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I rischi degli affari correnti

Se la sua forza è davvero “tranquilla” è plausibile pensare che Gentiloni eviterà qualsiasi fuoruscita dagli affari correnti

Il Presidente Mattarella ha sciolto il Parlamento. Il Presidente del Consiglio Gentiloni ha controfirmato, come costituzionalmente deve fare, ma nel suo via vai al Quirinale non ha formalmente presentato le sue dimissioni. Rimane in carica per gli affari correnti. Non entro in raffinate disquisizioni giuridiche su che cosa si debba precisamente intendere per affari correnti: quelli che corrono, ovvero, sono in corso, ad esempio, l’inizio della missione in Niger dei militari italiani e la regolamentazione delle intercettazioni? oppure le cose, le attività, le decisioni che oc-corrono? Sono tentatissimo dal rispondere entrambe, ma, allora, mi sarebbe piaciuto che fra le cose che, al tempo stesso, corrono e occorrono, Gentiloni avesse messo, con tranquillità e con forza, anche lo jus soli. Votassero i senatori assumendosi, in scienza e in coscienza, la responsabilità del loro voto. Un loro eventuale, deplorevole No non avrebbe in nessun modo vincolato i successori nel Parlamento da eleggersi in marzo.

Sono oramai quattro mesi che Angela Merkel disbriga i corposi affari correnti della Germania. È un fenomeno inevitabile nell’interregno fra lo scioglimento di un Parlamento, la campagna elettorale e la formazione del governo, spesso non particolarmente nuovo, un po’ in tutte le democrazie parlamentari nelle quali, non posso resistere, nessuno chiede e si chiede mai di sapere chi ha vinto la sera stessa delle elezioni. Nelle quali, comunque, la formazione del governo è affidata a maggioranze che si formano in Parlamento, qualche volta avendo fatto dichiarazioni più o meno impegnative prima del voto. Tutto questo è un pregio delle democrazie parlamentari: la flessibilità, l’adattabilità alle circostanze e alle sfide anche inaspettate. Naturalmente, i capi dei governi parlamentari conoscono i limiti indefiniti, ma effettivi, all’esercizio del potere per affrontare “affari” non proprio di routine. Quei limiti sono sufficientemente noti anche ai diversi protagonisti partitici e al capo dello Stato. Non posso scrivere Presidente della Repubblica poiché in almeno sette democrazie parlamentari europee il capo dello Stato è re o regina.

Se la sua forza è davvero “tranquilla” è plausibile pensare che Gentiloni eviterà qualsiasi fuoruscita dagli affari correnti, meno che mai quella che implichi vizi di costituzionalità. Nella sua conferenza stampa Gentiloni ha reso noto a tutti che in campagna elettorale rivendicherà, come fanno la maggioranza dei governi e dei capi di governo nelle democrazie parlamentari, i risultati ottenuti dal suo governo e ribadirà che c’è una sinistra di governo (sommessamente noterò non tutta nel PD, non tutta del PD). Se la sinistra di governo di Gentiloni si candida a ri-governare (sì, lo so che c’è un doppio senso) questo paese, il capo del governo eviterà qualsiasi eccesso-sconfinamento. Dopo il voto di marzo, la situazione sarà più chiara: wishful thinking, pio desiderio? Anche, ma almeno su un punto, che né Gentiloni né Mattarella trascurano, chiarezza c’è. Il governo Gentiloni rimarrà in carica fino a quando il nuovo Parlamento non riuscirà a dare vita a un altro governo. Non sarà affatto un Gentiloni-bis. Sarebbe, invece, un Gentiloni 2 poiché cambierà la maggioranza a suo sostegno e cambieranno alcuni ministri e, sperabilmente, numerosi/e sottosegretari/e. Se, com’ è possibile e comprensibile, le legittime ambizioni personali di Gentiloni vanno nel senso di rimanere al governo a maggior ragione si comporterà in maniera tranquilla e tranquillizzante nella gestione degli “affari”, correnti, occorrenti, accorrenti.

Pubblicato il 29 dicembre 2017 su huffingtonpost

Le frittate dello chef del Nazareno

“Non tutte le frittate finiscono per venire bene” è il commento di Romano Prodi, che, avendone fatte, di frittate se n’intende, a quello che ha tentato Pisapia per mettere insieme le sparse membra della sinistra e del PD. Troppo facile attribuire tutte le responsabilità all’improvvisato e velleitario Master Chef di Campo Progressista. Altrettanto facile, ma ugualmente inadeguato sostenere che hanno sbagliato tutti. Chi ha più potere ha anche maggiori responsabilità. Che Alfano, persino troppo premiato dal PD: Ministro degli Interni e Ministro degli Esteri nella stessa legislatura, se ne vada è certamente un danno per il PD di Renzi il quale, probabilmente, fa molto affidamento su quanto il manovriero toscano Denis Verdini riuscirà a combinare sul versante di centro. Tuttavia, il vero problema è sapere se le energie, in verità non molte, non tutte nuove, sollecitate da Pisapia si disperderanno oppure confluiranno nello schieramento che si è creato alla sinistra del PD: Liberi e Uguali, composto da Art. 1-MDP, Sinistra Italiana, Possibile.

Pensare che quello schieramento potesse essere, prima raggiunto dall’ambasciatore Piero Fassino, già rivelatosi esageratamente renziano, poi convinto a stilare qualche tuttora imprecisato accordo con il PD, era ovviamente un nient’affatto pio desiderio. Spesso apertamente offesi da Renzi e dai suoi collaboratori, di volta in volta variamente delegittimati e dichiarati “inutili” (essendo “utile” solo il voto al PD), gli uomini e le donne alla sinistra del PD hanno deciso che giocheranno le loro carte nella campagna elettorale che sta per iniziare. Renzi, l’uomo solo al comando, colui che con l’Italicum aveva imposto che le coalizioni non potessero formarsi, si trova adesso ad allettare tutti quei partitini che un tempo, anche quello dell’Ulivo, si chiamavano “cespugli”. Addirittura qualcuno suggerisce che l’unico modo per evitare l’annunciata sconfitta del Partito Democratico sarebbe quello di tornare a sperimentare la desistenza in un incerto numero di collegi uninominali a favore dei candidati Liberi e Uguali.

Certo, le desistenze mirate del 1996 permisero all’Ulivo di vincere le elezioni e a Rifondazione di ottenere un buon gruzzolo di parlamentari che fecero ruzzolare Prodi due anni e mezzo dopo, cambiando, in peggio, la storia politica dell’Italia. Adesso, però, la legge elettorale Rosato, non casualmente accettata e votata dai parlamentari di Berlusconi, ha meccanismi meno favorevoli alla desistenza (e, comunque, dispone di un numero molto minore di collegi uninominali dell’allora vigente legge Mattarella). Le tecnicalità della legge elettorale contano, ma, ovviamente, le distanze programmatiche e le personalità contano molto di più e possono risultare decisive. “Liberi e Uguali” non hanno neanche bisogno di ripeterlo, ma dovrebbe essere oramai evidente a tutti che per loro Renzi non può essere il candidato alla carica di Presidente del Consiglio. Né potrà essere colui che detterà l’agenda del molto eventuale governo Gentiloni-bis. Quell’agenda, infatti, dovrà ricomprendere misure molto precise di ridefinizione/correzione delle due leggi di cui Renzi si vanta di più: il Jobs Act e la Buona Scuola e, magari, anche delle modalità con le quali stare e agire nell’Unione Europea. Era proprio sulla messa in discussione di queste controverse leggi, nonché sull’impegno forte a fare approvare lo jus soli, che le sinistre sarebbero state disponibili a confrontarsi con il capo del Partito Democratico. Fino alla presentazione delle liste delle candidature è possibile a coloro che intendano evitare di consegnare il prossimo governo al centro-destra o al Movimento Cinque Stelle cercare qualche forma di accordo. Al momento, però, stiamo assistendo a un brutto spettacolo, di cui è il ristretto gruppo dirigente del PD a portare le maggiori responsabilità, che probabilmente si tradurrà in una frittata immangiabile da molti elettori e indigeribile.

Pubblicato AGL l’8 dicembre 2017

Coalizioni e programmi non sono divergenti

Non soltanto perché, improvvisamente privati della diretta streaming, modalità alquanto populista di diffondere informazione politica, non a caso originata dalle Cinque Stelle, sentiamo che quanto succede nel Partito Democratico non sono soltanto “affari loro”. Non possiamo disinteressarci del PD né adesso, poiché è il maggiore partito del governo guidato da un suo esponente, né nel corso della campagna elettorale prossima ventura, poiché avrà la possibilità di dettare l’agenda, né, infine, a votazioni concluse poiché, comunque vada, continuerà a essere un protagonista. Vorremmo, però, vedere adesso un dibattito meno acrimonioso e pieno di risentimenti, meno accuse riguardanti il passato e meno sospetti sul futuro. Ancora una volta Renzi non s’è curato delle minoranze e ha imposto la sua visione: “vocazione maggioritaria” e nessuna coalizione. La vocazione maggioritaria per me è sempre stata qualcosa di misterioso già quando la utilizzò, senza molto successo, Walter Veltroni. Tutti i partiti medio-grandi si pongono l’obiettivo di conquistare la maggioranza. In pratica, soltanto pochissimi di loro ci sono riusciti nel passato e prevedo che sarà sempre più difficile nel futuro. En marche di Emmanuel Macron è l’eccezione che conferma la regola. Nelle democrazie parlamentari di ieri (Italia inclusa alla grande), di oggi (che ricomprende il governo italiano attuale) e di domani, previsione facilissima, nessun partito sarà in grado di conquistare da solo la maggioranza assoluta dei seggi. Non potrà, quindi, governare da solo -salvo in governi di minoranza con appoggi esterni. Vecchia politica? Prima Repubblica? Anche, ma governi di minoranza sono esistiti nelle “vecchie” monarchie svedesi e norvegesi e, persino, in Gran Bretagna, nella patria del parlamentarismo, del maggioritario, del bipartitismo che fu (e che ha molte difficoltà nel tornare a essere). Dunque, la richiesta dei ministri Dario Franceschini e Andrea Orlando che si discuta di coalizioni ha più d’un fondamento. Non è affatto, come ha irriso Renzi, un ritorno ai caminetti e non è assolutamente vanificata dall’esistenza di un segretario che ha ottenuto 1.275 mila voti (non due milioni) in quelle che sono state le meno partecipate votazioni per il segretario del PD dal 2007 a oggi. Parlare di coalizioni agli elettori italiani non significa annoiarli, ma indicare loro che cosa il prossimo governo a partecipazione, probabilmente anche guida, PD desidererebbe e vorrebbe fare. Leggi controverse come lo jus soli sarebbero state discusse e concordate prima consentendo all’elettorato di valutarle. Le coalizioni sarebbero più rappresentative dell’elettorato e delle sue preferenze. Certo, chi guiderà un governo di coalizione dovrà, ecco il politichese, “farsi carico” delle esigenze dei partiti contraenti, ma così si fa in tutte le democrazie parlamentari europee dove, talvolta (oggi sia in Germania sia in Austria) si formano e durano governi di Grande Coalizione. Dunque, quali coalizioni con quali obiettivi sono ritenute possibili e praticabili dal Partito Democratico è qualcosa che molti elettori vorrebbero sentirsi “narrare” dal segretario Renzi. Se, poi, qualcuno dentro il PD e nei suoi folti gruppi parlamentari alla Camera, ma anche al Senato volesse dire qualche, preferibilmente buona, parola su quell'”oscuro oggetto del desiderio” (mio omaggio al maestro Buñuel) che è la legge elettorale, allora il PD potrebbe credibilmente vantarsi di svolgere una funzione nazionale. Non conosco nessun paese democratico al mondo nel quale politici e cittadini a otto-nove mesi dal voto non avessero la benché minima idea della legge elettorale con la quale chiederanno e daranno il voto. La soluzione non si trova nei caminetti. Malauguratamente, non è stata né prospettata né richiesta nelle votazioni per il segretario del PD. Esaurite le formulette e i pasticciotti nostrani, è tempo di guardare al di là delle Alpi e, senza furbescamente manipolare, imitare: Europaeum.

Pubblicato AGL il 10 luglio 2017

La Sinistra e il vinavil di Prodi

Prima contano, a fatica, i numeri; poi danno i numeri cercando l’interpretazione più favorevole, infine, passano ad altro. Questo è l’abituale comportamento dei politici e dei loro, purtroppo molti, commentatori di corte, nel caso di qualsiasi elezione. Le amministrative che si sono concluse con i ballottaggi non fanno eccezione. Però, neppure con le giravolte più acrobatiche e con le arrampicate (sugli specchi) più spericolate appare possibile aggirare tre elementi chiarissimi. In ordine d’importanza: i candidati del Partito Democratico, anche quando sostenuti da un ampio ventaglio di liste civiche (nelle quale spesso si annidano ex-politici), hanno perso tutti i ballottaggi nelle città più importanti ad eccezione di quello di Padova. Di converso, i candidati del centro-destra, anche grazie al contorno di liste civiche del più vario genere (ma la società civile si lascia davvero ingannare da questi giochini? No, ma preferisce votare parenti, amici, persone con le quali ha condiviso attività, percorsi, idee, preferenze piuttosto che politici tradizionali), hanno vinto quasi dappertutto. Quindi, non sono state soltanto alcune, più o meno peculiari, motivazioni locali, davvero “amministrative”, che li hanno favoriti, ma una tendenza generale. Se si compatta, sia per necessità sia, ancora più, per convinzione (ma, finora, Berlusconi è tutto tranne che convinto), il centro-destra diventa fortemente competitivo. Lo è perché è rappresentativo, vale a dire offre programmi e candidature che una parte consistente di elettorato in condizioni normali considera preferibili ai programmi e alle candidature del Partito Democratico e dei suoi eventuali alleati. Quanto abbiano contato in questo voto le differenze di opinione sullo jus soli e gli scontri sui voucher cancellati e resuscitati, nessuno può davvero dire.

Per spirito di contraddizione piuttosto che basandosi su elementi più solidi e affidabili, qualche commentatore ha scoperto che è troppo presto dare per declinante il Movimento Cinque Stelle. In otto ballottaggi su dieci, in situazioni peraltro relativamente minori, i candidati delle Cinque SteIle hanno comunque vinto. Semmai, come doveva essere già chiaro dopo il primo turno, il perdente vero è Beppe Grillo. Il candidato da lui prescelto per Genova, la sua città, è andato malissimo già al primo turno. Il sindaco uscente di Parma, Federico Pizzarotti, da Grillo fatto espellere tempo fa, osteggiatissimo dai maggiorenti delle Cinque Stelle, ha rivinto alla grande: buon governo e capacità di rappresentare in maniera efficace una città con molti problemi.

Tra pochi giorni tutto tornerà alla, deprecabile, normalità. Si riapriranno tre dibattiti, due dei quali inutilissimi. Primo, è stato indebolito il governo Gentiloni e riuscirà a durare fino alla scadenza naturale della legislatura? Mia risposta: il governo non c’entrava per niente; Gentiloni ha il dovere di continuare a governare. Secondo, è il caso di andare a elezioni anticipate? Non ne vedo nessuna buona ragione e sono d’accordo con il Presidente Emerito Napolitano (e, spero, con il Presidente Mattarella) che sarebbe una decisione “irresponsabile”. Terzo, bisogna fare una legge elettorale. Ho consultato Penelope che mi ha garantito che se i parlamentari tesseranno una legge elettorale decente in qualche giornata di buon lavoro a Montecitorio e a Palazzo Madama, lei non la disferà nella notte (ma, se la legge elettorale sarà pessima, com’è tristemente possibile, provvederà a disfarla nella prossima legislatura). Da ultimo, non è chiaro di quanto Vinavil dispone Prodi per tenere insieme in maniera posticcia il variegato schieramento di centro-sinistra, nel quale i bisticci sono come quelli fra i polli di Renzo (no, non Renzi) nei Promessi sposi (anche il titolo è allusivo!). Meglio che ne abbia una fornitura molto abbondante, ma senza idee nuove al centro-sinistra non gioverà neppure il vinavil di Prodi.

Pubblicato AGL il 27 giugno 2017