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La sconfitta di Netanyahu per “guarire” Israele @DomaniGiornale

Israele, l’unica democrazia nel Medio-oriente, andrà alle elezioni politiche il 27 ottobre. Sono elezioni cruciali nel corso di una lunga e sproporzionata rappresaglia contro Hamas, resa dei conti con Hezbollah in Libano, atti di guerra contro la teocrazia dell’Iran. Sono cruciali, anzitutto, per il Primo ministro Netanyahu che, sotto processo per corruzione e sotto accusa dalla Corte Penale Internazionale, per crimini di guerra e contro l’umanità, certamente vuole dagli elettori israeliani non solo un mandato a rimanere in carica, ma una sorta di assoluzione popolate e populista (i voti contro le leggi). Sono cruciali per Israele come Stato e come comunità ebraica.
Non è mai possibile dimenticare né sottacere che gli israeliani combattono non soltanto per difendere il loro territorio, ma sempre per la loro stessa esistenza, la loro sopravvivenza. In tutti i molti conflitti dalla controversa nascita del loro Stato nel 1948, la posta in gioco è regolarmente stata proprio la vita della comunità israeliana. Naturalmente, questa pur indispensabile constatazione non giustifica l’espansionismo territoriale di Israele, meno che mai serve a condonare le attività criminali dei cosiddetti coloni, piccole bande di uomini armati, tollerati quando non agevolati e aiutati dai militari israeliani nei loro spossessamenti di legittime abitazioni di famiglie palestinesi. Non spiega neppure il rifiuto di considerare come soluzione praticabile di un conflitto infinito la costruzione di uno Stato palestinese. D’altronde, l’Autorità Nazionale Palestinese ha mostrato tutti i suoi limiti, che sono enormi, a cominciare dal non controllo su Hamas, nel perseguimento di questo obiettivo.
Il processo di state-building, sempre complicato, richiede conoscenze e competenze che i vari leader dell’ANT probabilmente non posseggono. Quanto e in quanto tempo riuscirebbero ad acquisirle sono interrogativi più che opportuni. Al momento, non è credibile pensare che sarà il Peace Board guidato dal Presidente Trump, che appare troppo condizionato da Netanyahu, a tracciare un percorso ben delineato, chiaro, condivisibile negli esiti, duraturo. Lo stato di guerra imminente e permanente sempre avvantaggia le destre. Il governo di Netanyahu con la punta nel ministro della Difesa Ben-Gvir, non fa eccezione; anzi cavalca spudoratamente la situazione.
Infine, le elezioni israeliane possono essere un’esperienza catartica. Il ricordo dell’olocausto si allontana ogni giorno di più e quel senso di colpa che, soprattutto fra gli europei, serviva a sostenere gli israeliani, si indebolisce, fino quasi a svanire del tutto. Se coloro i cui parenti, amici, conoscenti, correligionari che hanno subito il genocidio, procedono a loro volta in maniera sistematica all’annientamento dei palestinesi di Gaza, allora anch’essi si macchiano di genocidio. Anche per questa ragione, gli atteggiamenti dell’opinione pubblica mondiale, che esiste e conta, sono considerevolmente mutati negli anni trascorsi dall’eccidio terroristico operato da Hamas il 7 ottobre 2023.
Le valutazioni negative riguardanti lo Stato di Israele e la politica del suo governo sono oramai dappertutto superiori al cinquanta per cento. Logicamente, queste valutazioni influenzano anche i comportamenti dei leader degli Stati che hanno appoggiato Israele e che oggi sono ineluttabilmente costretti a criticarlo. Praticamente, persino negli Stati Uniti d’America quasi soltanto il Presidente Trump mantiene il suo sostegno a Netanyahu e Israele e sicuramente si adopererà per favorirne la rielezione. I Democratici USA sono molto divisi sia fra l’elettorato sia nel loro ceto politico, ma nel complesso prevalgono i critici di Israele. Pertanto, tanto la campagna elettorale quanto le promesse politiche dei candidati e dei partiti israeliani assumono enorme importanza. L’eventuale vittoria del leader dell’opposizione l’ex-generale Gadi Eisenkot, attualmente in testa nei sondaggi, potrebbe risultare nel superamento della politica delle armi e dovrebbe aprire lo spazio a nuovi sviluppi, che l’Unione Europea e gli USA sono in grado di appoggiare, facilitare, condurre quantomeno, dopo il disarmo di Hamas, a una situazione di non belligeranza positiva. Qualche volta è lecito intrattenere aspettative ottimistiche contando sul contributo decisivo dell’elettorato israeliano.
Pubblicato il 19 agosto 2026 su Domani
La tragedia medio-orientale e la mancanza di mediatori @DomaniGiornale

Nella tragica, non da oggi, situazione del Medio-Oriente non può, oggettivamente e augurabilmente, esserci un vincitore. Israele sa che può annichilire Hamas e gli Hezbollah per un certo periodo di tempo, ma non può cancellare i palestinesi né, tantomeno, l’Iran. Dal canto loro, i terroristi, teocrazia iraniana compresa, dovrebbero avere acquisito la consapevolezza che, per rendere la Palestina libera “dal fiume al mare” , sarebbe inevitabile innescare un conflitto anche nucleare. Nel primo caso, obiettivo che Netanyahu persegue anche per continuare a rimanere al potere, l’impossibile annichilimento non potrà che essere temporaneo. Con esagerato pessimismo, si può e, forse, si deve aggiungere, che, da un lato, soltanto la democratizzazione dell’intera area (una nuova primavera non solo araba), e dall’altro, la fuoruscita di Netanyahu sostituito da governanti che imbriglino i coloni, riuscirebbero a porre le basi iniziali minime di una soluzione ragionevolmente (avverbio al quale mi abbandono) duratura. Che quella soluzione significhi “due popoli due Stati” è facile dirlo, ma di enorme difficoltà progettarlo.
Nel frattempo, il progetto urgente consiste nel porre fine alle devastanti azioni e reazioni armate, magari riflettendo su come Hamas abbia potuto costruire un imponente e costosissimo reticolo di cunicoli variamente arredati e su come gli Hezbollah siano riusciti ad ammassare enormi quantità di armi e missili lungo un periodo ventennale. Fallimento delle (plurale) organizzazioni di intelligence oppure deplorevoli connivenze di alcuni stati che si compravano in questo modo la sicurezza interna?
Gli USA, protagonista indispensabile, non sono in questa fase di campagna presidenziale, in grado di svolgere credibilmente le attività necessarie. C’è da augurarsi che chi entrerà nella casa Bianca abbia la preparazione, le conoscenze e la determinazione per farsi valere. L’Unione Europea, grande donatrice di fondi ai palestinesi, sembra essersi ritagliata uno spazio di profilo bassissimo in attesa che la nuova Commissaria prenda pieno possesso della sua carica e si giovi del non avere bagagli pesanti provenienti dal passato. Tuttavia, forse, esiste un passato potrebbe portare qualcosa di positivo. Il punto più elevato di accordo fra israeliani e palestinesi fu raggiunto nel 2000 fra il primo ministro Ehud Barak e il presidente Yasser Arafat con la mediazione del Presidente USA Bill Clinton.
Qatar e Egitto sembrano ragionevolmente in grado di esercitare qualche forma di mediazione, ma se il conflitto in Palestina va oltre quell’area geografica, ci vuole qualcosa, molto di più. Pertanto. il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per quanto sgradito ad Israele, dovrebbe farsi dare dalla sua organizzazione un vero e proprio mandato da condividere con la Commissaria Kaja Kallas e con alcune poche personalità accettabili sia dagli israeliani sia dai palestinesi (credibilmente rappresentati da chi?). Dovrebbero essere proprio loro a indicare nomi accettabili di negoziatori. Personalmente, sono convinto che sarebbe opportuno fare ricorso all’esperienza dell’ex-presidente Clinton. Libero da condizionamenti politici, forte del risultato ottenuto a suo tempo e sostenuto da alcuni suoi esperti collaboratori di un quarto di secolo, Bill Clinton sarebbe sicuramente in grado di esercitare un ruolo molto importante.
Pubblicato il 26 settembre 2024 su Domani