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Meglio non sballottare il voto francese @formichenews

Sconsiglio gli esercizi di comparazione con la situazione italiana fino all’esito del secondo turno delle legislative, 19 giugno, e ancora più fortemente scoraggerei chiunque dal trarne indicazioni sulla stabilità e la durata del governo Draghi. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei

Le notizie su Emmanuel Macron “sorpassato” da Marine Le Pen si sono rivelate largamente esagerate, cioè sbagliate. Le già non elevate probabilità che il Rassemblement National, almeno apparentemente diventato meno sovranista e anti-Unione Europea, riesca a portare all’Eliseo la sua leader sono chiaramente diminuite. I numeri, direbbero i francesi, cantano. Possiamo ascoltare più di una canzone. La prima è rimasta sottovoce. Quando vanno a votare quasi il 75 per cento dei francesi, tre su quattro, intonare la ripetitiva melodia sull’aumento dell’astensionismo significa, chiaramente, “steccare”. Dopodiché, ovviamente, al ballottaggio la partecipazione elettorale diminuirà poiché un certo numero di francesi, avendo perso il loro candidato/a preferito/a si asterrà- Macron/Le Pen? ça m’est égal! La seconda canzone viene proprio dai numeri. Nel pur molto affollato campo dei concorrenti il Presidente Macron aumenta i suoi voti di quasi un milione rispetto al 2017, mentre l’aumento di Marine Le Pen è di circa 500 mila. A sua volta anche Jean-Luc Mélenchon ha ottenuto mezzo milione di voti in più rispetto a cinque anni fa. Tutti gli altri candidati, a cominciare dal destro Eric Zemmour, sono chiaramente perdenti, talvolta come la repubblicana gollista Pécresse e la socialista Hidalgo, in maniera umiliante più che imbarazzante.

   Registrato il non troppo ammirevole affanno con il quale i commentatori italiani tentano di trarre qualche lezione francese, risulta opportuno segnalare che domenica 10 aprile si è svolto il primo turno dell’elezione popolare diretta in una repubblica semi-presidenziale. Gli elettori hanno votato, come sanno gli studiosi, in maniera “sincera”, senza nessun calcolo specifico scegliendo il candidato/a preferito/a. Al ballottaggio, invece, una parte tutt’altro che piccola di loro, addirittura quasi la metà, sarà costretta a votare “strategicamente”, in buona misura contro il candidato/a meno sgradito/a. Rimanendo nel campo musicale, il “là” lo ha già dato Mélenchon: “mai la destra”. Naturalmente, nient’affatto tutti i suoi 7 milioni e seicentomila elettori torneranno alle urne. Tuttavia, è molto improbabile che coloro che lo hanno votato perché “anti-sistema” ritengano gradevole che il sistema venga fatto cadere sotto i colpi della destra lepenista.

   Non c’è quasi nulla di cui le destre italiane abbiano di che rallegrarsi. Certamente, Meloni potrebbe sostenere che con il presidenzialismo, che i suoi titubanti alleandi (Salvini e Bersluconi) non le hanno sostenuto, la sua leadership apparirebbe molto visibile (ma poi improbabilmente vincente). Non so quanto Fratoianni, sicuro anti-semipresidenzialista, voglia e possa godersi il voto conquistato da Mélenchon. Sono sicuro che Letta può tirare un sospiro di sollievo, ma saggiamente sa che, guardando oltre il ballottaggio, conteranno i voti per le elezioni legislative francesi che con molta probabilità confermeranno una maggioranza operativa per un vittorioso Macron.

In conclusione, tuttavia, sconsiglio questi esercizi di comparazione fino all’esito del secondo turno delle legislative, 19 giugno (che, forse, Formiche mi inviterà a commentare) e ancora più fortemente scoraggerei chiunque dal trarne indicazioni sulla stabilità e la durata del governo Draghi. “Mogli e voti di casa tua” (antico detto provenzale).

Pubblicato il 11 aprile 2022 su Formiche.net

Francia, Pasquino: “Rivincerà Macron. Boom antipolitico? Fa bene a Fratoianni” #intervista @Affaritaliani

Intervista al professore emerito di Scienza politica: “Se ci saranno scossoni per il governo, non verranno certo dalla Francia” di Paola Alagia

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica: “Nessuna influenza sui partiti di destra in Italia perché Le Pen perderà, Zemmour è andato piuttosto male e Mélenchon, casomai, è antisistema di sinistra. Da noi, quindi, dovrebbe ringalluzzire piuttosto Fratoianni”

I francesi hanno archiviato il primo turno delle presidenziali. L’esito della sfida tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen è rimandato ai ballottaggi tra due settimane. E’ vero che l’attuale inquilino dell’Eliseo è in vantaggio, ma è altrettanto evidente che il consenso raccolto dal fronte dei partiti antisistema, da Le Pen all’estrema destra di Eric Zemmour, alla sinistra di Jean-Luc Mélenchon, sommati agli altri meno rappresentativi, ha superato la soglia del 50%. Quanto basta, soprattutto dopo la vittoria di Orban in Ungheria, per ringalluzzire i partiti di destra in Italia, a cominciare dalla Lega di Salvini? Affaritaliani.it lo ha chiesto a Gianfranco Pasquino. Il professore emerito di Scienza politica non ha dubbi al riguardo: “Nessuna influenza perché sostanzialmente Le Pen perderà, Zemmour è andato piuttosto male e Mélenchon, casomai, è antisistema di sinistra. Da noi, quindi, dovrebbe ringalluzzire piuttosto Fratoianni”.

Professore, la partita comunque rimane aperta e il dato dell’elettorato antisistema significherà qualcosa. Che ne pensa?
E invece no. La partita non è aperta. È assolutamente poco aperta, direi quasi chiusa. A favore di Macron.

Spostiamoci in Italia. Lei, dunque, guardando al governo Draghi escluderebbe fibrillazioni come riflesso del voto francese? Mi riferisco alla tentazione del voto per esempio da parte della Lega che potrebbe portare Salvini ad abbandonare la maggioranza.
Non possiamo trascurare un elemento saliente e cioè che l’elettore è sufficientemente intelligente da capire che vota per il Parlamento italiano e quindi guarda i dati francesi con sufficienza. Da noi i cittadini, questo sì, sarebbero molto più preoccupati se Le Pen fosse in testa e Zemmour fosse andato molto bene. Comunque, i voti francesi sono francesi, punto. E quando voteremo a febbraio-marzo del 2023 saranno ampiamenti dimenticati.

Conclusione: nessuno scossone. E’ così?
Gli scossoni non vengono dalla Francia. Se ci saranno è perché ce li daremo noi da soli.

Soffermiamoci un attimo su Giorgia Meloni e Marine Le Pen. E’ vero che la leader di FdI non ha voluto un gruppo unico con quello di Salvini e Le Pen. Tuttavia, c’è qualche similitudine nella parabole di queste due donne?
La prima similitudine è appunto che sono due donne, la seconda è che sono due donne di destra che si sono fatte in qualche modo da sé, anche se Le Pen ha avuto un vantaggio, suo padre, rispetto a Giorgia Meloni. Dopodiché rappresentano due tipi di nazionalismo, ma quello francese è sempre stato molto aggressivo. A eccezione dell’aggressività ai tempi del fascismo, invece, Meloni ha saputo distaccarsene, ha usato anche le parole giuste, patriota invece che nazionalista. E comunque poi a fare la differenza è il sistema elettorale: nella Repubblica semipresidenziale francese, infatti, Le Pen convoglia i consensi su di sé.

Nel campo del centrosinistra italiano, da un lato c’è il segretario del Pd Enrico Letta che ha parlato apertamente di rischio terremoto per l’Europa e impatto sull’Italia, in caso di vittoria di Marine Le Pen. Dall’altro c’è il leader del M5s Giuseppe Conte che, invece, al netto delle differenti visioni ha sottolineato la vicinanza rispetto ad alcuni temi posti. Cosa raccontano queste sfumature?
Conte non conosce abbastanza la politica e quindi quando si esprime su argomenti che non conosce dice cose che sono sbagliate. Tutto qui.

E’ vero pure che la questione del potere d’acquisto è sentita anche in Italia. Così come è abbastanza conclamata una distanza tra i partiti di sinistra e il loro storico elettorato, non le pare?
La sinistra che non ottiene i consensi a sinistra? Non lo so. Qui il problema è a monte: dovremmo definire bene cosa sia la sinistra. Quali sono i suoi temi? Le classi popolari non hanno solo problemi economici, ma anche culturali, a cominciare dall’accoglienza, che prescinde da quella dei profughi ucraini. Una questione, appunto, che la sinistra ha affrontato malamente. C’è un multiculturalismo inadeguato e questo ha allontanato alcuni elettori.

Pubblicato il 11 aprile 2022 su Affaritaliani.it

Il significato del “bagno di democrazia” di Conte @DomaniGiornale 

Troppo facile usare il sarcasmo contro un Movimento che si è presentato come portatore di una speranza di democrazia integrale e gioire perché un tribunale di Napoli decapita la sua leadership in quanto è stata eletta violando lo Statuto e, forse, un principio democratico. Il tribunale dà ragione ai ricorrenti che hanno sostenuto che dovevano essere ammessi a votare tutti gli iscritti, anche quelli da meno di sei mesi. Troppo facile anche ricordare che in molti congressi di molti partiti democratici (sic, qualche partito italiano i congressi neanche li fa), il voto è consentito soltanto a chi è iscritto talvolta da più di sei mesi, anche da almeno un anno, proprio per evitare afflussi indebiti e manipolazioni.

   Sulla democrazia nei partiti, cominciando dal classico libro La sociologia del partito politico (1911) dell’allora socialdemocratico Robert Michels, che giunse alla conclusione che è impossibile, c’è sempre molto da raccontare, da scrivere, da criticare. La democrazia interna, più o meno auspicabile, non è mai soltanto un problema giuridico, ma è sempre, anche, soprattutto, un problema di rispetto delle regole, di equità e non solo di funzionalità. Il problema di adesso, ma anche a seguire, per il Movimento 5 Stelle non può, però, essere definito nei termini prospettati da Conte che ha dichiarato che il piano politico-sostanziale, dove si colloca la sua leadership, deve essere contrapposto e considerato superiore al piano giuridico-formale che la sospende. Rimane che la violazione dello Statuto concernente la votazione per il leader è, comunque, grave.

   Sollevata, certo non necessariamente in nome della democrazia, ma come strumento di battaglia politica, quella violazione fa sospendere, se non decadere, la leadership che ne è scaturita. Almeno temporaneamente, alla testa del Movimento dovrà andare una leadership di emergenza e di garanzia. Conte deve prendere atto della nuova situazione. Ottima è la sua intenzione di procedere con le opportune modifiche allo Statuto. Meno chiaro è che cosa significhi la promessa di un “bagno di democrazia”. Infatti, la democrazia non esiste mai nel vuoto di regole e di procedure. Chi vuole instaurare e mantenere una democrazia deve sempre iniziare da lì e fare affidamento sugli irrinunciabili elementi formali che sono, per estendere la metafora, l’acqua nella quale sta immersa la democrazia.

   A nessuna situazione che pretenda di essere democratica può bastare la sostanza, vale a dire un leader riconosciuto e acclamato. È essenziale che quel leader abbia ottenuto la sua carica, il suo ruolo in ottemperanza alle norme pattuite con il rispetto dovuto alle minoranze. Naturalmente, questo discorso vale per tutti i partiti. Conte sta forse imparando che la lotta politica si svolge dolorosamente su più piani e che il piano puramente politico non deve mai prevalere su quello anche giuridico, del rispetto delle regole. La lezione è salutare ed è auspicabile che valga per tutti, erga omnes.

Pubblicato il 9 febbraio 2022 su Domani

Pd e 5S facciano fronte comune sul Colle e tirino fuori dei nomi credibili #intervista @ildubbionews #Elezione #Quirinale

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Alma Mater di Bologna, è scettico sulla strategia di Pd e M5S per il Colle, dice che «non stanno facendo fronte comune» e che in caso di elezione di Draghi al Colle «se vogliamo avere continuità deve esserci un capo del governo che vada avanti con la stessa maggioranza di oggi».

Professor Pasquino, Pd e M5S bisticciano tra di loro in attesa di un nome per il Colle proposto dal centrodestra. Riuscirà il centrosinistra a trovare un’alternativa valida da sottoporre ai grandi elettori?

Non so se ci riusciranno, ma è sicuro che dovranno fare una riunione non soltanto Letta e Conte, ma Letta, Conte, Di Maio, Patuanelli, Orlando, Guerini e Franceschini. Cioè le varie anime di Pd e M5S. Serve un accordo su una rosa di tre o quattro nomi, per trovare poi uno su quale possono convergere anche altri partiti. L’iniziativa non spetta per forza a Salvini o Berlusconi, ma a chi è in grado di prendersela. Letta e Conte stanno sbagliando alla grande.

Crede che Di Maio stia giocando una partita tutta sua sul Colle per cercare di riprendere la guida del Movimento?

Questa domanda riguarda l’andamento del Movimento 5 Stelle, non tanto il voto per il Colle. Vengono attribuite a Di Maio delle strane mire. Ha fatto una carriera ministeriale straordinaria e quindi credo sia soddisfatto di quello che c’è. Credo voglia un po’ di unità nel Movimento e quindi non penso che ambisca a mettere i bastoni tra le ruote a Conte. Peraltro c’è anche Fico che sta avendo una sua visibilità e vorrà dire la sua.

In ogni caso la strategia attendista di dem e grillini sta portando i suoi frutti, visto l’ormai probabile passo indietro del Cavaliere.

Berlusconi non tramonta perché Letta ha detto che non è votabile, ma perché ci sono dubbi nello stesso centrodestra e perché i suoi telefonisti non riescono a convincere quelli a cui telefonano. I giallorossi non stanno facendo fronte comune, il che era eticamente doveroso. L’iniziativa è tirare fuori dei nomi, non dire “no” e giocare di rimessa e in difesa. Per quanto prestigiosissimo, il nome giusto non può essere Liliana Segre, sarebbe bello votarla in massa come segno di stima ma è chiaro che non si può andare avanti su di lei. Non è questo il modo in cui, essendo i due partiti più grandi, si entra in Parlamento per scegliere il presidente della Repubblica.

Quali nome potrebbero entrare nella rosa di Pd e M5S?

Non sono dell’idea che si devono trovare dei nomi che possono unire. Sono stufo dell’aggettivo “divisivo”, è stupido usarlo perché chiunque fa politica deve essere divisivo, altrimenti non è un buon politico. Aldo Moro ad esempio era divisivo, forse è proprio per questo che abbiamo deciso di non salvargli la vita, ma di certo sarebbe stato un ottimo capo dello Stato. Non possiamo credere che Rosy Bindi o Giuliano Amato o Pierferdinando Casini non possano fare il presidente della Repubblica. Stessa cosa per Draghi e Franceschini, l’importante è decidere un nome e giustificarlo.

Nell’altro campo l’operazione scoiattolo per portare Berlusconi al Colle sembra al capolinea. Se l’aspettava?

Berlusconi ci credeva veramente. Non combatte mai battaglie per la sua bandiera, che ha già issato molto in alto. Piaccia o non piaccia è già nella storia del paese e questa doveva essere la sua ultima battaglia. Non è un decoubertiniano. Dopodiché la battaglia si è fatta ardua e delicata perché gli mancano i numeri. Certamente fossi un parlamentare non potrei mai votare un condannato per frode fiscale.

Crede dunque che il centrodestra unito convergerà ora su un altro nome?

Potrebbe ora aprirsi un’altra partita e se Fratelli d’Italia, come dice Lollobrigida, ha dei nomi, è bene che li tiri fuori. Bisogna dire quali carte si hanno in mano. Letizia Moratti è sicuramente presidenziabile, anche se si può discutere del suo conflitto di interessi. Fossi Salvini giocherei anche su Giorgetti, che ha più di 50 anni, piace in Europa e potrebbe essere il nome giusto.

Non è che alla fine la spunta Draghi?

Certamente, e a quel punto Salvini potrebbe piazzare il colpo grosso: Giorgetti a palazzo Chigi. Draghi ha il profilo giusto, ha dimostrato di aver imparato delle cose in politica, è abbastanza equilibrato e il resto lo faranno i suoi collaboratori.

Come dicevamo, a quel punto si aprirebbe la crisi di governo. A quei scenari andremmo incontro?

Se vogliamo avere continuità deve esserci un capo del governo che vada avanti con la stessa maggioranza e qui ci sono due inconvenienti: non vorrei che eleggendo Draghi Forza Italia si tiri fuori dalla maggioranza, ipotesi avventata che spero sia rimessa nel cassetto dai ministri azzurri; in secondo luogo potrebbe diventare presidente del Consiglio qualcuno di centrodestra. In questo caso Salvini deve avere la forza di dire che il prossimo presidente del Consiglio sarà proposto dai segretari dei partiti che fanno parte della coalizione di maggioranza, non imposto da Draghi, che andrebbe su Franco. Insomma potrebbe aprirsi un braccio di ferro tra Draghi e i partiti difficile da gestire.

Con Draghi al Colle il prossimo inquilino di palazzo Chigi dovrà comunque venire dall’attuale governo, ad esempio Cartabia, per garantire continuità politica?

So che dovrebbe essere un o una parlamentare, ad esempio Franceschini, ma non per forza un uomo o una donna dell’attuale governo. Dobbiamo prendere atto che non si può sempre chiamare un tecnico da fuori. Serve un parlamentare che conosce i colleghi e abbia esperienza politica pregressa. Cartabia, che non conosco, mi dicono sia molto, forse troppo, vicina a Comunione e Liberazione. I mesi passati a fare la ministra della Giustizia non garantiscono che sarebbe anche una buona presidente del Consiglio.

Pubblicato il 19 gennaio 2022 su IL DUBBIO

Il ricatto di Berlusconi #Elezione #Quirinale

La frase di Berlusconi, variamente riportata dai quotidiani italiani: “se Draghi va al Quirinale Forza Italia non sosterrà altri governi, si va al voto”, merita di essere sezionata e interpretata in tutte le sue implicazioni. La premessa è che Berlusconi, per usare il suo lessico, è davvero “sceso in campo” per diventare Presidente. Sembra temere soprattutto Draghi ed è disposto a usare tutte le, sempre molte, risorse di cui dispone per conseguire l’obiettivo. D’altronde, per lui l’elezione a Presidente della Repubblica non è soltanto una enorme opportunità, è anche, per ragioni di età, l’ultima.

Non è chiaro se i famosi numeri parlamentari ci saranno, ma Berlusconi stesso e i molti collaboratori che gli sono debitori a vario titolo ci stanno lavorando alacremente. Avendo percepito che i voti indispensabili alla sua elezione hanno come provenienza quella dei parlamentari che, per una pluralità di ragioni, soprattutto riduzione di un terzo del loro numero alla prossima elezione, desiderano arrivare alla conclusione naturale di questa legislatura (marzo 2023), manda loro un messaggio inequivocabile: “se eleggerete Draghi il vostro mandato cesserà immediatamente”.

Nel suo schieramento, fermo restando che nessuna voce dissenziente può venire dai fedeli parlamentari di Forza Italia, sembra che Salvini e Meloni siano su posizioni, se non opposte, quantomeno distanti. Con ogni probabilità Salvini preferisce che Draghi continui al governo. Infatti, se il governo risolverà i problemi, pandemia e pieno rilancio dell’economia, anche lui avrà modo di rivendicarne il successo. Invece, Meloni, coerentemente e rigidamente all’opposizione, si è già detta favorevole all’elezione di Draghi alla Presidenza purché il primo atto del Presidente sia lo scioglimento di questo Parlamento che tutti i sondaggi danno per non più rappresentativo delle molto mutate preferenze elettorali, con Fratelli d’Italia che potrebbe addirittura triplicare i suoi voti, superando la Lega di Salvini.

Avendo con qualche ritardo realizzato che Berlusconi non vuole essere affatto un candidato di bandiera, ma fa molto sul serio, Conte e in misura maggiore Letta nutrono adesso grandi preoccupazioni, ma mostrano anche due gravi debolezze. La prima è che non sanno come accordarsi. La seconda debolezza, che potrebbe essere fatale, è che non hanno una candidatura condivisa, cruciale per fermare Berlusconi. Adesso, sanno che se convergeranno su Draghi, finirà l’esperienza di governo con elezioni anticipate che non promettono nulla di buono per Conte e quel che rimane del Movimento 5 Stelle e hanno molte incognite per Letta e il PD.

Ciò detto, vedo nelle parole di Berlusconi e nelle sue intenzioni qualcosa di molto grave: un uomo che pone le sue ambizioni personali al di sopra dell’interesse collettivo che, in questa fase, è sicuramente garantire la stabilità del governo e contribuire alla sua efficacia. Berlusconi sta ricattando i parlamentari, i partiti, i loro dirigenti. È un comportamento inaccettabile per un potenziale Presidente della Repubblica italiana.  

Pubblicato AGL 12 gennaio 2022

Gli apllausi non faranno cambiare idea a Mattarella sul no a un mandato bis #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’università di Bologna, spiega che gli applausi della Scala a Mattarella non gli faranno cambiare idea, perché «non vuole che si ripeta ciò che è accaduto con Napolitano» e mette in guardia dalle elezioni anticipate in caso di elezione di Draghi al Colle, perché «agli occhi della Commissione europea l’Italia ha bisogno di stabilità».

Professor Pasquino, il leghista Fontana dice che nelle strategie per il Colle il Carroccio guarderà in primis a Renzi. È sorpreso?

Assolutamente no. Fontana ha fatto un’analisi adeguata dei movimenti di Renzi, il quale tuttavia è assolutamente inaffidabile ed essere sicuri che mantenga quel che dice nella trattativa è tutta un’altra storia. Renzi è vicinissimo a Berlusconi, sono al governo insieme ed entrambi sostengono di essere stati loro ad aver voluto Draghi, quindi la vicinanza Lega- Italia viva non sarà un problema per il centrodestra.

Potrebbe esserlo per Giorgia Meloni, che già da ora dice che dopo l’elezione del presidente della Repubblica si deve andare al voto.

Non so cosa farà Meloni dopo l’elezione del presidente, dipende da che tipo di governo verrà fatto nel caso in cui venga eletto Draghi. Ma Meloni deve sfruttare il suo ruolo in una coalizione di centrodestra e quindi l’unica cosa da fare è aspettare le elezioni politiche.

A proposito di elezioni, come giudica la vicenda Letta- Conte- Calenda sul collegio di Roma I?

È stata una vicenda molto mal gestita. Letta non doveva offrire niente a nessuno. Doveva essere Conte semmai a offrire la sua candidatura e in quel caso Letta doveva dare il suo avallo. Che sia stato un errore di Letta o uno di Conte la storia è comunque bruttina. Calenda si candida a tutto, lo trovo sconveniente. È un parlamentare europeo eletto nella circoscrizione del Nord Est con i voti del Pd e quello deve fare, non altre cose assolutamente riprovevoli, come cercare di dimostrare che sia lui a dominare la scena romana. Non è questo il modo di fare politica che preferisco.

Coraggio Italia e Italia viva si stanno muovendo assieme per formare una pattuglia consistente nella corsa al Colle. Crede che lo schema sarà riproposto anche alle Politiche del 2023?

Per le Politiche del 2023 bisogna aspettare di vedere che legge elettorale verrà fatta. Potrebbe arrivarne una che garantisca il centro, ma se dovessi farla io la farei in maniera che il centro non conti, a prescindere dai nomi, perché serve una competizione bipolare, non una che dà potere di ricatto ai partitini. Per quanto riguarda la corsa al Colle possono fare tutte le prove tecniche che vogliono, ma bisogna capire quale sia il loro candidato. I nomi girano a dismisura e se ne hanno uno dovrebbero dirlo adesso, per poi andare a parlare con il centrodestra e con il centrosinistra. Ci sono 234 miliardi da spendere e devono essere gestiti dal Colle più alto di Roma.

Crede che i cinque minuti di applausi con tanto di cori “bis” a Mattarella potrebbero fargli cambiare idea?

Mattarella non vacilla per applausi o critiche. È un uomo che ha una certa concezione della politica e parla solo dopo aver riflettuto molto. Ha detto che non vuole essere rieletto e manterrà questa idea. Sette anni sono lunghi, sono stati abbastanza difficili e non vuole che si ripeta ciò che è accaduto con Napolitano. Gli applausi sono stati corretti, non ho apprezzato invece quelle urla di bis, le ho trovate un po’ fuori luogo. Hanno certamente rallegrato il presidente ma eravamo alla Scala, non a San Siro.

Entrambi, sia la Scala che San Siro, erano gremiti, mentre in diverse parti d’Europa stadi e teatri sono chiusi. Anche questo è stato un segnale della nostra ripartenza?

Sì, ma dobbiamo tenere presente che il pubblico della Scala non è rappresentativo del paese e forse Draghi dovrebbe chiedere a quelle persone il famoso contributo di solidarietà.

Che non è entrato in manovra per divergenze in maggioranza, con conseguente sciopero di Cgil e Uil. Cosa ne pensa?

Non credo sia il momento di fare scioperi. Anche perché lo sciopero non cambierà nulla, tranne forse indebolire un po’ Draghi e Orlando. Se questo è l’obiettivo di Landini può anche raggiungerlo ma credo che Landini sia un compagno che talvolta sbaglia ed esagera. Ho l’impressione che questo sindacato difenda i garantiti e non si occupi di garantire altri e mantenere in moto la macchina dell’economia e della società italiana. Servirebbe un dialogo che non c’è stato perché Landini spesso ha alzato la voce e Draghi ha alzato le spalle.

Pensa che Draghi sia stia stancato di tenere uniti parti così diverse e stia pensando di correre per il Colle per poi indire le elezioni?

Non credo. Primo perché ho l’impressione che agli occhi di coloro che ci danno i soldi, cioè la Commissione europea, l’Italia ha bisogno di stabilità, non di una campagna elettorale di due mesi e la vittoria magari di qualcuno con una visione europea diversa. Andare al voto con Draghi al Colle penso sia sbagliato.

Calenda ha fatto il nome della ministra della Giustizia, Marta Cartabia. Almeno questa idea del leader di Azione la convince?

Calenda ha scelto Cartabia perché è politicamente corretto individuare una donna, e in questo momento lei è la più visibile tra le donne. È una legittima candidabile e presidenziabile, ma non è l’unica e non risponde nemmeno a tutti i requisiti che secondo me servono, come ad esempio un’esperienza politica maggiore rispetto a qualche mese al ministero della Giustizia.

Chi avrebbe questi requisiti?

(Sorride, ndr) Certo mi farebbe piacere avere al Colle il mio amico Draghi o il mio amico Pier Ferdinando Casini, che incontro sempre alle partite del Bologna o della Virtus. Casini ha la storia di un democristiano di destra, moderato. Non ha mai insultato nessuno, è stato presidente della Camera, è il decano del Parlamento italiano. Se eletto sarebbe totalmente indipendente. Riequilibrerebbe il sistema politico con competenza certa. La stessa che avrebbe Giuliano Amato, che viene criticato perché è stato molto più efficace degli altri nella sua azione politica. Ma non porrei nessun veto nemmeno a Rosy Bindi.

Pubblicato il 8 dicembre 2021 su IL DUBBIO

Cosa resta dopo la fine dei partiti? Molto poco @DomaniGiornale

“I partiti politici hanno creato la democrazia e la democrazia moderna non è immaginabile se non in termini di partiti”. Questa generalizzazione, scritta nel 1942 dal professore di Scienza politica Elmer E. Schattschneider, contiene una precisa descrizione storica e una implicita previsione preoccupante. Che cosa succede quando scompaiono i partiti? Troppo impegnati nella ricerca di un Presidente della Repubblica che in qualche modo giovi alle loro sorti né magnifiche né progressive, troppo interessati ad una legge elettorale che minimizzi i rischi della competizione, troppo affannati nella costruzione di un “centro” stabilizzatore, dirigenti politici e commentatori sembrano essersi dimenticati che le difficoltà e i problemi di funzionamento del sistema politico italiano sono iniziati con il, peraltro meritato, crollo del sistema dei partiti nel periodo 1992-1994. Oggi c’è un unico protagonista della vita politica italiana che mantiene l’etichetta partito: il Partito Democratico. Tutti gli altri hanno deciso che è meglio farne a meno visto il discredito che i partiti hanno agli occhi degli italiani.

   In un’intervista Giuseppe Conte ha assicurato che il Movimento 5 Stelle che intende costruire “non sarà un partito anche perché i partiti sono in crisi e tendono loro stessi a farsi movimenti”. Lui mira a trovare “le persone giuste e una sintesi politica convincente e quotidiana” (Corriere della Sera, 30 novembre, p. 11). Fermo restando che in Italia oggi al posto dei partiti non esistono affatto movimenti, ma associazioni personalistiche, i due compiti che Conte ritiene essenziali sono caratterizzanti, non solo storicamente, ma in tutte le democrazie contemporanee, proprio dei partiti politici. Più o meno indeboliti rispetto ai trenta e più anni “gloriosi” seguiti alla seconda guerra mondiale, i partiti esistono in tutte le democrazie occidentali (e hanno accompagnato la democratizzazione di molti paesi nel post-1989). Per reclutare le “persone giuste” è indispensabile che esista un’organizzazione sul territorio che le individui e le attragga. Per fare “sintesi politica convincente e quotidiana” bisogna che vi siano luoghi dove un certo numero di persone si riuniscono, discutono, decidono e comunicano le loro decisioni cercando di raggiungere un più vasto pubblico. Sono compiti che i partiti come li abbiamo conosciuti in Italia svolgevano, in maniera più meno efficace. Sapevano quei partiti offrire alternative programmatiche e elettorali. Costruivano coalizioni che andavano al governo con il loro personale, politico, praticamente mai tecnico/cratico.

   Nel 1990 i partiti della tanto criticata “Prima Repubblica” avevano fatto dell’Italia la quinta potenza industriale al mondo. Non tutto andava al meglio, ma l’esistenza dei partiti e la loro competizione erano accompagnate anche da notevoli percentuali di partecipazione elettorale. Non sarà il migliore dei Presidenti della Repubblica a fare (ri)nascere organizzazioni partitiche decenti. Nessun più o meno ingente premio in seggi potenzierà l’organizzazione dei vincenti. Nessuna riforma dei regolamenti impedirà il piccolo o grande trasformismo dei parlamentari. Certo, ciascuno di questi eventi e riforme se andasse per il meglio contribuirebbe alla comparsa di strutture simili ai partiti. Tuttavia, se nessuno dei dirigenti politici accetta la sfida e si pone esplicitamente l’arduo compito di ristrutturazione partitica, la prossima legislatura continuerà ad essere caratterizzata dai problemi che abbiamo già sperimentato nell’ultimo quarto di secolo.

Pubblicato il 1° dicembre 2021 su Domani

Dalle elezioni il governo esce rafforzato. Ora il premier accontenti il Pd #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Come soddisfare i dem? «Ad esempio con un atteggiamento molto favorevole sul rinnovo del reddito di cittadinanza, pur con le variazioni, sulle pensioni, sull’immigrazione e sullo ius soli»

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’università di Bologna, spiega che «Salvini e Meloni dovrebbero riflettere sui propri errori invece di scaricare le colpe su altri» e che il governo esce «appena rafforzato» dal voto, ma «ora Draghi deve rendersi conto che forse a qualche esigenza del Pd si deve rispondere».

Professor Pasquino, a chi è attribuibile la vittoria del centrosinistra alle Amministrative?

La vittoria è al 50 per cento di Letta. È stato ostinato, tenace, sobrio ed è riuscito a ottenere quello che voleva. Il restante 50 per cento è da dividere: attribuisco un 10 per cento a Conte, perché aveva fatto capire agli elettori del Movimento di votare per i candidati del centrosinistra; un 25 per cento agli stessi candidati, perché sono competenti e hanno buone idee per governare le loro città; un 15 per cento al programma complessivo del centrosinistra, che è meno contundente di quello del centrodestra. Sono rimasto stupefatto, come sa sono abbastanza critico del Pd ma Gualtieri, Lo Russo e anche Russo che ha perso a Trieste sono stati candidati efficaci. Insomma il centrosinistra ha scelto bene.

Il Movimento 5 Stelle è destinato a diventare junior partner del Pd nella coalizione di centrosinistra?

 Credo che ormai sia inevitabile. Il ruolo di Conte sarà quello di far passare alcune delle idee del Movimento nella coalizione. Non dimentichiamoci tuttavia che è riuscito a convincere una parte di elettori pentastellati romani che non era il caso di astenersi e men che mai di votare per Michetti. In una vittoria con il 60 per cento dei consensi è difficile che non ci siano anche elettori del M5S. Stessa cosa a Torino, ma a Roma l’apporto di Conte è stato diretto.

Letta ha parlato di coalizione larga, da Conte a Calenda, anche se quest’ultimo non è apparso molto entusiasta. Cosa ne pensa?

Credo che la coalizione debba fare affidamento sulle leadership che ci sono. Quindi purtroppo bisognerà parlare anche con Calenda e Renzi. Ma poi ci sono gli elettori, che sanno che o si allarga la colazione o il paese finisce in mano a Salvini e Meloni. Non sono affatto sicuro che Calenda riesca a convincere i suoi elettori a fare cose contronatura. Renzi ci proverà e alzerà il prezzo ma anche gli elettori di Italia viva sanno che è meglio sopravvivere in uno schieramento di centrosinistra che finire schiacciati da Lega e Fratelli d’Italia.

A proposito di Lega e Fratelli d’Italia, di chi è la colpa della sconfitta?

Salvini e Meloni dovrebbero riflettere sui propri errori invece di scaricare le colpe su altri. Non è il tempo che è mancato, sono loro che hanno scelto tardi i candidati. I quali sono stati pescati dai leader, prima di tutto Michetti e Bernardo. Scegliendo un politico a Milano il centrodestra sarebbe stato molto più competitivo. Dovrebbero riflettere anche sul fatto che i sondaggi fotografano una situazione per quel che riguarda l’andamento del partito ma dall’ultima fotografia sono accadute alcune cose, come il caso Morisi, il caso Fd’I a Milano, l’assalto alla Cgil. Fatti non prodotti dalla sinistra, ma dai loro seguaci.

La forte astensione è causata dalla pandemia, dal fatto che tutti i partiti tranne Fratelli d’Italia sostengono Draghi o cos’altro?

Lascerei stare Draghi, che non c’entra niente. Ci mancherebbe che collegassimo l’astensione alla soddisfazione o meno sul governo Draghi. Il punto è che chi vuole vincere deve saper mobilitare i propri elettori e sia Salvini che Meloni non l’hanno saputo fare. Il Pd evidentemente ha una capacità di mobilitazione maggiore. Forse la Meloni doveva impegnarsi di più in prima persona, non soltanto a Roma.

Non pensa ci sia comunque un problema di disaffezione nei confronti della politica?

Dell’astensionismo dobbiamo certamente preoccuparci, perché è chiaro che una parte di elettori crede poco in questa politica e quella parte va recuperata. Ci sono poi strumenti che facilitano la partecipazione, come il voto per posta, e questi strumenti ormai andrebbero presi in considerazione per recuperare un 5, forse 10 per cento di astenuti.

Crede che una legge elettorale di stampo proporzionale, di cui già si parla, porrebbe le basi per la nascita di un nuovo centro?

Non sono dell’idea di costruire un centro artificiale mettendo insieme Calenda, Renzi e altri. Vorrei che fosse un’operazione più limpida e non fatta solo per dare ragione al direttore del Corriere della Sera o a qualche suo editorialista. Poi possiamo anche avere una legge proporzionale ma dev’esserci uno sbarramento per evitare la frammentazione del sistema politico e per impedire il potere di ricatto di qualche partitino.

Crede che il Pd per la troppa euforia o la Lega per sparigliare le carte potrebbero staccare la spina al governo e chiedere elezioni anticipate?

Mi pare che dal punto di vista numerico non basta che la Lega esca dal governo perché si vada a votare. E sarebbe anche un atto abbastanza grave, non condiviso da almeno un terzo del partito. Il governo sarebbe uscito indebolito se avesse vinto il centrodestra. Ne esce invece come prima o forse appena rafforzato, ma ora Draghi deve rendersi conto che forse a qualche esigenza del Pd si deve rispondere.

In che modo?

Ad esempio avendo un atteggiamento molto favorevole sul rinnovo del reddito di cittadinanza, pur con delle variazioni, sulle pensioni, sull’immigrazione e sullo ius soli. Sarebbe il modo migliore per compensare il Pd, che è l’alleato fin qui più forte e credibile del governo.

Cosa cambia in vista del voto per il nuovo presidente della Repubblica?

È ancora troppo presto, dico solo che il nome giusto sarebbe quello di Pier Ferdinando Casini, che è un decano del Parlamento, apprezzato da tutti, con molte conoscenze e infine un bravo ragazzo. Ma su alcune candidature ci sarà uno scontro bestiale. Preferirei non venisse eletto Draghi, perché vorrei che il governo andasse avanti fino al 2023. Ma deve scegliere lui, che ne sa più di me e lei. È una sua scelta personale.

Pubblicato il 20 ottobre 2021 su Il Dubbio

Ora che il Pd ha vinto può incidere sul governo @DomaniGiornale

Anche se non giungo a sostenere, come comprensibilmente ha fatto Enrico Letta, che le elezioni amministrative sono state un “trionfo” per il PD, il successo del Partito e del suo segretario è stato limpido, consistente, significativo. Buoni candidati, competenti e dotati di previa esperienza politica, selezionati(si) con poche tensioni senza strascichi in aggiunta a quello che rimane del radicamento territoriale del partito, hanno prodotto un esito significativo, al di sopra delle aspettative. Per i prossimi cinque anni molte città importanti saranno governate da sindaci democratici. La situazione sembra, almeno in parte, quella del 1975 quando la vittoria di molti sindaci di sinistra preannunciò il grande successo elettorale del PCI nel 1976. Rallegrarsi, quindi, è giusto tanto quanto ricordare che queste vittorie sono anche il frutto dell’atteggiamento responsabile, serio e sobrio dei ministri del Partito Democratico a sostegno del governo Draghi. Pertanto, mi pare di potere suggerire che Letta e il suo partito si sono conquistati il diritto di chiedere a Draghi qualcosa di più e qualcosa di diverso nell’opera del governo al cui interno la Lega deve di conseguenza contare meno .

   Fermo restando l’impegno all’attuazione nel migliore dei modi possibile del Piano nazionale di ripresa e resilienza, è giusto e opportuno che il Pd ricordi a Draghi che le riforme di adesso debbono preannunciare un percorso riformista che intenda ridurre le disuguaglianze cattive. Tali sono le disuguaglianze che configurano privilegi invece di offrire opportunità di sviluppo, non solo economico, ma sociale e culturale, ai settori svantaggiati della società italiana.Non importa quanto i ricchi diventino più ricchi, ma che lo facciano non a spese della società e dei settori già svantaggiati. Ho in mente, naturalmente, sia una eventuale tassa sui patrimoni sia una rimodulazione della tassa sulle successioni. Questo non sarebbe un esempio del “togliere” (denaro) agli italiani quanto, piuttosto, della volontà di procedere verso maggiore equità sociale non a scapito dello sviluppo. Appare anche opportuno, sempre in chiave di equità e sviluppo, che il PD chieda interventi incisivi per l’integrazione dei figli dei migranti (e dei loro genitori ).

   Nella misura in cui alcune riforme riescano a cambiare la percezione che una parte nient’affatto trascurabile dell’elettorato italiano ha della politica attuale, allora, forse, potrà anche tornare a votare. Non è possibile stabilire quanto gli astensionisti abbiano deciso di lasciare le urne semivuote perchè scoraggiati dalla distanza e dall’indifferenza del governo alle loro sorti. Probabile è che alcune misure, alcuni provvedimenti ben congegnati e ampiamente discussi farebbero (ri)emergere nell’elettorato la percezione che il loro voto conta. Il Partito Democratico e il suo segretario sanno che le vittorie elettorali vanno governate e che un governo più politico può condurre a una pluralità di vittorie (buone).

Pubblicato il 20 ottobre 2021 su Domani

Cosa devono chiedere Letta e Conte a Draghi @fattoquotidiano

Fare politica vuol dire tentare di trovare alleati, costruire coalizioni, candidare coloro che meglio rappresentano idee, valori, soluzioni. Non è sufficiente, anzi, è sbagliato, pensare che i “civici” siano rappresentanti migliori dei politici per quel che riguarda le idee, le proposte, le visioni, che è quanto, cedendo alle sirene dell’antipolitica, hanno malamente fatto i leader del centro-destra. Continuare a sostenere che il centro-destra era/è uno schieramento compatto cozza(va) con la realtà che fotografa un partito all’opposizione, dura, anche se non proprio pura, un partito con rappresentanti nel governo e il suo “capitano” nelle piazze, un partito nel governo con inclinazioni e declinazioni, anche per necessità, largamente europeiste. Tutto meno che compatto, il centro-destra è attraversato da non facilmente componibili differenze e in preda a forti incomprimibili ambiguità.

Adesso, Meloni e Salvini sollevano qualche polverone (no, non scriverò “polverina”) per celare le dimensioni notevoli della loro sconfitta. L’esito, però, rimane visibilissimo. Nessuna delle città italiane di dimensioni medio-grandi ha un sindaco della Lega e di Fratelli d’Italia. L’astensionismo riguarda tutti e, invece di gettare dubbi sul grado di legittimità politica e democratica dei sindaci eletti dalle alleanze di centro-sinistra, Salvini farebbe meglio a chiedersi dov’è finita la sua leggendaria capacità di raggiungere (la pancia del)l’elettorato. Invece di dire che non c’è stato abbastanza tempo per fare la campagna elettorale, anche la Meloni dovrebbe chiedersi se la spartizione delle candidature è un metodo efficace per individuare e scegliere i (mai “le”?) migliori.

A loro volta, sondaggisti e commentatori dovrebbero rivedere le loro categorie analitiche, ad alcuni sarebbe sufficiente ricordare i basics, le fondamenta del mestiere. I sondaggi fotografano le opinioni e le propensioni del momento nel quale sono effettuati. Anche se più sono i sondaggi migliori diventano le informazioni delle quali tenere conto, il trend conta. Più del trend, però, e questa è una buona notizia democratica, conta la campagna elettorale. Tra il sondaggio e il voto si trovano molti elementi importanti dei quali gli elettori, non solo italiani, ma non voglio in nessuno modo blandirli, sanno tenere conto: candidature, priorità programmatiche, prestazioni passate e promesse future, credibilità complessiva. I potenzialmente vincenti avranno poi la capacità e la forza di amministrare e governare. I civici, privi di un’organizzazione propria a loro sostegno, saranno facile preda di chi li ha candidati. Per lo più i politici sono anche il prodotto di un’organizzazione che ha tutto l’interesse a impegnarsi nell’ardua opera di realizzare buongoverno. La lezione vale anche per quel che verrà.

Con tenacia e pazienza il segretario del PD Enrico Letta ha costruito un campo largo operando intelligentemente a partire da quel non molto che c’è: il Movimento 5 Stelle guidato da Conte. L’apporto di Conte è indispensabile e le sue indicazioni sono state abbastanza seguite e tradotte in pratiche di voto vincenti sia a Torino sia a Roma. L’analisi dei flussi degli elettori pentastellati al primo turno rileverà che una parte si è astenuta al ballottaggio, una parte si è recata alle urne per votare il candidato più vicino alle loro preferenze, ai loro interessi, alle loro posizioni. Qui, inevitabile, si colloca una sintetica, ma cruciale riflessione sul sistema elettorale. Al primo turno gli elettori si orientano giustamente a votare il candidato da loro preferito, scelgono nel menù. Al ballottaggio, consapevoli che il loro voto sarà decisivo, avendo perso il candidato più gradito, cercano il candidato meno sgradito, eleggono. Nel passaggio dal primo turno al ballottaggio la politica, nei confronti degli elettori, ma anche nello stringere alleanze, trova spazio e nuova lena. Naturalmente, non è il caso di esagerare nel valutare positivamente quanto è avvenuto in un confronto elettorale che pure ha coinvolto ben più di 10 milioni di elettori.

In conclusione, due elementi meritano di essere evidenziati e ribaditi. Il centro-destra è attraversato da tensioni “scompositive” e i due leader che si confrontano hanno subito un colpo al loro troppo esibito compiacimento personale e politico. Sul versante del centro-sinistra, Conte, ma soprattutto Letta hanno ottenuto una significativa conferma che stanno andando nella direzione giusta. A questo punto, forse, avrebbero anche l’opportunità di ricordare a Draghi che persino il governo dovrebbe in qualche modo tenere conto dell’esito del  voto e spingersi e spendersi in una ripresa e resilienza che dia maggiore attenzione e più risorse alle periferie italiane, non soltanto geografiche, ma anche sociali e culturali.

Pubblicato il 20 ottobre 2021 su Il Fatto Quotidiano