Carioti
Luciano M. Fasano
Gianfranco Pasquino

Con i loro insegnamenti e i loro scritti, Norberto Bobbio (1909-2004) e Giovanni Sartori (1924-2017) hanno dato contributi inestimabili allo studio della politica, della democrazia e dei partiti. Con i loro incisivi editoriali, hanno interpretato gli avvenimenti politici italiani, europei e mondiali rendendoli più comprensibili a centinaia di migliaia di lettori. Con le loro critiche, puntuali e argomentate, colte ed efficaci, hanno tentato, di migliorare la politica italiana parlando ai potenti senza nessuna concessione e nessun cedimento. Attraverso i loro scritti, continuano a comunicare con tutti noi, cittadini d’Italia e d’Europa, con parole che non perdono di significato e di rilevanza.

Bobbio e Sartori
Capire e cambiare la politica

BOBBIO E SARTORI CAPIRE E CAMBIARE LA POLITICA
Egea Università Bocconi Editore

 

 

 

 

 

Partiti con potenziale di coalizione e potenziale di ricatto: una situazione non sana risolvibile con una buona legge elettorale

Bisogna (sapere) contare i partiti che contano. La lezione di Sartori è che, piccoli o no, contano i partiti che hanno potenziale di coalizione, ovvero possono andare al governo, e i partiti che hanno potenziale di intimidazione e ricatto, vale a dire che rendono, anche dall’opposizione, la vita difficile ai governi. Figuriamoci quando i partiti(ni) con potenziale di ricatto si sono ritagliati uno spazio dentro il governo!

Caro Direttore del @ilfoglio_it di persona personalmente sono per la trasparenza

La notizia è che il direttore del Foglio Claudio Cerasa è un collezionista in the closet. Mi chiede interventi e lettere. Quando contraddicono le sue opinioni li mette nel closet. Di persona personalmente sono per la trasparenza. Quindi, ecco. Proporzionalisti e maggioritari genuini, buona lettura.

Caro Direttore,

cosa (mal)fatta capo ha. Il “taglio” delle “poltrone” dei parlamentari non avrà nessun effetto benefico sul funzionamento del Parlamento e sulla qualità della democrazia italiana. Tranne che con la riduzione delle spese e con una maggiore rapidità del procedimento legislativo, tutta da verificare, i promotori delle Cinque Stelle non hanno saputo giustificarlo. Dirò, invece, che quel taglio è parte integrante, e pericolosa, del loro antiparlamentarismo che è destinato a erodere la già non lussureggiante democrazia parlamentare italiana.

In maniera del tutto curiosa ovvero piuttosto ridicola, appena approvata la riforma costituzionale se ne stanno già cercando i correttivi, ammissione esplicita che la riforma è avventurosa, non in grado di stare in piedi da sola. Tralascio il non semplice fatto che in una democrazia parlamentare chi “tocca” il parlamento ha il dovere imprescindibile di valutarne le conseguenze non solo per gli elettori e la loro rappresentanza, ma anche per il governo, e rivolgo l’attenzione alla sola legge elettorale che per i pochi parlamentari rimasti e per i loro aspiranti successori ha la massima importanza. Mi limito ai due criteri cruciali per una buona legge elettorale, ma mi accontenterei che fosse meno indecente del Porcellum e della legge Rosato nonché dell’abortito Italicum: potere degli elettori e rappresentanza politica. Nessuna legge proporzionale che non dia all’elettore la possibilità di “votare” il suo candidato/a preferito/a, per la precisione, che non abbia il voto di preferenza, è accettabile. Naturalmente, le circoscrizioni dovranno avere dimensioni ridotte, eleggere un numero di parlamentari non superiore a dieci, se vogliamo che gli elettori sappiano chi sono.

Un numero ridotto di parlamentari non richiede affatto una legge proporzionale. Può benissimo essere eletto da un sistema maggioritario davvero (senza il famigerato “diritto di tribuna”), meglio se il doppio turno francese in collegi uninominali. Là gli eletti rappresentano effettivamente tutti gli elettori del loro collegio. Sanno di doverlo fare se mirano a essere rieletti. Suggerirei, sulla scia di quanto scritto tempo fa da Giovanni Sartori, che la clausola di passaggio dal primo al secondo turno non sia definita con una percentuale, ma consentendo l’accesso ai primi quattro candidati. Questo garantirebbe a un’alta percentuale di elettori di vedere la candidatura preferita al secondo turno, di valutarne le chance di vittoria, di scegliere anche sulla base delle indicazioni che i candidati/e daranno di eventuali coalizioni di governo. Infine, sarebbe finalmente il caso che la prossima legge elettorale preveda per tutti i candidati/e il requisito di residenza ponendo fine al fenomeno delle paracadutate/i che, ovviamente, costituisce una ferita profonda alla rappresentanza politica.

Grazie dell’attenzione. Ad maiora.

Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica

LA STRADA DEI BUONI MAESTRI Bobbio, Sartori e la politica @corrierefirenze #BobbioESartori @egeaonline

Recensione di Paolo Ermini per Il Corriere Fiorentino 15 giugno 2019

Bobbio e Sartori Capire e cambiare la politica Egea-UniBocconi 2019

C’è un’emergenza che soverchia tutte le altre: il rispetto delle regole. Riguarda tutti i livelli della comunità nazionale, sia al centro che in periferia, e tocca il funzionamento delle istituzione come la vita, le abitudini, dei singoli cittadini. Ma regola non è solo quella prescritta dall’uno o dall’altro codice, non è solo la norma di legge. È, forse soprattutto, il riconoscimento di quella comunione di valori che tiene insieme una nazione, uno Stato, la convivenza civile. E ci sono figure che più delle altre dovrebbero servire a richiamarci continuamente alla fedeltà a questi principii: quelle degli intellettuali. Cioè la coscienza viva di un Paese. Con i loro profili, anche politici, ma mai piegati a logiche di appartenenza e di potere. Quanti ne abbiamo ancora in Italia? Veniva da chiederselo l’altra sera alla Fondazione delle Biblioteche Casse di Risparmio in via Bufalini a Firenze, mentre Stefano Merlini ed Enzo Cheli dialogavano con Gianfranco Pasquino su due grandi della filosofia e della scienza politica del nostro Novecento: Norberto Bobbio e Giovanni Sartori .

L’occasione era la presentazione del libro scritto e dedicato dallo stesso Pasquino ai suoi due maestri (Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica, Bocconi editore). Professore di scienza della politica a sua volta, all’Università di Bologna, Pasquino si laureò con Bobbio a Torino e si specializzò con Sartori a Firenze. Un loro conoscitore profondo, dunque, che adesso ce li ripropone nella loro compiutezza, tra pensieri e opere, come omaggio al loro valore, ma anche come richiamo alla loro attualità. A una concezione della democrazia rappresentativa che non è certo esente da errori e fragilità, ma che resta pur sempre il miglior modello possibile in contrapposizione a tutti i regimi che più meno apertamente sacrificano i diritti politici. Sia Bobbio che Sartori non hanno vissuto nella sua gravità la crisi planetaria della democrazia, che non ha certo risparmiato il nostro Paese, ma ne hanno visti i primi segnali. Se ci fossero ancora, leggeremmo sul Corriere della Sera (Sartori) e su La Stampa (Bobbio) le loro analisi sul populismo e i suoi slogan, sul sovranismo antieuropeo, sulla quota 100 delle pensioni in un Paese che invecchia velocemente e che non si cura delle pensioni zero delle future generazioni. La domanda è: che cosa avrebbero scritto? Ma una risposta ci può essere.

Dice Pasquino: come nella letteratura anche nella scienza della politica esistono i «classici», quelli ai quali si può attingere sempre per orientarsi, soprattutto nei momenti di massima confusione. Come la stagione che stiamo vivendo. Il caso del Csm, con gli incontri tra deputati e magistrati per decidere la sorte di altri magistrati forse ci riporta al cuore di un sistema fatto di buone regole, scritte e anche no, ma strapazzate oppure financo dimenticate. Bobbio e Sartori non avrebbero incertezze sulla strada da prendere, velocemente. Magari senza essere ascoltati. Per opportunismo o per miopia, ma a questo si erano abituati.

INVITO Bobbio e Sartori Capire e cambiare la politica @egeaonline #11giugno Fondazione Biblioteche Cassa di Risparmio di #Firenze

11 giugno 2019, ore 17
Fondazione Biblioteche Cassa di Risparmio di Firenze
Via Bufalini 6, Firenze

La Fondazione Biblioteche Cassa di Risparmio di Firenze
presenta il volume
di Gianfranco Pasquino

Bobbio e Sartori
Capire e cambiare la politica
Egea-UniBocconi 2019

Saluti
Aureliano Benedetti
Presiede
Paolo Ermini
Intervengono
Enzo Cheli
Stefano Merlini
Sarà presente l’autore del volume

Norberto Bobbio e Giovanni Sartori sono stati, rispettivamente, il più importante filosofo politico italiano e uno dei quattro o cinque più grandi scienziati della politica del mondo nella seconda metà del secolo scorso. Nei loro settori di studio: democrazia, cultura politica, sistemi di partiti, hanno lasciato contributi di enorme valore, imprescindibili. Sono stati entrambi nobili figure di intellettuali pubblici anche grazie ai loro editoriali pubblicati per decenni su “La Stampa” e il “Corriere della Sera”. Si leggevano reciprocamente e si stimavano. E’ giusto accomunarli per fare emergere le loro differenze analitiche, le loro prospettive, le loro convergenze. Entrambi hanno fermamente creduto nella possibilità di migliorare la politica, non soltanto italiana, attraverso lo studio delle idee e la conoscenza delle istituzioni e del loro funzionamento. Hanno illuminato i loro tempi. Ci consentono di capire meglio il presente. Continuano a suggerire come si possa costruire il futuro della politica e della democrazia.

 

Giuliano Amato, Massimo D’Alema e Gianfranco Pasquino #video Bobbio e Sartori Capire e cambiare la politica @egeaonline

Su iniziativa di Egea Università Bocconi

 

Presentazione del libro di

Gianfranco Pasquino

Bobbio e Sartori
Capire e cambiare la politica

Intervengono con l’autore:

Giuliano Amato e Massimo D’Alema

Roma, Senato della Repubblica 9 maggio 2019


INVITO Capire e cambiare la politica. La riflessione di Bobbio e Sartori e la politica italiana degli ultimi venticinque anni #Alessandria #6giugno

Associazione Cultura e Sviluppo
piazza Fabrizio De André, 76

giovedì 6 giugno 2019
ore 19.00- 22,30
(con pausa buffet alle 20,30)

conferenza

CAPIRE E CAMBIARE LA POLITICA
La riflessione di Bobbio e Sartori e la politica italiana degli ultimi venticinque anni

relatore

GIANFRANCO PASQUINO
Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna

Introduce e modera
Giorgio Barberis
Professore di Storia del Pensiero Politico presso l’Università del Piemonte Orientale

BOBBIO E SARTORI CAPIRE E CAMBIARE LA POLITICA
Egea Università Bocconi Editore

 

Dal sito  dell’Associazione L’Associazione Cultura e Sviluppo di Alessandria

Un atteso e gradito ritorno nel prossimo appuntamento dei Giovedì culturali: il professor Gianfranco Pasquino, tra i politologi più autorevoli e apprezzati del nostro Paese, presenterà un suo importante volume, uscito a inizio anno, e dialogherà con il pubblico riflettendo sugli ultimi decenni della vita politica italiana, fino ad arrivare al nostro presente particolarmente inquieto.

Il libro, intitolato Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica [EGEA Università Bocconi Editore, 2019] è dedicato ai due giganti della Scienza Politica, che hanno dato contributi scientifici inestimabili e sono stati per decenni “intellettuali pubblici” ascoltati e apprezzati in ambito nazionale e internazionale. Due “classici” che continuano a comunicare con tutti noi, cittadini d’Italia e d’Europa, con parole che non perdono certo di significato e di rilevanza. Molto possiamo e anzi dobbiamo ancora trarre dai loro insegnamenti.

La riflessione si concentrerà poi sull’attualità politica, dalla fine della cosiddetta Prima Repubblica (a venticinque anni dalla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi) fino alle vicende degli ultimi mesi e alle prospettive future del Paese.

Vi invitiamo dunque giovedì 6 giugno alle 19 (con pausa buffet alle 20,30 e termine alle 22,30) alla conferenza dal titolo Capire e cambiare la politica. La riflessione di Bobbio e Sartori e la storia politica italiana degli ultimi venticinque anni. Relatore, come detto, sarà Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna

Introdurrà la conferenza e modererà il dibattito Giorgio Barberis, professore di Storia del Pensiero Politico presso l’Università del Piemonte Orientale.