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Le interviste della Civetta: “Il partito si liberi subito di Renzi per Letta o Franceschini”

Prima Renzi esce di scena, meglio è per il partito e per i suoi elettori reali e potenziali: è il parere deciso consegnato a IntelligoNews dal politologo Gianfranco Pasquino, ex senatore della sinistra. Per il dopo Renzi, Pasquino vede in campo Franceschini e Letta.

Il fuoco incrociato su Renzi può essere letto come uno stop sulla via del ritorno a Palazzo Chigi?
Il segretario dovrebbe già avere rinunciato a pensare a Palazzo Chigi. Doveva lasciare il 4 dicembre e tornare a fare altro, avendo detto che ci sono molte cose fuori dalla politica. Molto dipende da quanti voti e seggi il Pd otterrà nelle elezioni che adesso il segretario pospone addirittura a maggio-giugno dell’anno prossimo, dopo averle fermamente volute per settembre-ottobre. Certo è che l’immagine e il potere di Renzi sono drammaticamente logorati.

Che sensazione le lascia la polemica a distanza tra Renzi e Romano Prodi?
Renzi è un uomo che replica sempre in maniera sgradevole. Prodi è stato un po’ affannato e affrettato: aveva commesso l’errore di dire che appoggiava il referendum, dopodiché – mi è capitato di leggere – c’è stato un incontro tra i due a casa di Arturo Parisi. Prodi ha evidentemente sopravvalutato la propria capacità di convincimento e sottovalutato l’ostinazione di Renzi. Era un dialogo che non andava da nessuna parte.

I critici di Renzi rimproverano al segretario di essere divisivo e di non lavorare per una coalizione ampia, lui replica che con le coalizioni troppo ampie non si governa. Chi ha ragione?
Le coalizioni non devono necessariamente essere ampie ma raggiungere la maggioranza dei seggi in Parlamento. Secondo: un segretario di partito lavora anzitutto al suo partito, cosa che Renzi non ha fatto né quando era capo del governo, né durante la campagna per tornare a fare il segretario, né da quando è stato rieletto alla guida del Pd. Renzi si disinteressa sistematicamente del partito perché pensa che è la sua persona che acchiappa voti – e sbaglia. Terzo: è lampante che nel Pd c’è qualcuno più bravo di lui a fare coalizioni. Questo Renzi teme, che si trovi qualcuno che dica: “Io sono grado di convincere parte del centro e parte delle sinistre, sono più pacato di te nei rapporti tra alleati e più efficace come governante”.

Chi può essere, Enrico Letta?
In questo momento ci sono due esponenti del Pd preferibili a Renzi: uno è Dario Franceschini, che non lo nasconde in nessun modo, l’altro è sicuramente Letta. Quest’ultimo ha il vantaggio di essere conosciuto e apprezzato in Europa e in generale a livello internazionale, parla bene l’inglese e il francese, ha un atteggiamento di collaborazione con le istituzioni comunitarie. Franceschini ha dalla sua che è in Italia, è stato un buon ministro dei Beni culturali, è in un certo senso al punto giusto della carriera: molti ritengono che sia in grado di salvare il partito meglio di Letta, il quale in fondo segretario di partito non è mai stato, al massimo è stato vicesegretario.

Ha una preferenza personale tra i due?
A me piace qualcuno che sia più vigoroso ed esplicito: a entrambi chiederei di essere più decisi. Ho l’impressione che Franceschini lo sia in misura superiore, mentre Letta ha una visione di tipo europeo più vicina alla mia. Se dovesi scegliere sarei in grave difficoltà. Ma è sicuro che prima il Pd si libera di Renzi, meglio staremo tutti, anche quelli che come me non sono necessariamente elettori del Pd di Renzi.

Pubblicato il 28 giugno 2017 su Intelligonews 

Le interviste della Civetta: “D’Alema si dia da fare o scissione ridicola. Pisapia non è Prodi”

L’accordo tra le quattro forze politiche maggiori (Pd, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega) sulla riforma elettorale è un fatto positivo, nel metodo se non nel merito. Lo sbarramento al 5 per cento è legittimo: sta alle forze minori organizzarsi sul territorio e trovare le alleanze necessarie per entrare in Parlamento. In particolare, sta a D’Alema e Bersani dimostrare che la loro non è stata una scissione “ridicola”. Quanto a Pisapia, di certo non è “il nuovo Prodi” ma dovrà cercare di costruire “una sinistra plurale” che comprenda il centro progressista e che ambisca a governare il Paese. È il parere consegnato a Intelligonews da Gianfranco Pasquino, professore di scienza politica ed ex senatore della sinistra.

L’accordo tra i quattro partiti più grandi per una nuova legge elettorale può essere una cosa buona?

In generale, l’intesa a quattro sulla riforma elettorale è una cosa buona: una volta fatta, non assisteremo a contestazioni particolaristiche e non si ricomincerà daccapo. L’accordo non è buono in sé ma il modo in cui è stato fatto è positivo.

Con lo sbarramento al 5 per cento i partiti minori rischiano però l’esclusione: quali spiragli di manovra restano per esempio ad Alfano, che ha lanciato la sfida sulla costituzionalità della riforma?

Alfano deve raggiungere un accordo con qualcuno che presenti almeno alcuni dei suoi candidati nei collegi uninominali: lui stesso può ritornare in Parlamento se trova qualcuno che lo appoggi. Lo sbarramento al 5 per cento è legittimo: impedisce la frammentazione, che la maggior parte di noi considera non positiva, e incoraggia le aggregazioni.

Il ragionamento fatto per Alfano vale anche per Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani?

Certamente. Anche loro devono darsi una regolata, organizzare la politica sul territorio, trovare alleati per superare il 5 per cento. Una scissione da 2,8 per cento sarebbe ridicola.

Che cosa pensa del progetto di un “nuovo centrosinistra” guidato da Giuliano Pisapia? Può essere davvero lui il nuovo Prodi?

Innanzitutto, va sottolineato che Romano Prodi non c’è. In secondo luogo, Pisapia non è il nuovo Prodi. Terzo, l’Ulivo era una cosa molto diversa da quella tratteggiata da Pisapia: aveva dentro i due partiti maggiori del centrosinistra, Margherita e Pds. Pisapia non deve ricercare un dialogo prima del voto col Pd quanto piuttosto cercare i voti sul territorio in maniera intensa e incisiva – il dialogo si fa dopo. Ci vorrebbe uno schieramento ampio, quella che un tempo avremmo chiamato “sinistra plurale” in cui trovino posto anche i cosiddetti “centristi progressisti”. Nella sinistra plurale francese c’era Jacques Delors, un socialista che in partenza era stato democristiano, o forse – diremmo oggi – un cristiano sociale. Non vorrei un centrosinistra sempre tentato dal “grande centro” quanto piuttosto una sinistra plurale in cui si accettano posizioni diverse e animato da un dibattito in cui chi dissente non è un traditore da cacciare e chi vince non è necessariamente un dittatore. Sul territorio i voti ci sono, basta non scoraggiare e non deprimere gli elettori. Non è vero che una sinistra plurale non può essere maggioranza in questo Paese.

Pubblicato il 6 giugno 2017 su Intelligonews