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Tra Palazzo Chigi e Quirinale: la flessibilità della democrazia parlamentare @rivistailmulino

Per molte ragioni, buone e cattive, il sistema politico italiano si trova proprio alla soglia di cambiamenti degni della massima attenzione (e preoccupazione). Per questo l’imminente elezione del Capo dello Stato va seguita da vicino

Questo articolo fa parte dello speciale Quirinale 2022

Un sistema istituzionale è tale poiché le sue parti interagiscono e si condizionano in una varietà di modi. Anche quando le istituzioni sono «separate», come negli Stati Uniti, condividono i poteri e sono in competizione per acquisirne e per esercitarli. Nelle democrazie parlamentari, come quella italiana, le relazioni fra le istituzioni sono strette e complesse, flessibili ed elastiche, di grande interesse analitico e di notevole rilievo politico, passibili di cambiamenti significativi, portatori di opportunità e rischi. Per molte ragioni, buone e cattive, il sistema politico italiano si trova proprio alla soglia di cambiamenti degni della massima attenzione (e preoccupazione). A proposito della eventualità dell’elezione di Mario Draghi alla presidenza della Repubblica, alcune settimane fa, il ministro leghista Giancarlo Giorgetti evocava, non so se con timore o con favore, la comparsa di un semipresidenzialismo di fatto. Sappiamo che nel semipresidenzialismo de iure è il presidente che, quando dispone di una maggioranza parlamentare del suo colore politico, può nominare il primo ministro, producendo una grande concentrazione di potere nell’esecutivo. Altrimenti, quando la maggioranza nell’Assemblea nazionale è opposta al presidente, diventerà primo ministro il capo di quella maggioranza che, nella situazione nota come coabitazione, avrà tutto l’interesse a rimanere coesa per sventare qualsiasi tentazione del presidente di sciogliere il Parlamento. Da molti punti di vista, il semipresidenzialismo si rivela una forma di governo affascinante per gli analisti.

In Italia, non esiste nessun precedente di un capo di governo in carica che sia diventato presidente della Repubblica. Anzi, una condizione non scritta, ma finora sempre rispettata, è che presidente diventi qualcuno che è giunto al termine della sua vita politica attiva, inevitabilmente caratterizzata da divergenze, conflitti, scontri. Nel suo discorso di fine anno Mattarella ha fatto cenno a questo elemento, sostenendo la necessità per i presidenziabili di spogliarsi di ogni precedente appartenenza (politica e, aggiungo per i buoni intenditori, stando molto nel vago, «professionale»). Nella oramai più che sessantennale traiettoria del semipresidenzialismo della Quinta Repubblica francese, praticamente tutti i primi ministri si sono considerati presidenziabili e diversi fra loro si sono candidati alla presidenza. Molto curiosamente nessuno dei primi ministri in carica è mai stato eletto. Il gollista Chirac perse contro Mitterrand nel 1988 quando era primo ministro. Vinse nel 1995 quando, di proposito, non lo era più. Nel caso italiano quattro presidenti – (Segni 1962-64), Leone (1971-78), Cossiga (1985-1992), Ciampi (1999-2006) – avevano in precedenza ricoperto la carica di presidente del Consiglio, ma al momento dell’elezione al Quirinale ne erano oramai lontani temporalmente e, per così dire, politicamente. Purtroppo, per lui, invece, nel 1971 Aldo Moro venne osteggiato, in particolare da Ugo La Malfa, proprio per la sua vicinanza alla politica (e che politica!) attiva.

L’eventuale passaggio di Mario Draghi direttamente senza nessuna soluzione di continuità da Palazzo Chigi al Quirinale sarebbe, come detto, assolutamente senza precedenti e porrebbe non pochi interrogativi costituzionali (come opportunamente rilevato da Federico Furlan). Non so se avremo l’effettiva necessità di rispondervi e diffido di risposte arzigogolate. Ritengo preferibile, seguendo la strada aperta da Giorgetti, esplorare se, rebus sic stantibus (5 gennaio 2022), l’elezione di Draghi al Quirinale comporti più o meno inevitabilmente dei rischi per la democrazia italiana che, non bisogna dimenticarlo, si regge su un sistema di partiti frammentato e non consolidato.

Preliminarmente, mi pare che sussistano alcune variabili impossibili attualmente da mettere e tenere sotto controllo, in particolare da chi, partiti e persone, sarà proposta la candidatura di Draghi e da chi e quanti parlamentari verrà votata. Dopodiché il discorso è inevitabilmente destinato a partire dal momento in cui il Draghi diventato presidente della Repubblica dovrà necessariamente affidare l’incarico per la formazione del nuovo governo (art. 92: «Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministri»). Fermo restando che è possibile, forse addirittura probabile, che qualcuno, Giorgia Meloni lo ha già fatto alcuni mesi fa, chiederà al neo-presidente Draghi lo scioglimento del Parlamento. Noto che sarebbe davvero uno scambio improprio e pericoloso quello fra i voti per l’elezione e lo scioglimento del Parlamento, ma ne esiste un precedente non glorioso: l’elezione di Giovanni Leone nel dicembre 1971 con i voti decisivi del Movimento sociale di Giorgio Almirante e lo scioglimento nel febbraio 1972 per elezioni anticipate come desiderato e richiesto dai neo-fascisti (che quasi raddoppiarono i loro seggi in Parlamento).

Facile immaginare le pressioni su Draghi; ma a questo punto qualsiasi ricognizione sugli eventuali rischi per la democrazia italiana deve spostare il tiro dove li vedono coloro che sono preoccupati da Draghi presidente della Repubblica. Certo, fare filtrare che Draghi avrebbe già un proprio candidato da nominare per la sua sostituzione a Palazzo Chigi nella persona dell’attuale ministro dell’Economia Daniele Franco conferma le perplessità e le contrarietà di coloro che vedono una pericolosa estensione dei poteri reali di Draghi, presidente della Repubblica e presidente del Consiglio per interposta persona. D’altronde, non si può dubitare che il ministro Franco condivida le linee di politica economica di Draghi e che le applicherebbe. È altresì lecito pensare che Franco, meno esperto e consapevolmente meno prestigioso di Draghi, sarà disponibile a seguire su tutte le altre, molte, materie dell’agenda di governo, le indicazioni che gli verranno da quella che pudicamente chiamerò la moral suasion del presidente della Repubblica. Tuttavia, nulla di quello che ho ipotizzato e scritto è insito in procedimenti rigidi, inevitabili, incontrovertibili. Al contrario.

Qui entra in gioco la democrazia parlamentare, troppo spesso ritenuta debole laddove la sua forza consiste nella flessibilità e nell’adattabilità. Per sostituire il presidente del Consiglio andato al Quirinale, debbono/possono essere i partiti, che intendono sostenere la stessa coalizione di governo o formarne un’altra, a suggerire il nome del loro candidato alla carica di presidente del Consiglio. In via riservata possono anche fare sapere al presidente Draghi che non intendono accettare una nomina, per così dire, dinastica, preannunciando voto contrario al candidato eventualmente loro imposto. Saranno i partiti in entrambi i rami del Parlamento a votare o no la fiducia, sanzionando la loro subordinazione a Draghi oppure rivendicando il loro potere di scelta e infliggendogli una sconfitta tanto più grave poiché avviene all’inizio del mandato e, inevitabilmente, lo condizionerebbe ridimensionandone il prestigio anche agli occhi degli europei. Uno showdown Draghi/Parlamento sulla formazione del governo che vedesse vittoriosi i partiti non significherebbe in nessun modo l’assoggettamento totale e definitivo del presidente ai loro voleri e alle loro scelte. Il presidente della Repubblica continuerebbe ad avere il potere di autorizzare la presentazione dei disegni di legge di origine governativa e di promulgazione dei testi legislativi approvati dal Parlamento. Per rimanere nell’ambito della legislazione, toccherebbe ancora a lui dare il via libera o bloccare i decreti e la loro, spesso ingiustificata, proliferazione su materie per lo più eterogenee.

Sulla scia di Giuliano Amato, ho più volte parlato di poteri presidenziali a fisarmonica. Con partiti forti e coesi, in una solida alleanza di governo, il presidente ha poca discrezionalità nel suonare la fisarmonica ovvero fare valere le sue preferenze di politiche e di persone. Partiti deboli e divisi, in un’alleanza conflittuale, aprono grandi spazi nei quali il presidente suonerà, con la sua personale competenza ed esperienza, la musica che preferisce. La flessibilità della democrazia parlamentare consente entrambi gli esiti con le molte modulazioni intermedie, evidenziando eventuali rischi per il funzionamento della democrazia. Per concludere, sento tuttavia di dover aggiungere che non è quasi mai una buona idea spingere le istituzioni e le relazioni inter-istituzionali ai loro limiti estremi.

Pubblicato il 5 gennaio 2022 su Rivistailmulino.it

Le ragioni del NO #Referendum2020 #tagliodeiparlamentari #intervista @RadioRadicale #IoVotoNO

“Referendum sul taglio dei parlamentari, le ragioni del NO. Intervista al professor Gianfranco Pasquino” realizzata da Giovanna Reanda con Gianfranco Pasquino (professore emerito di Scienza Politica all’Università degli Studi di Bologna).
L’intervista è stata registrata giovedì 27 agosto 2020 alle 09:37.
La registrazione audio ha una durata di 13 minuti.

Ascolta

 

 

 

Retroscenisti allo sbaraglio @rivistailmulino

Da qualche tempo, anche per riempire il vuoto della politica antagonistica all’italiana, è in corso una battaglia epocale fra retroscenisti e quirinalisti nella quale si inseriscono non brillantemente alcuni “politologi” di strada”, cioè che passano di lì quasi per caso. L’argomento, sicuramente avvincente per tutti coloro che stanno reclusi in casa, è quanto durerà il governo Conte? Agguerritissimi, i retroscenisti, assecondati da alcuni politologi di riferimento, non si pongono neppure il problema del “se” (durerà), ma solo quello del “quanto” durerà. Peraltro, la stessa domanda già l’avevano posta il giorno dopo la fiducia. Avvistati nei pressi del Colle e riconosciuti nonostante la mascherina d’ordinanza, i molto più ponderati quirinalisti, che, per lo più, hanno come fonte le veline del Quirinale, sembrano alquanto più cauti.

Un governo c’è. Lo si sostituisce, a norma di Costituzione, solo se perde la maggioranza a suo sostegno (la verifica deve venire da un voto parlamentare) oppure se entra in una grave crisi di operatività. Dal Quirinale “filtra” per l’ennesima volta la solidissima posizione che i numeri sono la premessa per l’esistenza e la sopravvivenza di un governo, ma l’immobilismo decisionale di quel governo è una buona ragione per pensare alla sua sostituzione. Buona in tempi normali, ma non sufficiente in tempi emergenziali se all’orizzonte vicino non si vede già ready made un governo diverso e migliore.

I retroscenisti hanno quasi pronto un governo diverso, lo chiamano “unità nazionale”, ma soprattutto si stanno già esercitando a fare una serie di nomi che sono i soliti, Draghi in testa. I retroscenisti vorrebbero sostituire non soltanto il capo del governo, il Conte appannato, ma anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, il quale, pure, è uno dei pochi ministri italiani noti e apprezzati nell’ambito dell’Unione europea. Sullo sfondo, poi, i più abili e fantasiosi fra loro, che sanno guardare non solo retro, ma anche avanti, mettono in circolazione nomi presidenziabili per il fatidico gennaio 2022. Ed è così che si comprendono le agitazioni dello ancien statista Pierferdy Casini, inopinatamente assurto a risorsa della Repubblica.

Quirinalisti e retroscenisti fanno il loro lavoro in maniera apprezzabile? Non mi pare. Per lo più, i secondi contribuiscono in misura molto maggiore dei primi al restringimento della già scarsissima fiducia degli italiani nella politica e nei partiti. Al toto nomi raramente si accompagna anche una riflessione e individuazione delle politiche diverse che sarebbero presumibilmente attuate dai nuovi arrivati. Le comparazioni, fra il prossimo presidente del Consiglio e i precedenti a lui in qualche modo assimilabili ­­- Ciampi, Dini, Monti – vengono fatte in maniera assolutamente disinvolta e superficialissima, senza tenere conto dei contesti, fra i quali anche le aspettative dei partner europei e dei protagonisti tutti: presidenti della Repubblica, partiti, coalizioni di governo.

Cambiare governo nelle democrazie parlamentari è sempre possibile. Questi cambiamenti, effettuati in Parlamento, cosiddetti ribaltoni più o meno totali (di un totale cambio di maggioranza l’Italia non ha nessun esempio), segnalano il pregio della flessibilità di contro alla rigidità delle repubbliche presidenziali che, eletto un Presidente, se lo debbono tenere a meno di un colpo di Stato. Anche se possibili i ribaltoni sono auspicabili? a quali condizioni e con quali conseguenze? La storia più che centennale delle democrazie parlamentari non offre neanche un caso di un cambio significativo di governo durante un’emergenza (ad esempio, nel periodo 2008-2009, peraltro un’emergenza di gran lunga meno grave della pandemia). Persino i governi di unità nazionale sono rarissimi. Attualmente nelle democrazie occidentali non esiste nessun governo di unità nazionale. In Germania, c’è, per decisione dei leader dei due maggiori partiti (confermata da consultazioni fra gli iscritti), un governo definito molto impropriamente Grande coalizione, mentre è un normale governo di coalizione fra Cdu/Csu e Spd che ha 398 seggi e deve fare i conti con opposizioni che ne hanno 310. Sia chiaro che la solidarietà nazionale italiana 1976-1978 non si tradusse in nessun governo di unità nazionale.

Di solito per giustificare l’esigenza di un governo di unità nazionale si fa riferimento a quello emblematico guidato da Winston Churchill in Gran Bretagna dal 1940 al 1945. Churchill era il capo del partito che aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Comuni. Aprì a laburisti e liberali, nessuno dei quali chiese mai, neppure nelle ore più buie (darkest) di sostituirlo con un leader conservatore più gradito. Neanche dalla sempre irriverente stampa britannica furono avanzate richieste di sostituzione di Churchill, ricorrendo a più o meno fasulle argomentazioni (retroscena?) che il re Giorgio VI aveva altre preferenze: un noto banchiere, un professore di Oxbridge, un Lord suo compagno di caccia alle volpi. Vinta la guerra, Churchill subito perse le elezioni. I laburisti ottennero la maggioranza assoluta dei seggi e diedero vita ad un governo fortemente riformista.

Come potrebbero i governi stabili delle altre democrazie europee fidarsi degli impegni presi da un capo di governo che i retroscenisti italiani danno per moribondo, sostituibile (solo lui o anche la sua maggioranza? tutta o in parte?) e, comunque, considerato incapace di affrontare i problemi socioeconomici prodotti dalla pandemia e di approntarne soluzioni praticabili? Venerdì 17 aprile la votazione di un importante documento concernente gli aiuti economici ha visto gli europarlamentari italiani dividersi variamente, un caso di “distanziamento politico-elettorale” non certo, come si dice, una “prova tecnica” di governo di unità nazionale, ma con fratture più profonde nel centrodestra. Allo stato, i retroscenisti, nessuno dei quali può vantare successi previsionali significativi (per esempio, la nascita del Conte 2), non apportano nessun elemento utile a una migliore conoscenza della politica. Credo anche che i quirinalisti potrebbero svolgere un ruolo più efficace se smentissero le azzardate interpretazioni dei retroscenisti (anche di quelli che scrivono sullo stesso quotidiano) e se sottolineassero che, da tempo e finora, tutte le dichiarazioni e le mosse del presidente della Repubblica hanno un sicuro accertabile fondamento nella Costituzione. È e sarà lui, che rappresenta l’unità nazionale, a decidere se, quanto e fintantoché il governo è stabile e operativo.

Pubblicato il 20 aprile 2020 su rivistailmulino.it 

Triangolo virtuoso. Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica. Imparare e non dimenticare #CrisiDiGoverno

1  Non possiamo che rallegrarci che, finalmente, politici e commentatori abbiano scoperto che l’Italia è una Repubblica parlamentare (meglio, democrazia parlamentare). Che, però, pensino che tutto il potere stia nel Parlamento è sbagliato. In democrazia, mai nessuno ha “pieni poteri”. Quanto alle istituzioni, il potere sta nel triangolo virtuoso Parlamento-Governo-Presidenza della Repubblica, nella loro assunzione di responsabilità e nel loro controllo reciproco.

2  Nessun parlamento è onnipotente anche se lì si esprime principalmente la sovranità popolare, meglio se con una legge elettorale meno indecente della Legge Rosato. In Parlamento nascono, si trasformano, muoiono e si (ri)formano i governi. Però, un buon Parlamento fa molte altre cose. E’ luogo di rappresentanza e conciliazione di interessi (lascio il gergo riprovevole a chi comunque non conosce l’abc del parlamentarismo); è luogo di espressione delle opposizioni e di produzione delle decisioni. Soprattutto, è fonte insostituibile di informazioni e conoscenze per gli elettori che desiderino votare in maniera efficace, a ragion veduta.

3*  Il problema non è mai, come hanno scritto opportunamente alcuni autorevoli scienziati della politica, se saremo governati, ma, sempre, come saremo governati. Detto che in Italia un governo esiste solo se ha ottenuto “la fiducia delle due Camere”, le aggettivazioni aggiuntive sono quasi tutte improprie. Governo di scopo, di decantazione, del Presidente, et al, addirittura di legislatura (obiettivo che tutti i governi dovrebbero sempre porsi) significano poco o nulla. Quello che conta, anche con riferimento alla situazione italiana attuale, è, non per quanto tempo, ma come il governo che nasce saprà governare(rci).

*A causa di un problema tecnico la registrazione si è interrotta bruscamente, un po’ come l’esperienza del governo giallo-verde. Noi rimedieremo. Loro, meglio di no.

Vorrei dirvi tre cose che so sul funzionamento delle democrazie parlamentari #CrisidiGoverno

Non possiamo che rallegrarci che, finalmente, politici e commentatori abbiano scoperto che l’Italia è una Repubblica parlamentare (meglio, democrazia parlamentare). Che, però, pensino che tutto il potere stia nel Parlamento è sbagliato. In democrazia, mai nessuno ha “pieni poteri”. Quanto alle istituzioni, il potere sta nel triangolo virtuoso Parlamento-Governo-Presidenza della Repubblica, nella loro assunzione di responsabilità e nel loro controllo reciproco.

INVITO Politica e istituzioni. La salute della democrazia #4maggio #Borgomanero

FONDAZIONE ACHILLE MARAZZA – BORGOMANERO

sabato 4 maggio ore 16.30
Salone d’Onore della Fondazione Marazza
viale Marazza, 5 – Borgomanero – Novara

Gianfranco Pasquino

Politica e istituzioni. La salute della democrazia

introduce Giannino Piana

 

INVITO Democrazia, istituzioni e cittadini nell’Unione Europea #15novembre #Pordenone Auditorium Casa Zanussi @ScopriEuropa

Nell’ambito del Progetto Europa. Integrazione o implosione?
44ª serie di incontri di cultura storico politica organizzati da
Istituto Regionale Studi Europei del Friuli Venezia Giulia

Giovedì 15 novembre 2018 ore 15.30
CRISI DEL PROGETTO EUROPA?

Democrazia, istituzioni e cittadini nell’Unione Europea

Gianfranco Pasquino
professore emerito di Scienza politica

Introduce e coordina Roberto Reale
giornalista già vicedirettore di RaiNews 24

 

La partecipazione è gratuita. È gradita l’iscrizione irse@centroculturapordenone.it

Centro Culturale Casa A. Zanussi
via Concordia Sagittaria, 7
33170 Pordenone (PN)

“Quel che so sulla politica. Come studiarla, con metodo comparato, come raccontarla, come apprezzarla” #IlRaccontodellaPolitica

IL RACCONTO DELLA POLITICA
Lezione introduttiva

Quel che so sulla politica.
Come studiarla, con metodo comparato, come raccontarla, come apprezzarla

Se volete capire la politica dovete conoscerne i meccanismi, le tecniche, le Istituzioni. Dovete capirla se volete cambiarla. La politica nella quale viviamo non è una buona politica e per cambiarla bisogna acquisire le conoscenze. Cercherò di darvi queste conoscenze in chiave comparata. Cercherò di offrirvi tutto quello che so, tutto quello che ho imparato da Bobbio e Sartori, tutto quello che penso si possa ancora imparare…

“Il Racconto della politica” In arrivo il #videocorso di Pasquino

Parlare di politica fa bene, a noi e agli altri. Studiare la politica è un’attività intellettuale preziosa. La politica condiziona i nostri comportamenti. Con le nostre conoscenze e i nostri comportamenti possiamo condizionare la politica e trasformarla in meglio.

I brevi video che ho realizzato per voi hanno proprio l’obiettivo di raccontare la politica in maniera semplice, di renderla attraente, in un certo senso di aiutarci a diventare buoni cittadini, informati e partecipanti.

A presto sui vostri schermi!

 

Rappresentanza parlamentare e responsabilità politica VIDEO @RadioRadicale #Perugia @liberiegiusti

Dibattito organizzato da Libertà e Giustizia
Rappresentanza parlamentare e responsabilità politica
Gianfranco Pasquino Professore Emerito di Scienza Politica Università di Bologna
Mauro Volpi Professore Ordinario di Diritto Costituzionale Università di Perugia
introduce Mario Martini Coordinatore Circolo LeG Umbria

Rappresentanza parlamentare e responsabilità politica