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Italians are not flirting with fascism @khaleejtimes United Arab Emirates

Italians, on the contrary, endorsed sovereignty from the North and attempted to meet the needs of the impoverished in the South.

Despite a range of stories in the overseas Press, Italy did not take a hard right turn in its March 4 national election. Sure, it voted for change but the result was far from flirting with fascism. In the country that gave the world this term, fascism remains an anathema.

Italians, on the contrary, endorsed sovereignty from the North and attempted to meet the needs of the impoverished in the South.

What exactly do we mean by the right, the far-right and populist? Certainly Silvio Berlusconi, whose Forza Italia party received 14 per cent of the vote, is not on the far-right. It would be seen as centrist in most countries.

In fact the Forza Italia now belongs to the European People’s Party, a political family on the centre-right whose roots run deep, traced all the way back to Europe’s founding fathers Robert Schuman, Alcide De Gasperi and Konrad Adenauer.

Even Matteo Salvini’s party, The League, which claimed 17 per cent of the vote, falls short of the far-right designation. Started as a separatist party to protect the interests of northern Italy, it attempted to go national but its support remains limited to the wealthier North. Salvini has an anti-immigration, Euroskeptic stance but does that really equate it with “extreme rightwing”?

Some foreign political commentators do not have a clear understanding of our country, history and reality,” says Gianfranco Pasquino, Professor Emeritus of Political Science at the University of Bologna.

Truly far-right parties, Casa Pound and Forza Nuova, each received less than one per cent of the vote, far short of the three per cent threshold needed for entry into the Italian parliament. “Casa Pound and Forza Nuova consider themselves heirs to Mussolini but they clearly flopped,” notes Pasquino.

The Five Star Movement (M5S), characterised as populist, has emerged as the single largest party in the elections. But that label might be misleading. Pasquino says, “There is only a streak of populism in them.

Overall, the M5S is an anti-establishment party. It is very critical of Italian politics and politicians, both of which are very condemnable. So there is no slide to populism in Italy,” says Pasquino. “The Italian electorate didn’t choose a populist way. Populist parties don’t form political alliances and coalition governments. They don’t make agreements in parliament. Both Salvini and Luigi Di Maio (M5S leader) will play the ordinary parliamentary game.”

The term populist in Latin means supporting the commoners – the “populus” or people, a very Rousseauian view of democracy.

Italy does not ride the far-right wave that exists in Hungary, Austria, Poland and even the Netherlands,” says Pasquino. “Italy is not Hungary where the Press faces censorship or the judicial system manipulation.

By comparison Italy’s far-right parties continue to be opposed, sometimes violently. The big question now facing the country and President Sergio Mattarella, who must mediate efforts to form a coalition, is whether the three main blocs can somehow find common ground to reach the 40 per cent majority needed to govern.

Pasquino thinks the next prime minister will not be a firebrand. “Salvini has no chance of becoming Italy’s next prime minister,” he says. The conservative bloc did not win enough votes to form a government.

The League leader “robustly and vigorously represents a specific part of the country, the interests of the people of the North“, he says, but for the first time The League left a mark in Central Italy, especially in Macerata. The brutal murder of Pamela Mastropietro in Macerata, allegedly by illegal immigrants, affected Salvini’s results in the region.

Whether the strange bedfellows of Italian politics can find common ground remains to be seen, but anything seems possible in a country whose capital is known as the Eternal City. Fractious, with regional animosities that date back centuries, the country’s politics are as labyrinthine as its winding medieval lanes. The country has had 64 governments in 72 years following WWII, and another is coming soon. But in their usual way, Italians will find a way out.

Compared to the 2,000 years ago, it is just another curve in the road.

What is certain is that Italy will never be on its way to legitimising fascism. Italian Constitution bans it.

Mariella Radaelli and Jon Van Housen

March 11, 2018  Khaleej Times

Il Premier non può essere a tempo

Il fatto

All’insegna della più profonda ignoranza costituzionale e di un’irresistibile tendenza al populismo (che si esprime, anche con le Cinque Stelle, nel porre limite alle cariche elettive), Matteo Renzi ha prodotto una inequivocabile esternazione: limite di due mandati al capo del governo, come in USA. Forse, giunto al termine di una faticosa e confusa riforma costituzionale, Renzi si è dimenticato che l’Italia ha una forma di governo parlamentare e che quella degli USA è presidenziale. Non gli debbono mai avere detto, anche perché nel suo entourage è improbabile che lo sappiano, che nessuna delle forme parlamentari di governo, a cominciare dalla prima e più importante, quella del Regno Unito, prevede e fissa un limite alla durata in carica del capo del governo. Che nelle forme parlamentari di governo non è mai esistito e tuttora non esiste un mandato al capo del governo anche perché, tranne nei casi anglosassoni, i governi sono coalizioni che debbono raggiungere accordi programmatici. Che ciascun capo del governo entra in carica grazie ad un rapporto di fiducia, che non sempre consiste in un voto esplicito, con il Parlamento ovvero la maggioranza parlamentare, e ne esce quando la maggioranza parlamentare, quella o un’altra, lo sconfigge e lo costringe a lasciare la carica, magari sostituendolo hic et nunc. Che uno degli elementi, probabilmente, il più importante, che differenzia i parlamentarismi dai presidenzialismi è la loro flessibilità proprio nella formazione e nella sostituzione dei governi e dei loro capi che, nei presidenzialismi è praticamente impossibile se non con l’impeachment, quando ha successo, e che trasforma crisi politiche (incapacità, malattia, corruzione del Presidente, sue violazioni della Costituzione) in crisi costituzionali.

Immagino che, nell’ordine, Konrad Adenauer (quattro vittorie elettorali, in carica dal 1949 al 1963), Margaret Thatcher (tre vittorie elettorali in carica dal 1979 al 1990), Felipe Gonzales (tre vittorie elettorali, in carica dal 1982 al 1996), Helmut Kohl (quattro vittorie elettorali, in carica dal 1982 al 1998, record assoluto), Tony Blair (tre vittorie elettorali, in carica dal 1997 al 2007), Angela Merkel (finora tre vittorie elettorali, in carica dal 2005) si stiano chiedendo “che diavolo dice il Presidente del Consiglio italiano; che cosa ha in mente, a che cosa mira?” Potrebbero chiederselo anche, farò pochi esempi selezionati, De Gasperi che guidò sette governi, Fanfani e Moro che, rispettivamente ne guidarono sei e cinque. Magari avrebbero potuto chiederlo a Renzi anche il fondatore di “Repubblica”, Eugenio Scalfari, e l’intervistatore Claudio Tito. Le interviste sono belle e utili quando sfidano l’intervistato, non quando stendono tappeti. Invece, no, e la notizia del limite ai mandati è subito rimbalzata senza correzione alcuna (forse arriveranno, presto, le rettifiche di Napolitano).

Azzardo la mia interpretazione, che va oltre l’ignoranza di Matteo Renzi, ma non la giustifica e non la sottovaluta. Renzi cerca di prendere due piccioni con una fava. Vuole fare sapere agli italiani che non starà in carica oltre, se ci arriva, il 2023. Offre questa sua graziosa disponibilità a non restare di più (quindi a non entrare in competizione con i capi di governo, alquanto prestigiosi, che ho menzionato sopra) in cambio di un “sì” al plebiscito di ottobre sul quale sta investendo tutte le sue energie. Se, proprio, voleva sia l’elezione popolare diretta del capo del governo parlamentare, che non esiste da nessuna parte al mondo, sia la non rieleggibilità dopo due mandati poteva cercare di riformare la Costituzione in questo senso. Dimenticavo, sostiene che non glielo avrebbero lasciato fare. Peccato gli abbiano lasciato fare soltanto brutte e confuse riforme. Poteva rifiutarle. Meglio niente.

Pubblicato il 14 giugno 2016