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La democrazia imperfetta #Recensione Minima Politica @UtetLibri su @lasiciliait

Il libro. ”Minima politica” di Gianfranco Pasquino analizza conoscenze politiche che dovrebbero avere tutti i cittadini. La recensione di Paolo fai

«Laddove le persone hanno poco potere sulla politica e lo esercitano limitatamente, si riscontra l’effettiva esistenza di un deficit democratico»

Gianfranco Pasquino, allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna, ha da poco licenziato alle stampe un libro «Minima politica – Sei lezioni di democrazia», Utet 2019, pp. 175, euro 14,00, il cui titolo – spiega Pasquino – «intende essere il mio modesto omaggio a Theodor Adorno, “Minima moralia” (1951) […], nel convincimento che per arrivare a grandi cose bisogna cominciare dalle piccole cose, impararle e farle il meglio possibile. “Minima politica” contiene, analizza e, spero, illumina il minimo di conoscenze politiche che i cittadini dovrebbero acquisire se desiderano adempiere efficacemente ai loro doveri civili e democratici».

Innervato di rigore scientifico e insieme meritoriamente divulgativo, il libro attraverso sei sezioni (Leggi elettorali, Rappresentanza politica, Presidenti della Repubblica, Deficit democratico, Governabilità, Non liberali, non democrazie) offre al lettore un’analisi, chiara e puntuale, delle problematiche attinenti al funzionamento della forma di governo, la democrazia, in cui, quanto meno per forza di etimologia, il popolo, ovvero la comunità degli individui-cittadini, è il detentore del potere politico.

Intanto, Pasquino non è tra i politologi che cantano la messa funebre alla democrazia. Né è pessimista sul futuro della democrazia. Perché, alle lamentazioni degli apocalittici, per i quali «alle democrazie manca sempre qualcosa», egli ribatte che «le democrazie sono imperfette ed è giusto così. Forse è persino meglio così perché nelle democrazie è possibile continuare a cercare quello che manca, spesso trovandolo».

Allora, dovendo scegliere fior da fiore, troveremo che a Pasquino «pare che, in maniera più appropriata, il deficit democratico meriti di essere riferito al potere dei cittadini, etimologicamente: deficit di potere del popolo. Laddove i cittadini hanno poco potere sulla politica e sui politici e lo esercitano limitatamente, si riscontra l’effettiva esistenza di un deficit democratico». Spesso, tale deficit si avverte quando vanno al potere governi neoconservatori (Tatcher, Reagan, ma anche Trump, che per Pasquino non ha «la benché minima infarinatura di liberalismo»), il cui obiettivo è «comprimere la partecipazione politica, scoraggiare i movimenti collettivi, disincentivare la mobilitazione sociale e reprimerla», al fine di ridurre il “sovraccarico” ovvero «l’accumularsi di un numero eccessivo di domande» da parte dei cittadini, che, secondo Richard Rose, sarebbe la causa della crisi di governabilità.

Il libro si apre e si chiude, ad anello, con due capitoli che si illuminano l’un l’altro: “Leggi elettorali” e “Non liberali, non democrazie”. Le democrazie si fondano sul voto dei cittadini. Ne consegue che «il rapporto tra elettori, da un lato, e rappresentanti e governanti, dall’altro, è accertatamente influenzato dalla legge elettorale che viene utilizzata». Pasquino classifica le riforme elettorali in “partigiane” e “sistemiche”. Fu sistemica quella elaborata nel 1946 dalla Costituente, che riguardava il funzionamento del sistema politico. Tutte quelle venute dopo sono state partigiane, compresa la cosiddetta “schiforma” Renzi-Boschi, su cui Pasquino, caustico, osserva: «Che la stabilità del governo […] dovesse essere affidata al premio di maggioranza ricorda la legge truffa [del 1953], la riabilita e la redime».

Se vengono meno, sostiene con forza Pasquino, i capisaldi delle democrazie liberali moderne, cioè, «da un lato, il riconoscimento, la protezione, la promozione dei diritti dei cittadini, delle persone, e, dall’altro, la separazione delle istituzioni e dei poteri», avremo solo «sistemi politici in cui si tengono elezioni intrinsecamente poco libere», quindi non liberali, non democrazie. Tra i fini di quelle pseudo-democrazie (la Turchia di Erdoğan e l’Ungheria di Orbán, ma anche la Russia di Putin), che Pasquino definisce “democrazie elettorali”, «non si trova praticamente mai quello di dar vita e senso alla “rule of law” (“governo della legge”), o (“stato di diritto), o “nomocrazia”), di tenere separate le istituzioni, di approntare freni e contrappesi, di creare canali e strutture di responsabilizzazione (“accountability”) dei governanti e dei rappresentanti. Questo è il catalogo al quale debbono attingere coloro che vogliono costruire uno stato, una democrazia compiutamente liberale». Da solo, però, il “governo della legge” non basta. Occorre anche una libera stampa e, principalmente, una forte consapevolezza politica nei cittadini. «Le (non) democrazie illiberali –conclude Pasquino – si fondano su cittadini, più o meno consapevolmente, illiberali». E sul silenzio imposto agli oppositori e ai giornalisti. Come nel «caso, esemplarmente tragico, della giornalista Anna Politkovskaja».

Pubblicato il 25 Marzo 2020 sul quotidiano La Sicilia