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Colao è stato ingenuo, si è illuso che Conte prestasse attenzione alla relazione tecnica #intervista @ildubbionews

Per convincere un politico bisogna spiegargli le cose privatamente, in modo che poi lui possa usarle in pubblico. I documenti scritti difficilmente hanno peso, anche quando i contenuti sono condivisibili

Intervista raccolta da Giulia Merlo

 

 

Accoglienza fredda, qualche naso storto e poi un contenitore pubblico – gli Stati Generali dell’Economia voluti dal premier Giuseppe Conte che la hanno diluita: così è finita la relazione tecnica per il rilancio del Paese redatta dalla task force del supermanager Vittorio Colao. Un cortocircuito frutto dell’incomunicabilità tra tecnici e politici, secondo il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino: «Se Colao si era illuso che Conte prestasse attenzione alla relazione scritta è stato ingenuo, dovrebbe saperlo che i politici sono quello che sono…».

A proposito di politica, si è detto che la relazione di Colao fosse troppo “di destra”. È un’etichetta che ha senso?

La destra la sinistra certamente esistono: la destra è la parte che tende a garantire chi ha già delle posizioni di relativo privilegio; la sinistra invece punta a una riduzione delle diseguaglianze. Ecco: le soluzioni ai problemi possono essere di destra o di sinistra, i problemi invece no. E mi sembra che la relazione di Colao individui i problemi e sia invece molto cauta nel dare soluzioni.

Quindi la task force ha svolto solo una parte del compito?

Io credo che la consegna fosse proprio quella di individuare i problemi, perché le soluzioni spettano alla politica. Però le priorità con cui si elencano i problemi non sono mai neutre. Colao ha indicato in cima alla lista il basso livello di automazione e il basso livello di laureati. Sono d’accordo con lui e tra i problemi aggiungo anche la carenza infrastrutturale: se investissimo in infrastrutture produrremmo occupazione, miglioreremmo il Paese e faremmo circolare denaro. In questo senso, forse sono più keynesiano di Colao. I problema non mi sembra ciò che è scritto nella relazione, ma il fatto che questi temi creino tensione dentro la maggioranza.

Anche gli Stati Generali hanno creato ulteriore tensione. Ha avuto senso un evento del genere?

Sbaglia chi li ha definiti una “passerella”, perché è mancata la presenza ossessiva dei media. Invece, mi sembra che sia stato un confronto tutto sommato positivo: anche il conflitto va bene, perché fa emergere nuove soluzioni. Mi è spiaciuto, però, che il documento di Colao non sia stato analizzato come meritava e che l’opposizione non si sia fatta vedere. Se dovessi fare un bilancio, gli Stati Generali sono stata un’operazione abbastanza utile, ma non sfruttata in pieno. Conosco personalmente alcuni componenti della commissione e nutro grande stima nei loro confronti: le idee della relazione avrebbero meritato una discussione approfondita.

La sensazione, invece, è stata di grande freddezza tra lo stesso Conte e Colao, come se ci fosse fretta di chiudere.

Non so quali siano stati gli umori tra i due, ma capisco meglio Colao di Conte. Il premier forse voleva scaricare la responsabilità sui tecnici, sperando che dicessero ciò che voleva lui. Colao, invece, è stato criticato ancora prima di leggere le sue proposte e deve aver percepito il rischio di diventare il parafulmine della politica, che poi avrebbe comunque fatto di testa sua. Fossi stato nei suoi panni non sarei stato solo freddo, ma fortemente irritato. Eppure, questa incomunicabilità non mi stupisce.

Insomma, politica e tecnici parlano ancora due linguaggi diversi?

I politici non prestano attenzione a ciò che dicono o scrivono i tecnici. Per convincere un politico di qualche cosa, bisogna prenderlo sotto braccio e spiegargli privatamente alcuni punti, che poi lui possa usare in pubblico. Colao, invece, si era illuso che Conte prestasse attenzione alle cinquanta pagine di relazione, ma avrebbe dovuto saperlo in anticipo che i politici non funzionano così.

Tra i politici, ormai, viene annoverato anche Conte.

Ma è vero solo in parte. Conte sfrutta la sua natura atipica e il fatto di non presentarsi come un vero politico gli giova nei sondaggi. Dalla sua ha il pregio del fatto di non avere posizioni ideologicamente preconcette, ma nello stesso tempo è cresciuto molto nel suo ruolo: ha imparato come interagire, è diventato disinvolto e anche disincantato, ma non è mai ingessato come i politici di mestiere. Il suo vantaggio sugli altri è uno: tutti noi sappiamo già in anticipo cosa diranno Salvini o Zingaretti, ma non ciò che dirà Conte.

Le critiche al governo sono piovute da più parti, lei invece non dà un giudizio negativo di questo Conte II.

Le critiche di cui lei parla sono arrivate soprattutto dai grandi giornali e questo fatto mi ha portato a chiedermi se l’informazione stia davvero svolgendo il suo compito. In altre parole, mi sembra che ci sia stata più la ricerca del retroscena che l’analisi dei fatti: il problema non è se Conte dura o no, ma che cosa fa. Ecco, a me sembra che il governo, pur con una coalizione di attori molto diversi, abbia fatto piuttosto bene e che, ad oggi, non esista una alternativa migliore.

E allora veniamo ai fatti: cosa dovrebbe fare il governo, ora che la relazione di Colao è pronta e va tradotta, in tutto o in parte, in iniziativa politica?

Dovrebbe definire alcune priorità e su quelle procedere in modo rapido. Per individuarle esiste un criterio semplice: quelle su cui l’Ue è pronta a stanziare fondi. La prima priorità è l’accettazione del Mes per le spese sanitarie, con 37 miliardi pronti da usare subito. La seconda sono le infrastrutture, a cui applicare il modello della ricostruzione del Ponte Morandi: individuare persone affidabili e dare loro le chiavi di alcuni cantieri strategici. C’è chi pensa che sia una tecnica elitista, ma è sicuramente efficace.

Anche Ursula von der Leyen era presente a Villa Pamphilj e ha detto che bisogna individuare al più presto i progetti da farsi finanziare.

In Europa tutti sanno che gli italiani non sono mai del tutto affidabili e la presidente della Commissione Ue fa bene a ricordarci che un cronoprogramma è indispensabile. Noi, purtroppo, siamo una banda di provinciali e preferiamo il lamento contro l’Europa, illudendoci che crei consenso. Invece, bisognerebbe valorizzare il fatto che l’Europa ha dimostrato di credere in noi, con una enorme apertura di credito nei nostri confronti.

Tutto, però, dovrà comunque passare per il Parlamento: sarà un porto delle nebbie in cui la ripartenza rischia di arenarsi?

No, ma solo se la maggioranza sarà capace di sfidare il Parlamento a discutere su temi precisi: soldi, tempi e benefici di ogni misura. L’operazione è difficile e richiede grandi competenze, ma penso che in queste Camere ci sia un buon numero di persone capaci. La sfida per il Parlamento, oggi, è quella di trasformarsi in un “intellettuale collettivo”.

Pubblicato il 17 giugno 2020 su ildubbio.news

 

 

 

Stati generali una passerella? È bene avere opinioni informate #StatiGenerali @fattoquotidiano

Passerella. Quand’anche gli Stati Generali risultassero “soltanto” una passerella per “singole menti brillanti”, per Colao e i componenti della sua commissione, per imprenditori e sindacati (anche in ordine inverso), per ministri, politici e altri invitati, non meritano di essere criticati pregiudizialmente. Potrebbero comunque risultare utili da una pluralità di punti di vista. Infatti, come disse il compagno Presidente Mao Tse-tung, vero esperto di passarelle (vedi la Rivoluzione Culturale Proletaria), “le idee camminano sulle gambe degli uomini” (mi affretto ad aggiungere “e delle donne”). Per chi crede che il pluralismo e il conflitto sono il sale della politica (e della democrazia, sì, anche di quella liberale), più sono le opinioni meglio informate è probabile che saranno le decisioni.

I critici sostengono che sappiamo già tutto. Ho molti dubbi esistenziali su coloro che sanno già “tutto”, e ne diffido. Ritengo, invece, che Conte abbia fatto bene a volere questo format di produzione di idee, anche, se riuscirà a orientarlo, con qualche elemento di spettacolarità. Non ho dubbi sul fatto che gli piaccia esporsi, ma qui sta correndo il rischio che la presenza di troppe personalità produca qualche stecca. Probabilmente, la regia dovrebbe far sapere e imporre a tutti gli intervenuti di non procedere a “racconti” più o meno edificanti, ma di andare subito al sodo: individuare le priorità, suggerire le soluzioni, magari accompagnandole con tempi di attuazione, costi e profitti.

Penso di avere capito che, da sola, l’Italia non ce la farà e che avrà bisogno di tutti i fondi che le istituzioni europee metteranno a nostra disposizione (e hanno già in parte stanziato). Lo faranno privilegiando la trasformazione “verde” dell’economia e la digitalizzazione in tutte le sue varianti, gli investimenti in ricerca e quelli nelle infrastrutture e, grazie al Mes, senza condizionalità, le spese sanitarie dirette e indirette (qui la fantasia degli operatori ha un grande spazio sul quale esercitarsi). Sarà, dunque, opportuno che le soluzioni proposte si collochino nel solco europeo anche perché dalle raccomandazioni europee si potranno trarre indicazioni utilissime.

Senza la passerella le elaborazioni sarebbero finite direttamente sul tavolo dei singoli ministri e dei burocrati che, nel frattempo, tutti critichiamo in maniera tanto convinta quanto generica, ma la cui legittima difesa mi piacerebbe molto ascoltare. Ce ne sarà qualcuno invitato a “passerellare” o vogliono mantenersi tutti nell’ombra?

Avendo aperto il canale di comunicazione con il governo con una frase accomodante e promettente: “Conte è finito, Bisogna andare presto alle elezioni”, le opposizioni hanno poi deciso che non parteciperanno poiché Villa Pamphilj non è una sede istituzionale. Loro, è noto da tempo, anche, talvolta, con qualche scivolatina populista, sono austeri difensori delle istituzioni e della loro autonomia. In particolare, Giorgia Meloni ha seccamente annunciato che il confronto deve avvenire nella sede costituzionalmente più appropriata: il Parlamento. Comunque, il confronto li arriverà quando il governo dovrà chiedere l’approvazione per legge e/o per decreto dei provvedimenti che conterranno le proposte emerse dagli Stati Generali. Però, non posso resistere dal ricordare a Meloni, Salvini e Tajani, nonché ai professoroni del “sì”, che criticano il governo per non avere convocato abbastanza spesso il Parlamento, che la soluzione esiste, quasi ready made. Sta nell’articolo 62 della Costituzione che stabilisce che “ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti”. Gli Stati Generali offrivano/offrono la possibilità di un’anteprima che servirebbe a “limare” anche le proposte concrete delle opposizioni che, evidentemente, non credono nel confronto.

Pubblicato il 12 giugno 2020

La suggestione. La soluzione è ancora Grillo (o un artista)@fattoquotidiano

Già molti elettori dei 5 Stelle non avevano gradito l’esperienza di governo con Salvini, poi adesso, dopo l’accordo con il Partito democratico, altri ancora si sono ritratti e si mantengono in attesa, guardano come vanno le cose. Sono i cosiddetti “elettori disponibili”, ma per convincerli a venire dalla propria parte bisogna saper fare loro una offerta credibile ed è quello che il Pd in questi mesi non è riuscito a fare, forse perché cerca solo di salvare quel che si può salvare di questo governo.

All’interno del Movimento 5 Stelle servirebbe una figura “trascinante”per riprendersi quegli elettori delusi. Uno come Di Battista è in grado di “fare l’offerta” agli indecisi, ma di certo non si tratterebbe di un’offerta di governo. I 5 Stelle hanno avuto la fortuna di trovare Giuseppe Conte, ma il presidente è un governante, non credo farebbe il leader per raggiungere i consensi e gli elettori. C’è poi un altro aspetto: questo tipo di attività politica la si fa di solito a ridosso delle elezioni, esporsi adesso sarebbe rischioso per chiunque e si creerebbero dei conflitti interni.

Anche per questo motivo chi potrebbe mettersi in gioco è Beppe Grillo: non c’è dubbio che abbia la capacità di trainare i 5 Stelle e in questi anni non ha perso prestigio tra i suoi. Certo dipende da quanta voglia avrà lui, ma credo non abbia smesso di ritenere il Movimento una sua creatura e dunque se fosse necessario aiutarlo potrebbe tornare in campo. Più difficile proiettare a livello nazionale Chiara Appendino, anche se l’idea di affidare la guida a una donna è certamente importante: dentro al Movimento, però, credo ci siano altre esponenti che aspirerebbero alla leadership e non sarebbe facile gestire le spaccature. Nel caso scegliessero una donna, se posso dare un suggerimento ai 5 Stelle, cercherei un’artista, qualcuna che parta con una visibilità pregressa. Magari un soprano come Cecilia Bartoli, con la quale mi scuso immediatamente per averla coinvolta in questa suggestione.

Dichiarazione al Fatto Quotidiano pubblicate il 31 maggio 2020

Un Matteo tira l’altro. Perché Renzi ha salvato Salvini da @formichenews

La Giunta per le Immunità al Senato vota contro il rinvio a giudizio di Matteo Salvini per il processo sulla vicenda Open Arms. Decisiva la mossa di Italia Viva, che ha scelto di non partecipare al voto. Pasquino: il mordi e fuggi di Renzi continuerà…

Dall’intervista di Franco Bechis

Matteo salva Matteo. Colpo di scena al Senato: Italia Viva non ha partecipato al voto della Giunta per le Immunità su Matteo Salvini. Il leader della Lega dunque non sarà rinviato a giudizio come richiesto dai magistrati siciliani che indagano sul caso Open Arms. Tredici i voti contrari, solo 7 a favore.

I tre senatori di Iv, il vicepresidente Giuseppe CuccaNadia Ginetti e Francesco Bonifazi, non hanno preso parte al voto, volgendo i numeri a favore dell’ex ministro dell’Interno, che ha potuto così contare su tredici voti (4 di Fi, 1 di Fdi, 5 della Lega, 1 delle Autonomie), più quello della senatrice M5S dissidente Alessandra Riccardi e di Mario Giarrusso, l’ex grillino che doveva avere l’ultima parola sul voto ma, grazie alla mossa di Iv, non si è rivelato determinante.

Solo sette sono stati i voti contrari. Quattro senatori del M5S, e insieme a loro Pietro Grasso (Leu), Gregorio de Falco (Misto) e Anna Rossomando (Pd).

Nel comunicato di Bonifazi le ragioni dello smarcamento dei renziani last minute. “Italia Viva ha deciso di non partecipare al voto sulla vicenda Open Arms: ci rimettiamo dunque all’aula” ha annunciato l’ex tesoriere del Nazareno. “Non c’è stata a nostro parere un’istruttoria seria, così come avevamo richiesto sia in questo caso che nella precedente vicenda Gregoretti: era necessario ricevere indicazioni sui rischi reali di terrorismo e sullo stato di salute riguardo alle imbarcazioni bloccate in mare dall’ex ministro dell’Interno, che non sono arrivate. Dal complesso della documentazione prodotta, non sembrerebbe emergere l’esclusiva riferibilità all’ex Ministro dell’Interno dei fatti contestati”.

Ma il vero affondo politico è contenuto in una frase: quella in cui il gruppo di Iv sostiene che all’epoca il ministro dell’Interno abbia avuto “l’avallo del governo”. Ovvero il via libera, e la compartecipazione, del premier Giuseppe Conte. Tira un sospiro di sollievo Salvini in diretta su Facebook. “Una buona notizia in periodi di attacchi, la buona notizia è che la Giunta del Senato ha appena detto no all’ennesimo processo a mio carico”.

“Matteo Renzi ha dimostrato ancora una volta non solo che esiste, ma che ha un potere significativo sul funzionamento della coalizione di governo, la cui esistenza attribuisce alla sua giravolta di agosto. È solo un episodio, ce ne saranno altri”, commenta con Formiche.net Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna. “Il comunicato renziano è un messaggio chiaro che Conte deve recepire – continua. Quello di Renzi, dice Pasquino, è “un mordi e fuggi”, e continuerà a lungo: “Non si capisce perché non debba approfittare di una carta importante fra le mani. Fa bene a giocarsela, funziona così per i piccoli partiti dei governi di coalizione”.

Funzionava così anche un tempo: “Lo facevano anche con la Dc, che però, una volta tornati alle urne, rivinceva e poteva regolarsi di conseguenza nella formazione del nuovo governo. Il governo Conte questo giochetto non può permetterselo”. Quanto al processo per Open Arms, Pasquino ha più di un dubbio: “I tre senatori di Iv hanno fatto bene ad essere garantisti. Il giudizio era piegato contro Salvini e poco sulle carte e gli atti, era inquinato fin dall’inizio”.

Pubblicato il 26 maggio 2020. L’intervista integrale su formiche.net

Dopo fake news e gossip, Conte (ora) è più forte

Limpidamente bocciata nell’aula del Senato la sfiducia delle destre e della radicale Bonino contro il Ministro della Giustizia Bonafede, è venuto il tempo di fare chiarezza sullo stato di salute del governo, del Parlamento, della democrazia italiana. Forse, solo momentaneamente zittiti, i retroscenisti ricominceranno fra qualche tempo a dire che sentono spifferi e scricchioli, tensioni e conflitti, che si moltiplicano le voci di crisi del Governo Conte e di sostituzione del Presidente del Consiglio (ad opera del solito noto che immagino, conoscendolo, sorridente e preoccupato). Sono tutte fake news e gossip sostanzialmente irrilevanti. Quand’anche Renzi ottenesse qualche Presidenza di Commissione chi conosce i governi di coalizione sa che sono richieste fisiologiche e non scandalose che potrebbero persino rafforzare il governo. Lascerei alle sedicenti anime belle, ma certo non brave dal punto di visto delle conoscenze del funzionamento delle democrazie parlamentari, di stracciarsi le vesti. Poi, magari, potrebbero gettare uno sguardo oltre le Alpi e, non dico che apprenderebbero, ma almeno vedrebbero la normalità di pratiche nient’affatto eversive.

Conte ne esce effettivamente rafforzato anche perché, come nei Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, ci ha messo la faccia. Si è assunto responsabilità politiche e personali. Talvolta commette errori, ma ha dimostrato di sapersi correggere e di non attribuirli ad altri. Appena smetto di ridere vorrei anche aggiungere che non ho mai letto di derive autoritarie effettuate attraverso la decretazione d’urgenza. Né mi pare che il Presidente del Consiglio abbia chiesto “pieni poteri”. Assolutamente fuori luogo proporre un paragone fra Conte e Orbán che s’era già deliberatamente incamminato su un percorso poco democratico.

Avendo, sicuramente, più a cuore di molti di noi la democrazia, le anime belle si sono ripetutamente lamentate poiché il Parlamento italiano era chiuso non per ragioni legate al contagio, ma perché “qualcuno” voleva evitare che controllasse le pericolosissime attività sovversive del governo Conte. Con la riunione d’aula di mercoledì 20 maggio, il Senato ha già tenuto sei sessioni in maggio. Furono sei in marzo e nove in aprile. Per la Camera i dati sono otto in marzo, dodici in aprile, sei, finora, in maggio. Negli stessi mesi, la Camera dei Comuni inglese, la madre di tutte le Camere basse, si è riunita dieci volte in marzo, quattro in aprile, cinque in maggio; il Bundestag tre volte in marzo, due in aprile, cinque in maggio; il Congreso de los diputados spagnolo nove volte in marzo, sette in aprile, due in maggio; la Camera bassa austriaca (Nationalrat) quattro volte in marzo, quattro in aprile, due in maggio..

Sono ancora esterrefatto che, a suo tempo, nessuno abbia replicato a Salvini, giunto fino all’occupazione per poche ore del Senato, a Meloni e ai commentatori piangenti che: “Ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti” (art. 62 della Costituzione). Al Senato il centro-destra ha 142 seggi su 320, alla Camera 265 su 630, quindi, in entrambi i casi ben più di un terzo (Senato 107; Camera 210). Una semplice e veloce raccolta di firme telematiche, smart collection, e le Camere si sarebbero dovute riunire. No, non è stato il governo a tenere chiuso il Parlamento, ma l’ignoranza e il disinteresse di chi strepitava e non agiva. Infine, la democrazia italiana, appena scossa delle differenze d’opinione e politiche fra le regioni e il governo, non esce in nessun modo indebolita da questa difficile, non finita, prova. Ha inevitabilmente manifestato inadeguatezze che sono strutturali (quelle della burocrazia), ma nessun cedimento nelle sue strutture portanti: Parlamento, governo, Presidente della Repubblica. In attesa del prossimo voto in aula e del prossimo dottissimo retroscena.

Pubblicato il 22 maggio 2020 su Il fatto Quotidiano

 

Il governo esce più forte dal Senato, perché le destre si sono dimostrate deboli #intervista @ildubbionews

«Renzi ha voluto dimostrare di essere in grado di far cadere il governo, ma di avere l’intelligenza di non farlo. Bonafede? E’ stato convincente, era la mozione ad essere fuori fuoco»

Intervista raccolta da Giulia Merlo

 

Renzi ha giocato bene la partita politica e Bonafede si è rivelato più convincente delle aspettative. Insomma «il governo esce rafforzato dal confronto d’aula al Senato, nella misura in cui le destre hanno dimostrato la loro debolezza». Sintetizza così la giornata campale di ieri, il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino, che ne estrapola una lezione precisa: «Chi fa cadere un governo lo fa solo se sa di poterne controllare le conseguenze».

Renzi ha definito quello di ieri al Senato “il suo intervento più difficile”. Che impressione le ha fatto in aula?

L’ho trovato molto efficace, meno fanfarone del solito. Ha detto cose di sostanza e in particolare un passaggio è stato molto importante: ha spiegato che il suo gruppo non ha sfiduciato Bonafede perché appoggia il governo guidato da Conte. Il premier questo deve tenerlo ben presente. Si è detto che questa scelta di Italia Viva sia costata 48 ore di contrattazione con Palazzo Chigi. Io non so cosa Renzi abbia chiesto a Conte né quale ricompensa abbia concesso il presidente del Consiglio, ma francamente mi interessa poco. Anzi, credo che in un governo di coalizione sia giusto e corretto che il premier vada incontro agli interessi di una componente irrequieta, che chiede visibilità. Perché di questo stiamo parlando: Italia Viva va male nei sondaggi e ha bisogno di acquisire spazio. Ma questo fa parte della politica e non mi scandalizzerei se Conte concedesse a Renzi un sottosegretario in cambio del salvataggio di Bonafede. Sarebbe uno scambio perfettamente legittimo.

Renzi di fatto ha spostato il focus sul premier. Bonafede, dunque, è rimasto sullo sfondo di un confronto che solo apparentemente riguardava il suo ruolo?

Io non credo sia del tutto così. Bonafede è il ministro della Giustizia e in un qualsiasi organigramma di governo è il terzo o quarto ruolo più importante. Inoltre, in Italia la situazione della giustizia è particolarmente delicata e dunque acquista ulteriore rilevanza, anche alla luce delle conseguenze di questo Coronavirus. La mozione era decisamente contro Bonafede e la sua replica agli attacchi è stata molto convincente: ho ascoltato un ministro che è arrivato preparato e ha dimostrato di saper ben argomentare e documentare le sue scelte. Era la mozione ad essere fuori fuoco.

La mozione di Bonino non era centrata?

Sul tema delle carceri Bonino combatte una battaglia giusta, era la mozione ad essere sbagliata perché giocava sui malumori e sulle intemperanze della maggioranza. Bonino avrebbe potuto chiedere e forse anche ottenere migliori condizioni per il carcere senza bisogno di questa mozione di sfiducia, che mi sembra frutto di una certa voglia di protagonismo. Anche perché mi chiedo: se anche la mozione sua o quella delle destre fosse passata, si sarebbero risolti i problemi della giustizia?

Eppure lo stesso Renzi ha detto che, se Italia Viva avesse usato il metro giustizialista dei 5 Stelle, Bonafede sarebbe stato sfiduciato.

Io trovo che gli argomenti contrapposti del giustizialismo e garantismo in questo caso siano mal posti. Mi spiego: io non ho mai apprezzato la teoria radicale del “nessuno tocchi Caino”. A mio modo di vedere Caino deve essere toccato eccome, cacciandolo in galera per omicidio. Su questo lo Stato deve essere deciso, perché se i colpevoli non vengono puniti si trasmette un messaggio di impunità e di doppiopesismo giudiziario. In questo senso, è la stessa cultura giuridica italiana a non aver mai sciolto il dilemma tra giustizialismo e garantismo. Figuriamoci se può averlo fatto la politica. Per questo ritengo che nel caso di Bonafede la categoria giustizialista non c’entri. Renzi ha parlato di cultura del sospetto e ha detto che, sulla base di quella, si sarebbe stati legittimati a sospettare del comportamento del ministro.

E dunque perché Renzi non lo ha sfiduciato? Sulla base di una vera condivisione del progetto politico del governo o per mero tatticismo?

Sarebbe troppo facile risponderle che lo ha fatto per entrambe le ragioni. Io credo che all’origine di tutte le scelte di Renzi ci sia la rivendicazione di aver fatto nascere questo governo lo scorso agosto, quando ha aperto la strada all’alleanza Pd-5Stelle. Nello stesso tempo, Renzi è irritato perché questo merito non gli viene riconosciuto e per questo è arrivato alle estreme conseguenze di uscire dal Pd per fondare un suo movimento. Detto questo, Renzi sa di aver bisogno di voti per rimanere in politica ma questi voti, per ora, non stanno venendo fuori. Dunque ha bisogno di più tempo. Accanto a questo ragionamento di convenienza, però, credo che Renzi abbia la consapevolezza del fatto che il Paese si trova in un momento molto delicato e che far cadere ora il governo sarebbe gravissimo.

Lei che giudizio dà della scelta politica di Renzi?

Ritengo che Renzi abbia voluto dimostrare di avere la forza di far cadere questo governo, ma anche l’intelligenza di non farlo cadere. Su questa scelta spera di ottenere un giudizio positivo da parte dei futuri elettori.

Una scelta lungimirante?

Guardi, chi è politicamente responsabile compie azioni rilevanti come far cadere un governo solo se ha la certezza di controllarne le conseguenze, almeno nel medio periodo. Tradotto: si può far cadere il governo Conte solo nella misura in cui si è in grado di prevedere quale governo gli succederà, e soprattutto che questo governo successivo sia migliore di quello attuale. Attualmente, però, queste due condizioni non esistono.

Dunque il confronto di ieri al Senato è stato la proverbiale montagna che ha partorito il topolino?

Non direi. Anzi, mi sembra che dal confronto di ieri siano emersi alcuni dati politicamente molto rilevanti. Il primo, che la destra di Salvini e Meloni è debole e può pensare di vincere solo se la maggioranza attuale si sfarina. Il secondo, che Bonafede si è dimostrato adeguatamente competente. Il terzo, che il governo è uno e trino: uno è Conte, gli altri tre sono le sinistre di Pd, Italia Viva e Leu, e di questi il presidente del Consiglio deve tener più conto.

Dunque il governo esce rafforzato o indebolito da questa non sfiducia a Bonafede?

Il governo esce appena appena più forte, nella misura in cui le destre si sono dimostrate deboli. Questo esecutivo, tuttavia, ha sfide di ben altra portata davanti: penso al MES, che andrebbe preso così com’è ma su cui i 5 Stelle si sono aggrovigliati in una posizione ideologica. Al netto della parentesi di ieri, il governo rimane in una posizione difficile perché imbarca acqua da più lati e solo ogni tanto riesce a mettere un tappo. E, per sentirsi al sicuro, ha ancora moltissima strada da fare.

Pubblicato il 21 maggio 2020 su ildubbio.news

Chi può essere così stupido da fare una crisi di governo? #Intervista @fattoquotidiano

È ridicolo accusare Conte di una svolta autoritaria. Ed è folle pensare di sostituirlo durante la pandemia

Intervista raccolta da Tommaso Rodano

“Non andrà tutto bene e non torneremo come prima”. Gianfranco Pasquino si muove tra un ragionamento e l’altro con ampio ricorso all’ironia. Non è appassionato della retorica anti-virus, sorride degli slogan di questi giorni. “Primo: non è andato tutto bene, non va tutto bene, è difficile che andrà bene in futuro. Secondo: non torneremo come prima. Abbiamo perso denaro, speranze, opportunità. E non deve tornare come prima: non voglio tornare all’Italia dei processi per corruzione, del dominio della criminalità organizzata, dell’evasione fiscale di massa. Non tornerà tutto come prima: spero proprio di no. Spero che si faccia tutto meglio”.

C’è chi accusa il governo di calpestare le garanzie costituzionali. Cito Matteo Renzi; “Nemmeno durante il terrorismo abbiamo derogato così tanto alla Costituzione”. Concorda?

Scriva che la risposta inizia così:. Pasquino sospira profondamente… No, non concordo. Sono esagerazioni, errori, provocazioni che possono provenire solo dall’ex segretario del Pd. Ha il dente avvelenato ed è in costante ricerca di pubblicità.

Secondo lei Conte non ha commesso nessuna forzatura?

Chi sa interpretare la Costituzione spiega questo: ci sono delle azioni che stanno dentro la Carta, altre che sono fuori dalla carta (ma senza arrecarle danno) e altre ancora che invece le vanno contro. Nel peggiore dei casi -e io non concordo con questa tesi- i decreti del Presidente del Consiglio possono essere considerati extra-costituzionali. Peraltro i DPCM sono stati raccolti in un testo che sarà sottoposto al voto del Parlamento. Siamo seri: è incredibile pensare davvero che Conte stia scivolando verso una deriva autoritaria.

Riconoscerà che c’è un aumento del controllo e della pressione dello Stato sulle libertà individuali. Non la preoccupa?

Penso che sia sempre legittimo preoccuparsi delle proprie libertà, ma credo pure che si debbano considerare le libertà degli altri. Il limite è sempre quello: posso rivendicare il mio diritto a circolare liberamente se mette in pericolo il diritto alla salute di chi mi sta vicino? Le scelte del governo mi paiono giustificate e giustificabili.

Sono anche giuste, oltre che giustificabili?

Alcune cose si potevano fare meglio. Alcune decisioni potevano essere modulate in modo diverso. Ma sarebbe servita una grandissima capacità, che temo la burocrazia italiana non abbia. Vista la gravità della situazione, meglio essere più rigidi piuttosto che più flessibili.

Almeno sulla comunicazione il governo poteva lavorare meglio, non crede?

Avrei preferito che il Presidente del Consiglio comunicasse meno, e magari in orari più consoni. Nel complesso però il tono di Conte mi è parso buono: è sfuggito sia alla retorica dell’esagerazione sia al vittimismo di spostare la responsabilità su altri. E poi mi chiedo: qualcun altro ha comunicato meglio di Conte? O avrebbe potuto comunicare meglio?

Salvini ha “occupato” il Parlamento.

Segno di un nervosismo clamoroso. Era stato beffato dal flash mob della Meloni, ha dovuto alzare l’asticella, ma non mi pare un gran gesto. La sua macchina della comunicazione ha perso originalità, è capace solo di una propaganda aggressiva. In questa situazione invece servono empatia e condivisione del dolore. Non si guadagna consenso attaccando il governo.

Ne è così sicuro? Nei retroscena dei quotidiani è un gran scrivere di “unità nazionale”, un governo nuovo per sostituire Conte. Non ci crede?

Io non metto in dubbio che ci sia qualcuno che ritenga necessario sostituire Conte. Però penso che sbagli. Il premier ha un indice di gradimento molto alto, non è facile nemmeno immaginare una figura di quel genere, ha dimostrato capacità notevoli in questa fase. E poi attenzione: sostituire Conte significa aprire una crisi di governo. Chi può essere così stupido da provocare una crisi di governo nel pieno di un’emergenza tremenda?

Sono sicuro che qualcuno le viene in mente

Ma ci sono delle difficoltà che è impossibile ignorare. Una nuova maggioranza deve passare attraverso il Movimento Cinque Stelle. E i grillini non sono disponibili a sostituire Conte. In questa fase evocare la crisi è un discorso pazzesco che possono permettersi solo alcuni editorialisti e commentatori che non sanno scrivere di altro.

Sta di fatto che si parla e si scrive tanto di Mario Draghi

La figura di Draghi pesa: ha statura, visibilità, competenza. Io lo conosco personalmente, almeno un po’, e non mi pare proprio che abbia l’ambizione di essere preso da qualcuno e piazzato a Palazzo Chigi.

Però il suo intervento nel dibattito sulla crisi è stato significativo. E non ha mai smentito queste voci.

Il suo articolo sul Financial Times serviva -e in parte c’è riuscito- a orientare la politica della Commissione europea. Poi sono convinto che non smentisca le voci su di lui perché non vuole alimentare con il chiacchiericcio politico: sta zitto perché non vuole essere coinvolto. E credo sappia benissimo che guidare un paese è molto diverso da amministrare una banca centrale. Non lo vedo premier ora ma potrebbe essere un eccellente candidato alla presidenza della Repubblica nel 2022. La sua figura avrebbe un peso nel quadro europeo.

La politica è diventata subalterna di tecnici e scienziati?

No. È diventata consapevole di una verità importante: le competenze scientifiche sono irrinunciabili perché i politici facciano scelte corrette. Se i tecnici e gli scienziati sono bravi, il loro lavoro è fondamentale per indicare il costo di una scelta pubblica. È un passo avanti, non una rinuncia all’autonomia.

Pubblicato il 4 maggio 2020 su Il Fatto Quotidiano

Essere più buoni (e più costituzionali) ai tempi di Covid-19 @formichenews

Tutte le libertà personali di tutte le persone hanno come limite invalicabile le stesse libertà di tutte le altre persone. E allora, sull’emergenza, potrebbe essere il Parlamento a legiferare in materia, oppure il governo (con la sua maggioranza) lasciando alle Camere il compito di precisare, limare, eventualmente migliorare.

Trovo molto fastidiosa la pretesa di alcuni, giuristi e giornalisti, di qualificarsi come più buoni, più rispettosi della Costituzione, più protettori delle libertà dei cittadini e dunque più autorizzati, anzi, i soli autorizzati a criticare il governo e, in particolare, il Presidente del Consiglio. La maggior parte delle critiche sono pretestuose, politicamente (im)motivate e, infine, diseducative. Due sono i punti più discutibili: i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) e la (eventuale) limitazione delle libertà personali.

Con i DPCM il “cattivo” Conte avrebbe imposto la sua linea “a prescindere”, secondo alcuni fuoriuscendo dalla Costituzione, secondo altri andando contro la Costituzione, ma, evidentemente, con il sostegno della “sua” maggioranza. Poiché continuo a credere che il custode della Costituzione è il Presidente della Repubblica, ritengo il silenzio di Mattarella assolutamente eloquente. So anche che da Palazzo Chigi al Quirinale funzionano linee telefoniche, c’è anche, come si dice, una “batteria” e, dunque, sono certo che le due autorità si sono confrontate. Tralascio tutto il discorso sui decreti, che dovrebbero essere emanati soltanto “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” (art.77) quando è arcinoto che entrambi i requisiti sono sistematicamente violati, l’urgenza essendo spesso procurata. Ma, scrive giustamente Vincenzo Lippolis, “le norme costituzionali vanno interpretate con riferimento al contesto” cosicché mi pare lecito aggiungere e sottolineare che i DPCM si giustificano pienamente proprio con riferimento al contesto.

Giuristi e giornalisti hanno lamentato la compressione del Parlamento, la sua emarginazione, il suo mancato funzionamento. Credo che il Presidente della Camera Roberto Fico abbia già risposto soddisfacentemente. Rilevo che il Parlamento italiano oggi è un’istituzione nella quale stanno uomini e donne di partito malamente eletti da una pessima legge elettorale che li rende dipendenti da chi li ha candidati: capipartito e capicorrente (con aiutini da parte di qualche lobby). Sono loro a non fare funzionare il Parlamento, non il Presidente del Consiglio. Infatti, “un Parlamento che non vuole essere emarginato ha tutte le possibilità per chiamare il governo a spiegare la sua linea d’azione e a controllare il suo operato” (Lippolis).

A maggior ragione il Parlamento dovrebbe chiamare il governo a rispondere nei casi in cui ravvisi violazioni delle libertà e dei diritti. Qui entrano in campo anche i filosofi e i sociologi. Davvero la libertà di circolazione è un diritto assoluto? Quando la libertà di circolazione incide sul mio (e vostro) diritto alla salute, non potrebbe/dovrebbe essere limitata, circoscritta, anche con un’apposita tecnologia? È possibile suggerire come punto di partenza quantomeno che tutte le libertà personali di tutte le persone hanno come limite invalicabile le stesse libertà di tutte le altre persone. Potrebbe essere il Parlamento a legiferare in materia, oppure il governo (con la sua maggioranza) lasciando al parlamento di precisare, limare, eventualmente migliorare. John Locke suggerirebbe un elenco che vede al primo posto la vita, poi, la proprietà, al terzo posto la libertà. Lo interpreto flessibilmente. Se non c’è vita (quindi la salute), la proprietà non serve a nulla, ma come si può esercitare la libertà senza il possesso di un minimo di risorse personali? Ecco, forse, proprio questo Primo Maggio è più appropriato di altri a farci riflettere senza formalismi e garbugli sull’elenco (e le priorità che mi paiono attualissime) di Locke.

Pubblicato il 1° maggio 2020 su formiche.net

Nella normalità gli italiani riescono sempre a dare il peggio di sé @HuffPostItalia

In un paese decente si discuterebbe di chi sono i congiunti? delle relazioni consolidate? della riapertura delle chiese cattoliche? (gli ebrei hanno deciso che le sinagoghe rimangono chiuse). Ecclesia non significa “assembramento” e gli assembramenti non sono vietati? Il Commissario all’Emergenza Domenico Arcuri ne sa meno della Conferenza Episcopale Italiana? Da dove traggono le loro conoscenze, evidentemente specialistiche, i vescovi italiani? Passato un cortissimo interludio siamo già tornati a gettare discredito sulle competenze e sugli esperti? “Dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare” non potrebbe, forse, significare che, oltre alle tasse a Cesare dovremmo riconoscere anche, sulla base delle acquisizioni scientifiche, di prendere decisioni che riguardano l’organizzazione e la vita di una collettività?

Quelli che in Italia oggi vogliono l’allentamento sono gli stessi che hanno espresso la loro ammirazione per la chiusura draconiana della provincia di Wuhan e di Singapore? Che, naturalmente, comprendeva fortissime restrizioni alla libertà personale di circolazione. E quelli che criticano la possibilità di “tracciare” i movimenti dei cittadini sanno che proprio il tracciamento effettuato su tutti i sud coreani ha praticamente sconfitto il coronavirus? Da quando alcune libertà sono assolute (quella di circolazione poi) anche quando sappiamo che possono andare a detrimento grave delle libertà degli altri fino a portare al loro decesso?

Sarebbero costoro gli italiani che danno il meglio di sé nell’emergenza? A me pare, tutt’al contrario, che l’emergenza sia la cartina di tornasole che fa emergere tutti i difetti, le carenze, gli egoismi degli italiani (per fortuna, di non tutti gli italiani). Su questi fastidiosi rumori di fondo, spesso manipolati e ingranditi, sempre sgradevoli, qualcuno pensa di costruire una politica alternativa a quella del governo Conte? Non sarebbe preferibile che formulasse prima, con precisione, quale politica alternativa è fattibile, con quali costi, con quali esiti, con quali tempi? Non può, naturalmente, trattarsi semplicemente di dire apriamo qualche giorno prima, diamo cento euro in più, riduciamo le distanze di sicurezza. Tutto questo può certamente essere detto accompagnandolo da spiegazioni e da qualche evidenza scientifica. Invece, vedo, ma non sono il solo, che è in atto “un gioco di società”: differenziazioni e riposizionamenti con un sottile profumo di esibizionismo populista e un tocco di immarcescibile servilismo clericale.

Questo triste balletto significa che già molto è tornato come prima. Che non abbiamo imparato niente anche perché per imparare bisogna “avere le basi”. Che sta tornando la normalità nella quale gli italiani riescono sempre a dare il peggio di sé. Oggi più di ieri. In attesa, gioite: una volta sostituito il Presidente del Consiglio Conte che più o meno (la seconda) autorevoli commentatori vedono addirittura “affaticato”, l’Italia s’impennerà. E avremo la gioiosa occasione di dire molte messe di ringraziamento.

Pubblicato il 28 aprile 2020 su huffingtonpost.it

Conte da avvocato del popolo a pubblico ministero d’Italia @HuffPostItalia

I retroscenisti si affannano a trovare i nomi dei suoi possibili sostituti, ma il Professor Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri, a suo tempo autodefinitosi “avvocato del popolo”, rimane comodo e sicuro di sé a Palazzo Chigi. È già riuscito nell’impresa solitaria, vale a dire effettuata, nella pur variegata storia repubblicana dei capi di governo, solo da lui, di guidare due governi dalla composizione molto diversa. Privo di qualsiasi base politica e, a quel che si vede, di sostegno proveniente da associazioni del più vario tipo, dei più o meno fantomatici “poteri forti”, inizialmente proposto e poi appoggiato dal Movimento Cinque Stelle, da qualche mese Conte “gioca” in proprio. La sua popolarità personale è nettamente superiore a quella dei concorrenti, Salvini e Meloni, e a quella degli alleati Di Maio, Zingaretti, Crimi. Immagino che al nome di Di Battista, la sua reazione sia una scrollata di spalle.

Nel corso del tempo, Conte ha dimostrato una dote alquanto rara: crescere nel suo ruolo, imparare senza imitare o farsi risucchiare dai politicanti e nel politichese. Ha saputo conquistarsi un’autonomia relativa dai Cinque Stelle, che hanno assoluto bisogno, non di “uno come lui”, ma proprio di lui, e anche del Partito Democratico, che non può neppure pensare di sostituirlo con uno dei suoi dirigenti perché destabilizzerebbe la coalizione e, non posso non aggiungere, non ha attualmente dirigenti all’altezza.

Conte ha dimostrato di sapere combattere le battaglie parlamentari. Nel discorso di agosto 2019 sul cambio di governo, ribaltone pienamente legittimo in tutte le democrazie parlamentari, Conte ha sovrastato Matteo Salvini, suo avvilito e allibito compagno di banco in via d’uscita. È variamente riuscito a non farsi trascinare nelle liti fra Cinque Stelle e Democratici, per esempio, sulla prescrizione. Non ha mai osteggiato gli esperti né ha ondeggiato sulle politiche che preferisce. Non può essere accusato di doppiopesismo e doppiogiochismo. Dal momento dell’insorgere del coronavirus non ha né sottovalutato la gravità della situazione né temporeggiato sulla necessità di una risposta. Qualcuno lo accusa di avere ecceduto in personalizzazione sia nelle troppo frequenti presenze televisive sia nella emanazione di Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM). Però, non si è sottratto al confronto con il Parlamento e mi pare risibile accusarlo di autoritarismo strisciante e molto grave dargli del traditore. Forse poteva anche non reagire con durezza e criticando con nome e cognome gli accusatori, ma non era solo un problema personale, ma di dignità istituzionale. Un paese che ha a capo del governo un traditore si scredita a livello europeo e internazionale.

La scommessa più azzardata Conte l’ha fatto sul terreno in partenza meno favorevole: quello dell’Unione Europea e dei finanziamenti agli Stati-membri maggiormente colpiti dal Covid-19. Ritengo che sia partito male opponendosi ideologicamente, come, peraltro, hanno fatto quasi tutti i Cinque Stelle, a qualsiasi ricorso al MES anche quando era chiaro che i fondi per le spese direttamente e indirettamente sanitarie sarebbero erogati senza condizionalità. Però, la durezza sembra avere pagato. A livello europeo, si è aperta la strada, grazie soprattutto alla sua intransigenza, ad una politica di sostegno e solidarietà economica prima inimmaginabile.

Leadership è capacità di indicare percorsi e di guidare. Conte non è più soltanto l’avvocato del popolo –espressione, peraltro ambigua e che male si attaglia ai compiti istituzionali di un capo di governo. Si è trasformato. Restando in metafora si potrebbe sostenere che, nei confronti dell’Unione Europea, si è comportato come un Pubblico Ministero accusandola di (evidenti) inadempienze, e vincendo il processo di primo grado. Tutto, dunque, perfetto? La valutazione complessiva dell’operato delle autorità politiche si fa a fine mandato anche sulla base del loro lascito. In mezzo al guado, il Presidente del Consiglio Conte ha saputo fare di più che semplicemente barcamenarsi. Invece di interrogarsi su come e con chi sostituirlo, mi parrebbe più proficuo suggerire ai componenti della coalizione di governo quali politiche dovrebbero essere cambiate, migliorate. La duttilità mostrata dal Presidente Conte incoraggia a pensare che saprebbe fare buon uso di suggerimenti fondati.

Pubblicato il 24 aprile 2020 su huffingtonpost.it