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Addio uomini di partito: la destra perde le città @fattoquotidiano

La ricerca da parte del centro-destra di candidature civiche per le cariche di sindaco in alcune importanti città: Napoli, Roma, Milano, Bologna, è stata lunga, faticosa, rivelatrice. Salvini e Meloni, politici di professione, si sono impegnati allo spasimo per individuare candidati/candidate che non avessero mai fatto politica, respingendo le fievoli alternative proposte da Forza Italia, in particolare Maurizio Lupi a Milano. Paradossalmente, da un lato, il capo della Lega e la presidente dei Fratelli d’Italia sostengono di avere una nuova classe dirigente politica, ma, dall’altro, sembra proprio che a livello locale nei loro ranghi uomini e donne politiche di rilievo non ne esistano. Se esistono vengono retrocessi rispetto a persone che possono vantare di non avere mai fatto politica: il ritorno del qualunquismo e dell’antipolitica?

   La prima verità è che il centro-destra non è affatto così coeso e compatto come affermano, forse per autoconvincersi, Salvini, Meloni e Tajani. Al contrario, al suo interno la competizione si accompagna a frequenti tensioni e la scelta di una candidatura di partito sarebbe stata molto complicata e avrebbe incrinato i rapporti. In secondo luogo, la ricerca dei “civici” dice qualcosa sulla debolezza delle strutture di Fratelli d’Italia e della Lega, almeno nelle grandi città. Non esistono uomini e donne di partito con un radicamento cittadino forte, con un curriculum impeccabile, con una rete di conoscenze che travalichi ambiti settoriali e professionali, con acclarate capacità sperimentate almeno nel governo locale. Notevole è che né Salvini né Meloni abbiano dovuto confrontarsi con loro esponenti locali che ambissero ad essere prescelti. Il segnale da cogliere e diffondere è che, proprio nelle città, il centro-destra non dispone di una classe politica a contatto con chi vive in quelle città, ci abita, ci lavora, potrebbe rappresentarne le esigenze e le preferenze. Anche da questa constatazione, consapevolezza, ovviamente non esplicite e non espresse, discende la volontà di pescare nella società. Qui sì è probabile che si trovino professionisti ambiziosi, giornalisti, magistrati, medici, imprenditori (questa volta ci sono stati risparmiati gli attori e gli sportivi), quelli che un tempo venivano definiti “notabili”. A costoro non si chiede che sappiano di politica e di amministrazione. A proposito, essere al vertice di un ospedale, presiedere un ufficio giudiziario, avere una carica in un’associazione industriale non è in nessun modo assimilabile a guidare un comune, governare una città. Forse la popolarità dei candidati sarà una risorsa importante, non necessariamente decisiva, per ottenere la vittoria. Nella campagna elettorale, soprattutto per quel che riguarda le grandi città, c’è sempre anche un fattore nazionale, vale a dire il grado di approvazione dei partiti. Molto raramente la differenza è prodotta dalla personalità del candidato/a, dalle sue qualità, dalla sua esibizione di competenze politiche di cui non dispone.     Il centro-destra non sembra essersi minimamente posto il problema del dopo la eventuale vittoria dei loro candidati civici, vale a dire come governare le città. Nella campagna elettorale che non è ancora cominciata il problema dovrà pure emergere. La sinistra lo affronta nella maniera classica, che non vuole dire ottima, ponendo l’accento sul programma, su come “fabbricarlo”, sulla professionalità, soprattutto politica, dei suoi candidati, su quello che faranno nei primi famigerati cento giorni. Un po’ dappertutto senza fantasia il centro-destra rilancia a livello locale i suoi temi nazionali: sicurezza e immigrazione, accompagnati occasionalmente da critiche ai governi locali precedenti. Quello che mi pare il punto più debole delle candidature dei civici di centro-destra è l’improbabilità che, se vincessero, riuscirebbero a godere di autonomia operativa rispetto ai partiti che li hanno sponsorizzati. In quanto civici avranno ricevuto voti sulla loro persona, ma in consiglio comunale, fatta salva l’eventualità di eletti in liste con il loro nome, dipenderanno dai consiglieri eletti dai partiti del centro-destra che risponderanno ai dirigenti di quei partiti. Se sconfitti, sarà anche stata colpa dei civici stessi; se vittoriosi saranno costretti ad accettare di essere guidati e controllati da chi ha il potere politico: dirigenti e consiglieri dei partiti del centro-destra. Questa è la ragione che sta alla base della selezione di candidature civiche. Non è così che si migliora la rappresentanza e si rigenera la politica. Al contrario, si alimenta l’antipolitica al tempo stesso che si recupera una classica manifestazione della partitocrazia: il partito che controlla e subordina i sindaci i cui elettori saranno costretti a imparare che il civismo è un vero specchietto per le allodole.

Pubblicato il 20 luglio 2021 su Il Fatto Quotidiano

Sondaggi: al PD lo zero virgola più non basta @fattoquotidiano

Appena visto un “clamoroso” 20,8 per cento di intenzioni di voto degli italiani per il Partito Democratico, inopinatamente diventato, in seguito allo scivolamento all’indietro della Lega, il primo partito in Italia, il segretario Enrico Letta solennemente dichiara: “Il Pd è primo. Stare in questo governo ci fa bene” (titolo dell’intervista pubblicata dal Corriere della Sera il 13 giugno). Molto sobriamente, senza festeggiamenti, anche i leader delle tre correnti del PD, tutti e tre ministri, concordano. Guerini, Franceschini e Orlando al governo si trovano davvero a loro agio. C’è qualcuno, che si chiama Giorgia Meloni, che sostiene che anche all’opposizione si può stare molto bene. Infatti, Fratelli d’Italia è il partito che fa registrare la crescita maggiore in termini di intenzioni di voto lanciata verso il sorpasso della Lega malamente di lotta non convintamente di governo. Gli zero virgola di crescita del PD non sono entusiasmanti, soprattutto se messi a confronto con le percentuali di aumento dell’approvazione del governo in quanto tale e personale di Draghi. Quasi nessuno, neanche il loquace stratega di qualche tempo fa, ha osato dire alto e forte che, comunque, con il 20,8 il PD non va da nessuna parte. Per fortuna che il segretario ha lanciato la proposta non proprio innovativa di una Federazione dei partiti/liste di sinistra che, oltre al Movimento 5 Stelle, dovrebbe dare un’occhiatina anche al centro. Purtroppo, lì c’è un’occupazione manu militari da parte di Italia Viva del Renzi e di Azione di Calenda. “Sfondare” non sarà facile, ma anche “assembrarli”, date le caratteristiche dei due, sembra un’operazione alquanto costosa!

Adesso, sostiene Letta, bisogna “aprire [con il cacciavite?] un cantiere per le Politiche”. Nel frattempo, nelle Amministrative è già successo un po’ di tutto, non governato da nessuno, da Torino a Roma, con i pentastellati, che sono, necessariamente, il referente senza il quale il PD riuscirebbe a vincere in pochi comuni, ancora incerti anche su un minimo di convergenza. Dal canto suo, Conte, che, senza la convergenza sarebbe inevitabilmente destinato ad un’opposizione nella quale emergerebbero i suoi avversari interni, ha fatto un bel regalo a Letta. Ha dichiarato che nelle primarie bolognesi auspica la vittoria del candidato ufficiale del PD contro la sfidante, l’(ex-)renziana Isabella Conti, la quale proprio sola non è avendo sostegno anche dentro il PD.

Non mi risulta che a Sciences Po insegnino ad aprire cantieri e immagino che Letta sappia guardare alle esperienze edilizie italiane, magari dimenticandole quasi tutte, soprattutto l’Unione del 2006, esempio massimo di come non si costruisce una coalizione. Eppure, la Francia almeno una lezione la può insegnare a tutti: quella dell’importanza del tipo di competizione politica e elettorale per incentivare forme di aggregazione fra forze non troppo distanti fra loro che sappiano convergere su un progetto. Quel che so è, senza nessuna mia ostilità preconcetta, che una legge elettorale proporzionale è lo strumento meno adatto a incoraggiare alleanze prima del voto e a premiare aggregazioni. Al contrario, ciascuno andrà a caccia dei suoi voti, poi, dopo la conta, si faranno i governi. Non sembra che Letta abbia un interesse particolare per le technicalities della legge elettorale. Meglio che faccia una riflessione approfondita. La materia è di tale importanza, per l’oggi e per il domani, per ristrutturare il sistema dei partiti italiani, che bisogna che il segretario s’impegni per ottenere un esito positivo e duraturo.

Stare al governo con Draghi, non m’impelagherò nella discussione se Draghi fra sei mesi andrà al Quirinale, per il PD è positivo anche nella misura in cui serve, compito nobile, a controbilanciare e contrastare la Lega. Tuttavia, il segretario Letta deve quantomeno interrogarsi se alla fin della ballata tutti i meriti andranno al capo del governo che, per fortuna, non cederà alla tentazione di farsi un suo partito anche se già sento stuoli di politici interessati ad imbarcarvisi. Quel cantiere che Letta vuole aprire e fare funzionare è il luogo nel quale le proposte da lui formulate finora senza nessun successo e con pochissima audience debbono essere riprese e rilanciate anche come parte della pallidissima identità del PD. La tassa di successione mi pare del tutto opportuna. La legge sullo jus soli (oppure sullo jus culturae) è uno strumento importante di integrazione non soltanto perché l’Italia ha bisogno di immigrati, meglio se giovani, ma perché suggerisce che tipo di paese vogliamo essere. Avrei delle perplessità sul voto ai sedicenni, ma qualche modalità per coinvolgere i giovani nel mondo della politica e del lavoro mi sembra assolutamente indispensabile. Concludo drasticamente: al PD fa bene stare al governo se riuscirà a ottenere qualche riforma sua. Il resto sono solo buone intenzioni (di voto).

Pubblicato il 16 giugno 2021 su Il Fatto Quotidiano

Povero “Corriere”, nessuno gli dà retta sul maggioritario @fattoquotidiano

Dovrebbe essere oramai chiaro che i paesi frugali sono assolutamente ostili all’Italia. Non soltanto nessuno di loro ha imitato, come sosteneva Renzi, l’Italicum. Ma tutti si ostinano a mantenere le loro vecchie leggi elettorali proporzionali che, nella maggioranza dei casi, risalgono addirittura all’inizio del secolo scorso. Nonostante i molti accoratissimi editoriali del Corriere della Sera, sembra che i politici italiani si ostinino a volere, anche se fino ad ora non hanno saputo elaborarla, una legge proporzionale invece di, gravissima colpa, compiere finalmente il passaggio al maggioritario.

   In verità, chi ha letto qualche articolo (non voglio esagerare chiedendo addirittura la lettura di un libro in materia) sui sistemi elettorali, sa che: primo, la legge vigente, Rosato è due terzi proporzionale e un terzo maggioritario, e che la legge precedente, Calderoli, giustamente definita Porcellum, era una legge proporzionale con premi di maggioranza per il Senato in ciascuna regione, nazionale per la Camera. Secondo, è facile constatare che il “maggioritario” voluto dagli editorialisti del Corriere non ha niente a che vedere con il maggioritario di tipo inglese nei collegi uninominali né con quello francese a doppio turno ugualmente in collegi uninominali. Il maggioritario del Corriere non ha nessuna parentela con i due sistemi maggioritari effettivamente esistenti. Invece, è/sarebbe ancora una volta un sistema non meglio definito, tecnicamente “misto”, caratterizzato da un cospicuo premio in seggi per chi (partito? coalizione?; assegnato come?) ottiene più voti.

   Non conta, naturalmente, che un sistema di questo genere non esista, anzi, non sia mai esistito da nessuna parte. L’italiano è un popolo di inventori, come dimostrano il Porcellum, l’Italicum e la Legge Rosato. Peraltro, gli inventori più recenti possono farsi (relativamente) forti di alcuni precedenti. La Legge Acerbo usata nel 1924 era una sistema proporzionale con grande premio di maggioranza.  Non elesse il governo, ma creò una maggioranza davvero stabile. Galli della Loggia (Governi e maggioranza. L’eredità che ci penalizza, in “Corriere della Sera”,27 maggio, p. 1 e 32) dà la colpa del malgoverno e dei mali governi alla proporzionale insita nel Comitato di Liberazione Nazionale e poi alla Costituzione e rivaluta la legge truffa del 1953.Trattavasi di una legge proporzionale con eventuale premio in seggi (per conseguire i 2/3 dei parlamentari) da attribuirsi ad una coalizione di quattro partiti che avessero ottenuto la maggioranza assoluta dei voti. Lo storico non sa, non ricorda, non ritiene importante che quella eventuale maggioranza dei 2/3 avrebbe potuto modificare a piacimento, qui la truffa, una Costituzione all’attuazione della quale stava applicando, come scrisse Calamandrei, “l’ostruzionismo di maggioranza”. Addio, ad esempio, alla Corte Costituzionale.

   Concretamente, sulla scia degli altri editorialisti sedicenti liberali, il bersaglio del della Loggia è la presunta insufficienza dei poteri nelle mani del capo del governo. A me pare(va) che il liberalismo fosse specialmente una tecnica di freni e contrappesi, di controllo e di limitazione del potere, anche dell’esecutivo. Ad ogni buon conto direi che è il caso di affermare con chiarezza che non c’è nessuna legge elettorale nelle democrazie parlamentari intesa a attribuire grandi poteri al capo del governo. Chi vuole questo esito deve chiedere una Repubblica presidenziale. Il problema italiano è la destrutturazione del sistema dei partiti che consegue alla loro frammentazione. Non troppo paradossalmente, a sua volta la frammentazione dei partiti offre buona rappresentanza ad una società molto frammentata. Pretendere di comprimerla con un massiccio premio in seggi è una soluzione semplicemente sbagliata.

Pubblicato il 29 maggio 2021 su il Fatto Quotidiano

Il matrimonio tra il Pd e i 5Stelle s’ha da fare (ma conta il come…) @fattoquotidiano

Da molti mesi, inesorabili e concordi, tutti i sondaggi danno il centro-destra, per la precisione Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, in chiaro e sicuro vantaggio nelle intenzioni di voto degli italiani. Altrettanto sicuramente danno per dimezzato il Movimento 5 Stelle rispetto all’esito del 2018 mentre il Partito Democratico rimane mestamente attestato appena sopra-appena sotto il 20 per cento. L’effetto Enrico Letta non c’è stato, ma in verità nel partito praticamente nessuno se l’aspettava. Una volta tornati ad essere ministri i capi correnti del PD sono lieti che la patata lessa (non bollente) del partito sia nelle mani caute di Letta, e ça suffit. Molti italiani, cerco di interpretare il pensiero di almeno quelli del centro-sinistra, si aspetterebbero che, invece di combattere fra loro, i pentastellati guardassero avanti. Vero è che, se si andrà votare con una legge proporzionale, meglio il tipo che abbia una sana soglia del 5 per cento per l’accesso al Parlamento, vi entrerebbero tanto la variante Conte-Di Maio quanto la variante Casaleggio-Di Battista: un grande fatto per loro, una certificata vittoria per il centro-destra. Giusto, quindi, che si moltiplichino gli sforzi per rimettere insieme le troppo sparse membra di quello che fu, remember?, un arrembante schieramento del 33 per cento. Il Movimento avrebbe moltissimo da recuperare fra espulsioni affrettate e emorragie poco motivate se non dalla mancanza di una cultura politica condivisa. In qualche modo, anche il Partito Democratico potrebbe porsi l’obiettivo di ricomporsi con coloro che se ne sono andati: LeU e, persino, ItaliaViva. Con i primi gli spazi di condivisione sono molto ampli; con i secondi è in corso una assurda lotta nelle primarie prossime venture che dovrebbero essere meglio utilizzate non per una sterile resa dei conti, ma per scegliere quella candidatura a sindaco di Bologna che allarghi il consenso per il centro-sinistra. Certo, per Letta discutere in maniera serena con Renzi non potrà essere né una passeggiata né un pic-nic. Quei voti, però, anche se non sono molti, servirebbero/serviranno. Comunque, non basterà ricomporre il Movimento 5 Stelle e mettere in sesto il PD. Sono essenziali grandi cambiamenti che conducano ad un accordo di fondo fra loro e che si traducano in capacità attrattiva.

Ho sempre avuto riserve sulle alleanze organiche e strutturali. La politica delle coalizioni europee ha sostanzialmente mandato un insegnamento chiaro: le alleanze elettorali, politiche, governative si costruiscono e si ripropongono di volta in volta a seconda della posta in gioco e delle preferenze dei leader, degli iscritti e degli elettori. La ri-costruzione di ciascuna alleanza è resa più o meno difficile dalle precedenti esperienze. Gli inglesi sostengono, giustamente, che success breeds success. Per dare vita a una coalizione elettorale di successo, dunque, mi parrebbe opportuno cominciare subito da qualche esperimento locale reso più agevole dalle preferenze dei dirigenti e degli attivisti, mirando ad alcuni punti programmatici particolarmente significativi. Le elezioni nei comuni al disopra dei 15 mila abitanti offrono la grande opportunità del ballottaggio per l’elezione del sindaco. Consentono, quindi, di valutare come e quanto i due elettorati, pentastellato e democratico, reagiscono rispetto alla necessità/imperativo della confluenza sulla candidatura arrivata al ballottaggio. Ma c’è di più. Consentono di vedere e di misurare sia la capacità di attrarre nuovi elettori sia di motivare parte degli astensionisti, quelli che definisco “di opinione”, cioè che per andare alle urne valutano effettivamente le proposte di nomi e di idee che vengono (loro) fatte.

Questo non è in nessun modo un ragionamento ingegneristico. Tutte le ricerche elettorali dell’ultimo decennio hanno concordemente rilevato che: 1. All’incirca un terzo o poco più degli elettori italiani, molti di quelli che vengono indicati come “indecisi” nei sondaggi, sono disponibili a cambiare opzione di voto da un’elezione all’altra, e lo hanno davvero fatto; 2. All’incirca o poco più di quel 30 per cento sono abbastanza o molto insoddisfatti di come funziona il governo/la democrazia italiana. Certo, spesso i cambiamenti di voto avvengono non da un’area all’altra, ma all’interno di ciascuna area, come potrebbe essere fra Lega e Fratelli d’Italia. Rimane, però, un 10-15 per cento di elettorato che è, userò una parola evocata dai Democratici, contendibile. Per raggiungerlo, però, sarebbe necessaria una coalizione che, partendo da PD più Cinque Stelle, vada alla ricerca dei “contendibili” con l’offerta di qualcosa di più mobilitante che l’esclusione di Salvini dal governo. Ripiegati sui loro più o meno gravi problemi, pentastellati e democratici sembrano affidare il loro destino al successo di Draghi. Non basterà.

Pubblicato il 18 maggio 2021 su il Fatto Quotidiano

Matthew d’Arabia No, non è il Principe @FqMillennium

Da FQ Millennium, il supplemento mensile de Il Fatto Quotidiano

Non è ovviamente necessario essere nati in Toscana, neppure vicino a Firenze, per cogliere e comprendere nella sua interezza il pensiero politico di Machiavelli e, eventualmente, farne buon uso analitico e pratico. Esistono grandi studiosi italiani che provengono da luoghi diversi dalla Toscana, come, mi limito a due soli fulgidi esempi, Federico Chabod, valdostano, e Gennaro Sasso, romano. Meno che mai è sufficiente avere in comune con Machiavelli il luogo di nascita e di vita per diventare specialisti del suo pensiero e delle sue molte, eccellenti opere. Per esempio, Giovanni Sartori, fiorentino assoluto, mio maestro, non si occupò mai direttamente di quanto Machiavelli aveva scritto, ma è stato di gran lunga il più importante professore italiano di scienza politica e fra i quattro/cinque più grandi al mondo della seconda metà del XX secolo. 

   Come tutti dovrebbero sapere, fin da subito dopo la pubblicazione de Il Principe, proliferarono in Europa i critici di quella che potremmo definire l’immoralità di Machiavelli. Le biblioteche sono piene di volumi dedicati all’Antimachiavellismo caricaturato e spesso caratterizzato ad arte da una affermazione che non si trova in Machiavelli: “il fine giustifica i mezzi”. A questo livello si situano in maniera più o meno esplicita tutte le analisi che equiparano il pensiero di Machiavelli a una serie di insegnamenti improntati a sotterfugi, inganni, astuzie, uso della violenza che il Principe dovrebbe imparare, custodire e attuare con l’obiettivo travolgente di conquistare e mantenere il potere. Di recente, l’uomo politico di grande successo accusato di machiavellismo in tutta la sua carriera e proprio per questo definito le florentin, è stato il Presidente socialista della Quinta Repubblica François Mitterrand (1981-1995).

Sostanzialmente, immagino, per indorare i suoi comportamenti politici, “legittimato” dalla sua comune origine geografica, Matteo Renzi ha fatto ripetutamente riferimento a Machiavelli con citazioni spesso estratte dal contesto, con qualche più o meno inconsapevole manipolazione, con terribili semplificazioni, con vere e proprie distorsioni. Tutto questo rifarsi a Machiavelli servirebbe a Renzi per giustificare suoi comportamenti spregiudicati, certamente privi di qualsiasi etica politica, orientati al conseguimento di fini riguardanti soprattutto, se non l’acquisizione di potere politico personale quanto meno la dimostrazione di possederne e di saperlo usare senza riserve. La spregiudicatezza è qualità che viene da Renzi attribuita al Principe il quale, come lui, ne avrebbe fatto uso sorprendendo regolarmente tutti coloro che gli attraversavano la strada. Poi, a fatti compiuti, allora come ora, gli osservatori più preparati e intelligenti si accorgono dell’acume del Principe e della sua capacità di conseguire obiettivi importanti anche nelle situazioni più difficili.

L’originalità e il nucleo centrale decisivo del pensiero politico di Machiavelli sono molto lontani, sostanzialmente estranei alle accuse e attribuzioni di spregiudicatezza e immoralità. Tutta una schiera di interpreti del pensiero di Machiavelli è giunta ad una conclusione solidamente fondata nei suoi numerosi scritti che ne fanno un grande, coerente e convinto esponente di quella che viene definita la tradizione repubblicana, il repubblicanesimo.

   Non posso dire se Mario Draghi e, me lo si consenta, i suoi più stretti collaboratori volessero deliberatamente richiamarsi a questa tradizione e, quindi, anche a Machiavelli, ma il riferimento alla importanza dello “spirito repubblicano” sarebbe certamente molto apprezzata dall’autore del Principe. Infatti, quello che Machiavelli scriveva di avere imparato “con una lunga esperienza delle cose moderne e una continua lezione delle antique” riguardava in special modo l’ordinamento della repubblica e la necessità di un’azione politica intesa a creare e mantenere le condizioni del “vivere libero”. Il suo apprezzamento andava a “quella repubblica a cui viene in sorte uno uomo sì prudente che gli dia leggi ordinate in modo che, senza bisogno di ricorreggere quelle, possa vivere sicuramente sotto quelle”. In quella repubblica, potrà affermarsi lo spirito repubblicano nutrito, come ha scritto Giulio Ferroni, da una cittadinanza energica e vigorosa che agisce sotto libere istituzioni capaci di favorire il felice sviluppo della prosperità economica e degli scambi collettivi”. Tutto questo, che è la più profonda aspirazione di Machiavelli, non ha evidentemente nulla a che vedere con quello (la scissione attraverso la quale produsse Italia Viva) che Renzi stesso definì “una operazione di Palazzo, machiavellica”.

   In estrema sintesi, Machiavelli intende che i suoi consigli, le sue lezioni siano messe all’opera da un uomo non per il suo tornaconto personale e per dare soddisfazione alle sue ambizioni, ma per costruire una situazione che giovi ad una collettività per migliorarne le condizioni di vita, renderne possibile l’esercizio delle virtù, dare piena espressione allo spirito repubblicano. Quasi l’opposto delle trame personalistiche di basso profilo.

Pubblicato il 23 marzo 2021 su FQ Millennium

Draghi: quando finisce la ola tutti i nodi vengono al pettine @fattoquotidiano

Una quindicina di giorni, pure in una situazione di perdurante emergenza e urgenza, non sono ancora sufficienti per giudicare il governo Draghi. Offrono, però, materiale abbastanza significativo che consente di intravedere alcuni non piccoli problemi. Si è oramai esaurita la lunga ola dei sostenitori del cambio di governo a favore dell’ex-Presidente della Banca Centrale Europea. Diversi nodi stanno già venendo al pettine. Inevitabilmente, chi ha espresso la sua forte preferenza per un governo di ampie intese sotto la benedizione presidenziale non può oggi mettersi a criticare la scelta (imposizione?) dei ministri derivanti da rose di nomi stilati dai dirigenti dei partiti. Non era, però, l’unica scelta possibile. Allo stesso modo, la nomina dei sottosegretari non ha in nessun modo configurato la affermazione di un governo dei migliori. Sicuramente, il ruolo di Mattarella è stato molto rilevante, ma esattamente quanto non è possibile dirlo. Poiché di politica e di uomini (e donne) in politica, Mattarella ne sa molto di più di Draghi, è lecito pensare che avrebbe potuto e dovuto sconsigliare nomine e effettuare scelte tali da configurare qualcosa di molto più simile al “governo dei migliori” si potrebbe avere oggi in Italia. A stento, i corifei stanno nascondendo le loro delusioni.

   Adesso, è già possibile affermare, e le prime dichiarazioni di alcuni ministri e sottosegretari lo comprovano, che nella compagine governativa e nei suoi dintorni molto frequentemente si produrranno tensioni e conflitti in parte derivanti anche dal non avere collocato le persone giuste nei posti giusti. Probabilmente, il Presidente del Consiglio Draghi confida che i disaccordi e gli scontri potranno essere circoscritti e che, comunque, la sua azione di governo riuscirà a svilupparsi sui terreni a lui più congeniali, sui quali la sua competenza e il suo prestigio faranno aggio su qualsiasi preferenza particolaristica. Credo che si sbagli.

   Il raggio di azione di un governo, anche, anzi, proprio nella pandemia, deve essere molto ampio per creare e mantenere la fiducia dei cittadini e, naturalmente, degli operatori economici le cui valutazioni non si limitano mai alle sole dinamiche economiche. D’altronde, non va dimenticato che, secondo troppi osannanti commentatori, Draghi, emerso da una crisi di sistema (valutazione a mio parere profondamente errata), doveva/dovrebbe assumersi anche il compito, onerosissimo, di ristrutturare la politica italiana. Fermo restando che nessun capo di governo, neppure il più preparato, potrebbe da solo ristrutturare la politica di qualsiasi paese quandanche disponesse di un possente veicolo partitico, Draghi non ha fatto cenno alcuno di volere andare in questa direzione. Appare, consapevolmente, un uomo molto solo al comando

   Una volta apprezzato il terso, sobrio e colto discorso programmatico pronunciato per il suo insediamento, è più che legittimo chiedersi se il suo successivo silenzio sia produttivo. Forse, il suo predecessore Giuseppe Conte ha esagerato con le conferenze stampa e le dichiarazioni pubbliche, e anche con i “famigerati” Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri. Subito, però, è già spuntato il primo DPCM Draghi senza che gli allarmatissimi giuristi si strappassero, come coerentemente dovrebbero fare, le vesti e i capelli. Non sarebbe, a questo punto, il caso che il Presidente Draghi desse inizio alla sua comunicazione politica con l’elettorato, con l’opinione pubblica? Non è in questo modo che in democrazia si pongono in essere e si rinsaldano i legami fra politica e società, fra governanti e governati? Temo che sia proprio qui che i “tecnici”, ancorché di grandi competenze e qualità, finiscano per dimostrare che, purtroppo, per loro e, in definitiva, per tutto il sistema politico, sono quasi irrimediabilmente carenti.

Pubblicato il 2 marzo 2021 su Il Fatto Quotidiano

Il “governo della provvidenza” priorità e tempi ancora oscuri @fattoquotidiano

Guardo le agenzie di stampa, seguo tutti (sic) i talk show, leggo i commenti di accalorati giornalisti e affermati studiosi e mi sorgono “spontanee” molte domande. Il governo Draghi che verrà dalle nuove consultazioni potremo finalmente annoverarlo fra quelli scelti dal popolo (che diventerebbe una nuova anomalia italiana: altrove non succede da nessuna parte)? Otterrà presto una legittimazione elettorale di qualche tipo? Almeno il prestigioso capo del governo otterrà quel mandato politico-elettorale che è sempre mancato al Prof. Giuseppe Conte? Oppure, tutta questa discussione va giustamente lasciata alla polemica politica/politicista del pretestuoso passato? La mia nota posizione è tutta costituzionale (art. 94): “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (incidentalmente, non sta scritto “della maggioranza assoluta”). Quella fiducia il governo Conte l’aveva formalmente avuta.

Ho qualche ricordo del passato dei molti governi italiani e delle valutazioni tanto dei politici quanto dei commentatori. Qualsiasi tentativo di accordi fra governo e opposizione e fra partiti di opposti schieramenti veniva, anzi, è sempre stato prontamente e da quasi tutte le parti bollato come “inciucio” e “ammucchiata”? Tutti, compresa anche Giorgia Meloni, alla quale, sbagliando, si rimprovera l’autocollocamento all’opposizione, si riempiono la bocca con nobili definizioni: governo di unità nazionale, governo di larghe intese, governo di alto profilo, governo tecnico-politico. Manca soltanto il riferimento al governo della Provvidenza, che pure sarebbe il più appropriato poiché, da molte parti, all’incolpevole Draghi, sul cui volto immagino un leggero sorriso, è stata attribuita la caratterizzazione di uomo della Provvidenza. Non ho mai né pensato né scritto che nelle democrazie non si possano avere accordi fra governi e opposizioni. Non ho mai usato le parole inciucio e ammucchiata. Credo, però, che una riflessione sulle caratteristiche delle componenti di un governo Draghi e delle sue qualità sia più che opportuna, essenziale.

   Ho regolarmente criticato e ironizzato sulla sequenza di totale ipocrisia di coloro che ogniqualvolta è necessario trovare candidature a livello nazionale e locale (attualmente, per molte cariche, non “poltrone”, di sindaco) sentenziano: “prima i programmi poi i nomi”. Come se i nomi, di persone minimamente conosciute, non portassero con loro una biografia professionale e, talvolta, politica. Draghi è proprio uno di quei nomi che portano con sé una storia fatta di successi europei e, in parte, come Governatore della Banca d’Italia, anche nazionale. Ledo la maestà di qualcuno se, ricordati i suoi decisivi meriti nel salvare l’Euro e l’Unione Europea, affermo che avrei ritenuto preferibile fin dall’inizio che tutti (o quasi) gli esponenti delle delegazioni partitiche consultati dicessero: “Draghi ottima scelta, ma aspettiamo di vedere quali sono i suoi punti programmatici”? I titoli li sappiamo tutti. Ci piacerebbe conoscere le priorità e la tempistica. L’improvvisa conversione di Matteo Salvini mi spinge a pensare che Draghi abbia detto o comunque fatto chiaramente capire che esiste una condizione preliminare discriminante per fare parte del suo governo: l’accettazione piena e convinta della presenza italiana nell’Unione Europea.    Infine, mi rimane una preoccupazione. Premessa, in Italia non è fallita la politica, sempre relativamente debole, ma sono falliti i politici irresponsabili che aprono crisi senza sapere risolverle. Adesso, qualcuno dice che tocca ad un governo tecnico/politico ovvero, interpreto, composto da persone con competenze e da uomini e donne di partito. Altri sostengono che è l’ora del governo dei migliori. Resto in scettica attesa dei requisiti che debbono possedere i migliore e dei criteri con i quali valutarli.

Pubblicato il 9 febbraio 2021 su Il Fatto Quotidiano

The Donald è sconfitto ma il “trumpismo” resta @fattoquotidiano

Liquidata la Presidenza Trump, ma con molte apprensioni per quelli che saranno i suoi velenosi colpi di coda, è più che opportuno riflettere sul trumpismo. Donald Trump è il produttore del trumpismo oppure a produrre Trump e la sua presidenza è stato un grosso onnicomprensivo grumo di elementi già presenti nella politica e nella società USA? Settantun milioni di elettori, nove milioni più del 2016, segnalano che Trump non era un marziano, un misterioso ittito (che occupa l’Egitto/Casa Bianca senza lasciare nessuna traccia), un fenomeno (sì, nel doppio significato) passeggero. Esistono alcuni elementi del “credo americano”, come identificati dal grande sociologo politico Seymour M. Lipset, che costituiscono lo zoccolo duro del trumpismo: l’individualismo, il populismo e il laissez-faire che interpreto e preciso come insofferenza alle regole -per esempio, a quelle che servono a limitare i contagi da Covid. A questi è più che necessario aggiungere un elemento ricorrente: l’aggressione alla politica che si fa a Washington (swamp/palude nella terminologia di Trump) e un elemento sottovalutato e rimosso (anche viceversa): il razzismo. Con tutti i suoi molti pregi, il movimento Black Lives Matter non può non apparire come una risposta di mobilitazione importante, ma tardiva. Le uccisioni di uomini e donne di colore continuano e misure per porre fine alla “brutalità” della polizia sono, da un lato, inadeguate, dall’altro, contrastate da Trump, ma anche dal trumpismo profondo.

    La critica sferzante, di stampo populista, alla politica di Washington ha radici profondissime che probabilmente non saranno mai estirpate del tutto. La sua versione contemporanea, che non è stata sufficientemente contrastata, trovò espressione nella famosa frase del Presidente repubblicano Ronald Reagan: “Il governo non è la soluzione; il governo è il problema”. Il terreno favorevole all’innesto e alla espansione del trumpismo è stato abbondantemente concimato dal Tea Party Movement e dagli evangelici. Il primo ha, da un lato, formulato una concezione estrema della libertà individuale per ottenere uno Stato minimo che, naturalmente, non deve in nessun modo intervenire nelle dinamiche sociali, per chiarire: né affirmative action né riforma sanitaria. Dall’altro, ha usato della sua disciplina e del suo potere di ricatto sia nelle primarie repubblicane sia nei collegi uninominali per spostare a destra, radicalizzare il Partito repubblicano nel suo complesso. Dal canto loro, le potenti e ricche confessioni religiose evangeliche hanno provveduto a finanziare le campagne elettorali di un molto grande numero di candidati ottenendone in cambio i loro voti al Congresso, non da ultimo per la conferma dei giudici nominati da Trump. Nominati a vita questi giudici sono in grado di garantire per almeno trent’anni che nella Corte ci sarà una maggioranza conservatrice misogina, indifferente alle diseguaglianze dei neri, contraria a politiche sociali. Le molte centinaia di giudici federali nominati da Trump (molti altri probabilmente riuscirà a nominarne nella frenesia dei suoi ultimi giorni alla Casa Bianca) faranno il resto del lavoro, cioè perpetueranno il trumpismo.    Da idee diffuse nel vasto campo trumpista sono discese le politiche di Trump: ambiente, commercio, sanità. Soltanto in parte, però, politiche diverse ad opera del Presidente Biden saranno in grado di incidere sul nucleo forte, sul core del trumpismo. Non è soltanto che nella sua lunga carriera politica Biden non ha proceduto a particolari innovazioni. È che, come gli hanno rimproverato i suoi avversari politici nelle primarie, a cominciare proprio dalla sua Vice-presidente Kamala Harris, la moderazione spesso finiva per mantenere lo status quo o per fare qualche piccolo passo inadeguato, come per quel che riguarda la condizione dei neri e, in parte, delle donne. Non voglio arrivare fino a sostenere che in Biden si annida una componente di trumpismo soft. Sono, però, convinto che non pochi cittadini-elettori democratici pensino che l’individualismo è ottima cosa, che il governo non deve svolgere troppe azioni troppo incisive, che una volta eletti i rappresentanti non si occupano più di gente come loro. Questi sono timori condivisi anche dai commentatori USA progressisti (ad esempio, gli eccellenti collaboratori della Brookings Brief). Da parte mia, non vedo neppure fra gli intellettuali più autorevoli l’inizio di una riflessione su una cultura politica che travolga trumpismo e trumpisti dando una nuova anima agli USA.

Pubblicato il 10 novembre 2020 su il Fatto Quotidiano

Va bene il proporzionale, ma con preferenza unica @fattoquotidiano

La legge elettorale prossima (av)ventura. Premessa: se sarà una legge elettorale proporzionale non dovrà avere pluricandidature e dovrà consentire a elettrici e elettori di esprimere un voto di preferenza. Non due voti poiché non è vero che favoriscono le donne. Al contrario, subordinano le elette all’uomo che abbia fatto scambi con loro. Non tre o quattro preferenze poiché sono propedeutiche, come qualsiasi parlamentare democristiano eletto tra il 1948 e il 1987 potrebbe confermare, alla formazione di correnti. Infine, se si desidera evitare la frammentazione del sistema dei partiti, certamente non produttiva di buona rappresentanza politica, ma di potenziali poteri di ricatto per piccoli gruppi, dovrà contenere una clausola di accesso al Parlamento.

Di leggi elettorali proporzionali ne esistono molte varietà. Due elementi importanti le caratterizzano: la ampiezza della circoscrizione, misurata con riferimento al numero dei parlamentari che vi sono eletti e la formula di assegnazione dei seggi (le tre più utilizzate sono d’Hondt, Hare e Sainte-Lagüe, elemento molto tecnico, ma tutt’altro che irrilevante nel favorire i partiti o i partiti grandi). Ipotizzando che vengano ritagliate quaranta circoscrizioni con dieci deputati da eleggere in ciascuna, non ci sarebbe neppure bisogno di una clausola di accesso. Per vincere un seggio sarà indispensabile ottenere almeno l’8-9 per cento dei voti in ciascuna circoscrizione. Per un senato di 200 componenti eletti in 20 circoscrizioni il discorso sarebbe esattamente lo stesso, ma è complicato dalla statuizione costituzionale che ne impone l’elezione su base regionale.

Fuoruscendo dall’ormai stucchevole ricorso al latino che, al contrario del Mattarellum e del Porcellum, non apporta nulla in termini di conoscenza, chi volesse adottare la legge elettorale tedesca (non Germanicum, non Tedeskellum), dovrebbe farlo nella sua interezza. La clausola del 5 per cento è, ovviamente, importante, ma molto più importante è che l’elettore/rice tedesco/a dispone di due voti. Con il primo sceglie fra i candidati in collegi uninominali su base dei Länder; con il secondo vota una lista di partito. Non soltanto il doppio voto conferisce più potere all’elettore/trice, ma ha spesso consentito loro di incoraggiare e approvare la formazione di coalizioni indicate dai dirigenti di partito (Democristiani-Liberali; Socialdemocratici-Liberali; Socialdemocratici-Verdi).

Ė persino banale affermare che non esiste una legge elettorale perfetta. Certamente, no, ma altrettanto certamente esistono leggi elettorali buone e leggi elettorali cattive. Grazie all’Italicum e alla legge Rosato è oramai accertato e acclarato che esistono leggi elettorali pessime. La legge proporzionale usata in Italia dal 1946 al 1987 era accettabile e funzionò in maniera (più che) soddisfacente. L’alternanza mancò soprattutto poiché l’alternando, il PCI, non ebbe mai voti sufficienti a renderla inevitabile. La legge Mattarella, l’unica della seconda fase della Repubblica ad essere in qualche modo il prodotto di un referendum popolare, ebbe più pregi che difetti e alcuni dei difetti (il cosiddetto “scorporo” e la possibilità di liste civetta) sarebbero oggi facilmente eliminabili.

Sento ripetere da qualche politico che lui/lei preferirebbero il maggioritario, magari con l’aggiunta “il sindaco d’Italia”. Al di là dei problemi di scala: eleggere il sindaco, anche di città grandi come Roma, Milano, Napoli, Torino, non è la stessa cosa dell’elezione del capo del governo, la legge per l’elezione dei consigli comunali è proporzionale. L’elezione diretta del sindaco/a è altra cosa e configura una forma di governo presidenziale con l’eletto/a che non può essere sostituito/a proprio come i presidenti “presidenziali”. Maggioritarie sono le leggi elettorali delle democrazie anglosassoni: vince il seggio in collegi uninominali chi ottiene anche un solo voto in più degli altri candidati. Maggioritaria è la legge elettorale a doppio turno (non ballottaggio) in collegi uninominali utilizzata in Francia. Sono purtroppo consapevole che, al momento, non esiste una proposta a sostegno della legge francese e neppure una maggioranza disposta a votarla. So, però, che una proposta articolata in tal senso sarebbe la vera “mossa del cavallo”. Aprirebbe un campo elettorale inusitato impedendo giochi di partito. Conferirebbe all’elettorato grandi responsabilità incentivandolo a informarsi e a ridefinire con maggiore attenzione le sue preferenze. Obbligherebbe i partiti a selezionare meglio le loro candidature, che è proprio uno dei più importanti obiettivi vantati dai sostenitori della riduzione del numero dei parlamentari: “meno, ma meglio”. Vorrei che l’opzione francese rimanesse viva. Comunque, almeno potrò affermare: “ve l’avevo detto” et salvavi animam meam.

Pubblicata il 29 settembre 2020 su Il Fatto Quotidiano

Rappresentanza è il quesito. Non il numero dei parlamentari @fattoquotidiano #tagliodeiparlamentari #iovotoNo #Referendum2020

Non mi colloco fra coloro che ritengono che la rappresentanza politica sia essenzialmente una faccenda di numeri. Portato all’estremo questo discorso significherebbe più parlamentari più rappresentanza. Non credo neppure che i numeri, alti o bassi, abbiano una relazione stretta, meno che mai decisiva, con la rappresentatività. Non dipende certo dal numero dei parlamentari se gli operai non sono presenti in Parlamento e se i loro interessi sono più o meno (poco, pochissimo) rappresentati. La rappresentatività sociologica è argomento interessante, ma il suo collegamento con la rappresentanza politica richiede qualche serio approfondimento. Partirò da quanto scrisse quarant’anni fa Giovanni Sartori: “la rappresentanza politica è elettiva”. Senza elezioni non può esistere nessuna rappresentanza politica. Leggi elettorali che non consentano agli elettori di scegliere davvero i rappresentanti incidono sulla qualità della rappresentanza, in qualche caso sulla stessa possibilità della sua sussistenza. Ridurre il numero dei parlamentari italiani e poi utilizzare una legge elettorale proporzionale che permetta le pluricandidature e non offra all’elettore la possibilità di scegliere fra i candidati disponendo di un voto di preferenza significa creare una situazione di cattiva rappresentanza. Cattiva è non soltanto dal punto di vista degli elettori che non avranno potuto scegliere il parlamentare, e quindi non gli/le si potranno rivolgere durante il mandato parlamentare. Lo è anche dal punto di vista del parlamentare che sa che la sua elezione non dipende dagli elettori, ma da chi lo ha candidato e, in larga misura, fatto eleggere. In caso di dissenso con quei dirigenti di partito e di corrente responsabili per la sua elezione e, presumibilmente, anche per la sua ricandidatura e rielezione, il parlamentare sarà posto di fronte ad una alternativa lancinante.

Quell’accountability di cui molti parlano senza sufficiente cognizione potrà/potrebbe essere esercitata con profitto soltanto se il parlamentare sa di essere debitore della sua elezione a chi lo ha votato e coloro che lo hanno votato sanno di poterlo ri-votare oppure bocciare. Qui si inserisce il discorso su coloro che “Il Fatto Quotidiano” mette alla berlina chiamandoli voltagabbana. Probabilmente, alcuni la gabbana l’hanno voltata due volte, la prima dicendo sì (nel PD dicendo no) alla riduzione del numero dei parlamentari perché quella era la posizione del loro gruppo parlamentare o del partito. La seconda, adesso, dicendo no oppure, come molti parlamentari del PD, esprimendosi per il sì. Essendo personalmente sostenitore della libertà di mandato, prendo atto delle giravolte di gabbana. Sono legittime. Mi piacerebbe adesso che fossero argomentate così come mi sarebbe piaciuto al momento delle votazioni parlamentari che i dissenzienti si esprimessero. L’inconveniente grave, però, sta nel manico. Sostanzialmente nessun parlamentare aveva interesse a esprimere il suo voto in dissenso poiché non esiste(va) la possibilità di farsi forte del sostegno dei “propri” elettori.

Eppure, sono proprio il dialogo, l’interlocuzione, il confronto e, anche, lo scontro fra il parlamentare e i “suoi” elettori che danno senso e peso alla rappresentanza politica. Potrebbe benissimo essere che quei voltagabbana dal sì al no, ma anche quelli dal no al sì abbiano il sostegno dei loro rispettivi elettorati. Non lo possiamo sapere. Non lo sapremo neanche una volta ridotto il numero dei parlamentari (forse, ci saranno meno voltagabbana, oppure, più probabilmente, saranno grosso modo della stessa percentuale). La rappresentanza politica è una cosa seria che richiede una riflessione approfondita sulla legge elettorale. Non mi pare utile limitarsi a collegarla ai numeri. Anzi, è persino fuorviante. Concluderò drasticamente che se i capipartito e capicorrente mantengono poteri quasi esclusivi di designazione dei parlamentari, nessuna riduzione del numero dei rappresentanti approderà al miglioramento della rappresentanza politica (e quindi della qualità della politica e della democrazia italiana).

Pubblicato il 4 settembre 2020 su Il Fatto Quotidiano