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La sinistra capirà anche che accogliere tutti è un’illusione #intervista #ilGiornale

Intervista raccolta da Alberto Giannoni

«Sono sveglio e vigile molto prima dei conformisti woke». Non perde il gusto della battuta e dell’analisi

affilata Gianfranco Pasquino, già senatore di Sinistra Indipendente e Progressisti, soprattutto professore emerito di scienza politica e socio dell’Accademia dei Lincei. E nel suo più recente libro (Il bello della politica) dedica un capitolo a quella che definisce la (in)cultura woke.

Professore, come vede questo discorso sul woke per come è stato impostato da Giuseppe Conte?

«Conte è un provocatore, è il Pd è caduto nella provocazione, forse ha la coda di paglia. Quella di Conte è una furbizia,ma tutti hanno esagerato col politicamente corretto, che è peggio ancora del woke. Tutta questa roba, senza vera cultura, si riduce solo a conformismo».

Non sarà il realismo ad aver suggerito una retromarcia, non solo di Conte ma anche dei Dem americani?

«La tattica, forse il realismo. Il Pd non è riuscito, né i 5 stelle, a individuare i temi sociali importanti. L’idea di andare sui diritti civili per lasciare i temi sociali, o viceversa, non è seria. Non c’è contrapposizione. Sarebbe necessario approfondire».

Ma lei, che ha una lunga storia nella sinistra, condivide l’idea che il woke sia stato un eccesso.

«Certo. Mai stato politicamente corretto. È utile sbarazzarsi di questi eccessi. La politica dev’essere più vivace. C’è stata molta ipocrisia. Ma non solo nel Pd. Conte sbaglia se fa finta di non sapere che i 5Shanno praticato un grande conformismo. Sono stati tutti conformisti».

E il movimento pro Pal, che Conte ha cavalcato, sembra anch’esso un prodotto della cultura woke.

«Certo. La riscrittura della storia tutta basata su imperialismo e colonialismo è questo. E anche l’idea del genocidio. Tutti ne parlano, ma non sanno cosa è stato e cosa sia il genocidio. Non che non sia grave ciò che è accaduto a Gaza, ma non è tecnicamente genocidio».

Tolto il woke, si torna alla cara, vecchia socialdemocrazia?

«Ricordiamoci che il woke nasce non in politica ma nelle università. Non si dovevano più studiare autori bianchi come Shakespeare, o Churchill, o non so cos’altro. Tutto si è poi riversato in politica e ci hanno marciato. Tolta questa patina resta la democrazia, che è qualcosa di molto complesso».

La reazione della sinistra a Conte sembra incerta, o esitante.

«Incerta da un lato, e insufficiente».

E sull’immigrazione tutta la sinistra dovrà fare la stessa cosa?

«Io penso che l’immigrazione sia un tema sostanzialmente intrattabile, nel mondo in particolare in Africa e in Medio Oriente, abbiamo Paesi relativamente poveri e uomini e donne e bambini decisi a venir via, anche a costo di morire. L’argomento è intrattabile, non c’ una soluzione, ci sono solo tamponi».

L’accoglienza senza limiti dei migranti è solo un’illusione.

«Sì, e in questo prima ancora della sinistra vengono i cattolici, e la sinistra che dando ragione ai Papi – Leone ma soprattutto Bergoglio – dice, da un punto di vista morale o sentimentale: “Venite aggiungiamo un posto

a tavola”. Bene come discorso religioso, ma in politica è difficilissimo, e la sinistra non ha una soluzione. Né la destra, perché una soluzione non c’è. Solo tamponi».

Nessuna illusione?

«Nel lungo periodo si può contribuire a costruire democrazie in Africa e Medio oriente. Senza questo orizzonte, l’accoglienza è un’illusione, da archiviare».

Pubblicato il 24 agosto 2026 su il Giornale

Il centrosinistra? Serve il programma ma pensano al leader #intervista #IlSecoloXIX

Intervista raccolta da Pierfrancesco Derobertis

Professor Gianfranco Pasquino, insigne politologo, professore emerito di Scienza della politica (in libreria il suo più recente Il bello della politica”, editore Il Mulino), dall’alto della sua sapienza ci aiuti a valutare lo stato di salute dell’alleanza di centrosinistra.

«Direi febbricitante, proprio nel proprio senso della parola. Un po’ perché non stanno bene, un po’ perché pensano di poter vincere, però non è affatto sicuro».

Perché lei crede che possano non vincere?

«Non hanno un programma condiviso, almeno finora, e la lotta per la leadership tra Conte e Schlein non promette niente di buono».

 Come giudica la prospettiva primarie?

«Le primarie fatte bene sono un grande strumento politico perché attirano l’attenzione sui partiti, ne segnalazione sui partiti, ne segnalano la democraticità, consentono ai leader di presentare la loro persona. Se fatte bene».

Chi vede favorito?

«Conte tra i due non mi non mi pare quello che è meglio piazzato, ma se alla fine vincesse non vedo tutti questi problemi».

 Se la segretaria Pd dovesse perdere le primarie sarebbe di fatto obbligata a lasciare la guida del partito?

«Ovviamente dovrebbe dimettersi subito. Significherebbe che non ha la fiducia del suo elettorato».

Lei vede un Pd così compatto sulla segretaria?

«Chi nel Pd non sta con Schlein lo deve dire a voce alta, con chiarezza».

È possibile l’arrivo di un terzo o quarto incomodo?

«Certamente. Chi vuole guidare la coalizione deve semplicemente candidarsi alle primarie. Sento circolare di nomi, e la mia risposta è “ci provino”».

 I possibili terzi o quarti incomodi di area Pd non rischiano di avvantaggiare Conte, che invece può contare su un partito tetragono?

«Penso di sì, e anzi, credo che entrino in campo esattamente per quello».

Parliamo un po’ delle regole con le quali potrebbero svolgersi le primarie. Le vede a turno unico o due turni?

«La prima cosa da prevedere è una bella raccolta di firme. Non è che uno si alza e dice “voglio partecipare”. L’ipotetico terzo candidato deve dimostrare che ha un minimo di seguiti iniziali».

Prima regola. Poi?

«Bisogna stabilire chi vota. Votano solo gli iscritti ai Cinque Stelle, al PD e a eventuali altri partiti? Oppure sono primarie aperte a chiunque si reca a votare? Si deve conferire un obolo e dire che si appoggia il programma complessivo del partito?».

Questo comporta che il programma a quel punto sia già stilato.

«Esatto, e qui c’è un lavoro comune da fare. Non banale».

Poi è da capire come determinare il vincitore.

«Sono convinto che bisogna ottenere almeno la maggioranza assoluta, altrimenti si va a ballottaggio. Quindi in due turni».

Lei vede di buon occhio la votazione allargata all’online?

«Sono molto favorevole all’online, certamente».

Anche se molti dicono potrebbe avvantaggiare Conte.

«Non condivido per niente questa idea. L’online avvantaggia l’elettore, il quale può votare da casa e quindi la partecipazione ne gioverebbe».

 Si discute molto nel centrosinistra se viene prima il programma o il leader. Lei da che parte si schiera?

«Il recinto con il perimetro programmatico deve esserci, naturalmente. Non è che entrano in campo le persone dicendo io sono più bello, io sono più bravo, io sono più alto. Quindi prima il programma. Poi è chiaro che il programma viene interpretato dalle valorialità segnalate dai singoli candidati. Il leader non è indifferente che sia l’uno sia l’altro».

Che giudizio ha della nuova legge elettorale?

«Mi pare pessima, in generale. Le leggi elettorali sono fatte per eleggere i parlamenti, questi invece vogliono eleggere il governo, che non si vede da nessuna parte al mondo».

Alle condizioni di oggi è possibile che nessuno arrivi al 42 per cento.

 «E si torna al proporzionale, cercando in Parlamento il governo migliore».

Come una volta.

«Esattamente così. Alla vecchia maniera, che mi pare non fosse così malvagia la vecchia maniera».

Ma da quel tipo di governi siamo scappati a gambe levate, a furor di popolo, dicendo che i governi non duravano, gli elettori non avevano potere di scelte …

«Tutte le obiezioni corrette, naturalmente. Dopodiché abbiamo fatto peggio e quindi forse torniamo indietro, avendo imparato la lezione, faremo meglio».

Pubblicato il 13 agosto 2026 su Il Secolo XIX

Prima l’Europa, poi il filosofare. La lezione di Pasquino per il campo largo @formichenews

La politica estera e di difesa di un paese è il volto che tutti possono vedere sulla scena internazionale. Giorgia Meloni l’ha capito per tempo lasciando le sue alte grida al Congresso di Vox e passando a sorrisi, ammiccamenti (fin troppi), photo opportunities con i potenti e i meno potenti del mondo. Non è chiaro, invece, se i largocampisti abbiano piena consapevolezza dell’importanza delle cose che dicono, fanno, dovrebbero fare, almeno, soprattutto, in Europa. Un Partito Democratico non può non stare con una democrazia, ancorché con inevitabili problemi, come l’Ucraina. Non dovrebbe avere nessuna remora nel criticare l’aggressore e il suo bellicoso autoritarismo personalistico. Un Partito Democratico non può non cercare di coordinare la sua politica estera e di difesa con il Partito Socialista Europeo, ovvero con tutti gli altri partiti dello schieramento di cui fa parte nel Parlamento Europeo.

Un Partito Democratico che si candida a governare uno dei paesi più importanti dell’Unione Europea deve evidenziare, non soltanto come omaggio verbale ai suoi europeisti federalisti, a partire da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, senza dimenticare Alcide De Gasperi, che il suo europeismo è una scelta di campo consapevole, totale e irreversibile. Che non è una politica elastica e mutevole, non è un punto programmatico comme les autres, ma costituisce un valore sostanzialmente non negoziabile. La traduzione di quel valore in politiche europee e nazionali può essere discussa, variamente formulata, adattata ai tempi e ai luoghi, concordandola, in patria (sic) con coloro che sono disponibili ad un’alleanza di governo, e a Bruxelles con i referenti politici e parlamentari.

 Se, rumorosamente, persino, irritantemente, Giuseppe Conte e il “suo” Movimento affermano che non bisogna più dare armi all’Ucraina e non bisogna dare vita ad una difesa europea comune e se, meno palesemente, ma non meno insistentemente, discorsi simili fanno i leader dell’Alleanza Verdi e Sinistra, abbiamo un problema (che neppure tutti gli ingegneri della Nasa a Houston saprebbero risolvere).

L’europeismo vero e sincero può aprire, quantomeno lo consente e facilita, le porte del “campo” ad altri giocatori europeisti coerenti, come probabilmente già sono Matteo Renzi e Carlo Calenda. Ma toccherà a loro definire i punti programmatici istituzionali, economici e culturali sui quali fare convergenza con il programma del PD, rimodularlo, arricchirlo. Si può. Primum Europa, deinde philosophari. Fino al governo.    

Pubblicato il 11 agosto 2026 su Formiche.net

Quei ricatti inaccettabili di Conte @DomaniGiornale

“Niente armi all’Ucraina” dichiara, non per la prima volta, ma più sonoramente e brutalmente, Giuseppe Conte. La sua posizione, al di là del merito: non difendere più una democrazia aggredita da un leader autoritario, ha una molteplicità di implicazioni rilevanti e pericolose. C’è un messaggio elettoralistico mandato a tutti coloro, sembra che siano molti, nell’Alleanza Verdi Sinistra e anche nel Partito Democratico, che hanno una opinione tristemente non dissimile. C’è un messaggio mandato direttamente a Elly Schlein: bisogna contarsi davvero nelle primarie stravolgendo tutto quello di buono che quelle elezioni possono dare, cioè, non soltanto legittimazione del prescelto, ma grande mobilitazione di attivisti, simpatizzanti, potenziali elettori, comunicazione politica a tutto campo (anche più largo), lancio della campagna elettorale con abbondanti informazioni sulle personalità, sul programma, sulle priorità, sulle soluzioni proposte. C’è un messaggio, non meno importante e minaccioso, mandato ai ventisei Stati-membri dell’Unione Europea che hanno finora sostenuto l’Ucraina: non potrete più contare sull’Italia.

Su questo argomento Conte vuole le primarie, presto, convinto di vincerle. La replica di Elly Schlein, che prima si scrive il programma del campo largo, poi con le primarie si decide la leadership, mira a costringere Conte ad un confronto/scontro su tutte tematiche, vincesse le elezioni, un governo progressista dovrà e vorrà affrontare. Sono tematiche e soluzioni sulle quali la leadership vittoriosa alle primarie avrà il diritto di chiedere appoggio assoluto e disciplina ferrea e i candidati perdenti avranno il dovere di comportarsi da gentiluomini onorando l’impegno programmatico. Con enorme facilità, ho formulato quello che è un libro dei sogni, non soltanto miei, ma che richiede un enorme sforzo da parte di chi pensa che quei sogni diventerebbero realtà praticabili soltanto se Conte e, se c’è, il gruppo dirigente dei pentastellati, cambiassero posizione. Oppure, se improvvisamente, si arrivasse, altro grande sogno, alla cessazione del conflitto. Altrimenti, tutto è affidato a quella che si è già preannunciata come una bruttissima conversazione.

Impossibile e sconsigliabile da parte della maggioranza (?) del Partito Democratico e dei commentatori non bollare il comportamento di Conte come ricatto e non sottolineare la sua bruciante ambizione di tornare alla guida del governo: Conte 3. Tertium datur. Logico, però, mettere in evidenza che lo potrebbe fare soltanto in una coalizione che includa tutto il Pd. Molto improbabile. Il ricatto di Conte si morde la coda, e peggio. Infatti, senza i voti del suo Movimento, il “campo” non sarà in grado di arrivare alla fatidica soglia del 42 per cento che consentirebbe di ottenere il premio di maggioranza. Potrebbe addirittura risultare che Conte sta ai progressisti come e forse più di quanto il gen. Vannacci sta alla coalizione delle destre: uno stigma di cui vergognarsi politicamente.

Come stanno le cose, comunque, è indispensabile che la segretaria del PD metta in campo (sic) tutta la sua sacrosanta ostinazione e chieda a Conte di esplicitare il suo ricatto, oops, chiedo scusa, di chiarire le sue richieste per fare parte della coalizione, non sotto forma di stentoreo ultimatum. Sarebbe altresì opportuno che, invece di stare a guardare senza esporsi, anche i dioscuri di AVS si assumessero qualche responsabilità nella conversazione, per quel che bisogna negoziare e nell’esito. So da tempo che la partita non è finita fino a quando non è finita, ma so anche che i comportamenti scorretti vanno sanzionati, anche con richiami forti alle regole democratiche, ad esempio il principio di maggioranza. Le deroghe, rarissime e solo se giustificabili, vanno concordate. Un Conte che si faccia espellere per protervia e smania dal campo largo porterà tutta la responsabilità di una quasi sicura sconfitta e della formazione del governo Meloni 2, senza o con i Vannacci suoi. Qualunquemente. 

Pubblicato il 5 agosto 2026 su Domani

«Schlein non tema le primarie. Il vincitore non è scritto…» #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomp Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, spiega che la segretaria del Pd Elly Schlein non dovrebbe temere le primarie ma «devono essere aperte, non si deve sapere in anticipo chi vince».

Professore Pasquino, come è uscito il governo dalla sconfitta referendaria?

Il governo doveva secondo me bocciare ed estromettere subito il ministro della Giustizia, colpevole di vari errori. Hanno mandato via la capo di gabinetto ma il ministro doveva assumersi tutte le responsabilità e dare le dimissioni. Il governo vaga perché non sa come reagire alla sconfitta. Il referendum è perso, ora deve darsi da fare e prendere le distanze da Trump che continua ad affondare l’Europa e l’Italia.

E le opposizioni?

L’opposizione crede di aver vinto alla grande e invece no. È un risultato sul quale bisogna costruire, ma che non si trasferisce immediatamente sul risultato delle elezioni 2027. Deve trovare tematiche mobilitanti come lo è stato il No al referendum. Basteranno primarie o reddito di cittadinanza?

A proposito di primarie, di cui si fa un gran parlare: che ne pensa?

Io sono notoriamente uno che crede che le primarie siano non soltanto la scelta di un candidato ma un modo per informare gli elettori sulle tematiche sulle quali ci sono differenze di opinione e indicare possibili soluzioni. Le primarie possono svolgere diversi compiti. Penso tuttavia che i partecipanti dovrebbero leggersi qualche libro e ripensare alle primarie del passato, anche se questo da solo non basterà. Bisogna trovare tematiche nuove da tradurre in soluzioni.

Il Pd non sembra troppo convinto però …

Il Pd è molto vacillante e sarebbe ora di ricordare che le primarie sono nel suo statuto e quando qualcuno le chiede il Pd dovrebbe farsene promotore. Se le chiede Conte dovrebbe accettarle perché è uno che potrebbe sottrarre voti al Pd quindi serve un accordo leale in cui chi vince ottiene il favore di tutti quelli che hanno perso. I tempi dipendono dalla data delle elezioni. Le primarie non devono essere né troppo distanti ma neanche troppo vicine, quindi dovrebbero tenersi in autunno. Anche online, perché no.

Sarebbero preferibile primarie a due tra i leader o aperte a più candidati?

Innanzitutto il Pd deve raggiungere quell’elettorato che non è Pd e che preferisce guardare a Conte. Le primarie devono essere aperte, non dobbiamo sapere in partenza chi vince. E non credo che Conte abbia troppe capacità di mobilitazione. Io mi affido all’intelligen za della segretaria. Se pensa che non è in grado di vincere deve individuare un altro candidato tenendo conto che poi quel candidato dovrà sfidare Giorgia Meloni.

C’è anche chi, nel Pd, preferirebbe un candidato diverso da Schlein, per favorire Conte: è possibile?

Può essere benissimo. Bersani, ad esempio, sarebbe un buon candidato ma deve in primo luogo accettare lui, se la segretaria a sua volta accetta la sua candidatura e ritira la propria. In secondo luogo è importante che ci sia un modo per scegliere, deve essere Schlein a farsi da parte. Sarebbe anche possibile organizzare una primaria online tra Schlein e Bersani all’interno degli iscritti del Pd, per capire chi sfiderà Conte.

In generale pensa che il campo largo sia pronto a sfidare il centrodestra alle Politiche?

Se riesce a definire bene il suo perimetro il campo largo è sicuramente competitivo, non c’è alcun dubbio. Ma non deve fare errori come scindersi su tematiche importanti, ad esempio l’Europa o il sostegno all’Ucraina. Non può esserci un candidato non europeista. Su questi temi c’è conflitto ma il conflitto deve venire fuori in maniera chiara ed essere sconfitto nelle primarie. Se uno dei candidati appoggia la Russia deve essere chiaro e gli elettori dovranno decidere anche su questo.

È giusto allargare l’alleanza anche ai partiti centristi?

È giusto e necessario che tutti siano coinvolti, se poi qualcuno non ci sta se ne prende atto. Ma il campo largo deve coinvolgerli attivamente. Con tutte le mie riserve su Renzi, ad esempio, penso che lui sia molto disponibile perché è uno di quelli che capisce che è meglio vincere che perdere.

Ci sono però temi sui qual l’alleanza è unita: occorre puntare su quelli? Certamente l’alleanza deve trovare dei temi che tocchino gli italiani e quindi non c’è dubbio che, ad esempio, il salario minimo e una sanità migliore siano tra questi. Bisogna trovare la bacchetta magica che serve a rilanciare l’economia perché sappiamo che sono tempi molto duri. E bisogna che Schlein abbia un rapporto più stretto con gli industriali e Confindustria.

Pubblicato il 4 aprile 2026 su Il Dubbio

Le primarie? Facciamole presto e bene @DomaniGiornale

Il referendum l’hanno perso la maggioranza parlamentare che aveva approvato la revisione costituzionale e ha avuto la sicumera un tantino plebiscitaria di chiedere il referendum, il ministro della Giustizia Carlo Nordio che porta la responsabilità del testo, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a sua volta responsabile del contesto interno e delle sue vantate (e imbarazzanti) amicizie internazionali. Nessuno ha l’obbligo costituzionale di dimettersi, ma almeno il Ministro Nordio dovrebbe cambiare carriera e la Presidente del consiglio cambiare parte del personale di governo e alcune politiche. Il referendum l’hanno vinto circa 15 milioni di elettori con una del tutto lecita “accozzaglia” di motivazioni: revisione brutta, inutile, pericolosa; governo inadeguato; Meloni arrogante e sfuggente dalle sue responsabilità. Fra le motivazioni c’è certamente anche la richiesta di cestinare subito la pessima proposta di riforma elettorale, di lasciar perdere il premierato e, non da ultimo, preparare un governo diverso costruito su e da coloro che si sono opposti con successo alla revisione costituzionale.

Sappiamo che quei davvero molti milioni di voti non sono automaticamente traducibili in altrettanti e, magari, più voti per il “campo largo” senza defezioni probabili e senza aggiunte auspicabili. Sapevamo già da prima del voto che uno degli elementi che rendevano difficile la costruzione di una coalizione alternativa e coesa riguarda l’attribuzione della leadership della coalizione con Giuseppe Conte da sempre posizionato per contenderla a Elly Schlein.

Sarebbe possibile affidarsi al criterio più classico: il/la leader del partito che ottiene più voti diventa automaticamente la candidata alla Presidenza del Consiglio. Naturalmente, esiste il grande rischio che ciascuno dei leader dei partiti esalti, per ragioni, più o meno buone, le sue differenze dando all’elettorato l’immagine complessiva di una coalizione Arlecchino poi difficilmente in grado di governare senza frequenti tensioni. L’alternativa vera sono le primarie che, sarà bene ricordarlo, stanno nello Statuto del Partito Democratico. Organizzate con saggezza e effettuate con lealtà, le primarie hanno il grande pregio di potere conseguire una pluralità di obiettivi. Anzitutto, consentono di presentare a milioni di elettori la personalità delle diverse candidature, del loro stile, delle loro competenze, conoscenze, esperienze.

Non sono un concorso di bellezza, ma di simpatia/empatia che, non solo in politica, conta. In secondo luogo, ciascuno/a dei candidati potrà presentare e illustrare i punti principali e le priorità del programma del suo partito e della coalizione. In terzo luogo, le primarie consentono anche di ascoltare davvero le preferenze degli elettori, di imparare qualcosa sulle loro condizioni di vita e su quello che vorrebbero per migliorare. Chi lamenta la distanza che separa i “politici “dai cittadini “comuni” dovrebbe molto apprezzare l’esistenza di questa opportunità d’interazione. Da ultimo le primarie sono risolutive. I numeri sono inconfutabili; designano con chiarezza chi ha vinto e ottenuto la canditura. Il/la vincente avrà poi tutto l’interesse a formulare un programma della coalizione che tenga conto di quanto espresso anche dagli altri candidati. Le primarie non sono un toccasana e non garantiscono la vittoria elettorale, ma offrono due grandi opportunità: ai leader di spiegare ai loro elettori perché bisogna accettare di stare in quella coalizione guidata da quella personalità. Agli elettori di partecipare davvero intensamente quanto desiderano ad una scelta importante, forse la più importante: designare chi potrà governare il paese.

Se i dirigenti delle forze di opposizione concordano sul ricorso alle primarie è auspicabile che le organizzino per tempo: non troppo vicino e non troppo lontano dalle prossime elezioni politiche previste per la primavera dal 2027. Allora, le primarie dovranno tenersi nell’autunno affinché non si disperdano i loro effetti positivi e chi sarà designato/a possa sfruttare al massimo e al meglio la visibilità conquistata e esibire le sue competenze e potenzialità.

Pubblicato il 25 marzo 2026 su Domani

Un’altra sinistra è possibile, ma bisogna scompaginare @DomaniGiornale

Nelle Marche il Presidente uscente, Francesco Acquaroli, ha ottenuto 50 mila voti di più dello sfidante, Matteo Ricci, europarlamentare in carica da un anno per dieci anni visibilissimo sindaco di Pesaro. Nelle Marche ha votato il 50 per cento degli iscritti nelle liste elettorali. Più di 600 mila elettori hanno preferito astenersi. Una parte di loro sicuramente non è stata in grado di andare a votare per ragioni personali, professionali, congiunturali. Una parte ha consapevolmente              deciso di non andare a votare. Una parte non è stata né raggiunta né convinta dai candidati e dai loro partiti ad andare a votare. Eppure, la scelta sembrava importante.

   Anche se è giusto interrogarsi sul guaio giudiziario che si era aperto intorno a Ricci, altrettanto giusto chiedersi quanto mettere al collo la bandiera della Palestina possa essere stato controproducente, ancora più interessante sapere quanti elettori abbiano deciso di appoggiare il centro-destra marchigiano per evitare contraccolpi sul governo nazionale, la risposta più soddisfacente suggerita dai numeri è che la coalizione del centro-sinistra non ha saputo mobilitare abbastanza elettori.

Tenacemente e testardamente, coerentemente, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha dichiarato che, comunque, quella del campo largo è la coalizione da perseguire: TINA (There Is No Alternative). Per chi ragiona a bocce ferme è vero: i componenti possibili e necessari sono quelli e non si vedono in giro altri attori portatori di voti. Ma politica è, rimanendo nella mia metafora, sapere giocare con quelle bocce e con i giocatori cercando di creare movimento e entusiasmo. Insomma, facendo sì che una parte almeno degli spettatori decida di dare attivamente il suo contributo, di entrare in campo. Invece, gli elementi poco incoraggianti, se non addirittura scoraggianti sembrano prevalere.

   Da un lato, una parte dei Democratici fa fatica a ingoiare la necessità di un’alleanza con il Movimento 5 Stelle, ma non riesce a proporre qualcosa di diverso. Dall’altro lato, il capo delle 5 Stelle cerca quasi scientificamente di sfruttare tutte le tematiche che siano controverse all’interno del PD, a cominciare da quelle che riguardano le politiche europee, non soltanto la difesa. Tutti, poi, percepiscono che fin troppo spesso Giuseppe Conte lascia trapelare la sua ambizione di tornare a Palazzo Chigi. Anche se palesemente non sostenuta dai numeri, questa ambizione sicuramente turba non pochi elettori e consente a troppi male intenzionati commentatori di usarla contro Schlein. In qualsiasi contesto democratico, la Germania è da decenni l’esempio migliore, indiscussa è la candidatura a capo del governo del/la leader del partito che ottiene più voti. Altrimenti, si ha ricatto, anche quando non esplicito, che sicuramente inquieterebbe non pochi elettori. Infine, sicuramente fanno problema anche coloro, come spesso Carlo Calenda, che si oppongono a qualsiasi alleanza con i 5 Stelle, ma mancano della capacità di supplire al venir meno di quei voti. Però, è anche vero che è probabile che almeno una parte di elettori pentastellati nel momento della verità voterebbe comunque per una coalizione contro il governo. Peraltro, nelle Marche i numeri indicano che molti elettori già pentastellati hanno scelto di non andare alle urne forse memori del non lontano passato renziano di Matteo Ricci.

È molto probabile che le coalizioni volute da Schlein vinceranno in Toscana, Puglia e Campania, ma il rischio è che di conseguenza gli interrogativi scomodi proprio sulla qualità dei campi larghi vengano fatti sparire. Certo, l’obiettivo grosso è costituito dalle elezioni politiche nazionali del 2027. Bisognerebbe sapere fare, come scrisse e più volte disse quel grande uomo di sinistra che fu Vittorio Foa, la mossa del cavallo. Scompaginare. Uscire da quella che non sempre è una confort zone per andare a battibeccare con gli astensionisti. Meglio cominciare subito.

Pubblicato il 1° ottobre 2025 su Domani

Le fatiche di Sisifo della sinistra multiforme @DomaniGiornale

Da qualche tempo, forse più che nel recente passato, per intenderci ai tempi dei governi guidati da Berlusconi, le opposizioni italiane si (rap)presentano all’elettorato e all’opinione pubblica in maniera frammentata e particolaristica, conflittuale al loro interno, improponibili come governanti. In parte consapevolmente e deliberatamente, in parte anche, va detto, con egoismo e insipienza, sembrano avere deciso che ciascuna di loro rappresenta una sua parte di elettorato, che a ciascuna di loro viene appaltata quasi in esclusiva una tematica importante.

   Coerentemente con la sigla prescelta, Alternativa Verdi e Sinistra si definisce con riferimento alle tematiche ambientali, affidate a Bonelli, e alle tematiche sociali più antagoniste (quelle sulle quali il Partito Democratico è più timido) riserva di Fratoianni, sempre televisivamente ripresi insieme (par condicio). Lasciato un po’ (troppo) sullo sfondo il reddito di cittadinanza, le 5 Stelle di Giuseppe Conte, lui più che altri, si caratterizzano come il partito più contrario alla guerra con tutte le ambiguità del caso. Dal canto loro, Renzi e Calenda sono essi stessi tutto un programma personalistico e non esitano a rimarcarlo in maniera più o meno plateale ogniqualvolta possibile, preferendo farlo con prese di distanza rispetto alle posizioni del Partito Democratico.

   In quanto vero e proprio, anche se spesso insoddisfacentemente, partito, il PD non può limitarsi a possedere una sola preminente e prominente tematica che lo caratterizzi una volta per tutte. In aggiunta alla sanità e al salario minimo garantito (che non merita di essere lasciato appassire), deve avere una pluralità di offerte e di posizioni programmatiche e deve cercare di fare sintesi con quelle dei potenziali e indispensabili alleati. Al suo interno, e non soltanto perché la segretaria Elly Schlein da quell’interno, che poco si concilia con alcune sue propensioni di movimento, non viene e poco lo conosce, stanno diverse “sensibilità” che cercano di manifestarsi, per l’appunto intorno ad una tematica. Di recente, sono stati i cattolici, sì, lo so, molto più di una semplice tematica, piuttosto un posizionamento (ideale?), a esprimere il loro disagio. La sostanza complessiva è che l’elettorato percepisce una immagine variegata delle opposizioni che, talvolta attrae e talvolta respinge, a seconda dei luoghi e della prevalenza non del tutto casuale di uno o di altro oppositore.

Marciare separati per offrire il massimo di rappresentanza ad una società frammentata e conflittuale, agitata da interessi particolaristici è comprensibile. Può servire e riuscire, ma è una fatica di Sisifo. Richiede determinazione, pazienza e raffinatezza. Si esaurisce di volta in volta. Per stare alle parole della politica, il campo deve essere definito, popolato e allargato costantemente. Per colpire uniti, che è la seconda, decisiva fase, se non ad una unità impossibile, forse neppure desiderabile, da chi crede che il pluralismo è la vera ricchezza, è essenziale non soltanto formulare un programma, non una sommatoria, coerente, ma dimostrare molto più che la semplice condivisione e intenzione di sostenerlo. Invece, nelle aule del Parlamento, nel salotti dei talk televisivi, sui social, nelle piazze, i dirigenti delle opposizioni ricercano la loro visibilità segnalando quanto gli altri siano distanti e, soprattutto, siano in errore, sbaglino. Gli elettori vedono e sentono, alcuni se ne dolgono e se ne vanno (lontano dalle urne). Pochi, non sufficienti, si lasciano attrarre da promesse contrastanti. Altri, lo sappiamo da diverse ricerche, non vogliono un governo attraversato da tensioni che potrebbero essere paralizzanti se non letali.

Sarebbe sbagliato chiedere alle opposizioni di appiattirsi abbandonando temi cari e importanti per l’lettorato, ma se non riescono ad elaborare una credibile prospettiva di governo non all’ultimo minuto, il futuro loro e quel che più conta dei loro elettori sarà triste e gramo.

Pubblicato il 3 settembre 2025 su Domani

Le elezioni regionali e il compagno trend @DomaniGiornale

Entrare e battersi nella competizione per la visibilità con la Presidente del Consiglio che occupa con la sua immagine “internazionale” tutti gli schermi del reame è operazione impervia. Meglio limitarsi a pochissime critiche mirate e plausibili, ma i dirigenti dell’opposizione italiana raramente si contengono esibendosi in critiche non sempre fondate con il risultato di accrescere la visibilità di Giorgia Meloni. Peraltro, tutti, commentatori e operatori politici, dovrebbero avere imparato e sapere che la politica internazionale non è mai la tematica dominante nelle preoccupazioni degli elettori e che gli elettori, anche quelli italiani, non hanno sempre ragione, ma sanno distinguere la posta in gioco al momento delle elezioni.

   Dunque, non sarà l’immagine di Giorgia Meloni seduta compiaciuta al fianco del Presidente Trump a farli scegliere il candidato di Fratelli d’Italia alla Presidenza della Regione Marche. In tre delle sei regioni che in relativamente rapida sequenza andranno al voto fra settembre e dicembre, il Presidente uscente è di centro-sinistra in tre di centro-destra. Le tre regioni di centro-sinistra: Campania, Puglia e Toscana sembrano inespugnabili, con il Veneto di centro-destra che è inespugnabilissimo, mentre nelle Marche e, alquanto meno, in Calabria, il centro-destra rischia, rispettivamente molto e un po’.

Al momento, la grande novità è che il centro-sinistra sembra avere raggiunto l’accordo su tutte le candidature. Anche se rimangono alcuni problemi relativi alle liste a sostegno e a candidature ingombranti e riottose ai Consigli regionali. Qualsiasi riflessione di fondo deve partire da una constatazione elementare quasi una lezione di politica, forse finalmente appresa e condivisa: “correre” separati implica la quasi certezza della sconfitta. Naturalmente e comprensibilmente, ciascuno dei potenziali alleati deve trovare il modo di affermare la sua importanza coalizionale anche per tradurla in voti. Indicare il candidato di vertice o imporre qualche tematica specifica e caratterizzante, qualche priorità nel programma da formulare e presentare è sempre il modo migliore di acquisire visibilità.

   Nessuno è così ingenuo da non vedere che nel centro-sinistra, contrariamente al centro-destra, esistono due problemi reali, preliminari e non facilmente risolvibili. Primo, la segretaria del Partito Democratico è costantemente sotto esame all’interno e fuori, anche se nessuno sa, vuole, riesce e proporre un’alternativa. Elly Schlein, la cui leadership richiede più di un approfondimento analitico e politico, ha comunque conseguito obiettivi rilevanti. Secondo, in prospettiva, ma con effetti e ripercussioni frequenti e sicuramente volute, Giuseppe Conte non ha mai (ancora?) abbandonato la ambizione e la speranza di tornare lui a Palazzo Chigi. Dunque, fa stagliare il suo profilo di governante, senza, per quel che conta, trovare il mio gradimento. Qui mi limiterò a dire che il centro-sinistra dovrà comunque chiarire i criteri di selezione dell’antagonista della Meloni dei record, di durata e stabilità.

La pazienza e la insistenza con la quale Schlein continua opportunamente a cercare di costruire un campo il più largo possibile, senza nocive contraddizioni e contrapposizioni, vanno apprezzate poiché sono assolutamente meritorie. Gli esiti delle imminenti elezioni regionali potranno confortarla. Qualche decennio fa i socialdemocratici tedeschi all’opposizione si trovarono a vincere una dopo l’altra quattro, cinque elezioni in alcuni importanti Länder. Scherzosamente, ma non troppo, si riferirono a quella che sembrava (e fu) la tendenza all’aumento cospicuo dei loro voti anche a livello nazionale come al Genosse Trend (compagno trend). Ecco, con l’aggiunta di un po’ di quell’indispensabile impegno sul territorio, talvolta colpevolmente mancato, per parlare con la “gente” (che è fare politica, le sei elezioni regionali prossime venture potrebbero diventare il Genosse Trend del centro-sinistra.

Pubblicato il 20 agosto 2025 su Domani

Bene il proporzionale, ma serve una soglia di sbarramento al 5% #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, spiega che sulla legge elettorale «bisogna riuscire ad avere una proposta seria e discutere su quella» perché «solo così un qualche tipo di dialogo acquista di senso» e che tuttavia «l’idea di un proporzionale con premio di maggioranza può essere una buona base di partenza ma servono paletti ferrei come una soglia di sbarramento al 5% e non più di dieci collegi».

Professor Pasquino, la convince la proposta di una legge elettorale proporzionale con un premio di maggioranza?

Bisogna essere chiarissimi: il proporzionale con soglia di sbarramento significa che ci saranno collegi elettorali nei quali verranno eletti 7-10-15 candidati ma a livello nazionale serve una soglia di sbarramento tra il 4 e il 5, come è in Germania e infatti lì funziona. Ma dipende come vengono ritagliati i collegi, se i parlamentari da eleggere (n. d. GP) sono più di dieci si frammenta troppo il sistema, al contrario se sono molti meno si concentra troppo l’esito elettorale. L’importante è che ci sia una clausola di esclusione del 5% su soglia nazionale senza eccezione alcuna. Bisogna superare il 5% e poi si va alla divisone dei seggi.

A partire da queste basi pensa sia possibile il dialogo tra maggioranza e opposizione?

Diciamo che mi pare una discussione penosa: bisogna riuscire ad avere una proposta seria e discutere su quella. Solo così un qualche tipo di dialogo acquista di senso. In ogni caso questa idea può essere una buona base per dialogare ma, come detto, servono paletti ferrei. E poi alla riforma del premierato che ha in mente Meloni sarebbe collegato anche un nuovo sistema elettorale, come si fa a fare l’uno e non l’altro?

Pensa che, a proposito dell’idea di indicare il premier, Meloni stia tirando la corda perché sa che dall’altra la leadership di Schlein è messa in difficoltà da Conte?

Credo di sì e penso sia anche un’operazione che può fare con grande facilità. Il centrosinistra da questo punto di vista è malmesso ma l’indicazione del premier non è una cosa buona perché limiterebbe i poteri del presidente della Repubblica. Mi pare anche questa una discussione molto sterile. Ripeto: bisogna scegliere un sistema esistente che sappiamo funzionare e non inventarsi qualcosa di nuovo. Andiamo a vedere cosa funziona: o il sistema tedesco o quello francese, ma Meloni non vuole il doppio turno quindi non rimane che quello tedesco così com’è.

Nel dibattito sulla legge elettorale si richiama spesso la stabilità dei governi: le due cose sono collegate?

La stabilità non dipende dal meccanismo elettorale ma dalla capacità di formare delle colazioni e di tenerle insieme. L’attuale stabilità di Meloni non dipende dalla legge elettorale con la quale si è votato ma dal fatto che il suo è il partito più grande, lei è una guida solida e decisa e gli altri non hanno un’alternativa praticabile. La stabilità dipende dalla capacità di dare vita a coalizioni sufficientemente coese, programmatiche e leali. Il meccanismo elettorale poi può aiutare ma serve leadership politica.

Il centrosinistra ne troverà mai una condivisa dall’intera coalizione?

No perché non arriveremo mai a una situazione in cui Conte accetta la leadership del Pd. Sta facendo tutto il possibile per smentire questa tesi e questo rende debolissimo l’intero centrosinistra. Ci si arriverebbe con un sistema elettorale a doppio turno ma senza di esso è praticamente impossibile. Sappiamo che anche dentro al Pd ci sono delle remore e degli scrupoli sulla leadership di Schlein ed è anche giusto che sia così visto che non può vantare tanti successi finora. Ma a meno che non emerga un’alternativa vera che passi attraverso un voto bisogna rispondere positivamente a quello che la segretaria fa.

Si parla anche dell’ipotesi di primarie per tutti i partiti: cosa ne pensa?

L’obbligatorietà non deve esistere. Le primarie sono uno strumento che ciascun partito decide se utilizzare oppure no. Se c’è un candidato straordinariamente capace, perché sottoporlo a primarie? Servirebbe solo a indebolirlo. Ma se un partito lo scrive in statuto poi le deve fare. Il Pd ce l’ha e quindi le fa, FdI no e dunque può “permettersi” di non farle.

Data quindi per scontata la leadership di FdI, a Fi e Lega conviene una legge elettorale proporzionale con un premio di maggioranza?

Che cosa può essere migliore di una legge proporzionale per partiti che hanno al massimo il 10% di voti? Ne hanno bisogno, quindi ne scrivano una buona e salveranno il loro 10%. Quello che partiti del genere devono fare è imparare a negoziare con persone di alta qualità e ottenere cariche nel futuro governo sulla base dei voti elettorali ottenuti.

Pubblicato il 6 maggio 2025 su Il Dubbio