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Il libro dei sogni di Renzi &Co

La terza Repubblica

Stiamo fin troppo ascoltando il Presidente del Consiglio e i suoi collaboratori-corifei che ci promettono un paese dei balocchi e delle meraviglie. Sapremo chi ha vinto le elezioni la sera stessa, persino un po’ prima. Come nessun altro al mondo? Il vincitore si troverà in condizione di garantire la governabilità per cinque, lunghi, anni e farà una riforma al mese, fino ad esaurimento. L’Italicum che, pazzescamente il professor D’Alimonte definisce un sistema elettorale maggioritario (al contrario, è una variante di un sistema che assegna i seggi in proporzione ai voti e attribuisce un brutto premio di maggioranza) , ripristinerà il bipolarismo dei nostri (non di tutti) sogni. E’ a questo punto che ci siamo accorti che stavamo, per l’appunto, sognando. Per Craxi, il bipolarismo “DC-PCI” bisognava spezzarlo. Per Andreotti, il bipolarismo significava avere due forni dai quali approvvigionarsi di pane, pardon, di voti, per i suoi governi proiettati nell’impossibile eternità. Per Renzi, Boschi, Serracchiani e Guerini (ma altri si aggiungerebbero volentieri, e lo faranno), il bipolarismo è: il Partito Democratico incamera il premio di maggioranza, mentre le opposizioni, al plurale, si spartiscono in maniera assolutamente proporzionale, le briciole della frammentazione, e l’alternativa, in parlamento e nel paese viene rimandata alle calende minacciosamente greche.

In verità, a noi di quelle opposizioni non potrebbe importarcene di meno. Stanno facendo di tutto per meritarselo il loro destino di frammentazione e di irrilevanza. Berlusconi non ha ancora capito e nessuno, tranne, qualche volta, Fitto, ha finora avuto il coraggio di dirglielo, che se, fra il 2008 e il 2013 Forza Italia ha perso circa sei milioni e mezzo di voti, dal 2013 a oggi ne ha persi altri 3 milioni. Che se Lui non si fa da parte, prendendo atto che “l’autunno del patriarca” è cominciato da qualche tempo, e se non consente una seria e dura battaglia per la successione, il suo lascito politico consisterà in una nota di due righe e mezza a fondo pagina nei libri di storia (quei pochi non scritti dai “comunisti”). Noi per le note su Berlusconi non nutriamo un interesse spasmodico, ma quando pensiamo al sistema politico italiano, ci viene il dubbio euristico che, forse, la rappresentanza tanto politica (e saremmo persino disposti a scrivere “ideale”) quanto di interessi sarebbe opportuno garantirla in maniera un po’ più equilibrata.

Non siamo mai riusciti a sapere né quanto moderati né quanto liberali fossero i liberali e i moderati ai quali Berlusconi mandava promesse e dai quali traeva un’abbondante messe di voti. Più che liberali e moderati ci sono sembrati creduloni. Sappiamo, però, che nessun sistema politico può funzionare in maniera decente -“normale” non abbiamo mai capito che cosa significhi esattamente: come in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Spagna, nella dimenticata Svezia?-, se una parte del paese, una parte dell’elettorato non si sente rappresentata e, forse, anche quando si sente sottorappresentata ad arte, schiacciata da massicci e artificiali premi. Ci hanno persino raccontato che i governi funzionano meglio quando l’opposizione, non frammentata, è in grado di criticare, (contro)proporre, presentare alternative. Non sembra che questa sia l’opinione prevalente fra i renziani e i loro trafelati fiancheggiatori.

Nelle notti di inverno, ma i più bravi anche nelle lunghe notti d’estate, sono soliti raccontare che i democristiani si felicitassero dell’esistenza di una opposizione comunista. Avevano ragione. Tre anni dopo la scomparsa di quei comunisti che ritenevano il partito una ditta, ma anche una scuola, persino i democristiani scivolarono silenziosamente in un cono d’ombra. Non ci fu neppure bisogno di quella rottamazione che l’ex-Cavaliere del Lavoro Silvio Berlusconi dovrebbe conoscere e praticare, anche su di sé. Sarebbe un contributo utile alla sopravvivenza di Forza Italia e, a determinate condizioni, quasi tutte da (ri)creare, al suo rilancio. Non sappiamo se gli elettori moderati e liberali se lo meritino, un qualsiasi rilancio. D’altronde, molti italiani neanche si “meritano” Renzi, la sua velocità, la sua (raccapricciante) conoscenza dell’inglese, il suo libro dei sogni, i giornalisti che, persino sdraiati/e, ne raccontano le gesta eroiche. Finirà che usciremo a guardare le stelle, nient’affatto cadenti, che già adesso continuano a essere molte più di cinque.

Pubblicato il 20 aprile 2015

Con questo articolo inizia la collaborazione del prof. Gianfranco Pasquino con TerzaRepubblica.it

Le pentole e i coperchi dell’Italicum

La secca dichiarazione del Ministro Boschi: “il testo dell’Italicum è corretto e funziona, non c’è la necessità di modifiche” chiude, forse, la parta in faccia anche alle minoranze dialoganti del PD. Non è dato sapere su quali elementi il Ministro basi le sue certezze di “correttezza” e di funzionalità dell’Italicum. Sappiamo, invece, che altri esponenti, altrettanto renziani della Boschi, sostengono una tesi meno perentoria: “nelle condizioni date, l’Italicum è la migliore legge possibile”.

Non è chiaro in base a quali criteri, l’Italicum sia considerato migliore di altre leggi elettorali che le democrazie parlamentari europee hanno da tempo e che si tengono senza nessuna nervosa preoccupazione. Inoltre, è lecito osservare che i riformatori veri sono coloro che non accettano le condizioni date, di qualsiasi tipo siano, ma cercano proprio di creare condizioni migliori. Incidentalmente, le condizioni per una buona riforma sono cresciute nel corso del tempo da quando l’altro contraente del patto del Nazareno, ovvero Silvio Berlusconi, ha perso qualsiasi capacità di condizionamento delle riforme. Tuttavia, nell’Italicum è rimasto un elemento per lui di grandissimo interesse: la possibilità di nominare i suoi prossimi parlamentari poiché Forza Italia non riuscirà a eleggere nessuno in aggiunta ai capilista “bloccati”.

La minoranza del PD ha fatto due conti, o forse qualcuno in più, e si è resa tristemente “conto” che: 1) Renzi nominerà tutti i capilista bloccati, che saranno una falange di 100 (tante sono le circoscrizioni) combattenti per lui e con lui; 2) se non saranno concesse le preferenze, e la Ministra Boschi ha espresso il suo parere negativo, Renzi deciderà anche la graduatoria dei candidati in ciascuna circoscrizione. Potrà, di conseguenza, procedere ad una sorta di paventatissima “pulizia etnica”. Naturalmente, Renzi sarà in grado di mostrare un po’ di generosità non rottamando qualche leader particolarmente visibile, ma l’esito dell’Italicum nella sua struttura attuale è che il PD diventerà davvero e del tutto il Partito Di Renzi. Un’eventuale scissione indebolirà solo marginalmente il PD. Non gli impedirà sicuramente di rimanere il partito più grande dello schieramento attuale. Non lo priverà della vittoria al ballottaggio contro, se i numeri dei sondaggi non sono (e non lo sono) un’opinione, il Movimento Cinque Stelle.

Come tutti i casi precedenti di scissioni nella sinistra italiana, dal PSDI nel 1947 allo PSIUP nel 1964 a Rifondazione Comunista nel 1991, potrà forse fare la sua comparsa un partitino delle minoranze, in una deriva che lo porterà nei pressi della Coalizione sociale di Landini, ma non avrà nessuna influenza sul governo guidato Renzi, sulle sue politiche, sulla sua capacità operativa. Infatti, il premio di maggioranza darà a Renzi tutto il potere che vuole e, fatto non marginale, indebolirà tutti i partiti di opposizione nel centro-destra consegnando il ruolo di alfiere di un’altra politica alle Cinque, incattivite, Stelle.

I riformatori renziani sembrano anche un po’ troppo sicuri che la riforma del Senato giungerà in porto nonostante i dissensi nel PD che dall’Italicum finiranno per trasferirsi anche sulla struttura, sui poteri e soprattutto sulle modalità di selezione dei prossimi Senatori. Forse peccano di presunzione; forse pensano che le minoranze del PD non saranno abbastanza coordinate e coese, come ha suggerito loro, finora inascoltato, D’Alema. Forse, hanno un piano per accontentarne alcune con promesse a futura memoria dei molti seggi che il premio di maggioranza renderà disponibili. Sì, la politica, senza farne troppo scandalo, è anche questo. Non è neppure uno scandalo formulare e difendere una legge elettorale brutta, sicuramente la peggiore nel panorama delle democrazie europee. Però, con buona pace dei renziani e di quelli che si sono fatti abbindolare dalla narrazione del Presidente del Consiglio, le riforme brutte, tagliate su misura di due contraenti, Renzi e Berlusconi, senza tenere conto del loro impatto sistemico, sono un errore. Rischiano di durare poco, come il Porcellum, predecessore dell’Italicum. Qualcuno potrebbe anche concluderne con un proverbio azzeccato: “il diavolo fa le pentole, non i coperchi”.

Pubblicato AGL 14 aprile 2015

Parliamo di cambiamento nella politica…

Circolo Arci Prometeo

a Faenza Lunedì 30 marzo ore 21 al Circolo Arci Prometeo in Vicolo Pasolini 6 

Modera Lorenzo Pregliasco, direttore di You Trend

Segue dibattito con il pubblico

Faenza 30 marzo

“Pasticci di Democrazia”: Pasquino, Carlassare e le riforme targate Renzi #BDEM15 @BIENNALEDEMOCR

Passaggi-di-repubblica-passaggi-di-democrazia

“Pasticci di Democrazia”: Pasquino, Carlassare e le riforme targate Renzi
di Gianluca Palma (Master in giornalismo “Giorgio Bocca” Torino) pubblicato sul sito biennaledemocrazia.it

“Un Paese è governabile non solo grazie a una buona legge elettorale, ma se c’è il consenso sociale dei cittadini. Per questo oggi sono qui a parlare con voi, ma con il cuore a Roma alla manifestazione di Maurizio Landini”. Lapidario il commento della costituzionalista Lorenza Carlassare, intervenuta questa mattina al seminario “Passaggi di Repubblica e Passaggi di Democrazia”, al cui tavolo dei relatori erano presenti anche il politologo Gianfranco Pasquino e Marco Castelnuovo, giornalista de La Stampa, che moderava il dibattito. “Il governo dovrebbe ricordarsi di applicare l’articolo 3 della Costituzione, che promuove l’uguaglianza sostanziale dei cittadini, dando allo Stato il compito di rimuovere ogni ostacolo alla partecipazione di tutti i lavoratori alla vita politica, sociale ed economica del Paese”. Ciò che spaventa di più sia Pasquino che Carlassare sono le riforme in atto: da una parte quella della Costituzione che, sostengono, mira a stravolgere l’intero assetto istituzionale, e, dall’altra l’Italicum, la legge elettorale con la quale ritengono che si punti a creare un bipolarismo poco democratico, con premi di maggioranza ai partiti che non rappresentano, però, la maggioranza della popolazione. L’Italicum prevede “un meccanismo assurdo – ha aggiunto Pasquino – perchè il premio si dà a qualsiasi partito che prenda la maggioranza dei voti, anche se ha ottenuto il 20-25%. Ciò è fatto apposta per regalare al Partito Democratico, che ora chiamano Partito della Nazione, la maggioranza in Parlamento”. “Allora bisogna chiedersi, i premi di maggioranza servono a inventarla quando quest’ultima nei fatti non c’è o a rinforzare quella esistente?”. Altro problema sono i capilista bloccati. “Un meccanismo – ha spiegato Carlassare – con cui si vuole assicurare il ‘posto’ in Parlamento a dei candidati che non verrebbero mai eletti in alcuni territori”. “Più che di Passaggi di Democrazia –hanno ribadito i relatori– nel caso di questo governo si tratta di Pasticci di Democrazia”. “E ci vuole una forte opposizione sociale – ha concluso la costituzionalista – per questo esprimo massima solidarietà alla manifestazione dei lavoratori

“Si rischia una deriva confusionaria”; Pasquino boccia le riforme del Governo

alessandrianews

di Alessandro Francini per alessandrianews.it

ALESSANDRIA – Il professor Gianfranco Pasquino è un vero e proprio fiume in piena. La sua critica alle contraddizioni legate alle (poche) riforme già attuate dal Governo Renzi e a quelle in programma è appassionata e viscerale.

Pasquino, professore Emerito di Scienza Politica e politologo di fama internazionale, è stato ospite ieri sera, giovedì 26 marzo, dell’associazione Cultura e Sviluppo in qualità di relatore del convegno organizzato per il ciclo dei “Giovedì Culturali”. Obiettivo dell’incontro un’analisi approfondita sull’effettiva utilità delle nuove riforme istituzionali e costituzionali stabilite e discusse negli ultimi mesi di governo, argomento trattato da Pasquino nel suo ultimo libro Cittadini senza scettro Le riforme sbagliate” (UBE 2015).

Una delle frasi spesso ripetute dal Presidente del Consiglio durante le prime settimane del suo insediamento è stata “questo sarà il Governo del fare”; non sempre però “fare” è sinonimo di “costruire”, perlomeno costruire qualcosa di realmente valido. Pasquino esprime chiaramente il suo giudizio sull’attuale azione di governo; “il Presidente del Consiglio e il Ministro per le Riforme Costituzionali e per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi non hanno alcuna visione complessiva; hanno semplicemente deciso che le riforme devono essere fatte in fretta e che le loro sono le uniche riforme possibili” dichiara il politologo. Un atteggiamento che per buona parte delle opposizioni sta assumento contorni antidemocratici; il professore in questo caso getta acqua sul fuoco affermando che non pensa sussista il pericolo “di derive autoritarie. Penso però che agli elettori vengano dette molte stupidaggini. Il Paese è in balìa di una gran confusione e una grande incompetenza”.
Sul fronte riforme, a detta dei renziani, prima di Renzi il nulla. Su questo argomento il professor Pasquino ha molto da obiettare. “Non è vero che il trent’anni non è stata fatta alcuna riforma. Per esempio nel ’93 abbiamo avuto il Mattarellum, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e di quattro ministeri; è stata inoltre fatta una buona legge sull’elezione diretta del sindaco, dei presidenti delle province e dei consigli comunali e provinciali. Nel 2001 sono state attuate importanti riforme del Titolo V sul rapporto tra Stato e Regioni; nel ’95 il Porcellum. Renzi – continua Pasquino – in più di un anno non ha ancora fatto la nuova riforma elettorale”. Le riforme, quindi, negli ultimi venti anni non sono certo mancate, il problema è che erano quasi tutte sbagliate.

Tra le riforme annunciate dal Governo spicca quella del bicameralismo. Certamente 945 parlamentari sono troppi, ma il nuovo Senato disegnato da Matteo Renzi al professor Pasquino non piace per niente; “se il Senato dovrà rappresentare le autonomie locali mantenere in carica i cinque senatori a vita non servirà a nulla. Perché, inoltre, sono previsti solo 21 rappresentanti dei sindaci? Con quali criteri verranno scelti?”. Anche per ciò che riguarda i rappresentanti delle Regioni scelti dai vari Consigli Regionali il giudizio di Gianfranco Pasquino è assai critico; “non è forse vero che la classe politica regionale è da almeno dieci anni la più screditata del Paese? E dovremmo consentirle di nominare 74 senatori? Questa è sicuramente una riforma che non andava presa in considerazione, almeno non in questo modo” spiega il professore.

Mattarellum, Porcellume e ora, o meglio, prossimamente, Italicum. La nuova legge elettorale, che secondo quanto dichiarato da Renzi verrà presentata a brevissimo, manterrà i capilista bloccati e ciò potrebbe portare ad un Parlamento composto per più di un terzo da deputati selezionati dalle segreterie di partito. “L’Italicum varia di pochissimo rispetto al Porcellum. Inoltre i capilista non rappresenteranno il collegio – sostiene Pasquino – dovrebbe quindi essere introdotto il requisito di residenza nel collegio in cui si è candidati. I capilista bloccati non garantiscono affatto la rappresentanza del collegio”. Una legge elettorale che in sostanza porterebbe all’abolizione delle coalizioni per premiare liste e partiti; peccato che in quasi tutta Europa siano presenti governi di coalizione; “non è un caso – spiega il professore – ma è una scelta. In primo luogo perché una coalizione interpreta meglio l’elettorato di un Paese e poi perché rappresentanza e moderazione sono le caratteristiche fondanti dei governi di coalizione”. Con questo sistema il partito che vince le elezioni può andare alla Camera beneficiando della maggioranza assoluta, potendo fare il bello e il cattivo tempo nella sostanza indisturbato.

In conclusione il professor Pasquino dipinge un quadro a tinte fosche, affermando che “per governare serve esperienza maturata sul campo, non basta darla ad un neofita, che tra l’altro commette tanti errori. Non serve a nulla usare il criterio delle velocità, il solo criterio di cui l’Italia ha bisogno è quello dell’efficacia. Sono davvero preoccupato, perché riforme malfatte in un sistema già malfunzionante producono conseguenze potenzialmente disastrose”. Verrebbe da dire, e il professore chiude effettivamente così il suo intervento prima del dibattito con il pubblico in sala, che in Italia “più che di una deriva autoritaria si dovrebbe temere una deriva confusionaria”.

Pubblicata il 27 marzo 2015

Lezioni per il governo Renzi

Non è indispensabile che un Presidente del Consiglio sia un’autorità in materia di sistemi elettorali né un noto studioso di regimi democratici. Però, in un paese nel quale la società che ama definirsi civile continua a conoscere molto poco di politica e di costituzione, quel Presidente del Consiglio dovrebbe predicare bene (e, se mai ci riuscisse, a razzolare meglio) proprio come ha tentato di fare l’ex-Presidente Napolitano. Invece, forse trascinato dal luogo, la School of Government (ma Renzi, tranquillizzatevi, non ha parlato in inglese) della Luiss, il capo del governo italiano si è fatto, inconsapevolmente e azzardatamente, politologo e giurista, un misto fra Montesquieu e Kelsen. Prima ha affermato con sicurezza (sicumera?) che “fra cinque anni mezza Europa si doterà dell’Italicum”, legge elettorale che, incidentalmente, non è neppure ancora stata approvata in Italia, alla faccia della “velocità” a più di undici mesi dal suo ingresso nelle aule parlamentari. Poi, ha argomentato quello che qualcuno, i professori non pigri (i pigri gli rimproverano una “deriva autoritaria”, mentre è soltanto una deriva confusionaria), definirebbe decisionismo. Le affermazioni di Renzi meritano di essere citate: “Il sistema in cui non decide nessuno si chiama anarchia, quello in cui uno può decidere si chiama democrazia. Il diritto/dovere di rispettare l’esito del voto e consentire al partito che ha vinto le elezioni di realizzare il programma, è la banalità, l’abc di un sistema di governance: senza non c’è possibilità per l’Italia di essere credibile”.

Per valutare la correttezza della previsione che le altre democrazie europee cambieranno i loro sistemi elettorali in vigore da decine d’anni per sceglierne uno mai collaudato, è sufficiente lasciare passare il tempo. Sulla teorizzazione del decisionismo che, affidato ad una sola persona, si chiamerebbe “democrazia”, si possono, invece, fare molte osservazioni accompagnate dal dovuto rimprovero ai politologi della Luiss di non avere rispettosamente, ma fermamente, corretto il Presidente del Consiglio. Primo, il sistema nel quale decide uno solo non si chiama democrazia, ma potrebbe essere autoritarismo (qualora alcune poche associazioni mantengano un po’ di potere, di veto e non di decisione politica) oppure totalitarismo, quando esiste un leader massimo. Anche quando quel presunto decisore singolo è stato eletto direttamente dal popolo — che non è il caso di Renzi–, per esempio, nelle democrazie presidenziali o semi-presidenziali, gli tocca decidere insieme con altri, come Obama (non come Putin) che deve tenere conto dei potenti Senatori e Rappresentanti ciascuno eletto in collegi uninominali. Democrazia è quando decidono le maggioranze che hanno avuto un mandato elettorale e lo fanno sempre rispettando i diritti delle minoranze, mai schiacciandole né cercando di spezzettarle. Semmai, l’abc della governance democratica è che chi decide, oltre a rispettare gli spazi di autonomia delle altre istituzioni, Parlamento, Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale, si assume la responsabilità (parola che non appare nel discorso politologico di Renzi) delle decisioni.

Quanto alla credibilità dell’Italia, nessuno in Europa l’ha mai valutata sulla base della velocità di decisioni prese da una sola persona, chiunque egli/ella fosse, tutti essendo consapevoli della irriducibile complessità della politica e della vita democratica. Il criterio fondamentale che tuttora applicano gli altri capi europei di governo, nessuno dei quali è preoccupato dal non avere l’Italicum né impegnato a formularne uno a suo uso e consumo, è che le decisioni promesse e prese siano davvero applicate. Con pazienza, con precisione, con l’impegno a riformare le politiche che non funzioneranno. Questo, non soltanto in Europa, si chiama democrazia più riformismo. Questa una buona Scuola di Governo e un bravo (e informato) Presidente del Consiglio dovrebbero volere e sapere insegnare agli italiani, studenti, docenti, cittadini.

Pubblicato AGL 27 marzo 2015

Mezze riforme/ Pasquino: un pasticcio che aiuta (solo) Renzi

Il sussidiario

Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per Sussidiario.net 11 marzo 2015

Questa riforma costituzionale è il più grande pasticcio che si potesse immaginare. La vera cifra della legge approvata ieri dalla Camera non è l’assenza di democrazia ma l’assenza di un progetto“. E’ la chiave di lettura di Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica alla Johns Hopkins University di Bologna. Ieri dopo il voto alla Camera Renzi ha esultato su Twitter: “Voto riforme ok alla Camera. Un Paese più semplice e più giusto. Brava @meb, bravo @emanuelefiano, bravi tutti i deputati magg #lavoltabuona“.

Qual è il progetto complessivo che anima questa riforma costituzionale?

Il vero problema di questa riforma non è la sua maggiore o minore democraticità, bensì l’assenza di sistematicità. Il progetto non c’è. Nel caso del Senato l’indicazione di fondo era quella di risparmiare un po’ di soldi, ridurre il numero dei senatori ed eliminare il voto di fiducia. Ciò non cambia però il bicameralismo in tutti i suoi aspetti importanti. Se il Senato comunque dovrà affrontare la discussione dei disegni di legge, e in particolare le modifiche costituzionali, alcuni problemi si porranno.

Oltre a una sistematicità mancano anche pesi e contrappesi che caratterizzavano la Carta del ’48?

Dobbiamo chiederci se la Costituzione del ’48 non abbia esagerato con i pesi e i contrappesi. I comunisti volevano il monocameralismo, ma i democristiani sostennero il bicameralismo nel timore che il Parlamento prendesse decisioni sull’onda emotiva di singoli avvenimenti. Anche se ciò che avveniva è che nella seconda camera il governo recuperava gli errori che aveva fatto nella prima.

In che senso?

Poniamo che il governo sia battuto nel voto al Senato, poi alla Camera riesce ad avere la sua maggioranza perché compatta i ranghi e quando la legge torna a Palazzo Madama comunque l’esecutivo ha imparato la lezione e ha i numeri per farla passare.

Quindi si sbaglia chi afferma che questa è una riforma tutta sbilanciata a favore del governo?

No, non si sbaglia affatto. Alla Camera l’Italicum garantisce una maggioranza gonfiata dal premio, per di più con i capilista bloccati, e quindi questo sbilancia tutto a favore del governo. Il Senato interviene su poche materie, mentre a Montecitorio il governo potrà fare il bello e il cattivo tempo.

In fondo i capilista bloccati non sono una riedizione del vecchio uninominale?

No, la differenza è abissale. In un collegio uninominale ci sono due candidati, ciascuno dei quali è in qualche modo sponsorizzato e proposto da un partito. L’elettore però vota per il candidato, non per il partito. Con l’Italicum invece la crocetta v a sul simbolo del partito, non sul candidato. Il voto va al capolista bloccato anche se quest’ultimo non piace a un elettore di quel partito. Nel collegio uninominale quindi un cittadino contribuisce a fare eleggere il candidato che preferisce, mentre con l’Italicum si vota il partito.

Che cosa ne pensa della parte della riforma relativa al referendum?

Dal momento che per tenere un referendum abrogativo sarà necessario un numero di firme molto elevato, la consultazione avrà validità anche se non vota il 50% più uno ma soltanto il 40% di coloro che hanno votato alle ultime elezioni politiche. Ritengo che sia un sistema un po’ macchinoso, e che con tutti questi calcoli ne uscirà una cosa un po’ pasticciata. Anche se è giusto chiedere l’ammissibilità del referendum prima di avere raccolto tutte le firme.

Renzi ha detto che comunque vadano le cose chiederà il referendum sulla sua stessa riforma. Lei che cosa ne pensa?

Questa affermazione ha un sapore plebiscitario. I referendum non li chiedono i governi, ma come stabilisce la Costituzione l’iniziativa deve essere di 500mila elettori, cinque consigli regionali, un quinto dei parlamentari. Ma soprattutto non li chiedono i governi perché questi ultimi dovrebbero essere convinti della loro stessa riforma, e non dovrebbero cercare una conferma dei cittadini. E poi c’è il precedente del 2001 , quando il centrosinistra fece una brutta riforma del Titolo V che poi fu confermato dal referendum a pochi mesi dalla sconfitta alle elezioni politiche.

E’ vero che, come ha detto il premier, “con questa riforma siamo in un Paese più semplice”?

Mi verrebbe da dire con una battuta che il presidente del consiglio è un terribile semplificatore. Nella realtà però non siamo affatto in un Paese più semplice. Dovremo vedere come saranno eletti i 21 senatori che rappresentano I sindaci italiani e la restante parte sarà scelta dai consigli regionali. Le Regioni tra l’altro in questo momento sono le istituzioni più screditate in Italia, eppure saranno loro a scegliere 74 senatori. E poi dovremo vedere in che modo Mattarella nominerà i cinque senatori che resteranno in carica per sette anni. Siamo in una situazione che definirei estremamente pasticciata. E’ quindi un Paese più semplice solo per Renzi, che si troverà con una maggioranza gonfiata e potrà fare tutto quello che vuole.

Qualcosa da sapere sui sistemi politici

testata

Diradare la confusione e sventare la manipolazione è possibile

Chi facesse attenzione al dibattito sui partiti, sulle istituzioni, sulle democrazie (con quella italiana che, “governata” da Renzi, starebbe subendo una “deriva autoritaria”) finirebbe per pensare che, in fondo, in Italia, si può dire davvero di tutto. Se nessuno sa che cosa sono i partiti, se molti ritengono che in materia di riforme elettorali e istituzionali tutto è opinione e niente è strafalcione, se ciascuno definisce la democrazia come gli pare (magari dimenticandosi che un po’ di “potere del popolo” è l’elemento costitutivo e irrinunciabile di qualsiasi definizione decente), se anything goes, allora everything diventa confusissimo. Diradare la confusione e sventare la manipolazione è possibile per coloro che abbiano studiato e posseggano gli strumenti per analizzare e spiegare la politica, per l’appunto: partiti, istituzioni e democrazie.
No, non bisogna confondere le preferenze personali, che comunque, dovrebbero essere argomentate e giustificate, con le conoscenze disponibili che hanno solide basi nella storia e nella comparazione fra sistemi e attori politici. No, non sono accettabili le affermazioni che fanno di tutta l’erba un fascio, ma che non sanno neppure di che erba parlano. Che sia non soltanto possibile, ma addirittura corretto affermare che sono proprio le limitatissime conoscenze sulla politica e sulle istituzioni a dare, in Italia, solido e continuo alimento, allo stesso tempo, tanto all’antipolitica quanto alla cattiva politica? E’ certamente vero che non si può chiedere agli italiani di diventare tutti “scienziati della politica”. Tuttavia si potrebbe e dovrebbe chiedere ai commentatori politici, ai giornalisti, non soltanto quelli “di punta”, quelli che stanno, questa è l’espressione di moda, “sul pezzo”, magari addirittura ai dirigenti politici, di studiare un po’ di scienza politica.
Il florilegio di errori gravi e di manipolazioni è talmente vasto che condurrebbe alla stesura di un non del tutto inutile libro. Parto dall’attualità. Si può consentire al Presidente del Consiglio di dichiarare che l’Italicum (una legge elettorale proporzionale con scrutinio di lista e premio di maggioranza) è un Mattarellum (una legge elettorale maggioritaria per l’elezione di tre quarti dei parlamentari in collegi uninominali) con le preferenze? Aberrante. Si può accettare, senza contraddirla, che il Ministro Boschi sostenga che non si tratta di “capilista bloccati”, ma di “rappresentanti di collegio” che in quel collegio potranno essere, anzi, sicuramente molti saranno, paracadutati, che in quel collegio non avranno nessun obbligo, né politico, di fare campagna elettorale, né giuridico, di residenza, che in quel collegio non avranno nessuno sfidante, che, addirittura, grazie alla possibilità di candidature multiple (dieci) potrebbero trovarsi a “rappresentare” più collegi? Allucinante. E’ possibile accettare la critica al capo del governo italiano di non essere stato “eletto” quando, tecnicamente, non esiste in nessuna democrazia parlamentare l’elezione popolare diretta del capo del governo? Quando tutti dovrebbero sapere che i capi di governo nelle democrazie parlamentare devono godere di un rapporto di fiducia con il loro Parlamento? Quando abbiamo visto che persino i capi di governo nel sistema politico inglese sono sostituibili dal loro partito (come Thatcher e Blair)? Che se, a ogni sostituzione di capo di governo ad opera del suo partito o della sua maggioranza, fosse necessario tornare alle urne verrebbe bruciata una delle qualità dei modelli parlamentari di governo: la loro adattabilità.
Di converso, è giusto sostenere che l’avere ottenuto un’alta percentuale di voti nelle elezioni europee offre al capo del partito che ha effettivamente vinto quelle elezioni la legittimazione elettorale “nazionale” che gli manca? Esistono nelle democrazie, parlamentari, presidenziali, semi-presidenziali, partiti che aspirano a definirsi “della Nazione”, senza cogliere il rischio, questo sì, effettivo, di una concezione autoritaria della dinamica politico-partitica che delegittimerebbe i concorrenti ? Infatti, i concorrenti di un eventuale Partito della Nazione potrebbero essere facilmente incasellati come rematori “contro-Nazione”. Davvero esistono sistemi elettorali che impediscono di sapere chi ha vinto le elezioni la sera stessa del voto? Certamente, sì: ad esempio, proprio l’Italicum nel quale il ballottaggio fra i due partiti più votati prorogherà la conoscenza del vincitore di una, se non addirittura due settimane.
Le democrazie che funzionano meglio sono quelle nelle quali l’alternanza è possibile ad ogni elezione, che non significa che avviene ad ogni elezione. Altrimenti, che splendida democrazia sarebbe stata quella italiana dal 1994 al 2013 con tutti i governi rimpiazzati dall’opposizione in ogni elezione di quel periodo! Altrove, in assenza di una vera e propria alternanza completa si hanno ricambi parziali nelle coalizioni di governo. Con il premio alla lista o al partito, l’Italicum cancella un’altra peculiarità delle democrazie parlamentari europee, che, incidentalmente, funzionano praticamente tutte meglio di quella italiana: la necessità di formare coalizioni di governo. Bi- (anche quando sono Grandi Coalizioni: Germania e Austria) o multipartitici, i governi di coalizione sono regolarmente più rappresentativi di elettorati compositi e spesso sono in grado di fare riforme importanti. Il Patto del Nazareno, per le mentalità non complottistiche, può essere letto come una coalizione per fare le riforme, sulla cui qualità, ovviamente, è lecito e opportuno avere dei dubbi. Non si possono avere dubbi sulla pessima qualità del dibattito politico italiano, sulla quasi scomparsa di cultura e culture politiche in questo paese. Riflettendo sui miei saggi che, in qualche caso, hanno trent’anni di vita, ma, come si dice, sono attualissimi, è possibile imparare molte cose sui partiti, sulle istituzioni, sulle democrazie, diventando commentatori e cittadini migliori.

Articolo scritto per il Laboratorio della contemporaneità della Casa della Cultura

Il PD si liberi dell’acqua sporca

Le primarie sono, non soltanto in Italia e neppure soltanto negli USA, una straordinaria opportunità democratica. Ridimensionano significativamente il potere dei politici di mestiere di designare i candidati a cariche elettive importanti: sindaco, Presidente di Regione, Capo del governo (e, persino, parlamentari) e lo consegnano ai cittadini elettori. Votando nelle primarie i cittadini elettori riacquistano quel potere di scelta che, in Italia, è stato loro tolto in maniera sgradevole con la legge elettorale Porcellum e che viene loro riconsegnato soltanto molto parzialmente con l’Italicum. Naturalmente, come molti strumenti delle democrazie neppure le primarie rasentano la perfezione, ma i molti milioni di italiani che lo hanno usato sanno che lo strumento è buono. Non sono le primarie che debbono essere criticate, ma il comportamento dei politici che vorrebbero continuare a controllare le candidature, a promuovere i loro amici e seguaci che promettano fedeltà e obbedienza e che allarghino la loro sfera di potere, a dimostrare che sono potenti.

E’ sempre possibile inquinare, più o meno, le primarie. Probabilmente è stato fatto in Liguria, ma non in maniera tale da sovvertire le preferenze espresse dalla maggioranza degli elettori. E’ stato fatto su larga scala nelle primarie per il sindaco di Napoli che, infatti, furono annullate. Non sembra che si siano verificate violazioni gravi nelle primarie del Partito Democratico per la recentissima scelta del candidato alla Presidenza della Regione Campania. Nel complesso, anche se pochi commentatori lo sanno, non avendo letto gli ormai numerosi studi in materia, nel corso di una decina d’anni, il Partito Democratico ha organizzato più di seicento primarie, in pochissime delle quali vi sono state contestazioni. I candidati democratici che, spesse volte, erano più di uno (come è stato sia in Liguria sia in Campania sia a novembre in Emilia-Romagna), hanno vinto in circa l’80 per cento dei casi, ma la notizia eclatante è sempre e soltanto quando vince un candidato non PD. In più del 60 per cento dei casi il vincitore delle primarie democratiche ha anche conquistato la carica elettiva.

Tutto bene, dunque, contrariamente alle non fondate critiche degli opinionisti, da ultimo di Roberto Saviano, che ha dimostrato di saperne davvero poco? Nient’affatto. A tutt’oggi il PD non ha, in parte, saputo, in parte, voluto, procedere alla stesura di un regolamento chiaro, preciso, semplice, ma tassativo. Al proposito, alcune indicazioni sono sostanzialmente imprescindibili. Bisogna stabilire chi si può candidare e a quali condizioni, evitando di essere troppo restrittivi, poiché è opportuno premiare il coraggio di chi desidera candidarsi, e di essere troppo permissivi, poiché non è proprio il caso di agevolare candidature folcloristiche alla ricerca di pubblicità. Bisogna stabilire chi può votare nelle primarie favorendo i cittadini-elettori che desiderano esprimere la loro preferenza, ma tenendo alla larga chi vuole inquinare il voto. Quindi, no alle minoranze etniche, più o meno organizzate e reclutate a pagamento. Quello di pensare che le primarie servano a offrire un percorso per l’integrazione degli immigrati mi pare un’illusione nient’affatto pia. E’ certamente possibile respingere alle urne gli elettori noti di altri partiti politici, ma è un successo delle primarie se elettori di quegli altri partiti stanno cambiando oppure hanno cambiato idea e sono disposti a pagare un paio di Euro e farsi “schedare” in un apposito registro dei votanti. Infine, un partito deve sapersi dotare anche di regole e procedure che puniscano chi, in special modo fra i suoi dirigenti e i suoi iscritti, cerca di manipolare le primarie. Quello che, invece, in una democrazia di qualità non proprio scintillante, non bisogna fare è abbandonare le primarie. Buttare le bambine perché qualcuno ha sporcato l’acqua è un rimedio molto peggiore di qualsiasi inconveniente finora prodottosi.

Pubblicato AGL 4 marzo 2015

” Il nuovo Presidente della Repubblica, l’Italicum e molto altro…”

Il mostardino

Il nostro Nicolò Guicciardi ha intervistato per il Mostardino.it il professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna, Gianfranco Pasquino, riguardo temi caldi e attuali quali il nuovo Presidente della Repubblica, l’Italicum e molto altro.
Seguite questo e altri aggiornamenti su ilmostardino.it

Pubblicato il 23 feb 2015

Moscardino