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PD e M5S, ora patti chiari dopo l’alleanza lunga @fattoquotidiano @pdnetwork @Mov5Stelle

Enrico Letta tenta di rivitalizzare il suo PD che alla vocazione maggioritaria ha da tempo preferito la presenza nella maggioranza (anche al plurale) di governo. A sua volta, Giuseppe Conte ha deciso di impegnarsi nella ristrutturazione del Movimento 5 Stelle, operazione difficile, ma non mission impossible. Entrambi sembrano convergere su una aspirazione molto importante: dare vita ad un’alleanza “organica” fra le due organizzazioni che guidano. Hanno già incontrato qualche opposizione, sia vocale sia nascosta, ma il poco dibattito che si è aperto non ha gettato luce sui pro e sui contro di questa eventuale alleanza, soprattutto in vista delle elezioni politiche che al più tardi dovrebbero tenersi nel marzo 2023. Come stanno le cose, l”organicità” della alleanza, se “organica” significa: stretta, profonda e duratura, mi pare alquanto prematura. Tralascio le molte differenze di opinione attualmente esistenti forse più nella base e nei rispettivi elettorati che fra i gruppi dirigenti, che hanno già dato prova di essere più manovrieri e disinvolti. Tuttavia, dovrebbe essere chiarissimo che se gli attivisti e gli iscritti del Movimento e del PD non sono convinti della bontà e della fecondità di una alleanza “organica”, ai rispettivi elettorati giungeranno messaggi non sufficientemente positivi e incoraggianti, non mobilitanti con il rischio classico che la somma dei due sarà inferiore alla combinazione delle percentuali attuali.

   Esiste una opportunità positiva che M5s e Partito Democratico potrebbero e dovrebbero sfruttare: le elezioni amministrative in non poche grandi città da Torino a Napoli, da Roma a Bologna. Da quello che riesco a leggere, in ciascuna di queste città esistono fattori locali, litigi pregressi, incomprensioni, diffidenze personalistiche di cui, inevitabilmente, bisogna tenere conto. Però, è proprio ricomponendo un discorso comune e riducendo le distanze, anche perché le dinamiche del centro-destra dicono che si presenterà unito, che diventa possibile mandare più che un messaggio efficace all’elettorato. Quel che si riuscirà a fare non soltanto nelle grandi città che ho menzionato, ma in comuni di dimensioni inferiori, comunque politicamente rilevanti, dal punto di vista delle candidature e delle campagne elettorali, può porre migliori premesse per l’eventuale alleanza organica del futuro prossimo. Può anche consentire di individuare con precisione i punti di contrasto, eventualmente smussarli oppure prendere atto che in alcuni contesti sono insormontabili. Patti chiari, come si dice, amicizia (chiedo scusa) alleanza lunga.

   Le elezioni amministrative si svolgono con una legge elettorale proporzionale e contemplano l’elezione diretta del sindaco. Consentono, quindi, ai partiti di misurare il loro consenso elettorale e anche quello personale delle candidature alla carica di sindaco. Al tempo stesso, elemento da non sottovalutare e da non dimenticare, offrono all’elettorato importanti informazioni sui partiti, sulle candidature, sulle alleanze: appropriatezza, solidità, efficacia. Per tutte queste ragioni appare opportuno che i fautori dell’alleanza organica fra Movimento 5 Stelle e PD scelgano i luoghi dove e come sperimentare l’alleanza. Inevitabilmente, a livello nazionale, il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico dovranno porsi il problema di quale legge elettorale sia meglio in grado di incoraggiare alleanze prima del voto. In generale, le leggi proporzionali implicano che i concorrenti si presenteranno da soli salvo poi, contati i voti, decidere, se ne hanno avuti abbastanza, di dare vita alla coalizione di governo. Avviene così in tutte le democrazie parlamentari europee.

    Ascolto una sorta di rivalutazione della Legge Mattarella, che era una legge buona, migliore nella versione per il Senato, ma con qualche facilmente rimediabile inconveniente. Chi dice di volere “il maggioritario” dovrebbe, commentatori e giornalisti compresi, smettere di affermare che maggioritario è un sistema elettorale proporzionale sul quale si innesta un, più o meno truffaldino, premio in seggi. La legge Mattarella che stabilisce l’elezione di tre quarti dei parlamentari in collegi uninominali ha un contenuto apprezzabilmente maggioritario. Quel che più conta, però, per chi desidera costruire un’alleanza organica fra M5S e PD, è che la legge Mattarella incoraggia e premia le alleanze prima del voto, come Berlusconi, leader de centro-destra capì da subito nel 1994. Fra l’altro, la legge Mattarella ha due altri pregi: è fortemente competitiva e dà grande potere agli elettori. Non da ultimo verrebbe, forse, finalmente meno la stupida critica/richiesta di governi eletti dal popolo, usciti dalle urne. Il governo sarebbe/sarà prodotto e legittimato da una alleanza abbastanza organica e vittoriosa.

Pubblicato il 15 aprile 2021 su il Fatto Quotidiano

Il federatore di Pd e M5S non sarà Conte. La versione di Pasquino @formichenews

Quell’importantissimo compito e ruolo di federatore non toccherà certamente a un uomo. Una donna sarà la federatrice di un centro-sinistra, di gialli e rossi. Eppure, poco si può dire se non vengono differenziate le indicazioni e le proposte con riferimento ai livelli di governo e non vengono chiarite le condizioni di alleanze tuttora non facili. L’analisi di Gianfranco Pasquino

Ma davvero è giunto il momento agognato di interrogarci sulla comparsa di un federatore delle non “magnifiche sorti e progressive” del PD e delle 5 Stelle? Ovvio, comunque, e prioritario, rilevare che quell’importantissimo compito e ruolo non toccherà certamente a un uomo. Una donna sarà la federatrice di un centro-sinistra (uhm, mi sento a disagio con le collocazioni spaziali), di gialli e rossi. “Gialli” che, secondo Di Maio, sono moderati, ma ha anche detto liberali? Forse, sì,  per rassicurare il Corriere della Sera dove sono tutti più liberali che si può e, infatti, intrecciano dialoghi e interviste con i diversamente liberali Giorgia Meloni e Matteo Salvini, e “rossi”, parola che non fa parte del lessico di Enrico Letta, diciamo rosé come lo champagne de Paris. I gialli stanno, forse, cambiando, come le cipolle, il terzo o quarto dei loro strati, con la regia di Grillo e sotto la guida elegante e forbita di Giuseppe Conte. Purtroppo, Rousseau recalcitra e di altri partecipazionisti in giro non se ne vedono. Eppure, quella è la zona nella quale i giunti al compimento del secondo insuperabile (sic) mandato si metteranno all’opera con profitto tutti, ma proprio tutti (o forse no) i leader dell’entusiasmante legislatura 2018-2023 che li ha visti presenti, attivi, esuberanti in tre molto diversi governi, alla Shakespeare: “governanti per tutte le stagioni”.

   La cultura politica del Movimento 5 Stelle 2.0 per un mondo nuovo post-Covid sta per arrivare. Alquanto lontanina, invece, sembra la formulazione (ri-formulazione farebbe erroneamente sospettare che già ce ne sia una) della cultura politica per il PD di Letta. Tutti in attesa dei contributi delle donne, mentre si disboscano i rami secchi: la velleitaria “vocazione maggioritaria”, che ha pure portato iella, e traballano rami che pure sarebbero, se adeguatamente curati, in grado di dare frutti politici, come le primarie “fatte bene”. No, non ho nulla da aggiungere qui se non l’auspicio che Letta dedichi un po’ di attenzione proprio alle primarie che, a determinate condizioni, dimostrerebbero grande efficacia nel fare partecipare i potenziali elettori e sostenitori di un’alleanza, non perinde ac cadaver, con i pentastellati, costruita sulle idee, sulle soluzioni, sulle persone migliori (non tutti i migliori sono al governo) nelle più importanti situazioni locali. A Torino e a Roma potrà Letta dire no alla ricandidatura di due donne? Comunque, le proposte delle donne del PD stanno per arrivare soddisfacendo attese spasmodiche.

   Al momento, non vedo e non sento elaborazioni nuove e trascinanti. Mi pare sia in onda il tradizionale dico e non dico, anche perché c’è poco da dire se non vengono differenziate le indicazioni  e le proposte con riferimento ai livelli di governo e non vengono chiarite le condizioni di alleanze tuttora non facili. Qualche riflessione sulla cultura delle coalizioni, esiste un’abbondante convincente letteratura sulla formazione e il funzionamento dei governi di coalizione, mi parrebbe opportuna. Conte manifesta alcune propensioni nella direzione giusta, ma l’intendenza non pare già disposta a seguire. Letta sicuramente sa che ne esiste la necessità. Chi ha più filo tesserà più tela, ma è sulla qualità del filo, che per il momento appena si intravede, che è lecito nutrire un tot di riserve.

Pubblicato il 4 aprile 2021 su formiche.net

Nel ritorno al Mattarellum c’è il futuro di Conte e Letta @DomaniGiornale

Al tuttofare Mario Draghi molti hanno pensato di affidare anche il compito di ricostruire la politica. Qualcuno, avendo annunciato, in verità un po’ prematuramente e un po’ esageratamente, una crisi di sistema, è in ansiosa attesa di, forse, un altro sistema. Qui è proprio il caso di citare il Gen. De Gaulle: vaste programme, salvo aggiungere subito che de Gaulle il suo programma lo aveva pensato talmente a fondo che non solo costruì un partito, dominante per quasi trent’anni, ma anche una Repubblica, la Quinta, che si avvia ad essere la più duratura della storia della Francia. Delle idee politico-istituzionali di Draghi non ne sappiamo praticamente nulla e non possiamo attribuirgliene né la mancanza né la responsabilità. Più opportuno e rilevante è, oggi (ma anche domani), chiederci se quelle idee, anche per superare la crisi della politica e evitare la crisi del sistema, siano intrattenute da Giuseppe Conte e da Enrico Letta. Il primo ha il compito di ricomporre e meglio attrezzare le rissose e sparse Cinque Stelle. Il secondo non soltanto mira a costruire un PD nuovo, ma vuole addirittura (ri)condurlo a vincere.

Credo che Conte sia molto meno preparato di de Gaulle –e dei suoi consiglieri alcuni dei quali, veri e propri tecnocrati, non si accosterebbero mai ai teorizzatori dell’uno vale uno. Vedo anche molto difficile la transizione da un ruolo di governo, nel quale Conte ha dimostrato di sapere imparare e crescere, al ruolo di (ri)costruttore di un movimento politico la cui spinta propulsiva si è molto affievolita. Fra l’altro, Conte dovrebbe anche occuparsi della transizione dalla piattaforma Rousseau a nuove modalità di iscrizione, partecipazione, funzionamento telematico. Infine, è oramai chiaro che non potrà essere lui il capo di una eventuale coalizione che includa il Partito Democratico.

Dal canto suo, Letta ha messo dolcemente in chiaro che il PD avrà una sua politica autonoma mettendo in soffitta una delle affermazioni più velleitarie e forse anche più controproducenti dei suoi costruttori: la vocazione maggioritaria. Piuttosto, il PD deve trovare un suo ruolo persino più rilevante in quanto perno di coalizioni entro un perimetro largo di centro-sinistra che non potrà in nessun modo essere stiracchiato fino a Salvini, ma chiaramente alternativo al centro-destra. Nelle democrazie parlamentari la politica consiste proprio nel costruire pazientemente e costantemente coalizioni, meglio se coerenti. Mi spingerei fino a sostenere che sempre la politica deve sapere costruire coalizioni e modalità di collaborazione, ma, naturalmente, non può mai rifiutare la competizione, elemento cruciale in tutte le democrazie.

Non bisogna sottacere che, mentre troppi parlano di leggi elettorali proporzionali, facendo di tutta l’erba un fascio, Letta ha già espresso la sua preferenza, certamente non solo per omaggiare il relatore di quella legge, per il Mattarellum. Mi pare opportuno ricordare che quella legge elettorale fu la conseguenza (sostanziale al Senato) dell’approvazione popolare, più dell’80 per cento di “sì”, di un apposito quesito referendario. Qualche ritocco migliorativo è possibile e auspicabile, ma il punto che conta è che la legge Mattarella spinge alla formazione di coalizioni e incoraggia una competizione bipolare. Entrambi i fenomeni fecero la loro comparsa nelle tre tornate elettorali svoltesi in vigenza di quella legge: 1994, 1996, 2001. Insomma, in questa proposta di Letta c’è una apprezzabile visione del sistema politico da ricostruire. Il Movimento 5 Stelle dovrebbe diventare un alleato quasi naturale del PD con candidature scelte anche per la loro propensione/accettazione di una alleanza che mira a governare. Anche il centro-destra avrebbe interesse a compattarsi. D’altronde, aveva già saputo farlo più di un lustro fa. I partiti scrivono le leggi elettorali, ma le leggi elettorali incidono sui partiti. Anche il partito stellato di Conte ne trarrebbe vantaggio obbligato a diventare più coeso. Letta ha cominciato la partita. Faites vos jeux. L’obiettivo sono le elezioni del 2023.  

Pubblicato il 18 marzo 2021 su Domani

L’arte di governare e l’arte di comunicare

La scomposizione dei protagonisti della vita politica italiana dopo le elezioni di marzo 2018 è in corso. Sta succedendo proprio quello che alcuni avevano dichiarato e auspicato come conseguenza della formazione del governo Draghi. Fallita la politica sembrano falliti i protagonisti a partire dal più grande, il Movimento 5 Stelle. Diviso al suo interno, con una cinquantina di dissenzienti sul voto di fiducia, in buona misura quasi subito espulsi, il Movimento sta per essere affidato alle cure amorevoli del Prof Giuseppe Conte non dimentico di essere debitore ai Cinque Stelli di due anni “bellissimi”. Nel secondo partito della ex-coalizione di governo, il Partito Democratico, si rincorrono accuse al Segretario per la designazione della squadra di governo a scapito delle donne e recriminazioni dei più vari tipi ad opera di alcuni le cui ambizioni sono al disopra delle capacità finora provate. La minuscola LeU ha subito la scissione parlamentare dell’unico deputato di Sinistra Italiana. Nonostante le acrobazie di Salvini, la svolta europeista voluta da Giorgetti, ora sottosegretario, non sembra gradita da tutti. Molti sono i mugugni anche dentro Forza Italia pure non poco premiata dalla assegnazione dei posti di Ministro e di sottosegretaria. Granitica è, invece, oltre che premiata dai sondaggi, la coerenza di Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia subito schieratisi all’opposizione. Naturalmente, questa opposizione unica significa anche che il centro-destra al momento non esiste più. Infine, all’orizzonte continua a profilarsi uno spettro alimentato da commentatori e politici di seconda fila: la riorganizzazione di un partito/ino di centro che avesse un improbabile successo renderebbe impossibile qualsiasi competizione bipolare e impraticabile qualsiasi alternanza di governo.

La fin troppa attenzione concentrata sulla scomposizione degli attori politico-partitici ha impedito di controllare da vicino quello che il governo Draghi fa, non fa, fa male. Non spetterà al governo ristrutturare la politica italiana, compito, comunque, da non affidare a un grande banchiere e ai tecnici da lui designati e che a lui dovranno costantemente fare riferimento. Piuttosto, mentre la pandemia infuria nel contesto italiano provocando danni ancora più gravi alle persone e alle attività economiche, bisogna che Draghi abbandoni la sua altrimenti apprezzabile inclinazione, forse, una deliberata strategia, a non procedere a dichiarazioni pubbliche, a comunicare soltanto nelle finora pochissime occasioni ufficiali. La politica è da tempo diventata comunicazione. Si alimenta di notizie, produce informazioni, intrattiene un dialogo fra governanti e governati. Per chi occupa la più importante carica di governo in un paese disastrato la cui ripresa non è affatto dietro l’angolo, comunicare con i cittadini, certo in maniera sobria e scarna, è un obbligo denso di significati. Serve anche a costruire e mantenere quel consenso che un governo tecnico non ha avuto dalle urne e del quale ha assoluto bisogno per rendere efficaci le sue azioni.

Pubblicato AGL il 2 marzo 2021

La missione quasi impossibile di Conte per salvare i Cinque Stelle @DomaniGiornale

Non conosco il pensiero politico del Professor Giuseppe Conte. Non sono neppure riuscito a vederne il pensiero istituzionale nei suoi quasi tre anni di governo. Anzi, ricordo di avere immediatamente criticato la sua concezione di Presidente del Consiglio quando definì il suo ruolo come quello di “avvocato del popolo”. Sbagliato. Semmai, l’avvocato/a del popolo è chi rappresenta l’opposizione alla quale spetta difendere quel popolo dalle malefatte del governo.

   Non so quanti libri di scienza politica Conte abbia mai letto (o sfogliato). A Firenze ne troverebbe molti, da Machiavelli a Sartori, utilissimi per rappresentanti e governanti. Ho visto, però, che nella sua pratica istituzionale si è mostrato abilissimo, equilibrato e equilibrista, entrambi elementi che ritengo positivi anche se, talvolta, il decisionismo diventa più che opportuno, indispensabile. Nessuno di questi termini compare nel linguaggio di Conte come da lui stesso manifestato sia nel suo sobrio, serio e sofferto discorso d’addio a Palazzo sia nella sua cosiddetta lectio magistralis per il ritorno, che probabilmente non ci sarà, all’insegnamento fiorentino.

   Il fatto più duro dell’esperienza di governo di Giuseppe Conte è che il Movimento che lo ha designato sembra avere già perso quasi la metà dei voti ottenuti nel marzo 2018 e sta assistendo inebetito ad una considerevole emorragia di deputati e senatori. Le elezioni regionali hanno altresì mandato messaggi preoccupanti. Il potere, anche a Roma e a Torino, sembra avere logorato chi ce l’ha (non sapendolo usare). Ė la democrazia, bellezza! Adesso, sembra che a Conte verrà affidato il compito di ricostruire il Movimento 5 Stelle con l’obiettivo principale di riportarlo ai fasti d’antan. Quei fasti erano stati costruiti su una grande pervasiva insoddisfazione nei confronti della politica politicata, ma anche contro lo stesso sistema istituzionale repubblicano: la democrazia parlamentare.

   Tutti i dati confermano che l’insoddisfazione permane molto diffusa né mi pare probabile che il governo Draghi calato dall’alto del Quirinale e alquanto carente in materia di comunicazione riuscirà a contenerla prima che, tempi non brevi, venga ridimensionata e messa ai margini la pandemia e facciano effetto i fondi europei. Quanto alla sfida alla struttura della democrazia parlamentare in quanto tale, di successi, nel nome usurpato di Rousseau, non ne ha avuti nessuno. Anzi, va a grande merito del parlamentarismo e della Costituzione italiana l’avere sconfitto tutte le versioni anti-sistema, peraltro, mai brillantemente elaborate, del Movimento, versioni riguardo le quali non conosciamo le eventuali condivisioni e valutazioni di Giuseppe Conte.

   Tuttavia, non possiamo dimenticare che la critica anti-parlamentare ha prodotto qualche esito sostanzialmente irreversibile: abolizione o quasi dei vitalizi, drastica riduzione del numero dei parlamentari. Resta da vedere se il limite dei mandati sarà più o meno tacitamente abbandonato. Anche su questo il silenzio di Conte è stato assoluto. Probabilmente, però, la leadership che il Movimento ovvero, quanto meno, il garante maximo Beppe Grillo, gli ha offerto non dovrà misurarsi sulle proposte del passato né sulle innovazioni, alcune delle quali possibili e auspicabili, da introdurre nelle modalità di funzionamento della democrazia parlamentare italiana, ad esempio con pratiche e esperimenti di democrazia deliberativa (il lettore apprezzerà il mio riserbo sulle leggi elettorali ancora oggetto di oscuri desideri dei partiti e dei loro leader).

   Il Movimento non ha mai avuto una ideologia se non quella di essere contro le poche rimanenti pallidissime e evanescenti elaborazioni occasionali dei simulacri di partiti esistenti, che soltanto alcuni dirigenti politici e i loro non fantasiosi intellettuali di riferimento sembravano puntellare. Certamente, il Movimento non avrebbe fatto molta strada dichiarandosi “liberale e moderato” alla Di Maio. L’europeismo al quale Conte è approdato senza fare rumore è, al tempo stesso, molto più che un’ideologia (è, invece, il più ambizioso progetto politico del secondo dopoguerra) e molto diverso da un insieme di idee rigide e costrittive. Richiede, però, una declinazione e un arricchimento che sono sicuramenti estranei al Movimento e, al momento, fuori della loro portata. Quanto Conte sia in grado di trovare una via originale per l’europeismo dei Cinque Stelle è una delle sfide alla sua leadership.

La transizione da un ruolo istituzionale adempiuto con successo (non è opinione soltanto mia, ma condivisa in una lunga serie di sondaggi da circa il 50/60 per cento degli italiani) ad un ruolo più propriamente politico, è complicatissima, irta di imprevedibili difficoltà. Non farò nessun paragone con la frettolosa “salita in politica” del Sen. Prof Mario Monti che, pure, si era avvalso di qualche consulente politico, oggi diventato sottosegretario. La ricostruzione di un movimento declinante, roso da tensioni e conflitti, anche di tipo personale, si presenta come un’avventura che fa tremare i polsi. Compulsando la ricca storia politica delle democrazie europee non sono riuscito a trovare esempi e precedenti utilizzabili per una sana e feconda comparazione. Non sta a me suggerirli, ma credo che Conte dovrebbe indicare e operare attorno ad alcuni punti incomprimibili, irrinunciabili. Il primo consiste nel mantenere, rivista, potenziata e meglio regolamentata, una piattaforma telematica che consenta agli iscritti di esprimersi frequentemente non solo in votazioni, ma anche in discussioni. Il secondo punto irrinunciabile consiste nel garantire, anche a rischio di qualche confusione, la pluralità di prospettive: allargare i confini senza espulsioni che mi paiono una deplorevole pratica da partiti totalitari. Sarà lo stesso Conte, e dovrà rivendicarlo, a fare la sintesi. Pur tenendo sempre alto il tiro delle mie critiche al Movimento, lo ritengo un attore utile al sistema politico italiano per incanalare il dissenso e per obbligare a decisioni meglio profilate. Non so quanto “politico” riuscirà a diventare Conte, ma questo è il compito che sta per assumersi. Quello, molto eventuale e arditissimo, di “federatore delle sinistre” verrà semmai dopo.

Pubblicato il 2 marzo 2021 su Domani

#Draghi La strada appare molto in salita

Gli osanna delle ultime tre settimane sono praticamente terminati. Chiamato a salvare la patria –non a ricostruire la politica, che non è compito suo e non sta nelle sue capacità, Draghi deve governare processi complessi. Parte dell’inizio è, inevitabilmente, in continuità con quello fatto, nient’affatto male, dal suo predecessore Giuseppe Conte. Attendo le innovazioni che più che nelle persone dei ministri tecnici debbono essere cercate e trovate nelle priorità programmatiche e, in special modo, nelle soluzioni indicate. Gli entusiasmi declinano; stanno scivolando verso premature, ma prevedibili delusioni. La strada appare molto in salita, uphill.

Capisco il “Cencelli” ma Draghi si sarebbe dovuto imporre sui partiti @ildubbionews

Dicono che draghi sia lì per ristrutturare la politica e i partiti ma visti i sottosegretari e alcuni ministri credo che questa vecchia politica sarà un ostacolo anche per ottenere i fondi europei

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna e accademico dei Lincei, è reduce dalla sua ultima fatica letteraria Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, e dopo la scelta dei sottosegretari reputa «difficile che Draghi possa compiere una ristrutturazione dei partiti».

Professor Pasquino, la squadra di governo è al completo. La ritiene soddisfacente?

Capisco benissimo che nella scelta delle cariche debba essere usato il manuale Cencelli, che ha un senso perché attribuisce le cariche ai partiti secondo i seggi che hanno in Parlamento. È una procedura corretta e viene utilizzata in tutte le democrazie parlamentari nei governi di coalizione. Obietto tuttavia alla qualità dei prescelti: se un partito deve avere 11 sottosegretari non è detto che si debba scegliere i peggiori di quel partito, anzi.

Crede che Draghi abbia sbagliato alcune scelte?

So che Draghi non conosce abbastanza i partiti e gli uomini politici e per questo motivo mi sono augurato che interpellasse il Presidente della Repubblica, che data la sua esperienza poteva dargli buoni consigli. Ma temo che il presidente del Consiglio abbia pensato che il problema più importante fosse l’economia e su quello si è concentrato, godendo del suo prestigio e scegliendo consiglieri importanti come Francesco Giavazzi (portatore di una linea che io non condivido). Tuttavia credo che questo approccio sia sbagliato perché molti dicono che Draghi sia lì per ristrutturare la politica e i partiti ma così facendo sarà molto difficile. Visti i sottosegretari e visti alcuni ministri capirà che questa vecchia politica sarà un ostacolo anche per ottenere i fondi europei.

A proposito di fondi europei, in squadra ci sono anche personalità, come Enzo Amendola, che godono di un’autorevolezza unanimemente riconosciuta in sede comunitaria. Non basteranno loro per far quadrare il cerchio?

Non voglio fare un discorso di nomi, anche se è chiaro che Amendola è un uomo competente e capace, così come lo sono Tabacci e Della Vedova. Ma altri, come quelli scelti da Salvini e Berlusconi, rappresentano il leader del partito e non tanto il partito. Il punto fondamentale tuttavia è un altro: Draghi doveva obbligare i partiti a confrontarsi con la realtà, non con le loro esigenze. E non ha voluto farlo, o non lo sa fare.

In che modo Mattarella avrebbe potuto consigliare Draghi?

Beh, a suo tempo Mattarella divenne “molto famoso” quando respinse Paolo Savona e quindi credo che potesse dare consigli a Draghi molto più approfonditi. Certo la scelta è stata complicata: se Conte avesse impiegato tre o quattro giorni a scegliere i sottosegretari, come ha fatto Draghi, la stampa sarebbe insorta. Invece accettiamo come normali dei tempi che normali non sono.

Pensa che nella partita tecnico-politica tra Draghi e i partiti abbiano vinto quest’ultimi?

Non è una questione di vincere o perdere. C’è un elemento di inevitabilità nella presenza dei partiti nel governo. Ma se c’erano uomini o donne di partito che a Draghi non piacevano lui poteva opporsi, perché la Costituzione dice che è il presidente del Consiglio a proporre le nomine al Capo dello Stato, che a sua volta poteva opporsi. Adesso la frittata è fatta e quindi bisogna cercare di renderla il più gustosa possibile attraverso decisioni corrette. Sarebbe ora, ad esempio, che Draghi uscisse dal suo riserbo e convocasse una conferenza stampa per dire dove vuole andare e in che modo.

Uno dei pochi momenti in cui ha parlato apertamente è stato in occasione del discorso programmatico sulla fiducia. Come le è sembrato?

Era un buon discorso, sobrio, terso e con alcune indicazioni abbastanza chiare. Ora però le voglio vedere tradotte in decisioni vere e proprie perché sappiamo tutti che alcune cose debbono essere fatte ma dobbiamo sapere come. La situazione continua a essere molto grave e Draghi deve dirci che tipo di piano di ripresa presenterà alla Commissione europea e in che modo ci sta lavorando. Deve spiegare come intende rilanciare l’economia, visto che molti settori stanno morendo.

Draghi è anche tornato all’uso dei Dpcm, tanto contestati a Conte. Pensa che manchi discontinuità in questo senso?

Ho trovato sgradevole la critica di giuristi e giornalisti fatta a Conte con i Dpcm, perché per contrastare la pandemia bisogna intervenire subito e il Dpcm è uno strumento utile che può essere utilizzato anche ripetutamente. Parte dei Dpcm di Conte sono stati poi tradotti in decreti legge e non ho mai pensato che Conte potesse divenire un leader autoritario. Prendo atto del fatto che anche Draghi lo abbia capito e dobbiamo continuare a pensare che il Parlamento può comunque controllare ed esprimere le sue posizioni.

Tra l’altro i Dpcm hanno la capacità di porre fine alle tensioni tra Regioni aperturiste e rigoriste. Sono scelte che deve fare il governo perché le Regioni hanno dimostrato ampiamente la loro incapacità di trattare la pandemia.

Si spieghi meglio.

Le Regioni dovrebbero saper chiudere immediatamente le zone al loro interno dove inizia un focolaio e mantenerle chiuse. Alcune lo fanno, ma questo dovrebbe valere per tutte le Regioni. Dobbiamo però anche avere il coraggio di dire che molto dipende da noi. Siamo sicuri che tutti portino la mascherina e fanno il possibile per evitare il contagio? Oppure ci comportiamo in maniera scriteriata? Ci sono anziani che giocano a carte nei bar semichiusi, gruppi di ragazzi che festeggiano le lauree. Serve maggiore disciplina collettiva, che è il prodotto delle nostre discipline individuali.

Il ministro della Salute Roberto Speranza sembra essere rimasto uno degli ultimi baluardi del rigorismo, stretto tra i desideri di apertura delle Regioni, da un alto, e quelli di una parte del suo governo, dall’altro. Crede che Speranza sia oggi meno forte di quanto fosse nel Conte bis?

Credo che Speranza faccia del suo meglio nel momento peggiore in assoluto. Nessuno ha la ricetta giusta ma quella migliore l’abbiamo persa tempo fa e non per colpa di Speranza. Quando ci raccontiamo storie molto belle su come hanno reagito Nuova Zelanda, Taiwan e Corea del Sud dobbiamo riflettere sul fatto che hanno reagito semplicemente chiudendo tutto per un certo tempo. Si doveva chiudere tutto per tre settimane in maniera durissima e non l’abbiamo fatto.

Pubblicato il 26 febbraio 2021 su Il Dubbio

Pasquino: «Conte? Un signore, Mattarella poteva dargli un’altra chance» #intervista #Ventuno

Intervista raccolta da Ruggero Tantulli

«Giuseppe Conte è stato sostituito malamente. Il suo governo poteva continuare». A dirlo è il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino, che risponde al telefono alle domande di Ventuno. Il governo Draghi, secondo il professore torinese, «non è il governo dei migliori». E soprattutto non deriva «affatto da una crisi della politica», ma da un «comportamento ricattatorio e irresponsabile di Matteo Renzi». Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella era davvero obbligato a chiamare “Supermario” Draghi, come acriticamente riportato su gran parte dei media? No: avrebbe potuto dare «un’altra chance a Conte».

Professore, è nato il governo Draghi. Qual è il suo giudizio?

«La composizione del governo rispecchia i rapporti di forza dei partiti in questo Parlamento. Sì, è il manuale Cencelli ma esiste in tutte le democrazie parlamentari. I governi si fanno comunque così. Per quanto riguarda i ministri c’è una notevole continuità e penso vedremo anche molti sottosegretari e viceministri che faranno la loro ricomparsa. I tecnici, poi, sono “i migliori”, come si dice con esagerazione? No. Bisogna intendersi sul significato di “migliori” in politica: spesso sono quelli che ottengono più voti o che fanno scelte sagge nei momenti eccezionali. Ci sono certamente buoni ministri: stimo Patrizio Bianchi, Enrico Giovannini e Roberto Speranza».

Rispetto al Conte-2, possiamo dire che c’è stato uno spostamento verso destra?

«No, direi verso il centro. Perché la Lega è stata costretta a capire che bisogna seguire le linee portanti della Ue. Quindi è un successo del sistema europeo nel suo insieme. C’è una conversione opportunista verso il centro di Salvini. Però la conversione vera è quella di Giorgetti».

Giuseppe Conte è uscito da Palazzo Chigi tra gli applausi dei dipendenti e le ovazioni da via del Corso. Cosa vuol dire?

«I sondaggi, che lo davano sopra il 50%, non mentivano. Conte come persona è un signore e si è dimostrato tale anche uscendo da Palazzo Chigi. Io sono d’accordo con chi lo applaudiva e mi auguro recuperi un ruolo politico. Ma voglio aggiungere una cosa: per me è stato sostituito malamente perché quel governo poteva continuare».

Ecco. Nel dibattito pubblico spesso si sente dire che per il presidente della Repubblica chiamare Mario Draghi fosse l’unica scelta possibile. È davvero così?

«La metto in maniera ipotetica. Quando Fico (dopo il mandato esplorativo, ndr) ha riferito che i partiti non erano in grado di convergere su qualcosa, Mattarella aveva due strade: o dire lui cosa fare o prendere atto che Conte aveva ottenuto la fiducia, abbondante alla Camera e risicatissima al Senato, dicendogli di andare avanti. E avvertendolo che, in caso di sconfitta su un disegno di legge come quello sulla riforma della giustizia, allora gli avrebbe chiesto di dimettersi. Poteva dargli un’altra chance. Evidentemente ha ricevuto pressioni da qualcuno oppure non voleva rischiare di rimandare Conte in Parlamento e di ritrovarselo pochi giorni dopo sconfitto in un voto importante».

Visto che ha parlato di “pressioni”: si sente spesso dire, come presupposto incontestabile, che la crisi nasce da una crisi politica di sistema. Non è però nata dalla scelta di un partito che forse si è mosso sulla base anche di altri interessi, come quelli di gruppi di potere?

«La crisi si è aperta per un comportamento ricattatorio e irresponsabile di Renzi e di Italia Viva. Non c’era alcun bisogno di aprirla. Evidentemente Renzi voleva far valere qualcosa contro Conte. Certamente non era solo: i giornali da mesi conducevano una campagna contro Conte, direi da giugno (“È pronto Draghi”, “Poi arriva Draghi” etc.), per ragioni che mi sfuggono. Una parte dei giornali non vuole il M5s: in particolare il Corriere della sera e in una certa misura anche la Repubblica. Loro hanno creato le premesse. Un leader ricattatorio ha avuto un colpo di fortuna e adesso sostiene di aver scelto lui Draghi. Una frase francamente eccessiva. Sostiene anche di aver fatto lui questo governo: nel 2018 poteva fare un governo

con il M5s da segretario del Pd ma buttò il partito all’opposizione senza neanche convocare gli organismi dirigenti. Sento dire che sarebbe un genio della politica: dissento fortemente. La politica, comunque, non è affatto fallita. E nemmeno il sistema. La democrazia parlamentare è sufficientemente flessibile da accomodare diversi tipi di governo e sapersi adattare. Quindi non siamo affatto di fronte a una crisi di sistema, lo rifiuto nella maniera più totale. La Costituzione ha tutte le risposte da dare anche in queste situazioni. Mattarella infatti, anche se secondo me con qualche leggera forzatura, ha utilizzato la Costituzione. Dopodiché sono convinto che ci sia stato un lungo dialogo tra Mattarella e Draghi per scegliere i ministri, perché sono altrettanto convinto che Draghi non conosca bene la politica italiana e i partiti italiani».

Renzi ha portato Lega e Fi al governo. Non un gran risultato, visto da sinistra…

«Renzi non sta guardando da sinistra ma dal centro. Solo che è inchiodato al 2,8% e se si fa una legge elettorale con soglia di sbarramento non entra più. Ma sono sicuro che tratterà per un seggio sicuro per sé e per Maria Elena Boschi».

La “congiura” di Renzi è arrivata proprio quando bisogna pianificare l’investimento dei 209 miliardi ottenuti da Conte con il Recovery Fund. Non è un tempismo sospetto?

«Qui mi chiede dietrologie e su questo non sono particolarmente bravo. Conte sicuramente sapeva in quale direzione andare per usare quei fondi. Credo che lo sappia anche Draghi e che non cederebbe a pressioni. Credo che Renzi non riuscirà a influenzare le scelte di Draghi».

Draghi è stato osannato dalla quasi totalità dei media. Non è stato eccessivo? Inoltre, il parlare di “governo dei migliori” non nasconde una concezione aristocratica della politica volta quasi a svilire la portata della democrazia?  

«Chi vuole il governo dei migliori non opera all’interno delle regole della democrazia: il governo è fatto da coloro che sono riusciti ad avere il maggior numero di seggi in Parlamento. Qualche volta sono migliori dei loro cittadini, qualche volta no. Conosco qualche esempio di governo dei migliori: l’amministrazione di John Kennedy(Usa, 1961-1963, ndr), alcuni governi di De Gaulle, il primo governo laburista (1945-1951). Questo non è il governo dei migliori. Anche se devo dire che in questo Paese non ho mai visto un governo dei migliori».

Ma a proposito di democrazia, lasciare solo un partito all’opposizione è normale o è un’anomalia?

«I partiti decidono se andare al governo o all’opposizione. Giorgia Meloni ha giustificato in maniera condivisibile la sua scelta. Io naturalmente preferisco un sistema dove c’è una vera opposizione che si candida come alternativa al governo.  Ma sono molto rari i sistemi bipolari eh! In Europa, contrariamente a quanto si pensa, l’alternanza vera è una merce rarissima (dopo l’intervista, anche Sinistra italiana ha comunicato la decisione di non votare la fiducia al governo Draghi, come sostenuto dal segretario Nicola Fratoianni, ndr)».

Il M5s è stato criticato per aver consultato i propri iscritti. E soprattutto per come è stato scritto il quesito, contestato anche al suo interno. Che ne pensa?

«Io preferisco 77mila persone che votano su Rousseau al metodo decisionale di una o poche persone».

Come valuta questa mutazione definitiva del M5s, che ha comportato una spaccatura netta tra l’ala governista e quella di opposizione?

«Credo sia errato dire che ci siano un’ala governista e una di opposizione. Per me ci sono quelli che hanno imparato che se vuoi cambiare le cose devi stare al governo e far passare le tue idee e quelli che si beano di stare all’opposizione e testimoniare».

Pensa che ci sarà una scissione o che i ribelli proveranno a riprendersi il Movimento?

«Se fanno una scissione si suicidano. Mi auguro rimangano nel M5s e in Parlamento combattendo le loro battaglie, anche sugli emendamenti. In politica stare in disparte è un errore».

Il governo Draghi è stato criticato per la scarsa presenza femminile e per aver depotenziato il ruolo del Sud. Che ne pensa?

«La scelta delle donne dipende dai partiti. Sul Sud, da torinese mi sembra che Draghi sia romano: quindi il Sud è ben rappresentato».

Legge elettorale. Ai cittadini suona come un tema inutile ma in realtà non è così. Riuscirà questo Parlamento a farla, soprattutto dopo la riforma costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari?

«La convinzione secondo la quale ai cittadini non interessa la legge elettorale è sbagliata. E se fosse giusta sarebbe colpa dei politici che devono dire ai cittadini che è importante! Prima i partiti iniziano questa opera pedagogica fondamentale, meglio sarà. Rosato (da cui il Rosatellum, ndr) può dire quello che vuole ma la legge elettorale è pessima. Alcune cose non dovrebbero esserci mai: la possibilità di pluricandidature è assolutamente scandalosa. Sono contrario poi ai candidati paracadutati. Credo che dovrebbero esserci un voto di preferenza vero e la possibilità di un voto disgiunto. Dopodiché se si vuole una buona rappresentanza politica la soluzione è il sistema elettorale tedesco: si chiama proporzionale personalizzato. Se si vuole un buon maggioritario, invece, si può seguire il modello francese. Il criterio principe per valutare le leggi elettorali è: quanto potere hanno gli elettori? Con la legge Rosato gli elettori hanno pochissimo potere. Con il Porcellum di Calderoli ne avevano ancora meno. Con il Mattarellum invece ne avevano. Se non si vuole imitare un modello estero, basta adattare la legge Mattarella con un paio di ritocchi».

Che futuro vede per Conte?

«L’ho visto accompagnato da una bella signora bionda. Lo vedo in vacanza per una settimana, fuori da questa gabbia dove ci si scambia colpi di pugnale. Conte ha dimostrato di avere delle capacità, è cresciuto nella sua carica e secondo me ha fatto bene. Fare politica è una scelta di vita, non so se lo voglia. Potrebbe avere una carriera europea o un futuro anche in questo governo. Ma non gli suggerirei di fare un partito. Comunque do una valutazione positiva di Conte. Il suo futuro è in parte nelle sue mani».

Pubblicato il 15 febbraio 2021 su Ventuno

Il “governo della provvidenza” priorità e tempi ancora oscuri @fattoquotidiano

Guardo le agenzie di stampa, seguo tutti (sic) i talk show, leggo i commenti di accalorati giornalisti e affermati studiosi e mi sorgono “spontanee” molte domande. Il governo Draghi che verrà dalle nuove consultazioni potremo finalmente annoverarlo fra quelli scelti dal popolo (che diventerebbe una nuova anomalia italiana: altrove non succede da nessuna parte)? Otterrà presto una legittimazione elettorale di qualche tipo? Almeno il prestigioso capo del governo otterrà quel mandato politico-elettorale che è sempre mancato al Prof. Giuseppe Conte? Oppure, tutta questa discussione va giustamente lasciata alla polemica politica/politicista del pretestuoso passato? La mia nota posizione è tutta costituzionale (art. 94): “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (incidentalmente, non sta scritto “della maggioranza assoluta”). Quella fiducia il governo Conte l’aveva formalmente avuta.

Ho qualche ricordo del passato dei molti governi italiani e delle valutazioni tanto dei politici quanto dei commentatori. Qualsiasi tentativo di accordi fra governo e opposizione e fra partiti di opposti schieramenti veniva, anzi, è sempre stato prontamente e da quasi tutte le parti bollato come “inciucio” e “ammucchiata”? Tutti, compresa anche Giorgia Meloni, alla quale, sbagliando, si rimprovera l’autocollocamento all’opposizione, si riempiono la bocca con nobili definizioni: governo di unità nazionale, governo di larghe intese, governo di alto profilo, governo tecnico-politico. Manca soltanto il riferimento al governo della Provvidenza, che pure sarebbe il più appropriato poiché, da molte parti, all’incolpevole Draghi, sul cui volto immagino un leggero sorriso, è stata attribuita la caratterizzazione di uomo della Provvidenza. Non ho mai né pensato né scritto che nelle democrazie non si possano avere accordi fra governi e opposizioni. Non ho mai usato le parole inciucio e ammucchiata. Credo, però, che una riflessione sulle caratteristiche delle componenti di un governo Draghi e delle sue qualità sia più che opportuna, essenziale.

   Ho regolarmente criticato e ironizzato sulla sequenza di totale ipocrisia di coloro che ogniqualvolta è necessario trovare candidature a livello nazionale e locale (attualmente, per molte cariche, non “poltrone”, di sindaco) sentenziano: “prima i programmi poi i nomi”. Come se i nomi, di persone minimamente conosciute, non portassero con loro una biografia professionale e, talvolta, politica. Draghi è proprio uno di quei nomi che portano con sé una storia fatta di successi europei e, in parte, come Governatore della Banca d’Italia, anche nazionale. Ledo la maestà di qualcuno se, ricordati i suoi decisivi meriti nel salvare l’Euro e l’Unione Europea, affermo che avrei ritenuto preferibile fin dall’inizio che tutti (o quasi) gli esponenti delle delegazioni partitiche consultati dicessero: “Draghi ottima scelta, ma aspettiamo di vedere quali sono i suoi punti programmatici”? I titoli li sappiamo tutti. Ci piacerebbe conoscere le priorità e la tempistica. L’improvvisa conversione di Matteo Salvini mi spinge a pensare che Draghi abbia detto o comunque fatto chiaramente capire che esiste una condizione preliminare discriminante per fare parte del suo governo: l’accettazione piena e convinta della presenza italiana nell’Unione Europea.    Infine, mi rimane una preoccupazione. Premessa, in Italia non è fallita la politica, sempre relativamente debole, ma sono falliti i politici irresponsabili che aprono crisi senza sapere risolverle. Adesso, qualcuno dice che tocca ad un governo tecnico/politico ovvero, interpreto, composto da persone con competenze e da uomini e donne di partito. Altri sostengono che è l’ora del governo dei migliori. Resto in scettica attesa dei requisiti che debbono possedere i migliore e dei criteri con i quali valutarli.

Pubblicato il 9 febbraio 2021 su Il Fatto Quotidiano

Conte ha imparato molto ma si è sopravvalutato. Merita l’onore delle armi @DomaniGiornale

Entrato senza nessuna precedente esperienza, non in politica, ma nelle istituzioni al vertice del governo, il professor Giuseppe Conte ha imparato molto nel corso del tempo. Il punto più alto del suo apprendimento politico lo si è visto nel discorso in Senato “contro” Matteo Salvini, che pose termine al suo primo governo.

Grande merito di Conte è stato quello di riuscire con la sua intransigenza e coerenza a ottenere un’ingente quantità di fondi dall’Unione Europea, acquisendo una notevole credibilità come interlocutore e “realizzatore”.

Conte è sempre stato osteggiato, per ragioni più o meno confessabili, praticamente da tutta la stampa italiana, addirittura accusato di autoritarismo. La sua comunicazione politica non è stata all’altezza delle sfide. Privo di un vero e proprio sostegno partitico, Conte ha proceduto attraverso aggiustamenti successivi consapevole di essere sostanzialmente indispensabile per l’esistenza e la durata della maggioranza giallo-rosso –mentre il Movimento 5 Stelle lentamente si sfaldava.

I sondaggi che, all’unisono, rilevavano la sua considerevole popolarità l’hanno probabilmente indotto a sopravvalutare la sua effettiva forza politica. Questa convinzione si è rivelata la sua vera debolezza. Conte ha sottovalutato l’invidia personale, la megalomania e la sfida lanciata con argomenti pretestuosi da Matteo Renzi, meno ingenuo di Matteo Salvini, ma soprattutto dotato del potere di ricatto derivante dai suoi numeri al Senato. La hubris di Conte si è manifestata nella supponenza del suo discorso al Senato nel quale poco o nulla ha concesso a Renzi (anche se personalmente ritengo che nessuna concessione sarebbe stata sufficiente). Nel momento della verità sono emersi due elementi negativi per Conte: i) la mancanza di quelle reti di relazioni che rendono potenti alcuni uomini politici in carriera, ii) l’assenza di un effettivo veicolo politico-partitico a suo sostegno.

Uscendo non soltanto da Palazzo Chigi, ma, probabilmente, dalla politica, il professor Giuseppe Conte merita l’onore delle armi.

Pubblicato il 4 febbraio 2021 su Domani