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Bienvenido Estado (de nuevo) @clarincom

Clarín La Europa que viene- 25 luglio 2020

El politólogo italiano solamente el Estado es capaz de movilizar los recursos económicos, médicos, culturales para una situación extrema como la del presente pandémico.

Algunos de nosotros, keynesianos impertérritos y socialdemócratas impenitentes, lo sabíamos y nunca lo olvidamos. Alguno incluso recordaba a Thomas Hobbes: el Estado nace para detener la “guerra de todos contra todos” creando un orden “justo” que salva las vidas (me repito deliberadamente) de los ciudadanos. Después de eso, el Estado puede, pero deben ser los ciudadanos los que lo deseen libre y reiteradamente, proveer también el bienestar de todos los ciudadanos: el Estado de bienestar. Los liberales primitivos y los neoliberales han negado todo esto y llevado descaradamente a muchos estados por el camino de la desregulación y la soberanía, a menudo arrastrando con ellos sectores del populismo.

El Covid-19 ha demostrado cruelmente que nadie se salvaQue los independentistas no pueden cerrarle las puertas al virus. Que los populistas no salvan a “su” pueblo. Por el contrario, que, burlándose de los expertos y de la ciencia médica, los populistas incluso exponen a todo el pueblo, al contagio del rebaño. No man is an island (ningún hombre es una isla) repetiría infinitamente el poeta John Donne, pero en el archipiélago de la globalización, de la epidemia para todos, de la pandemia, todos necesitamos respuestas colectivas. No obstante, independentistas y populistas dan respuestas egoístas y corporativas de validez inexistente, inadecuadas, contraproducentes.

Solamente el Estado, apoyado en la legitimidad de sus instituciones, en la legalidad de sus procedimientos y sus normas, en la responsabilidad bajo la cual operan los titulares del poder político, es capaz de movilizar los recursos económicos, médicos, culturales. Puede hacer el mejor uso posible de los conocimientos generales y específicos. Tiene la capacidad de responder a los requerimientos de los ciudadanos: qué reglas respetar, qué sacrificios exigir y compartir, qué bienes y recursos distribuir equitativamente a cada uno según sus necesidades y sus méritos. Sólo el Estado puede identificar los sectores que permitirán la recuperación económica, que relanzarán la cultura, que generarán nuevas y mejores solidaridades, que expresarán innovación, que institucionalizarán las innovaciones. La mano invisible del mercado funciona cuando los actores saben que alguien ha establecido reglas que sabe hacer cumplir, que alguien corta regularmente el nudo gordiano de los conflictos de intereses, que todo el mundo confía no sólo en el carnicero de Adam Smith, sino también en sus conciudadanos.

Dado que en un marco irresistible e irreversiblemente globalizado ningún desafío se detiene en las fronteras de un Estado, aunque se lo caracterice como superpotencia, sabemos que es en las organizaciones internacionales y supranacionales donde debemos depositar nuestra confianza. Las Naciones Unidas, la Organización Mundial del Comercio, la Organización Mundial de la Salud son agentes colectivos que, si bien en medio de grandes dificultades y obstáculos, persiguen el bienestar colectivo. Hemos aprendido, finalmente, lo que hace ochenta años inspiró la acción implacable y obstinada de Altiero Spinelli, que sólo una unión o al menos una coordinación estrecha y unida entre los Estados, que hoy se denomina Unión Europea, está en condiciones de dar respuestas adecuadas en situaciones de grandes crisis dramáticas y sorpresivas, que sus instituciones: el Parlamento, el Tribunal de Justicia de la Unión Europea, el Banco Central Europeo y la Comisión, lejos de tener un déficit democrático, interpretan las exigencias colectivas y tienen más posibilidades de satisfacerlas que cualquier estado nacional. Bienvenido de nuevo, Estado (del bienestar que reconstruiremos), Europa (el de nuestro destino).

©Gianfranco Pasquino. Traducción: Román García Azcárate. Pasquino es autor del libro “Bobbio y Sartori. Entender y cambiar la política” (2019), próximamente traducido por Eudeba.

 

L’ipocrisia di dire che tutto cambierà @fattoquotidiano

Di fronte a una catastrofe di proporzioni inaspettate e dalle conseguenze imprevedibili dobbiamo lanciare messaggi di speranza o guardare con occhi lucidi, dietro, intorno e avanti? Non dovremmo tutti controllare le emozioni e affidarci soltanto alle cognizioni? So che non possiamo fare a meno delle emozioni, ma credo che le cognizioni e le ragioni siano più importanti per capire, per reagire e per cambiare. Piuttosto che affermazioni retoricamente ottimistiche, non dovremmo preferire, anzi, pretendere parole di verità: “I have nothing to offer but blood, toil, tears, and sweat”? anche se contro il coronavirus non è in corso una guerra, analogia del tutto impropria. È una guerriglia con i suoi focolai e i nemici stanno già da qualche tempo fra noi come pesci nell’acqua.

Alle prime, ma insopprimibili, manifestazioni del coronavirus, era opportuno (e utile) affermare con un tono di malcelata superiorità, anche morale: “Milano non si ferma”? Serve davvero a renderci meno preoccupati e meno infelici leggere su molte lenzuola stese al vento che “Andrà tutto bene”? Possiamo raccontarlo ai parenti e agli amici di quindicimila vittime per consolarle? Come potrà andare “tutto” bene per coloro che hanno perso nonni, genitori, parenti e, talvolta, figli? È lecito lasciare pensare che d’ora in poi, neanche più discuteremo di un passato dolorosissimo e vicinissimo, perché “tutto andrà bene”? Tutto, che cosa? per coloro che non hanno più la possibilità di lavorare nelle attività autonome che si erano costruite con fatica, impegno e orgoglio. Per coloro che hanno perso il posto di lavoro e sono consapevoli che tutto è andato male e comprensibilmente temono che riprendere non sarà né facile né rapido, che il futuro si presenta sotto una densa scura nube di enormi inconvenienti, avversità, ostacoli? E chi sono, che cosa sanno poi costoro che annunciano il futuro radioso nel quale “tutto andrà bene”? Infine, sentiamo annunciare e leggiamo molto frequentemente che “torneremo come prima”. Sappiamo, me lo auguro, che il “prima” per molti non era affatto una situazione positiva, apprezzabile, nella quale stavano bene, avevano un lavoro e un reddito, forse persino speranze di miglioramenti oppure si sentivano già realizzati. Forse dovrebbero saperlo anche coloro che, “prima”, godevano di situazioni di grande benessere, di potere, di opportunità. Sono coloro che anche in questa occasione perdono poco e rischiano meno degli altri. Se hanno un minimo di capacità riflessiva, però, neppure costoro pensano e desiderano tornare “come prima”. Anzi, dovrebbero riflettere su quello che non ha funzionato e su come trovare, alimentare, diffondere anticorpi, ma soprattutto su come predisporre strutture e cambiare comportamenti.

No, non dobbiamo affatto augurarci che “tutto tornerà come prima”. Al contrario, dobbiamo fare sì che il nostro sangue, il nostro lavoro, le nostre lacrime e il nostro sudore servano a cambiare profondamente le società nelle quali viviamo e le modalità con le quali ci comportiamo. No, non sono affatto sicuro che abbiamo capito che la nostra libertà finisce dove comincia la libertà degli altri e che siamo liberi proprio nella misura in cui gli altri accettano l‘idea/la necessità/l’imperativo della loro stessa libertà “condizionata”. Che abbiamo capito che davvero esiste la società, non individui singoli fieri, presuntuosi, autosufficienti. Che “no man is an island entire of itself; every man is a piece of the continent”. Che la vita può diventare “solitary, poor, nasty, brutish, and short”, se non impariamo a rapportarci agli altri rispettando le regole che ci siamo dati oppure cambiandole di comune accordo. Allora, meditando, nell’ordine, quanto detto dall’uomo politico Winston Churchill, dal poeta John Donne, dal filosofo Thomas Hobbes, affermiamo consapevolmente e convintamente che nulla tornerà come prima. Faremo il possibile affinché molto del nuovo sia per il più alto numero di persone (come vorrebbe John Rawls) migliore, di gran lunga migliore, di prima.

Pubblicato il 10 aprile 2020 su Il Fatto Quotidiano