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Un anno fra realtà e fanfare

Né Mussolini né Tony Blair, ma neppure De Gasperi, nessuna delle analogie usate per definire Matteo Renzi nel giorno in cui il suo governo ha compiuto un anno appare appropriata e illuminante. Sono fuori luogo anche le accuse rivoltegli in maniera polemica, spesso dettate da frustrazioni politiche, di essere “un uomo solo al comando”. Non forte come Mussolini, non brillante come Blair, non efficace come De Gasperi, Renzi non è affatto solo. Si è circondato di amici e collaboratori di vecchia data (il giglio più o meno magico) e può contare su un rapporto molto intenso sia con l’indispensabile sottosegretario Graziano Del Rio sia con il Ministro per le Riforme Istituzionali Maria Elena Boschi. Lui aggiungerebbe che lo sostengono milioni di elettori. Tuttavia, le sue regolarmente bellicose dichiarazioni servono a rafforzare la sua non granitica sicurezza poiché Renzi è consapevole di essere molto meno “al comando” di quello che desidererebbe. Per esempio, dall’Unione Europea gli hanno sempre fatto capire che, forse, qualche aggiustamento “europeo” sarà fattibile, ma che è opportuno che il capo del governo italiano i compiti a casa li faccia e li faccia con volenterosa applicazione.

In Europa, non soltanto Renzi non comanda, ma è meglio per (quasi) tutti gli italiani, che sono diventati un po’ troppo euroscettici, che obbedisca. In qualche misura, sapendo che il sistema italiano non è abbastanza efficiente e flessibile, Renzi cerca di ottemperare, ma, attenzione, tutti i dati macro-economici svelano che l’Italia non cresce abbastanza, anzi, quasi niente, e non cresce in fretta. Allora, l’uomo non solo e non al comando deve spostare l’attenzione da risultati finora non entusiasmanti a promesse ancora eclatanti, ma soprattutto va alla ricerca e alla demonizzazione dei colpevoli. Quanto più i presunti colpevoli gli sono vicini tanto meglio. Quindi, è la minoranza del Partito Democratico, la vecchia guardia non ancora rottamata, a offrirgli il destro, pardon, il bersaglio migliore e più facile. In altri tempi, l’accusa era (nell’espressione usata da Berlusconi) di “remare contro”. Adesso l’accusa oscilla dal gufare al rosicare, mentre Renzi, non diversamente da Berlusconi, ostenta ottimismo e lancia speranze.

Rimanendo nell’ambito di coloro che si muovono nell’ampia area di sinistra, gli altri responsabili, se le annunciate riforme non vanno abbastanza bene e non abbastanza in fretta, sono la CGIL e la FIOM. Colpito da improvvisa popolarità, conseguenza delle sue numerosissime prestazioni televisive, il segretario della FIOM Maurizio Landini è assurto al ruolo di bersaglio privilegiato di Renzi. La CGIL di Camusso è già stata liquidata, ovvero “disintermediata” che, nella neo-lingua renziana, significa non più da consultare. Non c’è bisogno di interloquire con il più grande sindacato italiano. Invece, è opportuno mettere nell’angolo Landini in previsione di un suo ingresso in politica (fin troppi sindacalisti sono già nelle file dei parlamentari del PD), magari alla guida di una lista Syriza all’italiana.

Nessuna di queste battaglie mediatiche è davvero necessaria a governare meglio (e di più) il paese e il suo sistema socio-economico, ma con la complicità di non pochi operatori dei massa media ogni battaglia serve a sviare l’attenzione. In occasione dell’anniversario è meglio non guardare alle riforme iniziate con grande fanfara, ma ancora non completate, ed è consigliabile non valutare approfonditamente contenuti e qualità delle riforme delle provincie, della legge elettorale e del Senato. In maniera beffarda, non da solo, ma sostenuto “senza se e senza ma” dai suoi due vicesegretari e dai suoi più stretti ministri, il capo del governo attacca un po’ tutti da posizioni di forza. Renzi dà l’impressione di essere effettivamente al comando, ma gli effetti positivi del suo comando sul sistema socio-economico tardano a vedersi. Quel che soprattutto manca è la costruzione di un consenso ampio e convinto, segno distintivo dell’azione politica degli statisti. L’Italia di Renzi non corre nessun rischio di derive autoritarie. Galleggia e le poche riforme finora completate sono servite in pratica a far sì che non vada a fondo.

 

Pubblicato AGL  25 febbraio 2015

Perchè il primo ostacolo del Presidente Mattarella sarà l’Italicum

FQ

 

Alla fine, Renzi e Berlusconi hanno avuto gran parte di quello che volevano dalla riforma elettorale, ovvero si sono messi d’accordo su quello che era davvero importante per loro. La ministra Boschi, che raramente sa di cosa parla e che, dunque, non per caso è spesso lodata dal noto saggio di Lorenzago, Roberto Calderoli, ha affermato che con questa legge non ci saranno più “inciuci” (a malincuore uso la loro mediocre e riprovevole terminologia). Scampato il pericolo di un maxinciucio presidenziale, ci prepariamo a verificare a futura memoria. Al momento, è possibile dire che, primo, l’Italicum ha solo qualche somiglianza con il testo inizialmente introdotto in Parlamento. Dunque, il Parlamento ha svolto un compito, nella misura del possibile, di effettivo miglioramento. Secondo, l’Italicum continua a essere una brutta legge.

 
La legge elettorale Renzi-Boschi

 
Per adesso accontentiamoci di sapere che, primo, la legge elettorale dei miracoli Renzi-Boschi produrrà un vincitore la sera stessa delle elezioni. Poverini i tedeschi, gli inglesi, i francesi e persino i greci i cui rispettivi, molto diversi, sistemi elettorali producono vincitori soltanto alle calende greche. O no? Tuttavia, se ci sarà, come probabile, un ballottaggio fra le due liste più votate, nessuna delle quali abbia superato il 40 per cento, per conoscere il vincitore, gli italiani dovranno dolorosamente aspettare un paio di settimane. Secondo, la legge elettorale dei miracoli garantirà la governabilità che, evidentemente, Renzi, Boschi, Del Rio e Madia sono consapevoli di non riuscire a garantire in questa legislatura. O no? Soprattutto la legge elettorale dei miracoli, terzo, porrà fine agli inciuci anche se essa stessa è finora il più visibile prodotto dell’inciucio Renzi- Berlusconi, e degli inciucini in Commissione Finocchiaro-Calderoli. Qualcuno, poi, non i loro giuristi di riferimento, spiegherà a Renzi et al. che gli inciuci non riguardano la formazione delle coalizioni di governo (minima vincente, come si dice nel lessico politologico, la coalizione fatta da Tsipras, ma bella e limpida proprio no), ma il fare e approvare insieme brutte politiche pubbliche e istituzionali di cui, per l’appunto, la legge elettorale costituisce un esempio clamoroso. Del Senato parleremo un’altra volta.

 
Perchè l’Italicum non è una buona legge

 
Questo Italicum, che piace anche ad alcuni politologi pragmatici e calabrache, i quali sostengono addirittura che è simile alle loro proposte del gennaio 2014, mentre in realtà è parecchio diversa, ma non importa, è persino migliorato. Continua a non essere una buona legge per almeno quattro motivi e mezzo. Primo, circa il 70 per cento dei parlamentari saranno comunque nominati dai capipartito e capicorrente, quindi obbedienti e ossequienti nei confronti dei loro severi e burberi nominatori, mandando a benedire l’assenza del vincolo di mandato. Inoltre, che il capolista in un collegio sia il rappresentante di quel collegio è tutto da vedere, soprattutto se sarà, e accadrà spesso, un/a paracadutato/a. Chi sa che cosa penseranno i candidati che si faranno un mazzo tanto sul territorio per ottenere le preferenze e che, se eletti, verranno trattati, neanche come figli, ma come nipoti di un dio minore. Secondo, le candidature multiple, fino alla possibilità di essere presenti, sicuramente come capilista, in dieci collegi, rimangono un intollerabile obbrobrio, un unicum dell’Italicum.
Questi, però, sono i due punti sui quali Renzi e Berlusconi, interessati a esercitare un ferreo controllo sui loro parlamentari, si sono trovati d’accordo. Attendiamo anche di conoscere quella che è più di un’opinione del Presidente Mattarella, padre del Mattarellum e devastatore del Porcellum. Terzo, anche se il premio di maggioranza dovrà essere assegnato con il ballottaggio, esiste il rischio che sia vinto da una lista che al primo turno abbia ottenuto poco più del 25 per cento dei voti. I giudici costituzionali, immagino Mattarella compreso, potrebbero obiettare che la loro sentenza aveva detto molto di diverso, chiedendo una soglia decente. Quarto, con la scelta della lista e non della coalizione come aspiranti al premio di maggioranza sia Renzi che Berlusconi hanno mandato un messaggio chiaro ai cespugli di sinistra e di destra: entrate subito con noi, altrimenti vittoriosi o no vi terremo lontani dal governo e dalle cariche che spettano all’opposizione. I grillini dissenzienti l’hanno capita e si sono avvicinati al Nazareno. Li seguiremo fino alla loro eventuale probabile ricandidatura nel generoso Partito della Nazione.
Infine, c’è un ultimo punto discutibile, forse grave, ma non riprovevole, anzi, che potrebbe diventare divertentissimo. Con gli attuali rapporti di forza, il ballottaggio potrebbe anche avere luogo fra il Pd e il Movimento Cinque Stelle consegnandoci per sempre al laboratorio del Dr. Jekyll che ha già avuto modo di vedere la sua creatura all’opera a Parma e a Livorno (città modello per la trasposizione del “sindaco d’Italia). Non ci resta che augurare la vittoria allo schieramento che avrà candidato, s’intende, non come capilista, il maggior numero di gufi saggi (e residenti nei loro collegi). Ce ne sono. Ne conosco almeno uno.

Pubblicato il 3 febbraio 2015