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Basta inseguire il Presidente. Va ricostruito un nuovo ordine @DomaniGiornale

Seguire e contrastare Trump nelle sue improvvisazioni, impennate, imprevedibili, da lui stesso, azioni e reazioni, è molto più che impossibile. Rapidamente si dimostra tentativo sbagliato e controproducente, onerosissimo. Non avendo il Presidente USA obiettivi chiari, ma quasi esclusivamente rancori e rappresaglie, meglio è che chi vuole reagire abbia chiari i suoi propri obiettivi inquadrabili in una prospettiva preferibile sufficientemente convincente. Un esempio può illuminare il problema e portare ad una strategia risolutiva o quasi. Qual è l‘obiettivo della guerra scatenata contro la feroce teocrazia iraniana: impedire che riesca a arricchire l’uranio e dotarsi di armamento nucleare? produrre un regime change? mostrare che la potenza USA è in grado di distruggere una civiltà millenaria? Ognuno condivida l’obiettivo che preferisce, magari il regime change, l’attuale essendo sanguinario e opprimente per i cittadini, oppure li rigetti tutti in nome della sovranità nazionale e della, nel caso in esame un po’ dubbia, autodeterminazione. Rimane innegabile che gli ayatollah e i pasdaran costituiscono una minacciosa e costante sfida alla sicurezza politica nazionale di molti Stati, non soltanto di Israele, e, come dimostra il blocco dello stretto di Hormuz, dell’economia mondiale. Pagheremo caro questo blocco. Lo pagheremo tutti. Lo pagheranno di più gli Stati più deboli e i loro cittadini anche quelli poco e male consumatori.

Non basteranno le risposte finora date dagli stati-membri dell’Unione Europea, dalla stessa UE in sorprendente unità d’intenti, dal resto dell’Occidente, Canada in testa, mentre la Cina osserva pazientemente e assorbe lentamente. Alla guerra commerciale e ai dazi, un orrore per qualsiasi democrazia liberale decente, forse bisogna rispondere con contro-dazi, ma sarebbe anche opportuno rivitalizzare l’Organizzazione Mondiale del Commercio, esplorare e valorizzare fonti alternative, completare davvero il Mercato Unico secondo le indicazioni del Rapporto Letta.

Alle guerre guerreggiate si può e si deve opporre sia l’assoluto non coinvolgimento quando sono strumento neo-imperiale sia il sostegno al paese democratico aggredito, l’Ucraina, sia le pressioni condivise e forti contro quelle azioni di Israele, che sono andate già oltre gli eccessi, per diventare veri e propri, innegabili crimini del governo Netanyahu. Anche in questo caso è giusto auspicare il regime change. Inoltre, invece di limitarsi a stancamente lamentare l’inadeguatezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, sono auspicabili, possibili e potrebbero essere fruttuose, azioni diplomatiche intense che riformino e rilancino l’ONU. Esiste una miriade di buone proposte che nuovi volenterosi, dentro e fuori dell’Unione Europea, dovrebbero tirare fuori dai cassetti e ripresentare aggiornati ai governanti.

L’obiettivo grosso è, naturalmente, la costruzione, non ex-novo, ma sul molto che abbiamo imparato, di un ordine internazionale decente dove le regole riescano, se non a impedire del tutto le sopraffazioni, le prevaricazioni, le guerre, soprattutto quelle di Trump e di Putin, quantomeno a renderle improbabilissime e costosissime non soltanto in termini economici, ma anche di reputazione. Isolati e screditati, i prevaricatori potranno arrogantemente tentare dannosissimi colpi di coda, ma potrebbero anche trovarsi in minoranza all’interno del loro paese, del loro spazio politico, con opinioni pubbliche informate da ampi e durevoli dibattiti. Non pochi studiosi e policy-makers hanno sostenuto che alcune crisi di grande impatto sono riuscite a essere creative. In un mondo globalizzata, il tasso di creatività della crisi può essere molto accresciuto e spinto più avanti. Il resto lo faranno i cittadini democratici con gli occhi e con la consapevolezza acquisita. Entrambe sono qualità che da Pechino a Mosca hanno vita difficile e presenza grama. Toccherà a Washington battere il colpo decisivo nelle elezioni di metà mandato a novembre. Ma, non sarà che l’inizio di un nuovo inizio.

Pubblicato il 6 maggio 2026 su Domani

Non abituarsi alla guerra. Quello che deve fare l’UE @DomaniGiornale

Bombardati da notizie, più o meno fake e manipolate, sepolti da annunci più o meno mirabolanti, travolti da dichiarazioni ripetitive, fantasiose, spesso stupide, quanto rischiano le opinioni pubbliche di abituarsi alle guerre? Sappiamo che anche o persino nei trenta anni gloriosi dell’ordine politico internazionale (non riesco proprio a scrivere “liberale” poiché fu un ordine bipolare basato sull’equilibrio del terrore atomico), in qua e in là, non sempre proprio nelle periferie, si combatterono non poche guerre. Alcune, quelle di liberazione dal colonialismo, furono, mi pare più che opportuno ricordarlo e sottolinearlo, guerre giuste e giustificabili. Hanno lasciato qualche focolaio e molte situazioni autoritarie tollerate. Nella molto nota esclamazione del Presidente repubblicano Ronald Reagan, a proposito in particolare dei governanti dell’America latina, “sono dei figli di buona donna, ma sono i nostri figli di buona donna!” Dunque, gli USA tollerarono e persino alimentarono situazioni e regimi autoritari, i cui sfidanti, mai troppo democratici, quasi sempre ricevevano, ricevettero interessato sostegno tattico, costoso, fintantoché le fu possibile, dall’Unione Sovietica.

Guerre, spesso, civili, e guerricciole continuano in Africa, in Asia, in America centrale. La novità è costituita in parte dall’aggressione russa all’Ucraina, ma soprattutto dai comportamenti bellicosi degli Stati Uniti di Donald Trump. Anche se è tutt’altro che inutile cercare di capire se c’è del metodo nella follia (questa c’è di sicuro almeno sotto forma di megalomania oramai deplorata, come riportato ieri da Mattia Ferraresi, addirittura da alcuni dei collaboratori più stretti e dei MAGA più ortodossi), l’interrogativo ineludibile è dove porterà il folle metodo e quanto pagheremo per giungere a quale approdo. Non si tratta semplicemente di tutt’altro che disprezzabili, ma necessari, calcoli riferibili alle risorse e, in special modo, tristemente, alle vite di oggi e di domani.

Si tratta delle conseguenze sul futuro del mondo delle dichiarazioni e delle azioni del Presidente affarista. La guerra condotta contro l’Iran e la sua teocrazia ha solo in parte prodotto un regime hange: da un tipo di fondamentalismo repressivo all’autoritarismo sanguinario dei pasdaran. Né Israele, alleato burattinaio di Trump, può illudersi di ottenere stabilità politica in Medio Oriente facendo terra bruciata in Palestina, in Libano, in Iran e what is next?

Certo, potremmo attendere l’uscita di scena, che le democrazie assicurano, di Trump e di Netanyahu, ma con quanto strepito e furia. Anche Putin e, forse (sic), Xi Jinping finiranno. Come? Per lo più molti, appropriatamente, fra gli storici, affermano che la grandezza di un leader politico deve essere misurata con riferimento allo stato del mondo che lascia alla sua dipartita terrena. Non anticipo nulla, ma sicuramente Trump e Putin hanno molta strada da recuperare e Xi Jinping da intraprendere. A parole e con i fatti. Con tutta probabilità, la leadership collettiva dell’Unione Europea, malamente e ingenerosamente criticata, è messa meglio. L’Unione di oggi, il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo, è più avanzata di quella di dieci anni fa e più attrattiva (lo dimostrano le molte richieste di adesione). Ha finalmente preso consapevolezza del dovere politico e morale di difendere il suo stile di vita e, magari, anche di diffonderlo con il soft  power derivante dalla sua cultura che ha garantito ottant’anni di pace e prosperità.

Non ci sarà un nuovo, effettivo e migliore, ordine politico internazionale, se gli Stati membri dell’Unione non sconfiggeranno i loro rispettivi sovranismi, destrorsi e insidiosamente sinistrorsi. Non sarà all’insegna MEGA (Make Europe Great Again) che il mondo diventerà un luogo migliore, ma tessendo pedagogicamente con pazienza, intelligenza, capillarità la trama del superamento della guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11 della Costituzione italiana). Yes, we shall.

Pubblicato il 22 aprile 2026 su Domani

Il regime change è una strategia di guerra @DomaniGiornale

Regime change, vale a dire il mutamento del regime di uno o più dei contendenti, è un obiettivo del tutto legittimo di qualsiasi guerra fra stati. Eliminare chi ha reso inevitabile lo scontro armato non serve soltanto a porre fine a quello scontro, ma anche a rendere meno probabili scontri successivi. In effetti, il regime change è sempre stato, più o meno palesemente, uno, non il minore, degli obiettivi perseguiti. Se la responsabilità di uno scontro bellico in atto oppure anche solo ripetutamente minacciato, è attribuibile ai detentori del potere politico in uno specifico assetto istituzionale, allora risulta comprensibile e giustificabile perché sia auspicabile, opportuno e accettabile porre l’obiettivo di cambiare quegli assetti istituzionali e di eliminare i detentori di quel potere politico.

    Lo scetticismo manifestato da troppi commentatori sulle probabilità di successo di questa operazione è in buona misura malposto e fuorviante. Sicuramente il requisito essenziale per qualsiasi approfondimento è che chi persegue il regime change risulti vittorioso. Poi si apriranno le opportunità di cambiamento del regime, ma non è affatto improbabile che qualche cambiamento non del, ma nel regime, avvenga nel corso del conflitto con riferimento al suo andamento. Non è neppure detto che come, a cavallo fra ignoranza e ingenuità, credevano (volevano far credere) il Presidente George W. Bush e i suoi collaboratori, il regime change sarà coronato dall’avvento di un regime democratico. Peraltro, dopo il 1945 fu democratico l’esito del cambiamento in contesti tanto diversi come la Germania e il Giappone.

   Altrove, negli ultimi vent’anni, la situazione si presenta molto variegata. In Iraq il regime change ha significato il crollo del regime sultanista di Saddam Hussein, ma istituzioni e pratiche democratiche, pure innestate, faticano ad affermarsi. Nell’altra situazione post-sultanista, la Libia, lasciata in macerie da Gheddafi, quelle pratiche sono ancora più lontane. Secondo molti il caso più clamoroso di fallimento del regime change è quello dell’Afghanistan nel quale il totalitarismo artigianale dei Talebani ha mostrato una straordinaria capacità di resilienza. L’intervento USA non ha prodotto nessun cambiamento significativo di regime, ma solo una sospensione temporanea, ancorché non breve, del dominio talebano che si è re-imposto con cambiamenti in peggio specialmente per le donne.

Che la teocrazia iraniana abbia sempre costituito una minaccia militare è valutazione molto largamente condivisa. Il suo sostegno a una pluralità di movimenti armati dagli Hezbollah agli Houthi e le sue prese di posizione favorevoli alla distruzione di Israele sono tanto risapute quanto ripetute. Le manifestazioni degli studenti e soprattutto le proteste delle donne, seguite inesorabilmente da pene crudeli crudelmente eseguite, segnalano scontento e opposizione esistenti, ma non sufficienti. Le uccisioni mirate ad opera degli israeliani dei dirigenti di rango più elevato della teocrazia iraniana vanno nel senso di indebolire il regime fino alla sua possibile caduta. Difficilissimo è sapere quanto gli oppositori interni siano già pronti e preparati a sostituire gli ayatollah. Quanto nell’ambito della teocrazia si trovino figure meno compromesse con i comportamenti oppressivi e repressivi in grado di garantire una qualche transizione non confusa e non segnata da eccessi di conflittualità ad una situazione da più parti accettabile. Sbagliato sarebbe pensare che, sbaragliata la sua teocrazia, l’Iran riesca a transitare, lo scrivo proprio così, “armi e bagagli”, ad una fase che conduca alla democratizzazione. Ancora più sbagliato, però, è ritenere che il regime change in Iran non contenga nessuna potenzialità di portare ad un ordine politico nel quale proliferino i germi democratici che esponenti interni, la cui storia e le cui credenziali li possano rendere protagonisti, sapranno far maturare.

Pubblicato il 16 giugno 2025 su Domani