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Una traccia di storia da bocciatura #maturità2018

Per fortuna, gli esami non finiscono mai. A settembre potrò ripetere la prima prova alla quale sono stato giustamente bocciato. Infatti, ho negato qualsiasi rilevanza al contributo di Aldo Moro alla costruzione dell’Europa. Ho scritto che, primo, citare un suo discorso del 1975, quando il Mercato Comune era già in esistenza da 18 anni, mi pareva anacronistico e, uh uh, ho ceduto all’esagerazione/esasperazione, aggiungendo addirittura: sbagliato. A quale fine poi? Costruire il santino di Aldo Moro? Ho sostenuto, secondo, che non è minimamente possibile mettere sullo stesso piano, per quel che riguarda l’Europa, De Gasperi e Moro. Lo statista trentino ha quasi tutti i meriti iniziali, ma, anche per questo, cruciali, mentre il politico pugliese arriva dopo, tardi e poco. Ad esempio, non è neppure citato nell’imponente indice dell’autorevole Oxford Handbook of the European Union (Oxford University Press 2012) dove De Gasperi ha quattro citazioni e Spinelli (appena menzionato nella Traccia) ne ha sei. Però, confesso subito, ma non faccio nessuna autocritica, anch’io neppure lo cito, Aldo Moro, nel mio volumetto L’Europa in trenta lezioni (UTET 2017). Terzo, in nessuno dei passaggi importanti dell’Europa: CECA, CEE (Messina, 25 marzo 1957) quando il ruolo centrale fu quello del Ministro degli Esteri, il liberale Gaetano Martino, Euratom, si ricordano contributi specifici di Moro. Capisco i sensi di colpa, anche, evidentemente, degli estensori della Traccia, a meno che abbiano semplicemente, forse opportunisticamente, ceduto alla commozione per il 40esimo anniversario del suo assassinio ad opera delle Brigate Rosse, ma stravolgere la storia non è mai il modo migliore di ricordarla, insegnarla, farla imparare. Non vorrei che, di questo passo, qualcuno prossimamente chieda di scrivere sul contributo, certo anticipatore, di Moro alla caduta del Muro di Berlino.

Quanto alle motivazioni della spinta all’unificazione europea, la Guerra Fredda mi pare essere il classico cavolo a merenda e le due superpotenze non erano state invitate a quella merenda. Si trattava, invece, di evitare per sempre la guerra calda, ovvero la Terza Guerra Mondiale, togliendo come oggetto del conflitto il carbone e l’acciaio contesi da Francia e Germania. Nella prospettiva, non nella speranza, poiché Altiero Spinelli e Jean Monnet erano uomini d’azione, seppur con differenti stili e temperamenti, oltre che nella convinzione politica e etica che gli Stati nazionali avrebbero continuati a farse guerre sempre più sanguinose e devastanti, si trattava di superare quegli stati obsoleti e ostinati con una costruzione democratica di diritti e doveri, opportunità, prosperità e pace per i cittadini. Qui, probabilmente, avrei scritto qualcosa sui sovranisti che sono tecnicamente dei reazionari: vogliono tornare indietro, come se i loro piccoli stati avessero qualche chance di risolvere problemi difficili anche per l’Unione dei Ventisette. Almeno agli inizi, gli USA videro con piacere il tentativo europeo e non solo poiché l’Europa unificata avrebbe costituito un baluardo contro l’eventuale espansionismo sovietico, ma anche perché un’Europa pacificata e consolidata non avrebbe avuto bisogno di nessun intervento militare USA. Quei governanti USA conoscevano molto dell’Europa a differenza dei loro successori a partire da George W. Bush e dal palazzinaro Donald Trump.

Ad ogni buon conto, meglio essere rimandato a settembre, quando arriverò ancora meglio preparato, avendo studiato anche il ponderoso pensiero di Salvini, già Eurodeputato, perché desidero superare l’esame alla grande, non per il rotto della cuffia con qualche frase di circostanza. Chi sa poi potrebbe pure essere che queste mie risposte scarne e irritate abbiano suscitato qualche curiosità in alcuni commissari. Qualcuno di loro potrebbe avere deciso di leggere qualcosa di Spinelli e persino di Moro (ad esempio, quella che è forse, ancorché enormemente simpatetica, la biografia migliore: Guido Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Il Mulino 2016, dove la presenza dell’Europa è del tutto marginale) nella speranza dei commissari e, naturalmente, mia che la prossima volta quando si chiederà agli studenti di scrivere sull’Europa ne sapranno di più perché i loro docenti ne avranno insegnato di più e meglio. L’Europa politica, sarebbe d’accordo persino Immanuel Kant, non è un sogno e neppure un destino al quale non riusciremo a sottrarci. È un progetto politico al quale molti italiani a partire da De Gasperi e Spinelli hanno dato un importante contributo. Per Moro cercheremo un’altra traccia in un altro di quegli esami che finiscono solo quando finisce la vita e con lei la possibilità di studiare e imparare.

Pubblicato il 28 giugno 2018 su PARADOXAforum

Karl Marx duecento anni dopo #KarlMarx #Marx200 #Marx2018 VIDEO @FondCorriere

Il marxismo è (stato) una ideologia nel senso migliore della parola: una visione del mondo, una prospettiva sul futuro. Ha creato una cultura politica anche nel dibattito/scontro “rivoluzione vs riforme”. Grandi partiti di sinistra si sono formati nella riflessione e nel superamento di quella antinomia, anche senza, inconveniente grave, elaborare una teoria dello Stato. Scomparso il marxismo su quali basi si ricostruisce una cultura politica? È lecito sostenere che il declino dei partiti di sinistra si accompagna, ma forse è anche la conseguenza, della scomparsa della loro cultura politica, e viceversa?

Sala Buzzati
via Balzan 3, Milano
Giovedì 3 maggio 2018

In occasione della presentazione di
Karl Marx vivo o morto?
Il profeta del comunismo duecento anni dopo,
a cura di Antonio Carioti, Solferino – I libri del Corriere della Sera

 

Non c’è traccia di populismo in nessuna variante del marxismo. Non il popolo, non la nazione, ma la classe e il proletariato internazionale occupano il centro del pensiero dei marxisti. Laddove i populisti vogliono dividere il popolo buono e puro, che li sostiene, dai traditori del popolo, ovvero chiunque rappresenta altre preferenze e si oppone a loro, il marxismo vuole offrire ai proletari l’opportunità di liberarsi delle sue catene guardando oltre e fuori i confini delle nazioni. Il populismo non libera nessuno.

La discendenza riformista: successi e crisi della socialdemocrazia* #KarlMarx #Marx200 #Marx2018

*La discendenza riformista: successi e crisi della socialdemocrazia, in A. Carioti (a cura di), Karl Marx. Vivo o morto? Il profeta del comunismo duecento anni dopo, Milano, Solferino, pp. 175-185
Presentazione 3 maggo 2018 ore 18 Fondazione Corriere, Sala Buzzati via Balzan 3 Milano

 

Il pensiero e gli scritti di Karl Marx, la sua analisi del capitalismo, dello sfruttamento e dell’alienazione dei lavoratori, la prospettiva del superamento dello stadio nel quale la borghesia era/è stata la classe dominante fino alla situazione nella quale non sarebbe più esistito il governo degli uomini sugli uomini in quanto sostituito dall’amministrazione delle cose hanno costituito il patrimonio iniziale di tutti, o quasi, i partiti che si definivano socialdemocratici. Tuttavia, fin dall’inizio delle esperienze socialdemocratiche, già ai tempi di Marx e Engels, si sono prodotti contrasti di non poco conto sulle modalità con le quali fare transitare la teoria di Marx all’azione nella concretezza della lotta politica per conseguire obiettivi che non tutti i socialdemocratici condividevano a cominciare dall’alternativa, a lungo protrattasi, fra riforme e rivoluzione. Se le riforme “di struttura” portassero ad esiti rivoluzionari oppure addirittura rafforzassero il capitalismo in sostanza rimandando e impedendo l’emergere della società socialista è un dilemma che ha attraversato i socialdemocratici in tutti i luoghi fino a tempi relativamente recenti. La rottura più profonda e duratura nel mondo delle socialdemocrazie avvenne quando nel Secondo Congresso della Terza Internazionale Lenin impose ai partiti socialdemocratici e socialisti di accettare 21 condizioni che li avrebbero trasformati in comunisti. Da allora il marxismo fu per molti decenni l’ideologia al tempo stesso sia del maggior numero dei partiti socialdemocratici sia di tutti i partiti comunisti dell’Occidente. Le loro strade si divaricavano, ma per lungo tempo il riferimento a Marx non venne meno né, faccio due soli esempi, per i socialisti italiani guidati da Turati né per i cosiddetti austromarxisti. Nella pure tragica contrapposizione durante la Repubblica di Weimar (1919-1933) fra i socialdemocratici e i comunisti, il marxismo come ideologia e teoria non fu messo in discussione dai primi pure tacciati dai comunisti staliniani di essere diventati socialfascisti.

Ieri. L’abbandono del marxismo da parte dei socialdemocratici tedeschi fu effettuato più di un decennio dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale nel Congresso di Bad Godesberg nel 1959. Quella decisione ebbe un impatto enorme. Aprì la strada ad una molteplicità di richieste, talvolta intimazioni, indirizzate soprattutto ai comunisti, in particolare quelli italiani, di “andare a Bad Godesberg” (ridente cittadina termale) e procedere ad un lavacro di tipo revisionista. Sette anni dopo i socialdemocratici tedeschi arrivarono al governo della allora Germania Ovest, la Repubblica Federale Tedesca, in una Grande Coalizione, per rimanervi poi con i Liberali fino al 1982. Per l’importanza della Germania e della SPD stessa e per le conseguenze politiche irreversibili che Bad Godesberg ebbe, l’avvenimento ha segnato uno spartiacque nella storia delle socialdemocrazie. Tuttavia, i percorsi dei vari partiti socialdemocratici e socialisti europei, dopo Marx, dopo la rivoluzione bolscevica, dopo il fascismo e il nazismo erano già stati molto differenziati. Oserei applicare a tutti quei partiti una famosa frase di Marx sostituendo la parola uomini appunto con partiti, come segue: “i partiti fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalle tradizioni”. Anche se già nel 1951 fu fondata l’Internazionale Socialista, che oggi conta circa 150 partiti aderenti, soltanto i pure molto importanti principi generali sono condivisi. Non solo le tattiche politiche contingenti, ma le strategie di lungo periodo dei diversi partiti sono fortemente condizionate dallo stato dei paesi e delle società in cui operano, dalle loro tradizioni e dal contesto partitico stesso.

Per cominciare con il caso in qualche modo ai margini delle socialdemocrazie continentali, più che alla lunga operosa presenza di Marx a Londra, città nella quale morì (nel 1883) ed è sepolto, la storia del laburismo inglese è debitrice di fatti e tradizioni specifiche della Gran Bretagna, della forza del pur variegato e frammentato movimento sindacale, dell’eredità del pensiero illuminista scozzese e liberale, degli intellettuali della Fabian Society e della dinamica complessiva del sistema politico a cominciare dall’estensione graduale, ma significativa, del diritto di voto. Tutto questo plasmò un partito laburista nel quale i marxisti furono sempre una piccola e non influente minoranza, e nel quale la cifra dell’azione politica fu regolarmente il riformismo senza nessuna ambizione rivoluzionaria. Sicuramente i Laburisti britannici debbono essere considerati parte integrante delle socialdemocrazie europee, ma le loro specificità hanno continuato a contare nel corso del tempo e nelle numerose esperienze di governo. Sono state trasferite ovvero recepite e nutrite anche in alcuni paesi della diaspora anglosassone come Australia e Nuova Zelanda dove i partiti laburisti hanno spesso governato dando rappresentanza e potere alle classi popolari.

Sul continente è possibile rilevare tre, forse quattro varianti di socialismi. Le prime due varianti sono relativamente facili da individuare e definire. Sono, rispettivamente, quelle dei partiti – laburisti, socialisti, dei lavoratori – dei paesi nordici e quelle dell’Europa meridionale, più precisamente, della Francia e dell’Italia. Nei paesi nordici i socialisti non hanno dovuto, con l’eccezione parziale della Finlandia, affrontare la sfida di un forte partito comunista alla loro sinistra. Hanno a lungo goduto dell’appoggio ovvero di una relazione stretta e fondamentalmente collaborativa con un forte sindacato unitario. Giunsero al governo del loro paese, in special modo, il Partito Socialista dei Lavoratori svedese, già all’inizio degli anni trenta. Hanno plasmato in maniera indelebile, “nelle circostanze che trova(ro)no immediatamente davanti a sé”, la vita politica, sociale e economica come non è stato possibile in nessun altro sistema politico. Lo hanno fatto procedendo alla virtuosa combinazione fra una politica economica all’insegna del keynesismo e una politica sociale improntata al welfare. Hanno formulato e spesso attuato accordi e addirittura assetti definiti neo-corporativismo basati sulla solida relazione tripartitica fra un governo di sinistra (sorretto dal partito socialdemocratico), il sindacato unitario e le organizzazioni imprenditoriali, sorretta dalla fiducia reciproca che gli impegni presi saranno mantenuti e attuati. Non può suscitare nessuna sorpresa che, come direbbero gli inglesi, at the end of the day, tutte le classifiche internazionali, a cominciare da quella autorevole dell’Indice dello Sviluppo Umano (reddito, livello di istruzione, stato di salute) vedano regolarmente ai primi posti Norvegia e Svezia, Danimarca e Finlandia.

Le esperienze socialdemocratiche di governo nei paesi nordici sono spesso state giudicate in maniera molto severa, comunque considerate non meritevoli di imitazione nei due maggiori paesi latini, vale a dire Francia e Italia. Sia i politici socialisti e, con maggiore acrimonia, comunisti sia i loro intellettuali di riferimento hanno rimproverato a quei socialdemocratici di non avere saputo cambiare, sconfiggere, superare il capitalismo quanto, piuttosto, di averlo “salvato”, rendendolo persino più efficiente e più forte. In seguito, quei politici e quegli intellettuali hanno sostenuto che le esperienze socialdemocratiche si erano logorate ed erano entrate in crisi. Dunque, non valeva la pena né studiarle né, tantomeno, imitarle. Certamente non entrarono in crisi le esperienze socialdemocratiche in Francia e in Italia poiché in Francia non ebbero mai modo di prodursi tranne che, in parte, con la prima presidenza di François Mitterrand (1981-1988), in Italia sostanzialmente mai anche se, forzando un po’ la valutazione e gli esiti, il primo centro-sinistra italiano (1962-1964) costituì una fase di significativo riformismo. La debolezza dei partiti socialisti francese e, soprattutto, italiano a fronte della solidità dei corrispondenti partiti comunisti e della loro rappresentatività della classe operaia costituì l’ostacolo maggiore, ancorché non l’unico (vi si deve aggiungere quantomeno la divisione della rappresentanza sindacale), alla conquista del governo in un paese occidentale nel periodo della Guerra Fredda. La divisione a sinistra e il conflitto socialisti/comunisti hanno finito per rendere impossibile qualsiasi costruzione di un attore partitico unitario in grado di proporre politiche riformiste di stampo socialdemocratico. In nessuno dei due paesi, praticamente scomparsi i partiti che potrebbero richiamarsi alla socialdemocrazia, è ragionevolmente possibile ipotizzare una qualche ripresa di politiche riformiste, rese per di più ancora più difficile dalla dinamica complessiva della globalizzazione e dallo spirito del tempo.

Nei paesi più propriamente mediterranei come Grecia, Portogallo, Spagna, dopo il crollo dei rispettivi autoritarismi, il compito dei partiti socialisti è consistito soprattutto nel creare e mantenere le condizioni di un regime democratico dando rappresentanza ai ceti popolari e guidando lo sviluppo dell’economia ed è stato coronato da sostanziale successo. La democrazia si è consolidata. Non era da quei partiti e da quei paesi che ci si potessero aspettare innovazioni di rilievo nelle politiche socialiste. L’abbandono del marxismo come ideologia e come guida alla prassi fu logica conseguenza dei tempi e, tranne che brevemente per il Partito Socialista Operaio Spagnolo, non implicò nessuna difficoltà né, tantomeno, traumi. Più complessa la situazione prodottasi nei sistemi politici dell’Europa centro-orientale dopo il 1989. Ridotto il marxismo a mero rituale, a ideologia imbalsamata, a catechismo per gli aspiranti a far parte della nomenclatura, il fallimento dei regimi comunisti ha svelato il vuoto di cultura politica. Non poteva che essere bassa o nulla la credibilità dei partiti comunisti che trasformavano il loro nome in socialisti e i cui ceti politici traslocavano armi e bagagli nella neppur troppo nuova botte socialista che avevano in passato largamente screditato. La reazione profonda e di entità inattesa contro il comunismo “realizzato” ha chiuso ogni spazio a eventuali apparizioni di compagini socialiste che, infatti, tuttora, quasi vent’anni dopo la transizione, non esistono, con conseguenze gravi sullo spirito civico e sulla qualità della democrazia di ciascun paese. Non erano, forse, solo i partiti comunisti dominanti l’impedimento alla formulazione e attuazione di politiche riformiste neppure quelle vagamente di stampo socialdemocratico.

La caduta del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 cambiò ancora una volta “le circostanze” nelle quali si trovavano ad operare i partiti (e i governi) socialdemocratici. In verità, nell’Europa occidentale quelle circostanze erano già cambiate molto significativamente grazie alla prosperità economica diffusasi nel dopoguerra e soprattutto a mutamenti culturali più irreversibili di qualsiasi benessere economico. Quei vantaggi economici, di lavoro e di guadagno, che l’azione organizzata in partiti e in sindacati aveva consentito di conseguire a milioni di cittadini e che i partiti e i governi socialdemocratici avevano cercato di distribuire in maniera equa, semmai più favorevole ai ceti popolari, potevano oramai, almeno così sembrò ai figli e alle figlie di quei lavoratori, essere conseguiti individualmente, di persona attraverso il perseguimento dell’autorealizzazione (Inglehart 1977). I valori post-materialisti e i loro (giovani) portatori fecero irruzione sulla scena politica scompaginando in particolare la sinistra, le variegate organizzazioni socialdemocratiche nelle quali convivevano padri “materialisti” e figli e figlie che, proprio grazie ai loro genitori, potevano permettersi di avere e applicare valori post-materialisti. Naturalmente, alcuni paesi erano più avanzati sulla scala del post-materialismo e in questi paesi come, ad esempio, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma anche i paesi nordici, l’onda del post-materialismo colpì in misura considerevole le socialdemocrazie esistenti e governanti.

Oggi. Curiosamente, nello stesso anno, 1994, in cui Bobbio insisteva sulle ragioni della persistenza di ben distinte posizioni di destra e di sinistra, il sociologo inglese Anthony Giddens argomentava e spiegava perché fosse indispensabile andare Oltre la destra e la sinistra. I tumultuosi anni di governo dei conservatori, Thatcher (1979-1990) e Major (1990-1997), favoriti dalla scissione dei socialdemocratici nel 1981, avevano imposto ai laburisti un agonizing reappraisal (dolorosissima rivalutazione) della loro strategia, della loro stessa visione della Gran Bretagna. Più di altri Giddens contribuì alla formulazione della Terza Via (il sottotitolo inglese del libro omonimo pubblicato nel 1998 è The Renewal of Social Democracy) che divenne la formula con la quale il New Labour di Tony Blair approdò al governo nel 1997. Tra il liberismo estremo dei conservatori e il laburismo obsoleto, Blair e Brown si aprirono una Terza Via che doveva riformare il partito, le modalità di governo, le politiche, la stessa società britannica. È una Via nella quale neppure credono più la maggioranza dei dirigenti laburisti e i loro elettori che premiano il più tradizionale, classico, forse effettivamente socialdemocratico Jeremy Corbyn.

Non credo si possa collocare nella Terza Via l’Ulivo fortunosamente vittorioso alle urne nell’aprile 1996 anche se, indubbiamente, fra le motivazioni di alcuni protagonisti si trovava quella del superamento della socialdemocrazia classica (peraltro, mai concretamente comparsa nel contesto italiano). Con qualche forzatura fu inserita nella Terza Via l’esperienza del governo presidenziale del democratico Bill Clinton (1992-2000). Molto più appropriato è il riconoscimento che quanto volle fare il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder (1998-2005), ovvero plasmare e ridefinire un nuovo centro (Die Neue Mitte), rappresentò effettivamente la Terza Via secondo modalità tedesche. Tuttavia, da allora è cominciato un significativo e persistente declino elettorale della SPD che, peraltro, è rimasta politicamente la migliore alleata di governo della Democrazia Cristiana tedesca (2005-2009; 2013-2017; ????-????). Infine, l’esperimento iniziato in Italia nel 2007 con la formazione del Partito Democratico è, comunque lo si valuti, la fuoriuscita da qualsiasi possibilità di recupero, di rilancio, di rielaborazione di un esperimento socialdemocratico. Nella vicina Francia, la clamorosa vittoria presidenziale (2017) di Emmanuel Macron ha con tutta probabilità posto fine a quel poco che era rimasto di socialdemocrazia francese trascendendo Parti Socialiste e Rèpublicains gollisti con lo slogan sia destra sia sinistra e relegandoli in un passato che non potrà tornare. Solo nei sistemi politici scandinavi le socialdemocrazie hanno lasciato tracce tanto profonde quanto positive, ma i duri dati elettorali dicono che, sì, potranno, nella logica delle democrazie dell’alternanza, tornare al governo, ma all’orizzonte non si vede nessun rilancio di un’età d’oro socialdemocratica.

Bilancio per il domani. Abbiamo appreso dai bolscevichi la dura lezione della storia che il socialismo in un solo paese non può essere costruito. Non è possibile dimenticare che uno dei cardini del pensiero di Marx era l’internazionalismo sotto forma di solidarietà del proletariato di tutti i paesi: “Proletari di tutto il mondo unitevi”. Invece, ciascuno e tutti i partiti socialdemocratici hanno a partire dagli anni Trenta, ma ancor più nel secondo dopoguerra intrapreso e percorso, con maggiore o minore successo, le loro vie nazionali. Dappertutto c’è da qualche tempo ormai la consapevolezza che nessuna di quelle vie nazionali porta ai traguardi/esiti di mantenimento della prosperità e di riduzione delle diseguaglianze che le socialdemocrazie continuano a ritenere degni di essere perseguiti. Anzi, almeno per quel che riguarda la prosperità la sfida della globalizzazione può essere meglio affrontata in chiave sovranazionale nel quadro offerto dall’Unione Europea. Che le sfide della globalizzazione, del governo dell’economia, delle migrazioni possano essere vinte dai governi nazionali che operino senza accordi reciproci e senza cooperazione è l’illusione dei sovranisti. Che possa riaprirsi quella che, brillantemente analizzando le esperienze scandinave, Esping Andersen (1985) definì La via socialdemocratica al potere caratterizzata dalla capacità della politica di contrapporsi vittoriosamente ai mercati appare piuttosto improbabile.

I primi due punti di quello che circa centocinquant’anni fa era il Programma socialdemocratico minimo: 1. Rimuovere gli ostacoli allo sviluppo del capitalismo; 2. Ampliare le libertà borghesi, democrazia e diritti civili, soprattutto il suffragio, sono stati conseguiti. Il punto 3. Accrescere il ruolo del proletariato industriale di fabbrica deve essere ridefinito con riferimento al ruolo dei lavoratori in un mercato del lavoro caratterizzato da enormi variazioni e squilibri. Il punto 4. Lottare contro i bastioni internazionali della reazione (la Russia zarista) mantiene la sua validità, ma i bastioni della reazione non si trovano all’interno di un solo Stato. Anche se l’Unione Europea non è in alcun modo definibile come socialdemocratica, la lotta contro la reazione non può che partire dalle sue istituzioni che delimitano il più grande spazio di libertà e diritti mai conosciuto. Quest’ultima affermazione mi consente di ricordare le parole di Bobbio che qualche decennio fa (per la precisione nel 1976) concludeva la sua splendidamente sintetica voce Marxismo del Dizionario di politica UTET sottolineando che la socialdemocrazia “ritiene che compito del movimento operaio sia quello di conquistare lo Stato (borghese) dall’interno”, mentre il marxismo afferma la necessità della distruzione dello Stato borghese affinché lo Stato stesso si estingua. Le esperienze dei comunismi realizzati hanno contraddetto l’imperativo marxista riguardante l’estinzione dello Stato potenziandolo e rendendolo totalitario. Le socialdemocrazie hanno di tanto in tanto conquistato non lo Stato, ma il governo di numerosi paesi trasformando in meglio il funzionamento e il rendimento complessivo dei sistemi politici nei quali hanno avuto ruoli importanti. All'”amministrazione delle cose” profetizzata da Marx le socialdemocrazie non sono pervenute, ma, è opinione diffusa che i loro governi hanno avuto successo. Eppure, è il paradosso, sono diventati meno probabili e meno frequenti. In Europa non si aggira lo spettro della socialdemocrazia.

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Riferimenti bibliografici
Bartolini, S. (2000) The Political Mobilization of the European Left, 1860-1980: The Class Cleavage, Cambridge: Cambridge University Press
Bobbio, N. (2016) Marxismo, in N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino (a cura di), Dizionario di politica, Novara, De Agostini, pp. 556-562.
De Waele, J.-M., Escalona, F., Vieira, M. (a cura di) (2013) The Palgrave Handbook of Social Democracy in the European Union, New York, Palgrave-Macmillan.
Esping-Andersen, G. (1985) Politics against Markets. The Social Democratic Road to Power, Princeton, Princeton University Press.
Giddens, A. (1994) Oltre la destra e la sinistra, Bologna, Il Mulino.
Giddens, A. (2001) La terza via, Milano, Il Saggiatore.
Inglehart, R. (1977) The Silent Revolution. Changing Values and Political Styles among Western Publics, Princeton, Princeton University Press.

PD, un’ambizione fallita

l'Indro

Intervista raccolta da Marco Testino per L’INDRO

La storia della sinistra italiana continua ad essere segnata da divisioni e conflitti. Lo è stata sin dai suoi albori, dal quel 1892, quando a Genova nacque il partito socialista (allora Partito dei Lavoratori Italiani) e già con Carlo Dell’Avalle, il primo Segretario, iniziarono a manifestarsi le prime incertezze. La prima scissione, visto che oggi parliamo di questo, arrivò nel 1921, dopo scontri tra massimalisti e minimalisti che condussero alla creazione del Partito Comunista d’Italia. Poi, durante la Guerra Fredda, ecco arrivare lo scontro tra Giuseppe Saragat e Pietro Nenni, dal cui aspro confronto nasce un’altra costola, il Partito Socialista Democratico Italiano.

Altro evento choc per la sinistra nostrana il crollo del muro di Berlino, con il Partito Comunista che conclude il proprio percorso politico e la nascita, ad opera di Achille Occhetto, del Partito Democratico della Sinistra. Dall’altra però ecco arrivare la fondazione da parte di Armando Cossutta, Ersilia Salvato e Lucio Libertini del ‘radicale’ Partito della Rifondazione Comunista, che non avrà vita semplice, visto che nel 1998, in pieno marasma del Governo Prodi, subisce l’ennesima scissione che porta alla nascita dei Comunisti Italiani. Il Pds anche cambia pelle, arrivano i Democratici di Sinistra, con Massimo D’Alema e Walter Veltroni come primi segretari, poi dalla fusione dei Democratici di Sinistra ed alcuni membri della Margherita, arriva nel 2007 un altro passaggio storico, ossia la nascita dell’attuale Partito Democratico. Non ultima poi la scissione di una parte della sinistra con la creazione di Sinistra, Ecologia e Libertà (SEL). Ma la galassia della sinistra continua a muoversi ed ecco che una nuova scissione è pronta a sconvolgere il Pd, che ai più è sembrata solo una convivenza forzata tra elementi troppo diversi per trovare una sintesi vera.

Gianfranco Pasquino, politologo e accademico italiano, considerato tra i massimi esperti di scienza politica a livello internazionale, ci fa luce sulla questione:

Rispetto alle tante scissioni intestine alla Sinistra nel corso degli ultimi novant’anni, cosa c’è di diverso in quello che sta accadendo al Pd oggi?

Di scissioni nella sinistra italiana ce ne sono state diverse, ognuna deve esser valutata in base al partito e in riferimento alle tematiche che hanno portato alla scissione stessa. Certo, paragonare la scissione del partito comunista nel 1921 con quella di coloro che oggi vanno via dal Pd lo trovo poco in linea, bisogna ricordare che anche altrove la sinistra perde ed ha perso pezzi, come per il partito socialista in Francia che al tempo perse un pezzo chiamato poi Partito Socialista Unificato, o come in Inghilterra con i laburisti che nel ’82 persero un pezzo che poi si chiamò Alleanza Socialdemocratica, o come in Germania laddove la Socialdemocrazia perse un pezzo che si è poi riconfigurato nascendo dalla fusione tra il Partito della Sinistra ed il movimento Lavoro e Giustizia Sociale chiamandosi Die Linke. Anche i socialisti spagnoli han perso un pezzo che poi ha preso il nome di Podemos; inevitabilmente, la sinistra subisce scissioni, specialmente laddove non si riesce a raggiungere un comune accordo.

Quali sono stati gli elementi che hanno determinato nel corso del tempo questa scissione?

La Sinistra guarda al cambiamento, una parte è disponibile a cambiare molto e l’altra invece tende ad esser meno propensa a farlo; talvolta il cambiamento può esser un successo ma in questo caso la sinistra si ritrova ad esser colpita, la sinistra deve esser analizzata considerandola di base volta al progresso. I Paesi che non hanno naturale propensione ad un progresso repentino e non lo pretendono dalla sinistra, mantengono un partito unito; i Paesi in costante cambiamento non potranno che avere una sinistra instabile di natura, vuoi per ragioni culturali e generazionali. Questo porterà a decidere se velocizzare o rallentare il processo di cambiamento, sia per andar più in fretta, sia per timore di perdere pezzi preziosi.

Qual’è stato il problema di fondo del Partito Democratico e in che modo si sta muovendo e configurando la sinistra italiana al riguardo?

Il problema del Partito Democratico è che non è diventato quello che i fondatori speravano diventasse, ovvero fin dagli inizi il Pd è stato un caso di ’fusione fredda’ tra una Margherita principalmente ex democristiana con una componente prodiana e gli ex comunisti, che in modo curioso mettevano assieme il meglio della cultura riformista senza pero riuscire a mantenere intatta una riflessione o tantomeno una produzione di cultura dal partito; quello che vediamo ad oggi è il parto di una leadership senza cultura, perché questo è Renzi e la sua amministrazione, o anche la Serracchiani, nessuna cultura politica. Da un lato abbiamo la gestione di Renzi, sprovvista di un’adeguata cultura politica, dall’altra parte quelli che non hanno saputo migliorare e rinnovare i brandelli di quel che un tempo poteva esser considerata cultura politica. Il problema è identificabile dall’inizio, ricordiamo che il Pd è un partito giovanissimo e non riuscendo a produrre alcun tipo di cultura, inevitabilmente ha portato ad una scissione tra la persona di Renzi, assolutamente divisiva e le altre personalità politiche, non aiutando la coesione del Pd stesso.

Parlavamo di Podemos, rispetto alle altre sinistre europee, cosa c’è di diverso rispetto alla nostra e cosa bisogna prendere come spunto per riuscire a progredire evitando ulteriori scissioni e problematiche?

La differenza principale è che la Sinistra italiana ha una componente ex comunista, in tutti gli altri Paesi la componente maggioritaria è socialista invece, come lo è stata in Francia, in Spagna, in Gran Bretagna. La grossa differenza è che qui non c’è stata una fase socialdemocratica. Chi ha messo su il Partito Democratico doveva assimilare la componente socialdemocratica, non riuscendoci e portando agli esiti che già conosciamo.

La minoranza ‘secessionista’ del Pd come si sta configurando? La questione di cultura politica riformista verrà abbandonata?

Se invece del porre attenzione all’urgenza drammatica del tenere il congresso in tempi brevi Renzi avesse preferito una conferenza programmatica, sicuramente ci sarebbe stata la base di un dibattito culturale; in assenza di tale presupposto, i rimanenti dovranno cercare di conquistare consenso ed essere presenti nella vita politica; in ogni caso il dibattito culturale è stato rimandato fin troppo. Tra gli interventi in assemblea ve ne sono stati solo due rilevanti dal punto di vista culturale, il primo da parte di Epifani che definiva un partito riformista di sinistra, l’altro invece da parte di Veltroni che ridefiniva quello che non è riuscito a fare nella fase di struttura del Pd.

Pubblicato il 22 febbraio 2017 su L’INDRO

Sylos Labini al tempo del centro-sinistra

 

MeC

Da Moneta e Credito vol. 68 n. 270 anno 2015 (pp 173-186) 

Abstract
L’articolo discute la testimonianza del 1962 di Paolo Sylos Labini alla “Commissione sui limiti della competizione” del Parlamento italiano. Sylos Labini richiamava in quell’occasione la sua teoria dell’oligopolio, ma estende anche i suoi rilievi ad un ampio spettro di riforme strutturali necessarie all’Italia del tempo. Il presente articolo spiega il background storico della testimonianza di Sylos Labini, ponendo un’enfasi speciale sulla situazione politica del tempo.

L'”interrogatorio” di Sylos Labini, come viene definito negli atti della Camera dei deputati, ebbe luogo l’8 febbraio 1962 (Camera dei deputati, 1965; ripubblicato in questo numero: Sylos Labini, 2015). Appena una settimana dopo che il congresso della Democrazia Cristiana, tenutosi a Napoli dal 27 al 31 gennaio, aveva dato un sofferto via al centro-sinistra. Quel congresso è passato alla storia anche per le sei ore del discorso con il quale il segretario del partito Aldo Moro riuscì a convincere i delegati, stremandoli, che era venuto il tempo dell’allargamento della maggioranza ai socialisti. Con pazienza e con gradualità, Moro iniziava la strategia che lo avrebbe portato quindici anni dopo a dare vita anche ai governi di solidarietà nazionale con il PCI: altro che ‘democrazia dell’alternanza’!

A preparare la svolta del centro-sinistra aveva provveduto un governo guidato da Amintore Fanfani, un monocolore democristiano (luglio 1960-febbraio 1962), che rimarginava le ferite al sistema politico inferte dallo sciagurato governo Tambroni. La prima importante conseguenza del congresso DC fu un altro governo guidato da Fanfani, un tripartito DC-PSDI-PRI (febbraio 1962-giugno 1963) che godette della disponibilità socialista (allora definita “appoggio esterno”) a votare molti dei disegni di legge presentati. Quanto all’attivissimo Fanfani, come segretario della DC poteva con molte buone ragioni vantarsi di avere portato il partito nel 1958 al suo successo elettorale più consistente, secondo soltanto a quello ottenuto in circostanze eccezionali, oggi diremmo ‘bipolari’, da De Gasperi nel 1948 contro il Fronte Popolare. Fu un successo meritatissimo, conseguito proprio grazie all’attivismo consapevole e mirato di Fanfani, segretario della DC dal 1954 al 1958, che da un lato aveva cercato di rendere il partito più autonomo rispetto ai gruppi e alle associazioni fiancheggiatrici e, d’altro lato, aveva saputo radicare la DC sul territorio, facendone un partito di popolo. Nel 1958 la DC di Fanfani, che nessuno si sognò mai di chiamare ‘partito della nazione’, ma che era un partito concretamente interclassista, incassò un successo elettorale di notevoli dimensioni. Ottenne 12.522.279 voti (il 42,36%), il PCI 6.704.706 (22,68%), il PSI 4.208.111 (14.23%). Andò a votare addirittura il 93,8% degli aventi diritto.

Gli italiani credevano ancora nella politica e i partiti cercavano ancora non soltanto di convincerli a votare per loro, ma anche di ‘educarli’. Il miracolo economico, già in corso, era anche il prodotto di una politica che aveva saputo porsi al posto di comando. Per convinzione, per temperamento, per stile, in quel tempo Fanfani fu il leader democristiano meglio capace di rappresentare una politica che voleva prendere decisioni importanti, come fu l’avvio del centro-sinistra, e sapeva farlo anche sfidando la contrarietà di settori non piccoli né marginali del suo blocco sociale.

La collaborazione fra democristiani e socialisti (unitamente ai socialdemocratici di Saragat e ai repubblicani di La Malfa) fu sancita con la presenza di ministri socialisti nel primo centro-sinistra organico guidato da Moro (dicembre 1963-luglio 1964). Tre governi successivi di centro-sinistra fino al giugno 1968 furono ugualmente affidati alla guida di Moro, che antepose costantemente l’unitarietà della DC a qualsiasi riforma di più o meno ampio respiro. Di quei governi fece regolarmente parte anche il PSI, fortemente indebolito dalla scissione del PSIUP avvenuta nel gennaio 1964, alla quale non pose rimedio numerico né politico la frettolosa unificazione con il PSDI nel 1966-1969. I sistemi elettorali proporzionali non premiano necessariamente le fusioni fra partiti, ma soprattutto non pongono nessun ostacolo alle scissioni come quelle che, dal 1947 (PSDI) al 1964 (PSIUP) e al 1991 (Rifondazione Comunista), hanno sistematicamente colpito i partiti in senso lato riformisti.

Il cambio di leadership da Fanfani a Moro segnalò quanto grandi erano le differenze fra i due ‘cavalli di razza’ della DC. Per visione del mondo e per concezione politica, Moro era paziente, riflessivo, talvolta lentissimo, in maniera tanto esasperante quanto deliberata. Nella sua opera di governo, Moro sostituì il decisionismo fanfaniano con la mediazione. I governi di Moro non si assunsero mai la responsabilità di scelte definitive prima che tutte le parti si fossero espresse, che tutte avessero fatto pervenire le loro preferenze, che si fossero raggiunti accordi della più ampia convergenza possibile. Soltanto allora il governo ratificava quanto era emerso dal lungo procedimento dipanatosi nella società. Più o meno efficace e raccomandabile, questa modalità di governo avrebbe potuto condurre a forme di concertazione quasi al limite del neo-corporativismo, praticato soprattutto nei paesi scandinavi (e poi anche in Austria e Germania), ma che nell’Italia degli anni Sessanta era sostanzialmente sconosciuto.

Certamente, la complessità e la varietà di interessi collegati con la Democrazia Cristiana esigevano consultazioni e accordi. Nessun dirigente democristiano, meno che mai se si trovava in cariche di governo, avrebbe mai pensato a procedure decisionali basate sulla disintermediazione, vale a dire procedure che non si confrontassero con i corpi intermedi, con le loro preferenze e con i loro interessi. Anche per queste ragioni, il decisionismo era molto al di là da venire, né le ricette indicate da Sylos Labini sembravano suggerirne la necessità.

A cinquant’anni di distanza – che probabilmente è la prospettiva giusta – visto, rivisitato e valutato dopo l’espletamento di altre formule di governo, tutte incapaci persino di immaginarlo, il riformismo del centrosinistra continua ad apparire come un reale periodo di esperimenti, di interventi e anche di successi in termini di effettive riforme. È innegabile che, pur vedendone e cogliendone tutte le manchevolezze, senza quel riformismo l’Italia starebbe molto peggio. Per capire le ragioni di tali manchevolezze, ma anche i contributi positivi alla storia dell’Italia, il riformismo del centro-sinistra va collocato in un quadro più ampio dal quale trasse alimento e nel quale risulta fecondo paragonarlo con il riformismo di altri paesi. Nella consapevolezza di quanto sia difficile tenere insieme tutti i fili, ma anche di quanto sia importante cercare di farlo, suggerendo le connessioni e gli spunti per ulteriori riflessioni, affronterò il tema partendo da lontano.

Ai tempi di Moro e Fanfani, di Nenni, Lombardi, Giolitti e La Malfa, di globalizzazione come fenomeno che incide sulla discrezionalità delle decisioni nazionali, anzi, che le detta, non si poteva proprio parlare. Neppure il processo di integrazione europea, sul quale esprimersi allora a favore dell’unificazione politica significava avere accettato l’utopia tenacemente perseguita da Altiero Spinelli, sembrava porre costrizioni particolari all’attività di governo. Per storia e per collegamento con gli altri partiti democristiani europei – in particolare con quello tedesco, molto solido e di governo, e con quello francese, che però sarebbe praticamente scomparso poco dopo l’inaugurazione della Quinta Repubblica (1958) -, i democristiani italiani, espressione di una classe politica assolutamente provinciale tranne rarissime eccezioni (fra le quali, per fortuna di tutti gli italiani, va annoverato Alcide De Gasperi), furono fin dall’inizio europeisti, ma molto poco inclini a profondere le loro energie politiche a livello europeo. Dal canto loro, per tradizione storica e per convinzione, europeisti convinti furono i repubblicani di Ugo La Malfa, mentre i socialisti, originariamente tiepidi e non consapevoli della rilevanza e dell’influenza del processo di integrazione europea, non riuscirono, se così si può dire, a sfuggire al richiamo dell’Europa e dei molti partiti socialisti confratelli, a cominciare dai belgi e dagli olandesi, seguiti dai tedeschi e dagli austriaci, che quell’Europa unita la volevano costruire davvero e presto.

In quella fase, l’Europa fu uno soltanto, e neanche forse il più importante, dei fattori del più ampio quadro internazionale la cui evoluzione influenzò e, oserei dire, almeno in parte favorì (o meglio, non ostacolò) l’avvento del centro-sinistra. Scherzando, ma non troppo, credo che l’analisi di quei fattori debba cominciare con il ‘fattore K’. Non ‘K’ come Kommunismus (anche se del comunismo si deve parlare), ma con riferimento, nell’ordine con il quale giunsero alla guida dei rispettivi paesi, a Kruscev e a Kennedy. Non so se, tecnicamente, l’azione intrapresa da Kruscev sul piano dei rapporti con gli Stati Uniti possa già essere definita détente. Certamente, fu l’inizio del disgelo della Guerra Fredda, anche se nessuno può e deve dimenticare che nell’agosto del 1961 venne costruito il Muro di Berlino e nell’ottobre del 1962 ci furono i tredici drammatici giorni della crisi dei missili a Cuba, che portò il mondo sull’orlo della catastrofe nucleare. La destalinizzazione iniziata da Kruscev e qualche sua apertura domestica al dissenso, ad esempio degli scrittori sovietici (nel 1962 Solženicyn pubblicò un testo fondamentale di denuncia sui lager, Una giornata di Ivan Denisovic), sembrarono promettenti.

La defenestrazione di Kruscev nell’ottobre 1964 non soltanto pose la pietra tombale su qualsiasi trasformazione politica liberalizzante dell’URSS, aprendo la strada all’esiziale era di Leonid Brežnev, ma per quel che conta per il discorso sul centro-sinistra, incise negativamente anche sul Partito Comunista Italiano. Toccò al (comunque) filo-sovietico Giorgio Amendola cercare di attutire il colpo. In risposta a una lettera di Bobbio (lo scambio si trova sulle pagine del settimanale Rinascita del 28 novembre 1964) che chiedeva ai comunisti di trarre le conseguenze da quello che era un avvenimento pesantissimo, che segnalava l’irriformabilità del comunismo sovietico, senza porsi il vero problema, cioè sganciare il PCI dall’URSS, Amendola faceva una sua personale fuga in avanti controproponendo l’impossibile: la costruzione con il PSI di un Partito Unico dei Lavoratori. Dati i rapporti di forza fra i due partiti, l’esito – era sufficiente ricordare l’esperienza del Fronte Popolare del 1948 – non sarebbe stato propriamente favorevole né al PSI né alla trasformazione del PCI. Ricca di ambiguità, la proposta di Amendola sembrò la presa d’atto da parte del PCI che il suo ruolo d’opposizione al centro-sinistra rischiava di rimanere sostanzialmente sterile. Subito reputata insufficiente da Bobbio, quella proposta non ebbe nessun seguito e scomparve persino dal successivo durissimo confronto interno fra Amendola e Ingrao, candidati alla successione a Togliatti. Entrambi, poi, fecero un passo indietro (o di fianco) per favorire una soluzione che non lacerasse il partito, soluzione rappresentata dall’elezione di Luigi Longo. Nulla di tutto questo favorì politicamente il centro-sinistra né, tantomeno, ne trassero profitto politico ed elettorale i socialisti.

Trovandosi l’Italia in quella che veniva definita “la sfera d’influenza” degli Stati Uniti, per capire il quadro nel quale si introduceva l’esperienza del centro-sinistra, è importante tenere conto anche dell’altra ‘K’, quella del giovane presidente democratico John F. Kennedy. Non so quali fossero i canali di contatto socialisti con gli USA e la loro ambasciata a Roma; sappiamo, però, che il Segretario di Stato uscente John Foster Dulles, e il capo della CIA, suo fratello Allen Dulles, non erano precisamente dei progressisti. Sappiamo anche che la maggioranza dei policy-makers americani a livello burocratico, in particolare nel Dipartimento di Stato, riteneva che i rapporti del PSI con il PCI non erano ancora del tutto rassicuranti, ad esempio dal punto di vista dell’eventuale accesso dei socialisti a dati riservati, disponibili agli stati membri della NATO. Anche senza giungere a fare dei socialisti il cavallo di Troia del PCI, le preoccupazioni e le remore degli americani erano molte e serie. Ci volle una missione a Roma nel febbraio 1962 di uno dei più autorevoli consiglieri di Kennedy, il già famoso storico Arthur M. Schlesinger Jr., per fugare i dubbi (“Washington was pleased at the prospect of a forward movement in Italian social policy but wondered about the implications of the apertura for foreign affairs”1 ), per piegare le fortissime resistenze del Dipartimento di Stato e per dare disco verde al centro-sinistra, come lui stesso racconta nel suo splendido resoconto della troppo breve stagione di Kennedy alla Casa Bianca (Schlesinger, 1965, pp. 879-881).

Schlesinger merita una riflessione leggermente più approfondita, proprio per capire meglio il quadro internazionale, politico e intellettuale in cui si situò il centro-sinistra. Nel suo resoconto, lo storico americano inserisce una notazione concernente il cattolicesimo “progressista” di John Kennedy e la coincidenza della sua presidenza con il pontificato di Giovanni XXIII. Nel contesto di sostegno al centro-sinistra, alcuni hanno voluto inserire anche la presenza a San Pietro di Giovanni XXIII, qualche sua dichiarazione, in particolare la sua distinzione fra il comunismo come errore condannabile e i comunisti, e l’annuncio e l’apertura del Concilio Vaticano II. Tutti questi elementi contribuirono a rafforzare le associazioni e i movimenti cattolici che desideravano una svolta in senso progressista dei governi imperniati sulla Democrazia Cristiana. Senza andare troppo in là nei tempi e con le ipotesi, alcuni di questi gruppi e di queste associazioni, delusi dalla parabola del centro-sinistra, probabilmente insoddisfatti dal suo rendimento ma vogliosi di svolgere un ruolo più rilevante e di spingere per altri, più incisivi, cambiamenti, sarebbero poi diventati, dieci anni dopo, oggetto dell’offerta berlingueriana del compromesso storico.

Concludendo con lo Schlesinger storico, la sua fama in quanto studioso, oltre che da una intensa produttività, derivava da una trilogia dedicata al grande presidente progressista Franklin Delano Roosevelt e dalla sua visione coerentemente liberal, che proprio durante la presidenza di Kennedy tradusse in un agile libretto The Politics of Hope (Schlesinger, 1962). In quegli anni, in alcuni ambienti della sinistra democratica europea si fece strada l’idea che le politiche progressiste di effettivo cambiamento sarebbero state favorite dalla presenza alla Casa Bianca di un presidente che, a sua volta, fosse capace di lanciare un’ondata di politiche progressiste che avrebbe attraversato l’Atlantico. Kennedy poteva essere quel presidente, ma la sua presidenza fu tragicamente spezzata dopo troppo poco tempo, cosicché chi voleva trovare l’alimento riformatore adeguato in Europa doveva guardare ad altre esperienze.

È probabile che alcuni, probabilmente pochi, intellettuali socialisti fossero al corrente della leggendaria epopea riformatrice dei socialdemocratici svedesi, ma certamente nessuno credette di poterne trarre insegnamenti applicabili nel troppo diverso contesto italiano. In qualche misura invece, anche se comunque molto differenti erano le condizioni di fondo, qualche lezione poteva venire ai socialisti italiani dai laburisti inglesi. Almeno questa possibilità è discussa e, con qualche forzatura, argomentata da Ilaria Favretto (2003). (Non riesco a resistere alla tentazione di sottolineare, alzando le sopracciglia, che oggi vi è qualcuno che intende su basi fragilissime, al limite dell’evanescenza, ricorrere al paragone, se non fra il Partito Democratico e il New Labour, quantomeno fra Matteo Renzi e Tony Blair. Ritengo questo paragone del tutto improprio e privo di sostanza storica e politica.)

Tuttavia, è innegabile che i mutamenti generazionali contino. Al proposito, merita di essere ricordata la famosa frase del discorso inaugurale del presidente Kennedy, che annunciava ai suoi fellow Americans che una nuova generazione, nata nel secolo XX, era giunta ai posti di comando. Una ragione di più per avere speranza e attendersi cambiamenti. Tuttavia, la non ancora vecchia Europa non era stata e non stava a guardare. In Gran Bretagna, subito dopo la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, gli inglesi affidarono la ricostruzione a un governo laburista guidato dall’ultrasessantenne Clement Attlee (di estrazione operaia) e al suo partito. A dimostrazione che altre qualità possono contare anche più della giovinezza, il quinquennio riformatore di Attlee e dei suoi consiglieri innovatori segnò positivamente il corso della politica, dell’economia, della società nel Regno Unito fino all’avvento di Margaret Thatcher. ‘Welfare più keynesismo’ fu una formula di gran lunga più vincente della leniniana ‘Soviet più elettrificazione’.

Nel cuore dell’Europa, a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, si produsse un avvenimento di decisiva importanza, che cambiò la storia politica della Germania: Bad Godesberg. In un congresso straordinario, tenuto in quella cittadina termale dal 13 al 15 novembre 1959, la SPD ripudiò l’ideologia marxista e dichiarò la sua piena adesione ai principi liberal-democratici e all’economia di mercato. Bloccati per dieci lunghi anni in una condizione di opposizione intransigente, ma senza speranze di andare al governo, i socialdemocratici tedeschi, più per maturata convinzione che per subdolo opportunismo, produssero quella che certamente merita di essere definita una “svolta epocale” che, per l’appunto, trasformò quell’epoca. A livello locale i socialdemocratici tedeschi già governavano. Nel 1957 Willy Brandt, anche lui un rappresentante della generazione nata nel secolo XX (il cancelliere democristiano Konrad Adenauer (1949-1964) era nato addirittura nel 1876), era stato eletto borgomastro di Berlino Ovest. Brandt fu uno dei fautori della svolta di Bad Godesberg. In seguito, fu lui a offrire a Kennedy l’occasione di dichiarare il 26 giugno 1963 di fronte al Muro di Berlino: “Ich bin ein Berliner”. Fu lui a diventare Ministro degli esteri (come Nenni in Italia) nella prima Grande Coalizione tedesca (1966-1969), un centro-sinistra a due sostenuto da una comoda maggioranza di seggi. Infine, fu Brandt a diventare il primo cancelliere socialdemocratico tedesco (1969-1974) del dopoguerra.

Questo breve approfondimento è importante per due ragioni. La prima è che riguarda un partito, la SPD, che dimostrò notevoli capacità riformatrici. La seconda è che l’atteggiamento dei socialisti italiani verso la SPD spesso fu e rimase ambiguo, tanto che per criticare Craxi, in corsa a metà anni Settanta per diventare segretario del PSI, lo si definiva “il tedesco”.
Parecchi anni dopo, da più parti, e non soltanto nella sinistra italiana, a partire dai socialisti, emerse l’invito, anche con qualche tono provocatorio, ai comunisti di “andare a Bad Godesberg”, vale a dire di procedere a una revisione profonda, meglio all’abbandono, di un’ideologia e di una visione del mondo che erano provatamente fallite. Purtroppo, da un lato le riforme del centro-sinistra non furono considerate sufficientemente incisive (anche se sicuramente cambiarono l’Italia più di qualsiasi altra stagione); dall’altro, i socialisti e i mass media non riuscirono a esercitare sufficiente pressione sul mondo comunista, sui quadri intermedi del PCI e sugli intellettuali di riferimento, più che sulla leadership del partito.
Pur crescendo elettoralmente, i comunisti italiani restarono politicamente poco rilevanti. Alla fine, non sarebbero mai arrivati a Bad Godesberg ma, con più di trent’anni di ritardo, nel gennaio-febbraio 1991, a Rimini. Nella gaudente cittadina balneare romagnola, molti scoprirono che non esisteva nessuna terza via fra il comunismo realizzato e crollato e le socialdemocrazie da loro osteggiate. “La dritta via”, che non avevano saputo neppure cercare, era definitivamente “smarrita”. Quello che un grande partito e i suoi molti intellettuali avrebbero potuto fare consisteva in una riflessione ad ampio raggio sulle modalità con le quali procedere a un adattamento delle esperienze socialdemocratiche alla situazione italiana. Tutti mancarono al compito e all’appello.

La distanza che i comunisti italiani mantenevano allora dalle socialdemocrazie, e continuarono a preservare e a sottolineare per fin troppo tempo, era giustificata essenzialmente con una svalutazione di quel riformismo che, secondo loro, non cambiava i rapporti di potere (su questo punto i comunisti sbagliavano alla grande, così come sottovalutarono l’incidenza sociale e culturale della scuola media unica), non mutava la struttura di classe, non aveva e non avrebbe dato vita a una società nuova. In sostanza, ma non solo per i comunisti, il riformismo socialdemocratico finiva per essere più o meno consapevolmente il migliore degli strumenti per puntellare il capitalismo, addirittura rafforzandolo. L’alternativa fra riforme e rivoluzione, un topos classico dello scontro politico e culturale nella sinistra, in particolare nella storica socialdemocrazia tedesca, poi utilizzata da Lenin per spaccare i partiti socialisti europei, non era affatto scomparsa dallo scenario italiano. Antonio Giolitti vi dedicò un piccolo importante libro, tempestivamente pubblicato da Einaudi nel 1957: Riforme e rivoluzione. Ma i ‘rivoluzionari’ pullulavano e diedero vita a “Quaderni” più o meno provinciali, di colore preferibilmente rosso, che sbeffeggiavano i riformisti. Non è dato sapere se quei quaderni figurassero fra le letture della casalinga di Voghera. Sembra più probabile che a Voghera, oltre alle casalinghe, vi fossero altri, uomini e donne, intenti a lavorare per un sano riformismo di stampo socialista, anche se molte pulsioni massimaliste rimasero anche nei quadri del PSI.

Peraltro, la tensione fra riforme che migliorano il funzionamento del sistema politico, economico e sociale e “riforme di struttura”, l’espressione preferita da Riccardo Lombardi, aveva un suo fondamento. Riformare la struttura significava incidere anche sulla distribuzione del potere in politica, in economia, nella società. Era anche possibile, forse auspicabile, che le riforme di struttura fossero irreversibili. Dieci anni dopo il segretario socialista Francesco De Martino avrebbe indicato gli “equilibri più avanzati” come l’obiettivo da perseguire, non più in coalizione con la DC. Dal canto loro, i ‘rivoluzionari’, che non furono gli unici cattivi maestri del Sessantotto, aderivano allo slogan che “lo Stato si abbatte e non si cambia”. Al contrario, l’impegno dei socialisti nel centrosinistra consistette esattamente nel tentativo di cambiare lo Stato.

Tuttavia, l’espressione utilizzata da Pietro Nenni per valorizzare l’ingresso dei socialisti al governo: “entrare nella stanza dei bottoni”, segnalava che il vecchio leader, ma anche non pochi compagni, avevano una concezione inadeguata dello Stato capitalista e delle modalità con le quali lo si sarebbe dovuto governare e potuto trasformare. Nenni si era ingenuamente posto il problema del luogo del riformismo, della plancia di comando, forse pensando a uno Stato semplificato, come quello giolittiano e quello fascista. Non si era posto il problema della strumentazione indispensabile al riformismo in una situazione diventata molto più complicata. Chi ebbe l’acuta consapevolezza della indispensabilità di strumenti diversi e nuovi, sia per formulare sia per attuare la programmazione, che era il cuore pulsante dell’opera riformista, fu Ugo La Malfa, per il quale bisognava produrre cambiamenti enormi nei rapporti fra lo Stato centrale e le autonomie locali (alla fine del decennio, proprio perché accettò il regionalismo, La Malfa volle un impegno ad abolire le province, che è quanto, a regionalismo appassito, è stato tardivamente e parzialmente fatto a cavallo fra il 2014 e il 2015) e soprattutto, nella struttura, nella preparazione professionale, nell’adattabilità della burocrazia nazionale. Quanto alla Democrazia Cristiana, come ha acutamente fatto notare Piero Craveri (1995), persino la vocazione di riformatore di Fanfani “prescindeva da una qualsivoglia visione meditata di quale dovesse essere la forma e il ruolo dello Stato” (p. 109). Per i socialisti, la programmazione era tutto: strumento che, nelle parole di Riccardo Lombardi, doveva servire a rafforzare “la funzione dirigistica dello Stato”, e obiettivo da perseguire per cambiare i rapporti di forza fra lo Stato e le concentrazioni monopolistiche e corporative” (p. 104).

Anche se ancora poco noto, il riformismo scandinavo si era fondato su un sapiente uso dello Stato e dei suoi strumenti. In questo modo, come parecchi anni dopo ebbe a dire il sociologo politico Esping-Andersen con il titolo di un importante libro (1985), la politica si contrapponeva al mercato e in Svezia, Norvegia, Danimarca, vi era effettivamente riuscita, non distruggendolo, ma regolamentandolo. Nel contesto degli altri paesi europei, con varia intensità e penetrazione, il keynesismo costituiva la prospettiva economica più diffusa. Il pensiero di von Mises, Hayek e, più tardi, Milton Friedman non era ancora stato recepito, mentre il liberismo di Einaudi era molto temperato rispetto alle posizioni di quegli studiosi, e comunque, in Italia, nobile ma minoritario.

Dal canto suo, Sylos Labini non si considerava un keynesiano. I suoi autori di riferimento erano i classici, a cominciare da Adam Smith. Come risulta in maniera chiarissima dalla sua deposizione, non aveva allora, e non ebbe in seguito, nessuna inclinazione ad accettare una sola visione dell’economia. La citazione di Samuelson riportata più avanti è tanto efficace poiché coglie la molteplicità di componenti del pensiero di Sylos Labini. In maniera non acritica, ma pragmatica, Sylos Labini crede in uno Stato regolatore e nella sua capacità, attraverso le imprese pubbliche, di orientare l’economia a fini di crescita collettiva, di innovazione anche tecnologica, di produzione di profitti, di redistribuzione di risorse. In quella fase, la sinistra comunista non cessava di sostenere che lo Stato è di classe, ma al tempo stesso affermava, alquanto paradossalmente, che “pubblico è bello”. Riteneva, quindi, che le nazionalizzazioni, nella misura in cui toglievano potere ai capitalisti e ai grandi gruppi privati, fossero un fenomeno positivo sulla strada che conduceva al socialismo. Non imprigionato da camicie di forza ideologiche, nella sua testimonianza Sylos Labini mette più volte in evidenza le condizioni specifiche alle quali il controllo pubblico di certe attività può essere positivo per l’erogazione di servizi, per l’innovazione, per i suoi effetti collaterali su altri settori dell’economia.

Oggi, pur se i tempi del liberismo senza regole e senza freni sembrano quasi tramontati (ma non del tutto fra i discendenti italiani dei sedicenti “quattro gatti”, che del liberalismo affermano una strana concezione che non si cura dei conflitti di interesse e delle regole della competizione, non soltanto economica), è interessante leggere le considerazioni di Sylos Labini ispirate (uso le parole di Paul Samuelson pronunciate in memoriam) da “Schumpeterian innovation, Keynesian brilliance, Ricardian rigor, and Smithian realism”.2 Con qualche esitazione, è possibile sostenere che i quattro cardini del pensiero di Sylos Labini fossero più il prodotto della sua formazione e della sua cultura che un achievement della cultura economica e degli economisti della sua generazione. Quello che più conta per inquadrare la testimonianza di Sylos Labini in quei tempi è che, da un lato, il keynesismo era vivo e vitale, e dall’altro non era interpretato rigidamente e non si presentava come il pensiero unico (sorte o, piuttosto, successo che sarebbe arriso al liberismo e al monetarismo una ventina d’anni dopo).

Politique d’abord rappresentò la versione italiana, formulata da Pietro Nenni prima di Mao Tse-tung, della ‘politica al posto di comando’. La “stanza dei bottoni” doveva essere il luogo nel quale quella politica avrebbe dato il meglio di sé. I partiti, come aveva teorizzato Lelio Basso, sarebbero stati lo strumento principe della politica e della democrazia italiana. Sullo sfondo, dimenticati persino nella testimonianza di Sylos Labini, tutt’altro che disattento al ‘sociale’ (infatti, nel 1974 pubblicherà poi un libro importante e di successo sulla struttura e sulla dinamica delle classi sociali), stanno i sindacati e gli industriali. Il riformismo scandinavo si era alimentato anche della capacità del partito socialdemocratico di costruire rapporti intensi con i sindacati e con le associazioni industriali. In quella fase del centro-sinistra, da un lato, la Confindustria si schierò risolutamente contro il governo, appoggiando i liberali che, infatti, raddoppiarono i loro voti nelle elezioni del 1963; dall’altro, la CGIL a maggioranza comunista non era disponibile ad accordi di ampio respiro con un governo nel quale i democristiani erano la componente più importante e che era, naturalmente, interessato prioritariamente a mantenere uno stretto collegamento con la CISL. Allora, erano quasi del tutto assenti le condizioni essenziali del modello neo-corporativista (come brillantemente rilevato nel libro comparato curato dal grande sociologo inglese Goldthorpe, 1984).

Certamente, però, “l’alternativa di classe” che i socialisti volevano creare “non si poteva fare senza gli strumenti propri dell’azione di classe, la mobilitazione di massa e la direzione dell’azione rivendicativa dei sindacati, e queste due chiavi di volta erano sempre più nelle mani dei comunisti” (Craveri, 1995, p. 104). Quei comunisti, da un lato, erano già troppo forti numericamente per potere essere condizionati dai socialisti; dall’altro, non avevano sviluppato una reale cultura riformista. In assenza di quella cultura, nessun patto sociale era accettabile. Nessuna politica dei redditi, vanamente suggerita da Ugo La Malfa, era praticabile. Nessuna programmazione poteva, di conseguenza, avere successo producendo quanto l’alta congiuntura economica consentiva: piena occupazione e redistribuzione del reddito.

In seguito si sarebbe faticosamente pervenuti alla concertazione, oggi fastidiosamente ripudiata in nome della disintermediazione, ma le tensioni a sinistra, non soltanto fra PSI e PCI ma anche all’interno dei sindacati, le battaglie correntizie nella DC, la frammentazione della società italiana e il suo corporativismo avrebbero impedito qualsiasi tentativo di riforme organiche e sostenute. È un’altra storia che, però, vista nel quadro di fondo disegnato dal centro-sinistra – contesto, cultura, ostacoli e opportunità, alcune delle quali tradotte in riforme durature, in particolare nell’istruzione e nei diritti – suggerisce che dal centro-sinistra, non soltanto dai suoi errori e dalle sue inadeguatezze, è ancora possibile imparare molto.

Non è vero che la maggior parte del tempo la maggior parte dei governi si limita alla manutenzione e cerca di fare fronte all’emergenza. È vero, però, che il riformismo è una pianta rara, che appare quando il clima è favorevole, ma che deve anche essere coltivata da giardinieri preparati, capaci, ostinati, pazienti e lungimiranti. Non c’è dubbio che Sylos Labini fu uno di loro. Non furono invece sufficienti gli uomini politici di quel tempo che seppero dimostrarsi all’altezza della sfida culturale, economica, sociale.

1″Washington era lieta della prospettiva di uno sviluppo progressivo delle politiche sociali in Italia, ma si interrogava sulle implicazioni dell’apertura per la politica estera”.
2 “Innovazione Schumpeteriana, genialità Keynesiana, rigore Ricardiano e realismo Smithiano”.

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