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Democrazia in salsa ellenica

Che la democrazia sia nata in Grecia duemilacinquecento e più anni fa non significa che, da allora, i greci l’abbiano praticata spesso, in maniera coerente ed efficace. Al contrario, prima della Seconda Guerra Mondiale i greci ebbero una fase di autoritarismo personalista (Ioannis Metaxas). In seguito, all’instabile democrazia post-guerra subentrò, dal 1967 al 1974, la dittatura dei colonnelli. Quindi, in sostanza, in Grecia ci sono stati finora soltanto quarant’anni di democrazia rappresentativa. Eletto con poco più del 35 per cento dei voti, da solo Tsipras, pure avendo ottenuto un buon premio di maggioranza, non avrebbe potuto formare un governo. Dovendo scegliere fra un piccolo partito europeista e un piccolo partito di destra ostile all’Unione Europea, i Greci Indipendenti, ha preferito i secondi. Per vincere aveva fatto una campagna elettorale demagogica (termine greco molto appropriato), anti-Troika, piena di promesse che sapeva di non essere in grado di mantenere. Adesso, con l’annuncio che chiederà un referendum scarica il barile sulle spalle dei cittadini greci, del 35 per cento che ha votato la sua lista e del 65 per cento che ha scelto altri partiti e che, adesso, viene chiamato a dire “sì” o “no”.

Quale domanda gli elettori troveranno sulla scheda? “Volete stare nell’Euro o no?” spera Evangelos Venizelos, leader del PASOK, uno dei partiti di un’opposizione democratica debole e divisa. Oppure, come sembra essere nelle intenzioni di Tsipras, la domanda sarà: “volete accettare o respingere le proposte dei creditori che altro non sono che un ultimatum alla democrazia greca?”, magari inserendo anche un qualche riferimento alla dignità nazionale. L’astuto Tsipras ha già creato, e in Italia sono molti che ci sono cascati, una contrapposizione artificiosa fra “democrazia greca contro tecnocrazia europea”. E’ una contrapposizione inaccettabile poiché le proposte dei “creditori” non vengono soltanto dal Fondo Monetario Internazionale, ma anche dalla Banca Centrale Europea che ha fatto di tutto per aiutare le banche greche, dalla Commissione Europea e dal Consiglio Europeo.

Composto da capi di governo sicuramente “democratici” poiché godono della fiducia dei rispettivi Parlamenti, il Consiglio Europeo non può certo essere definito un organismo di tecnocrati. Quanto alla Commissione, ciascuno dei suoi componenti è stato nominato dai governi degli Stati-membri (anche da quello greco) ed ha superato l’esame, spesso difficile, del Parlamento europeo, a sua volta organismo democratico in quanto elettivo. Sicuramente, l’Unione Europea potrebbe accrescere la democraticità e la trasparenza dei suoi processi decisionali e ridurre il potere delle sue burocrazie. Altrettanto sicuramente, l’UE non è una costruzione tecnocratica.

Sostenitori e critici di Tsipras hanno richiamato il caso del referendum che l’allora Primo ministro greco George Papandreou, leader del PASOK, avrebbe voluto tenere nel novembre 2011. Ne fu malauguratamente dissuaso dall’opposizione soprattutto dei tedeschi che temevano che il voto dei greci avrebbe portato la Grecia fuori dall’Euro. Quello, sì, fu un errore, anzi, un misfatto contro la stessa idea di democrazia nazionale. Allora, Papandreou avrebbe fatto campagna per restare nell’Unione, informando i suoi concittadini dei pro e dei contro, dei vantaggi e degli inconvenienti. Oggi, in una situazione persino peggiorata, Tsipras non ha indetto un referendum che contempli una campagna elettorale nella quale gli oppositori abbiano il tempo di argomentare le alternative. Infatti, ha anche subito detto che la sua posizione è contraria all’accettazione delle proposte che vengono dall’UE. Dunque, Tsipras vuole un plebiscito di “no” che lo rafforzi nei confronti della Commissione e del Consiglio Europeo. Tecnicamente, i plebisciti non sono strumenti democratici. Il referendum di Tsipras è un cavallo di Troia privo di doni. Pericle gli ricorderebbe che la democrazia, anche quella diretta, richiede dibattito, confronto, processi deliberativi. Tsipras sta tirando la Grecia fuori dell’UE e ridimensionandone la sua stessa democrazia.

Pubblicato AGL 30 giugno 2015

L’illusione dei cespugli italiani

I cespugli della variegata sinistra italiana sono in fibrillazione, in un brodo di giuggiole per la vittoria elettorale della lista di Alexis Tsipras in Grecia. Cespugli e frammenti del Partito Democratico si sono già dimenticati che alle elezioni europee di maggio la Lista Tsipras in Italia superò di un pelo la soglia del 4 per cento. Dimenticano anche che un po’ tutti loro, i potenziali contraenti di una lista simile, hanno alle spalle, non l’attività sul territorio che ha premiato Syriza, ma una storia non luminosa di sconfitte elettorali, di ambizioni malposte, di gelosie politiche e di liste personalistiche. Dimenticano, non da ultimo, che, da un lato, il sistema partitico greco è in quasi totale disintegrazione, soprattutto dopo il crollo del PASOK, e dall’altro, che la cura della Troika ha reso difficilissima la vita quotidiana dei greci.

In sostanza, il voto a favore di Syriza è stato in special modo un comprensibilissimo voto contro la Troika e le sue rigidissime, malevole e, finora, inefficaci ricette. Lo ha confermato fulmineamente Tsipras stesso accettando di formare la coalizione di governo con una piccola lista di destra, i Greci Indipendenti, un po’ come se in Italia una parte della sinistra anti-europeista si alleasse con Fratelli d’Italia guidata dalla simpatica Giorgia Meloni. D’altronde, non va dimenticato che alleanze di questo tipo, un tempo innaturali, si sono già sperimentate nel Parlamento Europeo fra il Movimento Cinque Stelle e il partito inglese, non solo anti-europeista, ma anche xenofobo e un po’ razzista, guidato da Nigel Farage. Insomma, le sinistre anti-europeiste hanno sdoganato le destre anti-europeiste. Non si vede a questo punto che cosa ci sia da celebrare e che cosa ci sia da imitare.

Nel contesto italiano, i cespugli di sinistra ne hanno fatte di tutti i colori, appropriatamente presentando persino una lista Arcobaleno. E’ da parecchio tempo che non elaborano idee e neppure s’impegnano sul territorio. Piuttosto preferiscono più prosaicamente, come ha fatto SEL e come aveva tentato il pubblico ministero Antonio Ingroia con la sua lista Rivoluzione Civile, andare ad accordi con il Partito Democratico in cambio di seggi e cariche. Grazie al sistema elettorale proporzionale, Tsipras non aveva bisogno di cercare accordi con nessuno dei (vecchi) partiti di sinistra. Poi, anche se il sistema elettorale un consistente premio in seggi glielo ha dato, ma insufficiente, ha dovuto trovarsi un alleato. Che quell’alleato sia di destra (le “piccole intese”) non dovrebbe essere un segnale promettente per chi desidera ristrutturare la sinistra, in Italia e in Europa. Forse, ma è tutto da vedere, il governo Tsipras riuscirà ad ottenere un po’ di flessibilità nei tempi e nei modi del pagamento dei debiti greci, ma la sfida dovrà vincerla sul terreno del miglioramento della vita quotidiana dei greci e delle loro prospettive future.

Per quanto l’austerità sia costosa e dolorosa, continuerebbe a essere indispensabile anche qualora la Grecia decidesse di sganciarsi dall’Euro e scivolasse fuori dall’Unione Europea. Dal canto suo, la sinistra dei cespugli italiani trova un antagonista forte se intende proporre l’abbandono dell’Euro: le Cinque Stelle anche se la loro luce è diventata piuttosto fioca. Quanto a proporre l’uscita dall’Unione Europea, non esiste nessuno Tsipras italiano in grado di tenere insieme le variegate realtà che si agitano a sinistra. Oggi come oggi, il nemico principale della sinistra italiana grecizzante è il Partito Democratico. Seppur non impeccabile, la guida di Renzi non sembra lasciare ampio spazio sulla sua sinistra, quand’anche la minoranza decidesse per una (sciagurata) scissione. Meglio lasciare i greci con i loro problemi e, se le troveranno, con le loro soluzioni. Meglio cercare di imitare i paesi virtuosi che nell’Unione Europea non sono rappresentati soltanto dalla Germania. Hic Bruxelles hic salta.

Pubblicato AGL il 27 gennaio 2015