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La propaganda sulla Costituzione

Leggo periodicamente le grida di (finto) dolore emesse da coloro che hanno sonoramente perso il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Sono quasi tutti accompagnati da vere indignate invettive contro i professoroni e soprattutto contro Gustavo Zagrebelsky, il Presidente del Comitato nazionale per il NO. Avremmo, non rispondo a nome suo, ma mi prendo la mia parte, non so quanto grande, di responsabilità, aperto la strada a infinite (non ancora finite) nefandezze. Per di più, di fronte alle nefandezze staremmo tutti zitti mentre il governo Lega-Cinque Stelle è affaccendato nella distruzione della Costituzione “più bella del mondo” (copyright non mio). Sull’aggettivo “bella” ho già variamente e ripetutamente eccepito affermando, senza timore di smentite, che non esiste un concorso di bellezza per le Costituzioni e che, se ci fosse, vincerebbe la Costituzione mai scritta, quella del Regno un tempo Unito. Dopodiché, contrariamente agli scrittori di stupidaggini seriali sul referendum, sulla Costituzione e sul governo, fra i quali annovero da qualche tempo il Direttore del “Foglio” Claudio Cerasa (si veda la sua risposta Antiparlamentarismo e silenzio dei costituzionalisti, alla lettera di un assegnista, sic, di ricerca in Diritto Costituzionale, pubblicata in prima pagina il 19 luglio), entro nel merito. Metto subito le carte in tavola. Ho scritto su tutte le tematiche attinenti il referendum costituzionale: Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Milano, Università Bocconi Edizioni, 2015) . Ho anche criticato le, spesso davvero risibili, motivazioni dei sostenitori del sì in NO positivo. Per la Costituzione. Per le buone riforme. Per migliorare la vita e la politica, Novi Ligure, Edizioni Epoké, 2016 .

 

Credo di essermi abbondantemente conquistato il diritto di spazientirmi a fronte di critiche fondate sull’ignoranza e sulla ripetizione di errori monumentali, squalificanti.

Primo, davvero il governo giallo-verde è il prodotto certo e inevitabile della sconfitta di Matteo Renzi nel referendum da lui pervicacemente voluto? Dunque, molti cadono nella peraltro ben nota fallacia del post hoc ergo propter hoc: quel che viene dopo dipende sicuramente da quello che è avvenuto prima. Un evento del dicembre 2016 ha condizionato, addirittura determinato un evento del marzo 2018? In quindici mesi, il Partito Democratico e il suo segretario non sono riusciti a recuperare (qua il verbo è ballerino, forse ottenere, forse conquistare) abbastanza voti per rendere quella coalizione di governo numericamente impraticabile? Certo, se qualcuno, come il segretario Renzi, mai contraddetto da nessuno del suo cerchio non proprio magico, continua a sostenere che l’intero esercito dei 40 per cento che hanno votato Sì lo hanno fatto per lui e quindi che voti erano suoi, allora ha già deragliato. È diventato irrecuperabile, ancora di più quando paragona quella percentuale con il 24 percento dei voti ottenuti da Emmanuel Macron al primo turno delle elezioni presidenziali francesi nell’aprile 2017. Però, segnala uno, non l’unico, dei giganteschi errori di Renzi (più che dei suoi seguaci): rivelare di avere trasformato il referendum sul pacchetto di riforme costituzionali in un plebiscito sulla sua persona di ineguagliabile, inarrivabile, insuperabile riformatore. Incidentalmente, ai plebisciti su persone, tutti i “veri” democratici hanno l’obbligo politico e morale di rispondere sempre e senza esitazioni NO.

 

Secondo, i sostenitori della tesi che il NO ha reso inevitabile, anzi, praticamente fabbricato il governo giallo-verde, stanno dicendo anche un’altra cosa molto grave. La campagna elettorale del PD, maldestramente guidata dal suo segretario, che non voleva che crescesse il prestigio e l’apprezzamento per il capo del governo Paolo Gentiloni, non ha saputo recuperare neanche un voto. Anzi, se la comparazione viene fatta con Bersani 2013, ha perso il 7 per cento degli elettori, quantità sostanzialmente superiore a coloro che hanno votato per LeU. Inoltre, i renziani dimenticano, non sono neppure sicuro che ne abbiano acquisito piena consapevolezza, che la coalizione Cinque Stelle-Lega non era l’unica numericamente e politicamente possibile. Infatti, Cinque Stelle e Partito Democratico avevano (probabilmente, non si possono mai prevedere tutti gli spostamenti, ancora hanno) la maggioranza assoluta di seggi sia alla Camera sia al Senato. La prematura e dissennata decisione di Renzi di buttare il suo partito all’opposizione ha reso possibile, sostanzialmente inevitabile, la formazione del governo Di Maio-Salvini. Il quesito continua a rimanere questo: il governo Cinque Stelle-Lega è preferibile ad un governo Cinque Stelle-PD? Un partito che dichiara di avere una missione nazionale (remember il Partito della Nazione?) accetta senza neppure un dibattito interno, senza andare a vedere le carte e senza verificare se esistano alternative esperibili di andare all’opposizione? Per starci, poi, alquanto male, senza sapere fare l’opposizione, rivelandosi totalmente irrilevante, paralizzato dal suo due volte ex-segretario e dai parlamentari da lui nominati grazie alla Legge Rosato e maggioritari nei gruppi PD sia alla Camera sia, ancor più, al Senato. Noto tristemente come nessuno che abbia fatto notare quanti governi nelle democrazie parlamentari europee sono fatti da coalizioni fra partiti nient’affatto omogenei.

Terzo, adesso, Cinque Stelle e Lega stanno, sempre secondo i sostenitori del Sì, manomettendo la Costituzione e né Zagrebelsky né i professoroni entrano in campo per difenderla, quella democrazia rappresentativa che, secondo Cerasa, rischia di essere travolta “dalla deriva antiparlamentarista che hanno contributo a generare votando NO al referendum del 2016. Quei “professoroni “, il Chiarissimo, Altissimo, Prestigiosissimo” (sono tutti aggettivi del Dottor Cerasa) Gustavo Zagrebelsky incluso, erano stati opportunamente e immediatamente schedati da due politologi renziani della prima ora: Elisabetta Gualmini e Salvatore Vassallo in un indimenticabile articolo: Cari Professori del NO…, pubblicato ne “l’Unità”, 27 aprile 2016, inteso a screditarli non sul merito delle riforme e delle obiezioni, ma facendo riferimento alla loro età, spesso “avanzata” e alle cariche ed onori, perfetta esemplificazione di character assassination , che è la men che positiva definizione inglese di questo modo di procedere. Vale la pena di documentarsi leggendo il commento devastante di Marco Damilano, Cari professori uscite dalla curva, tempestivamente pubblicato sul blog dell’Espresso. Non discuto delle autonomie regionali differenziate, peraltro, richieste anche dal Presidente Pd della Regione Emilia-Romagna, ma ricordo che la sinistra non ha mai capito in quale direzione stava andando rincorrendo il cosiddetto federalismo della Lega. Era un pasticcio allora, lo rimane adesso. Chi è causa del suo mal pianga se stesso (et voilà: la rima). Vado, piuttosto, sulle due riforme costituzionali già iniziate: referendum propositivo e riduzione del numero dei parlamentari. Sul primo, argomento di sicura importanza, ricordo che la riforma costituzionale renziana andava nella direzione di dare maggiore potere ai referendari. Certo, esistono notevoli differenze, ma il punto riguarda le modalità di legiferare. Le Cinque Stelle vogliono trasferire grande potere ai cittadini a scapito del Parlamento. Noto che manca la riflessione più appropriata, quella riguardante i rapporti Governo/Parlamento. In realtà, potrebbe benissimo risultare che il referendum propositivo toglie potere al governo piuttosto che al Parlamento e che parlamentari capaci e competenti saprebbero come ridefinire i compiti delle loro rispettive Camere e riconquistare il ruolo che i Parlamenti sanno essere il loro, quello che non soltanto possono, ma debbono svolgere: controllo sull’operato del governo, conciliazione di interessi, comunicazione con la cittadinanza e, non da ultimo, last but tutt’altro che least, rappresentanza politica.

Quarto, questo sembra essere diventato il vero (o presunto) punctum dolens. Le Cinque Stelle mirano a ridurre il numero dei parlamentari con le più classiche delle motivazioni populiste: tagliare le “poltrone” per ridurre i costi (incidentalmente, espressione molto simile allo slogan della campagna renziana: “Cara Italia, vuoi diminuire il numero dei politici? Basta un Sì”). Dunque, scendere da 630 deputati a 400 e da 315 senatori eletti a 200. In tutto si passerebbe e da 945 eletti a 600. Ricordo che la trasformazione del Senato secondo la riforma costituzionale fatta approvare da Renzi totalmente eliminava i Senatori eletti dai cittadini (ci sarebbe qualche technicality aggiuntiva qui, ma il ragionamento tiene lo stesso), recuperandone 95 provenienti dai Consigli regionali più i cinque senatori a vita, davvero “cavoli a merenda”. In tutto da 945 parlamentari eletti si sarebbe scesi a 630 più 100, con la classica motivazione populista (e un di più di decisionismo accattone): meno poltrone, meno costi, i senatori di provenienza regionale non avrebbero avuto nessuna indennità, ma solo il rimborso delle spese. Quanto alla rappresentanza è subito opportuno ricordare che non è mai solo faccenda di numeri. La più potente assemblea legislativa e rappresentativa al mondo è senza dubbio alcuno il Senato degli USA. La rappresentanza dipende in misura sostanziale dalla legge elettorale, dalle modalità con le quali i rappresentanti sono eletti e possono essere rieletti. Da questo punto di vista, il vero vulnus, anzi, il colpo mortale alla rappresentanza politica viene, da un lato, dall’eventuale, ancorché fondamentalmente impossibile da praticare, vincolo di mandato, dall’altro, dai limiti ai mandati elettivi.

Ciò detto, dovrebbe essere evidente a tutti che la Legge Rosato con le sue liste bloccate è fatta apposta per rendere impossibile la buona rappresentanza politica. Altre erano le sue priorità. Gli eletti sapranno di dovere la loro carica (chiedo scusa, poltrona) a chi li ha candidati/e e messi in lista nelle posizioni più eleggibili, certamente, non agli elettori di fronte ai quali non avranno nessun interesse e nessun incentivo a tornare per parlare di politica (della vita reale), spiegando quel che hanno fatto, non fatto, fatto male. Eravamo addirittura arrivati al punto di ascoltare dalla voce del Ministro Boschi che i capilista bloccati (più spesso che no paracadutati, come lei stessa sarebbe stata a Bolzano nel 2018), nominati dal segretario del partito, acquisivano il ruolo di “rappresentanti del collegio”. Fin da subito sostenni che erano, invece, i commissari del (segretario del) partito. Insomma, il combinato disposto della profonda trasformazione del Senato, con i nuovi senatori che avrebbero rappresentato non i cittadini delle rispettive regioni, ma i partiti di quelle regioni, vale a dire del suo sostanziale depotenziamento in termini di rappresentanza e di capacità di controllo sull’operato del governo e sulle leggi dal governo proposte/imposte, con la legge elettorale, fosse l’Italicum sia la Legge Rosato, incideva gravemente sulla rappresentanza politica. Con qualche sospiro e un’alzata di spalle i renziani, ma anche un numero impressionante di commentatori politici, giornalisti e professori anche di scienza politica, raccontavano la favola del trade-off: bisogna rinunciare a un po’ di rappresentanza per avere un tot di governabilità (garantita anche da un cospicuo premio di seggi). Alla faccia di coloro che pensano, con notevoli pezze d’appoggio, che la buona, ampia, diversificata rappresentanza politica è la premessa, il fondamento irrinunciabile della governabilità, di qualsiasi governabilità.

No, la riduzione del numero dei parlamentari, magari giustificata con la necessità di maggiore e migliore efficienza, da un lato, non è di per sé un attentato alla democrazia, dall’altro, però, esige una apposita legge elettorale di cui non v’è traccia nel disegno (esagero complimentosamente) riformatore delle Cinque Stelle, del governo giallo-verde. Certo è che le critiche dei renziani e di tutti coloro che hanno sostenuto le riforme del loro capo sono semplicemente opportunistiche e inaccettabili. Le riforme delle Cinque Stelle si muovono sullo stesso terreno. Possono essere contrastate, e lo saranno, con le argomentazioni usate dai sostenitori del NO. Questo è esattamente quanto, se diventerà necessario, cercherò di fare, insieme ai moltissimi “partigiani buoni”, nello spazio che riuscirò a conquistarmi. Nel frattempo, mi auguro, senza farmi illusioni, che i produttori seriali di stupidaggini costituzionali imparino qualcosa e cerchino di essere un po’ più originali e attenti alla realtà effettuale (Machiavelli).

Pubblicato il 25 luglio 2019

Le lobby non fanno male all’Europa

Il numero molto elevato di lobby che “premono” sulle istituzioni europee, in particolare, sui Commissari e sugli europarlamentari, costituisce un segnale doppiamente positivo. Da un lato, l’Unione Europea si rivela, ma tutti dovrebbero saperlo da tempo, un luogo di vivacità imprenditoriale, professionale, commerciale molto diversificato e dinamico. Dall’altro, risulta limpidamente che nell’UE esiste pluralismo, possibilità di accesso alle istituzioni, grande democraticità, persino sostanziale trasparenza. Chi sostiene, come sembrano fare Milena Gabanelli e Luigi Offeddu (Il peso delle lobby sulle scelte europee, in “Corriere della Sera”, 8 aprile 2019, p. 13), che le lobby influenzano indebitamente le decisioni europee,  dovrebbe portare non solo aridissimi numeri, ma prove concrete di direttive formulate dai Commissari e di leggi approvate dagli europarlamentari sulla base di richieste avanzate da specifiche lobby. Fermo restando che accesso alle sedi decisionali non significa affatto influenza, meno che mai preponderanza, è decisivo per qualsiasi critica e denuncia che i fatti siano raccontati con precisione e appaiano probanti. Forse, è prima di tutto molto utile descrivere il contesto nel quale si situa l’azione delle lobby europee.

L’Unione Europea è un sistema politico dove vivono e lavorano più di 500 milioni di persone. È fatta di ventisette Stati-membri ciascuno dei quali ha, in materia di procedure decisionali e apertura ai gruppi di interesse, sue tradizioni, una sua legislazione, un più o meno alto (spesso basso) grado di accettazione di politiche competitive e di espressione di interessi e delle rispettive organizzazioni. A loro volta, in partenza ciascuno degli europarlamentari non può che essere influenzato da quanto ha conosciuto e sperimentato nel suo paese, dalle pratiche colà diffuse e dalle esigenze che immediatamente percepisce una volta entrato nel Parlamento europeo a contatto con parlamentari di partiti affini o no provenienti da altri paesi, ugualmente “segnati” dalle loro esperienze nazionali, politiche e professionali. Comprensibilmente, nessuno di loro è in grado di conoscere il tessuto economico della maggior parte degli altri Stati-membri e le modalità di organizzazione e di espressione degli interessi.

Quando si confronta con le disposizioni legislative formulate dalla Commissione, ciascuno degli europarlamentari, in particolare i più attivi, ma, anche coloro che si rendono conto della complessità delle tematiche, cercheranno di documentarsi al massimo anche rivolgendosi alle lobby oppure, altrettanto spesso, accettando di incontrare i lobbisti che ne fanno richiesta. Costoro hanno informazioni e le forniscono, ovviamente sempre sottolineando quegli elementi che sono per loro particolarmente importanti. Non è affatto semplicistico sostenere che è proprio la molteplicità delle lobby che consente agli europarlamentari (e ai Commissari) di esporsi ad altri punti di vista, di soppesarli, confrontarli, valutarli in maniera sostanzialmente non diversa da quello che succede nei contesti nazionali che, però, sono di più facile comprensione per coloro che vi hanno fatto politica e/o svolto una professione.

Un discorso molto simile vale per tutti commissari. Dovendo formulare politiche e prendere decisioni che riguarderanno ventisette Stati (e l’Unione nel suo complesso), ciascuno di loro ha assoluto bisogno di un surplus di informazioni e conoscenze. In parte le trarranno dai loro rispettivi gabinetti, plurinazionali, se costruiti con acume e accuratezza. Naturalmente, anche quei funzionari avranno attinto informazioni dalle lobby. In parte, presteranno ascolto direttamente ai lobbisti cercando un equilibrio fra le fonti, senza privilegiare nessuno. Talvolta, però, il “privilegio” può essere conquistato, senza scandalo, dai lobbisti più capaci, che si dimostrano credibili nelle loro critiche e nei loro suggerimenti, che offrono materiale importante per la formulazione di una o più direttiva. Tanto gli europarlamentari quanto i Commissari hanno tutto l’interesse politico e professionale a “fare una bella figura”.

Lasciare pensare senza riferimenti precisi e senza prove concrete che le politiche europee sono il prodotto di 11.801 lobby (è la cifra riportata da Gabanelli e Offendu) significa non sapere come funzionano i sistemi politici democratici –e l’Unione Europea è un sistema politico democratico, aperto e pluralista. Significa anche, e in questa fase è un errore gravido di pessime conseguenze, fare un cattivo servizio alla comprensione dell’Unione Europea che non è succuba delle lobby, ma esposta alle pressioni e ai ricatti degli Stati-membri e dei loro governanti i quali sarebbero felicissimi di scaricare i loro egoismi e le loro inadeguatezze sulle manovriere, insidiose, ingannatrici lobby.

Pubblicato il 12 aprile 2019

Torniamo ai Maestri #MaurizioViroli su “BOBBIO E SARTORI Capire e cambiare la politica” @egeaonline

TORNIAMO AI MAESTRI BOBBIO E SARTORI
di Maurizio Viroli

Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica
di Gianfranco Pasquino edito da Università Bocconi Editore, 2019

BOBBIO E SARTORI CAPIRE E CAMBIARE LA POLITICA (UBI)

 

Eravamo fortunati quando potevamo contare su maestri come Norberto Bobbio e Giovanni Sartori. Restano i loro scritti e, per chi li ha conosciuti ed è stato loro allievo e amico, lettere e memorie. Gli uni e le altre possono aiutarci a riscoprire il loro insegnamento. Può darci una buona mano in questa impresa il libro che Gianfranco Pasquino, allievo prima e amico poi dell’uno e dell’altro, ha da poco pubblicato: Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (Bocconi Editore). Quando l’allievo scrive dei suoi maestri, cade facilmente nel peccato (veniale) di esaltare le loro virtù e tacerne i vizi, trattare soltanto delle pagine chiare delle loro vite, e sorvolare su quelle oscure. Non è il caso di Pasquino, incline, se mai, al difetto (scusabile) di troppa severità.

A Bobbio, con il quale si laureò il 10 marzo 1965, Pasquino imputa, ad esempio, “qualche peccato di eclettismo”; l’“alquanto imbarazzante lettera”(ma lo era davvero?) indirizzata a “S.E. il Cavalier Benito Mussolini l’8 luglio 1935”; il troppo “zelante patriottismo costituzionale ”; la poca attenzione a “critiche significative al suo Destra e sinistra”; una “inadeguata comprensione del problema” Berlusconi (secondo me Bobbio aveva capito benissimo, soprattutto quando definì Forza Italia un partito personale); l’assenza “davvero flagrante”, anche per colpa di chi scrive, del discorso istituzionale nel Dialogo intorno alla Repubblica; l’aver attribuito alla democrazia “promesse irrealistiche” e poi dire che “non si potevano mantenere”; il giudizio “non sufficientemente severo su Lotta Continua”; il troppo scetticismo (a mio avviso lodevole), nei confronti di possibili riforme della Costituzione.

A Sartori,che ebbe come professore al Centro Studi di Politica Comparata d Firenze, fra 1968 e 1969 e con il quale condivise prima l’impegno in redazione (1971-1977), poi la condirezione della Rivista Italiana di Scienza Politica, Pasquino rimprovera di aver espresso in Homo videns (1997) preoccupazioni forse esagerate (per me sacrosante) relative alla “mutazione genetica indotta dalla televisione da homo sapiens a homo videns ”; di non essersi posto “il problema della diseguaglianza sostanziale fra i cittadini che non hanno i mezzi economici per fare […] attività politiche e coloro che, invece, ne dispongono”; di non aver fatto seguire la sua giusta critica ai “perfezionisti”(chi propone il vincolo di mandato per i rappresentanti) una “parte propositiva concernente i miglioramenti auspicabili, possibili, magari già in corso nelle democrazie reali”.

Pasquino è particolarmente severo verso “il culto di Bobbio”. Un culto, annota, diffuso anche per responsabilità dello stesso Bobbio. Più deprecabili ancora sono state le forzature del suo pensiero a fini di affermazione politica personale. Pasquino avrebbe potuto citare in proposito l’indegno (per la povertà intellettuale) e offensivo (alla memoria di Bobbio) commento di Matteo Renzi alla riedizione (2014) di Destra e Sinistra che l’editore Donzelli ha promosso con pessima operazione editoriale e politica. Sartori non ha avuto la sfortuna di avere dei “sartoriani”e il suo pensiero è stato sottoposto a meno deformazioni.

Mai ideologi di regime, mai servi di politici potenti, Bobbio e Sartori furono intellettuali militanti che misero la loro chiarezza intellettuale e la loro competenza al servizio dell’impegno civile. Oltre agli articoli sulla Stampa e sul Corriere della Sera, e alle conferenze, scrissero libri che hanno lasciato un’impronta profonda (e suscitato le ire dei politici corrotti, come Craxi, che accusò Bobbio di essere un filosofo “che aveva perso il senno”). Ebbero tuttavia un diverso rapporto con l’attività politica. Bobbio partecipò alla Resistenza e militò in Giustizia Libertà, nel Partito d’Azione, nel Psu, nel Psi di Francesco De Martino e fu Senatore a vita (dal 1984). Sartori si tenne più lontano dalla milizia politica in senso stretto.

Bobbio aveva più lo stile dell’umanista che dello scienziato; Sartori più dello scienziato che dell’umanista. Mentre lo scienziato limita la sua indagine a un ambito ben definito, l’umanista cerca di capire la condizione umana in tutti i suoi aspetti. Nella bibliografia di Bobbio troviamo raccolte di scritti sui classici, ricordi di intellettuali e militanti, splendide riflessioni sulla vecchiaia e sulla mitezza e alcuni studi sulla scienza politica; in quella di Sartori molti studi di scienza politica e una minore mole di riflessioni sui grandi filosofi, sugli intellettuali e sull’esperienza umana.

Possiamo definire Bobbio e Sartori due classici? Intendo per classico, con Bobbio, un pensatore che “a) è considerato come l’interprete autentico e unico del proprio tempo, la cui opera viene adoperata come uno strumento indispensabile per comprenderlo; b) è sempre attuale, onde ogni età, addirittura ogni generazione, sente il bisogno di rileggerlo e rileggendolo di interpretarlo; c) ha costruito teorie modello di cui ci si serve continuamente per comprendere la realtà, anche la realtà diversa da quella da cui le ha derivate e a cui le ha applicate. Pasquino su Bobbio è cauto, su Sartori non si pronuncia. Per me Bobbio e Sartori hanno già meritato lo status di ‘classici’, senza attendere il giudizio dei posteri. Non vedo come sia possibile capire il Novecento, o la democrazia, o la degenerazione berlusconiana o i partiti senza le loro opere.

Ma più ancora della loro eredità scientifica, ha un valore inestimabile la loro lezione di rigore intellettuale, riflesso del loro rigore morale. Dell’uno e dell’altro abbiamo bisogno per tentare di arginare il degrado civile che è sotto gli occhi di chiunque abbia ancora un briciolo di senno. Proporre gli esempi di Bobbio e di Sartori, come ha fatto Pasquino, è un primo e importante passo nella giusta direzione.

Pubblicato il 30 marzo 2019  

Il PD e le fazioni poco democratiche

Antonio Floridia, Un partito sbagliato. Democrazia e organizzazione nel Partito Democratico, Roma, Castelvecchi, 2019, pp. 188, €17,50.

Prendendo le mosse da una domanda apparentemente semplice: “a quale dei possibili, diversi aggettivi della democrazia si è concretamente ispirata la struttura e la dinamica organizzativa dl Pd?”, Antonio Floridia ha scritto un libro eccellente. Quel “amalgama mal riuscito” (D’Alema), quel partito “leggero” (Veltroni), dalla leadership contendibile (Statuto del PD), quella organizzazione nata da una fusione a freddo fra DS e DL (Margherita), privo di una cultura politica condivisibile, viene analizzato da Floridia a partire dallo Statuto. Floridia riesce a collegare Statuto e organizzazione del PD con la scarsa democraticità e la mediocre funzionalità del Partito giungendo a motivare in maniera molto convincente il titolo del suo libro: Un partito sbagliato. Fosse soltanto questo il problema, potremmo tutti rispondere “affari dei più o meno sedicenti Dem”. Invece, no. Con un ragionamento stringente che si nutre della migliore letteratura in materia, ma anche degli esempi concreti nella politica italiana, Floridia sostiene che la cattiva organizzazione del PD e le sue velleitarie norme statutarie hanno già prodotto conseguenze molto gravi che sembrano irreversibili, per il funzionamento del sistema politico italiano e per la qualità della democrazia. Un partito il cui esercizio dominante non è quello di dare rappresentanza a una parte della società, ma di legittimare la leadership attraverso procedure dubbie (votazioni e primarie aperte indiscriminatamente e non con l’obiettivo di creare aderenti, l’Albo dei votanti alle primarie è una specie di oggetto misterioso) che non costruiscono nessuna cultura politica, ma ratificano l’esistenza di cordate, è destinato a isterilirsi quando le vittorie elettorali non arrivano e non consentono di premiare coloro che svolgono un reale lavoro “politico”. Già, perché Floridia ritiene che i partiti non solo abbiano ancora compiti che nessuna altra organizzazione può svolgere, ma che, a determinate condizioni, siano in grado, oggi, di svolgerli meglio che nel passato. Ovviamente, la condizione decisiva è che i partiti facciano ricorso a tutti gli strumenti di comunicazione, di “conversazione”, di azione disponibili. Autore di un precedente ottimo libro sulla democrazia deliberativa, Floridia ritiene che un partito che desideri essere effettivamente “democratico” a quegli strumenti dovrebbe guardare in tutte le fase della sua attività politica: reclutamento di coloro che sono interessati alla politica, loro formazione, selezione, promozione, ma soprattutto discussione delle alternative politiche e preparazione dell’azione di governo e di opposizione. Alcuni utili, precisi, mirati riferimenti ai partiti del passato (DC e PCI) e a quelli delle democrazie occidentali offrono indicazioni su quanto è ancora possibile fare in una società slabbrata alla quale dare coesione. Con noncuranza e protervia, Floridia documenta tutto con un pizzico di acrimonia, Matteo Renzi ha contribuito in maniera decisiva alla distruzione del PD (e aggiungo io, non è finita). Con molta buona volontà Fabrizio Barca, le cui proposte Floridia analizza con grande, forse esagerata, empatia, ha cercato di delineare un partito migliore. Nessuno dei candidati alla segreteria: Zingaretti, Martina e, davvero dovrei menzionarlo?, Giachetti, ha ripreso le proposte di Barca né criticato i devastanti comportamenti dei renziani né detto che partito vogliono. Azzardo che non lo sappiano proprio. Suggerirei loro caldamente la lettura di questo libro che dallo ieri ci conduce in un domani possibile. Però, il dibattito culturale non è proprio il forte dei dirigenti del PD dal 2007 a oggi. La maggior parte di loro ha solo il tempo di cercare e mantenere cariche. Un partito allo sbando non darà rappresentanza agli elettori e la qualità della democrazia italiana rimarrà miseranda.

Pubblicato il 29 gennaio 2019

I vedovi del sì non capiscono il consenso dei giallo-verdi

Dal 5 marzo 2018 mattina, incessantemente, molti politici del PD e i giornalisti del Foglio, professoroni (sic) abbacinati da Renzi, dopo essersi invaghiti di Craxi e di Berlusconi, giornaliste embedded, continuano ad attribuire ai sostenitori del NO la colpa della nascita e dell’esistenza del governo giallo-verde. Chiedono ai professoroni del “no”, ma dovrebbero estendere il loro invito almeno anche ai partigiani “cattivi”, di riconoscere che hanno aperto la strada a quel governo e che, adesso, se ne stanno a guardare senza sbottare a ogni (più o meno presunta e presumibile) violazione della Costituzione –anche se finora proprio non ve ne sono state. Affermare, insieme a Casaleggio, che il Parlamento potrebbe un giorno risultare inutile, non è, peraltro, la stessa cosa di fare del Senato un dopolavoro per consiglieri regionali (come voleva la riforma Renzi-Boschi). Cattivi perdenti, “quelli del ‘sì”, non soltanto non si chiedono dove hanno sbagliato, che sarebbe il minimo, ma persistono in alcune argomentazioni logorissime, senza nessun fondamento minimamente scientifico. Secondo loro, mi riferisco in particolare all’articolo di Angelo Panebianco, Quei puristi (scomparsi) della Carta (“Corriere della Sera”, 3 novembre, pp. 1 e 28), i sostenitori del “no” non criticherebbero abbastanza, anzi, per niente, Grillo e Casaleggio (della Lega e di Salvini l’articolo non parla). Di più, sarebbero ancora prigionieri del “complesso del tiranno” ragione per la quale non avrebbero voluto il rafforzamento dei poteri del governo. Non c’era nulla nella riforma Renzi-Boschi che, attraverso un limpido intervento sulla Costituzione, rafforzasse i poteri del governo. Eppure sarebbe bastato il voto di sfiducia costruttivo alla tedesca oppure anche alla spagnola, ma i sedicenti riformatori d’antan e i loro molti commentatori amici non lo presero in nessuna considerazione. Oggi, peraltro, si vede con chiarezza quali sono i fattori che rendono forte un governo, persino, quando è di coalizione. Ricordo che la legge elettorale Italicum era stata formulata proibendo la formazione di coalizioni con l’intento di dare vita al governo di un solo partito premiato (gonfiato) da un cospicuo premio di seggi a tutto scapito della rappresentanza parlamentare. Non soltanto il governo Cinque Stelle-Lega ha a suo fondamento la maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, ma non si sente in alcun modo ostacolato nelle decisioni che prende, nei decreti che produce, nella sua concreta attività di governo. Con vezzo italiano, proprio non solo dei complottisti e degli incompetenti, denuncia l’ esistenza dei poteri forti, delle tecnostrutture e, naturalmente, dei burocrati di Bruxelles ogniqualvolta incontra resistenze alle sue politiche, ma, almeno finora, non attribuisce le responsabilità alla Costituzione italiana. Anzi, a oggi le uniche proposte ventilate dalle Cinque Stelle stanno tutte nel solco di quanto i partecipanti alla Commissione Letta per le riforme istituzionali avevano variamente ventilato: riduzione bilanciata del numero dei parlamentari e potenziamento dell’istituto referendario. Non si vede, dunque, perché i sostenitori del “no” dovrebbero lanciarsi a capofitto in una campagna ostruzionistica. A riforme eventualmente approvate dal Parlamento si vedrà. Qualcuno potrebbe, invece, volere chiedere alle Cinque Stelle (la Lega non sembra interessata alla tematica) una profonda revisione della legge elettorale Rosato, anzi, per usare un termine caro alla parte politica di Rosato, una vera e propria rottamazione. Tornando al governo in carica le prefiche del “sì” potrebbero anche interrogarsi sulle ragioni che ne mantengono elevato il consenso in tutto il paese e chiedersi se non sarebbe meglio destinare il troppo tempo che impiegano a criticare chi ha vinto il referendum per formulare una strategia politica alternativa e farla viaggiare su quel che rimane dei partiti oggi all’opposizione.

Pubblicato il 6 novembre 2018

Buona politica: ecco che serve per l’identità

 

Da qualche anno vado dicendo in giro che “sono un europeo nato a Torino”. È un’affermazione solo parzialmente corretta che mira a comunicare quali sono le mie preferenze: l’accentuazione della mia torinesità, che, probabilmente, è l’elemento centrale, portante della mia identità, e il proposito di costruire un’Europa politica con il consenso dei cittadini di una pluralità di Stati-membri. Certamente, l’identità è fenomeno troppo complesso per essere definito interamente e, meno che mai apprezzato esclusivamente, nella sua componente, che esiste, nazionale. Questa è la componente sottolineata in maniera estrema, fra letteratura e cibo, non solo nei suoi articoli sul “Corriere della Sera”, da Galli della Loggia che la usa, non per la prima volta, contro una antica visione della sinistra “internazionalista”. Quell’internazionalismo dantan, certamente criticabile, fu, però, dei comunisti, non dei socialisti e neppure, ovviamente, degli azionisti. La maggior parte degli studiosi contemporanei metterebbero in grande evidenza che l’identità è molto più che “suolo e sangue”: è una costruzione sociale, politica, culturale (non saprei dire in quale ordine che, pure, fa molta differenza) che cambia, anche in maniera significativa, nel corso del tempo e che si compone di una pluralità di elementi. Sappiamo da molte ricerche che l’elemento politico, sia esso lo Stato oppure la Costituzione, non è affatto centrale nell’auto-definizione della loro identità da parte degli italiani. Incidentalmente, laddove non è forte l’identità politica che si esprime anche nell’orgoglio delle regole e delle leggi e del loro rispetto, è tanto improbabile quanto difficile che gli immigrati sentano a loro volta l’obbligo politico e morale di rispettare regole che vedono quotidianamente evase e violate dai cittadini. Altrove, come in USA, è proprio il riferimento anche emotivo alla Costituzione a costituire l’elemento fondante dell’identità, della cittadinanza. Più in generale, si potrebbe aggiungere che la buona politica e i suoi simboli, ad esempio, la monarchia e Westminster per gli inglesi, stanno alla base dell’identità, della britishness e la rafforzano. Nel caso italiano, già alquanto deboli in partenza, gli elementi più specificamente politici dell’identità dei cittadini devono fare i conti con aspetti culturali e sociali. I due sfidanti più agguerriti sono: l’orgoglio per la grande cultura del passato, in particolare, da Dante in poi, Rinascimento soprattutto (quando l’Italia politica era ancora molto di là da venire), e il Bel Paese, il territorio, le sue bellezze artistiche, i suoi monumenti. Stando così le cose, ci sono due conseguenze importanti. La prima è che non è affatto facile produrre una transizione di successo da un’identità basata su elementi culturali, per di più con lontane radici nel passato, a un’identità politica, per di più in un paese nel quale il vento dell’antipolitica, periodicamente risollevato e aiutato da molti commentatori, soffia impetuoso. La seconda conseguenza è che qualsiasi “patriottismo costituzionale” orientato al cosmopolitismo deve essere costruito partendo da poco più di zero. Non basta suggerirlo ed esortarlo, come ha fatto Tomaso Montanari nella sua replica pubblicata nel ”Fatto Quitidiano”, a una sinistra confusamente poco europeista e che pratica il cosmopolitismo con pregiudizi e in maniera alquanto approssimativa. Soprattutto, però, la costruzione dell’identità non può mai essere “di parte”, vale a dire che a nessuna parte politica può essere concesso di appropriarsene e meno che mai di brandirla contro altre parti politiche. L’identità deve essere inclusiva. Allora sì, diventa anche possibile spingere una raggiunta identità nazionale verso un’identità europea, aggiuntiva e non sostitutiva dell’identità italiana. Anzi, un’identità solida e condivisa consente di svolgere senza riserve e senza remore un ruolo attivo e incisivo sulla scena europea: non “prima gli italiani”, ma “europei perché italiani”.

Pubblicato il 20 settembre 2018

Il filosofo vuole cambiare partito

Cambiare il Partito Democratico? Si può, sostiene Roberto Esposito su “Repubblica” (24 agosto). È facile. Però, bisogna che gli intellettuali che criticano il PD si iscrivano al partito. Lo cambieranno da dentro. Come mai non ci (mi metto, non abusivamente, fra gli intellettuali critici) abbiamo pensato prima? Per fortuna che, adesso, grazie ad Esposito, i filosofi non si limitano più a studiare il mondo, ma cercano di cambiarlo. Non so quanto mondo conosca il filosofo Esposito. Sono, invece, sicuro che non conosce i partiti politici e, meno che mai, il PD (come partito, non come dirigenti). Lascio da parte che, anche se, nel peggiore dei casi, il PD avesse circa 300 mila iscritti, sarebbe difficile per gli intellettuali di sinistra vincere numericamente qualsiasi battaglia interna a qualsivoglia organismo di partito. Riuscirebbero mai ad ottenere la maggioranza in un circolo del PD? A Bologna certamente no. Lì hanno vinto coloro che volevano candidare Pierferdinando Casini al Senato e poi l’hanno anche fatto votare (e votato davvero!). Altrove, bisognerebbe fare un’analisi circolo per circolo, ma ho regolarmente assistito a votazioni nelle quali facevano la loro comparsa truppe cammellate di iscritti tempestivamente invitate per l’ora nella quale si sarebbe tenuta la votazione. Grazie a interventi “sapientemente” misurati, la votazione aveva luogo quando gli oppositori si erano stancati e i cammellati erano arrivati.

Peraltro, il problema per l’iscrizione di massa degli intellettuali comincerebbe proprio dalla richiesta della fatidica tessera. Infatti, qualsiasi domanda di iscrizione può essere respinta dal direttivo di qualsiasi circolo. Le motivazioni del respingimento sarebbero tutte molto plausibili. Come si fa a dare la tessera a quello lì che ci critica da anni oppure a quello lì che si è opposto alle riforme costituzionali oppure a quell’altro che ha votato LeU, l’ha detto pubblicamente, se n’è vantato? Non siamo affatto convinti che l’aspirante condivida, minimo, il programma del partito, e così via.  Iscrizione a rischio, spesse volte lasciata ad libitum dei dirigenti del partito locale i quali, ovviamente, hanno i voti e sono in grado di respingere persino gli eventuali simpatizzanti di un altro leader locale che sia in minoranza. No, il filosofo Esposito non conosce il Partito Democratico e le sue dinamiche. Sembra che non conosca neanche il funzionamento dei partiti in generale. Avrebbe, forse, potuto (dovuto) rafforzare il suo bizzarro invito all’iscrizione di massa degli intellettuali con qualche esempio di successo tratto da sistemi politici nei quali la trasformazione di uno o più partiti è avvenuta con la procedura da lui suggerita.

La un tempo famosissima Bad Godesberg (1959) grazie alla quale la SPD riuscì a accreditarsi come partito non a vocazione maggioritaria, ma governativa, avvenne in seguito all’iscrizione di massa degli intellettuali tedeschi a quel partito? La creazione del Parti Socialiste in Francia nel 1971 fu il prodotto di spostamenti di masse di intellettuali al seguito di François Mitterrand oppure di una lunga elaborazione culturale e politica in club nei quali si trovavano settori della società civile, borghesia progressista, imprenditori, alti funzionari statali, laureati della Grandi Scuole d’Amministrazione (non ricordo la presenza di filosofi), ma soprattutto della leadership politica? La trasformazione del Labour Party in New Labour all’inizio degli anni novanta del secolo fu il seguito di un boom di iscrizioni di intellettuali oppure di un cambio generazionale e di una consapevole lotta politica condotta da Tony Blair, Gordon Brown e alcuni esperti di comunicazione politica? Qualcuno potrebbe anche voler chiedere a Esposito in quale conto i fondatori del Partito Democratico hanno dato prova di tenere gli intellettuali nel 2007 e poi, ad esempio, nel 2018 per le candidature al Parlamento.

Nessuna iscrizione di massa al PD è possibile a meno che i non meglio definiti intellettuali critici del partito si organizzino come falange compatta (non proprio la modalità organizzativa preferita e praticata dagli intellettuali chiunque siano) prima di qualsiasi azione nei confronti del PD. Altrimenti, quasi sicuramente sarebbero risucchiati nelle logiche di funzionamento interno di un partito organizzato in piccole, settarie oligarchie. Soprattutto, una volta ufficialmente iscritti, troveranno molti ostacoli all’espressione del loro dissenso. Forse, però, è questo l’obiettivo di Esposito: fare risucchiare gli intellettuali critici e, mentre lui continuerà a scrivere su “Repubblica”, sostanzialmente silenziarli.

Pubblicato il 25 agosto 2018

E se fosse questo il PD che vogliono?

Sembra che sappiano tutti, in particolare, gli editorialisti dei grandi quotidiani (ahi, almeno marginalmente ci ricasco anch’io) come ricostruire il Partito Democratico. Un po’ meno (personalmente, direi “per niente”) lo sanno i dirigenti del Partito. La maggior parte di loro non ha perso le elezioni. E’ tornata in Parlamento. Non ha, essendo stata paracadutata, nessun collegio da curare. Deve soltanto capire come posizionarsi. La prossima volta le carte, pardon, i collegi, le darà ancora Renzi oppure toccherà a qualcun altro (escludo “altra”)? E’ preferibile stare coperti/e aspettando a esprimersi poiché si sarà molto meglio accolti essendo decisivi al momento delle votazioni: “gli ultimi saranno i primi”… Tutto già visto, anche già criticato, ma questo è il rituale non soltanto del Partito Democratico il quale, però, aveva promesso qualcosa di diverso, molto di più. Naturalmente, gli ispiratori, i teorici, i fondatori sostengono, in numerose dichiarazioni e interviste, che è stato tradito lo spirito originario del partito. Farebbero meglio a chiarire quale era quello spirito e chi e come l’ha tradito. Potrebbero, a coronamento di una riflessione che merita di avere i toni di una forte autocritica, anche dire se il Partito Democratico, così com’è adesso, è recuperabile oppure bisogna costruire qualcosa di assolutamente nuovo.
Nel silenzio (operoso?) dei dirigenti, le ricette degli editorialisti non sembrano particolarmente originali. Smettere con l’arroganza e la pretesa di sapere tutto, comunque e sempre di più non soltanto degli elettori, ma anche degli iscritti, che contano poco o nulla, e dei simpatizzanti, meno di niente. Il fatto è che loro, i dirigenti, politici di mestiere, sono assolutamente convinti di saperne di più. Possono anche fare finta di ascoltare, ma poi vanno dove vogliono. Attendo esempi contrari. Mettersi in contatto con, ahi, la gente? il popolo? gli elettori? L’occasione migliore è sempre quella offerta da una campagna elettorale, ma con la legge Rosato non ce n’era bisogno del contatto, spesso faticoso, qualche volta controproducente. Tweet e Facebook non sono alternative alla presenza sul territorio. Possono integrarla, mai sostituirla. Chi c’è sul territorio del PD? Alcuni inamovibili dirigenti locali in carriera che certamente lotteranno con le unghie e con i denti per continuare la carriera. Conoscono da tempo gruppi di elettori. Quelli, non altri, insieme ai “quadri intermedi” in coda per il loro turno, mobiliteranno sia per la carriera sia, se necessario, per le preferenze. No, le incursioni in territori ostici non le faranno quei politici di mestiere. Ne abbiamo viste di sconfitte eccellenti dei dirigenti del PD nelle elezioni del marzo 2018? Fuori i nomi!
Adesso, da ultima, è spuntata l’idea dei comitati che dovrebbero riannodare qualche filo di discorso politico con l’elettorato (certo non maggioritario) che vede i guasti del governo giallo-verde e teme ancora più per il futuro. Dove sono finiti i leggendari Comitati per il “sì” dai quali secondo il segretario riformatore costituzionale sarebbe scaturita la nuova classe dirigente? Tutti dissolti dopo la pesante sconfitta? Ma è questo il modo di fare politica oppure dovrebbe, piuttosto, consistere nell’imparare le ragioni della sconfitta e del perché quel 40 per cento di elettori del “sì” non costituivano il bottino di Renzi? Da capo. Il deserto non è soltanto nelle periferie, ma anche nel centro delle città. Chiaro che a Bologna non ci si può aspettare granché dal Senatore del PD Pierferdinando Casini, ma altrove, Torino, Milano, Firenze, Roma, qualcuno può vantare iniziative significative, per esempio, una discussione vera non soltanto sulle cause della sconfitta elettorale e sulle ragioni della perdurante irrilevanza politica?
Alla fine di questa riflessione, non derivante dalla calura, avendo nel passato scritto abbondantemente sulla “cazzimma” dei dirigenti della sinistra, sui loro ipocriti rapporti con gli elettori, sul loro disinteresse per l’organizzazione bypassata dalle comparsate televisive, sono giunto a una conclusione, non nuovissima (almeno per me), ma da discutere, sì, discutibile. E se fosse proprio questo, vale a dire, quel che ne è rimasto, il PD voluto da coloro che l’hanno votato?

Pubblicato il 23 agosto 2018

Gli irriducibili del referendum perduto

A quasi due anni dal referendum costituzionale, gli sconfitti non riescono a farsene una ragione. Anzi, con un implausibile ricorso al post hoc ergo propter hoc attribuiscono la responsabilità di tutti gli esiti negativi, compresa la formazione del governo Cinque Stelle-Lega, a chi ha votato “no”. Non sembrano neppure sfiorati dal dubbio che quelle riforme fossero malfatte e controproducenti, che la campagna plebiscitaria dell’autore di riforme male fatte, tecnicamente, quindi, “malfattore”, abbia provocato reazioni di rigetto, che le argomentazioni a sostegno siano state mediocri e faziose.

Ho ascoltato più volte qualche professore per il “sì” affermare senza nessun ripensamento che la riforma del Senato avrebbe posto fine al bicameralismo “perfetto” (che, se fosse tale, sarebbe davvero da preservare). Il governo giallo-verde deriverebbe dall’esito referendario, anche se non facilmente spiegabile è come mai le Cinque Stelle abbiano accresciuto i loro voti fra il 2013 e il 2018 e la Lega li abbia addirittura quadruplicati. La loro campagna elettorale si è svolta principalmente su temi costituzionali, su quella vittoria, oppure, rispettivamente, su reddito di cittadinanza e blocco dell’immigrazione? Nessuno fra gli sconfitti che si chieda dove sono finiti quel 40 per cento di elettori del PD nelle europee del maggio 2014 e poi del “sì” che il segretario Renzi, mai smentito dai suoi collaboratori, al contrario, applaudito e osannato, rivendicava come suoi facendo un paragone azzardato con lo scarno 26 per cento per Macron nel primo turno delle elezioni presidenziali francesi? Comunque, dimenticando le sconfitte nelle elezioni amministrative del 2015, dove sono finiti e a chi quei voti fuggiti che hanno lasciato il PD al 18 per cento circa? Non sono certamente stati conquistati da Liberi e Uguali, il cui esito percentuale (e politico) è stato assolutamente deludente. La campagna elettorale del PD nel 2018 è stata impostata e condotta in maniera brillante? L’attacco a due punte, Renzi e Gentiloni, ha valorizzato le riforme e la figura del Presidente del Consiglio, già allora più popolare del due volte segretario del partito? È mai passata (se esisteva) l’idea che il PD s preoccupasse delle diseguaglianze, fosse il partito che avrebbe operato per ridurre quelle esistenti e per creare eguaglianze di opportunità? E tutto questo c’entrava qualcosa con la sconfitta referendaria, era impedito da quella sconfitta oppure reso più impellente? Quelle cattive riforme avrebbero cambiato in meglio la Costituzione italiana, che non è necessario considerare la più bella del mondo (non esiste concorso di bellezza per le Costituzioni altrimenti assisteremmo alla paradossale vittoria della Costituzione che non c’è: quella inglese) per valutarne positivamente le qualità? Mancano al loro dovere di difesa della Costituzione gli esponenti del no che non scendono in piazza contro le elucubrazioni di Davide Casaleggio sulla futura probabile inutilità del Parlamento? Oppure il confronto fra riforme fatte e proposte futuribili è improponibile, oltre che un processo alle (non) intenzioni?

Potrei concluderne che la pochezza argomentativa degli irriducibili giapponesi del sì è rattristante. Potrei anche aggiungere che sono fatti loro, parte della spiegazione di una sconfitta sonora che non hanno mai saputo spiegarsi e che continuano a non capire. Dirò, invece, che gli sconfitti del sì, chiusi nella loro torre dalla quale vedono solo le responsabilità altrui, privano il paese e i loro elettori di un’opposizione sulle cose, in grado di contrastare un governo al quale diedero prematuramente via libera, e di controproporre. Chi non impara dalla storia è condannato a riviverla (ma alcuni fra noi non si meritano questa punizione).

Pubblicato il 18 agosto 2018

E invece si deve stare con il Colle

di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi

C’è qualcosa di strano, ma anche di profondamente sbagliato, nelle reazioni con cui molti costituzionalisti e commentatori hanno accolto le decisioni del Presidente della Repubblica che hanno certificato il fallimento del tentativo di formare un governo M5S e Lega. Strano è, soprattutto, perché molti di quei commentatori e costituzionalisti – che oggi scagliano critiche più o meno velate a Sergio Mattarella – erano al nostro fianco nella giusta battaglia referendaria a difesa della Costituzione del 1948 e contro il “pasticciaccio brutto” elaborato dal governo Renzi e dai suoi esperti di corte/giglio.

La Costituzione che abbiamo protetto da attacchi smodati e sgrammaticati il 4 dicembre 2016 è la stessa che consente al Presidente della Repubblica di esercitare tutte le sue prerogative nella “nomina” – che non deve affatto essere acritica o automatica – del Presidente del Consiglio e, su “proposta” di questi, dei ministri. Di conseguenza, il Presidente della Repubblica ha anche la prerogativa di respingere alcuni nominati. Esistono illustri precedenti, notissimi e anche “riservati”. Mattarella è rimasto pienamente dentro il perimetro tracciato dalle regole costituzionali. Chi critica la presidenza della Repubblica per il suo comportamento e per il suo eccessivo interventismo nella vicenda del governo Conte critica, inconsapevolmente o meno, la Costituzione così come la conosciamo e come l’abbiamo difesa nel referendum costituzionale.

Tra i giuristi critici delle decisioni di Mattarella ci sono anche coloro che fondano il loro giudizio su valutazioni politiche o strategiche. La colpa del Presidente della Repubblica sarebbe allora quella di aver aperto un’autostrada elettorale ai partiti anti-establishment, favorendone una loro ulteriore espansione. A nostro parere, il Quirinale non deve mai chiudere un occhio (politico) sulle sue prerogative (costituzionali). Non deve mai subordinare le sue precise responsabilità istituzionali a valutazioni politiche contingenti e espedienti. Deve sempre agire come garante dell’unità nazionale e dei Trattati dall’Italia firmati. Chi critica Mattarella per le conseguenze politiche derivanti delle sue decisioni costituzionalmente ineccepibili non si rende conto che sta criticando – direttamente o indirettamente – le regole costituzionali e la loro rigorosa applicazione. La Costituzione – ma davvero dopo la campagna referendaria dobbiamo ancora ribadirlo? – non è un testo à la carte, dove si può prendere solo quello che ci fa comodo. Cedere sui principi fondamentali per motivazioni e preoccupazioni politiche sarebbe il modo peggiore per difendere la Costituzione.

Da ultimo, ci sorprende non poco che chi oggi massimizza le critiche al Presidente Mattarella – per questioni di forma o di sostanza poco importa – al contempo minimizza gli attacchi virulenti che ha subito negli ultimi giorni la Presidenza della Repubblica, compresa l’insana richiesta di messa in stato d’accusa (incidentalmente, giustificabile solo per alto tradimento o attentato alla Costituzione). E la messa in stato d’accusa sarebbe, secondo l’uomo della Terza Repubblica, Luigi Di Maio, la “parlamentarizzazione” della crisi? Difendere il Quirinale da atteggiamenti intrinsecamente illiberali e incostituzionali, che non ammettono nessun freno o controllo alla sovranità popolare, che, notoriamente (art. 1), deve esprimersi “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, non vuol dire schierarsi acriticamente al fianco della figura del capo dello Stato. Vuole dire, più semplicemente, stare dalla parte della Costituzione e della democrazia, leggendo e interpretando la prima come il quadro nel quale dobbiamo tutti agire, valorizzando la seconda come esito insopprimibile del rapporto fra regole e potere dei cittadini.

Pubblicato il 30 maggio 2018