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Quale coalizione tradirebbe Letta con il simbolo del Pd a Siena? @DomaniGiornale

Sostiene Letta che la sua scelta di “correre” per il collegio uninominale di Siena senza il simbolo del Partito Democratico è dettata dalla volontà di “privilegiare lo spirito di coalizione”. Non sono in grado di giudicare se e quanto quello spirito aleggi e volteggi su Siena e sulla coalizione, ma vedo alcuni inconvenienti di quella scelta. Certamente, Letta non si vergogna, come sostengono giornali e commentatori di destra, del suo partito in quanto tale, ma in qualche misura vuole segnare una distanza fra il PD e la faccenda brutta del Monte dei Paschi. Però, non è questa la fase, anche se lo volesse fare, in cui può permettersi di criticare i dirigenti, i candidati, gli ideologi (sic) del PD. Tuttavia, credo che qualche cenno critico mirato sarebbe utile. Ad esempio, a Bologna ne hanno già fatte di tutti i colori, in occasione delle primarie e nella scelta delle candidature al Consiglio comunale. Non essendoci rischi per la vittoria del candidato del partito, qualche parola critica relativamente alle carenze di democrazia e democraticità di un partito che si definisce “democratico” non sarebbe soltanto doverosa, ma anche utile.

   Tornando al punto, prendo sul serio l’affermazione di Letta sullo spirito di coalizione, ma vedo in giro molte interpretazioni diverse di questo spirito. Le traduzioni concrete sembrano ispirate non ad una meditata visione di fondo e di lungo periodo, ad una vera strategia politica, ma all’opportunismo di vantaggi immediati: un pugno di voti in più. Di qui la moltiplicazione di liste dei più vari tipi per le elezioni amministrative con l’obiettivo di “pescare” qualche elettore/trice in aree che il Partito Democratico con le sue proposte non raggiungerebbe mai. Spesso, ed è grave, neanche tenta di raggiungere. Quelle variegate liste non costituiscono affatto un modo positivo e efficace di alimentare lo spirito di coalizione. Al contrario, accettano e registrano la frammentazione delle ambizioni particolaristiche, non tanto della società “civile” quanto di molti spezzoni del ceto politico che cerca di stare a galla senza produrre idee e senza rinnovarsi. In questo modo, nessun rinnovamento può essere conseguito neppure dal PD.

   È augurabile che a Siena il segretario del PD spieghi con dovizia di particolari quale sarà la coalizione da costruire nel periodo che ci separa dalle prossime elezioni politiche. In prospettiva sistemica, però, dovrebbe preoccuparsi soprattutto di rafforzare, trasformandolo significativamente, il suo Partito Democratico. Per ragioni oggettive, vale a dire, l’essere un partito e il potere contare su una relativamente buona percentuale di voti, toccherà proprio al PD di svolgere il compito impegnativo di coalition-maker. Finora non ho visto nessuna indicazione che né il segretario né i suoi collaboratori né i capicorrente abbiano iniziato a interrogarsi su come costruire una coalizione progressista e europeista. Persino l’ineluttabilità di un rapporto serio e solido con il Movimento 5 Stelle non è ancora stata declinata nei suoi lati positivi e in quelli negativi, che pure esistono. Mi pare che sia tuttora assente la necessaria riflessione sulla ristrutturazione del sistema dei partiti che molti avevano annunciato come uno degli effettivi positivi della “sospensione”, non della politica, ma della competizione fra partiti, derivante dal governo Draghi.

Infine, non resta che chiedersi se lo “spirito della coalizione” si manifesterà in occasione del passaggio più importante, forse addirittura conclusivo, di questa legislatura: l’elezione del Presidente della Repubblica. Immagino che Letta stia già invocandolo poiché l’esito di quella elezione segnerà anche la prossima legislatura. O no?

Pubblicato il 1° settembre 2021 su Domani

Durigon, duro e impuro

Il deputato della Lega Claudio Durigon è Sottosegretario all’Economia nel governo Draghi. Una volta decisa l’assegnazione dei ministeri, i sottosegretari sono nominati dal Consiglio dei Ministri. Le proposte vengono dai partiti che compongono la coalizione di governo. Qualche approfondimento e modifica possono essere richiesti, ma i veti sono rarissimi. Definito l’uomo forte della Lega nel Lazio, Durigon è nato a Latina da famiglia di origini venete. Sta occupando le pagine dei giornali d’agosto con la sua proposta di eliminare i nomi di Falcone e Borsellino dal Parco comunale di Latina sostituendoli con quello di Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. Alla sua rude maniera Durigon persegue obiettivi personalistici e politici che, però, rivelano qualcosa sul paese reale.

Per quel che riguarda la sua persona, l’obiettivo lo ha già sicuramente conseguito. La visibilità e la risonanza che voleva nel suo ambiente di riferimento: i fascio-leghisti di Latina e del Lazio, sono aumentate. Politicamente, l’obiettivo, condiviso e apprezzato dai suoi superiori, a cominciare da Salvini, è più ambizioso: contenere e frenare l’avanzata impetuosa dei Fratelli d’Italia e, se possibile, ridimensionarla. Il terreno è quello giusto poiché di voti che si travasano a Latina e nel Lazio ce ne sono molti, il momento anche poiché si sta andando verso importanti elezioni amministrative a cominciare da Roma. A ottobre i numeri canteranno. Nel frattempo, però, ha fatto la sua comparsa un problema istituzionale che richiede una riflessione storica, entrambi terreni sui quali Durigon non appare particolarmente preparato.

Può un sottosegretario della Repubblica suggerire abbastanza rozzamente che un fascista è preferibile a due giudici antimafia di enorme e meritato prestigio? Quel sottosegretario si è dimenticato di avere giurato sulla Costituzione italiana che è anche il prodotto dell’antifascismo? Durigon ritiene che la Repubblicana italiana debba onorare i fascisti a preferenza di coloro che combatterono e morirono per debellare il cancro della mafia? Può darsi che Durigon si sbagli e che i nostalgici del fascismo da attrarre con uno specchietto per le allodole, l’intitolazione di un parco, siano molto meno di quelli che lui spera, rimane, però, aperta la riflessione storica.

A più di settant’anni dalla sconfitta del fascismo, una parte almeno degli italiani continua a ritenere che c’era qualcosa di buono e, temo, una parte tutt’altro che marginale di zona grigia rimane disinteressata e indifferente rispetto a qualsiasi manipolazione della storia. La soluzione più elegante sarebbe che Durigon si dimettesse su richiesta, tipo moral suasion, di Salvini. La soluzione più rapida è che Draghi tolga tutte le deleghe a Durigon, sfiduciandolo. Altrimenti non resta che la sfiducia votata in Parlamento magari con un dibattito serio che chiarisca ancora una volta perché con il fascismo, i suoi simboli, i suoi protagonisti, i conti sono chiusi. Purché non ci sia una prossima volta.

Pubblicato AGL il 14 agosto 2021

Durigon non ha titolo per stare nel governo dei migliori

Il sottosegretario Durigon è un caso. L’uomo forte della Lega nel Lazio vorrebbe che un parco di Latina attualmente dedicato a Falcone e Borsellino fosse, invece, intitolato a Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. Spera forse di bloccare sia l’ascesa di Fratelli d’Italia sia l’erosione della Lega. Ha commesso un grave errore anche nel solleticare sentimenti fascisti. Prima che si vada ad una mozione parlamentare di sfiducia, Salvini stesso ne deve chiedere e rivendicare le dimissioni. Durigon non ha titolo per stare nel governo dei migliori.

Basta bugie, il semestre bianco resta utilissimo @fattoquotidiano

Affannatissimi retroscenisti e editorialisti dello stivale si sono buttati sul semestre bianco. Hanno anche interpellato alcuni giuristi rimasti disoccupati dopo la sconfitta del referendum del saggio di Rignano. Le loro posizioni, però, non paiono né sufficientemente informate né convincenti. Sono anche prive di qualsiasi originalità. Il fatto che nessuno dei Presidenti della Repubblica abbia formalmente esplicitato il suo desiderio di essere rieletto e sia stato tentato dallo scioglimento anticipato del Parlamento nei suoi ultimi sei mesi di mandato, non rende in nessun modo inutile, superflua, sorpassata la disposizione costituzionale che glielo vieta. Peraltro, non è affatto vero che nel semestre bianco ne sono accadute di tutti i colori. In generale, le maggioranze di governo hanno tenuto. I partiti non hanno creato nessun caos politico e istituzionale. I Presidenti, Cossiga, Scalfaro, Ciampi, Napolitano, non hanno dovuto risolvere nessun problema aggiuntivo. Il punto è che è sostanzialmente sbagliato pensare che il Presidente della Repubblica goda di un illimitato potere di scioglimento. Quando hanno proceduto a chiudere prematuramente la legislatura, i Presidenti non lo hanno mai fatto contro il Parlamento e contro i partiti, ma con l’accordo dei partiti che erano giunti alla conclusione, essendone peraltro parte in causa, che quel Parlamento non funzionava più.

   Curiosamente o no, i cosiddetti quirinalisti e troppi altri presunti esperti dimenticano che: i) i Presidenti della Repubblica italiana si sono storicamente dati il compito preminente di agire come stabilizzatori del quadro politico, cercando sempre l’esistenza di una maggioranza di governo operativa e ii) che il loro vero potere è stato proprio quello di negare lo scioglimento anticipato a coloro che speravano di trarne vantaggi politici. Scalfaro disse “no” al Berlusconi furioso per il “tradimento” della Lega nel dicembre 1994. Poi, del tutto coerentemente, oppose un netto rifiuto al Prodi sfiduciato dal Bertinotti di Rifondazione Comunista nell’ottobre 1998. Flebile, ma reale, fu la richiesta dei berlusconiani nel novembre 2011 alla quale Napolitano oppose l’esistenza di una maggioranza operativa in un Parlamento che quindi non meritava e non doveva essere sciolto. Certamente nessuno oggi potrebbe pensare neanche per un momento che Mattarella, avendo espresso chiaramente la sua volontà di non rielezione, avrebbe avuto la tentazione di sciogliere il Parlamento, nella speranza che il prossimo si orienterebbe verso altre candidature lasciandolo libero.

   Il punto vero, pertanto, è che la preoccupazione dei costituenti ha un fondamento di natura istituzionale duratura. Senza il semestre bianco, la tentazione del Presidente, ma soprattutto dei suoi sostenitori e collaboratori, potrebbe essere grande: “”Cari parlamentari, so che non volete rieleggermi, allora vi sciolgo. I sondaggi dicono che probabilmente i vostri successori saranno più malleabili”. Per mettere tutti i Presidenti al riparo da quella tentazione e per non esporli a troppe pressioni interessatissime, la clausola del semestre bianco si merita di rimanere nella Costituzione italiana.

Al contrario della tesi, meglio dell’allarmata ipotesi che i partiti daranno il peggio di se stessi sapendo che i loro parlamentari non possono essere mandati a casa, non sembra proprio che nella fase attuale (ma, in verità, neppure nei precedenti semestri bianchi), vi siano progetti e orientamenti per indebolire il governo Draghi, meno che mai per sfiduciarlo. Peraltro, alla improbabile sfiducia, farebbe seguito l’ostracismo immediato nei confronti degli sfiducianti che perderebbero le cariche ministeriali e ne seguirebbe inevitabilmente la formazione di un nuovo governo, anche eventualmente di minoranza fino all’elezione del prossimo Presidente.

   Al momento, mi sembra che i dirigenti dei partiti e i loro rappresentanti nel governo non vogliano proprio darsi la zappa sui piedi e siano molto più consapevoli dei commentatori che il semestre bianco debba e possa essere messo a buon frutto: continuare nelle riforme anche con l’impiego dei fondi europei che stanno arrivando e attivarsi per individuare un buon successore/successora di Mattarella. Sono compiti importanti che, per di più, influenzeranno la politica italiana per molto tempo a venire. Suggerisco che dovremmo vedere il semestre bianco come una opportunità di bilancio del fatto, non fatto, fatto male, come una opportunità di valutazione e di correzione, come una pausa di riflessione e di elaborazione. “Chi ha più filo tesserà più tela” nella aspettativa che il tessitore massimo dal Quirinale sappia dare il suo autorevole contributo.

Pubblicato il 5 agosto 2021 su Il Fatto Quotidiano

Le fragilità dei tre leader alla prova del semestre bianco @DomaniGiornale

Lasciamo che i commentatori italiani si rincorrano l’un altro a prevedere disastri di un qualche tipo durante il semestre bianco e che superficialmente alcuni professori(oni) ne chiedano l’inutile abolizione. Quel che si intravede in questa fase non sono i partiti che approfittano dell’impossibilità di scioglimento del Parlamento per rendere la vita difficile (e perché poi? E con quali obiettivi?) al governo quanto piuttosto qualche scricchiolio delle leadership dei partiti di governo.

Non scricchiola la leadership di Giorgia Meloni, ma la sua solidità si accompagna alla sua limitata rilevanza anche perché il numero dei parlamentari di Fratelli d’Italia deriva dai voti del marzo 2018 poco più del 4 per cento a fronte delle intenzioni di voto oggi intorno al 18 per cento. Ė Salvini a sentire il fiato dei Fratelli d’Italia sul suo pur robusto collo, ma c’è di più. Anche a causa di ambiguità, probabilmente strutturali, la linea che esprime nelle sue numerosissime apparizioni televisive, interviste, dichiarazioni non sembra largamente condivisa. In particolare, sulle due tematiche più importanti adesso e nel futuro prossimo: Covid e, in senso lato, Europa, nella Lega vi sono posizioni non coincidenti con quelle che Salvini ha dentro. Il Presidente della Regione Veneto Zaia, non da solo, argomenta una linea rigorista sul Covid compreso il green pass e il ritorno a scuola. Sull’Europa e sul sostegno al governo Draghi, alta, forte e chiara è la linea che Giorgetti, avendola elaborata, continua a sostenere. Salvini incassa e guarda avanti, ma sembra avere perso baldanza.

Sicuramente baldanzoso Giuseppe Conte non lo è stato mai, ma non è mai stato riluttante a esibire una non piccola fiducia nelle sue qualità personali e, in qualche modo, anche politiche. Adesso il problema, che sarebbe di difficile soluzione per chiunque, è come acquisire e affermare la sua leadership sul Movimento 5 Stelle di ieri, vale a dire recuperando coloro che se ne sono andati o sono stati frettolosamente espulsi, e di domani a cominciare da quel 15 per cento di elettori scivolati via. All’interno del Movimento non ci sono sfidanti e forse neppure alternative, ma fatte salve poche eccezioni, non si sente neppure grande entusiasmo, piuttosto attendismo: “vediamo che cosa riesce a fare colui che voleva essere l’avvocato del popolo”.

Enrico Letta è il segretario di un partito nel quale i capi corrente hanno notevole potere. Guerini, Franceschini e Orlando sono comodamente sistemati nei loro uffici ministeriali che implicano non poche responsabilità, ma danno anche notevole visibilità (in questi giorni soprattutto per Franceschini che se la gode tutta, e non è finita). Con alcune proposte, voto ai sedicenni, patrimoniale (stoppata, mio modo di vedere, malamente, da Draghi) Letta ha voluto mostrare capacità di incidere sull’agenda politica, ma non può vantare successi e si trincera dietro il fatto inconfutabile dell’essere il PD il più sincero e leale sostenitore di Draghi e del suo governo. Un qualche rafforzamento della sua leadership potrebbe venire sia dalle vittorie possibili in numerose elezioni amministrative a ottobre sia da un suo chiaro e netto successo nell’elezione suppletiva a Siena. Apparentemente Letta è il meno “sfidato” dei tre leader di cui sto discutendo, ma la storia del PD, nel quale restano acquattati molti renziani/e, è anche fatta di repentine cadute e improvvise sostituzioni. La mia interpretazione è che nel semestre bianco, i partiti dovrebbero sentire il compito di rafforzare i loro profili politici al tempo stesso che si segnalano per capacità propositive. Vedo al contrario tensioni, non distruttive, ma che implicherebbero qualche ridefinizione di linee politiche. Non basterà un colpo d’ala nell’elezione rapida del successore(a) di Mattarella.

Pubblicato il 4 agosto 2021 su Domani

Il semestre bianco non sarà la rivincita degli scontenti @DomaniGiornale

Stabilendo che negli ultimi sei mesi del suo mandato il Presidente della Repubblica non può sciogliere il Parlamento, i Costituenti avevano molto chiaro un obiettivo: impedire al Presidente di cercare di ottenere attraverso elezioni anticipate un Parlamento favorevole alla sua rielezione o all’elezione di un suo candidato. Quell’obiettivo non è affatto venuto meno e non basta affermare che nessun presidente è stato rieletto, se non, in circostanze eccezionali e controvoglia, Giorgio Napolitano. Infatti, alcuni Presidenti avrebbero eccome desiderato la rielezione e qualcuno avrebbe gradito potere indicare il suo delfino. Comunque, i Costituenti non pensarono affatto che nel semestre bianco i partiti si sentissero agevolati a scatenare la bagarre contro il (anche loro) governo proprio perché non ne sarebbe seguito lo scioglimento del Parlamento.

 Coloro che oggi ipotizzano che dentro i partiti attualmente al governo, vale a dire tutti meno i Fratelli d’Italia, ci sia chi non aspetta altro che l’inizio del semestre bianco per impallinare e “fare cadere” il governo Draghi non solo esagera, ma, a mio parere, sbaglia. Altri scenari sono ipotizzabili, bruttini, ma meno foschi ed evitabili, contrastatabili con buone conoscenze istituzionali e saggezza politica (fattoi talvolta presenti anche nella politica italiana). Comincerò con lo scenario del Matteo tiratore, l’uno tira la corda; l’altro fa sempre il furbo. Né l’uno né l’altro possono permettersi di uscire dalla maggioranza, ma sia l’uno sia l’altro possono commettere errori. I numeri dicono che, probabilmente non seguiti da tutti i loro parlamentari, le loro scorribande non risulterebbero decisive. Dato per scontato e accertato che tanto il Partito Democratico quanto Forza Italia sosteng(o/a)no convintamente il governo, molto si gioca su quanto riusciranno o non riusciranno a fare i pentastellati, più meno mal guidati. Tuttavia, se mai cadesse il governo Draghi per un voto dello scontento pentastellato, il re-incarico da parte di Matterella sarebbe immediato e il Draghi-Due nascerebbe in un batter d’occhio con una maggioranza numericamente appena più ristretta, ma, potenzialmente, più operativa.

  Due dati durissimi meritano di essere evidenziati e valorizzati. Il primo è quello del grado di approvazione dell’operato del Presidente Draghi. Fra i più elevati di sempre, si situa da qualche tempo intorno al 70 per cento: 7 italiani su 10 sono soddisfatti di Draghi, capo del governo, e poco meno dichiarano di approvare quanto fa il governo nel suo insieme. Il secondo dato è che questo semestre bianco cade proprio nella fase di primo utilizzo dei fondi europei. Tutti capiscono che qualsiasi interruzione avrebbe costi elevatissimi.

  Draghi non deve comunque dormire sonni del tutto tranquilli. Anzi, dovrebbe cercare un confronto aperto con il Parlamento valorizzandone le competenze e apprezzandone le prerogative. Il semestre bianco, lungi dall’essere, voglio giocare con le parole, un grande buco nero che ingoia un governo con una maggioranza extralarge, ma anche extradiversa, ha la possibilità di mostrare al meglio le qualità di una democrazia parlamentare. Dietro l’angolo sta un non meglio precisato, arruffato presidenzialismo. Meglio andare avanti diritto cauti, dialoganti, collaborativi, con juicio. Le pazienti non-forzature sono la sfida più significativa che Draghi deve affrontare e che, superata, rafforzerà l’azione del suo governo per qualche tempo a venire. Almeno fino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.   

Pubblicato il 28 luglio 2021 su Domani

La libertà irresponsabile dei leader non politici @DomaniGiornale

Tutti i governi a guida non-politica corrono il rischio della ““irresponsabilità”. Misurare il tasso di tecnicità e di politicità del governo Draghi può essere un esercizio interessante se seguito da una riflessione su quello che verrà. Il Manuale Cencelli, basato sull’importanza di ciascun ministero, rimane certamente una guida utile per qualsiasi valutazione. A occhio mi sembra possibile sostenere che la tecnicità del governo Draghi prevale sulla sua politicità soprattutto grazie al peso giustamente ragguardevole della Presidenza del Consiglio. I numeri contano, ma bisogna saperli contare. Anche le percezioni e le impressioni contano. All’estero, sono la storia professionale e il prestigio di Draghi che sovrastano qualsiasi altro criterio consentendo ai politici e agli operatori dei media di vedere in Draghi colui che ha messo da parte i litigiosi partiti per perseguire una politica più credibile.

   Il punto della sospensione della politica, addirittura della democrazia, in Italia è stato variamente sollevato sia con apprezzamento sia con preoccupazione. La democrazia costituzionale non ha subito nessuna ferita poiché il governo ha tutta la legittimità che gli deriva dalla fiducia del parlamento (che non può essere sciolto durante il semestre bianco, ma può fare cadere il governo). Che i partiti svolgano un ruolo secondario è visto con favore da moltissimi italiani. Ricordo che in tutte le inchieste i partiti vengono valutati positivamente dal 6/8 per cento degli italiani. Che il governo Draghi costituisca una utile parentesi affinché i partiti italiani si riformino e diano vita ad un nuovo, migliore sistema dei partiti pare finora una non pia, ma pietosa illusione. I partiti stanno cercando il modo di rimanere a galla, per non essere oscurati dal Presidente del Consiglio e dalle sue decisioni, per avere qualche visibilità su politiche che, talvolta, non condividono, ma che non sanno contrastare con alternative praticabili. Tirano la corda da una parte e dall’altra, ma Draghi procede imperterrito sostenendo alcuni suoi ministri tecnici anche quando, come sulla giustizia, ci sarebbe molto da discutere e migliorare. Qui si situa il problema.

   Non importa come un Presidente del Consiglio viene nominato e un governo formato. Il Parlamento mantiene tutti i suoi poteri e, nella misura in cui ne è capace, può esercitarli. Il vero problema dei governi guidati da uomini non politici è che possono agire senza dovere rendere conto a nessuno. Essendo improbabile e sconsigliabile che Draghi costituisca una sua lista e si candidi alle elezioni, il suo agire è tecnicamente e politicamente irresponsabile. Democrazia è rendere conto da parte dei governanti ai cittadini di quello che si è fatto, non fatto, fatto male per ottenere un altro mandato. Altrimenti, il rischio è che molti settori di opinione pubblica accettino che qualcuno decida per loro, senza controlli e senza rendiconti. Irresponsabilmente.

Pubblicato il 25 luglio 2021 su Domani

Poi arriverà il tempo della campagna elettorale, ma i partititi saranno “come prima, più di prima”…

Non hanno neanche iniziato a migliorarsi i partiti italiani. Eppure tanti scrissero che il governo Draghi, liberandoli da incombenze che non sapevano affrontare, avrebbe offerto loro l’opportunità di ristrutturarsi. Invece, il PD si è acquattato all’ombra di Draghi; Salvini fa il tiramolla: un po’ con/un po’ contro; Forza Italia dice che Draghi è il governo che ha sempre voluto; Meloni gongola e gode della sua rendita d’opposizione. Quando arriverà il tempo della campagna elettorale tutti saranno come prima di Draghi, forse persino peggiorati agli occhi degli italiani. Un’opportunità sciupata.

Salvini è un equilibrista dimezzato semi-governante semi-oppositore @DomaniGiornale

Comodamente collocata in una solida poltrona d’opposizione (mi concedo al lessico suo e dei suoi Fratelli d’Italia), Giorgia Meloni riceve omaggi e new entries, come il da lungo tempo sen. di Forza Italia Lucio Malan, e osserva il suo competitor Matteo Salvini che si dimena. Nel governo Draghi Salvini c’è capitato non soltanto in mancanza di meglio, ma perché nella Lega, a partire dal suo collaboratore Giorgetti, molti hanno pensato che assumere atteggiamenti anti-europei sarebbe un pessimo biglietto da visita per costruire il governo del dopo Draghi. Con la testa Salvini è, dunque, un semi-governante costretto ad approvare con non celata riluttanza quello che Draghi e i suoi ministri fanno (e non fanno). Con la pancia, però, Salvini è un semi-oppositore alla ricerca di tematiche, proposte, soluzioni che lo differenzino da quello che il governo fa e che non lo distanzino troppo da quello che dice senza peli sulla lingua la sua concorrente interna Giorgia Meloni.

Ė un ruolo piuttosto complicato quello che Salvini deve necessariamente svolgere. Si vede anche che lo svolge con un po’ di tristezza mentre le intenzioni di voto degli italiani premiano Giorgia Meloni e non pochi parlamentari ambiziosi si riposizionano. Infatti, con la riduzione del numero dei parlamentari, soltanto Fratelli d’Italia potrà ricandidare tutti gli attuali e offrire posti a destra, ma certo non a manca. Allora praticamente di fronte ad ogni decisione del governo Draghi e dei suoi ministri, Salvini prende le distanze. Qualche volta vorrebbe di più: aperture dei locali fino ad almeno un’ora o due dopo il limite indicato dal Ministro della Sanità. Qualche volta vorrebbe di meno, ad esempio, che il green pass non fosse indispensabile per i locali pubblici. Poi, quando cambiano, perché peggiorano, i dati dei contagiati, quando crescono i rischi, Salvini si riposiziona sempre cercando di differenziarsi dal governo, ma non sempre riuscendo a nascondere che le sue posizioni sono fluttuanti mentre quelle di Giorgia Meloni sembrano più coerenti. In realtà, spesso i Fratelli d’Italia si fanno beffe dei dati e le sparano grosse anche in termini di libertà. Ma non è il Salvini equilibrista che può permettersi di criticare le preferenze e le scelte sempre perentoriamente annunciate da Meloni.

L’esito, almeno in questa non breve fase, è che la protesta di alcune categorie sociali, dei No Vax, dei “differenziatori” per principio, che, una volta poteva avere come sbocco sia la Lega sia il Movimento 5 Stelle, scivola quasi inesorabilmente nei ranghi accoglienti di Fratelli d’Italia. In parte Salvini dovrebbe essere grato a Letta che lo identifica come il “principale esponente dello schieramento avverso”, dandogli una (im)meritata patente e qualche visibilità. In parte, ha deciso silenziosamente di non concedere più nulla alla Meloni di opposizione: nessuna rappresentanza nel Consiglio d’Amministrazione della Rai, non la presidenza, per prassi, ma anche con più di una motivazione democratica, affidata all’opposizione, della Commissione parlamentare di Vigilanza. Quanto potrà durare il difficile equilibrismo di Salvini e quanto lo stia logorando lo si saprà meglio con il passare del tempo. Sicuro, invece, è che Fratelli d’Italia sta lentamente ridimensionando la Lega che, a sua volta, non sa più che pesci prendere, ovvero su quali tematiche circoscrivere il suo elettorato e cercare di conquistarne altro. Se uno degli effetti anticipati e auspicati del governo Draghi è quello di ristrutturare il sistema dei partiti, questi effetti stanno manifestandosi più platealmente, oltre che nel Movimento 5 Stelle, proprio nella Lega di Salvini.

Pubblicato il 21 luglio 2021 su Domani

L’effervescenza è finita. Se non si istituzionalizza, il M5s può disintegrarsi @DomaniGiornale

La qualità delle teorie degli studiosi si misura soprattutto sulla capacità di quelle teorie di illuminare tanto i fenomeni importanti quanto i fenomeni marginali, vale a dire di offrire spiegazioni comparate valide nel tempo e nello spazio. Lo statu nascenti delineato da Max Weber per i movimenti religiosi e i movimenti operai che hanno cambiato la storia del mondo non è molto dissimile da quello che ha dato vita al Movimento 5 Stelle: un disagio diffuso, una mobilitazione sotto forma di effervescenza collettiva, un primo sbocco. Per andare al sodo: dal Vaffa al notevole esito elettorale del 2013 il passo è stato breve, relativamente facile, non costruito. Dopodiché, ma specialmente, dopo la prima duplice esperienza di governo, era logico e giusto che non soltanto i weberiani si attendessero qualche sviluppo nel senso della istituzionalizzazione. Mantenere l’effervescenza a Palazzo Chigi non è semplice. Conquistare posizioni è utile, ma il passaggio decisivo consiste nello strutturare il movimento chiamando a raccolta tutti coloro che ne condividono gli obiettivi, stabilendo regole chiare e certe per stare insieme, trovare una leadership che non può più essere quella carismatica delle origini, insomma istituzionalizzarsi.

   Ė stato detto da molti, in maniera più o meno articolata e convincente, che l’istituzionalizzazione costituiva il passaggio critico, ineludibile. Difficile sapere quanto il fondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo abbia mai inteso mettere il suo carisma a disposizione dell’istituzionalizzazione. Di tanto in tanto sembrava volerlo fare, ma con grande riluttanza. Altrettanto difficile valutare quanta consapevolezza della necessità di strutturarsi fosse diffusa nel corpaccione degli attivisti che non si conoscono e dei parlamentari che si confrontano e spesso si sfidano. Da quando Giuseppe Conte ha interpretato il suo nuovo ruolo come quello di guidare il Movimento verso uno sbocco organizzativo solido e potenzialmente duraturo, sono venuti al pettine molti nodi, teorici e pratici. In particolare, in più occasioni è apparso che, da un lato, il padre fondatore del Movimento non era affatto convinto di doversi fare da parte; dall’altro, la leadership di Conte non gode(va) di sufficiente legittimità. Un conto è stato quello di fare il capo di due governi; un conto molto diverso è quello non tanto di guidare, ma di mettere insieme i molti cocci di quello che era uno schieramento votato da un italiano/a su tre ed è oggi indicato come preferito soltanto da un italiano/a su sei/sette.

   L’effervescenza è finita da tempo, la mobilitazione è scarsa, selettiva, spesso negativa, contro qualcosa non per qualcosa, il disagio si traduce in rassegnazione piuttosto che in attivismo. Le capacità di governo non sono la stessa cosa delle capacità politiche. Non tracimano. Conte si è illuso. Non ha tenuto conto di un dissenso in parte sordo in parte strisciante. Adesso, al fine di creare le opportunità della difficilissima istituzionalizzazione, è venuto il tempo di uccidere il padre, ma molti sono ancora, inevitabilmente e giustamente, i “figli” di Beppe che vorrebbero una soluzione non sanguinosa. Naturalmente, quando un rapporto politico si incrina e piega verso incomprensioni personali, rischia di diventare incomponibile, devastante. Tra insulti e scuse formali non fa capolino la politica, ma qualcosa che neanche i grandi clinici saprebbero curare. Cosicché il percorso effervescenza mobilitazione, primi successi, non giungendo all’istituzionalizzazione rischia, non sarebbe l’unico caso, la disintegrazione.

   Sbagliano i duri, gli ortodossi, il cui grado di purezza non sono in grado di apprezzare. L’esito non sarà un ritorno alle origini, ma il rivolo irrilevante di un mini movimento. Il consiglio weberiano sarebbe quasi sicuramente che dirigenti e parlamentari dovrebbero tentare di comporre e conciliare la nobile etica della convinzione con l’altrettanto nobile, ma spesso considerata inferiore, etica della responsabilità. Sembra, invece, che vi siano troppi cultori rigidi e esclusivi di ciascuna etica e che né Grillo né Conte siano in grado di trovare anzitutto fra loro la ricomposizione necessaria. Nulla dirò sulla non-etica della convenienza alla quale vedo cedimenti che non portano da nessuna parte. Non so se il governo Draghi ne risulterà indebolito, ma credo di no. Temo, invece, molto che una parte di società si sentirà priva di rappresentanza politica. Questo sarà un inconveniente grave.

Pubblicato il 27 giugno 2021 su Domani