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Doppio stop per le destre nel voto UE
Non so se le due importanti votazioni di ieri sono state il canto del cigno di un Europarlamento nel quale i rappresentanti dei partiti europeisti eletti nel maggio 2014 godono di un’ampia maggioranza. Però, sono sicuro che quei due voti hanno rincuorato tutti i sinceri europeisti incoraggiandoli a fare una campagna elettorale molto dinamica e propositiva in vista delle elezioni di fine maggio 2019. Due terzi degli Europarlamentari hanno finalmente deciso che colossi come Google e come Facebook non possono appropriarsi di quanto appare nella stampa e di quanto prodotto da chi scrive e canta musica, facendoli propri e traendone grandi, persino ingenti, vantaggi economici. Proteggere il copyright esigendo adeguate ricompense non è soltanto cosa giusta, ma contribuisce anche alla buona comunicazione politica (sociale, economica e culturale) consentendo ai piccoli che hanno cose da dire di non venire strangolati e schiacciati da colossi il cui interesse alla buona politica e alla buona società sfugge a me come alla grande maggioranza degli europarlamentari di ventotto Stati-membri dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, l’Europarlamento ha votato stigmatizzando gravi e persistenti violazioni dello Stato di diritto ad opera del governo del Primo ministro ungherese Viktor Orbán. Più di due terzi di europarlamentari hanno ritenuto convincente la risoluzione presentata dalla verde olandese Judith Sargentini, non contro l’Ungheria, ma contro i comportamenti e la legislazione di quel governo per imbavagliare i mass media, “normalizzare” le università, a cominciare dalla Central European University, fondata e finanziata dal banchiere di origine ungherese George Soros, reprimere l’opposizione. Certo, il rifiuto sprezzante del Primo ministro ungherese di accogliere i migranti “redistribuibili” ha complicato la sua situazione.
Nonostante qualche tentennamento, il Partito Popolare Europeo al quale Orbán porta molti voti e seggi ha tenuto la barra. Da un lato, i Popolari austriaci hanno votato per le sanzioni e la libertà di coscienza non ha prodotto defezioni rilevanti. Dall’altro, però, Forza Italia ha rinsaldato da posizioni di debolezza un deplorevole asse sovranista con la Lega di Salvini. Brutto segno, ma forse chiarificatore, per tutti quelli che in Italia si illudono di costruire un vasto arco/fronte di europeisti veri e sinceri da contrapporre alla Lega sovranista-populista anti-europeista alla quale sta lavorando Salvini. Le Cinque Stelle hanno esibito un’altra volta un comportamento schizofrenico, votando per sanzionare le violazioni ungheresi allo Stato di diritto, ma opponendosi alla protezione del copyright. Le dichiarazioni di Di Maio, che ha gridato alla censura (per Google e Facebook?) sostenendo che l’Europarlamento dovrebbe vergognarsi, appaiono imbarazzanti e preoccupanti. Per adesso, chi vuole un’Europa più democratica e più giusta può godersi due vittorie importanti di buon auspicio per il prossimo importantissimo Europarlamento.
Pubblicato AGL 13 settembre 2018
I contrappesi e il disegno sovranista
A compimento dei primi cento giorni del governo Cinque Stelle-Lega si possono fare bilanci, alcuni apparentemente più scientifici, basati sui numeri, e paragoni con i governi precedenti. Non sono le riunioni del Consiglio dei Ministri e la quantità di decreti approvati a consentire una buona valutazione dell’opera del governo. Altri elementi sono più significativi. Ad esempio, dei due firmatari del Contratto di Governo, Di Maio e Salvini, chi ha occupato con maggiore frequenza e visibilità le prime pagine dei quotidiani e le aperture dei telegiornali? Sappiamo che Salvini ha vinto alla grande questa competizione riuscendo, grazie al suo uso spregiudicato dei migranti, anche a fare crescere nei sondaggi la Lega. Entrambi hanno sostanzialmente oscurato Conte, elemento, questo, cioè, un Presidente del Consiglio che sta in secondo piano rispetto ai suoi vice, di vera, non positiva, novità sulla scena politica italiana. Inconsueti sono anche stati gli applausi ai governanti alla cerimonia dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova. Oltre a testimoniare consenso al governo, segnalavano l’attribuzione di responsabilità a chi aveva governato in precedenza.
Nell’azione di governo è comparso qualcosa di inaspettatamente e positivamente significativo. Per motivi diversi, l’opposizione politico-parlamentare sia del Partito Democratico sia di Forza Italia risulta sostanzialmente ininfluente, mentre si è manifestata una sorta di opposizione sociale. Laddove il Ministro della Sanità, Giulia Grillo, Cinque Stelle, aveva stabilito per i vaccini un “obbligo flessibile”, la reazione dei dirigenti scolastici con il sostegno della quasi totalità dei medici sembra avere portato a un emendamento che re-introdurrà l’obbligo. Su altro terreno, già la Confindustria e alcuni piccoli e medi imprenditori, importanti nell’elettorato della Lega, avevano espresso serie critiche a diversi aspetti del tanto sbandierato Decreto Dignità del Ministro del Lavoro Di Maio. La discussione è proseguita e, in attesa, del Documento Economico e Finanziario, è andata inevitabilmente a incontrarsi/scontrarsi con l’intenzione di non tenere conto del limite del 3 per cento del deficit pubblico rispetto al PIL. Per fare del bene agli italiani, parole di Salvini, quel limite lo si può anche sforare? I mercati hanno subito risposto no e lo spread si è impennato. Hanno risposto di no anche Confindustria e imprenditori facendo ripiegare Salvini sul verbo sfiorare e imponendo anche a Di Maio scelte economiche rispettose dei criteri europei condivisi anche dal Ministro dell’Economia Tria. Questa sembra diventata la linea del governo alle prese con la difficile conciliazione fra reddito di cittadinanza, bandiera delle Cinque Stelle, e flat tax, voluta dalla Lega: entrambe destinate a una solo parziale attuazione. Dunque, esistono e funzionano freni e contrappesi, sociali e europei, anche per il “governo del cambiamento”, soprattutto quando va contro la scienza e la matematica (fare quadrare il bilancio dello Stato)? In attesa di conferme, sembra di sì.
Pubblicato AGL il 7 settembre 2018
Il Governo e il peso di quegli applausi
Gli applausi di Genova al governo vanno contestualizzati e interpretati. Il contesto è che sia la città di Genova sia la Regione Liguria hanno maggioranze di centro-destra, ma anche una forte presenza del Movimento Cinque Stelle. Dunque, il governo giallo-verde riscuote già in partenza le simpatie politiche degli elettori liguri. Tuttavia, ciò che sicuramente è contato di più in quegli applausi è il comportamento degli esponenti del governo che ha incrociato le reazioni e le emozioni prevalenti. Con toni diversi, con qualche eccesso “giustizialista”, sia Di Maio sia Salvini, ma anche il Presidente del Consiglio Conte, hanno messo sotto accusa e, qualcuno direbbe, già condannato la società responsabile della manutenzione del ponte Morandi . Hanno altresì rimproverato i governi passati e le loro burocrazie per gli accordi con Atlantia e i mancati controlli. Infine, hanno annunciato la revoca del contratto, la richiesta di adeguati risarcimenti e l’intenzione di nazionalizzare la Società Autostrade per l’Italia. Poco importa ai fini della spiegazione degli applausi che le condanne definitive richiederanno l’intervento della magistratura, attendendo i suoi tempi, e che anche l’eventuale revoca non sarà affatto facile. Al funerale delle vittime, i “cavilli” giudiziari e burocratici sono passati in secondo piano rispetto alle buone intenzioni del governo giallo-verde. In qualche modo, gli uomini al governo hanno sottolineato due aspetti di assoluto rilievo che vanno contro vent’anni almeno di assuefazione neo-liberista. Primo: non è affatto scontato che i capitalisti siano più efficienti dello Stato né, meno che mai, che si curino degli interessi generali a scapito dei loro ingenti profitti. Secondo: esistono attività che per natura, importanza, impatto sulla collettività devono essere svolte dallo Stato e rispetto alle quali la responsabilità non può che essere assunta dai politici. Probabilmente, è proprio l’attribuzione al Partito Democratico, che ha governato negli ultimi cinque anni, della responsabilità dei mancati controlli e di arrendevolezza nei confronti di una grande impresa privata, che spiega, forse, persino giustifica, i fischi al segretario Martina, già Ministro dell’Agricoltura, e alla parlamentare genovese Roberta Pinotti, già Ministro della Difesa. Con affermazioni ancora troppo generiche, il governo giallo-verde, con la perplessità di Salvini, che conosce bene il suo elettorato lombardo-veneto di piccoli e medi imprenditori, sembra volere (ri-)costruire una situazione nella quale lo Stato sia regolatore attento e inflessibile del mercato e della concorrenza e persino torni a fare il gestore di alcune attività definite strategiche. Tanto le infrastrutture quanto la rete di comunicazioni di un paese si sono strategiche per il buon funzionamento del sistema economico e per la vita dei cittadini. Gli applausi di Genova sono interpretabili come invito al governo ad assumersi il compito di rilanciare il paese. Hic Genova hic salta.
Pubblicato AGL il 21 agosto 2018
Infelice ritorno al medioevo #vaccini
È giusto e opportuno che le due opposizioni (PD e Forza Italia) al governo giallo-verde sostengano, con argomentazioni talvolta diverse, che i punti centrali del programma economico: la flat tax della Lega e il reddito di cittadinanza, insieme non potranno essere realizzati. Però, è probabile che il Ministro dell’Economia Giovanni Tria piegherà i numeri in modo che la tassa non sarà del tutto “piatta” e che il reddito di cittadinanza includerà un numero non molto alto di italiani che ne avranno “diritto”. Nel frattempo, l’incertezza sulle misure del governo ha già fatto salire lo spread fra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani con la conseguenza che le spese degli interessi a carico dello Stato aumentano a scapito delle risorse necessarie proprio per la riduzione delle tasse e l’attuazione del reddito di cittadinanza.
Molto più gravi, invece, sono le indecisioni su due tematiche diversamente importanti, con impatti significativi, rivelatori di qualcosa che non attiene ai numeri, ma alla cultura e alla visione del paese che i due partiti al governo vorrebbero. Sia il TAP in Puglia sia la TAV in Piemonte sono opere pubbliche deliberate tenendo conto dell’impatto ambientale e dei benefici futuri non soltanto degli abitanti di quelle zone. Guardano avanti (e porteranno avanti). Respingerle significa certamente accettare la prospettiva della “decrescita” nell’espressione pentastellata, peraltro nient’affatto “felice”, forse rancorosa, probabilmente non condivisa, dicono i sondaggi, da una maggioranza popolare (alla faccia del populismo buono lodato dal Presidente del Consiglio Conte). Significa anche esprimere sfiducia in quello che la scienza delle costruzioni garantisce riguardo alle due opere. Né si può dimenticare che una parte ampia d’Europa si attende che l’Italia onori gli impegni presi.
Nel caso dei vaccini, il rifiuto della scienza è addirittura plateale. È sostanzialmente inconfutabile che i vaccini hanno debellato malattie, hanno salvato vite, sono essenziali. I distinguo, le proroghe, le prese di distanza, i richiami a presunte libertà e responsabilità personali rivelano una pessima concezione della vita organizzata. Il punto non è che i genitori si assumeranno la responsabilità delle malattie contratte dai loro figli non vaccinati. È, invece, che bambini non vaccinati diventerebbero portatori di malattie che infetteranno altri bambini. Non è questione di responsabilità “personale”, ma di responsabilità nei confronti di coloro che vivono nella stessa società, e senza esagerazioni, data la rapidità delle comunicazioni, si può aggiungere nello stesso mondo. I numeri dell’economia sono, in qualche modo, riconducibili ad un disegno e ad accordi, lo scontro sulla scienza è quasi uno scontro di civiltà. Su questo terreno le opposizioni debbono essere assolutamente intransigenti. Chiuderò in maniera retorica: il ritorno al Medioevo è dietro l’angolo.
Pubblicato AGL il 7 agosto 2018
L’inesorabile cambiamento degli italiani
Inesorabili, settimana dopo settimana, tutti i sondaggi registrano che il consenso al governo Cinque Stelle-Lega e al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte si situa stabilmente sopra il 60 per cento. La somma dei voti ottenuti dai due movimenti il 4 marzo fu di poco superiore al 50 per cento. Nel frattempo, le spesso controverse affermazioni di Salvini, le sue durissime politiche contro l’immigrazione, le sue critiche sovraniste all’Unione Europea gli hanno fatto guadagnare molto appoggio popolare e la Lega tallona le Cinque Stelle. Con il suo decreto dignità, Di Maio arranca e non sfonda. Si barcamena sulla TAV e va alla ricerca di qualche tema che gli procuri un’impennata nei sondaggi. Appare improbabile che ci riesca. Chi proprio non riesce a cambiare marcia e a rendersi rilevante è il Partito Democratico. Sostanzialmente ossificato, tuttora roso da contrasti interni, non è bastato il gesto simbolico di tenere una riunione della segreteria del partito a Tor Bella Monaca, luogo ignoto alla (quasi) totalità dei partecipanti che non vi torneranno più. Il Partito Democratico non è il partito delle periferie, nelle quali rarissimamente c’è un Circolo PD. È un partito periferico al dibattito e al confronto politico in Italia. Non basterà il percorso che conduce alle votazioni per il segretario a mettere nuova linfa in un corpo che si trascina stancamente. Molta rassegnazione sta emergendo nei ranghi degli oppositori. Si leva solo qualche voce di scrittore le cui capacità di aggregare consenso (mi) sono ignote. Sembra che, da un lato, gli oppositori stiano attendendo passi falsi dei governanti. Dall’altro, contano sulla comparsa di contraddizioni, ad esempio, in autunno, sulla legge di bilancio e nella prossima primavera 2019 in occasione delle elezioni europee. Pochi si sono accorti che dentro il governo esistono due, forse, tre pompieri pronti a domare scontri incendiari: il Presidente del Consiglio, il Ministro dell’Economia (Tria) e il Ministro degli Esteri (Moavero Milanesi). Privi di base politica autonoma, tutt’e tre sanno di avere l’occasione della vita e fa(ra)nno il loro meglio per la durata del governo. C’è, però, qualcosa che conta di più sia per la durata di questo governo sia per il futuro. Nessuno s’era davvero accorto quanto i nostri concittadini, fossero cambiati. L’entità del voto del febbraio 2013 alle Cinque Stelle è stato un avvertimento sottovalutato, con troppi commentatori che denunciavano l’inconsistenza e incoerenza di molti punti programmatici e attendevano l’esplosione del Movimento. Che un “nordista” potesse ottenere consenso e voti al Sud è stato considerato miracoloso, ma, nel frattempo, quel consenso si espande. Elettori penta stellati e leghisti sono attorno a noi. Non li abbiamo presi sul serio nelle loro critiche, insoddisfazioni, preoccupazioni. Non li abbiamo capiti. Questi elettori italiani non cambieranno facilmente idea. Oggi, come raramente nel passato, il governo giallo-verde rappresenta la maggioranza della società italiana.
Pubblicato AGL il 1° agosto 2018
È possibile immaginare un altro PD
Detto che Maurizio Martina è diventato il settimo segretario del Partito Democratico dal 2007 e detto che il due volte ex-segretario Renzi ha fatto un intervento rancoroso tutto rivolto al passato minacciando un futuro vendicativo, che cosa si può e si deve aggiungere a quanto avvenuto nell’Assemblea del PD? Una sola, vera decisione è stata presa: il prossimo segretario sarà eletto nel febbraio 2019. Saranno gli iscritti e i simpatizzanti a scegliere fra, sembra, almeno tre candidati: lo stesso Martina, il governatore del Lazio Zingaretti, forse un renziano a tenere alta la bandiera delle battaglie perse e di un partito che non ha funzionato. Nell’Assemblea è mancata, ma dovrà pur emergere nel corso della campagna per l’elezione del prossimo segretario, una riflessione su due punti qualificanti: che tipo di partito, che tipo di opposizione. Martina ha indicato quattro elementi indispensabili: idee, persone, strumenti, progetti. Nessuno è entrato nei dettagli, ma è stato facile riscontrare una battaglia fra persone tutta all’interno del partito, con Renzi in testa a criticare il falso nueve Gentiloni, da lui incoronato, ma al quale spesso proprio lui non ha passato il pallone; l’ex-capogruppo al Senato Luigi Zanda; l’ex-capo della minoranza interna Gianni Cuperlo. È stata, in troppo larga misura, una resa dei conti che non serve in nessun modo a ristrutturare il partito. Martina ha almeno sottolineato che un partito di sinistra -ma vogliono il PD e i suoi elettori costruire un partito effettivamente di sinistra?-deve preoccuparsi delle diseguaglianze. Nessuno ha detto, però, con quali idee, con quali persone, con quali strumenti, con quale progetto. Per dirla in politichese, sul territorio il Partito Democratico è presente a macchioline di leopardo. Qualcuno, le Cinque Stelle e la Lega, l’hanno, per richiamare un infausto detto di Bersani, ampiamente smacchiato. Sul territorio si riproducono quasi le stesse divisioni personalistiche del centro, con qualche eccezione di donne e uomini ambiziosi e manovrieri che hanno abbandonato lo schieramento renziano. Nessuno ha parlato di cultura politica che, oramai svelatasi totalmente fallita la contaminazione fra pallide e esangui culture riformiste del passato, dovrebbe scaturire, almeno in parte, dalle riflessioni di intellettuali sbeffeggiati dai renziani e certamente non ascoltati e meno che mai “corteggiati” dagli oppositori interni. Nessuno, infine, ha detto che una cultura politica può trovare modo di formarsi e di esprimersi proprio nel fuoco di una sana battaglia parlamentare di opposizione. È nel “respingimento” dei disegni di legge improntati a repressione, populismo, anti-politica, anti-parlamentarismo e, nient’affatto, per ultimo, da anti-europeismo, che un partito di sinistra deve cercare di ridefinire la sua cultura per sé, per i suoi quadri, i suoi dirigenti, i suoi parlamentari e, persino, ma qui sta la funzione nazionale di quel partito, per l’elettorato. Non sarebbe poco.
Pubblicato AGL 10 luglio 2018
Salvini vuole la grazia #Cassazione #49milioni #lega #Mattarella
Il capitano della Lega, vice-presidente del Consiglio dei Ministri, Ministro degli Interni, Matteo Salvini progetta di salire al Colle del Quirinale. Qualcuno insinua che voglia chiedere al Presidente della Repubblica di intervenire a suo favore affinché la Lega non restituisca allo Stato 49 milioni di Euro. Forse vuole più semplicemente da Mattarella la grazia o la commutazione della pena (art. 87). Quasi sicuramente nel suo slancio populista non sa che nelle democrazie i poteri sono e, nella misura del possibile, debbono restare separati.
Salvini prepara l’offensiva europea, ma dov’è l’opposizione?
Il commento di Pasquino
Attento lettore del Manifesto di Ventotene, libro di culto che portava regolarmente sui banchi del Parlamento Europeo (le poche volte che lo ha frequentato), Matteo Salvini ne ha tratto la lezione centrale: la nuova linea divisoria non passa più fra destra e sinistra (Spinelli non poteva sapere che la sinistra si sarebbe suicidata), ma fra coloro che sono a favore dell’unificazione politica sovranazionale e coloro che difendono i nazionalismi. Il suo annuncio di Pontida che comincia la cavalcata che porterà i sovranisti di tutta Europa a conquistare la maggioranza nelle elezioni del maggio 2019 ne è la logica conseguenza, forse, almeno embrionalmente, anche la conseguenza politica.
La Lega delle Leghe è un progetto ambizioso. Troverà certamente delle sponde importanti nel gruppo di Visegrad fra coloro che, ma Salvini non sembra curarsene, non hanno nessuna intenzione di accettare la ricollocazione dei migranti arrivati in Italia. Governanti e maggioranze che, più in generale, sono interessati a trarre profitto dalla loro partecipazione all’Unione Europea senza pagarne i costi. Se, però, l’Unione Europea si disintegrasse nessuno di quei paesi riceverebbe più i fondi da loro ampiamente utilizzati nei più di dieci anni di appartenenza alla UE. Non sarebbero neppure da escludere conflitti fra sovranisti sull’eredità della UE.
Non è difficile prevedere che nazionalisti, sovranisti e protezionisti si scontrerebbero rapidamente. Questa è la loro storia. Questa fu anche la motivazione più forte a fondamento della nascita della CECA e poi via via di tutte le organizzazioni europee variamente denominate: porre fini alle guerre (anche commerciali). Se dall’altra parte (c’è, vero?, un’altra parte) qualcuno vuole costruire un fronte opposto, ma lo chiama pudicamente “repubblicano” e non, invece, europeo, allora il contrasto a Salvini e alle sue amiche leghe, sarà titubante, altalenante, non convincente. Eppure, dovrebbe essere chiaro che nessuno dei problemi nazionali può trovare una soluzione duratura nei sacri confini delle piccole patrie.
Gli antagonisti di Salvini non debbono, però, limitarsi a dire “non funziona”. Devono dire come la loro proposta alternativa può funzionare, trovare alleati (non rallegrandosi che anche altrove hanno simili problemi) e battersi di conseguenza. Rodi è ancora tutta qui. Non vedo i “saltatori”.
Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica
Pubblicato il 2 luglio 2018 su formiche.net
I 5 Stelle non romperanno almeno fino alle Europee
Intervista raccolta da Elisa calessi per Libero Quotidiano
Professor Pasquino, chi sta vincendo tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio?
La risposta è semplice: Salvini decisamente. È nettamente superiore a Di Maio, perché ha una struttura politica più forte. Ha una capacità di leadership che non ha paragoni con l’altro. Di Maio ha dalla sua qualche strumento tecnologico, ma non basta.
Sul medio e lungo periodo, la situazione potrebbe cambiare? Di Maio potrebbe recuperare?
No, Salvini resterà avanti. Il divario tra i due è incolmabile. La sua forza è che può contare su due forni. Uno è quello dei Cinque Stelle. Salvini è indispensabile ai grillini, se vogliono restare al governo. E poi ha quello di Forza Italia, del centrodestra. Se non si limita a inglobare l’elettorato del centrodestra, ma recupera nel tempo anche di poco, di due o tre punti, è il leader del centrodestra.
Però c’è il precedente di Renzi: in tre anni è passato dal 40% al 18%. Non potrebbe succedere lo stesso al leader della Lega?
Renzi era privo di cultura politica e di una base solida. E quelli che erano con lui erano dei carrieristi: la loro sorte politica era legata e agevolata dal leader. Mentre con Salvini c’è gente che ha una capacità politica propria. Quindi anche se il leader dovesse commettere errori, sono in grado di suggerirgli come correggerli. Oltre a questo, Salvini non può dire a nessuno: “Se non fai così, ti caccio”. La Lega ha una cultura politica solida.
Eppure Di Maio si è preso due ministeri che riguardano quella che dovrebbe essere la priorità numero uno degli italiani, il lavoro. Come mai non è premiato dal consenso?
Perché Salvini opera su una tematica che in questo momento per gli italiani è visibilmente molto importante, l’immigrazione.
Più del lavoro, della crescita, del welfare?
Sì. Una parte degli italiani si è adattata all’idea che ci sarà sempre un po’ di disoccupazione, che il lavoro ormai è precario. E poi Salvini ha preso subito decisioni visibili. Di Maio, no. Chi sa qual è il programma di Di Maio sul lavoro? Ancora non si è capito.
Crede che alla lunga i due vicepremier finiranno per scontrarsi?
È possibile. Ma non è detto che porti alla crisi di governo, perché i Cinque Stelle hanno bisogno di Salvini per restare al governo. C’è poi un altro elemento: loro sono quelli del 32%, chi ha avuto più voti ha un dovere maggiore di responsabilità. Vedrei complicato, per loro, rompere con la Lega per andare a trattare magari con il Pd, visto come è messo ora il Pd. Ci sarebbe lo sconcerto di gran parte degli elettori grillini. Insomma, i Cinque Stelle non hanno molte alternative al governo con la Lega, se non nessuna.
Però potrebbe essere Salvini a rompere per andare a nuove elezioni e incassare il consenso guadagnato.
Non credo la farà. Finché mantiene questa visibilità e vede il suo elettorato crescere, resterà. E poi anche per lui è una straordinaria opportunità fare il vicepremier e ministro dell’Interno. Certo, l’unico rischio di rottura potrebbe coincidere con le elezioni europee. Salvini non può abbandonare la politica sovranista e Di Maio non potrà non essere europeista. Non so come faranno a conciliare queste due posizioni.
Pubblicato il 25 giugno 2018
Il Ministro straripante e l’opposizione afona
I risultati dei ballottaggi “amministrativi” del 24 giugno sono ancora più netti e più incisivi di quelli delle elezioni politiche del 4 marzo. Sull’onda del governo in carica, delle prime prove di alcuni ministri, a cominciare, ovviamente, dallo straripante Ministro degli Interni Matteo Salvini, e delle esitazioni dei neo-ministri delle Cinque Stelle nonché della pratica scomparsa del Partito Democratico dalla scena dell’azione e della comunicazione, un po’ dappertutto i candidati dei “verdi” (la Lega) e dei “gialli” (il Movimento Cinque Stelle) ottengono, rispettivamente, ottimi e buoni risultati. Lo sappiamo che quando votano per i sindaci gli elettori sono consapevoli che la posta in gioco è il governo della loro città nei prossimi cinque anni. Sanno anche, però, che quel governo e quel sindaco saranno comunque influenzati e condizionati da quello che succede a livello nazionale. Per esempio, il numero di immigrati che si troverà nei loro comuni dipende, in buona parte, dalla capacità di controllo all’ingresso fatta valere a livello nazionale. Sanno che la crescita dei posti di lavoro a livello locale è un fenomeno che un buon governo, un buon ministro e buone politiche può agevolare. Quegli elettori hanno anche visto e sentito che il Partito Democratico rivendica successi passati, che per molti di loro non sono affatto stati tali, ma non ha nessuna proposta innovativa, solo critiche, per quanto fa, peraltro finora poco, il governo debuttante. Hanno, poi, quegli elettori deciso di convalidare, anche a livello locale, la decisione presa da Renzi , collocando il PD all’opposizione.
Sono così cadute tre città toscane: Massa, Pisa, Siena, e una città della Romagna, Imola, dove nel 1882 fu eletto al Parlamento il primo socialista Andrea Costa e che è stata governata dalla sinistra ininterrottamente dal 1945 a ieri. Questi sono i casi più clamorosi delle sconfitte del PD a fronte qualche volta della Lega, qualche volta del centro-destra, qualche volta del Movimento Cinque Stelle. Mi limito a due casi emblematici (ricor)dando i numeri che spesso sono più significativi delle percentuali. A Pisa il candidato della Lega sconfigge il candidato del PD guadagnando fra il primo turno e il ballottaggio quasi sette mila voti , dei quali, con tutta probabilità, tre mila provengono da elettori delle Cinque Stelle. A fatica cresce il voto anche del candidato del PD che raccoglie le membra sparse di parte della sinistra, ma rimane sotto di duemila voti. A Imola, mentre la candidata delle Cinque Stelle, in svantaggio di più di tremila voti al primo turno rispetto alla candidata del PD, riesce a fare praticamente il pieno dei voti espressi dai leghisti passando da nove mila a quasi sedici mila voti, la candidata del PD addirittura perde quasi trecento voti non scollandosi dai dodici mila e settecento raccolti al primo turno. Qui sta la considerazione generale: il PD non trova alleati, non vuole e forse non sa fare coalizioni. Ricorrendo al titolo di un famoso romanzo di Osvaldo Soriano, il PD è triste, solitario, y final, probabilmente giunto al termine della sua travagliata traiettoria poco più che decennale.
Anche le Cinque Stelle debbono sentirsi un po’ tristi, appena rallegrate dalla conquista, oltre che di Imola, del feudo già democristianissimo di Avellino. Solitarie non possono più essere con la loro esperienza di governo con la Lega oramai iniziata, ma, certo, i primi frutti ancora non si vedono. Stanno andando quasi tutti alla Lega che, per ricorrere al politichese, può tenere aperti due forni: quello attuale con le Cinque Stelle, quello di riserva, con il resto del centro-destra, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Dal voto dei ballottaggi, in effetti, esce rafforzato il polo leghista del governo giallo-verde. Lasciando che molti analisti si affannino a cercare contraddizioni e controversie nel governo, gli elettori hanno premiato il molto loquace Salvini, dato qualche premio di incoraggiamento al Movimento Cinque Stelle e detto che l’opposizione del PD è molto, troppo afona.
Pubblicato AGL il 27 giugno 2018



