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La democrazia imperfetta #Recensione Minima Politica @UtetLibri su @lasiciliait

Il libro. ”Minima politica” di Gianfranco Pasquino analizza conoscenze politiche che dovrebbero avere tutti i cittadini. La recensione di Paolo fai

«Laddove le persone hanno poco potere sulla politica e lo esercitano limitatamente, si riscontra l’effettiva esistenza di un deficit democratico»

Gianfranco Pasquino, allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna, ha da poco licenziato alle stampe un libro «Minima politica – Sei lezioni di democrazia», Utet 2019, pp. 175, euro 14,00, il cui titolo – spiega Pasquino – «intende essere il mio modesto omaggio a Theodor Adorno, “Minima moralia” (1951) […], nel convincimento che per arrivare a grandi cose bisogna cominciare dalle piccole cose, impararle e farle il meglio possibile. “Minima politica” contiene, analizza e, spero, illumina il minimo di conoscenze politiche che i cittadini dovrebbero acquisire se desiderano adempiere efficacemente ai loro doveri civili e democratici».

Innervato di rigore scientifico e insieme meritoriamente divulgativo, il libro attraverso sei sezioni (Leggi elettorali, Rappresentanza politica, Presidenti della Repubblica, Deficit democratico, Governabilità, Non liberali, non democrazie) offre al lettore un’analisi, chiara e puntuale, delle problematiche attinenti al funzionamento della forma di governo, la democrazia, in cui, quanto meno per forza di etimologia, il popolo, ovvero la comunità degli individui-cittadini, è il detentore del potere politico.

Intanto, Pasquino non è tra i politologi che cantano la messa funebre alla democrazia. Né è pessimista sul futuro della democrazia. Perché, alle lamentazioni degli apocalittici, per i quali «alle democrazie manca sempre qualcosa», egli ribatte che «le democrazie sono imperfette ed è giusto così. Forse è persino meglio così perché nelle democrazie è possibile continuare a cercare quello che manca, spesso trovandolo».

Allora, dovendo scegliere fior da fiore, troveremo che a Pasquino «pare che, in maniera più appropriata, il deficit democratico meriti di essere riferito al potere dei cittadini, etimologicamente: deficit di potere del popolo. Laddove i cittadini hanno poco potere sulla politica e sui politici e lo esercitano limitatamente, si riscontra l’effettiva esistenza di un deficit democratico». Spesso, tale deficit si avverte quando vanno al potere governi neoconservatori (Tatcher, Reagan, ma anche Trump, che per Pasquino non ha «la benché minima infarinatura di liberalismo»), il cui obiettivo è «comprimere la partecipazione politica, scoraggiare i movimenti collettivi, disincentivare la mobilitazione sociale e reprimerla», al fine di ridurre il “sovraccarico” ovvero «l’accumularsi di un numero eccessivo di domande» da parte dei cittadini, che, secondo Richard Rose, sarebbe la causa della crisi di governabilità.

Il libro si apre e si chiude, ad anello, con due capitoli che si illuminano l’un l’altro: “Leggi elettorali” e “Non liberali, non democrazie”. Le democrazie si fondano sul voto dei cittadini. Ne consegue che «il rapporto tra elettori, da un lato, e rappresentanti e governanti, dall’altro, è accertatamente influenzato dalla legge elettorale che viene utilizzata». Pasquino classifica le riforme elettorali in “partigiane” e “sistemiche”. Fu sistemica quella elaborata nel 1946 dalla Costituente, che riguardava il funzionamento del sistema politico. Tutte quelle venute dopo sono state partigiane, compresa la cosiddetta “schiforma” Renzi-Boschi, su cui Pasquino, caustico, osserva: «Che la stabilità del governo […] dovesse essere affidata al premio di maggioranza ricorda la legge truffa [del 1953], la riabilita e la redime».

Se vengono meno, sostiene con forza Pasquino, i capisaldi delle democrazie liberali moderne, cioè, «da un lato, il riconoscimento, la protezione, la promozione dei diritti dei cittadini, delle persone, e, dall’altro, la separazione delle istituzioni e dei poteri», avremo solo «sistemi politici in cui si tengono elezioni intrinsecamente poco libere», quindi non liberali, non democrazie. Tra i fini di quelle pseudo-democrazie (la Turchia di Erdoğan e l’Ungheria di Orbán, ma anche la Russia di Putin), che Pasquino definisce “democrazie elettorali”, «non si trova praticamente mai quello di dar vita e senso alla “rule of law” (“governo della legge”), o (“stato di diritto), o “nomocrazia”), di tenere separate le istituzioni, di approntare freni e contrappesi, di creare canali e strutture di responsabilizzazione (“accountability”) dei governanti e dei rappresentanti. Questo è il catalogo al quale debbono attingere coloro che vogliono costruire uno stato, una democrazia compiutamente liberale». Da solo, però, il “governo della legge” non basta. Occorre anche una libera stampa e, principalmente, una forte consapevolezza politica nei cittadini. «Le (non) democrazie illiberali –conclude Pasquino – si fondano su cittadini, più o meno consapevolmente, illiberali». E sul silenzio imposto agli oppositori e ai giornalisti. Come nel «caso, esemplarmente tragico, della giornalista Anna Politkovskaja».

Pubblicato il 25 Marzo 2020 sul quotidiano La Sicilia

Minima Politica @UtetLibri

È possibile avere buona rappresentanza politica con una pessima legge elettorale? Chi può credere che meno rappresentanza porti a più governabilità? Che non sia, piuttosto, un passo verso una democrazia illiberale? Fra i freni e i contrappesi che producono equilibri liberal-democratici in Italia svolge un ruolo importante il Presidente della Repubblica? Le risposte esaurienti a questi legittimi interrogativi costituiscono cognizioni minime indispensabili per capire la politica e agire di conseguenza.

 

 

 

In tempi di politica minima occorre ripartire dalle basi per ricostruire una conoscenza minima della politica.

La Repubblica italiana, sorta dalle macerie della guerra e inserita da subito nel tessuto politico della tradizione democratica europea, vive momenti di grande confusione. Guerre di visualizzazioni e like su Facebook, baruffe senza costrutto nei talk show, scenette tragicomiche nelle austere aule di Senato e Camera. A questo ircocervo tra reality show e vau­deville siamo talmente assuefatti che ci sembra l’u­nico orizzonte possibile.

La ragione sta nell’ignoranza diffusa e persino com­piaciuta che pare essersi impossessata del discor­so corrente. Tra l’ansia da sondaggio e il termome­tro ossessivo dei social network, viviamo un assetto da campagna elettorale permanente dove i politici possono dire tutto e il contrario di tutto, fiducio­si nella labile memoria storica del loro elettorato e nell’inerzia intellettuale dell’opinione pubblica che dovrebbe sorvegliare e in caso criticare.

Però, chi ancora crede nella democrazia sa che è imperativo reagire all’attuale temperie di approssi­mazione, fumisteria e populismo. Che è necessario impegnarsi per pulire il linguaggio, per fare uso corretto dei concetti fondamentali, per comunicare insegnando e imparando, giorno dopo giorno.

Con il cuore e la testa ai Minima moralia di Theodor Adorno, Gianfranco Pasquino impartisce sei niti­de, ironiche, affilate lezioni sui nodi cruciali della politica contemporanea: i meccanismi elettorali, gli speculari spettri di governabilità e rappresentanza, il ruolo e i compiti delle istituzioni nella complessa architettura della democrazia, lo spauracchio degli eurocrati e il mito del sovranismo.

Ripercorrendo la nostra complicata storia nazio­nale, ma attingendo dove serve anche agli esempi europei e internazionali, Minima politica racchiude e sprigiona il minimo di conoscenze che i cittadini devono acquisire per capire gli accadimenti politici e partecipare ogni giorno alla vita di questo confuso e malgovernato Paese.

INVITO Minima Politica. Sei lezioni di democrazia #12febbraio #Bologna @UtetLibri

Mercoledì 12 febbraio 2020 ore 18
La Feltrinelli Libreria
Piazza ravegnana - Bologna

Gianfranco Pasquino presenta Minima politica (Utet). Con il cuore e la testa ai Minima moralia di Theodor Adorno, Gianfranco Pasquino impartisce sei nitide lezioni sui nodi cruciali della politica contemporanea: i meccanismi elettorali, gli speculari spettri di governabilità e rappresentanza, il ruolo e i compiti delle istituzioni nella complessa architettura della democrazia.

Dialoghetto edificante sulle leggi elettorali

Studente (bravo) – Ma, davvero, Prof, vuole ancora scrivere sulla legge elettorale? Non è bastato tutto quello che ha scritto ai tempi gloriosi dell’Italicum, nato morto?

Prof – Sembra proprio di no, che non basti mai. Nessuno impara niente. Stanno riemergendo dotti commentatori e giornalisti che continuano imperterriti a dire le stesse cose sbagliate.

– Già, l’ho notato anch’io. Cosa significa che la sera delle elezioni dobbiamo sapere chi ha vinto? Ma già adesso lo sappiamo, vero?

– Certamente, ha vinto chi (il partito) ha aumentato i suoi voti. I commentatori confondono la vittoria elettorale con la formazione del governo e l’attribuzione della carica (non poltrona) di Primo ministro.

– Ma è così importante sapere “chi ha vinto”?

– No, ma anche qui c’è un’altra grande confusione/manipolazione. I commentatori pensano, credono, desiderano una legge elettorale che serva a eleggere il governo.

– E quella legge non esiste da nessuna parte?

– Proprio no, a meno che si confondano le democrazie parlamentari nelle quali, per definizione, non può esistere l’elezione del (capo del) governo con le Repubbliche presidenziali, nelle quali, comunque, non si elegge il governo, ma il Presidente, che è capo dell’esecutivo.

Nemmeno dove si vota con ‘il maggioritario’ si riesce a eleggere il governo?

No, le leggi elettorali, tutte, senza eccezione alcuna, servono a eleggere il Parlamento. Contati i seggi nei Parlamento (di tutte le democrazie anglosassoni, che sono quelle che utilizzano sistemi maggioritari in collegi uninominali), il capo del partito che ha ottenuto la maggioranza assoluta di seggi diventa logicamente automaticamente immediatamente capo del governo. Se perde la carica di capo di quel partito, deve lasciare anche il governo. È appena successo a Malta.

– Addio, governabilità?

Perché, la governabilità si ha quando c’è un partito che, da solo, vince la maggioranza assoluta di seggi? Incidentalmente, in Gran Bretagna quel partito vittorioso non ottiene mai la maggioranza assoluta dei voti. Talvolta gli può bastare il 35-38 % dei voti. Oppure la governabilità è il prodotto della capacità di governare, esprimibile e frequentemente espressa anche da coalizioni di due/tre partiti?

Non c’è dunque un mitico trade-off per cui chi vuole governabilità deve rinunciare a rappresentatività?

Nemmeno per sogno. Un parlamento che dia buona rappresentanza politica agli elettori lo saprà fare, lo farà, anche dando vita a un governo di coalizione. Il caso della Germania, dal 1949 ad oggi, è esemplare. Il caso contemporaneo del Portogallo lo è altrettanto. Per non parlare delle (social)democrazie scandinave, ovviamente, scrisse Montesquieu, favorite dal clima.

– Dovrebbe dunque l’Italia ritornare al passato, alla proporzionale?

– Glielo racconta lei ai danesi e agli olandesi, ai norvegesi e agli svedesi, alle finlandesi (cinque capi di partito donne in un governo di coalizione) che le leggi elettorali proporzionali che loro usano a partire dal 1900 sono passato, passate?

– Sono alquanto perplesso. Infatti, di tanto in tanto sento addirittura qualcuno, prevalentemente a sinistra, che sostiene che le leggi maggioritarie sono poco democratiche e che la proporzionale è la legge delle democrazie.

– Mentre con i maggioritari non si possono manipolare le clausole più importanti, tranne il numero di elettori per collegio uninominale e il disegno (truffaldino: gerrymandering) dei collegi, ‘la proporzionale’ non esiste. Esistono numerose clausole che differenziano le leggi elettorali proporzionali. La migliore di queste leggi è la tedesca, che si chiama proporzionale (NON è un sistema misto) personalizzata. La si trova ampiamente spiegata nel mio Nuovo corso di scienza politica (Il Mulino, 2009, cap. 5).

– E i sistemi elettorali misti?

– Premesso che misti non vuole dire pasticciati, ciascuno di loro richiede precisazioni. Faccio solo due esempi: la legge Mattarella era 75% maggioritaria in collegi uninominali e 25% proporzionale; la legge Rosato è 34% maggioritaria e 66% proporzionale. Metterle nella stessa borsa oscura è scandaloso nonché offensivo per la legge Mattarella. Fermiamoci qui.

– Grazie, Prof. Anche di avere evitato il latino maccheronico dimostrando che si può parlare la lingua degli italiani. Mi permetterò di chiederle approfondimenti nel prossimo futuro. So che lei ritiene che è suo dovere civico vigilare su questi temi. Cittadini non interessati, disinformati, malamente partecipanti si meritano i governi degli incompetenti.

– Oh, yes!  

Pubblicato il 13 gennaio su paradoxaforum

Non chiedete l’impossibile #governabilità è capacità di governare e se non c’è nessuna #LeggeElettorale può produrla

Sbarazziamoci di due slogan senza senso. Primo: sapere chi ha vinto la sera stessa del voto. Lo sappiamo, lo sappiamo benissimo: chi ha avuto più voti e ottenuto più seggi. Non è questo che volete davvero sapere, ma chi farà il governo. Lo sanno solo gli elettori anglosassoni quando esistono una legge elettorale maggioritaria in collegi uninominali e due partiti in grado di vincere. Secondo “sbarazzo”: una legge elettorale che produca governabilità. Oh, no: governabilità è capacità di governare che nessuna legge elettorale può produrre. Dipende dai partiti e dai loro dirigenti. “Sbarazzino”: non è vero che meno rappresentatività significa più governabilità. Parlamentari poco rappresentativi diventeranno loro stessi cattivi governanti e/o appoggeranno altri cattivi governanti. Andiamo oltre.

Bricolage di regole e istituzioni #HuffPostItalia Sulla legge elettorale proviamo a seguire inglesi e francesi

“… forse è il caso di riflettere più a fondo sull’alternativa fra quale proporzionale e quale maggioritario senza scegliere quello che costa meno

Non so come, dopo avere per tre volte approvato la riduzione del numero dei parlamentari, voterà la Lega. Mi chiedo con quale motivazione approveranno quella riduzione i parlamentari del Partito Democratico che, per tre volte, hanno votato contro. Non potrà essere la motivazione qualunquistica addotta dalle Cinque Stelle: il risparmio di 500 milioni di Euro che, comunque, comincerà soltanto dopo la prossima elezione del Parlamento, 2023? Rimango in attesa di capire quali saranno i freni e contrappesi da introdurre nelle procedure e nelle regole del parlamento e, immagino, dei governi venturi: frenare che cosa? Fare da contrappeso a cos’altro? Si tratta di freni e contrappesi che, già attualmente, in Italia non sarebbero utili? Il contrappeso indispensabile, sostengono i riformatori riduttori di parlamentari, è la proporzionale. Bisognerà, dunque, eliminare la componente maggioritaria della comunque pessima a prescindere (candidature multiple, liste bloccate et al.) Legge Rosato.

Introdurre la proporzionale per “salvare” i partiti piccoli, quanto piccoli?, non mi pare una motivazione particolarmente convincente, meno che mai in chiave di “contrappeso”. Lo sarebbe se i contrappesisti fossero disposti a sostenere che la presenza in parlamento dei tribuni (quelli derivanti dal fantomatico “diritto di tribuna”) servisse soprattutto a rendere difficile e complicata la formazione dei governi, tutti costretti ad essere di coalizione multipartitica, quindi, esposti a frequenti e costanti conflitti interni e poi a fare i conti con un Parlamento frammentato nel quale piccoli drappelli di parlamentari contratterebbero i loro voti. Fermo restando, adesso dovrebbero già saperlo tutti, che “la” proporzionale non esiste, ma esistono numerose varianti di rappresentanza proporzionale: soglie di accesso al Parlamento, dimensioni delle circoscrizioni, premi di maggioranza, le buonanime del Porcellum e di quell’aborto dell’Italicum erano leggi proporzionali furbescamente manipolate e corrette, quale proporzionale? Forse, un giorno si riprenderà a discutere di una legge elettorale che offra davvero potere agli elettori e che migliori la rappresentanza. Questi sono i criteri con i quali valutare la qualità della legge elettorale e giungere a effettivi freni e contrappesi.

Laddove il parlamentare sa che deve rispondere certo al partito (ma ci sono ancora partiti oppure esistono solo strutture sostanzialmente personalistiche e lideristiche?) che lo ha candidato e del quale condivide la linea politica e, parola grossa, la cultura politica, ma, forse soprattutto, agli elettori che lo hanno ascoltato e poi lo hanno votato, saremo in grado di migliorare la rappresentanza politica. Anche le leggi elettorali maggioritarie, sia di tipo inglese sia di tipo francese, offrono rappresentanza politica, che non è mai soltanto questione di numeri, ma è questione di volontà e capacità dei rappresentanti di apprendere e tradurre preferenze in comportamenti, non soltanto di voto. Avete mai sentito dire dagli elettori “non mi sento governato” e “vorrei più governo”? Certamente, li avete sentiti, giustamente lamentarsi di “non essere rappresentati”: “li eleggiamo, se ne vanno a Roma, si dimenticano di noi” (per forza, sono stati/e paracadutati/e, in quel collegio non risiedono, se sono “forti” nel partito la prossima volta verranno paracadutati/e altrove).

Gli eletti nei collegi uninominali inglesi e francesi non si sforzano di dare rappresentanza a tutto il collegio, al maggiore numero di quegli elettori? Una rappresentanza di questo tipo è il prodromo della governabilità, non un suo freno. Si configura anche come contrappeso al governo. In attesa che votino, estemporaneamente chiamati in causa — saranno loro i nuovi freni e gli originali contrappesi?, i sedicenni (quelli nati nel 2013 riusciranno, se passerà il presidenzialismo alla Salvini/Meloni, a eleggere il Presidente della Repubblica nel 2029), nessuno dei quali è stato esposto a qualche forma di educazione civica, forse è il caso di riflettere più a fondo sull’alternativa fra quale proporzionale e quale maggioritario senza scegliere quello che costa meno.

Pubblicato il 3 ottobre 2019 su huffingtonpost.it

The never ending game. A proposito dell’ennesimo dibattito, o presunto tale, su una “nuova” legge elettorale

Tornare alla proporzionale? Vantare improbabili meriti maggioritari? Di che cosa si sta parlando? Facciamo il punto nella solita confusione derivata sostanzialmente dall’assenza di conoscenze minime in materia elettorale. Qualche volta mi piacerebbe sentire dalla persino troppo viva voce di molti dei protagonisti quale libro oppure anche soltanto quale articolo hanno letto sui sistemi elettorali. La vigente legge Rosato è per due terzi proporzionale e per un terzo maggioritaria. Dunque, non è che il “ritorno” alla proporzionale cambierebbe in maniera significativa la distribuzione dei seggi, se non per quei burloni di studiosi che hanno incautamente scritto di “effetti maggioritari” di quella legge. A scanso di equivoci, è utile ricordare che l’Italicum era una legge elettorale sostanzialmente proporzionale con un premio in seggi proprio, la ratio era la stessa, come la legge Calderoli (meglio nota come Porcellum), con liste bloccate, vale a dire senza possibilità di scegliere il candidato/a preferita/o. In Italia non abbiamo mai avuto una legge elettorale effettivamente maggioritaria, ma la legge Mattarella (il cd. Mattarellum) – esito, lo ricordo e lo sottolineo, di un quesito referendario voluto e votato dai cittadini – ci è andata piuttosto vicino: tre quarti dei seggi (non delle poltrone) attribuiti con sistema maggioritario in collegi uninominali, un quarto recuperati con sistema proporzionale completato da una soglia di sbarramento del 4%.

Davvero proporzionale fu la legge elettorale italiana con la quale si votò dal 1946 al 1992 compreso. Non provocò sconquassi, niente a che vedere con la, oggi temutissima, soprattutto da chi non ne conosce la storia, Repubblica di Weimar. “La” proporzionale italiana non produsse neppure la proliferazione dei partiti, il cui numero nel corso del tempo rimase abitualmente più vicino a sette che a noveAd ogni modo, “tornare alla proporzionale” è una frase praticamente senza senso poiché di varianti dei sistemi elettorali proporzionali ne esistono molte, delle quali quella caratterizzata dall’aggiunta di un premio di maggioranza è quasi sicuramente la peggiore, mentre la proporzionale migliore è e rimane quella tedesca.

La logica di una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza comunque sia attribuito è molto diversa da quelli dei sistemi maggioritari. Tuttavia, anche in questo caso, affermare, più o meno solennemente, la preferenza per un sistema maggioritario significa poco o niente poiché i due sistemi maggioritari attualmente esistenti, quello inglese e quello francese, sono molto significativamente diversi da una pluralità di prospettive. L’unico elemento, importante, meglio decisivo e dirimente, che condividono, è il collegio uninominale dove vince un solo candidato e tutti i suoi concorrenti perdono e non possono essere ripescati. Quando nei vari commenti leggo, inevitabilmente increspando le sopracciglia, che Prodi e Veltroni si dichiarano a favore del maggioritario, mi chiedo: quale maggioritario, inglese o francese? Rimango in attesa della risposta, magari argomentata con riferimento agli obiettivi che i sedicenti maggioritari desiderano perseguire, per esempio, più potere per gli elettori, migliore rappresentanza politica collegio per collegio, maggiore trasparenza nella formazione di coalizioni che si candidano a governare, persino, qualsiasi cosa voglia significare (accetto suggerimenti) governabilità. Al catalogo aggiungerei ambiziosamente: “ristrutturare partiti e sistema dei partiti”.

Però, non mi chiedo mai se le leggi elettorali maggioritarie servono ad eleggere direttamente i governi. Da nessuna parte è così, ed è meglio che sia così. Chiederei a tutti coloro che entrano nel dibattito, ma soprattutto ai parlamentari e ai dirigenti dei partiti, di essere molto precisi nell’indicazione e nelle motivazioni del sistema elettorale che vorrebbero formulare e utilizzare per eleggere i prossimi 400 deputati e 200 senatori.

Pubblicato il 13 settembre 2019 su rivistailmulino.it

Governabilità vo cercando ch’è si cara come sa chi per lei… pasticciacci brutti rifiuta #IlRaccontodellaPolitica

IL RACCONTO DELLA POLITICA
Lezione 3

Governabilità vo cercando ch’è si cara come sa chi per lei…
pasticciacci brutti rifiuta

La Governabilità non è una chimera. È il prodotto di governi politicamente stabili e decisionalmente efficaci. Questo però dipende dalla capacità di dare vita a coalizioni che siano rappresentative di un elettorato che ha potuto scegliere.”

 

“Il Racconto della politica” In arrivo il #videocorso di Pasquino

Parlare di politica fa bene, a noi e agli altri. Studiare la politica è un’attività intellettuale preziosa. La politica condiziona i nostri comportamenti. Con le nostre conoscenze e i nostri comportamenti possiamo condizionare la politica e trasformarla in meglio.

I brevi video che ho realizzato per voi hanno proprio l’obiettivo di raccontare la politica in maniera semplice, di renderla attraente, in un certo senso di aiutarci a diventare buoni cittadini, informati e partecipanti.

A presto sui vostri schermi!

 

Ecco come funziona una legge elettorale con il doppio turno

Non si può parlare di doppio turno di collegio e di doppio turno di lista come se fossero quasi intercambiabili. L’intervento di Gianfranco Pasquino

Non si deve permettere neppure ai più acrobatici interpreti dei sistemi elettorali di scrivere, à la D’Alimonte, di doppio turno indifferentemente, che sia di collegio (uninominale) oppure fra partiti/coalizioni come quello previsto nell’Italicum. Faccio, non completamente, grazia ai lettori sottolineando, per l’ennesima, ma non ultima, volta che da nessuna parte al mondo esiste un meccanismo come quello del defunto, da non compiangere e meno che mai resuscitare, Italicum.

I sistemi elettorali servono a tradurre voti in seggi per dare vita a un Parlamento, non, da nessuna parte, tantomeno nelle democrazie parlamentari, a un governo. Il doppio turno francese applicato in collegi uninominali elegge i parlamentari. Al primo turno, giova ripeterlo e sottolinearlo, gli elettori votano in maniera prevalentemente sincera, vale a dire, per il/la candidato/a preferito/a che riuscirà a passare al secondo turno soltanto qualora riesca a superare una certa soglia percentuale (in Francia, attualmente, il 12,5 per cento degli aventi diritto). Pur nella consapevolezza che il suo preferito non supererà la soglia, l’elettore decide di votarlo per rafforzarne il potenziale di contrattazione al secondo turno. Quei suoi voti, una volta contati, potrebbero essere decisivi per fare vincere il seggio a un altro candidato di un partito con il quale è possibile, da un lato, contrattare i voti in un altro collegio, dall’altro, eventualmente, formare una coalizione di governo. Al secondo turno, che è sbagliato definire ballottaggio poiché nella grande maggioranza dei collegi vi saranno più di due candidati, alcuni elettori avranno la possibilità di votare il loro candidato preferito, altri finiranno per scegliere il candidato meno sgradito. Fra il primo e il secondo turno, tutti gli elettori avranno avuto l’opportunità di acquisire un numero aggiuntivo di informazioni politicamente rilevanti prodotte e diffuse dai candidati, dai partiti, dai mass media.

Invece, il doppio turno previsto dall’Italicum avrebbe dovuto svolgersi fra due partiti e/o coalizioni (il significato di “lista” non fu mai furbescamente precisato). Dunque, era sostanzialmente un ballottaggio. In maniera molto accondiscendente e supponente, i suoi laudatores riconoscevano che il premio attribuito al vincitore, anche qualora fosse stato soltanto del 15 per cento, distorceva la rappresentanza politica a favore di quella che, impropriamente, chiamavano governabilità. Certo, quel premio avrebbe dato modo allo schieramento maggioritario di godere di una confortevole maggioranza assoluta in Parlamento. Che questa fosse governabilità, se quella maggioranza non avesse poi avuto la capacità di prendere decisioni e di farle applicare, è evidentemente tutto da dimostrare.

Ad ogni buon conto, rimane la differenza verticale fra il doppio turno di collegio e il doppio turno Italico. Il primo serve a eleggere i parlamentari, il secondo a dare vita a un governo. Sono, palesemente, incomparabili e, altrettanto palesemente, non sono affatto intercambiabili. In particolare, il doppio turno Italico incide sulla forma di governo fuoriuscendo dalla democrazia parlamentare ed entrando in terra incognita.

Al di là delle preferenze personali, meglio se sorrette dalle conoscenze scientifiche, le differenze fra i due doppi turni sono profonde. Chiunque le cancelli sta manipolando, più o meno consapevolmente, a spese di tutti, il dibattito pubblico e non dà nessun contributo alla formulazione di una legge elettorale migliore, non è difficile, della pessima Legge Rosato.

Pubblicato il 2 maggio 2018 su Formiche.net