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Matthew d’Arabia No, non è il Principe @FqMillennium

Da FQ Millennium, il supplemento mensile de Il Fatto Quotidiano

Non è ovviamente necessario essere nati in Toscana, neppure vicino a Firenze, per cogliere e comprendere nella sua interezza il pensiero politico di Machiavelli e, eventualmente, farne buon uso analitico e pratico. Esistono grandi studiosi italiani che provengono da luoghi diversi dalla Toscana, come, mi limito a due soli fulgidi esempi, Federico Chabod, valdostano, e Gennaro Sasso, romano. Meno che mai è sufficiente avere in comune con Machiavelli il luogo di nascita e di vita per diventare specialisti del suo pensiero e delle sue molte, eccellenti opere. Per esempio, Giovanni Sartori, fiorentino assoluto, mio maestro, non si occupò mai direttamente di quanto Machiavelli aveva scritto, ma è stato di gran lunga il più importante professore italiano di scienza politica e fra i quattro/cinque più grandi al mondo della seconda metà del XX secolo. 

   Come tutti dovrebbero sapere, fin da subito dopo la pubblicazione de Il Principe, proliferarono in Europa i critici di quella che potremmo definire l’immoralità di Machiavelli. Le biblioteche sono piene di volumi dedicati all’Antimachiavellismo caricaturato e spesso caratterizzato ad arte da una affermazione che non si trova in Machiavelli: “il fine giustifica i mezzi”. A questo livello si situano in maniera più o meno esplicita tutte le analisi che equiparano il pensiero di Machiavelli a una serie di insegnamenti improntati a sotterfugi, inganni, astuzie, uso della violenza che il Principe dovrebbe imparare, custodire e attuare con l’obiettivo travolgente di conquistare e mantenere il potere. Di recente, l’uomo politico di grande successo accusato di machiavellismo in tutta la sua carriera e proprio per questo definito le florentin, è stato il Presidente socialista della Quinta Repubblica François Mitterrand (1981-1995).

Sostanzialmente, immagino, per indorare i suoi comportamenti politici, “legittimato” dalla sua comune origine geografica, Matteo Renzi ha fatto ripetutamente riferimento a Machiavelli con citazioni spesso estratte dal contesto, con qualche più o meno inconsapevole manipolazione, con terribili semplificazioni, con vere e proprie distorsioni. Tutto questo rifarsi a Machiavelli servirebbe a Renzi per giustificare suoi comportamenti spregiudicati, certamente privi di qualsiasi etica politica, orientati al conseguimento di fini riguardanti soprattutto, se non l’acquisizione di potere politico personale quanto meno la dimostrazione di possederne e di saperlo usare senza riserve. La spregiudicatezza è qualità che viene da Renzi attribuita al Principe il quale, come lui, ne avrebbe fatto uso sorprendendo regolarmente tutti coloro che gli attraversavano la strada. Poi, a fatti compiuti, allora come ora, gli osservatori più preparati e intelligenti si accorgono dell’acume del Principe e della sua capacità di conseguire obiettivi importanti anche nelle situazioni più difficili.

L’originalità e il nucleo centrale decisivo del pensiero politico di Machiavelli sono molto lontani, sostanzialmente estranei alle accuse e attribuzioni di spregiudicatezza e immoralità. Tutta una schiera di interpreti del pensiero di Machiavelli è giunta ad una conclusione solidamente fondata nei suoi numerosi scritti che ne fanno un grande, coerente e convinto esponente di quella che viene definita la tradizione repubblicana, il repubblicanesimo.

   Non posso dire se Mario Draghi e, me lo si consenta, i suoi più stretti collaboratori volessero deliberatamente richiamarsi a questa tradizione e, quindi, anche a Machiavelli, ma il riferimento alla importanza dello “spirito repubblicano” sarebbe certamente molto apprezzata dall’autore del Principe. Infatti, quello che Machiavelli scriveva di avere imparato “con una lunga esperienza delle cose moderne e una continua lezione delle antique” riguardava in special modo l’ordinamento della repubblica e la necessità di un’azione politica intesa a creare e mantenere le condizioni del “vivere libero”. Il suo apprezzamento andava a “quella repubblica a cui viene in sorte uno uomo sì prudente che gli dia leggi ordinate in modo che, senza bisogno di ricorreggere quelle, possa vivere sicuramente sotto quelle”. In quella repubblica, potrà affermarsi lo spirito repubblicano nutrito, come ha scritto Giulio Ferroni, da una cittadinanza energica e vigorosa che agisce sotto libere istituzioni capaci di favorire il felice sviluppo della prosperità economica e degli scambi collettivi”. Tutto questo, che è la più profonda aspirazione di Machiavelli, non ha evidentemente nulla a che vedere con quello (la scissione attraverso la quale produsse Italia Viva) che Renzi stesso definì “una operazione di Palazzo, machiavellica”.

   In estrema sintesi, Machiavelli intende che i suoi consigli, le sue lezioni siano messe all’opera da un uomo non per il suo tornaconto personale e per dare soddisfazione alle sue ambizioni, ma per costruire una situazione che giovi ad una collettività per migliorarne le condizioni di vita, renderne possibile l’esercizio delle virtù, dare piena espressione allo spirito repubblicano. Quasi l’opposto delle trame personalistiche di basso profilo.

Pubblicato il 23 marzo 2021 su FQ Millennium

Il mondo dopo il Porcellum

Il mondo dopo il Porcellum, “abbattuto” dalla Corte Costituzionale, è più libero, ma anche più pericoloso. E’ più libero soprattutto per gli elettori che non dovranno più essere costretti a votare per il loro partito tracciando una crocetta (l’espressione massima loro consentita di sovranità popolare) sul suo simbolo. E’ più libero anche per i candidati la maggioranza dei quali non dovrà aggregarsi ad un qualsiasi capo corrente o a mostrarsi ossequioso sostenitore del capopartito per farsi mettere in lista. Persino gli stessi capipartito potrebbero essere tentati dalla libertà: scegliere i candidati migliori anche per le loro capacità di rapportarsi ad un elettorato da conquistare, magari ricorrendo alle primarie, ottimo strumento di partecipazione e comunicazione. A questa libertà, sicuramente allargabile a seconda del nuovo sistema elettorale, fa da contrappeso la pericolosità del mondo liberato dal Porcellum.

Il primo elemento di pericolosità è dato dalla difficoltà di interpretazione, in attesa di chiarificazioni sulle motivazioni, delle decisioni prese dalla Corte Costituzionale e dalle modalità con le quali ottemperarvi. Fermo restando che la Corte ha voluto ridare potere agi elettori, questo fondamentale obiettivo è conseguibile con più formule elettorali. Il secondo elemento di pericolosità è dato, non necessariamente dal ritorno della proporzionale, meno che mai quella definita “pura” da alcuni commentatori. La proporzionale pura è , come il bicameralismo “perfetto”, un oggetto inesistente nei sistemi politici contemporanei. Esistono più sistemi elettorali proporzionali, alcuni dei quali funzionano, come quello tedesco, meglio di altri. Danno vita a governi di coalizione, più rappresentativi dei governi prodotti dai, rarissimi, premi di maggioranza. Moderano i conflitti politici. Non sono, però, in nessun modo la conseguenza unica e inevitabile delle obiezioni e della scure della Corte Costituzionale. La pericolosità sta nel pensiero contorto e confuso di alcuni sedicenti esperti che vogliono produrre non sistemi elettorali decenti quanto, piuttosto, indigeribii marmellate. La peggiore finora formulata è quella “ispano-tedesca”. Il terzo elemento di pericolosità è data dalla possibilità che, al fine di dare potere agli elettori nella scelta dei parlamentari, si ritorni ad uno o più voti di preferenza.

La Corte non ha affatto detto questo. Comunque, la soluzione che darebbe effettivo potere agli elettori è quella, già presente nel Mattarellum, brillante definizione data da Giovanni Sartori ad un sistema alquanto mattocchio, dei collegi uninominali. Con il doppio turno francese, che, come tutti i sistemi maggioritari ha un “premio” incorporato, nei collegi uninominali ci “mettono la faccia” sia i candidati sia gli elettori che, se sbagliano a eleggere uno di loro, pagano il prezzo di una cattiva, corrotta, inesistente  rappresentanza dei loro, legittimi, interessi, delle loro preferenze, persino dei loro ideali. Il quarto elemento di pericolosità è dato dal rifiorire di apprendisti stregoni al servizio di qualche mediocre e provinciale “principe”. Menziono il termine con trepidazione, ma come omaggio doveroso al 500esimo anniversario dell’annuncio della stesura dell’aureo libricino di Machiavelli. Il quinto elemento di parziale pericolosità è la non augurabile, ancorché inevitabile, decisione del  governo di procedere per decreto.

In questo caso, l’unica opzione accettabile, perché già nota, sarebbe proprio il Mattarellum con qualche non cosmetico ritocco. Per sventare tutti o quasi gli elementi di pericolosità del mondo dopo il Porcellum e per accrescerne la libertà a favore di coloro i quali debbono averla in una democrazia competitiva, è augurabile che il prossimo segretario del Partito Democratico ricordi a sé e a tutti, dirigenti, alleati, opinion-makers, che il punto di partenza del suo partito è la delibera dell’Assemblea Nazionale a favore del doppio turno di collegio. Trattare si può. Pasticciare non è un esercizio di libertà.

Pubblicato su l’Unità