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Craxi Sine ira ac studio @Mondoperaio

Da Mondoperaio 3/4, 2020, pp. 81-85

Non ho mai “odiato” Craxi, ma neanche l’ho esaltato. Nel 1987 quando mi candidai a capogruppo della Sinistra Indipendente del Senato una schiacciante maggioranza dei colleghi mi votò contro perché, dissero, ero filo-socialista. In verità, ero (e continuo a essere) irrimediabilmente a favore di un’alternativa di sinistra che, allora, come oggi, richiede un forte partito socialista. Non dissi e non scrissi mai che Craxi aveva prodotto una “mutazione genetica” del Partito Socialista Italiano. Ho incontrato Craxi tre volte. La prima all’inizio del 1978 in un hotel di Roma. Invitato da Luigi Covatta stavamo preparando il Progetto Socialista che il segretario avrebbe illustrato al Congresso di Torino nell’aprile di quell’anno. Facendo una visita improvvisa Craxi chiese “chi è Pasquino?” Non perché io fossi particolarmente importante, ma perché ero l’unico di quel piccolo gruppo che non conosceva. La seconda volta fu nel dicembre 1988 alla commemorazione nella Sala Zuccari del Senato in occasione del decimo anniversario della morte di Lelio Basso. Ero seduto in prima fila, ma molto defilato rispetto agli oratori. Nell’unico posto libero di fianco a me si sedette Craxi arrivato all’ultimo momento, appena affannato. Notai che era elegantemente vestito con una camicia bianca impeccabile. Come se ci conoscessimo da tempo (e/o mi avesse subito riconosciuto), in poche parole mi ricordò che aveva conosciuto Basso negli anni quaranta nello studio di avvocato di suo padre a Milano e sbuffò che quel Rodotà lo irritava alquanto e non solo per il suo eloquio. La terza volta, non ricordo precisamente l’anno, forse il 1990, ma il mese e il giorno sì: giugno, sabato mattina. Doveva esserci una qualche votazione eccezionale in Senato. Saranno state le 9 e mezza. Entrai in Piazza Navona provenendo da Via Zanardelli (cioè, dal Tevere). Lo facevo regolarmente perché la vista dell’intera piazza senza turisti mi affascinava. All’altezza dell’edicola, che da oramai troppo tempo non esiste più, notai un uomo alto in camicia bianca le maniche appena arrotolate. In una mano aveva un pacco di giornali, con l’altra teneva affettuosamente un bambino (oggi direi il nipotino) con il quale parlava camminando lentamente e piegandosi per ascoltarne le domande. Era un Craxi assolutamente inaspettato e imprevedibile in questo quadretto di famiglia. Non lo vidi più.

Ho citato questi tre episodi poiché, seppure in maniera diversa, gli autori dei due libri che danno spunto alle mie riflessioni (Claudio Martelli, L’antipatico. Bettino Craxi e la Grande Coalizione, Milano, La nave di Teseo, 2020, pp. 223, e Fabio Martini, Controvento. La vera storia di Bettino Craxi, Soveria Mannelli, 2020, pp. 202) evidenziano e sottolineano che Craxi era, volente o nolente, antipatico, spesso facendo dell’antipatia che suscitava anche un elemento politicamente rilevante, uno strumento di percussione. Non sono del tutto convinto che l’antipatia sia stata la cifra dominante del suo modo di fare politica, ma, certo, Craxi non mirò a conquistare il potere e il consenso attraverso affermazioni melense e comportamenti ossequiosi. In qualche modo, la sua durezza naturale costituisce un elemento centrale, consapevolmente e deliberatamente utilizzato da Craxi, primo leader italiano a fare ricorso a quella che in seguito è stata definita la personalizzazione della politica. Ma Craxi aveva un partito. Lo aveva conquistato. Ne fu il legittimo sostanzialmente incontrastato leader dal 1976 al 1993. Sia Martini sia, soprattutto, Martelli mettono in grande evidenza la storia (e la lealtà) di partito di Craxi, il suo percorso dentro il partito, ma anche la sua scelta (obbligata) di agire per rafforzare, anche economicamente, l’organizzazione del partito. Di fronte a quello che Craxi stesso definì “bipolarismo” di due partiti grandi e ben finanziati con metodi che sappiamo essere stati più che riprovevoli, tutto quello che serviva a potenziare il suo PSI gli sembrò accettabile.

Al proposito, però, mi pare che entrambi gli autori trascurino due aspetti molto importanti. Da un lato, Craxi non acquisì mai pieno controllo sul PSI. Anzi, lasciò, ma, forse, non poteva fare diversamente, che alcuni “luogotenenti” si imponessero come padroni dei partiti socialisti locali: dal Piemonte al Veneto, dalla Toscana alla Puglia, dalla Campania alla Sicilia, facendo il bello (per loro) e il cattivo (per la reputazione del PSI) tempo. Dall’altro, non solo non tollerò mai il dissenso interno, considerandolo elemento di divisione e pensando di saperne di più, ma accettò pratiche, come l’acclamazione a segretario al Congresso di Verona nel 1984, che non soltanto agli occhi degli avversari ne accreditarono le critiche di autoritarismo (respinte come assurde sia da Martini sia da Martelli). Credo sia tuttora opportuno ricordare che la democrazia nei partiti, già difficile da definire, non costituì certamente il tratto dominante del PCI né, ancorché in misura inferiore, della DC, partito di oligarchie competitive. Anche il vantato “decisionismo” di Craxi fu interpretato come inevitabile conseguenza di pulsioni autoritarie. Sul punto ho sempre dissentito asserendo che il decisionismo accompagnato dalla assunzione di responsabilità si colloca pienamente nel funzionamento delle procedure democratiche. In questa luce, ho valutato molto positivamente la affermazione di Craxi che in caso di vittoria degli abrogazionisti nel referendum sul taglio di alcuni punti della scala mobile, il Presidente del Consiglio si sarebbe dimesso “un minuto dopo” (Martini, p. 91).

Un partito non è soltanto organizzazione sul territorio e coesione interna. La sua forza dipende anche dalla capacità di esprimere una visione del mondo (“tu chiamala, se vuoi, ideologia”) e della società in cui agisce per conquistare il potere necessario per cambiarla e per migliorarla. Sfidare la DC, ma soprattutto i comunisti contrapponendo al loro fatiscente marxismo e al gramscismo ritualizzato, certamente non adatto all’interpretazione (e al governo) di una democrazia relativamente affluente un Vangelo socialista che aveva le sue fondamenta nel pensiero di Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) fu una scelta provocatoria, ma certamente non felice e, comunque, del tutto inadeguata all’obiettivo. Un partito che voleva essere più moderno dei suoi due maggiori antagonisti non avrebbe in nessun modo dovuto cercare dei riferimenti culturali in un pensatore della prima metà del XIX secolo, soprattutto quando il gruppo degli intellettuali socialisti era già andato molto più avanti nelle elaborazioni presentate sulle pagine di “Mondoperaio” (si veda il capitolo del libro di Martini intitolato “Gli intellettuali disorganici”). Quel “Vangelo” cadde rapidamente nell’oblio, superato da quella che rimane la più alta elaborazione socialista di quei tempi: il discorso su “meriti e bisogni” di Claudio Martelli alla conferenza programmatica di Rimini, 31 marzo-4 aprile 1982, quanto di più vicino si potesse avere alle promesse, alle esperienze e alle prestazioni delle socialdemocrazie scandinave.

Elegantemente, Martelli non si auto-elogia, mentre lapidariamente Martini intitola l’apposito paragrafo “I meriti e i bisogni, ma Bettino non applaude” (pp. 102-103). Comunque, in seguito, logoratosi il rapporto con gli intellettuali che avevano molto contribuito alla Conferenza Programmatica di Rimini, 31 marzo-4 aprile 1982, anche i meriti e i bisogni scomparvero dall’agenda di Craxi e del PSI. In verità, qualche “bisognoso” venne molto concretamente aiutato da Craxi. Furono i dissenzienti dei paesi comunisti e non pochi oppositori dei regimi autoritari del Terzo Mondo. Questa è una pagina dell’attività di Craxi lasciata alquanto in ombra che, invece, per giungere ad un bilancio equilibrato della sua opera politica deve essere illuminata proprio come fanno Martini e Martelli. Il primo intitola tutto un pregevole capitolo “Il finanziatore dei diritti umani”. Il secondo si esprime senza mezzi termini: “Non c’è, non è mai esistito un leader politico dell’Italia repubblicana che abbia difeso con tanto coraggio e tanta coerenza, a Est e a Ovest, la libertà degli uomini e i diritti dei popoli come Craxi ha fatto per tutta la sua vita” (Martelli, p. 84).

È arcinoto che il giusto e ammirevole sostegno ai dissidenti nei paesi comunisti serviva anche, ma perché no?, per mettere in evidenza le contraddizioni del Partito Comunista Italiano. D’altronde, Craxi non poteva che mirare a sottrarre voti al PCI con l’obiettivo di sorpassarlo. Quando il Parti Socialiste di Mitterrand superò in voti il Partito Comunista francese si poté permettere il lusso di includerlo nella coalizione di governo. Dunque, quello che Giuliano Amato e Luciano Cafagna chiamarono Duello a sinistra (sottotitolo Socialisti e comunisti nei lunghi anni 70, Bologna, Il Mulino, 1982) era assolutamente inevitabile. Avrebbe persino potuto essere produttivo. Invece, divenne uno scontro esageratamente personalizzato “Craxi contro Berlinguer”, con i comunisti che non smisero mai il loro, peraltro largamente ingiustificato, atteggiamento di superiorità politica, etica, personale. L’episodio che fece maggiormente scalpore, l’ho ancora nelle orecchie, furono i fischi con i quali, in maniera del tutto irrituale, ma non organizzata, i delegati socialisti accolsero al Congresso di Verona nel 1984 il segretario del Partito Comunista. Ricordo di avere ascoltato alla radio il racconto, monco, dell’avvenimento, vale a dire soltanto la frase di Craxi “non mi sono unito a questi fischi solo perché non so fischiare”. Opportunamente, Martini ricorda che Craxi aveva premesso che l’ostilità dei delegati socialisti non era diretta a una persona, “ma a una politica profondamente sbagliata” e che “se i fischi erano un segnale politico contro questa politica”, allora Craxi aveva più di un motivo per condividerli (p. 123). Quel duello a sinistra condotto senza regole e senza esclusione di colpi avrebbe travolto sia il PCI non più di Berlinguer sia Craxi e il PSI, terminando con la morte della sinistra in Italia. Non credo che riflettere su quegli avvenimenti porti alla resurrezione, ma penso che sia comunque un dovere di onestà intellettuale ricordarli.

Inevitabilmente, la valutazione dell’uomo politico Craxi continua ad essere tuttora affidata a due insiemi di avvenimenti: primo, il finanziamento illecito del Partito Socialista che ha preso il sopravvento sul secondo, vale a dire l’esito della sua attività politica. Continuo a ritenere scandaloso il silenzio, solo parzialmente imbarazzato, dei dirigenti degli altri partiti alla Camera dei Deputati quando (3 luglio 1992) Craxi denunciò la corruzione del sistema nel quale tutti i partiti operavano (erano “costretti” a operare). Sia Martelli sia Martini (paragrafo intitolato “il discorso-verità”) si soffermano sul discorso di Craxi che vale la pena di riportare nel suo punto centrale: “Buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale” e “se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo” (Martini, p. 152). E nessuno si alzò. Nessuno prese la parola. Martini commenta “quel silenzio [fu] il preannuncio di un rito collettivo: il capro espiatorio” (p. 153). Concordo in larga misura con l’interpretazione di Martini e di Martelli (pp. 208-209) che a Craxi fu riservato il ruolo di capro espiatorio in special modo perché aveva tentato di scardinare equilibri consolidati fra DC e PCI e tutti i loro numerosi sostenitori di riferimento i quali, certo, non volevano che si spalancassero i loro altarini. Martini scrive di un “complotto”; Martelli fa i nomi di uno schieramento impressionante che si attivò contro Craxi. Ripetutamente fa cenno ad un “partito del potere e del denaro” scivolando in una visione complottistica della politica che non mi pare del tutto convincente. Penso anche che da allora la situazione è soltanto parzialmente cambiata (non mi avventuro a scrivere migliorata), ma che il problema di come fare sì che il denaro non conti più dei voti, spesso, peraltro, acquisiti proprio con il ricorso al denaro e allo scambio di risorse improprie, non è affatto stato risolto nella politica italiana.

Sul secondo insieme di avvenimenti né Martini né Martelli offrono quanto ritengo sarebbe necessario e, quel che più conta, non vanno abbastanza a fondo. È possibile e giusto sostenere che quando Craxi lasciò l’Italia per Hammamet, la sua politica era stata sconfitta? Se il suo obiettivo dominante era quello di spaccare il bipolarismo DC/PCI, nei fatti era stato conseguito, ma non grazie alla azione e alla determinatezza del PSI quanto, piuttosto, a causa della caduta del Muro di Berlino e del successivo disfacimento della DC. Se, invece, il suo obiettivo era costituito dalla formazione di un governo progressista imperniato sul PSI, allora nulla di tutto questo abbiamo visto né allora né dopo. Provocatoriamente, scrivo che il Partito Democratico è la riaffermazione in forme diverse, più deboli, ma largamente rappresentative, del bipolarismo fra post-comunisti e post-democristiani. Il sistema partitico italiano è sostanzialmente destrutturato. Da qualche tempo nessuno parla più di alternanza e meno che mai di “alternativa”. Se il test dell’opera di uno statista consiste nella sua eredità, cioè nel lasciare il sistema politico in condizioni migliori di quando lo ha governato, Craxi non ha superato il test. Lo scrive con nettezza Martelli: “voleva e ha perseguito una grande riforma della repubblica e delle sue istituzioni, ma ha mancato l’obiettivo” (p. 216). Martelli attribuisce la sconfitta all’ ”l’insuperabile e irresponsabile rifiuto di quasi tutte le altre forze politiche” (ibidem), ma si può legittimamente affermare che quella Grande Riforma rimase sempre vaga (con una terminologia appropriata Martini intitola il suo paragrafo in materia “La Grande Riforma, un’araba fenice”, pp. 115-118), e che, presto, Craxi smise persino di perseguirla. Si adeguò in attesa di tempi che non sono venuti. La verità è che il grande giocatore di poker aveva bluffato e non ebbe il coraggio di rischiare, di andare a vedere le carte altrui per timore di perdere.

Curiosamente, sia Martelli sia Martini concludono il loro libro con un riferimento-paragone fra Aldo Moro e Bettino Craxi. Sobriamente, Martelli nota che “come quella di Moro, anche la famiglia di Craxi ha rifiutato i funerali di Stato offerti da un’ipocrita nomenklatura” (p. 217). Martini va oltre aggiungendo che “tutti e due vollero riposare per sempre in cimiteri appartati” (p. 191). Premesso che, contrariamente a una imponente letteratura apologetica, ritengo che neppure Aldo Moro è in grado di superare il test dello stato del sistema politico che contribuì a plasmare in trent’anni ai vertici del potere, ovvero del suo miglioramento, non mi parrebbe inopportuno procedere ad una valutazione “tra luci e inevitabili ombre” del loro rispettivo contributo che, però, non centrerei e neppure limiterei, come suggerisce Martini (p. 192) al “consolidamento della democrazia in Italia” e “alla conquista della libertà in tanti Paesi oppressi dalla dittatura”. Temo che nella valutazione complessiva di entrambi questi leader politici, sicuramente di alta statura, un po’ tutti gli analisti, non solo Martini e Martelli, si facciano troppo influenzare dalle loro più che infelici morti. Per entrambi i leader chiederei maggiore equanimità che non rinunci alla critica della loro politica. I due libri che ho qui discusso vanno positivamente in questa direzione, ma rimane ancora molto da fare.