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Tag Archives: Giovanni Sartori

INVITO Scienza Politica e Cultura politica. La lezione di Giovanni Sartori #8maggio Accademia Nazionale dei Lincei #Roma

Palazzo Corsini
Via Della Lungara, 10

GIORNATA DI STUDIO

SCIENZA POLITICA E CULTURA POLITICA
LA LEZIONE DI GIOVANNI SARTORI

Coordina: Gianfranco PASQUINO

Programma

15.00
Saluto della Presidenza

15.15
Marco TARCHI (Università di Firenze):
La specificità della scienza politica di Sartori

15.45
Steven B. WOLINETZ (Memorial University of Newfoundland, St. John’s, Canada):
Sartori and the study of political parties: Lessons we should learn – or re-learn

16.15
Sorina Cristina SOARE (Università di Firenze):
La democrazia di Sartori e il populismo

Intervallo

17.00
Marco VALBRUZZI (Università di Bologna):
La missione della scienza politica: sapere applicabile e rilevante

17.30
Gianfranco PASQUINO (Linceo, Università di Bologna):
La sfida alle culture politiche

PRESENTAZIONE – Giovanni Sartori (1924-2017) è stato uno dei più importanti scienziati politici del XX secolo. Autore di libri fondamentali quali Democrazie e definizioni (1957); Parties and party systems (1976); The Theory of Democracy Revisited (1987); Ingegneria costituzionale comparata (1995); editorialista del “Corriere della Sera” per più di quarant’anni, Sartori ha contribuito in maniera decisiva allo sviluppo della scienza politica. Attraverso le sue brillanti analisi, Sartori ha costantemente operato per approfondire la conoscenza del funzionamento dei sistemi politici e per migliorare la cultura politica dei cittadini e delle élite.

Convinto della necessità e della possibilità di applicare le conoscenze acquisite e prodotte dalla scienza politica, Sartori ha sempre accompagnato le sue ricognizioni dei più significativi fenomeni politici con indicazioni intese a cambiarne in maniera positiva le conseguenze prevedibili. Dalle leggi elettorali ai sistemi dei partiti, dalla rappresentanza politica alle forme di governo, i contributi di Sartori mantengono una straordinaria vitalità e attualità. Giorno dopo giorno, in Italia e altrove, è possibile rendersi conto quanto gli insegnamenti di Sartori continuino ad essere essenziali e quanto una cultura politica più attenta alle lezioni della sua scienza politica sarebbe in grado di contribuire alla qualità della politica nelle democrazie.

PROGRAMMA SCIENZA POLITICA E CULTURA POLITICA. LA LEZIONE DI GIOVANNI SARTORI

ROMA – PALAZZO CORSINI – VIA DELLA LUNGARA, 10 Sito web: http://www.lincei.it
Segreteria del convegno: fox@lincei.it

 

Quante storie – Incontro con Gianfranco Pasquino

Il politologo Gianfranco Pasquino, ospite di questa puntata di “Quante Storie”, ricostruisce con Corrado Augias il pensiero di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, due tra i più influenti intellettuali della nostra storia recente. A partire dalle loro visione della democrazia, dei partiti, della dialettica tra destra e sinistra, Pasquino attribuisce a Bobbio e Sartori la dignità di veri e propri classici del Novecento, e come tali li interroga per interpretare l’Italia di oggi.

GUARDA IL VIDEO

Quante storie

Torniamo ai Maestri #MaurizioViroli su “BOBBIO E SARTORI Capire e cambiare la politica” @egeaonline

TORNIAMO AI MAESTRI BOBBIO E SARTORI
di Maurizio Viroli

Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica
di Gianfranco Pasquino edito da Università Bocconi Editore, 2019

BOBBIO E SARTORI CAPIRE E CAMBIARE LA POLITICA (UBI)

 

Eravamo fortunati quando potevamo contare su maestri come Norberto Bobbio e Giovanni Sartori. Restano i loro scritti e, per chi li ha conosciuti ed è stato loro allievo e amico, lettere e memorie. Gli uni e le altre possono aiutarci a riscoprire il loro insegnamento. Può darci una buona mano in questa impresa il libro che Gianfranco Pasquino, allievo prima e amico poi dell’uno e dell’altro, ha da poco pubblicato: Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (Bocconi Editore). Quando l’allievo scrive dei suoi maestri, cade facilmente nel peccato (veniale) di esaltare le loro virtù e tacerne i vizi, trattare soltanto delle pagine chiare delle loro vite, e sorvolare su quelle oscure. Non è il caso di Pasquino, incline, se mai, al difetto (scusabile) di troppa severità.

A Bobbio, con il quale si laureò il 10 marzo 1965, Pasquino imputa, ad esempio, “qualche peccato di eclettismo”; l’“alquanto imbarazzante lettera”(ma lo era davvero?) indirizzata a “S.E. il Cavalier Benito Mussolini l’8 luglio 1935”; il troppo “zelante patriottismo costituzionale ”; la poca attenzione a “critiche significative al suo Destra e sinistra”; una “inadeguata comprensione del problema” Berlusconi (secondo me Bobbio aveva capito benissimo, soprattutto quando definì Forza Italia un partito personale); l’assenza “davvero flagrante”, anche per colpa di chi scrive, del discorso istituzionale nel Dialogo intorno alla Repubblica; l’aver attribuito alla democrazia “promesse irrealistiche” e poi dire che “non si potevano mantenere”; il giudizio “non sufficientemente severo su Lotta Continua”; il troppo scetticismo (a mio avviso lodevole), nei confronti di possibili riforme della Costituzione.

A Sartori,che ebbe come professore al Centro Studi di Politica Comparata d Firenze, fra 1968 e 1969 e con il quale condivise prima l’impegno in redazione (1971-1977), poi la condirezione della Rivista Italiana di Scienza Politica, Pasquino rimprovera di aver espresso in Homo videns (1997) preoccupazioni forse esagerate (per me sacrosante) relative alla “mutazione genetica indotta dalla televisione da homo sapiens a homo videns ”; di non essersi posto “il problema della diseguaglianza sostanziale fra i cittadini che non hanno i mezzi economici per fare […] attività politiche e coloro che, invece, ne dispongono”; di non aver fatto seguire la sua giusta critica ai “perfezionisti”(chi propone il vincolo di mandato per i rappresentanti) una “parte propositiva concernente i miglioramenti auspicabili, possibili, magari già in corso nelle democrazie reali”.

Pasquino è particolarmente severo verso “il culto di Bobbio”. Un culto, annota, diffuso anche per responsabilità dello stesso Bobbio. Più deprecabili ancora sono state le forzature del suo pensiero a fini di affermazione politica personale. Pasquino avrebbe potuto citare in proposito l’indegno (per la povertà intellettuale) e offensivo (alla memoria di Bobbio) commento di Matteo Renzi alla riedizione (2014) di Destra e Sinistra che l’editore Donzelli ha promosso con pessima operazione editoriale e politica. Sartori non ha avuto la sfortuna di avere dei “sartoriani”e il suo pensiero è stato sottoposto a meno deformazioni.

Mai ideologi di regime, mai servi di politici potenti, Bobbio e Sartori furono intellettuali militanti che misero la loro chiarezza intellettuale e la loro competenza al servizio dell’impegno civile. Oltre agli articoli sulla Stampa e sul Corriere della Sera, e alle conferenze, scrissero libri che hanno lasciato un’impronta profonda (e suscitato le ire dei politici corrotti, come Craxi, che accusò Bobbio di essere un filosofo “che aveva perso il senno”). Ebbero tuttavia un diverso rapporto con l’attività politica. Bobbio partecipò alla Resistenza e militò in Giustizia Libertà, nel Partito d’Azione, nel Psu, nel Psi di Francesco De Martino e fu Senatore a vita (dal 1984). Sartori si tenne più lontano dalla milizia politica in senso stretto.

Bobbio aveva più lo stile dell’umanista che dello scienziato; Sartori più dello scienziato che dell’umanista. Mentre lo scienziato limita la sua indagine a un ambito ben definito, l’umanista cerca di capire la condizione umana in tutti i suoi aspetti. Nella bibliografia di Bobbio troviamo raccolte di scritti sui classici, ricordi di intellettuali e militanti, splendide riflessioni sulla vecchiaia e sulla mitezza e alcuni studi sulla scienza politica; in quella di Sartori molti studi di scienza politica e una minore mole di riflessioni sui grandi filosofi, sugli intellettuali e sull’esperienza umana.

Possiamo definire Bobbio e Sartori due classici? Intendo per classico, con Bobbio, un pensatore che “a) è considerato come l’interprete autentico e unico del proprio tempo, la cui opera viene adoperata come uno strumento indispensabile per comprenderlo; b) è sempre attuale, onde ogni età, addirittura ogni generazione, sente il bisogno di rileggerlo e rileggendolo di interpretarlo; c) ha costruito teorie modello di cui ci si serve continuamente per comprendere la realtà, anche la realtà diversa da quella da cui le ha derivate e a cui le ha applicate. Pasquino su Bobbio è cauto, su Sartori non si pronuncia. Per me Bobbio e Sartori hanno già meritato lo status di ‘classici’, senza attendere il giudizio dei posteri. Non vedo come sia possibile capire il Novecento, o la democrazia, o la degenerazione berlusconiana o i partiti senza le loro opere.

Ma più ancora della loro eredità scientifica, ha un valore inestimabile la loro lezione di rigore intellettuale, riflesso del loro rigore morale. Dell’uno e dell’altro abbiamo bisogno per tentare di arginare il degrado civile che è sotto gli occhi di chiunque abbia ancora un briciolo di senno. Proporre gli esempi di Bobbio e di Sartori, come ha fatto Pasquino, è un primo e importante passo nella giusta direzione.

Pubblicato il 30 marzo 2019  

INVITO Bobbio e Sartori Capire e cambiare la politica #IncontroPubblico #Faenza #22marzo @egeaonline

Associazione politico-culturale FAENZA FUTURO
la città pubblica di domani

Venerdì 22 marzo 2019 ore 20.30
presso Faventia Sales
via S. Giovanni bosco, 1
Faenza

Incontro pubblico con
Gianfranco Pasquino

presentazione del suo ultimo libro

BOBBIO E SARTORI
Capire e cambiare la politica

UBE Editore

BOBBIO E SARTORI CAPIRE E CAMBIARE LA POLITICA
Egea Università Bocconi Editore

Italia, Santiago

da il Mulino n. 501, pp. 156-163

Sono andato a vedere il docu-film di Nanni Moretti. Mi ha fatto riemergere una pluralità di ricordi che, probabilmente, non hanno interesse e valenza esclusivamente personali. Li metto qui in ordine cronologico con qualche riflessione che serve a puntualizzare e a rischiararli.

La prima volta che incontrai il Cile fu nel settembre 1970. Nella sua strategia di attivare nelle Facoltà di Scienze Politiche corsi che avessero riferimento con la Scienza politica come madre di tutte le discipline politologiche, Giovanni Sartori mi chiese (sic!) di andare a Firenze come professore incaricato di Storia e istituzioni dei paesi dell’America latina. Naturalmente, aggiunse, avrei potuto insegnare il corso nella versione Sviluppo politico che era il mio argomento di ricerca di quel periodo. Nel dicembre 1970 uscì il mio primo libro Modernizzazione e sviluppo politico (Il Mulino). Grazie alla presenza di un numero relativamente ridotto di studenti, una ventina circa, il corso si tenne in forma seminariale con gli studenti che leggevano di volta in volta alcuni brevi testi che assegnavo loro e che discutevamo ampiamente, approfonditamente e con grande soddisfazione in classe. In un certo senso, gli studenti si erano auto reclutati: un giovanissimo professore con credenziali di sinistra, un corso tutto meno che paludato dove, ricordo che siamo nel 1970, riusciva a fare la sua (ri)comparsa persino Che Guevara (e Cuba), la possibilità di scambiare idee senza peli sulla lingua. Studiando intensamente acquisii conoscenze sufficienti a comprendere e trasmettere l’evoluzione politica di quattro paesi latino-americani: Argentina, Brasile, Cile, Perù. Tre di quei quattro erano già caduti sotto governi militari, e bisognava spiegare perché, affrontando il tema dei militari in politica (uno degli aspetti indispensabili di qualsiasi analisi dello sviluppo politico e/o della decadenza politica nonché della formazione e del funzionamento dei regimi autoritari). Controtendenza, il socialista Salvador Allende era diventato Presidente del Cile in maniera pienamente costituzionale il 24 ottobre 1970, ma attraverso una procedura complessa che avrebbe potuto dare un esito molto diverso. Nelle elezioni presidenziali Allende aveva ottenuto di pochissimo la maggioranza relativa: 1.075.616 voti (36,63%) contro Jorge Alessandri , già Presidente del Cile dal 1958 al 196, il candidato della destra, 1.036.278 Voti (35,29%), terzo piazzato Radomiro Tomic, candidato del Partito Democratico Cristiano, 824.849 voti (28,08%).

Non avendo nessuno dei candidati ottenuto la maggioranza assoluta dei voti popolari, la decisione passò al Congresso. La Democrazia cristiana cilena, trovatasi ago della bilancia fra Allende e Alessandri, si spaccò con la maggioranza che, votando insieme ai parlamentari di una variegata sinistra consegnò la Presidenza ad Allende (che era candidato per la terza volta). Costituzionalmente corretta, la procedura che portò all’elezione di Allende non poteva cancellare il fatto politicamente rilevante che due terzi dei cileni non avevano votato per lui. Ne seguirono tre anni molto turbolenti nei quali Unidad Popular non riuscì ad ampliare il suo consenso, mentre, da un lato, la destra politica, sociale ed economica sostenuta dagli Stati Uniti, ostacolava in ogni modo l’attuazione del programma del Presidente Allende, dall’altro, sarò drastico, molti intellettuali di sinistra europei, fra i quali, in particolare, Régis Debray e Rossana Rossanda, lo incitavano irresponsabilmente ad avanzare verso il socialismo (attraverso le nazionalizzazioni, a cominciare dalle miniere di rame e di settori industriali). L’11 settembre 1973, com’era prevedibile (ed era stato previsto da uno studioso delle Forze Armate cilene), i comandanti dell’Esercito, dell’Aviazione, della Marina e dei Carabineros eseguirono un sanguinoso colpo di Stato chiedendo le dimissioni di Allende. Il Presidente si rifiutò e decise di morire togliendosi la vita nella Moneda, il Palazzo presidenziale. L’episodio è riferito anche nelle testimonianze raccolte nel film di Moretti (di più sotto).

In fretta e furia scrissi un articolo che sintetizzava quanto avevo fino ad allora imparato sul Cile e cercai una rivista che mi garantisse la pubblicazione più rapidamente possibile. Giorgio Galli mi mise in contatto con Giuseppe Faravelli , socialista turatiano, Direttore di “Critica Sociale” che molto gentilmente pubblicò il mio articolo: Militarismo e imperialismo contro “Unidad Popular”, 20 ottobre 1973, pp. 482-485 (con note a seguire).

Il mio corso dell’anno accademico 1973-74, ridenominato “Teoria e politica dello sviluppo” cominciò all’inizio di novembre. Naturalmente, la sconfitta politica di Unidad Popular e il golpe di Pinochet ebbero spazio notevole in chiave comparata, vale a dire collegandoli alle difficoltà dei partiti di sinistra negli altri paesi latino-americani e ai governi militari già esistenti, specialmente in Argentina, Brasile e Perù. Fin dalla elezione in Congresso di Allende, Sartori che aveva cominciato la sua collaborazione al “Corriere della Sera” allora diretto dal suo collega di Facoltà Giovanni Spadolini, guardò con preoccupazione all’esperimento di Unidad Popular e ne fu fortemente critico in alcuni durissimi editoriali. Tuttavia, non interferì in alcun modo, neppure chiedendomi il contenuto delle lezioni e i testi di riferimento, nel mio corso. Non ricordo più i particolari, ma, da un lato, alcuni studenti, dall’altro, alcuni esuli cileni mi avvicinarono per chiedermi se fosse possibile, alla luce dei drammatici avvenimenti cileni, organizzare qualcosa sul Cile. Ci accordammo per una Tavola Rotonda a conclusione del mio corso nel maggio 1974. In qualche modo ottenemmo la disponibilità di alcuni esuli cileni: da me coordinati e sotto la mia supervisione, un socialista, un comunista, un esponente del MAPU (Sinistra cristiana) avrebbero analizzato la situazione. Naturalmente, per quell’attività, definita extracurriculare (e assolutamente straordinaria non solo alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, ma in quasi tutte le Facoltà di Scienze politiche in quel periodo) dovetti chiedere l’autorizzazione al Preside, il Professore di Sociologia Luciano Cavalli che, comprensibilmente, era molto preoccupato. Mi fu concessa. Seppi poi che decisivo fu Sartori che, dagli USA dove era Visiting Professor, interpellato da Cavalli, rispose: “se la responsabilità se la prende Pasquino, lo si autorizzi”.

In un pomeriggio soleggiato e tiepido di fine maggio, in un’aula affollata da duecentoventi studenti circa (questa era la capienza), con la gradita presenza di Forze dell’ordine sia davanti all’aula sia all’ingresso della Facoltà, Via Laura 48, per tre ore e mezza si discusse pacatamente, ma con passione, della situazione in Cile. Ricordo che nessuno degli esuli s’immaginava che la Giunta militare sarebbe rimasta al potere per quindici lunghi anni. Nel mio libro Militari e potere in America latina (Bologna, Il Mulino, 1974) pubblicato proprio in maggio, avevo argomentato che un conto sono i governi militari che possono durare poco meno o poco più di un anno, un conto sono i colpi di Stato effettuati unitariamente dalle Forze Armate che intendono, come già stavano facendo da quasi dieci anni i militari brasiliani, ristrutturare il sistema politico dando vita a un vero e proprio regime militare.

Non posso seguire la complessità degli avvenimenti sulla scia del golpe dell’11 settembre 1973, ma, come dovrebbe essere notissimo, il segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, con tre lunghi e densi articoli su “Rinascita” lanciò la strategia del compromesso storico. Argomentandolo variamente, che vuole dire in più luoghi e in più modi, formulai il mio dissenso, più compiutamente in un testo pubblicato nella rivista “il Mulino”. Sartori, che aveva seguito con grande apprensione quanto era successo in Cile, criticò duramente la proposta di compromesso storico, un grande accordo fra le due maggiori forze politiche destinato a durare nel tempo, si configurava, naturalmente, come una violazione delle regole di una democrazia liberale, fondata sulla competizione fra partiti e/o fra coalizioni, con possibilità di alternanza al governo. Dunque, qualsiasi compromesso storico, che non si configurasse come alleanza straordinaria per un periodo di tempo predeterminato e breve, era, in via di principio, inaccettabile. Nella tragedia cilena, le cui responsabilità addebitava ampiamente alla sinistra stessa, Sartori vide anche, a ragione, una conferma della validità del modello di competizione partitica, “pluralismo polarizzato”, da lui formulato alcuni anni prima (la cui elaborazione finale si trova in Parties and party systems, Cambridge University Press, 1976). Laddove il centro viene svuotato da due opposizioni anti-sistema –tecnicamente che, se vincono, sovvertono il sistema- il crollo del sistema politico è probabilissimo. Nell’aprile del 1975, la “Rivista Italiana di Scienza Politica” da lui diretta (e della quale ero il Redattore capo, cioè colui che la “cucinava” fino a portarla all’editore, Il Mulino) pubblicò un denso solido documentato saggio di un giovane politologo cileno Arturo Valenzuela, Il crollo della democrazia in Cile, lettura tuttora essenziale.

Passarono non pochi anni prima del mio re-incontro con il Cile. Da tempo molti esuli cileni, stabilitisi in varie zone d’Italia, come documenta il film di Moretti, avevano preso atto che il rovesciamento del regime non era affatto dietro l’angolo. Tuttavia, meritoriamente, molti di loro cercavano in ogni modo di sostenere l’opposizione interna. Alcuni dei più attivi si trovavano a Roma. A loro, sulla base di progetti specifici, la Sinistra Indipendente del Senato offriva sostegno finanziario per le cose da fare. In quanto conoscitore dell’America latina, spesso fui personalmente coinvolto nei rapporti con gli attivisti cileni a partire dalla mia elezione nel 1983. La svolta vera e propria avvenne quando la Giunta Militare cilena, più di tutti lo stesso Pinochet, si sentì tanto sicura di godere del consenso dei cileni da indire un referendum, in realtà un plebiscito sulla persona, per sancire il prolungamento della durata in carica per altri otto anni del loro leader. Ricordo l’effervescenza (e qualche timore) degli esuli cileni a Roma incerti sul da fare, ma consapevoli che il loro ritorno in patria li avrebbe esposti a molti rischi. Passarono pochi mesi nei quali giungemmo alla decisione che sarebbe stata una buona idea, anche come segno di persistente solidarietà dell’Italia, inviare una delegazione di parlamentari come osservatori del corretto svolgimento della consultazione popolare. Andai personalmente a proporlo al Presidente del Senato, Giovanni Spadolini che accettò immediatamente congratulandosi per l’iniziativa. Una dozzina di senatori in rappresentanza dei rispettivi gruppi parlamentari approdarono a Santiago qualche giorno prima della domenica 5 ottobre 1988, data in cui si svolse il referendum. Molto gentilmente e efficientemente, l’Ambasciatore italiano aveva organizzato alcune escursioni e incontri il più importante dei quali alla sede del Parlamento cileno a Valparaiso, non distante dalla bella cittadina turistica Viña del Mar, dove era noto si trovasse la tomba di Salvador Allende. Quando, dopo un rapido consulto con gli altri senatori, chiesi che ci conducessero appunto al Cimitero di Viña del Mar, neppure troppo sorpresi, gli organizzatori-accompagnatori acconsentirono. Il custode del Cimitero disse di non sapere dove era sepolto Allende. Stava a noi cercarne la tomba. Fatti alcuni passi all’interno del Cimitero, fummo avvicinati da un ragazzino che ci fece intendere di saperci condurre a quella tomba (lieto, naturalmente, di ricevere opportune donazioni da parte di tutti noi, anche, ci feci caso, di Cristoforo Filetti, allora capo del gruppo dei senatori del MSI).Non c’era il nome di Allende sul piccolo monumento, ma quello della famiglia Gossens e di sua sorella. Di quei momenti, conservo alcune foto scattate da un collega senatore in una delle quali appaio, mi è stato fatto notare, inaspettatamente commosso.

Al nostro arrivo a Santiago eravamo stati accolti da alcuni rappresentanti dell’opposizione che si rapportarono a ciascuno di noi secondo le nostre appartenenze politiche, dandoci alcune informazioni essenziali e chiedendoci se volevamo effettivamente fare gli osservatori elettorali. La giovane donna di sinistra che si rivolse a me, di origine italiana, mi interrogò sulla mia disponibilità ad andare in una località a una sessantina di chilometri da Santiago. Avuta la mia accettazione, organizzò il viaggio in auto. Fui ricevuto da un uomo più o meno della mia età, rappresentante dell’opposizione. Appresi quasi subito che era un comunista e che possedeva della terra e un orto e con sua moglie e qualche contadino ne traeva il suo sostentamento. Mi chiese, con discrezione e trepidazione, se ero disposto a pranzare a casa sua o se preferivo una trattoria. Fui lieto di condividere il loro pasto, in una piccola cucina con pavimento di pietra, assicurandomi che non avevano preparato nulla di speciale. Subito dopo mi portò a vedere/ispezionare tre o quattro seggi elettorali (mesas: tavolate intorno alle quali sedevano gli scrutatori). Erano otto, uno di loro, era in rappresentanza ufficiale dell’opposizione. Era una bella giornata, con foschia nella prima mattinata, poi soleggiata, sarebbe diventata fresca nel tardo pomeriggio. Ho ancora negli occhi la scheda elettorale di colore bianco-giallastra conteneva nel bel mezzo il quadratino del SÌ che sovrastava quello del NO. Chiesi con le parole di rito se “il procedimento elettorale si sviluppava regolarmente” (frase incessantemente ripetuta da radio e televisioni). Ottenuta una vociante conferma, chiesi se avevano già votato. Riposta unanime alla quale seguì la domanda se mi dicevano per chi avevano votato. Fra le risate sette di quegli otto giovani, nessuno di loro mi pareva avesse più di una trentina d’ anni, mi risposero che avevano votato “per il candidato” –conferma che si trattava effettivamente di un plebiscito. Che cosa avrei votato io? Dichiarai la mia appartenenza politica; aggiunsi che in via di principio ero del tutto contrario a cariche di governo che si prolungassero troppo a lungo; dunque, il mio “No” era assolutamente logico e conseguente; conclusi augurandomi e augurando loro che il Cile tornasse a essere una democrazia. Fu, sotto gli occhi appena preoccupati del mio accompagnatore, uno scambio civile di opinioni favorito dalla convinzione assoluta di quei giovani che Pinochet avrebbe ottenuto quello che voleva.

Al mio ritorno a Santiago, non in albergo, ma alla residenza dell’Ambasciatore, attendemmo le notizie sullo spoglio delle schede ascoltando le radio e guardando la televisione che, ossessivamente, ripeteva che “el proceso electoral tuvo lugar regularmente”. Verso le ore 22, giunsero quasi contemporaneamente due notizie importantissime. La prima segnalava disagio e movimento in alcune caserme della capitale. La seconda pochi minuti dopo riportava una frase dell’Ambasciatore degli USA che si rallegrava per l’alta partecipazione elettorale (l’88,5 per cento) e riconosceva la regolarità del “proceso electoral”. Tutti, a cominciare dall’Ambasciatore italiano, cogliemmo in quelle parole il chiaro messaggio USA agli ufficiali pinochettiani e alla Giunta: l’Amministrazione americana si oppone a qualsiasi tentativo di non riconoscere o di stravolgere l’esito del voto. Terminava dopo quindici lunghi anni la brutale fase della Giunta militare con il 56 per cento degli elettori che aveva votato NO al prolungamento della Presidenza di Augusto Pinochet.

Tutti gli esuli cileni politicizzati con i quali avevamo avuto contatti a Roma come Sinistra Indipendente tornarono il prima possibile in Cile. Era l’inizio della transizione democratica. Anche ad alcuni di noi senatori, di nuovo grazie al Presidente Spadolini, fu data l’opportunità di ritornare come osservatori delle elezioni presidenziali il 14 dicembre 1989. Fin dai primi sondaggi fu chiaro che il democristiano Patricio Aylwin, candidato della Concertación Democratica (schieramento ampio nel quale i due partiti più grandi erano la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista) avrebbe sconfitto il candidato delle destre già al primo turno (3.850.571, 55.17 %). Non soltanto il Cile tornava alla democrazia, ma lo faceva ponendo termine alla spaccatura fra democristiani e socialisti. No, non era la realizzazione del compromesso storico, ma l’inizio di una competizione bipolare. Ai festeggiamenti per Aylwin incontrai dopo dieci anni Genaro Ariagada, potente segretario della DC cilena che avevo conosciuto dieci anni prima nel 1978 quando entrambi eravamo Fellows al Woodrow Wilson International Center for Scholars. Tre dei “nostri” esuli entrarono al governo, due come ministri, uno sottosegretario.

Il trait-d’union fra quei fatti e la mia visita successiva fu rappresentato da un esule cileno, che, comunista, aveva sostenuto come giovanissimo militante l’esperienza di Unidad Popular. Esule in Italia, aveva vissuto e lavorato a Modena, nutrendo molte perplessità su un suo ritorno in patria. Non più giovane si era iscritto a Scienze politiche, aveva seguito il mio corso di Scienza politica e deciso di “fare” la tesi con me. In estrema sintesi, l’argomento era: “che cosa è andato storto: la ‘pratica’ di Unidad Popular o la teoria?” Vale a dire, forse né i politici di Unidad Popular né gli intellettuali loro vicini avevano capito lo stadio di sviluppo del Cile e le sue possibilità di cambiamento, a quale ritmo? Tesi ambiziosissima, con una componente di riflessione personale e di autocritica. Furono diverse le stesure, insoddisfacenti per lui e per me. Poi, un giorno del 2006 venne a dirmi che aveva deciso di tornare in Cile. Quindi, dovevamo scegliere una stesura affinché potesse laurearsi in tempi brevi, cosa che avvenne rapidamente. Qualche tempo dopo mi scrisse da Santiago. Aveva trovato un lavoro come grafico. Si era sistemato, ma non aveva risolto nessuno dei suoi dubbi politici. Sapendo che insegnavo a Buenos Aires, al Master in Relazioni Internazionali organizzato dall’Università di Bologna e che ero stato invitato dalla Associazione degli studenti cileni a Santiago mi chiedeva di riservargli un pomeriggio-una serata per un incontro con i suoi amici per discutere a tutto campo della sinistra. Sì, il Cile era cambiato, ma la democrazia, disse, riecheggiando forse inconsapevolmente le parole di Bobbio, non manteneva le sue promesse, in particolare non riduceva le diseguaglianze. Sì, sapevano che non c’era scorciatoia, ma lui e i suoi amici non potevano nascondere il loro disamoramento per le sinistre che non trovavano e, forse, neppure cercavano più il bandolo della matassa. Le mie parole di conforto riformista le ascoltarono con grande scetticismo. Di recente, mi ha scritto che vuole lanciare una rivista tutta centrata sulla politica che desidera la mia collaborazione. Ho dato la mia disponibilità e gli ho fatto molti sinceri auguri.

Dal 12 al 16 luglio 2009 tornai in Cile in un’occasione molto diversa dalle precedenti: il XXI Congresso Mondiale della International Political Science Association (IPSA). Su invito dell’organizzatore cileno Manuel Antonio Garretón, Professore di Scienza politica, pluripremiato, socialista, già oppositore del regime militare, presentai un paper The Theory of Political Development (riflettendo sul tema del mio primo libro pubblicato nel 1970) e partecipai a una Tavola Rotonda in assemblea plenaria sull’Unione Europea. L’evento più importante e del tutto inaspettato fu l’invito (con il mio nome immagino suggerito dall’amico Garretón) da parte della Presidenta del Cile, la socialista Michelle Bachelet, padre generale dell’Aeronautica morto in seguito alle torture dei golpisti, lei stessa, allora poco più che ventenne, detenuta, torturata e costretta all’esilio, a una cena in piedi alla Moneda, palazzo presidenziale. Mi trovai, lo debbo proprio scrivere, poiché sto ancora gongolando adesso, fra i quaranta più importanti scienziati politici del mondo. La Presidenta ci salutò uno per uno, affabilmente, chiedendo informazioni su ciascuno di noi. Tenne un breve discorso sulla democrazia in Cile. Infine, ci regalò una visita da lei guidata delle sale a disposizione del Presidente. Giungemmo allo studio usato da Allende, una stanza modesta non grande con una finestra dalla quale erano giunti spari e bombe, una scrivania, escritorio, piccola e spoglia, alla quale il Presidente era solito lavorare e alla quale, così ci raccontò Michelle Bachelet, con voce ferma,parlando lentamente, con un velo di affettuosa commozione, trascorse i suoi ultimi attimi di vita. Dal nostro totale silenzio e dai volti di quei miei colleghi politologi, mi resi improvvisamente conto che, con tutta probabilità, rappresentavamo, forse casualmente, l’ala progressista dell’International Political Science Association.

 

Tutti questi ricordi, che mi legano al Cile, in maniera che non pensavo fosse tanto stretta e tanto significativa, sono comparsi alla mia mente in maniera graduale e continua mentre guardavo il docu-film “Santiago, Italia”. Ricordi di esperienze importanti, non solo per me, di politica e di vita. Ricordi che, mi pare, valeva la pena esplicitare, raccontare, condividere.

Bobbio e Sartori: il ruolo pubblico dell’intellettuale @Corriere #BobbioESartori @egeaonline

 Di Massimo Rebotti
Corriere della Sera 14/03/2019 pg. 43 ed. Nazionale

«Credo di poter vantare il privilegio unico e irripetibile di essermi laureato con Norberto Bobbio e specializzato con Giovanni Sartori». Inizia così, con un raro riferimento autobiografico, il libro (Bobbio e Sartori, Bocconi editore, pagine 222, € 24) con cui Gianfranco Pasquino si dà il compito di dimostrare come entrambi occupino un posto «di enorme importanza nella cultura politica del XX secolo». L’autore non muove da ragioni, per così dire, personali – dalla stima, finanche dall’affetto, per i suoi «maestri» che pure ovviamente non nasconde – ma da solide argomentazioni basate sull’analisi della loro attività. Ne ripercorre volumi, insegnamenti, prese di posizione, realizzando inevitabilmente, oltre a un tributo, un’ampia riflessione sul ruolo dell’intellettuale nel dibattito pubblico, in un’epoca in cui la parola «intellettuale» viene spesso utilizzata come insulto.

In Politica e cultura (1955) Bobbio scrive: «Il compito degli uomini di cultura è quello di seminare dubbi, non di raccogliere certezze». Ed è da uno dei capisaldi del suo pensiero – «lo sviluppo della ragione» contro «gli inganni della propaganda» – che Pasquino prende le mosse per descrivere il «match» che l’intellettuale torinese, il «liberal socialista», ingaggiò con i comunisti. L’esempio di quel «confronto senza cedimenti» è utile, anche perché Bobbio fu accusato dell’esatto contrario, e cioè di essere stato troppo indulgente nei confronti del Pci. La realtà, secondo Pasquino, è che proprio per la natura del compito che si era assegnato – quella del «filosofo militante» che «parla parole di verità» – Bobbio fosse destinato a essere attaccato da una parte e dell’altra, ma anche a diventare, grazie all’attitudine di pensare liberamente, «una coscienza critica» del Paese. Non è un caso, quindi, se la sua autorità morale cresce con la capacità di sollevare, spesso dalle colonne della «Stampa», i temi più rilevanti per ogni epoca politica: un intellettuale «pubblico», si direbbe ora, che detta «l’agenda», si tratti di riflettere sulle «promesse non mantenute» della democrazia, sulla possibilità di una guerra «giusta», sulle differenze tra destra e sinistra dopo la caduta del Muro di Berlino.

E intellettuale «pubblico» fu anche Sartori. In un modo diverso, più applicato alla «scienza della politica» di cui è uno dei massimi esponenti a livello internazionale, Sartori animò il dibattito, spesso con gli editoriali sul «Corriere». E come per Bobbio, anche per lo studioso fiorentino al centro degli interrogativi c’è la «qualità» della democrazia. Da scienziato della politica, trova le risposte nel funzionamento del sistema: meccanismi di voto, di governo, rappresentanza, equilibrio tra i poteri. Il suo contributo, scrive Pasquino, fu «enorme». Dalle polemiche contro l’indicazione del candidato premier sulla scheda a quelle sui contorti sistemi elettorali italiani, che sbeffeggiava, l’intervento pubblico si sposa con una serie di contributi accademici che ormai sono un classico della scienza politica. E, come per Bobbio, anche rileggendo Sartori il pensiero corre al presente: nella teoria sulla democrazia, per esempio, il populismo non è contemplato, come se, nota Pasquino, il populismo sia sempre «una sfida alla democrazia» che è «pluralista e rappresentativa». Il volume si chiude con il saluto che Sartori scrisse alla morte di Bobbio – «ho avuto la sensazione di perdere una parte di me stesso», «resta il più bravo di tutti noi» – e con quello che Pasquino ha scritto alla morte di Sartori – «molti gli devono essere grati. Io certamente lo sono».

BOBBIO E SARTORI CAPIRE E CAMBIARE LA POLITICA
Egea Università Bocconi Editore

 

Bobbio e Sartori, ritrovare la politica

venerdì 22 febbraio 2019

Intervista raccolta da Manuela Borraccino

Pasquino: il loro pensiero più attuale che mai

GIANFRANCO PASQUINO IN UN INCONTRO AD ARONA (FOTO SANDON)

Per decenni hanno incarnato l’espressione del diritto di critica della classe politica in Italia e all’estero: con l’insegnamento e gli scritti Norberto Bobbio (1909-2004) e Giovanni Sartori (1924-2017) hanno dato contributi inestimabili allo studio della politica, della democrazia, dei partiti come si evince dal bellissimo saggio fresco di stampa Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (Bocconi editore, 232 pagg.; 24 euro) di Gianfranco Pasquino, allievo di entrambi e professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna (l’autore lo presenterà il 4 maggio a Borgomanero).

«Con i loro editoriali su La Stampa e sul Corriere della Sera, con le frequenti interviste televisive nel caso di Sartori – ricorda il prof. Pasquino con il nostro giornale – sono stati intellettuali pubblici nel senso che hanno forgiato l’opinione pubblica in Italia: Bobbio lo ha fatto da piemontese, con la sua sobrietà austera non priva di uno humour sottile; Sartori da fiorentino, con un sarcasmo irriverente e sferzante che nulla concedeva ai potenti di turno. Entrambi avevano un’idea di “Stato giusto” e hanno cercato di compiere un’opera molto simile: Bobbio voleva ricostruire un certo pensiero di sinistra, da liberal-socialista mirava a ricostruire quell’insieme di idee che possono cercare di ridurre le diseguaglianze, ovvero quello che per lui doveva essere l’obiettivo primario della sinistra; Sartori aveva per obiettivo quello di far funzionare bene la democrazia attraverso il complesso sistema di equilibri e contrappesi tra istituzioni, partiti e correnti, modelli di governo che regola il funzionamento dello Stato».

Il libro nasce come un omaggio da parte di uno studioso che ha avuto il «privilegio unico e irripetibile» di essersi laureato con Bobbio e specializzato con Sartori, in qualche modo assorbendo il nitore del pensiero e la forza di argomentazione di due fra i maggiori politologi del dopoguerra.

L’autore analizza con passione il contributo di Bobbio sui tre grandi filoni del ruolo degli intellettuali (che doveva esser quello, scriveva il filosofo in Politica e cultura nel 1955, «di seminare dubbi e non di raccogliere certezze»); la ricerca di una teoria generale della politica; le riflessioni sulla democrazia.

Di Sartori ricorda come senza di lui la scienza politica non avrebbe fatto la sua (ri)-comparsa in Italia e soprattutto come «la teoria della democrazia, l’analisi dei partiti e, soprattutto, dei sistemi di partiti e l’ingegneria costituzionale comparata si troverebbero sicuramente a uno stadio di avanzamento nettamente inferiore a quello attuale» nel nostro Paese.

«Rappresentavano entrambi l’élite del pensiero, erano certamente minoritari già ai loro tempi e tuttavia – ricorda Pasquino – entrambi traevano vantaggio dalla sfida di voler migliorare la cultura politica dei loro interlocutori, ovvero della classe dirigente, così come quella dei cittadini». Per Sartori, del resto, non solo il pluralismo era un elemento irrinunciabile della democrazia. Per l’autore de Il Sultanato, ricorda, sarebbe stata inconcepibile la polemica odierna del “popolo contro l’élite”: «chi si candida a guidare un paese, diceva, non poteva che avere una solida preparazione».

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