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C’è una grossa differenza tra pacifismo ed equidistanza @DomaniGiornale

I pacifisti che, coerentemente, rinunciano alle armi e alla forza per difendere i propri beni e la propria persona godono della mia ammirazione. I pacifisti che si rifiutano di aiutare, anche, poiché inevitabilmente, con il necessario ricorso alla forza, coloro che sono aggrediti, meritano tutte le, spero non solo mie, critiche. Questi pacifisti del rifiuto indeboliscono la reazione collettiva a violenze e soprusi, in buona sostanza giovando consapevolmente all’aggressore. Ciò detto, la discussione sui diversi pacifismi mi pare ripetitiva, non particolarmente produttiva, poiché i pacifisti a tutto campo sono sordi alle obiezioni e ciechi di fronte all’evidenza, e anche fastidiosa. Infatti, i superpacifisti rivendicano anche di essere molto più buoni di quelli che l’altra guancia proprio si rifiutano di porgerla. Il seguito, però, conta molto. I pacifisti che non intendono collaborare alla difesa e non riconoscono l’aggressore in quanto tale, nono solo aprono le porte alla sconfitta, ma creano le condizioni per ulteriori soprusi. Gli aggressori non sanzionati si sentiranno incoraggiati, quasi legittimati a proseguire qui e altrove le loro azioni, le loro incursioni, i loro comportamenti nocivi. Invece di contribuire, come dovrebbero, alla costruzione di un contesto diverso nel quale le armi e la violenza siano ridimensionate, non scriverò bandite del tutto poiché non sono un millenarista, coloro che non reagiscono al loro uso, aprono ancora di più la possibilità e aumentano il rischio che altri vi facciano ricorso.

La non violenza può funzionare all’interno di un sistema politico quando gli oppositori si conoscono e si confrontano non soltanto su un problema specifico, ma anche per la conquista dell’opinione pubblica, dei modi di pensare dei loro concittadini, delle loro valutazioni e delle loro reazioni. In molti stati-nazionali non siamo arrivati neppure a questo punto. Facile è constatare che nell’ambito dell’Unione Europea vi è stata la preziosa conquista della rinuncia alla violenza e alla guerra. Non sono i pacifisti a portare la positiva responsabilità di questa rinuncia. Se l’Unione è, come è, il più grande spazio di libertà e di diritti esistente, anzi, mai esistito, al mondo, è perché fin dall’inizio ha voluto caratterizzarsi come luogo di regole e di istituzioni democratiche nelle quali incanalare eventuali conflitti. Non si basa su un’ideologia pacifista in qualsiasi versione (c’è sempre un pacifista più pacifista), ma su una concezione della pace non solo come rinuncia alla violenza da parte di ogni Stato-membro, ma come ricerca di giustizia sociale.

   La guerra verrà meno e la pace diventerà perpetua, speriamo abbia ragione il grande filosofo illuminista Immanuel Kant, quando vi saranno federazioni di Repubbliche democratiche. L’Unione Europea intende essere una di queste federazioni, forse il prototipo. Le Repubbliche democratiche non possono e non debbono rinunciare ad aiutare quegli Stati che siano oggetto di aggressione. Proprio come alcuni pacifisti sanno, è moralmente riprovevole che qualsiasi aggressore la faccia franca al tempo stesso che è moralmente doveroso andare in soccorso degli aggrediti anche, se si rivela necessario, probabilmente lo è spessissimo, ricorrere all’uso della forza in maniera limitata, ma proporzionata. Personalmente potrei anche decidere di non difendermi mai, ma non ho nessun diritto a negare il mio aiuto a chi, cittadino o Stato, ne ha necessità e me lo chiede.

Pubblicato il 2 marzo 2022 su Domani

Il problema etico con i redditi privati del senatore Renzi @DomaniGiornale

Di tanto in tanto, ma in Italia piuttosto raramente, qualcuno solleva un argomento delicatissimo: il posto dell’etica in politica. Addirittura se debba esserci un posto, anche piccolo, per l’etica in politica. Sulla scia di non pochi filosofi della politica, da Immanuel Kant a Norberto Bobbio, ritengo che la politica liberale e democratica abbia a suo fondamento un’etica. Intendo per etica alcuni principi fondamentali da rispettare e praticare senza eccezione alcuna. Fra i molti principi che stanno alla base del liberalismo, parola sulla bocca di molti che non sanno di cosa parlano, sta quello, praticamente costitutivo, che il potere politico, nato per riequilibrare e contrastare il potere economico, deve essere e rimanerne separato. Non deve essere usato per acquisire potere economico. A sua volta il potere economico non deve mai trovarsi in condizione di controllare il potere politico, di subordinarlo, di imporre le sue preferenze, i suoi interessi. L’esistenza di un conflitto fra gli interessi privati e i doveri pubblici è un vulnus gravissimo che può indebolire e svilire qualsiasi politica liberal-democratica.

   Dal punto di vista liberale utilizzare le cariche politiche per ottenere ricompense economiche di qualsiasi entità e di qualsiasi provenienza è un comportamento non etico. Potrebbe anche essere un comportamento non necessariamente illecito dal punto di vista delle leggi vigenti. Tuttavia, la sua non “eticità” appare lampante. In molti sistemi politici vale il principio che ai detentori di cariche di rappresentanza e di governo bisogna negare la possibilità di ricevere denaro in cambio di prestazioni come lezioni, conferenze, consulenze fintantoché hanno una carica. La ratio è che non solo è probabile che siano interpellati, reclutati e pagati quasi esclusivamente perché hanno quella carica, ma anche perché è assolutamente probabile che coloro che ricompensano quelle prestazioni lo facciano in buona misura anche per ingraziarsi quei politici.

   Più o meno inconsciamente, i politici che ricavano guadagni dalle loro attività a favore di associazioni e governi, di persone e di enti finiranno per non sentirsi liberi quando gli interessi dei loro “donatori” faranno capolino. Saranno influenzati nelle loro argomentazioni pubbliche, nelle decisioni da prendere, negli emendamenti da scrivere, nelle leggi da votare. Non potranno mai essere al di sopra dei sospetti cosicché quei sospetti, legittimi o no, inquineranno il dibattito pubblico, renderanno problematica la trasparenza dei processi decisionali, colpiranno la qualità della democrazia. Forse, come sostiene il senatore Matteo Renzi, le sue conferenze sono lautamente pagate perché riflettono l’importanza di insostituibili conoscenze derivanti anche dalla sua esperienza di capo del governo, ma non sono penalmente rilevanti. Certamente, però, sollevano un problema etico: uso del potere politico per l’ottenimento di profitti economici, di prima grandezza. Nella patria del liberalismo, la Gran Bretagna, molti affermerebbero “it’s simply not done”. Non s‘ha da fare.

Pubblicato il 10 novembre 2021 su Domani

Una traccia di storia da bocciatura #maturità2018

Per fortuna, gli esami non finiscono mai. A settembre potrò ripetere la prima prova alla quale sono stato giustamente bocciato. Infatti, ho negato qualsiasi rilevanza al contributo di Aldo Moro alla costruzione dell’Europa. Ho scritto che, primo, citare un suo discorso del 1975, quando il Mercato Comune era già in esistenza da 18 anni, mi pareva anacronistico e, uh uh, ho ceduto all’esagerazione/esasperazione, aggiungendo addirittura: sbagliato. A quale fine poi? Costruire il santino di Aldo Moro? Ho sostenuto, secondo, che non è minimamente possibile mettere sullo stesso piano, per quel che riguarda l’Europa, De Gasperi e Moro. Lo statista trentino ha quasi tutti i meriti iniziali, ma, anche per questo, cruciali, mentre il politico pugliese arriva dopo, tardi e poco. Ad esempio, non è neppure citato nell’imponente indice dell’autorevole Oxford Handbook of the European Union (Oxford University Press 2012) dove De Gasperi ha quattro citazioni e Spinelli (appena menzionato nella Traccia) ne ha sei. Però, confesso subito, ma non faccio nessuna autocritica, anch’io neppure lo cito, Aldo Moro, nel mio volumetto L’Europa in trenta lezioni (UTET 2017). Terzo, in nessuno dei passaggi importanti dell’Europa: CECA, CEE (Messina, 25 marzo 1957) quando il ruolo centrale fu quello del Ministro degli Esteri, il liberale Gaetano Martino, Euratom, si ricordano contributi specifici di Moro. Capisco i sensi di colpa, anche, evidentemente, degli estensori della Traccia, a meno che abbiano semplicemente, forse opportunisticamente, ceduto alla commozione per il 40esimo anniversario del suo assassinio ad opera delle Brigate Rosse, ma stravolgere la storia non è mai il modo migliore di ricordarla, insegnarla, farla imparare. Non vorrei che, di questo passo, qualcuno prossimamente chieda di scrivere sul contributo, certo anticipatore, di Moro alla caduta del Muro di Berlino.

Quanto alle motivazioni della spinta all’unificazione europea, la Guerra Fredda mi pare essere il classico cavolo a merenda e le due superpotenze non erano state invitate a quella merenda. Si trattava, invece, di evitare per sempre la guerra calda, ovvero la Terza Guerra Mondiale, togliendo come oggetto del conflitto il carbone e l’acciaio contesi da Francia e Germania. Nella prospettiva, non nella speranza, poiché Altiero Spinelli e Jean Monnet erano uomini d’azione, seppur con differenti stili e temperamenti, oltre che nella convinzione politica e etica che gli Stati nazionali avrebbero continuati a farse guerre sempre più sanguinose e devastanti, si trattava di superare quegli stati obsoleti e ostinati con una costruzione democratica di diritti e doveri, opportunità, prosperità e pace per i cittadini. Qui, probabilmente, avrei scritto qualcosa sui sovranisti che sono tecnicamente dei reazionari: vogliono tornare indietro, come se i loro piccoli stati avessero qualche chance di risolvere problemi difficili anche per l’Unione dei Ventisette. Almeno agli inizi, gli USA videro con piacere il tentativo europeo e non solo poiché l’Europa unificata avrebbe costituito un baluardo contro l’eventuale espansionismo sovietico, ma anche perché un’Europa pacificata e consolidata non avrebbe avuto bisogno di nessun intervento militare USA. Quei governanti USA conoscevano molto dell’Europa a differenza dei loro successori a partire da George W. Bush e dal palazzinaro Donald Trump.

Ad ogni buon conto, meglio essere rimandato a settembre, quando arriverò ancora meglio preparato, avendo studiato anche il ponderoso pensiero di Salvini, già Eurodeputato, perché desidero superare l’esame alla grande, non per il rotto della cuffia con qualche frase di circostanza. Chi sa poi potrebbe pure essere che queste mie risposte scarne e irritate abbiano suscitato qualche curiosità in alcuni commissari. Qualcuno di loro potrebbe avere deciso di leggere qualcosa di Spinelli e persino di Moro (ad esempio, quella che è forse, ancorché enormemente simpatetica, la biografia migliore: Guido Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Il Mulino 2016, dove la presenza dell’Europa è del tutto marginale) nella speranza dei commissari e, naturalmente, mia che la prossima volta quando si chiederà agli studenti di scrivere sull’Europa ne sapranno di più perché i loro docenti ne avranno insegnato di più e meglio. L’Europa politica, sarebbe d’accordo persino Immanuel Kant, non è un sogno e neppure un destino al quale non riusciremo a sottrarci. È un progetto politico al quale molti italiani a partire da De Gasperi e Spinelli hanno dato un importante contributo. Per Moro cercheremo un’altra traccia in un altro di quegli esami che finiscono solo quando finisce la vita e con lei la possibilità di studiare e imparare.

Pubblicato il 28 giugno 2018 su PARADOXAforum

GUERRA E PACE. Nella Costituzione gli strumenti per una pace giusta

 

viaBorgogna3

Il testo che pubblichiamo è il commento all’art. 11 della Costituzione italiana scritto da Gianfranco Pasquino per il suo libro La Costituzione in trenta lezioni (UTET, fine gennaio 2016)

La vita della maggioranza dei Costituenti italiani era stata segnata da due guerre mondiali e dall’oppressione del regime fascista nato sulle ceneri della Prima Guerra Mondiale e pienamente responsabile della partecipazione alla Seconda. In nome di un nazionalismo malposto e esasperato, il fascismo aveva causato enormi danni all’Italia entrando in una guerra di conquista e perdendola con il sacrificio di molte vite e della stessa dignità nazionale. L’art. 11 è il prodotto di una riflessione sull’esperienza storica, non soltanto italiana, e del tentativo di porre le premesse affinché sia bandito qualsiasi ricorso alla guerra ‘come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’. Il ripudio, questo è il termine usato nell’articolo, è, al tempo stesso rinuncia e condanna della guerra, più precisamente di esplicite guerre di offesa e aggressione. Il ripudio della guerra non è in nessun modo interpretabile come l’espressione di un pacifismo assoluto e, il seguito dell’articolo lo dice chiaramente, neppure come neutralismo. Al contrario, per assicurare ‘la pace e la giustizia fra le Nazioni’, l’Italia dichiara la sua disponibilità a limitazioni di sovranità e a promuovere e favorire ‘le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo’. Naturalmente, la Costituzione riconosce che lo Stato italiano mantiene il diritto di difendere, anche con il ricorso alle armi, il suo territorio e la sua popolazione. Tuttavia, qualsiasi reazione militare deve essere proporzionata alla sfida e non deve sfociare in nessuna conquista territoriale. Coerentemente, neppure le azioni militari condotte sotto l’egida delle organizzazioni internazionali debbono mirare a e tantomeno possono concludersi, per uno o più dei partecipanti, con guadagni territoriali, ai quali l’Italia ha l’obbligo costituzionale e politico di opporsi.

Le limitazioni alla sovranità italiana derivano dall’adesione, deliberata e approvata dal Parlamento, a tutte le organizzazioni internazionali, ma, in particolare, per quello che attiene alla guerra (e alla pace), alla NATO, alle Nazioni Unite e all’Unione Europea. In seguito alla sua adesione, l’Italia si è impegnata a partecipare alle attività decise in ciascuna di quelle sedi, quindi anche ad attività che implichino il ricorso ad azioni di natura militare. Talvolta, queste azioni sono problematiche poiché in non pochi casi vanno contro il principio di non ingerenza negli affari interni di uno o più Stati. Il principio guida di questa giustificabile ingerenza è dato dai rischi e dai pericoli ai quali sono effettivamente esposte le popolazioni di quegli Stati ovvero una parte di loro. Le missioni militari ‘umanitarie’, a favore delle popolazioni, alle quali l’Italia ha il dovere di prendere parte, sono quelle deliberate nelle organizzazioni internazionali, in modo speciale, l’ONU e, quando è minacciata l’indipendenza e l’integrità di uno Stato membro, la NATO. Possono avere una durata indefinita nella misura in cui servono ad alcuni popoli e ad alcuni governanti per costruire le strutture statali indispensabili alla difesa contro pericoli esterni e alla creazione di ordine politico interno rispettoso dei diritti civili e politici dei cittadini.

Nel secondo dopoguerra, in particolare, dopo la caduta del muro di Berlino, si sono moltiplicate le occasioni, da un lato, di oppressione delle loro popolazioni ad opera dei rispettivi dittatori, dall’altro di vere e proprie guerre civili, soprattutto nel Medio-Oriente e in Africa, ma anche nei Balcani. Seppure con qualche controversia interna, tutte le volte che l’Italia è stata chiamata in causa ha risposto positivamente in applicazione degli impegni e dei compiti derivanti dalla sua appartenenza all’ONU e alla NATO. Naturalmente, la valutazione della efficacia, dei costi e degli effetti, e della costituzionalità dell’attività delle missioni militari italiane all’estero e della eventuale necessità di una loro prosecuzione rimane nelle mani del Parlamento.

Che la pace, duratura e giusta, che non significa mai puramente e semplicemente assenza di conflitto armato, possa essere conseguita soltanto fra regimi democratici, lo scrisse memorabilmente il grande filosofo illuminista prussiano Immanuel Kant nel suo breve saggio Per la pace perpetua (1795). In un certo senso, questo obiettivo di pace è stato perseguito anche dall’Unione Europea delle cui organizzazioni l’Italia ha fatto parte fin dall’inizio (1949). Nel 2012 all’Unione Europea è stato attribuito il Premio Nobel per la pace con la motivazione di avere effettuato grandi ‘progressi nella pace e nella riconciliazione’ e per avere garantito ‘la democrazia e i diritti umani’ nel suo ambito che è venuto allargandosi nel corso del tempo fino a ricomprendere ventotto Stati-membri. A sua volta ognuno degli Stati-membri dell’Unione Europea deve avere e mantenere un ordinamento interno democratico e deve accettare le limitazioni di sovranità che conseguono alla sua adesione all’Unione. Preveggente, l’art. 11 della Costituzione mette la parola fine al nazionalismo, non soltanto bellico, ma autarchico e isolazionista, aprendo la strada a molteplici forme di collaborazione internazionale e sovranazionale che costituiscono la migliore modalità per garantire la pace nella giustizia sociale.

Pubblicato il 18 novembre 2015

I siriani e la svolta tedesca

Giustamente, la foto di Aylan, il bimbo siriano morto su una spiaggia turca, ha fatto passare in secondo piano molte immagini successive, alcune delle quali davvero significative, sui migranti, sulle loro mete, sull’accoglienza ad opera di moltissimi europei. Asserragliati nella stazione ferroviaria di Budapest, i profughi siriani, difficile distinguere chi scappa da una guerra civile e può essere considerato perseguitato politico in cerca d’asilo da chi fugge la fame, esponevano cartelli e cantavano “We want Germany”. Certo, l’Ungheria di Orbàn non è la terra promessa, per nessuno, neppure per almeno metà degli ungheresi. Ma, perché la Germania della, fino ad allora, severissima ed esigentissima Frau Merkel, accusata di essere inflessibile con il, già martoriato, popolo greco, alla guida di un governo al quale alcuni, per fortuna, pochi, quasi rimproveravano comportamenti similnazisti? Quali giornali hanno letto quei siriani, quali informazioni hanno ricevuto tali da spingerli verso la Germania, proprio quella della cattiva Merkel? E perché, poi, giunti a Monaco di Baviera, quei tedeschi li hanno accolti, certo con viveri e coperte, con alloggiamenti, ma soprattutto, eh, sì, i simboli contano, con le bandiere azzurre e le stelle dell’Unione Europea e con l’Inno alla gioia, parole del tedesco Schiller e musica del tedesco Beethoven e, non poca cosa, con un milione di Euro donato dalla, certo ricca, squadra di calcio Bayern Monaco nella quale hanno giocato e giocano “immigrati” e figli di immigrati?

Gradualmente, ma irresistibilmente, nel secondo dopoguerra e ancora di più dopo la riunificazione (1990), la Germania è diventata un paese sicuro di sé, capace, soprattutto grazie al suo sistema politico e alla sua Costituzione, non soltanto di crescere economicamente, ma di accettare grandi responsabilità. Agli occhi dell’80 per cento dei cittadini dell’Unione, rivelano i dati dell’Eurobarometro, i tedeschi sono meritevoli di fiducia. Non è stata soltanto la benevolenza “protestante” di Frau Merkel a cambiare, meno improvvisamente di quel che è parso, la politica nei confronti dei migranti. Non è neppure il semplice bisogno di manodopera da parte degli imprenditori tedeschi (quanto ingenerosa è questa critica), a fare aprire le porte ad un’immigrazione di massa. Molti siriani e, presumibilmente, molti altri migranti hanno già parenti e amici in Germania, dove vivono e lavorano stabilmente più di tre milioni di turchi, anche curdi. Convinti che le regole si applicano, come nel caso della Grecia, prima di cambiarle, meglio se nel consenso di grandi maggioranze, sono i cittadini tedeschi che hanno indicato la loro disponibilità alla Cancelliera, la quale, da intelligente leader politica, ha capito l’opinione pubblica e l’ha guidata dimostrando che cosa significa dare “rappresentanza” a un, con un po’ di retorica, “popolo”.

Non sembrano avere paura i tedeschi di perdere la loro identità che, comunque, ha detto, scritto, ribadito il filosofo politico tedesco Jürgen Habermas, deve costruirsi intorno al patriottismo costituzionale da estendersi anche all’Unione Europea. Non è questione di radici; è questione di regole,di procedure, di istituzioni. Sicuramente sono pochissimi, ancorché istruiti, i profughi siriani e di altri paesi che conoscono queste tematiche. Tuttavia, a chi fugge da una guerra civile,non solo quella siriana, ma anche quelle in Iraq, Yemen, Sudan, un paese come la Germania offre ordine politico democratico, prevedibilità di comportamenti, regole rispettate. Epidermicamente, quei migranti lo hanno capito e catturato nella loro richiesta “We want Germany”. L’Unione Europea è da decenni luogo di pace, come riconosciuto dal Premio Nobel assegnatole nel 2012 e, nonostante le difficoltà economiche di molti paesi, meno di altri, anche della Germania, luogo di prosperità. Anche questo sviluppo è conforme all’elaborazione del grande filosofo illuminista tedesco Immanuel Kant: la pace eterna, duratura, si stabilisce fra le democrazie. Nell’omaggio che i siriani e altri hanno fatto alla Germania, sta forse, anche la richiesta che l’Unione Europea s’impegni a portare non una pace qualunque, ma una pace giusta in tutto il Medio-Oriente.

Pubblicato AGL 8 settembre 2015