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Così Matteo impone i suoi temi
Con energia e determinazione, conquistato il Ministero degli Interni e godendo di un grande potere d’interdizione sulle scelte del governo giallo-verde, Matteo Salvini sta giocando più partite e lo sa. Anzitutto, dimostrandosi coerente con il programma elettorale della Lega in gran parte rifuso nel Contratto di Programma affronta spavaldamente il problema dei migranti. L’odissea dell’Aquarius, alla quale è stato impedito l’attracco ai porti italiani, ha già avuto una pluralità di effetti forse in parte imprevisti, ma sicuramente graditi al Ministro degli Interni-capo della Lega. Le critiche francesi espresse con parole fuori misura hanno toccato l’orgoglio nazionale degli italiani. Solidarietà all’azione di Salvini è venuta anche dai governi di quei paesi, come l’Ungheria e l’Austria, che hanno rifiutato qualsiasi politica di redistribuzione dei migranti, vale a dire, proprio quello che Salvini non solo vorrebbe, ma di cui ha bisogno come segno tangibile del mutamento delle politiche degli Stati-membri dell’Unione. Insomma, se, in materia di immigrazione, Salvini fa il sovranista, vale a dire, decide in base a quelli che ritiene essere gli interessi nazionali, deve per forza accettare anche le decisioni di coloro che agiscono già da tempo con riferimento ai loro interessi nazionali, in primis, il gruppo Visegrad (Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia). Non sarà certamente confidando in questi Stati che Salvini riuscirà ad ottenere politiche di apertura controllata ai migranti e di loro redistribuzione sul territorio dell’Unione Europea. Al momento, tuttavia, quello che più conta per Salvini è, da un lato, avere alzato la voce ottenendo che almeno una nave abbia dovuto cercare un altro paese per l’attracco. Non dirò nulla sulle sofferenze di quei migranti poiché la replica, non soltanto di Salvini e dei suoi estimatori-sostenitori, sarebbe che “se le sono cercate”. Dall’altro, leggendo i sondaggi apparsi in questi giorni, risulta molto chiaro che la maggioranza dell’opinione pubblica italiana sta a sostegno di quanto detto e fatto da Salvini. Si potrebbe legittimamente sostenere che Salvini ha avuto l’intelligenza politica di interpretare quell’opinione pubblica come l’ha capita frequentandola un po’ ovunque in campagna elettorale e come gli viene costantemente comunicata dalle antenne della Lega solidamente piantata in tutte le zone del Nord e in parte del centro. È possibile anche un’altra interpretazione. Salvini dimostra di sapere plasmare e guidare una parte ampia di opinione pubblica da tempo molto preoccupata e intimorita dall’epocale e intenso fenomeno migratorio in atto. A questa opinione pubblica poco importa che i dati dicano che, da un lato, il fenomeno è meno grave di un anno fa e che, dall’altro, l’Italia ha bisogno di migranti adesso e in prospettiva, per porre rimedio al crollo del tasso di natalità fra gli italiani. Le percezioni non sono soggette a cambiamenti sventolando statistiche e/o suggerendo comportamenti virtuosi di accoglienza e solidarietà. Salvini si è impadronito di una tematica e la sua “narrazione” non può venire messa in discussione e contrastata solo rimproverandogli razzismo e xenofobia. I risultati elettorali dicono con grande chiarezza che la narrazione del PD, il cui ministro degli Interni, Marco Minniti, aveva pure proceduto a qualche misura di successo, non ha risuonato nelle menti (tralascio i cuori) degli elettori. Adesso, i sondaggi dicono che a sua volta il Movimento Cinque Stelle non ha nulla da contrapporre a Salvini; anzi, gli è subalterno in questa e, forse, già anche in qualche altra materia (tassazione e condoni). Crescono i consensi per Salvini oggi accreditato di quasi dieci punti in più rispetto ai voti ottenuti a marzo. Il capo politico del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio si preoccuperà per la sua parte. Altri, forse, dovrebbero chiedersi se vogliono che l’effettivo governante dell’Italia (di Conte poco si sa) sia Matteo Salvini.
Pubblicato AGL 18 giugno 2018
L’opposizione e suoi doveri
Per chi ha passato la maggior parte della sua vita parlamentare al governo del paese ovvero sostenendo il governo del suo partito, collocarsi all’opposizione è uno scivolamento doloroso. Purtroppo, sembra che i novanta giorni trascorsi dal 4 marzo non sono stati sufficienti a elaborare il lutto. Berlusconi non sarà un’opposizione molto agguerrita contro quello che definisce un governo pauperista e giustizialista. Non potrà tagliare i ponti con Salvini anche perché soltanto mantenendo le coalizioni nelle città e nelle regioni nelle quali la Lega governa con Forza Italia gli è possibile sperare in un futuro migliore. Quindi, assisteremo a qualche dichiarazione più o meno dura, ma a nessun atto concreto di rottura che non sarebbe apprezzato e neppure condiviso dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che già si sono detti disponibili alla prosecuzione di un buon rapporto con Salvini. Di conseguenza, l’onere dell’opposizione cadrà tutto sul Partito Democratico grande sconfitto, fin dall’inizio autocollocatosi sdegnosamente in un angolino. In maniera del tutto rivelatrice, l’ex-ministro PD Graziano Delrio ha già annunciato che il suo partito starà in trincea. Credo che, se proprio bisogna ricorrere a termini militari, sarebbe molto più opportuno che il PD si preparasse a una controffensiva, andando all’attacco.
Infatti, c’è molto da attaccare nelle proposte politiche di Lega e Cinque Stelle, più o meno vagamente recepite nel Contratto di Governo (per il Cambiamento come aggiunge ossessivamente Di Maio). Una buona opposizione ha il compito, anzitutto, di non cadere nella trappola della demonizzazione, nella quale si stanno avviluppando gli operatori dei media. Il governo Lega-Cinque Stelle non è il governo più a destra mai avuto dall’Italia. I governi guidati da Berlusconi 2001-2006 e 2008-2011 sono stati governi nei quali le posizioni e le politiche di destra furono effettivamente dominanti. Più corretto affermare e documentare, soffermandosi appena su inesperienza e incompetenza, che il governo Conte-Di Maio-Salvini è un governo segnato dall’ambiguità e dalla contraddittorietà su molte tematiche. In attesa del discorso d’insediamento del Presidente del Consiglio Conte, la graduatoria delle tematiche discende dalle prime esternazioni di Salvini e, in subordine, Di Maio. “Finita la pacchia”, nella pittoresca espressione del Ministro degli Interni Matteo Salvini, si preannunciano tempi duri per gli immigrati irregolari. L’opposizione ha il dovere di criticare non tanto la durezza delle frasi di Salvini, ma la vaghezza delle sue proposte mettendo l’enfasi sul loro costo e sulla loro probabile impraticabilità. Meglio ancora se l’opposizione fa rilevare che qualsiasi successo si voglia conseguire dipenderà dalla coordinazione e dal sostegno dell’Unione Europea. Ne deriva un’implicita, ma non meno incisiva, critica del sovranismo salviniano: da sola, l’Italia non è in grado di giungere a nessuna soluzione del “problema migranti”. Di Maio si è messo all’opera non soltanto per dare il reddito di cittadinanza, ma anche per le pensioni di cittadinanza. Non basteranno, ovviamente, i soldi eventualmente recuperati da un ricalcolo, pomposamente definito eliminazione, dei vitalizi degli ex-parlamentari. Questo è il terreno sul quale un’opposizione adeguatamente attrezzata dovrebbe dare e ripetere i numeri, evidenziando che i costi sono intollerabili per il bilancio dello Stato per di più se la legge Fornero venisse deformata. I recenti efficaci dati dell’INPS rivelano da quanto tempo qualche centinaio di migliaia di italiani ha goduto di privilegi almeno in parte responsabili delle diseguaglianze che è giusto criticare con l’obiettivo di rimediarle. Sul punto, l’opposizione ha il dovere, che definirei morale ancora prima che politico, di spiegare che la flat tax, anche in due scaglioni, è, prima di tutto anticostituzionale poiché la Costituzione sancisce la progressività delle tasse, in secondo luogo produttiva di ulteriori diseguaglianze a favore dei più abbienti. Grande è lo spazio di un’opposizione sulle cose e propositiva.
Pubblicato AGL il 5 giugno 2018
Un’inammissibile offensiva oltre la carta
Punti fermi.
Primo, il Presidente della Repubblica, com’è nei suoi poteri (art. 92) ha respinto il nome di un ministro e ha suggerito il nome del sostituto, dirigente e parlamentare della Lega.
Secondo, il Presidente del consiglio incaricato, Giuseppe Conte, dimostrandosi mero esecutore di, nell’ordine, Salvini e Di Maio, ha rimesso il suo incarico.
Terzo, scavalcato da Salvini, fallito l’obiettivo Presidenza del Consiglio, con il fiato sul collo di coloro che si apprestano a defenestrarlo, forse addirittura prendendo consapevolezza dei suoi molti errori e di un futuro incerto, Di Maio ha rilanciato. Chiede quella che lui chiama “la parlamentarizzazione della crisi” riferendosi all’art. 90 della Costituzione. In verità, quell’articolo regolamenta quello che Di Maio vorrebbe, vale a dire la messa “in stato d’accusa” del Presidente della Repubblica in due fattispecie: alto tradimento e attentato alla Costituzione..
Quarto, il Presidente della Repubblica ha immediatamente proceduto, come aveva pre-annunciato nel corso dei negoziati e come gli consente il citato art. 92 della Costituzione, al conferimento di un nuovo incarico a Carlo Cottarelli, già Commissario alla spending review, poi licenziato dal Primo ministro Renzi. Qualora, come appare probabile, Cottarelli non ottenesse la fiducia dal Parlamento si terranno nuove elezioni alla fine dell’estate. Altrimenti, il governo durerà fino all’approvazione del bilancio.
Quinto, il Presidente della Repubblica ha operato in quanto rappresentante dell’unità nazionale che deve fare osservare i Trattati sottoscritti dall’Italia, fra i quali quelli che regolano l’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea e tutti gli obblighi che ne conseguono.
Sesto, consapevolmente, ripetutamente, democraticamente, ossia con votazioni parlamentari, rispettando l’art. 11 della Costituzione, l’Italia ha acconsentito e proceduto a “limitazioni di sovranità” per entrare a far parte dell’Unione Europea. Non ha perduto, ma ceduto parte della sovranità nazionale a favore di un’organizzazione nella quale si esprime in maniera più efficace la sovranità degli Stati-membri.
Settimo, nel mondo globalizzato, i “mercati” e gli operatori economici, di tutti i tipi, banche e agenzie di rating comprese, posseggono anche misure variabili di potere politico che può essere contrastato da governi nazionali legittimati, stabili, efficienti, affidabili. Comprensibilmente, la speculazione si dirige contro governi instabili, inefficienti, inaffidabili. Oggi più di ieri, l’Italia si trova in questa situazione.
Ottavo, la causa di fondo della situazione attuale è data dall’incapacità flagrante del Movimento Cinque Stelle e della Lega di individuare un capo del governo di sicura autorevolezza, competenza, credibilità internazionale. A un ragionevole compromesso con il Presidente della Repubblica Mattarella, per il quale, nel passato, l’on. Di Maio non aveva risparmiato parole d’elogio, i due partner, ma soprattutto Salvini, hanno preferito cercare di dimostrare di avere superiore potere politico e di essere in grado di imporlo al Presidente, senza riguardo alcuno per le sue prerogative costituzionali.
Nono, Mattarella ha esercitato il suo potere costituzionale di bloccare questo tentativo per ribadire il ruolo di equilibrio e di garanzia della Presidenza come istituzione, adesso e nel futuro.
Decimo, le modalità d’azione e di reazione di Salvini e di Di Maio rivelano in maniera lampante la loro incomprimibile predisposizione populista. La sovranità che il popolo possiede e esercita con il suo voto deve rimanere, secondo comma dell’art. 1, “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Salvini e Di Maio, assecondando l’eversiva richiesta di Giorgia Meloni, stanno pericolosamente trasformando quella che era una pur grave crisi politica, la difficile formazione del governo, in una potenzialmente esiziale crisi istituzionale, una maggioranza parlamentare che travolge la Presidenza della Repubblica. Questo è inammissibile.
Pubblicato AGL il 29 maggio 2018
Tutti i limiti dell’avvocato Presidente
Prendi un professore, come almeno cento (stima prudente) altri in Italia, totalmente privo di esperienze e di competenze politiche, miracolato, che gonfia i titoli, ma non può gonfiare i muscoli, e affidagli la più alta carica di governo. Subito dimostrando di non sapere dove è arrivato e per fare che cosa, lui dichiara che sarà “l’avvocato degli italiani”. Però, dal (l’eventuale) Presidente del Consiglio gli italiani vorrebbero avere una guida che indica la strada, il mezzo di trasporto, la velocità e il traguardo. All’opposizione, in particolare al Partito Democratico, se e quando si sveglierà dal suo torpore, tocca il ruolo dell’avvocato: difendere con arringhe vigorose fondate sui fatti e sui misfatti gli italiani dalle politiche che si annunciano molto pericolose di cui Conte sarà, se ci riesce, mero esecutore. Tra il Contratto di Programma del Governo di Cambiamento (tutte maiuscole del retorico e enfatico Di Maio) e le politiche concrete che i ministri di Conte dovranno attuare si colloca cortesemente arcigno il Presidente della Repubblica Mattarella. La Costituzione consente che sia il Presidente del Consiglio a proporre i ministri. Conte si limiterà, non è uno scandalo, ma la presa d’atto della sua limitata, probabilmente inesistente autonomia, a consegnare a Mattarella la lista dei proposti. Al Presidente della Repubblica spetta la nomina e, di conseguenza, anche la facoltà di non nominare. Mattarella preferirebbe evitare lo scontro, ufficialmente con il Presidente del Consiglio, ma in pratica con i capi dei due partiti che si sono coalizzati. Almeno in tre importanti momenti Mattarella ha detto chiaro e forte che l’Italia deve rimanere nell’Unione Europea e svolgere un ruolo attivo. L’eventuale nomina dell’ottantunenne Paolo Savona, nemico aperto e giurato dell’Euro, al Ministero dell’Economia non è ovviamente il segnale che il Presidente della Repubblica desidera e si aspetta. Sembra che neppure i mercati e la Commissione Europea gradiscano lo scivolamento (o scivolone) dell’Italia fuori dagli impegni assunti nell’Unione Europea.
Quel ministro, sostengono all’unisono i due partner, attuerà la loro politica europea come scritta nel Contratto di Programma. Non sembra che sia proprio così poiché il Contratto ha toni, modi e linee molto meno bellicose di quanto Paolo Savona ha ripetutamente espresso anche nel suo libro più recente. Verrà il Ministero dell’Economia privato di alcuni poteri affidandoli, ad esempio, all’europeista Enzo Moavero Milanesi, uomo esperto e competente, già ministro proprio degli Affari Europei? Quale sarà il ruolo del Ministro degli Affari Esteri, forse l’ambasciatore Salzano, scelto da Di Maio fra i suoi conoscenti? Si preparano non pochi scontri e conflitti derivanti da differenze d’opinione tutt’altro che marginali su quella che, tutti dovrebbero averlo imparato, è una delle tematiche più importanti, se non la più importante, politicamente, economicamente e socialmente: se e come stare nell’Unione Europea. Poiché è noto che Salvini è un “sovranista” duro e conseguente (“L’Italia agli italiani”), mentre Di Maio sembrava essersi trasformato in un europeista blando, forse opportunista, se Savona diventerà ministro, nessuna acrobazia del capo politico delle Cinque Stelle potrà cancellare il suo cedimento.
Fermo restando che Salvini e Di Maio, nell’ordine, hanno il potere di indicare e Mattarella ha quello di decidere, due elementi appaiono fin da subito preoccupanti. Il primo è l’evidente emarginazione del Presidente del Consiglio incaricato poiché Giuseppe Conte non ha deciso, ma ha preso tempo, per i suoi committenti. Il secondo elemento preoccupante è che, nell’incertezza, sale di parecchio lo spread fra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani e quindi crescono gli interessi sul debito pubblico. L’Italia sta già pagando il conto del probabile governo Conte e delle sue contraddizioni. Buon fine settimana.
Pubblicato AGL 26 maggio 2018
Regole poco conosciute
Fuori i nomi o il nome? Già questa era una scelta difficile. Sottoporre al Presidente della Repubblica un solo candidato sul quale Di Maio e Salvini avessero fatto convergenza (forse anche conversione capovolgendo alcuni dei criteri sostenuti in campagna elettorale) oppure offrirgli una rosa di nomi altamente qualificati consentendogli di esercitare al meglio il potere costituzionale di nomina del Presidente del Consiglio? Non si erano vantati, Di Maio più di Salvini, di avere, conoscere, potere fare affidamento su persone di alto livello per entrare in quella che Di Maio chiama Terza Repubblica (Salvini preferisce non dare i numeri)?
Più del nome, Giuseppe Conte, naturalmente, contano la biografia personale ed eventualmente politica, le esperienze, i successi e, il Presidente della Repubblica lo aveva variamente sottolineato, la sua conoscenza dell’Europa. Dopo tutta la lunga e profondamente sbagliata polemica contro i governi non eletti dal popolo -nelle democrazie parlamentari, i popoli, vale a dire, meno pomposamente, gli elettori, eleggono un Parlamento dal quale emergerà un governo. La legittimità di quel governo si fonda nel rapporto di fiducia che riesce a stabilire e a mantenere con il suo Parlamento, qualche volta, quando necessario, espressa con un voto. Fatto un governo politico, Cinque Stelle e Lega si sono contrastati a vicenda, invece di chiedere/accettare che, con assoluto rispetto delle regole non scritte delle democrazie parlamentari, Di Maio diventasse Presidente del Consiglio e Salvini Vice-Presidente, magari con anche un incarico ministeriale. Invece, contraddicendosi anche su un punto rilevantissimo, hanno voluto che il loro governo politico sia affidato e guidato da un non-politico, un non-parlamentare, qualcuno che non ha mai, ma proprio mai, superato un qualsiasi test elettorale, un professore come nelle Università italiane ce ne sono almeno cento e più. La motivazione è che sono loro, Di Maio e Salvini, che vogliono dettare la linea al governo e ai ministri.
Non è chiaro quanta voce in capitolo avrà il Presidente del Consiglio che hanno scelto. Avremo qualche anticipazione quando quel Presidente del Consiglio godrà della prerogativa costituzionalmente sancita di “proporre” al Presidente della Repubblica i nomi dei ministri. Molte anticipazioni dicono che quei nomi non saranno farina del suo sacco. Gli verranno suggeriti per non dire, più brutalmente, imposti da Di Maio e da Salvini. Lui, Conte, sarà nel migliore dei casi il latore di quei nomi al Presidente della Repubblica al quale, se obiettasse con argomenti, sembra improbabile che il Presidente del Consiglio saprebbe replicare e contro argomentare.
Quanto alle politiche pubbliche che discenderanno dal “Contratto di Governo”, al Presidente del Consiglio è già stato fatto sapere in tutte le salse che dovrà limitarsi a esserne l’esecutore. Non sappiamo quanto è stato coinvolto nell’elaborazione di quelle politiche ed è più che lecito chiedere quanto le conosce e le condivide. In nessuna democrazia parlamentare il capo del governo è mai stato un semplice esecutore di politiche elaborate “a sua insaputa”. In maniera più o meno intensa è sempre, regolarmente stato coinvolto nella formulazione del programma del “suo” governo. Senza disconoscere il ruolo e il peso dei partiti che l’hanno prescelto e quindi la permanente necessità di collaborare con quei partiti, i loro capi e i “loro” ministri, nessun capo di governo è mai stato programmaticamente incaricato della mera esecuzione di qualcosa deciso altrove senza sua consultazione. Insomma, Di Maio e Salvini stanno certamente innovando, ma è più che lecito ritenere che lo facciano senza sufficiente conoscenza delle regole e dei meccanismi che consentono il buon funzionamento delle democrazie parlamentari. Più precisamente, se imporranno al loro prescelto per Palazzo Chigi tutto e solo il programma preconfezionato incideranno molto negativamente sull’autonomia del capo del governo e sull’esercizio flessibile dei suoi poteri, costituzionali e politici. Tempi duri si preannunciano (anche per Giuseppe Conte).
Pubblicato AGL il 22 maggio 2018
Un politico che rinunci ai suoi poteri
Le idee camminano sulle gambe degli uomini” sosteneva memorabilmente quel gran maschilista di Mao Tse-tung. A giudicare dalla loro spasmodica attesa del nome del capo del prossimo governo, i notisti politici italiani a distanza di decenni gli stanno credendo quasi fino in fondo. Invece, no, replicano, qualche volta in maniera contraddittoria, alcuni pochi commentatori. Chiunque verrà scelto da Di Maio e Salvini come Presidente del Consiglio non sarà in grado di fare camminare le sue idee, ma dovrà veicolare le idee dei due capi politici tradotte nel Contratto di Governo. In verità, non è interamente così. Lo è, nel migliore dei casi, solo parzialmente. Primo, forse non saranno Di Maio e Salvini a scegliere il capo del loro governo. Che abbiano già ricevuto qualche monito dal Presidente della Repubblica, ad esempio, sull’inaccettabilità di alcune candidature, è possibile, persino probabile. Che qualcuno abbia ricordato loro che, secondo la Costituzione italiana, è il Presidente della Repubblica che nomina il Presidente del Consiglio, è auspicabile. Che farebbero meglio a sottoporre una rosa di nomi sarebbe opportuno. Qualche pratica della cosiddetta Prima Repubblica, che non soltanto i democristiani seguivano con perizia, risulterebbe piuttosto utile ai neofiti di quella che, molto impropriamente, Di Maio, per attribuirsi il merito di esserne il fondatore, continua a definire Terza Repubblica. Incidentalmente, di Terza Repubblica (1871-1940) ne abbiamo vista una, quella francese, caratterizzata da non poco trasformismo gallico, che giunse del tutto impreparata alla Seconda Guerra Mondiale.
Vicendevolmente bloccatisi dalla corsetta a Palazzo Chigi, avrebbero messo fin da subito a repentaglio la formazione del “loro” governo, Di Maio e Salvini non hanno proposto e formulato nessun criterio per individuare il Presidente del Consiglio. Su un punto, però, sembrano, un giorno sì l’altro no, essere d’accordo: non potrà essere un tecnico (brutta espressione che non dice granché). Dovrà essere un politico. Di tipi “politici”, però, ce ne sono molti: qualcuno che ha già fatto politica? un ex-parlamentare? oppure un parlamentare attualmente in carica? Un rappresentante del Movimento 5 Stelle oppure della Lega? Qualcuno proveniente da uno schieramento terzo, meglio se non più esistente? Un politico senza potere personale, ma con un passato più o meno glorioso o sfumato? Qui fa inevitabilmente comparsa il quesito se il Presidente del Consiglio “giallo-verde” finirà per essere un mero esecutore del Contratto di Governo oppure se avrà/potrà svolgere un ruolo attivo.
Il paragone con i Presidenti del Consiglio della cosiddetta Prima Repubblica è alquanto fuorviante. Molti di quei capi di governo eseguivano le politiche formulate e decise dai dirigenti dei partiti che facevano parte della coalizione governante. Pochissimi avevano attivamente partecipato ai negoziati sulle politiche. In molti casi, la loro reale capacità consisteva nel tenere insieme il più a lungo possibile coalizioni litigiose e dirigenti/sfidanti ambiziosi nella consapevolezza che una loro caduta, molto probabile, non precludeva un re-incarico né un ritorno al governo in altra carica ministeriale. Nell’attuale congiuntura le incognite si sono moltiplicate. Certo, se il prossimo Presidente del Consiglio sarà un esecutore oppure riuscirà a essere/diventare un protagonista dipenderà moltissimo dalla sua biografia politica e dalle sue capacità da dimostrarsi in corso d’opera. Probabilmente, la sua statura si misurerà su una qualità che anche nella Prima Repubblica fu molto apprezzata: sapere stemperare i probabili conflitti, disinnescare le tensioni, garantire ascolto alle preferenze dei due leader e dei loro ministri, mediare senza eccedere, soprattutto senza acquisire una popolarità che vada a scapito dei due contraenti. Sarebbe la rivincita dello stile di leadership della Prima Repubblica, ma anche, tutto sommato, fatta salva la qualità, per ora non valutabile, delle politiche condivise, un buon viatico per il governo. Per adesso, Di Maio e Salvini sono ancora senza nome. Domani sarà un altro giorno?
Pubblicato AGL 15 maggio 2018
Maggioranza con tante incognite
Giunti sull’orlo del baratro elettorale, di cui tutti dicevano di non avere paura, e del baratro istituzionale, di cui tutti dovrebbero avere il terrore, Di Maio e Salvini hanno ripreso il dialogo per dare un governo al paese. Hanno anche il beneplacito, un po’ tormentato, di Berlusconi che consente a Di Maio di salvare la faccia del suo ostracismo nei confronti del leader di Forza Italia costretto, da tutti i sondaggi che registravano un suo ulteriore calo di consensi nel caso di elezioni anticipatissime, a far buon viso a un gioco per lui cattivo. Il respiro di sollievo lo tirano anche i dirigenti del PD, ugualmente dati in forte calo, tutto meritato, poiché dal 5 marzo non sono stati in grado di delineare una qualsiasi strategia. Se vedrà la luce, il governo Di Maio-Salvini, qualcuno del PD, in particolare i renzianiduri, dovrà spiegare ai loro elettori e, forse, a tutti gli elettori, che quel governo è un’opzione migliore di tutte le alternative, persino di quella che avrebbe potuto vedere il PD in una coalizione, certo, complessa e faticosa, con le Cinque Stelle. Compito non facile neppure per gli acrobati del politichese che, invece, diranno che il PD si rigenera all’opposizione.
Un governo dei due vincitori, il Movimento 5 Stelle essendo lo schieramento più votato e la Lega avendo addirittura quadruplicato i suoi voti rispetto alle elezioni del 2013, ha piena legittimità democratica. Si potrebbe addirittura sostenere che, con la Lega, che rappresenta buona parte dell’elettorato del Nord e le Cinque Stelle, che sono dominanti nel Sud, il loro governo darebbe ricomposizione politica e sociale all’Italia spesso fin troppo divisa. Preso atto che in democrazia i numeri contano e che una maggioranza numerica in Parlamento è essenziale per qualsiasi governo, appare opportuno interrogarsi su quali saranno effettivamente le convergenze programmatiche fra Cinque Stelle e Lega e quali saranno i ministri capaci di tradurle in provvedimenti legislativi.
Anche se, di recente, il Movimento Cinque Stelle ha dimostrato notevole agilità nel territorio programmatico, andando oltre ovvero, secondo non pochi critici, tradendo, punti importanti votati on-line, alcune posizioni non sembrano facilmente conciliabili con quello che la Lega, meno ondivaga, ha scritto nel suo programma e ha detto in campagna elettorale. Il reddito di cittadinanza, vero cavallo di battaglia delle Cinque Stelle, è assolutamente impraticabile se la Lega vorrà ottenere la flat tax. Semplicemente, mancheranno i soldi richiesti, che sono molti. Fra l’altro, è giusto evidenziare che la flat tax è in contrasto con l’art. 53 della Costituzione che sancisce il principio della tassazione progressiva. In materia d’Europa, Salvini, che vuole riappropriarsi della sovranità nazionale, può rallegrarsi di un eventuale referendum sull’Euro resuscitato da Grillo. Tuttavia, questo referendum non è attualmente possibile secondo la Costituzione italiana e va contro tutti gli sforzi fatti da Di Maio per accreditare le Cinque Stelle in ambito europeo. Va anche contro dichiarazioni esplicite del Presidente Mattarella che ha più volte segnalato la necessità e importanza di un ruolo credibile e attivo dell’Italia nell’Unione Europea.
La grande occasione di ottenere cariche di governo suscita comprensibili ambizioni personali anche molto forti. Entrambi, Di Maio e Salvini, hanno annunciato che la formazione del governo non sarà intralciata da una loro richiesta non negoziabile di diventare Presidente del Consiglio: sconfessione netta della linea personalistica troppo spesso espressa da Di Maio e ribadita pedissequamente dalle Cinque Stelle. Ricordato che la nomina del Presidente del Consiglio spetta costituzionalmente al Presidente della Repubblica, Di Maio e Salvini dovranno trovare l’accordo su un nome, meglio su una rosa di candidati, in grado di essere il punto di equilibrio più autorevole possibile della loro coalizione. Discorso non dissimile per il Ministro dell’Economia. Insomma, il cammino è appena agli inizi. Una cosa sola sappiamo con certezza: le prossime elezioni non sono dietro l’angolo.
Pubblicato AGL 11 maggio 2018
Qui ci serve una formula magica
Con la forza dei numeri, non delle idee, Renzi ha ancora una volta imposto la sua linea alla Direzione del Partito Democratico. L’unanimità, del tutto fittizia, ottenuta dalla relazione Martina salva la carica del segretario reggente, ma pone la parola fine sull’eventuale apertura di un negoziato con i Cinque Stelle. È quel che Renzi aveva del tutto impropriamente, ma deliberatamente, dichiarato in una trasmissione televisiva, non il luogo dove si dovrebbero annunciare decisioni politiche tanto importanti come quelle che riguardano il governo dell’Italia. La conclamata rinuncia del PD a prendere qualsiasi iniziativa, non credibile essendo quella di un governo istituzionale (da affidare a chi? agli sconfitti del referendum del 4 dicembre, Renzi-Boschi, e all’autore della pessima Legge Rosato?), segna un altro passo verso l’irrilevanza politica del partito. I retroscena dicono che il Presidente della Repubblica sia rimasto molto irritato dai comportamenti dei renziani che, per di più, non si fermano qui, potendo addirittura sfociare in una sostituzione di Martina a fine maggio nell’Assemblea nazionale.
Pur consapevole della difficoltà di dare vita ad un governo decente, pardon, politico, Mattarella non si aspettava di trovarsi fra le mani una potata tanto bollente. Lunedì farà l’ultimo giro di consultazioni per cercare una formula che rappresenti il punto d’equilibrio fra le diverse richieste dei partiti, tutte contenenti qualche elemento accettabile e molti elementi discutibili. Accettabile era la richiesta del centro-destra di essere riconosciuto come lo schieramento vincente; inaccettabile la pretesa di ottenere l’incarico senza indicare con quali voti avrebbe raggiunto la maggioranza assoluta in entrambe le Camere. Mattarella, correttamente e tenendo conto del precedente di Napolitano, non è favorevole allo scouting, vale a dire alla caccia a parlamentari nei quali il trasformismo faccia aggio sulla responsabilità. Non sarebbero affidabili. Ugualmente legittima era la richiesta delle Cinque Stelle che toccasse a loro dare vita al governo; molto meno convincente che al loro capo Luigi Di Maio spettasse senza se senza ma la carica di Presidente del Consiglio se non si dimostrava in grado di trovare gli alleati per una coalizione maggioritaria.
Per nulla condivisibile, anzi, da scartare senza necessità di spiegazioni, che si vada a un inedito duello con Salvini definito molto erroneamente secondo turno elettorale, come sostiene Di Maio, facendo solo confusione. Non soltanto lo scioglimento del Parlamento è esclusivo potere presidenziale, come hanno dimostrato ad abbondanza Oscar Luigi Scalfaro e Giorgio Napolitano, ma è da considerarsi un’ultima ratio alla quale Mattarella spera non si sia ancora pervenuti e per la quale, comunque, sarà indispensabile dare vita a un governo capace di garantire un ineccepibile svolgimento del procedimento elettorale. Non rimane, scusate se è poco, dirò scherzosamente, che trovare la formula quasi magica per dare vita a un governo che, mi esercito anch’io nelle formule, sia di “responsabilità nazionale”. Non per (ri)fare riforme costituzionali pasticciate, ma per governare l’economia secondo i criteri definiti in sede di Unione Europea, per spingere la crescita e creare posti di lavoro. Non pare neanche il caso di scrivere un’altra legge elettorale, potendo bastare, per il momento, tre ritocchi alla Legge Rosato: introduzione del voto disgiunto; soglia del 4 per cento per l’accesso al Parlamento; abolizione delle candidature multiple. Non un governo di tutti, dirà Mattarella, ma di coloro che, per l’appunto, con responsabilità nazionale, saranno disponibili ad assumersi oneri e, eventualmente, onori. Quanto al Presidente del Consiglio e ai ministri, il Presidente rivendicherà a se stesso le scelte, oculate e rappresentative, di personalità con esperienza e competenza. Non è un libro dei sogni, ma un’agenda di lavoro certamente impegnativa. Auguri, Presidente, a lei e a noi.
Pubblicato AGL il 7 maggio 2018
Le urne, i dubbi e i conti del Quirinale
Quel che non sono finora riusciti a muovere i leader dei vari partiti nelle loro consultazioni reciproche potrebbe essere stato messo in movimento, un po’ dagli elettori del Molise, un po’ di più dagli elettori del Friuli-Venezia Giulia. Nella sua fin troppo rentrée anticipata (aveva promesso due anni di silenzio), alla televisione, non nella Direzione del partito, convocata per il 3 maggio, il due volte ex-segretario del PD Matteo Renzi ha chiuso qualsiasi spiraglio di dibattito con le Cinque Stelle, spiazzando il segretario reggente, Maurizio Martina, che ha subito deprecato metodo e merito delle dichiarazioni renziane. Non è più chiaro che cosa sarà all’ordine del giorno della Direzione, magari quella discussione finora mancata sulle ragioni della secca sconfitta del 4 marzo.
Lanciando un messaggio sia al Presidente Mattarella sia al centro-destra, il sedicente senatore “semplice” di Scandicci, Impruneta, Lastra a Signa ha altresì dichiarato la sua disponibilità a un governo costituente, utile anche a salvare per un anno e mezzo circa le poltrone dei senatori, ai quali ha fatto riferimento esplicito, e dei deputati da lui nominati e fatti eleggere. Mentre il Presidente della Camera, il pentastellato Roberto Fico, colto sul fatto di non pagare i contributi a chi lavora a casa sua e della compagna come colf, scopre il contrappasso dell’ossessiva, ancorché giusta, campagna delle Cinque Stelle sull’onestà, il nervosismo travolge Di Maio che sente che Palazzo Chigi per lui non è più dietro l’angolo. Renzi non apre il forno del Partito Democratico; Salvini adamantino vuole che il forno del centro-destra non escluda l’inaccettabile, per le Cinque Stelle, vecchio fornaio Silvio Berlusconi. Lo stallo è servito, a mio parere, senza eccessive preoccupazioni poiché il governo Gentiloni c’è e può continuare.
Pur non esagerando l’impatto del voto per le elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia (fra l’altro, ha votato meno del 50 per cento degli aventi diritto) e tenendo conto delle specificità, i segnali politici sono chiari. Primo, le Cinque Stelle arretrano significativamente, segno che una parte non piccola di quegli elettori non hanno affatto gradito l’andirivieni fra i due forni e la preclusione nei confronti di Berlusconi. Secondo, il PD e le liste alla sua sinistra sono stabili o appena declinanti. Non c’è nessun segnale di ripresa, nessun apprezzamento per la decisione di stare all’opposizione. Anzi, si direbbe che gli elettori della regione abbiano preso atto che il PD vuole stare all’opposizione (ma in Friuli-Venezia Giulia era il partito della governatrice uscente) e lì l’hanno collocato. Nella sua nuova veste di statista sobrio e misurato, Salvini non ha esultato in maniera scomposta, ma lui e il candidato della Lega Massimiliano Fedriga sono i vincitori assoluti di queste elezioni. Rispetto al 2013, la Lega ha più che quadruplicato i suoi voti da 33 mila a 147 mila. Dal canto suo, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, leale alleata nel centro-destra, più che triplica i suoi consensi passando da 6 mila a 23 mila voti, mentre prosegue inarrestabile il declino di Forza Italia che perde 30 mila voti.
Ferme restando tutte le note di cautela su un voto nel quale le tematiche regionali e le personalità dei candidati hanno un’importanza significativa, sarebbe sbagliato non trarne un paio di lezioni. La prima è che il Nord(est) dimostra di essere un territorio, al tempo stesso, molto ostico per le Cinque Stelle e molto favorevole al centro-destra. La seconda è che diventa alquanto più difficile pensare che sia fattibile una coalizione di governo che escluda il centro-destra. Forse, da oggi, anche al Quirinale il Presidente Mattarella si sarà rimesso a fare i conti del numero dei seggi che mancano al centro-destra per il conseguimento della maggioranza assoluta in Parlamento. Si chiederà anche se, eventualmente rompendo con le prassi rigorosamente seguite dai suoi predecessori: “nessun incarico se non esiste una maggioranza precostituita”, la situazione attuale non richieda una eccezione.
Pubblicato AGL il 1° maggio 2018
Il Partito Democratico al bivio
L’esplorazione del Presidente della Camera Roberto Fico (Cinque Stelle) si è conclusa positivamente. Le Cinque Stelle confermano che è loro intenzione aprire un confronto programmatico con il Partito Democratico. Dal canto suo, il segretario reggente del PD Maurizio Martina si dichiara disponibile a verificare se anche nel suo partito esiste una maggioranza a favore dell’inizio del confronto. Toccherà alla Direzione del Partito convocata per giovedì 3 maggio esprimersi, non sul se fare o no un governo con le Cinque Stelle, ma sull’apertura del confronto programmatico. Le prime mosse del due volte ex-segretario del PD Matteo Renzi e dei suoi sostenitori sembrano essere pregiudizialmente ostili a qualsiasi inizio di confronto. In maniera irrituale, ma rivelatrice del suo personale no procedurale, Matteo Renzi ha fatto una specie di sondaggio “intervistando” i passanti in una piazza di Firenze. Dal canto loro, certamente con l’approvazione, se non anche con l’incoraggiamento dello stesso Renzi, numerosi parlamentari da lui nominati/e hanno inondato la rete esprimendo il loro dissenso con l’hashtag #Senzadime. Usando una metafora cara a Renzi, mentre le Cinque Stelle entrano in campo, lui, che il giorno della sua brutta sconfitta elettorale, aveva portato via il pallone, fa sapere direttamente e indirettamente che non ha intenzione di restituirlo consentendo che la partita cominci. Soltanto un voto a lui contrario della Direzione lo costringerà alla restituzione del pallone e a entrare in campo.
I commentatori che s’impegnano in raffinati conteggi sono giunti alla conclusione preliminare che gli “aperturisti” del PD non hanno attualmente la maggioranza. Qualcosa può cambiare in una settimana soprattutto se il segretario reggente e coloro che pensano che un partito che si chiama democratico ha una responsabilità nazionale riescono chiarire agli iscritti, ai simpatizzanti e agli elettori del PD che il passo da compiere non consiste nella formazione di un governo con il Movimento Cinque Stelle, per di più a guida di Di Maio, ma nell’individuazione di eventuali convergenze fra i programmi delle Cinque Stelle e del Partito Democratico.
Per uscire dall’ambiguità e per recuperare il senso delle regole in base alle quali funzionano le democrazie parlamentari, coloro che ritengono utile la trattativa debbono, anzitutto, sottolineare che il Movimento Cinque Stelle è un interlocutore legittimo, già riconosciuto come tale dal Presidente della Repubblica. Non si deve ostracizzare a prescindere un attore politico-parlamentare che rappresenta un terzo degli elettori italiani. In secondo luogo, pur nella consapevolezza che gli elettori italiani lo hanno, per una molteplicità di motivazioni, punito, il PD non deve rinunciare a rappresentare le loro preferenze e i loro interessi e, certo, lo potrà fare meglio se troverà il modo di influenzare il programma del prossimo governo. Terzo, gli oppositori di qualsiasi inizio di confronto enfatizzano siderali distanze programmatiche, persino sulla stessa concezione di democrazia (non oggetto della trattativa di governo che, comunque, si svolge nel quadro della democrazia parlamentare), ma senza confronto nessuna di quelle distanze potrà mai essere misurata convincentemente. Sembra che sulle priorità delle Cinque Stelle e del PD, le distanze siano a ogni buon conto meno significative di quelle fra Cinque Stelle e Salvini (o centro-destra nella sua interezza), ad esempio, sul reddito di cittadinanza/di inclusione o lotta alla povertà e sull’Europa.
Ne sapremo di più, tutti, compresi i due interlocutori, se il confronto comincerà. Prematuro è parlare di Presidente del Consiglio e di ministri anche perché la nomina del primo spetta al Presidente della Repubblica il quale ha anche il potere costituzionale di accettare o respingere i secondi. Nel bene e nel male, la Direzione del PD ha la grande responsabilità di scegliere se aprire o affossare un vero confronto programmatico e politico.
Pubblicato AGL il 27 aprile 2018