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Il governo durerà ma i 5S si liberino di Di Maio #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giulia Merlo
“Le sardine? Apprezzo sempre la partecipazione e dico che un movimento nella fase nascente ha bisogno di tempo per trovare uno sbocco”.

I sondaggi dicono il vero, secondo il politologo Gianfranco Pasquino: l’Italia, per ora, è un paese che si è orientato verso il centrodestra. Ma l’attuale quadro politico è in subbuglio: con il movimento delle sardine ma anche con la variabile ancora incalcolabile sul futuro del premier Giuseppe Conte.

Professore, quale è il suo giudizio sulle sardine?

Io apprezzo sempre quando le persone si mettono insieme con un obiettivo comune e risvegliano la partecipazione, soprattutto quella giovanile. Sono favorevole anche quando l’obiettivo è la protesta, a maggior ragione se fatta contro Matteo Salvini e il populismo.

La critica maggiore è che si tratta di protesta senza proposta.

Che significa? Quelli che oggi sbandierano proposte spesso si riempiono la bocca di parole solo retoriche oppure di offese nei confronti di qualcuno. Io dico di dare tempo al tempo: per citare Weber, il movimento delle sardine è ancora nella fase di stato nascente. Poi la mobilitazione si estenderà ancora, infine si deciderà che farne e se darle sbocco.

Di solito le mobilitazioni sono contro il governo, mentre in questo caso sono contro il populismo salviniano, quindi l’opposizione.

Sulla base di questo ragionamento, non avrebbe senso nessuna manifestazione contro il fascismo, visto che è stato sconfitto. Invece ha senso, perché si manifesta contro un pericolo che si percepisce come attuale e questo fa parte della conversazione democratica. Io non trovo nulla di male nel protestare contro un’opposizione che agisce in modo scomposto e propaganda notizie false. E poi la protesta delle sardine non è solo contro Salvini, ma anche contro l’eccessiva timidezza del governo, ovvero di chi dovrebbe fargli da contraltare.

Esiste spazio per uno sbocco elettorale di questo movimento?

Esiste se la sinistra partitica rimane statica. Se le sardine avranno voglia, allora avranno anche lo spazio per organizzarsi. Del resto, abbiamo visto succedere qualcosa di simile con i 5 Stelle, anche se in quel caso a capo c’era un leader forte come Beppe Grillo.

Altrimenti il consenso delle sardine si riverserà nel centrosinistra?

È possibile, ma non è un meccanismo automatico. Il Pd deve cercare quel consenso, dicendo alcune cose o candidando determinate persone, per esempio. Insomma, deve esserci una trattativa e un accordo preelettorale tra i dem e le sardine.

I 5 Stelle sono in netto tracollo, è una parabola invertibile?

Lo spazio di protesta nei confronti del sistema politico che il Movimento intercettava esiste ancora, ma ora c’è la concorrenza sia di Salvini e, a loro modo, anche delle sardine. Il problema dei 5 Stelle è uno solo: la leadership. Luigi Di Maio è debole, inadeguato e fa perdere voti. Per recuperarli, tornando non certo al 32% del 2018 ma a un buon 20%, bisogna fare una buona campagna elettorale ma soprattutto trovare un nuovo leader: Beppe Grillo, per esempio, recupererebbe molto consenso.

Il Pd, ieri, ha chiesto una «verifica» di questo governo. È segno che i dem vogliono staccare la spina?

Io trovo normale che si chieda di fare il bilancio, perché questo è un governo strano e la verifica fa parte delle necessità di tutte le coalizioni, in cui può sorgere la necessità di sostituire qualche ministro o trovare una nuova linea politica.

Nessun rischio di crisi, quindi?

Se questo governo nasce per contrastare Salvini, allora deve rimanere in carica finché può e dimostrare che la sua politica funziona adoperando tutto il tempo a disposizione, quindi fino al 2023. Per durare, però, i partiti devono smettersi di farsi concorrenza interna. Altrimenti sarà un fallimento di tutto il governo e farà crescere l’opposizione, quindi Salvini.

I sondaggi sono veri e il nostro è un paese di centrodestra?

I sondaggi raramente sbagliano, ma fotografano una situazione hic et nunc. Però la campagna elettorale può cambiare tutto: qualcuno fa errori, qualcuno individua la tematica vincente oppure qualcosa di imprevedibile accade. Nelle ultime elezioni alcuni milioni di italiani hanno cambiato comportamento elettorale. Inoltre, esiste una variabile ancora imponderabile.

Quale?

Il premier Conte. Secondo i sondaggi è il più popolare, ma non si sa ancora cosa farà. Lui dice che non si candiderà, ma chissà: potrebbe stare coi 5 Stelle, farsi un partito personale … Oppure, forse, si sta preparando a diventare il prossimo presidente della Repubblica.

Pubblicato il 10 dicembre su ildubbionews.it

Lo scontro in atto sul #MES, tra politica interna e rapporto con l’Europa

Lo scontro in atto sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) merita più di una riflessione perché riguarda il modo di governare (e di fare) opposizione in Italia e il modo di rapportarsi all’Europa. Sul primo punto abbiamo appreso e non dobbiamo dimenticare che il precedente governo giallo-verde aveva sostanzialmente accettato il MES e che, pertanto, ha ragione il Presidente del Consiglio Conte a criticare duramente l’opportunismo di Salvini che, andato all’opposizione, smentisce se stesso.Tuttavia, Conte fa male quando eccede nelle critiche facendone un fatto di scontro personale con Salvini, nel quale si inserisce con notevole grinta Giorgia Meloni per trarre il meglio di visibilità a fini elettorali. Lo scontro politico ha in qualche modo posto rimedio alla mancanza di conoscenze. Però, è almeno in parte vero che alla sostanza del MES non era stata data sufficiente attenzione. In estrema sintesi, il MES non è un meccanismo inteso primariamente a salvare le banche tedesche, come dicono gli oppositori, ma tutte le banche le cui difficoltà si ripercuoterebbero in maniera più pesante sui paesi con un alto debito pubblico, come l’Italia.

Adesso, con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, già importante europarlamentare, il governo giallo-rosso andrà a discutere e negoziare nelle sedi europee. Gualtieri ha immediatamente comunicato che lo spazio è minimo e un’affermazione simile è stata fatta dal portoghese Centeno alla presidenza dell’Eurogruppo. Come in troppe altre occasioni, la posizione italiana non appare forte dal punto di vista negoziale poiché i rappresentanti degli altri paesi hanno ricevuto sufficienti informazioni sulle resistenze italiane e sulle divisioni anche in ambito governativo. Non possono fare a meno di preoccuparsi che l’Italia allunghi i tempi dell’approvazione del MES per ragioni di politica interna senza nessuna proposta operativa e migliorativa di un testo già lungamente discusso.

La posizione negoziale italiana è inevitabilmente inficiata proprio dalla inaffidabilità dei suoi governi e dall’oscillazione delle sue posizioni e preferenze (in questo caso, in particolare quelle del Movimento Cinque Stelle). Incredibilmente, troppi esponenti italiani dimenticano che il paese è costantemente sotto osservazione per un motivo strutturale: l’altissimo livello raggiunto dal debito pubblico, il 138 per cento del Prodotto Nazionale Lordo. Gli europei hanno visto con favore, sarebbe stupido negarlo, la fuoruscita dal governo italiano dei sovranisti della Lega e l’ingresso degli europeisti del PD. Si attendono che dalle apprezzabili posizioni di principio conseguano comportamenti pratici altrettanto apprezzabili. Il MES è la prima importante occasione per mostrarsi coerenti e sulla base di quella coerenza essere poi in grado di fare valere le proprie preferenze, le proprie valutazioni e i propri interessi nella consapevolezza che gli interessi italiani coincidono con un’Europa potenziata nei suoi meccanismi economici.

Pubblicato AGL il 6 dicembre 2019

Il Conte 2 tra pulsioni suicide (M5S) e insofferenza (Pd). La versione di Pasquino @formichenews

Oltre le tendenze suicide del Movimento 5 Stelle e oltre l’insofferenza del Pd nei confronti dell’improvvisazione pentastellata, ci sono degli elementi strutturali non secondari da valutare, prima di far cadere l’esecutivo giallorosso. Il commento del politologo Gianfranco Pasquino, in libreria con “Italian Democracy: How It Works” (Routledge)

Sul lungo periodo saremo tutti morti (Keynes il saggio), ma sul breve periodo continueremo ad annoiarci moltissimo a discutere di quanto dura il governo italiano. Vero è che ci sono pulsioni suicide nei ranghi del Movimento Cinque Stelle e, infatti, hanno già portato alla riduzione quantitativamente significativa di quei ranghi. Vero è che cresce l’insofferenza del Partito Democratico nei confronti dell’improvvisazione, dell’ignoranza, dell’impertinenza dei Cinque Stelle. Più vero di tutto, però, è che molte delle scelte che il governo dovrà fare sono sostanzialmente obbligate (le farebbe, farà, certo dopo molto strepitare, anche un qualsiasi molto eventuale governo sovranista Salvini/Meloni) e che, soprattutto, ci sono due nobili obiettivi da perseguire: durare fino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, gennaio 2022, e fare sbollire la crescita di consensi per la Lega. Le elezioni regionali in Emilia-Romagna saranno un ottimo indicatore per capire l’umore politico di quegli elettori, che, peraltro, non sono affatto rappresentativi del resto del paese.

Dopodiché, ovvero, forse, prima di tutto e soprattutto, ci sono gli elementi strutturali. Per l’economia italiana la insostenibile pesantezza del debito pubblico che rende complicatissima qualsiasi “manovra” e qualsiasi rilancio della crescita che, a questo punto, non potrà che passare per un’impennata di produttività. Questo rende lecito anche interrogare i sindacati sulla loro disponibilità e sul loro impegno. Il secondo elemento strutturale è rappresentato dall’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea e quindi dalla necessità/capacità di convincere gli altri Stati-membri che siamo credibili e affidabili come “sistema-paese” e non soltanto come governi transeunti che assumono impegni, leggi MES, che i loro successori metteranno in questione.

Quando si passa agli elementi congiunturali, vale a dire a problemi da risolvere perché emergenti e urgenti, dall’Ilva ad Alitalia (sì, lo so che è quasi strutturale), dalla messa in sicurezza del territorio nazionale alle opere pubbliche, dalla giustizia alla scuola, allora fanno la loro inevitabile comparsa le distanze fra Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico, con il Presidente del Consiglio che si dimostra provetto navigatore e galleggiatore. Parte, ancora probabilmente maggioritaria del Movimento, si fa guidare da due etiche, quella di convinzioni, molto discutibili che derivano da una quasi totale misconoscenza delle modalità di funzionamento di una democrazia parlamentare, e quella delle convenienze: meglio stare al governo che piombare in una campagna elettorale ravvicinata che li dimezzerebbe e forse più. Nel frattempo, i Democratici non hanno risolto, perché non ne hanno neppure discusso, le loro differenze di opinione sulla valutazione dell’alleanza con i Cinque Stelle: oggi, per sopravvivere e non consegnare l’Italia al centro-destra; domani, per attrezzarsi ad un difficilissimo bipolarismo architettando, come si dice desideri Dario Franceschini, un rapporto più stretto con i Cinque Stelle (senza che costoro imparino nulla?).

Il futuro del governo Conte 2 è incerto, come è stato il futuro di praticamente tutti i governi italiani dell’unica Repubblica che abbiamo avuto. La durata media che, certo, nasconde qualche esito più lunghetto, è di circa quindici mesi e mezzo. Allora, senza allarmismi, riparliamone fra un po’.

Pubblicato il 2 dicembre 2019 su formiche.net

Conte ha vinto, il suo governo 2 non ancora. Parla Pasquino #Intervista @formichenews

 

Il prof. Gianfranco Pasquino a Formiche.net: non sarà una stagione riformista, ma si potrebbe aprire una fase di confronto-scontro che arricchisce il Paese. La prima prova del governo? La legge di bilancio

Intervista raccolta da Simona Sotgiu

 

Una stagione riformatrice? Non proprio, ma ci sono buone premesse perché si apra un dialogo su come far crescere il Paese e su come redistribuire la ricchezza prodotta. A patto che sia Pd che M5S si interroghino non solo sugli obiettivi, come il salario minimo o il cuneo fiscale, ma anche su quali mezzi scegliere per raggiungerli. Conte? Da avvocato del popolo è diventato guida politica di un esecutivo, “è un professore che ha fatto una carriera strepitosa, non si può negare che sia già entrato nella storia”. A poche ore dalle dichiarazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica analizza con Formiche.net i punti di forza e le debolezze del nuovo esecutivo giallorosso, sottolineando le sfide che lo aspettano, come la legge di bilancio e le riforme strutturali, dal taglio dei parlamentari all’autonomia differenziata.

Professore, cosa l’ha colpita di più del discorso del presidente Conte?

Conte ha fatto nel complesso un compito più che sufficiente, diciamo il compito che gli spettava, con una punta di interesse nella presentazione, cioè la richiesta di un linguaggio della politica tra persone, tra i parlamentari e il Paese reale, che sia un po’ più rispettoso delle varie anime del Paese. Ridare un po’ di dignità alla politica anche attraverso le parole, questo l’ho apprezzato ed è stata una buona introduzione.

E il resto?

Per il resto, ci ha chiesto di essere più buoni, di pagare le tasse, di essere accoglienti, di ricordarci che bisogna osservare le leggi, che bisogna garantire la parità di genere, magari anche negli stipendi (il che non mi pare una brutta idea), aiutare i disabili, cercare di migliorare la formazione attraverso la scuola e infine cercare di essere europeisti, perché se non lo siamo rimaniamo isolati. Tutto questo va benissimo, ma purtroppo sull’immigrazione è stato leggermente più incerto.

Cosa intende?

Ha detto, in fin dei conti, che dovrà essere l’Europa a risolvere questo problema. Mi sarebbe piaciuto sentire, invece, la parola “ius soli”, che avrebbe potuto incontrare il favore del Pd, che dovrebbe ricordare di aver proposto un disegno di legge in materia, e sarebbe stato un atto di accettazione consapevole di una società che sta cambiando e che ha al suo interno persone che fanno gli italiani senza purtroppo poterlo essere dal punto di vista della cittadinanza.

Il presidente Conte ha parlato di un “progetto politico che segna l’inizio di una nuova stagione riformatrice”. Pensa che sia possibile?

Il presidente del Consiglio le può anche dire queste cose, poi noi osservatori esterni disincantati che ne abbiamo viste tante, avanziamo i nostri dubbi. Alcuni di una certa età ricordano una stagione riformatrice, si chiamava “centrosinistra”, il primo centrosinistra del ’62-’65, ed era accompagnato da entusiasmo, da una classe dirigente socialista molto solida e molto inventiva, e una classe dirigente democristiana che si era resa conto che il modo per mantenere il suo potere politico era per l’appunto di guardare avanti, fare riforme. Oggi tutto questo non lo vedo.

Perché?

Perché tra i 5 Stelle non conosco chi siano i riformisti. Apprezzo tre o quattro persone, come Roberto Fico che mi pare un uomo all’altezza della situazione; ho ascoltato con piacere Nicola Morra, perché è un uomo colto, però i veri riformisti non li ho visti. Non conoscono, a mio parere, la storia del Paese, né la storia dei riformismi occidentali. Nel Pd ci sono delle persone che sanno fare politica, senza dubbio, però non ho visto l’entusiasmo che deve accompagnare una stagione riformista. Alla fine la parola che ha usato Zingaretti è stata “lealtà”, e va bene ma non è abbastanza. Si richiede innovazione, impegno profondo, una visione e nel discorso del presidente del Consiglio questa visione non c’è. Ci sono una serie di indicazioni, certamente apprezzabili, ma il disegno complessivo non lo vedo. È una lista di cose da fare. Però, come diceva il mio maestro, se gli obiettivi spesso li condividiamo, sono i mezzi che dobbiamo definire con chiarezza, e i mezzi non li ho visti.

Quindi non vede spazio per le riforme istituzionali?

Ci credo poco. Forse voteranno il taglio del numero dei parlamentari all’interno di un contesto in cui giustamente Conte ha detto che bisogna predisporre nuovi freni e nuovi contrappesi. Ma anche in questo caso, queste misure non si devono predisporre dopo, bisogna prima avere un’idea di dove si va a parare riducendo il numero dei parlamentari. Se bisogna fare una legge elettorale, anche in questo caso bisogna avere delle idee.

Si parla di una legge elettorale proporzionale…

Una riforma proporzionale non esiste. Esistono 5, 6, 7 varianti di un sistema elettorale proporzionale e anche questa sarà un’operazione non facile. L’autonomia differenziata, la vedo una cosa complicatissima, mi chiedo come le regioni a statuto speciali si rapporteranno a questo dibattito. Deve essere chiaro che non è più tempo di giocare con le istituzioni, non si gioca più con la legge elettorale, che deve essere sì cambiata ma senza giochi e dimostrando di aver imparato qualcosa dagli ultimi 25 anni di riforme elettorali.

Quali saranno le maggiori sfide e i maggiori rischi per i neo alleati di governo?

Io credo che non ci siano dei punti di scontro inevitabili, forse se il Pd insiste troppo nel rivedere il passato ci saranno degli inconvenienti, perché M5S ha votato dei provvedimenti e non può semplicemente buttarli a mare. Però Conte è stato bravo, ha detto “recepiamo le indicazioni del Presidente della Repubblica sul decreto sicurezza” e questo è positivo. Mi aspetto però che ci siano delle differenze di opinione, in particolare su tutto ciò che riguarda l’economia e lo vedremo subito con la legge di bilancio.

Su cosa dovrebbero concentrarsi?

Il Partito democratico dovrebbe porsi il problema della crescita, mentre il Movimento 5 Stelle storicamente si è posto il problema della redistribuzione, e per redistribuire bisogna produrre, quindi forse prima bisogna stabilire se e come si cresce e poi che cosa si può redistribuire. Ho sentito gli applausi sulla riduzione del cuneo fiscale e sull’introduzione del salario minimo e ci sono margini di confronto e anche di scontro. Ma perché ciò avvenga bisogna avere idee forti, altrimenti resta tutto in superficie. Uno scontro, anche duro, frontale, su principi molto significativi sarebbe forse più utile, perché insegnerebbe al Paese qualcosa sulle grandi differenze che passano tra una politica davvero riformatrice e una politica che si limita solo alla redistribuzione.

Come cambierà, se cambierà, la dialettica politica ora che si è passati dall’esecutivo gialloverde a quello giallorosso? Il premier Conte ha chiesto toni più sobri, ma dalle opposizioni l’accusa di un governo “nato dentro i palazzi” è già cavallo di battaglia. 

Innanzitutto bisogna chiarire che i governi nascono sempre nel palazzo, dentro il Parlamento. Anche il governo M5S-Lega è nato in Parlamento, preso atto dei numeri. L’unico passaggio vero dal governo precedente a quello attuale è che il presidente del Consiglio, che in precedenza si era definito l’avvocato del popolo, adesso ha capito che deve davvero guidare un governo. E secondo me ha anche manifestato le capacità per farlo ed è certamente un elemento positivo. Se poi evita alcuni accenni di leggera arroganza e superiorità è meglio per tutti, però glieli concedo.

Da professore a professore, lo promuove, quindi?

Diciamo che è giusto che faccia sapere a tutti che è stato bravo, soprattutto nella seconda fase della crisi, e che sarà bravo, essendo più che un semplice punto di equilibrio ma l’elemento che è in grado di spostarlo sempre un po’ più avanti, anche grazie ai suoi rapporti internazionali. È un professore che ha fatto una carriera strepitosa, non si può negare che sia già entrato nella storia.

Ma torniamo alla comunicazione, pensa ci siano margini per passare dalle dichiarazioni gridate a toni più sobri?

Ahimè, io non vedo quasi nessuno capace di comunicare all’altezza della situazione attuale, quindi inevitabilmente alcuni di loro faranno campagna elettorale permanente. Sentono che devono rafforzare le basi di questo governo nella società, però non so se ne sono capaci. Il punto di forza di Salvini è che era capace di farlo, aveva il fisico del ruolo, un incedere imponente e inoltre gli piaceva. Purtroppo spesso i politici capaci dal punto di vista delle competenze e conoscenze non sono così interessati a mostrarsi in pubblico, perché hanno altre specialità. E questo sarà certamente un vantaggio per Conte perché sarà lui a comunicare con i cittadini.

Nella rosa di ministri, chi vede più propenso in questo senso?

Conte ha chiesto ai ministri di tenere basso il livello della loro presenza sulla scena, ma c’è qualcuno a cui piace essere presente, come Paola De Micheli. A lei è sempre piaciuto e ha anche un ministero abbastanza importante che forse le permetterà di essere più visibile. Anche Di Maio, dato il suo dicastero, avrà tante “photo opportunities” e le userà tutte, però il grande comunicatore in questo governo non c’è, se non il presidente del Consiglio.

Cosa pensa di Di Maio alla Farnesina? Ci sono state molte critiche…

Io sono un professore, il che mi fa dire che in un ministero importante come la Farnesina forse dovrebbe esserci uno sbarramento all’ingresso, ossia la conoscenza di almeno una lingua straniera. Poi subentra il politologo, però, che dice che nei governi di coalizione a due – democristiani e socialdemocratici tedeschi o socialdemocratici e verdi – la seconda carica del governo era sempre il ministero degli Esteri ed era sempre affidato al capo del secondo partito, quindi nella logica della distribuzione delle cariche quella poteva giustamente essere rivendicata da Di Maio. E penso anche un’altra cosa.

Prego.

Conte ha delineato una politica estera nella parte finale del suo discorso, per quanto alcuni passaggi sarebbero difficili per chiunque, come il caso della Libia, mettere fine al conflitto interno sarà un’operazione epocale. Però in generale Conte ha detto cosa bisogna fare e se Di Maio ha ascoltato, e immagino di sì, e se si fiderà dei funzionari e degli ambasciatori estremamente preparati della Farnesina senza portare troppi consulenti esterni, potrebbe fare un buon lavoro.

Pubblicato il 10 settembre 2019 su formiche.net

Il Premier supervisore e i fragili equilibri

In circa tre settimane la crisi del governo giallo-verde guidato dal Professor Giuseppe Conte si è dipanata ed è giunta a compimento senza troppe complicazioni. Eppure, il passaggio dal governo Cinque Stelle più Lega al Governo Cinque Stelle più Partito Democratico appariva tutt’altro che facile e scontato. Le tensioni e le accuse reciproche nel passato sono state intelligentemente superate non soltanto per la brama di “poltrone” (alle quali, indennità aggiuntive comprese, Salvini con gli altri ministri e sottosegretari della Lega è rimasto attaccato fino all’ultimo momento), ma per l’intento di cambiare linea su molte materie importanti. Credo che, nel male e nel bene, l’Europa sia stata la discriminante. Ringalluzzito dalla sua copiosa messe di voti sovranisti, Salvini ha tirato la corda del governo e l’ha rotta. Dopo avere votato Ursula von der Leyen alla Presidenza della Commissione, il gruppo dirigente delle Cinque Stelle e il loro garante Beppe Grillo hanno tirato le somme: l’Italia ha bisogno di un rapporto serio e collaborativo con l’Unione Europea che nessuna alleanza con la Lega potrebbe mai garantire. Al tempo stesso, sia chiaro, all’Unione Europea è utile che l’Italia abbia un governo europeista fatto da persone competenti e credibili, in grado anche di dire dei no, ma soprattutto capaci di assumere impegni e di rispettarli in cambio ovviamente di sostegno alle politiche, economiche e migratorie. Nel nuovo governo, che, giustamente, il Presidente del Consiglio desidera sia definito Conte 2 per marcare la discontinuità effettiva, sono cambiati sia il Ministro degli Esteri, oggi il ridimensionato capo politico delle Cinque Stelle, Luigi Di Maio, sia il Ministro dell’Economia, oggi l’autorevole europarlamentare del Partito Democratico Roberto Gualtieri, molto stimato a Bruxelles. Ad entrambi, unitamente al Commissario che l’Italia designerà, probabilmente l’ex-capo del governo Paolo Gentiloni, è affidato il compito di ristabilire una collaborazione operosa.

Nel suo insieme la compagine ministeriale presenta alcuni elementi degni di nota. Insieme alla discontinuità, ovviamente prodotta dall’ingresso dei Ministri espressione del Partito Democratico, tutti debuttanti tranne Dario Franceschini che torna ai Beni Culturali dove aveva lasciato un’impronta molto positiva, si trova la continuità in settori che ne hanno grande bisogno con la permanenza dei pentastellati Alfonso Bonafede alla Giustizia e Sergio Costa all’Ambiente. È cresciuta la presenza delle donne, ora sette, con il compito più delicato al Ministero delle Infrastrutture attribuito alla vicesegretaria del Partito Democratico Paola De Micheli. Infine, notazione non marginale, entrano al governo anche due “renziani”, Teresa Bellanova e Lorenzo Guerini, segno promettente che l’ex-segretario del PD non farà il guastatore. Il Conte 2 ha tutte le caratteristiche di un governo che mira a durare fino al termine della legislatura, il lontano marzo 2023. Ne ha certamente le potenzialità.

Pubblicato AGL il 5 settembre 2019

La nuova alleanza di governo @RadioRadicale Intervista a Gianfranco Pasquino

Intervista realizzata da Roberta Jannuzzi, registrata mercoledì 4 settembre 2019 alle ore 11:21.

Con Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica, parliamo dell’alleanza tra M5S, Pd e Leu che potrebbe portare, nelle prossime ore, a un nuovo governo.

ASCOLTA

La nuova alleanza di governo

 

Conte e DUE #GovernoContebis

La crisi di governo si è sviluppata proprio secondo i consolidati canoni delle democrazie parlamentari. Commentatori faziosi e impreparati pensavano/speravano in rotture in corso d’opera fra grullini e pidioti (non ammirevole titolo di un commento di Michele Serra) e auspicavano (il costituzionalista Michele Ainis) un fantomatico governo di decantazione –di cosa mai? Invece, proprio come succede nelle democrazie parlamentari, il partito più grande, Movimento 5 Stelle, ha cercato una convergenza con il secondo partito per seggi in Parlamento, il Partito Democratico. Superati rancori e malumori, offese e anatemi del passato, i due protagonisti hanno trovato un accordo sul nome del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, garanzia per le Cinque Stelle e agli occhi di chi nel PD e fuori sa vedere, anche colui che ha liquidato il protervo alleato Salvini. Rapidamente incaricato dal Presidente della Repubblica, che ha evidentemente ricevuto le necessarie rassicurazioni su operatività e durata del governo, Conte ha subito offerto al PD e al paese un governo all’insegna della novità che andrà verificata anche su alcune pessime politiche del passato. Toccherà a Conte “proporre”, è il verbo usato nella Costituzione italiana, i nomi dei ministri, e a Mattarella “nominarli” non senza averne valutato le capacità e la congruenza con il ministero loro affidato. L’operazione è delicata. Per comprenderla, dimenticando l’inutile totonomi al quale si dedicano testardamente i quotidiani italiani, bisogna partire proprio dalla necessità di premiare i competenti (e, per il passato, coloro che hanno operato efficacemente, ad esempio, Di Maio no, Gentiloni sì) nei limiti delle preferenze dei dirigenti dei due partiti e del loro peso specifico. Questo sarà sicuramente voluto da Conte e si svilupperà sotto la sua, adesso esperta, supervisione. Il governo non ha quasi nulla da temere dall’opposizione scellerata della Lega sovranista e da quella senza peso e senza fantasia di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il problema dei pentastellati e dei piddini consiste nel fare le riforme necessarie seguendo un ordine di priorità e al tempo stesso mantenendo il sostegno delle rispettive basi nelle quali c’è, ma non “regna”, qualche comprensibile inquietudine. Il paese, che si è improvvisamente scoperto grande fruitore di tutti i talkshow televisivi, si attende forse anche uno stile politico meno aggressivo e livoroso. Quel che conta sarà il rilancio della crescita economica senza la quale non si potranno avere né nuovi posti di lavoro né riduzione delle diseguaglianze. Scelte le persone giuste, anche il Commissario di peso nell’Unione Europea che vorrebbe un’Italia stabile, attiva, propositiva, non quella salviniana, aggressiva e assenteista, il governo si concentrerà su alcune priorità, proprio come avviene nelle altre democrazie parlamentari. Non si darà nessun orizzonte. Durerà, uso le parole di Aldo Moro, anche se i commentatori vorranno tutto e subito, fin che avrà filo da tessere.

Pubblicato AGL il 30 agosto 2019

Governo giallorosso? Il prof. Pasquino lo promuove (e “candida” Padoan…) @formichenews

Intervista raccolta da Francesco De Palo twitter@FDepalo

Il politologo a Formiche.net: “Il Conte bis è l’unica soluzione. Il commissario italiano? Padoan sarebbe perfetto”

I moderati italiani che vogliono un governo decente hanno solo un interlocutore: il Pd. Ne è convinto Gianfranco Pasquino, uno dei politologi più prestigiosi del nostro Paese e professore emerito di Scienze Politiche all’Università di Bologna, che affida a Formiche.net le sue previsioni sulla crisi di governo, sul respiro dell’alleanza giallorossa e sul nuovo Commissario italiano in Ue.

Perché il Conte bis è l’unica soluzione al puzzle di Palazzo Chigi?

Qualsiasi altra soluzione produrrebbe sconquassi tra le fila del Pd. Inoltre la scelta di un premier alternativo a Conte sarebbe fonte di duri scontri interni al M5s. Per cui al momento nessuno ha titoli migliori di Giuseppe Conte.

Di Maio vicepremier è una condicio sine qua non o una velleità personale?

Non so se sia velleità personale, comunque so che sarebbe un errore: è inaccettabile. In un governo di coalizione è il secondo partito che indica il vicepremier non il primo, soprattutto quando ha già indicato il capo del governo.

Il pieno mandato della Direzione dem a Zingaretti per un governo di legislatura può essere per il Segretario un’arma a doppio taglio?

Innanzitutto anche se tutti possono parlare di governo di legislatura, esso poi deve passare alla prova dei fatti: il governo naturalmente dura finché riesce a realizzare alcuni punti programmatici, ottenendo riscontri positivi dalla società e dall’Europa. Il Pd deve volere un lungo periodo per dimostrare di credere ad un esecutivo che duri di più rispetto a quello precedente. Inoltre ha bisogno di tempo, perché se dovesse ottenere i risultati auspicati allora potrà rivendicarli nelle prossime urne. Quindi vedo due condizioni basilari tra i democratici che parimenti si possono applicare al M5S.

Ovvero?

I grillini fino ad oggi hanno fatto abbastanza male, adesso devono cercare di recuperare e si sbagliano se si illudono di poterlo fare in quattro mesi. Devono augurarsi che funzionino i loro progetti, come un reddito di cittadinanza magari modificato, e ottenere qualcos’altro che sia utile in termini di visibilità del movimento. E dico con certezza che non penso alla riduzione del numero dei parlamentari.

Poco si è parlato nella crisi di governo di politica estera, tranne per il tweet trumpiano pro Conte. Ma il ruolo italiano nell’equilibrio atlantico quanto sta influendo nelle dinamiche di queste ore?

L’Italia, nonostante tutto, in Europa è un Paese importante. A livello mondiale certamente no, ma dipenderà dalla sua capacità di appoggiarsi ad un attore primario. In questo caso un appoggio con riserve a Trump è di gran lunga preferibile di uno a Putin. Se il M5s riuscirà a motivare adeguatamente cosa ha inteso ottenere con la Via della Seta, allora matureranno i buoni rapporti con la Cina, che ci occorrono dal punto di vista economico. Però è in Europa che dobbiamo fondamentalmente tornare a contare, perché in quel caso potremmo addirittura determinare che sia l’Europa a contare di più nel mondo.

Con Gentiloni commissario Ue?

Essendo stato già a capo di un governo, senza dubbio sarebbe all’altezza di quelli che immagino saranno i commissari espressi da altri paesi. Però ci sono altri nomi sul campo: chi designerà dovrebbe avere un identikit in mente. All’inizio sembrava che la Lega avesse puntato su un portafoglio economico di peso: credo che questa casella sarebbe comunque utile all’Italia, ma in quel caso non con Gentiloni. Potrebbe essere l’ex ministro dell’economia Padoan il nome perfetto.

Crede che un portafoglio economico sia più utile all’Italia rispetto a quello dell’agricoltura?

Anche l’agricoltura ci sarebbe utile, ma il portafoglio economico ci permetterebbe di contare molto di più. Se proseguiamo nel credere che l’Europa debba avere maggiore flessibilità, allora dovremmo mandare qualcuno in grado di argomentare questa tesi. Padoan ha la statura internazionale, l’esperienza ministeriale ed è noto a Bruxelles.

Calenda che dice di voler lasciare il Pd, darà vita al centro che non è riuscito a Renzi?

Renzi ha posto rimedio a quell’errore clamoroso commesso il 5 marzo del 2018, ma deve ancora giustificare la sua incoerenza. Ma da quell’errore viene fuori un qualcosa che mi pare sia positivo. Su Calenda non avrei nulla da dire, ha acquisito una posizione mediatica che mi sorprende, però sostiene tesi che non stanno né in cielo né in terra dal punto di vista della costruzione di un centro. Il Pd lo contiene già al suo interno, proprio quando nessun altro lo controlla. Forza Italia non è centro, come non lo sono Lega e Fdi. E allora dove andranno gli elettori moderati che vogliono un governo decente? Solo nel Pd.

Come rispondere a chi accusa il M5S di mettere in pratica la politica del doppio forno?

Quando un partito può permetterselo lo deve fare. In questo caso il doppio forno non c’era: il M5S ha avuto un’esperienza non positiva con la Lega e quest’ultima era anche disposta di tornare al governo. A quel punto però era chiaro che sarebbe stato imbarazzante per tutti. Per cui non c’è nulla di scandaloso nello scegliersi gli alleati: direi che è tutto normale.

Pubblicato il 28 agosto 2019 si formiche.net

Forni e fornai nelle democrazie parlamentari #CrisiDiGoverno

Non importa quanti forni ci sono. Importa la qualità del loro pane, delle loro offerte. In tutte le democrazie parlamentari con sistemi multipartitici, sono diversi i partiti in grado di dare vita a coalizioni di governo. Abitualmente, i due criteri più importanti sono la compatibilità ideologica e la contiguità politica. Il secondo criterio vale specialmente laddove i partiti riconoscono l’esistenza di destra e sinistra. In Italia il Movimento 5 Stelle ha rifiutato questa distinzione fin dalla sua nascita, ma anche buona parte degli elettori leghisti afferma di non riconoscerla. L’indipendentismo e il federalismo guardano oltre. Le ideologie classiche sono oramai scomparse, non solo in Italia, ma, nel frattempo è nato il sovranismo in opposizione all’europeismo. Misuratosi con successo nelle urne europee, il sovranismo della Lega è diventato un fattore, forse il più importante, della crisi del governo giallo-verde. Oggi il riconoscimento della scelta europeista è la prima condizione che il Partito Democratico (im)pone alle Cinque Stelle per procedere alla formazione di un governo. Il PD chiede anche che le Cinque Stelle s’impegnono a non cercare un altro forno, cioè quello leghista. È una richiesta legittima, ma sostanzialmente impossibile da soddisfare. Infatti, le Cinque Stelle possono andare a vedere le carte del PD e presentare le proprie senza trattare in contemporanea con la Lega. Però, da un lato, la Lega, sull’orlo di una crisi di nervi per avere perso il governo e tutto quello che comporta, ha già messo sul tavolo le sue carte nuove, le vecchie essendo ben note alle Cinque Stelle. Dall’altro, nel caso fallisse lo scambio programmatico con il Partito Democratico, nessuno, neppure il Presidente Mattarella, potrebbe impedire alle Cinque Stelle di tornare a un rapporto a condizioni più favorevoli con un Salvini notevolmente ridimensionato e formare un Conte-bis, quel Conte sul quale il PD pone il veto.

D’altronde, qualsiasi negoziato per la formazione di un governo deve tenere conto anche delle persone, di coloro ai quali spetterà il delicato compito di attuare le politiche concordate. Talvolta questi “fornai” ottengono la carica di governo grazie al potere politico di cui godono nel loro partito. La loro presenza al governo è garanzia che contribuiranno a mantenerne il sostegno e non lo destabilizzeranno. L’elemento di grave disturbo a un eventuale governo Cinque Stelle-PD è dato dall’autoesclusione di Renzi e dei suoi, potenziali distruttori. Talaltra i fornai sono persone scelte per la loro competenza specifica: economica, sociale, di politica estera, della difesa, della giustizia. Privi di informazioni sulle rispettive preferenze derivanti da incontri precedenti, i dirigenti dei due partiti hanno bisogno di tempo per capirsi. Furono necessari circa ottanta giorni per dare vita al governo Conte. È irrealistico e controproducente, in particolare se si mira ad un governo di legislatura, fare fretta a Zingaretti e Di Maio. I forni hanno i loro tempi.

Pubblicato AGL il 26 agosto 2019

Cosa significa “parlamentarizzare” la crisi

Il presidente del Consiglio Conte parli in Aula, accetti il dibattito, svolga la replica e poi si proceda alla votazione. Questi non sono stanchi rituali della Prima Repubblica

Ottimo il proposito manifestato dal Presidente del Consiglio Conte di parlamentarizzare la crisi. La situazione dei rapporti fra i due alleati che fanno parte del suo governo appare non solo conflittuale, ma contraddittoria e confusa.

Le prospettive sembrano ugualmente avvolte in incertezze e calcoli oscuri. Il governo Conte nacque, non perché “eletto dal popolo”, ma ottenendo la fiducia del Parlamento, come avviene, con modalità leggermente diverse, in tutte le democrazie parlamentari (anche quando il capo dello Stato è un monarca). Al Parlamento il governo deve rispondere dei suoi comportamenti: del fatto, del non fatto, del fatto male.

Quel Parlamento ha il potere di porre termine all’esistenza del governo, ma anche di trasformarlo attraverso rimpasti e persino semi-ribaltoni. Si fa così dalla Germania alla Spagna fino alla madre di tutte le democrazie parlamentari: la Gran Bretagna. É legittimo e nient’affatto scandaloso che i parlamentari tengano al loro seggio (non poltrona) e difendano i loro posti di lavoro proprio come il Ministro Salvini ei sottosegretari leghisti dimostrano di tenere alla loro carica. Infatti, nonostante la sfiducia da loro espressa nel governo di cui fanno parte, non l’hanno ancora abbandonata.

La parlamentarizzazione di una crisi di governo non si può esaurire nel pure importante e forse decisivo discorso del capo del governo. Conte dovrà ovviamente spiegare ai parlamentari che cosa è successo e quali sono le sue valutazioni, ma la parlamentarizzazione vuole qualcosa di più. Se, terminato il suo discorso, Conte subito salirà al Quirinale per rimettere il suo mandato nelle mani del Presidente Mattarella parleremo al massimo di parlamentarizzazione interrupta.

Invece, Conte dovrebbe sentire l’obbligo istituzionale e politico di aprire il confronto con i partiti rappresentati in parlamento, sollecitarne consenso e dissenso, chiederne le spiegazioni, procedere a una replica, al limite, volere dai parlamentari anche un voto esplicito sul suo operato. Non dovrebbe sfuggire/rifuggire dal voto pensando che, se sconfitto, metterebbe a repentaglio un possibile re-incarico. Comunque, con una diversa maggioranza potrebbe senza nessun ostacolo istituzionale riprendere a fare il Presidente del Consiglio.

Tutti questi: discorso, dibattito, replica, voto in parlamento, persino il re-incarico, non sono stanchi rituali della Prima Repubblica, nella quale, incidentalmente, nessuna crisi di governo fu mai parlamentarizzata con i canoni che ho appena delineato. Questi passi corrispondono a qualcosa di molto importante per il Parlamento e per la politica. Governanti e rappresentanti, ministri e parlamentari si assumono visibilmente di fronte all’elettorato il massimo di responsabilità: decidere della funzionalità e della vita di un governo e della formazione di un altro governo.

Il dibattito serve a fare sì che gli elettori acquisiscano un’alta quantità di informazioni rilevanti, si formino un’opinione, giungano a valutazioni adeguate che saranno loro utili nel caso di eventuali nuove elezioni. Certo, nessuno deve avere paura delle elezioni, ma nessuno può pensare che la democrazia, né quella parlamentare né le altre fattispecie, si esaurisca nel voto. Votare è un passaggio importante (meglio quando esiste una legge elettorale non indecente), ma la democrazia è anche informazione e assunzione di responsabilità.

Non mi resta che augurarmi che la concezione di “parlamentarizzazione della crisi” del Presidente del Consiglio sia ricca e articolata e ricomprenda un dibattito chiarificatore. Avrà effetti positivi per la soluzione della probabile crisi, per la formazione su limpide basi del prossimo governo e, comunque, anche per eventuali lezioni anticipate.

Pubblicato il 19 agosto 2019 su huffingtonpost.it