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Un governo di “campatori” fa male all’Italia@DomaniGiornale

In Gran Bretagna, patria delle democrazie parlamentari, la consuetudine ha consentito ai Primi ministri di sciogliere il Parlamento dopo quattro anni del suo mandato quinquennale. Non erano necessarie giustificazioni costituzionali. Più o meno formalmente, quei Primi ministri motivavano politicamente la loro decisione affermando di avere tradotto con successo praticamente tutte le promesse elettorali. Era giunto il tempo di un nuovo mandato popolare per nuove politiche. Oppure nuove, inaspettate sfide economiche, sociali, internazionali imponevano il rinnovamento della rappresentanza parlamentare. Non era il caso di fare riferimento ai sondaggi che rilevassero un livello molto positivo di consenso. Al contrario, quando il consenso per il partito al governo fosse diminuito, meglio tirarla per le lunghe e arrivare alla fine della legislatura (così fecero il conservatore John Major nel 1997 e il laburista Gordon Brown nel 2010, entrambi i partiti persero le elezioni).
Non siamo inglesi, ma il problema di cosa possa fare l’affaticato governo Meloni nel poco più di un anno che manca alla fine della legislatura è oramai posto e conclamato. Certamente deve essere doloroso per la Presidente del consiglio rinunciare all’obiettivo di valenza storica che consisterebbe nell’avere presieduto l’unico governo italiano in carica per tutta la legislatura. La lunga durata ha un verso negativo e un verso positivo. Quello negativo è che il successo conseguito da un governo di legislatura nega alla radice l’indispensabilità di qualsiasi riforma costituzionale formulata per garantire stabilità al capo del governo. Positivamente non mi riferirò, come fanno troppi commentatori populisteggianti, alla maturazione delle pensioni di molti parlamentari, ma a due possibilità. La prima consiste nel portare a compimento alcune riforme, non importa quanto controverse, brutte e pericolose, come la legge elettorale “spareggiatrice” e il Premierato elettivo. La seconda, alquanto complicata, è che le guerre finiscano e comunque facciano la loro comparsa tematiche per le quali il governo abbia soluzioni fantasiose e brillanti, che spiazzino le opposizioni.
Dai ranghi di Fratelli d’Italia sono da tempo spuntati molti corifei, spesso agguerritissime donne, a vantare successi a tutto spiano sulla scena internazionale più che in politica interna. Se è una strategia, non porta lontano poiché è noto che, fatti salvi alcuni rarissimi casi (in tempi recenti forse la Brexit), le tematiche di politica estera raramente portano molti voti e fanno vincere le elezioni. Forse Salvini otterrà qualche voto filoputiniano e antiunioneeuropea in competizione fratricida con i vannacciani. Forse Forza Italia attrarrà un pugno di voti filoUE già orientati verso il centrodestra. Però, Fratelli d’Italia non potrà più sfruttare la sua altolocata amicizia americana e deve ancora trovare il suo bandolo nella matassa europea.
Poco utilizzabile la problematica dell’immigrazione, tutt’altro che scomparsa, ma poco saliente, rimangono i grandi temi: economia, lavoro, sanità, istruzione. Su nessuna di queste il governo può vantare la proprietà, ovvero avere un vantaggio di posizione e/o di prestazione. L’offerta fatta da Meloni di apertura ai contributi dell’opposizione è, da un lato, segno di debolezza e di acquisita consapevolezza che problemi nazionali gravi esigono soluzioni negoziate e, almeno parzialmente, condivise. Dall’altro, è inadeguata anche perché viene smentita in pratica a partire non soltanto dalla legge elettorale “blindata”, cioè non rivedibile, ma anche dal secco e ripetuto “no” al salario minimo.
All’orizzonte non si intravvedono idee nuove e mobilitanti. Il governo Meloni sembra avviato sulla strada lastricata di critiche e rimproveri per quanto fatto dai precedenti governi “tecnici” (anche se rispetta il Draghi tecnocrate massimo) e di rivendicazioni per successi non riconosciuti. Il tempo non utilizzato per rinnovare idee e interpreti, pochi si sono dimostrati all’altezza del loro compito, è perduto. Campare male può ritardare la fine, ma la rende più triste per la Nazione.
Pubblicato il 20 maggio 2026 su Domani