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Dietro i partiti niente

Le pungenti interviste del vignaiolo D’Alema, le “ruspanti” dichiarazioni dell’europarlamentare (sic) Salvini, gli accorati richiami dello statista in disarmo Berlusconi, le introspezioni elettroniche del guru Casaleggio, le promesse roboanti del fiorentino Renzi che sfida l’Europa fanno tutte, giustamente, discutere. Invitano anche a cercare di capire che cosa succede nel sistema dei partiti italiani. In verità di partiti definibili come tali in Italia ne esiste soltanto uno, il Partito Democratico, fatto da una maggioranza, in Parlamento artificialmente creata da un abnorme premo di seggi e nelle realtà locali gonfiata da più che una modica dose di conversioni. Le minoranze democratiche criticano, concionano, qualche rara volta strepitano, ma, in definitiva, non sanno che cosa fare né dove andare. Tutti gli altri non-partiti, tranne il Movimento 5 Stelle e, in parte, la Lega, sono alla costante ricerca di posizionamenti che consentano loro di sopravvivere fino a quando dovranno presumibilmente trattare con il PD per avere una manciata di seggi nel prossimo Parlamento. Nessuno di loro sta cercando di ricostruire una presenza, non nel cuore degli italiani, ma, quantomeno, nella loro considerazione per le politiche proposte e le candidature selezionate. Al contrario, nella grande maggioranza delle esperienze locali, con poche eccezioni, i candidati prescelti vengono, si dice e si vanta, dalla società civile. Poi, spesso si scopre che quella società civile è alquanto permeabile ai fenomeni della corruzione e dell’illegalità. Di tanto in tanto ci s’accorge anche che venire dalla società civile, lo hanno imparato persino gli esponenti delle Cinque Stelle, non è un titolo di merito né una qualifica utile a svolgere efficacemente i compiti parlamentari né, tantomeno, a governare le città, piccole, medie e, chi sa, prossimamente anche grandi.

In maniera difensiva, troppi politici e, ahiloro, molti commentatori pensano di cavarsela sostenendo che i partiti sono in crisi un po’ dappertutto. E’ un’affermazione sostanzialmente scorretta che dovrebbe essere “spacchettata”. Ci sono sistemi politici, come la Spagna, nei quali è in atto una dolorosa ridefinizione dello schieramento e della natura dei partiti. Però, quasi dappertutto nelle democrazie europee i partiti hanno finora retto alla sfida dei populismi, di destra, di sinistra e di centro; hanno governato, persino con qualche successo; si sono alternati alla guida del paese. Nessun governo non partitico, guidato e composto da “tecnici”, ha fatto la sua comparsa. Non circola nessuna apoteosi della società civile. Non compare nessuno sfrangiamento del sistema dei partiti. Invece, in Italia, dietro tutte le diatribe, spesso di cortile, dietro un chiacchiericcio per lo più inconcludente, come quello sull’Europa, che dovrebbe essere sul “come stare in Europa”, e sulla Libia che, a sua volta, dovrebbe essere, sul “come costruire un governo rappresentativo e stabile” in quel paese, sta un fatto durissimo: il sistema dei partiti italiani è fondamentalmente destrutturato.

La destra, il cui elettorato è reale e diffuso, anche potenzialmente molto ampio, non è capace di costruire organizzazioni stabili né, curiosamente, ricorda la sua parola d’ordine: presidenzialismo. La sinistra appare più fedele alle sue peggiori tradizioni: sottili critiche e graduali processi di frammentazione. Per quanto vero, conta poco che il segretario del Partito Democratico- Presidente del Consiglio non abbia manifestato nessuna intenzione né di tenere unito il partito né di riaggregare la sinistra preferendo il sostegno facilmente acquisibile di Alfano e le manovre più o meno concordate con Verdini. E’ l’esito che conta. Le maggioranze variabili non sono che palliativi, tamponi, sotterfugi temporanei. La realtà è che se il PD si sfalda. Il sistema dei partiti italiani si mostrerà in tutta la sua nudità e bruttezza. E non verrà decentemente rivestito da un Italicum che deve ancora passare al vaglio della Corte Costituzionale e da riforme costituzionali parecchio confuse.

Pubblicato AGL 14 marzo 2014

Lectio brevis “Tradurre voti in seggi”- Accademia Nazionale dei Lincei

logo linceiCLASSE DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE
venerdì 11 marzo 2016, alle ore 16.00

il Socio Gianfranco Pasquino terrà la «Lectio brevis»
Tradurre voti in seggi

Roma – Palazzo Corsini
via della Lungara, 10

invito lincei

TRADURRE VOTI IN SEGGI

Tradurre voti in seggi è un’operazione solo apparentemente semplice che si presta ad una molteplicità di soluzioni. L’intento è, da un lato, quello di dare potere agli elettori, altrimenti non sarebbe un’operazione democratica; dall’altro, di scegliere bene i rappresentanti. All’inizio, ovvero nei due grandi paesi che, appunto, si avviarono per primi alla democrazia: Gran Bretagna e USA, fu il maggioritario in collegi uninominali. Chi ottiene più voti, non necessariamente e raramente la maggioranza assoluta, vince il seggio. In praticamente tutti i sistemi politici europei si cominciò a votare utilizzando questa modalità. Quanto al Regno d’Italia ereditò la formula elettorale maggioritaria, ma a doppio turno, in collegi uninominali, che era stata utilizzata in Piemonte. Pertanto, è sbagliato sostenere che “la proporzionale” è nel DNA degli italiani, semmai lo è delle italiane che cominciarono a votare nel 1946. I miei bisnonni e i loro figli ebbero un DNA maggioritario (dal quale non intendo liberarmi).

Tutti i sistemi politici investiti da quella che chiamerò diaspora anglosassone hanno ancora oggi sistemi elettorali maggioritari a turno unico in collegi uninominali e sono regimi democratici, anche se, in particolare negli USA, qualche trucchetto, detto gerrymandering, di manipolazione nel ritaglio dei collegi continua a essere fatto. Nell’Europa continentale, a partire dal Belgio nel 1891, dove liberali e democristiani, sfidati dai socialisti, introdussero in chiave difensiva una legge elettorale proporzionale, a cavallo fra il secolo XIX e il secolo XX, furono adottati sistemi elettorali proporzionali ritenuti in grado di dare migliore rappresentanza a un elettorato che cresceva e si diversificava. Forse più “rappresentativa”, la proporzionale cosiddetta “pura”, vale a dire senza clausole, corre costantemente il rischio di frammentare il sistema dei partiti, di consentire, se non anche, talvolta, di favorire, la nascita di molti partiti piccoli con peso esagerato sulla formazione dei governi di coalizione, come avvenne, con conseguenze gravissime, nella Repubblica di Weimar (1919-1933).

Oggi, nel mondo, mentre aumenta il numero di sistemi politici che diventano democratici, è possibile constatare che, sostanzialmente, esiste quasi lo stesso numero di paesi che hanno sistemi maggioritari e sistemi proporzionali. Funzionano in maniera più che adeguata sistemi elettorali maggioritari a turno unico come quello dell’Australia, originale adattamento del classico sistema inglese; sistemi a doppio turno in collegi uninominali come quello francese della Quinta Repubblica; sistemi di rappresentanza proporzionale personalizzata con clausola di eccesso al parlamento del 5 per cento come quella usata in Germania. Sappiamo che non esistono sistemi elettorali “perfetti”. Però, esistono sistemi elettorali migliori di altri, sistemi che danno più potere ai cittadini di scegliere e di responsabilizzare i loro rappresentanti. L’Italicum non fa parte dei sistemi elettorali migliori.

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Gianfranco Pasquino

Pasquino su riforme costituzionali e Italicum Video #Pistoia

La mela Pistoia

Sabato 27 febbraio si è tenuta presso la libreria Feltrinelli di Pistoia la presentazione del libro Cittadini senza scettro Le riforme sbagliate del professor Gianfranco Pasquino, organizzata dal Comitato Pistoiese per la Difesa della Costituzione. Al dibattito, molto partecipato, è intervenuto, tra gli altri, anche il professor Giovanni Tarli Barbieri. Nel video riportiamo i momenti salienti della serata in cui si sono affrontante le problematiche legate alla riforma costituzionale approvata dal governo Renzi (che verrà sottoposta a referendum), e della legge elettorale cosiddetta “Italicum”, che presenta numerosi motivi di perplessità.

Il voto al governo Renzi è un 6- Promette molto, realizza poco

Il_GiornaleIntervista raccolta da Anna Maria Greco  per Il Giornale

ROMA. Professor Gianfranco Pasquino, che voto dà a Renzi?

Un 6 meno

All’orlo della sufficienza, motivazione politica?

L’allievo è volenteroso, si applica con impegno, corre molto con le parole ma le realizzazioni sono scarse. Promesse roboanti, fatti declinanti.

Di buono che ha fatto?

Poche cose, ma ci sono. Il Jobs Act dovrà comunque produrre qualche cambiamento positivo. La Buona scuola era necessaria, resta da vedere la sua applicazione da parte del ministero e dei presidi: quanti eserciteranno fino in fondo il loro potere.

Noto che non include Italicum e Senato.

Perché il mio giudizio è molto negativo. La legge elettorale è brutta, non rispetta la sentenza della Consulta e ha elementi di’incostituzionalità, come diceva Napolitano prima di diventare renziano. Quella del Senato è una trasformazione, non un’abolizione. Non è una Camera delle autonomie alla tedesca, né un Se nato francese più piccolo. In più, ha 5 senatori nominati dal Quirinale. La riforma è confusa, crea un sistema squilibrato e neppure chiarisce i compiti dei senatori.

Renzi lega il suo destino al referendum: mossa giusta?

No, così lo trasforma in un plebiscito su se stesso e usa in modo scorretto la Costituzione, che lo vuole promosso dai cittadini, non dal governo. Minacciare: se va male me ne vado serve a dire che lui interpreta il sentire del popolo.

Negli ultimi 2 anni in parlamento c’è stato un gran mercato, con continui passaggi da un partito all’altro.

L’Italia ha una lunga tradizione di trasformismo. Dal 2013 circa un terzo dei parlamentari ha cambiato casacca, credo 22 per il Pd di Renzi. Che attrae quasi automaticamente nuovi adepti, perché è grande, in grado di offrire risorse e poltrone, in più ha la prospettiva di vincere le elezioni.

Il premier ama governare con maggioranze variabili?

Una brutta storia che il trasformismo incoraggia. Se un governo ha una maggioranza dovrebbe reggersi su quella. Altrimenti, deve ricompensare di volta in volta i nuovi arrivati togliendo o mettendo qualcosa nelle leggi.

Il Rottamatore è rimasto fedele ai suoi primi slogan?

In parte sì, perché una certa classe politica Pd l’ha rottamata. Ma se Veltroni e D’Alema erano da rottamare, perché pescare vecchi nomi per ruoli che vorrebbero facce nuove? fl problema è che Renzi non ha una prospettiva complessiva di come rinnovare il Pd. Mi preoccupa sentire che la nuova classe dirigente nascerà dai comitati referendari. Così fa fuori la sinistra.

Il Pd perderebbe ancor più la connotazione di sinistra?

Per me, l’ha già persa.

Renzi punta al partito della Nazione?

L’idea è tremenda, lui di tanto in tanto la smentisce. Abbiamo già visto la De, che occupava solidamente il centro impedendo l’alternanza, ma per la democrazia ci vuole competitivita. Come segretario Pd ha concentrato nelle sue mani il potere, lo stesso ha fatto come premier. Ma almeno eviti di usarlo male, imponendo emendamenti canguro e voto di fiducia che limitano il dibattito parlamentare, come per le unioni civili. E su una materia non di governo, ma che investe il nostro modo di pensare.

Come finirà?

Sono politologo, non astrologo. Renzi ha capito che non deve consentire a M5S di gridare vittoria. Probabilmente toglierà la stepchild per far passare il resto.

E l’attacco all’Europa?

L’idea di riacquistare un ruolo sulla scena europea è buona, ma realizzata male. Lo scontro frontale non produce niente di positivo, anche Cameron ha ottenuto poco e ha più potere di Renzi. Quando si critica bisogna avere una soluzione e degli alleati. Lui non ha né l’uno né l’altro, chiede solo maggiore flessibilità, cosa non molto popolare a Bruxelles. Bene l’operazione di imporre la Mogherini per la politica estera Ue, ma perché poi non la sostiene?

Nello duello Renzi-Monti chi vince?

Nessuno ne esce vincitore, ma ha ragione Monti perché conosce meglio l’Europa e la sua burocrazia. È una visione da tecnocrate? Non so, forse va corretta, ma comunque va ascoltato.

Pubblicato il 23 febbraio 2016

Dal Porcellum alla Terza Repubblica. Dieci anni di storia politico-elettorale dell’Italia

Venerdì 12 Febbraio ore 18.00

Sala convegni del Castello Caetani – Fondi

Presentazione del volume

Dal Porcellum alla Terza Repubblica. Dieci anni di storia politico-elettorale dell’Italia 2005-2015

di Simone Nardone. Prefazione di Gianfranco Pasquino.(Editore StreetLib)

Interverranno con l’autore

Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza Politica presso l’Università di Bologna

Antonio Agosta, Docente di Sistemi Elettorali Comparati presso l’Università degli Studi Roma Tre

Evento organizzato dall’Associazione di Cultura Politica Obiettivo Comune, con il patrocinio del Comune di Fondi e del Sistema Bibliotecario del Sud Pontino

Dalla prefazione di G. Pasquino
“Scoprire che la legge elettorale n. 270 del dicembre 2005, fortemente voluta e approvata dal centro-destra, giustamente definita Porcellum, ha soltanto una volta su tre, nel 2008, prodotto una cospicua maggioranza in entrambe le camere, pur riducendo il numero degli sgangherati partiti italiani, è sufficiente per darle una valutazione negativa, argomentata, netta e severa. […] Nardone analizza le proposte recenti, macchiate, come ho già notato, da partigianeria e anche da colpevole ignoranza dei precedenti. Il difetto più grave degli improvvisati riformatori elettorali è la loro intollerabile presunzione. Si ostinano a pensare che sanno fare meglio di quanto è stato fatto, e funziona da tempo, nelle democrazie parlamentari e semipresidenziali europee. […] Nardone ci porta fino a dove siamo arrivati, ma leggendo fra le righe, esercizio che consiglio anche ai lettori, si vedrà che con quello che è stato approvato, ma che già si suggerisce di ritoccare, non andremo da nessuna parte”.

Locandina Fondi

Le effervescenze dei democratici

Corriere di Bologna

La calma è piatta nel centro-destra in attesa che da qualche parte arrivi il candidato, preferibilmente civico, individuato dalla Provvidenza (di Arcore, luogo dove si effettuano le selezioni). La relativa calma nel Movimento 5 Stelle è un po’ (dis)turbata dall’ombra lunga delle infiltrazioni camorristiche di Quarto, ma grande è la speranza che quell’ombra si arresti agli Appennini. Le uniche effervescenze sociali e politiche le offre, come è quasi inevitabile, il Partito Democratico al quale, nel bene e nel male, va la riconoscenza dei commentatori. Sostanzialmente non più sfidato. Merola, il sindaco ricandidato, sta cercando di trovare, escogitare, promuovere qualche lista a suo sostegno. Quasi sicuro che da sola, la lista del PD non riuscirà a superare il 50 per cento dei voti necessari al primo turno al fine di evitare un ballottaggio potenzialmente rischioso (basterebbe evocare il precedente del 1999), Merola avrebbe voluto una bella lista Frascaroli, anche per depotenziare SEL. Il rifiuto di un’assessora controversa, forse neanche troppo dotata di voti suoi, lo ha spinto a sollecitare la discesa in campo di Morgantini il quale potrebbe pescare nello stesso mondo del volontariato e portare la necessaria manciata di voti in più. Qualcuno potrebbe obiettare che: 1) questo tipo di operazione è proprio quella vietata, ma a livello nazionale, dall’Italicum; 2) se Morgantini è/sarà molto simile a Frascaroli, che lo ha già benedetto, allora sorgeranno poi conflitti non dissimili in Consiglio Comunale e, eventualmente, nella giunta. Qualche elettore potrebbe infine chiedersi se Merola ha risolto la sua tensione personale e politica fra permissivismo e rigorismo o se, facendosi accompagnare da Morgantini non rischia di ritrovarsela alla prima, molto prossima, occasione. Le effervescenze del PD appaiono anche nella scelta dei candidati alla Presidenza dei Quartieri, per alcuni il primo passo di una carriera politico-amministrativa, per altri un modo per restare a galla. A rassicurare tutti, o forse no, sta una frase pronunciata da Renzi relativamente alla costituzione dei comitati per il Sì al referendum costituzionale. Tralascio la critica, pure importante e non infondata, se si tratti piuttosto di un plebiscito, ma è evidente che Renzi sta facendo appello ai suoi sostenitori duri (puri, non so) e mettendo in grande difficoltà gli ultimi esponenti della ditta bersaniana. Se non parteciperanno molto attivamente alla campagna referendaria, il segretario del Partito Democratico avrà un motivo in più per lamentarsi di loro e, a futura memoria, per depennarli dalle prossime candidature. Allora, altro che effervescenze, assisteremo a epurazioni per costruire un più compatto Partito della Nazione.

Pubblicato il 24 gennaio 2016

Italicum, no; Europaeum, sì

Prefazione a Simone Nardone, Dal Porcellum alla Terza Repubblica. Dieci anni di storia politico-elettorale dell’Italia 2005-2015, Streetlib, pp. 5-10

Scoprire che la legge elettorale n. 270 del dicembre 2005, fortemente voluta e approvata dal centro-destra, giustamente definita Porcellum, ha soltanto una volta su tre, nel 2008, prodotto una cospicua maggioranza in entrambe le camere, pur riducendo il numero degli sgangherati partiti italiani, è sufficiente per darle una valutazione negativa, argomentata, netta e severa. Vale anche la pena di aggiungere che in poco più di tre anni quella cospicua maggioranza berlusconiana, incapace di riforme, è tristemente evaporata. Fa bene Simone Nardone a documentare sia gli esiti delle tre tornate elettorali, 2006, 2008, 2013, nella quale il Porcellum è stato utilizzato. Fa altrettanto bene a rilevare quanti tentativi sono stati malamente e sfortunatamente effettuati per riformare quella legge, in particolare, i referendum per mancanza di quorum procurata dal centro-destra. Qui, in sede di presentazione e di commento, credo opportuno fare due rilievi di fondo. Primo rilievo, i tentativi di riforma sono stati tutti caratterizzati da un elemento centrale: costruire quella specifica legge elettorale che prometteva di dare vantaggi al partito e al leader di riferimento dei sedicenti riformatori. Insomma, da una legge con altissimo contenuto partigiano, come il Porcellum, si va verso una legge a contenuto partigiano meno visibile, ma sostanzioso. Secondo rilievo, in verità, i tentativi riformatori non sono mai stati condotti né con grande convinzione né con sufficiente competenza.
Non è una novità sottolineare che a qualsiasi dirigente di partito e di corrente fa oltremodo comodo disporre di una legge elettorale che consente, con (ir)ragionevole approssimazione, di nominare i propri parlamentari. Costoro saranno poi assidui, devoti, subordinati fino al servilismo, alla faccia dell’assenza di vincolo di mandato, poiché praticamente tutti (e tutte: omaggio ad una malposta e peggio interpretata parità di genere) desiderano fortemente essere rinominati/e. Dunque, nessuno di quei parlamentari sfiderà quella legge. Cosicché non sorprende che sia toccato alla Corte Costituzionale fare i conti con il Porcellum. Dopo più di un decennio di incerta, e, talvolta, irritante, giurisprudenza, la mutata composizione della Corte ha portato finalmente ad una decisione sufficientemente chiara e, per chi sa leggere, argomentata in maniera stringente.
Il Porcellum presenta due evidenti profili di incostituzionalità: 1) l’eccessiva entità del premio di maggioranza (e la differenza nelle modalità di attribuzione fra Camera e Senato) che distorce oltre ogni logica l’esito del voto; 2) l’esistenza di liste bloccate. Il primo profilo cozza in maniera esagerata e ingiustificabile contro il principio dell’eguaglianza del voto. Il secondo profilo comprime drasticamente il potere dell’elettore il quale, in sostanza, non può fare altro che scegliere un partito, ma non può in nessun modo scegliere il suo rappresentante in Parlamento. Ben poca cosa è la “sovranità” popolare quando si riduce a tracciare una crocetta su un simbolo di partito. Troppa, invece, è la sovranità democratica, cioè del popolo, di cui si sono appropriati i dirigenti di partito e di corrente nominando i loro parlamentari, uomini e donne. Addirittura esagerata è la quantità di sovranità perduta dai cittadini-elettori, quando, come abbiamo rapidamente appreso dai tempestosi rapporti fra i parlamentari del Movimento Cinque Stelle e i loro due leader extraparlamentari Grillo e Casaleggio, costoro impongono il vincolo di mandato e lo traducono autoritariamente, non autorevolmente, nell’esercizio dell’espulsione.
Qui, inevitabilmente, sono costretto, ma lo faccio molto volentieri, ad andare oltre l’argomento trattato da Nardone. Sono sicuro che il lettore (anche nella sua veste di elettore e di cittadino che vuole saperne di più) si chiederà se la proposta di riforma formulata da Matteo Renzi risponda efficacemente alle obiezioni formulate dalla Corte Costituzionale alla legge tuttora vigente. La risposta è chiaramente negativa. Infatti, il cosiddetto Italicum continua a presentare liste bloccate, ancorché corte. Quindi, non consente in nessun modo agli elettori di scegliersi i loro rappresentanti. Incidentalmente, l’espressione di un unico voto di preferenza è stata approvata in un importante referendum popolare nel 1991, quello che diede inizio alla stagione riformatrice. E non è vero che sarebbe automaticamente preda di “scambio” e di corruzione, entrambe le fattispecie essendo, finalmente, sanzionate in maniera severa nella legge Severino. Poi, diamine, la soluzione migliore esiste, eccome: i collegi uninominali.
Quanto al premio di maggioranza, continua a essere cospicuo, minimo novanta seggi, anche nell’Italicum, e quindi a non rispondere all’obiezione della Corte relativa all’esagerata disproporzionalità. L’unico miglioramento in materia è quasi casuale, comunque soltanto eventuale. Qualora, accadimento che auspico, nessuna delle coalizioni raggiungesse il 37 per cento dei voti, si dovrà andare al ballottaggio fra le due coalizioni più votate. In questo modo, almeno, l’elettore potrebbe trovarsi a scegliere davvero la coalizione che lo governerà e a conferire consapevolmente quel premio. Disporrà di un voto pesante e decisivo.
Mi pare opportuno aggiungere, non soltanto per completezza di informazione, che il ballottaggio fra coalizioni costituisce uno dei punti di forza della proposta di riforma elettorale che il 4 luglio 1984 presentai nella Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali, detta Bozzi dal nome del suo Presidente il deputato liberale Aldo Bozzi. Ne esiste un testo scritto e pubblicato e la si può ritrovare anche nella Relazione di Minoranza dei Senatori Eliseo Milani e Gianfranco Pasquino (della quale, va da sé, sono molto fiero).
Nell’eventuale ballottaggio, potrebbe persino succedere che Grillo arrivi a capire che, nelle democrazie parlamentari, la costruzione di coalizioni è l’arte della politica e decida di offrire questa opportunità ai suoi elettori e a tutti coloro che cercano alternative che rimettano in moto una dinamica competitiva che non passa soltanto attraverso manipolabili reti telematiche. Non indugio sul prezzo che il Movimento Cinque Stelle dovrà pagare poiché sono interessato a sottolineare l’aumento del potere degli elettori, sia di coloro che hanno già scelto le Cinque Stelle sia di coloro che non gradiranno le altre due probabili coalizioni. Rimane, però, che, in buona sostanza, l’Italicum è soltanto un piccolo Porcellum, vale a dire, un porcellinum che non accresce per nulla il potere degli elettori. Se non sarà il Presidente della Repubblica a rinviare questa brutta legge elettorale al Parlamento, dovrà provvedervi, per evitare la perdita di credibilità, la stessa Corte Costituzionale.
Nardone analizza le proposte recenti, macchiate, come ho già notato, da partigianeria e anche da colpevole ignoranza dei precedenti. Il difetto più grave degli improvvisati riformatori elettorali è la loro intollerabile presunzione. Pensano di sapere fare meglio di quanto è stato fatto, e funziona da tempo, nelle democrazie parlamentari e semipresidenziali europee. Procedono a contaminazioni che fanno inorridire, che producono indigeribili marmellate di sistemi diversi fra di loro, applicati in contesti costituzionali troppo distanti da quello italiano. Nessuno, poi, si cura del potere degli elettori che deve essere la stella polare di qualsiasi riformatore elettorale. Insomma, Nardone ci porta fino a dove siamo arrivati, ma leggendo fra le righe, esercizio che consiglio anche ai lettori, si vedrà che con quello che è stato finora elaborato, non andremo da nessuna parte.
No, non cadremo dalla padella nella brace. Resteremo nella padella, forse una padella appena ridotta di dimensioni, ma ancora manovrata dai partiti, ovvero dai loro capi. Non è una bella prospettiva. Se, qualcuno vorrà poi anche chiedersi perché siamo male governati e peggio rappresentati, mentre Francia e Germania, ma anche Spagna e Svezia funzionano molto meglio dell’Italia, sappia che parte, probabilmente grande parte, della differenza è data dal fatto che quei sistemi politici hanno leggi elettorali non truffaldine, ma sane che conferiscono reale potere ai loro cittadini. Dal libro di Nardone vorrei fare scaturire, per quanto indirettamente, anche il suggerimento che guardare oltre le Alpi è preferibile a guardare a formulette provinciali, appropriatamente definite “italiche”. Meglio, molto meglio un “Europaeum”.

Bologna, 25 marzo 2014

Gianfranco Pasquino

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Lo spartiacque è il 1994: i partiti non sono più figli di vere culture politiche

Il fatto

Intervista raccolta da GIA.RO. per Il Fatto Quotidiano

Nella Prima Repubblica i cambi di casacca erano rarissimi perché i partiti erano figli di grandi culture politiche: quella cattolica, quella liberale, repubblicana e socialista. Ce lo vedete un comunista diventare socialista o un liberale diventare democristiano? Il dissenso era accettato, ma sempre all’interno di un perimetro preciso. Poi, dal 1994, quelle culture sono scomparse“.

Gianfranco Pasquino, politologo, guarda sconsolato al trasformismo parlamentare che ormai sembra diventato endemico della seconda repubblica, e di questa legislatura in particolare. E individua tre cause.

INNANZITUTTO“, spiega Pasquino, “c’è la totale perdita di controllo su Forza Italia da parte di Silvio Berlusconi, che non riesce più a tenere unite le truppe, con la conseguenza di diaspore continue. In secondo luogo, ci sono i numerosi movimenti dei grillini, in parte espulsi da Beppe Grillo e altri in fuga volontaria. Infine – continua il professore – l’ultima causa di questi smottamenti è il forte dissenso della minoranza del Pd nei confronti della leadership di Matteo Renzi, un malcontento che ha già provocato diverse uscite che il premier si è guardato bene dal frenare“. Civati, Fassina, D’Attorre, ecc… “A Renzi non interessa nulla del Pd. Anzi, più se ne vanno meglio è, perché al prossimo giro, con l’Italicum, piazzerà in lista solo i fedelissimi. Quelli che escono dal partito per lui sono un problema in meno”, osserva il professore. In questo modo siamo arrivati al record di transfughi di questa legislatura. “Siamo nel pieno di una fase di destrutturazione dei partiti. Ma, ripeto, tutto parte dal disfacimento di Forza Italia. Perché, se il partito berlusconiano avesse tenuto, anche Renzi avrebbe dovuto preoccuparsi di serrare le file” afferma Pasquino. Il quale, se da una parte condanna il trasformismo “come una grave malattia della democrazia parlamentare“, dall’altra difende l’articolo 67 della Costituzione che consente al singolo deputato o senatore di non avere vincoli di mandato.

IL PARLAMENTARE deve essere libero dai partiti e dalle lobby“, precisa Pasquino, “questo però non consente di fare i furbi: se si viene eletti per realizzare un programma, a quello ci si deve attenere. Sul resto, invece, si può votare secondo coscienza, ma le scelte devono essere ben motivate. Insomma, prima di agire in dissenso dal proprio partito o addirittura abbandonarlo, ci vorrebbe una riflessione profonda. Che, come vediamo, non sempre c’è“.

Pubblicato il 4 gennaio 2016

Serve soltanto a chi governa. E il parlamento sarà pieno di nominati #Italicum

Corriere della sera

Intervista raccolta da Marco Galluzzo per il Corriere della Sera

ROMA (m.gal.) “La prima vera corbelleria è dire che questo sistema serva a eleggere un Parlamento. Serve a scegliere un governo, il contrario di quello che avviene in tutte le democrazie parlamentari
Gianfranco Pasquino, politologo, accademico, salva quasi nulla dell’Italicum: “È fatto apposta per scegliere un partito che darà vita al governo e questa è una grande novità, ma deteriore. In qualche modo tocca al cuore la qualità fondamentale delle democrazie parlamentari, la loro flessibilità. Stiamo andando in direzione di una totale rigidità, per avere un governo forte, con un solo partito, sostenuto dal 60 per cento di propri parlamentari nominati.
Eppure la legge voluta da Renzi risolve certamente almeno un problema storico dell’Italia quello di avere un vincitore chiaro la sera delle elezioni. Ma per Pasquino questo è vero sino a un certo punto: “Cosa succede se quel governo non funziona, cosa facciamo? Questo è il difetto più visibile e che invece sia Polo Mieli che Angelo Panebianco, negli interventi dei giorni scorsi, considerano il regio maggiore“.
Secondo Pasquino “ci troveremo con un Parlamento in cui almeno il 65 per cento dei parlamentari sarà nominato, un fatto gravissimo; quasi tutti saranno scelti dai loro dirigenti, un Parlamento di persone che se aspirano alla rielezione devono essere assolutamente ingessati, senza libertà, sottoposti al controllo del governo”.
Non le sembra di essere troppo critico? “Non credo, questa legge elettorale consente sino a dieci candidature in dieci collegi diversi, un vero scandalo, con l’aggravante di poter optare per un collegio piuttosto che in un altro, magari solo per escludere qualcuno. È una legge da buttare, una truffa. Almeno così com’è. Si consenta almeno di avere coalizioni al secondo turno, sia consentito un apparentamento che è quello che succede nell’elezione del sindaco. Del resto in tutta Europa le democrazie sono governate da coalizioni, con l’unica eccezione, sino a ieri, della Spagna. Se non si vuole la frammentazione si metta uno sbarramento più alto, al quattro come in Svezia. E la base di rappresentanza è comunque distorta, in Inghilterra e in Francia il premio è sempre di collegio non nazionale.”

Pubblicato il 31 dicembre 2015

Il bicchiere mezzo pieno di Matteo

Il bicchiere da lui ricevuto da Enrico Letta nella gelida cerimonia di passaggio delle consegne il 22 febbraio 2014 era, ha fatto capire il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, sostanzialmente vuoto. Quel bicchiere, ha detto e ripetuto in maniera molto compiaciuta, non soltanto è mezzo pieno, ma va riempendosi, giorno dopo giorno, di contenuti, in Italia, in Europa, sullo scacchiere internazionale dove operano i soldati italiani. Esposte le cifre che, se non scaldano i cuori e non fanno parte dei sogni, ha detto Renzi con qualche volo pindarico, meritano di essere declinate e declamate per sconfiggere tutti quelli che dal Jobs Act all’Expo, dagli 80 Euro alla Buona Scuola, preconizzavano, “non ce la farete”, bisogna concentrarsi sulle sfide. In maniera estremamente puntigliosa, Renzi è andato all’attacco dell’Europa, in particolare della Commissione Europea e, più che della Cancelliera Merkel, della politica privilegiata della Germania. Ha rimproverato a entrambe, Commissione e Germania, un’interpretazione delle regole e della flessibilità alquanto squilibrata. Ha sostenuto che l’Italia sta facendo tutto quello che dovrebbe rispettando criteri e parametri. Non incalzato dai giornalisti, ha, da un lato, dimenticato di sottolineare il ruolo importante di Federica Mogherini, quale Alto Commissario per la politica estera dell’UE; dall’altro, non ha dovuto spiegare perché agli occhi di molti europei neppure l’Italia di Renzi risulti ancora davvero affidabile. Eppure, non esiste nessun tappeto sotto il quale è possibile nascondere il macigno dell’immenso debito pubblico italiano che il suo governo non ha ridotto e neppure significativamente aggredito.

Nella puntigliosa e opportuna rivendicazione delle riforme fatte, per alcune delle quali ha promesso una rapida emanazione dei decreti attuativi, Renzi ha dato grande spazio alla ridefinizione del Senato più che alla riforma elettorale (che sta trovando molti inaspettati, non necessariamente tecnicamente preparati, sostenitori, sulle pagine di alcuni grandi quotidiani nazionali). Ha anche preannunciato che le riforme saranno consacrate da un referendum costituzionale, in verità praticamente un plebiscito sulla sua persona, che, nel caso di una sconfitta, segnerebbe la fine della sua carriera politica. Comunque, ha assicurato, questa carriera terminerà dopo il secondo mandato da Presidente del Consiglio. Ci sarà per lui altro, non specificato, da fare. Quanto al rischio che per il segretario del Partito Democratico comporteranno le elezioni amministrative, in particolare in alcune grandi città: Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna, Renzi se l’è cavata alla grande, rivalutando in toto il ruolo delle primarie che da lui e da qualcuno del suo entourage sembrava messo in forte discussione. Insomma, il segretario del PD consegna quella che potrebbe diventare una patata bollentissima agli elettori delle primarie e ai candidati. Il governo viene così tenuto al riparo da eventuali incidenti di percorso resi possibili dall’inadeguato controllo sul partito che Renzi non ha saputo finora acquisire.

Sullo sfondo si staglia il protagonista probabile di “incidenti” elettorali vari: il Movimento Cinque Stelle, l’unico concorrente più volte menzionato in forma pesantemente, ma in taluni casi giustificatamente, critica. Eppure, le Cinque Stelle si sono anche rivelate interlocutrici parlamentari in grado di sbloccare situazioni ingarbugliate come quella dell’elezione dei giudici costituzionali. A fronte del disfacimento di quella che fu l’ampia area del berlusconismo sociale, culturale, elettorale e parlamentare, soltanto le Cinque Stelle potrebbero mettersi di traverso e ostacolare il cammino disegnato da Renzi con toni quasi trionfalistici. Giustamente, nella conferenza stampa il Presidente del Consiglio ha fatto prevalere il compiacimento su qualsiasi preoccupazione. Con non poche buone ragioni che anche i gufi sanno vedere e che toccherà al 2016 sottoporre a verifica. Cin cin.

Pubblicato AGL il 30 dicembre 2015