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Una lustratina alle stelle
Tutto (o quasi) cominciò, nel bene e nel male, qui: ingresso nel 2009 nel Consiglio Comunale di Bologna, affermazione imprevista e consistente nelle elezioni regionali del 2010, persino l’elezione al ballottaggio (meccanismo elettorale che dispensa notevoli opportunità politiche a candidati e soprattutto elettori) del sindaco di Parma. Anche il male, però, si manifestò presto: le prime, le seconde e anche le terze espulsioni di chi un po’ voleva troppa autonomia, ma anche di chi non aveva capito che Movimento fossero le 5 Stelle. D’altronde, un movimento con un non statuto, con un programma di protesta con poche proposte, tutte di critica della politica, aperto soltanto a chi non avesse precedenti esperienze politiche e ottenesse qualche decina di voti in selezioni “parlamentarie” in grado di mobilitare parenti e condomini, non garantiva affatto qualche omogeneità di vedute. Troppo occupati a vietare (anche le apparizioni televisive), sanzionare ed espellere, misure forse necessarie per tenere insieme gli eletti, Grillo e Casaleggio ci hanno messo un po’ di tempo a capire che sono necessari alcuni aggiustamenti. Nel frattempo, nonostante gli errori della leadership e le ingenuità e gli eccessi degli eletti, le persistenti inadeguatezze della politica italiana e dei suoi protagonisti continuano ad alimentare in tutta Italia, Emilia-Romagna compresa, quella striscia di antipolitica sulla quale il grillismo ha costruito la sua fortuna. Nella miseria del centro-destra e nell’irrequietezza di ampie fasce di elettorato non solo giovanile, si trova il terreno di coltura dei voti aggiuntivi che incrementano le percentuali delle disponibilità registrate nei sondaggi ad appoggiare le 5 Stelle. Adesso, però, Grillo e Casaleggio hanno deciso che: non vogliono correre il rischio di un reclutamento indiscriminato e di una selezione affidata a un pugno di votanti e non intendono essere costretti a perdere tempo cacciando chi è salito sul carro senza conoscere e senza condividere il percorso annunciato. Insomma, una restrizione ai procedimenti (neppure tanto democratici) di selezione attraverso la rete. Hai visto mai che, grazie al mal congegnato Italicum, le 5 Stelle approdassero al governo? Che un filtro preventivo garantisca il reclutamento di persone con qualche competenza nota e riconoscibile, con qualche esperienza politica che, come confermerebbero tutti i “cittadini” in parlamento, risulta utile anche come garanzia di tradurre le priorità in azioni parlamentari. Che la democrazia abbia insegnato qualcosa a Grillo e Casaleggio è un’ottima notizia. Il resto lo racconterà la, presumibilmente spumeggiante, “Oktoberfest” organizzata sotto il cielo di Imola.
Pubblicato il 3 settembre 2015
Il ruolo di Mattarella nelle riforme
Quando due grandi vecchi, detto con la stima e il rispetto che si sono meritati, ingaggiano un confronto serrato sulla riforma del Senato, é opportuno prestare molta attenzione. Il fondatore de “la Repubblica”, Eugenio Scalfari ha fortemente obiettato alla lettera pubblicata sul “Corriere della Sera” dal Presidente Emerito Giorgio Napolitano. Nel mio piccolo anch’io ho rilevato molto di irrituale nell’esplicito sostegno dato da Napolitano alla riforma di Renzi. Replicando alle critiche di Scalfari, il Presidente sembra fare un passo indietro. Il suo sostegno va all’idea di riforma del bicameralismo paritario e non a tutte le technicalities delle quali, anzi, auspica che siano meglio definite e ritoccate. Naturalmente, i “ritocchi”, qualora seri e non cosmetici, implicheranno un’altra lettura da parte delle Camere e quindi qualche mese in piú affinché la riforma sia completata. E’ improbabile che il velocissimo duo Renzi-Boschi concordi su questa procedura, ma la parola andrà ai numeri ovvero a quanti senatori sono in grado di imporre modifiche migliorative. Quello che Scalfari sottolinea con forza e che Napolitano sembra non voler capire é che un sistema político é tale poiché (lo insegno regolarmente) tutte le sue componenti si tengono insieme. Cambiarne una, per di piú tutt’altro che marginale, vale a dire il Senato, significa provocare effetti su molte altre componenti: sulla Camera dei deputati e sui suoi poteri, inevitabilmente accresciuti, sul Presidente della Repubblica e sui suoi poteri, ridimensionati, sull’elezione dei giudici costituzionali e dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, e altre conseguenze ancora.
Napolitano che, pure, a suo tempo, aveva addirittura fatto balenare qualche problema concernente la legge elettorale Italicum, affermando che, comunque, la si sarebbe dovuta sottoporre a “opportune verifiche di costituzionalità”, non sembra condividere le preoccupazioni di Scalfari sull’eccesso di potere che finirebbe nelle mani, prima di un partito di maggioranza relativa, anche risicata, che conquisti al ballottaggio un notevole premio in seggi, poi nelle mani del capo di quel partito che sarebbe in totale controllo della Camera dei Deputati. Per di piú, poiché un conto é disquisire astrattamente di poteri giuridico-formali un conto molto diverso é guardare alle modalitá concrete di esercizio del potere ad opera di un capo di partito che ha dimostratao con le parole e con i fatti quale trattamento impartisce ai dissenzienti e alle minoranze, qualche preoccupazione appare d’obbligo. Scalfari la enuncia fino a mettere opportunamente in discussione gli effetti delle due riforme, legge elettorale e Senato, sul funzionamento complessivo del sistema. Caricandosi di un compito che non é piú suo, Napolitano sembra invece sostenere con il peso della sua autorevolezza tutta l’azione riformatrice di Renzi (con interventi che non sarebbero stati “perdonati” ai suoi predecessori).
Quanto al successore, Scalfari teme che Napolitano influenzi piú o meno direttamente anche il Presidente Mattarella. La questione piú delicata é: come potrá Mattarella, debitore della sua elezione in parte a Napolitano in parte a Renzi, contrapporre valutazioni diverse da quelle fortemente motivate dei suoi due Grandi Elettori ? Epperó, adesso in condizione di assoluta indipendenza, il Presidente Mattarella non puó certamente dimenticare di essere un costituzionalista, di essere stato uno dei giudici costituzionali che hanno distrutto il Porcellum, di avere scritto la legge elettorale che porta il suo nome e che molti considerano di gran lunga migliore dell’Italicum. Insomma, lo scontro di opinioni e di preferenze fra Scalfari e Napolitano conduce inevitabilmente fino al Colle, vale a dire alle responsabilitá che il Presidente Mattarella dovrá accollarsi al momento della firma della modifica del Senato che implica una drastica riduzione della rappresentanza política degli italiani (e dei poteri dello stesso Presidente della Repubblica). Sul crinale fra funzionamento e democraticitá del sistema político si sta dispiegando una delicata battaglia che il confronto Scalfari-Napolitano ha illuminato, ma non puó risolvere.
Pubblicato AGL il 18 agosto 2015
Senato. La fretta è nemica del bene
La lettera al “Corriere della Sera” del Presidente Emerito Napolitano è stata un intervento a gamba tesissima per invitare ad andare avanti nella modifica di quello che molti, sbagliando, continuano a chiamare bicameralismo “perfetto”. Però, la riforma che dovrebbe produrre il bicameralismo imperfetto è, Napolitano per primo lo sa certamente, abborracciata, brutta, male inseribile nel contesto dei rapporti fra “governo-Parlamento-Presidente della Repubblica”. I tempi per fare facilmente meglio ci sono tutti dal momento che il Presidente del Consiglio avvisa un giorno sì e quello dopo anche che intende arrivare fino al 2018. Sbagliato e offensivo è pensare, come ha sostenuto Renzi, che gli oppositori della sua riforma (la maggioranza dei quali non saranno comunque rieletti) siano interessati soltanto al mantenimento della prestigiosa carica senatoriale e della relativa indennità. Invece, i problemi sono almeno di tre tipi. Il primo riguarda le modalità di selezione dei Senatori, non più eletti, ma tutti variamente nominati dai Consigli regionali, tranne cinque nominati dal Presidente della Repubblica. Almeno su questi, Napolitano avrebbe dovuto dire “no, grazie” e, magari, Mattarella farebbe ancora in tempo a esprimersi in questo senso.
Non è neppure da demonizzare l’idea che i cento senatori siano eletti dagli italiani, ma il secondo problema è quali attività dovranno svolgere e quali poteri manterranno. Infatti, relegare il Senato ad attività marginali e togliergli poteri reali (il punto del contendere è il voto di fiducia) significa preservare in vita un organismo inutile. Allora, meglio sopprimerlo coraggiosamente dando soddisfazione a tutti coloro che semplicisticamente credono, sbagliando, che l’instabilità e l’inefficacia dei governi derivi dal bicameralismo all’italiana. Se la proposta di monocameralismo venisse da Napolitano, attualmente senatore a vita, acquisirebbe maggiore credibilità e vigore. Infine, il problema più grande e più serio è l’enorme squilibrio istituzionale prodotto dal Senato ridimensionato e indebolito. Al riguardo, gli oppositori della riforma hanno sicuramente ragione e attendono risposte convincenti. Con l’approvazione dell’Italicum, in attesa che si ponga rimedio ai suoi subito evidenti difetti e inconvenienti, si è avuto un enorme spostamento di potere nelle mani di una maggioranza artificialmente creata dal premio in seggi.
Tutto il sistema costituzionale ne subirà contraccolpi, potendo quella maggioranza esautorare, anzitutto, il Presidente della Repubblica che dovrà limitarsi a ratificare come Presidente del Consiglio il capo della maggioranza premiata e non avrà più nessuna discrezionalità in materia di (non)scioglimento del Parlamento. Quella maggioranza, incidentalmente, fatta da parlamentari “nominati”, si eleggerà facilmente il prossimo Presidente della Repubblica e farà man bassa dei cinque giudici costituzionali di elezione parlamentare. Per quanto (populisticamente) attraente possa essere l’idea di mandare a casa 215 senatori e di mantenerne soltanto 100 a carico delle casse delle Regioni, nessuno dovrebbe perdere di vista i gravissimi equilibri sistemici della riforma. Quindi, l’invito riformatore non dovrebbe affatto essere ad andare avanti, ma a fermarsi, riflettere, guardare alle seconde camere meglio funzionanti altrove, su tutte il Bundesrat tedesco, a cambiare verso. Riformare (male) non è un successo di prestigio. Non ci corre dietro nessuno: non l’Unione Europea, non il Fondo Monetario, meno che mai la Banca Centrale Europea. Neanche l’abitualmente molto riflessivo Napolitano dovrebbe cedere a una procurata, ma non reale e non necessaria, fretta.
Pubblicato AGL 9 agosto 2015
I tanti campanelli d’allarme
Il campanello d’allarme per il Partito Democratico e per il suo segretario, Matteo Renzi, se si occupa anche del suo partito, era già suonato due settimane fa. Il risultato delle elezioni regionali è stato, nel migliore dei casi, un pareggio quanto a regioni vinte, ma, più realisticamente, ha costituito una non trascurabile perdita di voti. Rapidamente sepolto sotto il tappeto di un’inutile direzione del partito quell’esito alquanto sgradevole, soprattutto in Liguria e In Veneto, il Presidente del Consiglio ha continuato nella sua martellante comunicazione sulle cose già fatte, spesso soltanto a metà, e sulle cose da fare, naturalmente, in fretta. Nel frattempo, cresceva in quantità e in rumore la drammatica evidenza del sistema di corruzione denominato “Mafia Capitale” caratterizzato dal coinvolgimento anche di non pochi e non marginali spezzoni del Partiti Democratico. Né è svanito, anzi, rimane ancora molto inquietante, il problema, tutto del Presidente del Consiglio, di come procedere nei confronti del governatore De Luca, con l’interpretazione prevalente della legge che sostiene una trafila fulminea dalla proclamazione dell’eletto alla sua sospensione. Infine, ha fatto la sua comparsa il caso di un Senatore del Nuovo Centro Destra, decisivo alleato di governo, per il quale la magistratura ha chiesto l’arresto.
Tutte le volte che gli elettori votano, anche nelle elezioni regionali e municipali, tengono inevitabilmente conto di una pluralità di fattori ovvero, meglio, quei fattori finiscono per influenzarne l’opzione di voto. I candidati contano, l’identità di partito sempre meno, le tematiche insorgenti un pochino di più. Pensare che a Venezia e ad Arezzo i candidati del Partito Democratico abbiano perso al ballottaggio perché gli elettori sono preoccupati dai migranti asserragliati alla Stazione Centrale di Milano, tenuti a bada a Roma Tiburtina, bloccati a Ventimiglia, mi pare davvero eccessivo. Magari, a Venezia, oltre ad un candidato non dotato di grande fascino personale, il Partito Democratico paga anche, in quanto partito di governo, lo scandalo del Mose che il vittorioso candidato di centro-destra, un outsider non precedentemente coinvolto in politica, non ha nessuna difficoltà a dribblare. Ad Arezzo, è plausibile che il candidato di Renzi e di Boschi non abbia fatto breccia in quell’elettorato di sinistra, non solo snobbato da dirigenti che guardano al centro, ma ritenuto insignificante, ininfluente, anche facile da incolpare per malanni che dipendono proprio dal centro (del Partito Democratico).
La vice-segretaria del PD, Debora Serracchiani ha seraficamente dichiarato: “dobbiamo rafforzare il partito sui territori”. E’ un’affermazione che apre una prateria di attività impegnative per un partito, ma soprattutto per i collaboratori di Renzi che hanno puntato tutto sul loro leader, il giovane capitano coraggioso che ha sfidato e sconfitto la ditta di quelli che “non hanno mai fatto nessuna riforma”. Diamo pure ragione a Serracchiani e aspettiamo questa impennata di attivismo dem per radicare il PD sui territori. Certo, una svolta di questo genere richiede non soltanto che il segretario-Presidente del Consiglio “cambi verso” alla sua strategia di personalizzazione estrema, ma accetti anche l’idea che un partito, quando diventa e vuole rimanere grande, magari non spingendosi fino a dirsi rappresentativo “della Nazione”, deve essere pluralista. Deve consentire il dissenso, soprattutto quando è fondato (già si parla di ritocchi all’Italicum) e argomentato, persino valorizzandolo. Altrimenti, i campanelli d’allarme si moltiplicheranno e il loro suono rischierà di non rendere più udibili gli slogan esageratamente ottimistici dell’uomo solo (anche perché abbandonati da elettori che se ne stanno a casa)al vertice più che effettivamente al comando.
Pubblicato AGL 16 giugno 2015
Dalle riforme sbagliate a quelle possibili #Verona 5 giugno
Incontro pubblico
Venerdì 5 giugno 2015 alle ore 20.45
Sala civica Tommasoli, via Perini 7
CITTADINI CON LO SCETTRO
Dalle riforme sbagliate a quelle possibili
Interverranno Giuseppe Civati e Gianfranco Pasquino
Introdurrà Michele Fiorillo Associazione “Possibile”
Nel corso della serata verranno presentati il libro
CITTADINI SENZA SCETTRO. Le riforme sbagliate (Egea 2015)
e i due quesiti referendari anti-Italicum
Il sale delle regionali
Gli sconfitti nelle urne si celebrano vincenti con le parole. Perdendo anche la razionalità
Alle regionali non hanno vinto tutti, ma soprattutto non tutti hanno capito che hanno perso e perché. In effetti, oltre ai sette governatori e governatrici (Catiuscia Marini in Umbria, ingiustamente lasciata in ombra), l’unico che ha davvero vinto è Matteo Salvini. Mettendo da parte i suoi temi qualificanti e i suoi toni spesso squalificanti, è anche l’unico che, con la sua incessante attività sul territorio e sull’etere televisivo e con la micidiale semplificazione comunicativa, se l’è davvero meritato. Anche se in Veneto Luca Zaia che, però, è un leghista vero, e la sua lista vanno alla grande, in Liguria Giovanni Toti (chi?) è totalmente debitore a Salvini della sua vittoria. Le Cinque Stelle tornano a splendere sulle miserie di una politica “impresentabile” e di protagonisti mediocri e lividi e pongono le premesse per continuare nella loro corsa al secondo posto (che darà accesso al ballottaggio dell’Italicum che quelli del senno di poi cominciano a capire quanto sarebbe rischioso). Qualche piccolo risultato positivo, ma casuale, in qua e in là, consente a Berlusconi di non addentrarsi nella penosa analisi di una inarrestabile emorragia di voti. L’autunno del patriarca è triste, solitario y final. Pochi hanno avuto voglia di dirglielo, neppure con il necessario affetto filiale.
Quando si parla di Renzi e dei suoi subalterni collaboratori, la parola affetto appare del tutto fuori luogo. Neanche la parola coraggio ha cittadinanza, il coraggio di dirgli che, una volta che voglia smettere di affidarsi ad un conteggio inadeguato (cinque a due prima delle elezioni e cinque a due dopo le elezioni significano un pareggio), il conto è salato. Le due donne candidate, renziane assolute, per le quali si è speso di più, hanno perso. Inconsolabili (?) si struggono in lacrime da sindrome di abbandono. Dove i candidati del PD hanno vinto non erano (e non diventeranno) renziani. Loro sono loro. Sarà, comunque, dura per Renzi staccarsi dall’immagine, dalla personalità e dalle relazioni pericolose di De Luca. Nel frattempo, quello che si è davvero staccato, anzi, si è spaccato, è il Partito della Nazione rigettato dagli elettori alle percentuali di un partito medio-grande che non ha gli strumenti per capire il dissenso interno e per trasformarlo in appello aggiuntivo all’elettorato, scriviamola la parola deplorevole, “di sinistra”.
Qualcuno metterà nel suo archivio le parole tracotanti di Guerini, Orfini, Serracchiani. Qualcuno ricorderà anche gli insulti a Rosy Bindi. Qualcuno, invece, (personalmente sono con costoro), senza perdere nessuna memoria, porrà il doppio tema del partito e del governo. Entrambi interessano un po’ tutti gli italiani. Un partito sbrigativo, sgangherato, con, da un lato, la persistenza di baroni locali, e, dall’altro, di cacicchi imposti dall’alto, non può stabilizzare il suo consenso elettorale e usarlo al meglio. Un governo il cui capo pensa di sapere tutto, di non avere bisogno di alleati, di garantire rappresentanza alla nazione senza dovere confrontarsi con i gruppi intermedi, anzi, “disintermediandosi, né con le associazioni (destando irritazione in Locke e Tocqueville, no, non due autori di cartoni animati, ma i maggiori teorici del pluralismo e dell’associazionismo), rischia di non fare riforme decenti e di non riuscire ad attuarle. La lettura che i renziani danno della loro battuta d’arresto, imputata alle minoranze, fa cadere le braccia e costringe a pensare che fra gli sconfitti di queste elezioni non si trovi neppure un briciolo di razionalità. Che è l’indispensabile sale della tanto sbandierata governabilità. Ahi loro.
Pubblicato su terzarepubblica.it il 2 giugno 2015
Gli ostacoli alla corsa di Renzi
Le elezioni in sette regioni molto diverse da loro, per collocazione geografica, composizione politica, distribuzione iniziale della forza dei partiti, forniscono una buona fotografia dell’elettorato italiano oggi. Il dato più evidente riguarda quella che non è soltanto una battuta d’arresto del Partito di Renzi, ma un vero e proprio arretramento. Dove Renzi è andato di persona a sostenere le candidate dichiaratamente “renziane”, cioè Raffaella Paita in Liguria e Alessandra Moretti in Veneto, la sconfitta è stata forte e chiara. Le vittorie altrettanto chiare e forti di Rossi in Toscana e di Emiliano in Puglia dipendono dalla personalità di entrambi i candidati, nessuno dei quali ha mai manifestato propensioni renziane. Le due vittorie in Marche e Umbria, regioni tradizionalmente abbastanza rosse, non possono essere attribuite al limitato tasso di renzismo dei candidati e, comunque, non spiccano in termini di quantità di voti. Quanto alla vittoria in Campania del discusso candidato De Luca, anche se Renzi lo ha appoggiato, non potrà e non vorrà sicuramente vantarsene poiché ne seguiranno problemi giudiziari e politici al momento alquanto inimmaginabili.
A un anno dalle elezioni europee del maggio 2014 che hanno, come direbbero i politici, fissato l’asticella del consenso elettorale del Partito Democratico al 40 percento (non a caso la soglia indicata nella legge elettorale Italicum per conseguire al primo turno il premio di maggioranza), il PD è scivolato all’indietro a percentuali non dissimili da quelle ottenute dalla tanto criticata “ditta” di Bersani, Cuperlo et al. Poiché la perdita di voti rispetto a un anno fa è generalizzata e non dipende da fattori locali, ad eccezione della Liguria dove una lista di fuoriusciti dal PD ottiene un successo relativamente buono, il segretario del PD e i suoi troppo osannanti collaboratori dovrebbero interrogarsi sia sulla qualità delle loro riforme sia sul loro linguaggio politico sia sul trattamento del dissenso interno. Sicuramente, lo spettacolo offerto dal PD non è stato quello che ci si aspetterebbe da un Partito della Nazione che cerca di conseguire il massimo di rappresentatività politica e sociale ricomponendo i suoi dissensi non con le minacce, ma con la riflessione e la ricerca di punti d’accordo. E’ quasi essenzialmente un problema di leadership poiché Renzi ha voluto accentuare oltre misura il suo controllo sul partito.
Curiosamente, dopo avere imposto durissimamente la sua leadership, procedendo frequentemente ad anatemi e ad espulsioni, Beppe Grillo sembra avere capito che il Movimento Cinque Stelle può funzionare molto meglio se i suoi rappresentanti si esprimono con autonomia di giudizio e di comportamenti. Anche le Cinque Stelle hanno perso voti in numeri assoluti se confrontati con il loro exploit delle elezioni politiche del febbraio 2013. Tuttavia, regione per regione hanno dimostrato di avere una presenza politica non disprezzabile con candidati radicati, tutti “presentabili”. In generale, sono stati premiati e il loro ingresso in sette consigli regionali contribuirà alla visibilità del Movimento e delle sue tematiche.
L’insoddisfazione e la protesta dell’elettorato italiano si manifestano, da un lato, nell’astensionismo crescente per quanto non ancora inquietante, ma, dall’altro, trovano un porto accogliente nel Movimento Cinque Stelle. Se si fosse già votato con l’Italicum che proibisce le coalizioni, il Movimento Cinque Stelle, in quanto secondo partito, andrebbe al ballottaggio con il PD e farebbe “vedere le stelle” un po’ a tutti: concorrenti (a cominciare proprio dal PD), commentatori, operatori economici internazionali. Se Renzi deve dare una regolata al suo stile, alquanto autoritario e abrasivo, di leadership, Grillo, personalmente incandidabile, deve trovare fra i suoi giovani rappresentanti il volto di colui che potrebbe diventare il candidato a Palazzo Chigi. La strada è lunga e tortuosa per tutti. Queste elezioni regionali hanno indicato, soprattutto al PD, che nel lessico di Bersani rimane “la lepre”, che esistono non pochi ostacoli.
Pubblicato AGL 2 giugno 2015
Italicum, timido passo in avanti
Intervista raccolta da Aldo Novellini per Il nostro tempo di Torino pubblicata il 17 Maggio 2015
Chiusa la stagione del Porcellum si apre quella dell’Italicum, la nuova legge elettorale approvata tra le polemiche, che hanno surriscaldato i rapporti tra la maggioranza e le opposizioni e hanno particolarmente scosso il Pd. Per mettere a fuoco le nuove regole elettorali ci siamo rivolti al costituzionalista Gianfranco Pasquino, autore di un recente libro, “Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate ” (edizioni Egea), che si occupa proprio di questi temi.
Come giudica l’Italicum?
Non mi pare una buona legge elettorale. Credo che nel complesso sia una sorta di Porcellum cui sono stati attenuati i difetti più grossolani. Il premio di maggioranza, che era slegato dall’ottenimento di una minima soglia di voti, ora è correlato al conseguimento di almeno il 40 per cento dei suffragi. Vi è poi la novità del ballottaggio tra le due liste più votate qualora nessuno raggiunga la soglia, e direi che questo secondo turno è forse il solo aspetto veramente innovativo della legge. Trovo però insensato che il premio sia concesso alle singole liste e non alle coalizioni, ponendo addirittura il divieto di qualsiasi apparentamento tra primo e secondo turno. Si può capire il timore di veder nascere alleanze troppo eterogenee, ma almeno gli apparentamenti dovevano essere permessi, anche perché le intese tra formazioni diverse per un programma condiviso sono un po’ il succo stesso della politica. Si tenga presente che quasi ovunque in Europa ci sono governi di coalizione che ben riflettono il pluralismo di idee presente nella società. Il difetto più grosso mi pare poi la pervicace insistenza sulle liste bloccate: i capilista delle cento circoscrizioni risultano eletti con questa modalità e, tenendo conto dei molteplici partiti in lizza, a giochi fatti i nominati saranno almeno il 60 per cento dei parlamentari. Sicuramente un passo avanti rispetto al Porcellum, in cui tutti erano nominati, ma pur sempre una quota insostenibile, poiché i cittadini chiedono di poter scegliere i propri rappresentanti e invece, ancora una volta, la politica si arrocca su se stessa. C’è poi una norma semplicemente assurda…
Quale?
Quella per cui un candidato, in genere il leader del partito, può presentarsi in più collegi fino ad un massimo di dieci. In pratica questi deciderà di lasciare il posto ai secondi in lista in base al semplice requisito della fedeltà alla sua persona. Sarebbe invece stato utile inserire il requisito della residenza nella circoscrizione, prevedendo la candidatura del capolista solo in quel collegio.
I rilievi della Corte costituzionale sono stati accolti?
La Corte aveva bocciato i capilista bloccati, che vengono ridotti, e il premio di maggioranza a prescindere dai voti ricevuti, che adesso viene concesso solo con il 40 per cento dei consensi. Si può dunque dire che l’Italicum viene incontro alle osservazioni dei giudici, ma resta il fatto che il Mattarellum era un sistema elettorale decisamente migliore.
Una legge elettorale approvata con la fiducia e senza le opposizioni. Cosa ne pensa?
Renzi era partito facendo un patto con Berlusconi perché voleva fare le riforme a larga maggioranza coinvolgendo l’opposizione, ma alla fine gli è mancato persino il pieno appoggio del suo partito. Un bel cammino a ritroso. In ogni caso alla fine l’ha spuntata, anche se l’obiettivo di conseguire ad ogni costo un risultato ha prevalso in maniera eccessiva sul metodo che invece nella definizione delle regole, e la legge elettorale è tra queste, resta un aspetto decisivo per dare legittimità alle scelte compiute. Approvare una legge elettorale con una maggioranza ristretta può andare bene solo se, a monte dell’intero percorso, vi è un preciso mandato degli elettori su quello specifico tema e su quel particolare modello. Una situazione ben diversa dall’iter dell’Italicum.
Non vi è rischio di incostituzionalità per i capilista bloccati dei piccoli partiti?
Ecco, questo potrebbe essere un interessante quesito di costituzionalità sulla base della disuguaglianza che si crea tra gli elettori. Infatti a chi vota per i partiti più piccoli, nei quali risultano eletti sono solo i capilista, è impedito sin dall’inizio l’elezione di deputati con il voto di preferenza. Una differenza ingiustificata rispetto ad un partito più grande che in ogni circoscrizione, oltre al capolista, elegge altri deputati e dunque la facoltà di scelta può esplicarsi compiutamente.
Una Camera con tanti nominati e un Senato non più elettivo. Che tipo di democrazia si prefigura?
Alla Camera ci sarà almeno il 60 per cento di nominati e questo comporta l’egemonia dei capipartito sui singoli deputati, i quali saranno indotti ad accondiscendere alle richieste di chi gli ha messi in lista. Un fenomeno deteriore che le preferenze avrebbero evitato alla radice. Il Senato sarà un coacervo di persone designate dai Consigli regionali e comunali. Democrazia significa potere del popolo, ed è allora più che evidente che tra i nominati della Camera e un Senato non eletto dai cittadini si restringono gli spazi di una vera partecipazione popolare.
Una certezza è che con l’Italicum non vi saranno mai più larghe intese…
Sì, il premio di maggioranza, con un vincitore che potrà governare da solo, esclude in partenza i governi di larghe intese. Non è però detto che ciò sia sempre un bene.
Perchè?
Le coalizioni allargate, tra maggioranza ed opposizione, possono rivelarsi necessarie e utili per superare particolari frangenti politici. Penso alla Germania, ove in tre occasioni cruciali vi sono stati dei governi Cdu-Spd: nel 1966-’69, per preparare l’apertura verso l’Est; nel 2005-2009 per fare le grandi riforme economiche e oggi, per meglio affrontare la grave crisi europea. Impedire in partenza queste formule di emergenza, a volte frutto della volontà degli elettori che non scelgono in modo univoco una precisa maggioranza, mi pare voler ingabbiare oltre misura il corso della vita politica.
Siamo di fronte ad un presidenzialismo strisciante?
No, perché rimane comunque intatto il rapporto di fiducia tra il governo e la maggioranza parlamentare. E’ chiaro però che il premier vede accresciuto il suo ruolo anche sullo scioglimento anticipato della Camera. Di certo diverrà impossibile sostituire il presidente del Consiglio in corso di legislatura: con l’Italicum non ci sarebbe stato il cambio Letta-Renzi Il sistema diventerà quindi più rigido perdendo quella flessibilità insita nel classico modello parlamentare.
Renzi, quando parla di riforme, afferma che dopo troppi anni di immobilismo bisognava fare comunque qualcosa…
Francamente non vedo tutto questo immobilismo. Nel 1991 vi fu il referendum sulla preferenza unica; nel 1993 i cittadini furono chiamati ad esprimersi sul sistema elettorale e prevalse il maggioritario da cui derivò poi il Mattarellum. Il centro-sinistra poi modificò il Titolo V e la destra avviò una grande riforma costituzionale bocciata nel referendum del 2006. Con Berlusconi fu infine votato il Porcellum. L’affermazione di Renzi è dunque inesatta. In ogni caso poi non basta fare le cose, bisogna anche farle bene.
In definitiva, cosa si doveva fare?
Occorreva prendere a modello i sistemi che funzionano, in particolare quello tedesco e quello francese. In Germania il premier è eletto dal Bundestag e c’è la sfiducia costruttiva che permette di cambiare in corsa ma solo se c’è un preciso sostituto. Nessuna crisi al buio. Il sistema elettorale è un misto tra proporzionale e maggioritario, non dissimile dal Mattarellum. La Francia ha un presidente eletto dal popolo e istituzioni molto stabili, mantenendo il raccordo fiduciario tra governo e Parlamento. E’ meglio imitare ciò che già funziona anziché avventurarsi in sentieri poco battuti, a rischio di realizzare un patchwork. Segnalo che l’unico sistema elettorale in Europa che prevede il premio di maggioranza è quello della Grecia. Un Paese che sarebbe meglio non imitare.
Ancora sull’Italicum
L’Italicum è un mostriciattolo, ma sicuramente appartiene alla categoria dei sistemi proporzionali con una correzione maggioritaria. La correzione può essere molto sostanziosa, ma, a meno di una drammatica perdita di consensi del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle, non riuscirà mai a sovvertire la proporzionalità complessiva dell’esito. Anche qualora il premio di maggioranza fosse attribuito ad un partito che ha ottenuto il 25 per cento dei voti, l’esito rimarrebbe largamente proporzionale. Infatti, dal 25 per cento del voto sincero al primo turno, il partito vittorioso passerebbe al 54 per cento di seggi con un guadagno del 29 per cento. Tutti gli altri seggi, vale a dire, precisamente il 71 per cento, sarebbero assegnati in maniera proporzionale. Per di più, la bassa soglia di accesso al Parlamento consente e addirittura incoraggia la frammentazione dei partiti e più partitini in Parlamento non equivale a più rappresentatività né a migliore rappresentanza politica. Soprattutto, l’Italicum è un unicum. Non ha nulla in comune con i sistemi elettorali maggioritari in collegi uninominali né con quelli di tipo inglese neppure nella variante, detta majority, australiana, né con il doppio turno francese con clausola di accesso al secondo turno. Andare alla ricerca della disproporzionalità degli esiti fra sistemi proporzionali e sistemi maggioritari è un’operazione che non ha alcun senso scientifico. Per di più, come l’ha effettuata D’Alimonte, utilizzando in maniera inaspettatamente “creativa” i risultati delle elezioni inglesi (nelle quali, incidentalmente, c’è stato un vincitore chiaro e immediatamente individuato al termine dello spoglio), è semplicemente un’operazione sbagliata. Di più: è una vera e propria manipolazione. Infatti, queste operazioni non possono essere contrabbandate come “comparazioni”. Debbono essere condotte come simulazioni, vale a dire vanno costruite intorno a una pluralità di ipotesi in competizione. Se cambiano alcune regole del gioco elettorali allora in che modo e quanto gli elettori ne terranno conto? Per qualsiasi ballottaggio bisogna, ad esempio, tenere conto di chi presumibilmente andrà a votare e delle probabilità degli elettori di votare in maniera strategica.
Nulla di tutto questo si riscontra nelle semplicistiche analisi prodotte non con obiettivi conoscitivi, ma a sostegno pregiudiziale dell’Italicum. Si aggiunga che nei collegi uninominali contano anche le personalità dei candidati, il loro radicamento, la loro campagna elettorale. Quanto ai sistemi proporzionali, tutti i partiti cercano di adattarsi a ciascuno di loro tenendo conto sia dell’eventuale esistenza di una clausola di accesso al Parlamento, che può influenzare più o meno negativamente molti elettori non disposti a votare per partiti che potrebbero non ottenere rappresentanza parlamentare, sia dell’esistenza o meno del voto di preferenza che, sarà opportuno ricordarlo a coloro che vorrebbero eliminarlo come anomalia italiana (ma, l’Italicum non è un’anomalia italianissima?) esiste con diversificate modalità in sedici dei ventotto stati membri dell’Unione Europea.
Al momento, sarebbe preferibile che, soprattutto i non propriamente attrezzatissimi sostenitori dell’Italicum, dei quali, francamente, non conosco le credenziali in materia di studi e di pubblicazioni sui sistemi elettorali, non aggiungessero altre discutibilissime motivazioni. Resta soltanto da vedere se, come, su che cosa potrà farsi ricorso a sacrosanti referendum elettorali (dai quali, in un passato non esattamente remoto, nacquero buone leggi elettorali): abrogazione totale o abrogazioni parziali? La prima strada sembrerebbe possibile se, come molti dicono, il testo rimanente dopo la sentenza della Corte, ovvero il consultellum, è immediatamente applicabile. La seconda dovrebbe essere in grado di ritagliare facilmente i capilista bloccati e le candidature multiple. Potrebbe anche giungere fino a rendere il ballottaggio sempre e comunque obbligatorio. Meno Italicum rimarrà meglio sarà.
Pubblicato il 19 maggio 2015


