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Rappresentare o ingannare. Il dilemma legge elettorale @DomaniGiornale

Le leggi elettorali traducono i voti in seggi. Servono a eleggere i parlamenti, mai, in nessun sistema politico, i governi. Sono sempre congegnate per dare rappresentanza politica agli elettori. La governabilità, “stabilità politica più efficacia decisionale”, dipende soltanto in piccola misura dalle leggi elettorali, in grande misura dalle capacità dei governanti. Il criterio dominante, non esclusivo, per valutare la qualità delle leggi elettorali è quanto potere conferiscono agli elettori.

Per insipienza e per furbizia, né la legge Rosato, attualmente vigente, né la proposta attualmente in discussione, primo firmatario l’on. Galeazzo Bignami, capogruppo dei Fratelli d’Italia alla Camera dei Deputati, rispettano minimamente i criteri sopra esposti. Anzi, coloro che hanno stilato la nuova proposta sembrano essersi, più meno consapevolmente, impegnati a violare quei criteri e intendono graniticamente continuare a farlo, con qualche aggiunta neppure fantasiosa.

I principali obiettivi perseguiti sembrano (i proponenti sono volubili) essere tre. Fare sì, primo, che non si abbia un pareggio fra le due coalizioni. Secondo, che si sappia la sera stessa del voto chi ha vinto. Terzo, che alla coalizione vincente venga attribuito un premio in seggi che le garantisca una maggioranza assoluta da loro considerata la premessa di stabilità e “governabilità”. La legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza configurerebbe, secondo qualche incauto commentatore, il modello elettorale tipicamente e peculiarmente italiano da Acerbo (1923) alla legge truffa (1953) e alla legge Calderoli (2005).

Il disegno di legge Bignami et al., costruito sulla legge Rosato, si configura a sua volta come una legge proporzionale con premio di maggioranza variabile, attribuito eventualmente con ballottaggio, se nessuna coalizione supera il 40 per cento dei voti. Le liste presentate agli elettori al momento sono bloccate, ma quasi come contrappeso i partiti dovranno/potranno inserire nel loro logo il nome della candidata alla carica di Presidente del Consiglio.

Cadendo giulivamente nelle trappole disseminate in qua e in là nel testo, sia i critici sia i sostenitori della proposta si sono accapigliati sui numeri, non sulla qualità della legge. Suggerisco di cestinare testo, audizioni e discussione e di (ri)cominciare (quasi)ex novo, non che ci sia qualcosa da salvare, ma perché bisogna evitare di ripetere gli errori.

Chi vuole una buona rappresentanza politica, essenziale all’esistenza e al funzionamento del Parlamento, deve volere una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento che scoraggi la frammentazione di quel che resta del sistema dei partiti. Deve pretendere anche un voto di preferenza (non due, tre, quattro che favorirebbero le cordate) per dare agli elettori la possibilità di premiare chi lo merita, e di riconfermarla/a. A sua volta, il parlamentare così eletto sarà incentivato a tenere conto delle preferenze degli elettori e a trasmetterle al suo gruppo parlamentare e ai suoi esponenti al governo.

   Che male fa leggere sulla scheda i nomi delle candidature a Presidente del Consiglio? Poco male. Infatti, non sarebbe costituzionalmente rilevante. Il Presidente della Repubblica potrà comunque esercitare, ma, immagino con qualche fastidio personale, il suo potere di nomina. Però, è del tutto probabile che si leveranno alte le scandalizzate grida di alcuni politici, di noti conduttori di talk show, di sussiegosi opinion makers: “traditi gli elettori!”, a tutto vantaggio dell’antipolitica e del populismo di bassa lega (oops).

Da ultimo, il “pareggio” in politica non è mai questione soltanto di numeri, ma di disponibilità, accondiscendenze, trasformismi. Sono comportamenti che una cittadinanza attiva e una opinione pubblica informata stigmatizzerebbero, obbligando i pareggianti a darsi regole opportune e adeguate al governo e all’opposizione: essere coesi, disciplinati, ma al tempo stesso attenti ai contributi specifici, mai sbrigativi e narcisisti. L’esperienza svedese tra il 1973 e il 1976 suggerisce che è sufficiente che le camere abbiano un numero dispari di componenti e ne conseguiranno vincitori e vinti.

    Non siamo svedesi, ma qualche volta sappiamo imparare. Chi vince governerà nella piena consapevolezza che politiche pubbliche estreme faranno perdere voti decisivi. Dal canto suo, chi sta all’opposizione non si lancerà in proposte al rialzo perché difficilmente sono premiate dagli elettori “spareggianti” e non saranno poi attuabili. Allora, che i sedicenti riformatori meditino meno sui numeri più sulle idee.

Pubblicato il 23 maggio 2026 su Domani

Un governo di “campatori” fa male all’Italia@DomaniGiornale

In Gran Bretagna, patria delle democrazie parlamentari, la consuetudine ha consentito ai Primi ministri di sciogliere il Parlamento dopo quattro anni del suo mandato quinquennale. Non erano necessarie giustificazioni costituzionali. Più o meno formalmente, quei Primi ministri motivavano politicamente la loro decisione affermando di avere tradotto con successo praticamente tutte le promesse elettorali. Era giunto il tempo di un nuovo mandato popolare per nuove politiche. Oppure nuove, inaspettate sfide economiche, sociali, internazionali imponevano il rinnovamento della rappresentanza parlamentare. Non era il caso di fare riferimento ai sondaggi che rilevassero un livello molto positivo di consenso. Al contrario, quando il consenso per il partito al governo fosse diminuito, meglio tirarla per le lunghe e arrivare alla fine della legislatura (così fecero il conservatore John Major nel 1997 e il laburista Gordon Brown nel 2010, entrambi i partiti persero le elezioni).

Non siamo inglesi, ma il problema di cosa possa fare l’affaticato governo Meloni nel poco più di un anno che manca alla fine della legislatura è oramai posto e conclamato. Certamente deve essere doloroso per la Presidente del consiglio rinunciare all’obiettivo di valenza storica che consisterebbe nell’avere presieduto l’unico governo italiano in carica per tutta la legislatura. La lunga durata ha un verso negativo e un verso positivo. Quello negativo è che il successo conseguito da un governo di legislatura nega alla radice l’indispensabilità di qualsiasi riforma costituzionale formulata per garantire stabilità al capo del governo. Positivamente non mi riferirò, come fanno troppi commentatori populisteggianti, alla maturazione delle pensioni di molti parlamentari, ma a due possibilità. La prima consiste nel portare a compimento alcune riforme, non importa quanto controverse, brutte e pericolose, come la legge elettorale “spareggiatrice” e il Premierato elettivo. La seconda, alquanto complicata, è che le guerre finiscano e comunque facciano la loro comparsa tematiche per le quali il governo abbia soluzioni fantasiose e brillanti, che spiazzino le opposizioni.

Dai ranghi di Fratelli d’Italia sono da tempo spuntati molti corifei, spesso agguerritissime donne, a vantare successi a tutto spiano sulla scena internazionale più che in politica interna. Se è una strategia, non porta lontano poiché è noto che, fatti salvi alcuni rarissimi casi (in tempi recenti forse la Brexit), le tematiche di politica estera raramente portano molti voti e fanno vincere le elezioni. Forse Salvini otterrà qualche voto filoputiniano e antiunioneeuropea in competizione fratricida con i vannacciani. Forse Forza Italia attrarrà un pugno di voti filoUE già orientati verso il centrodestra. Però, Fratelli d’Italia non potrà più sfruttare la sua altolocata amicizia americana e deve ancora trovare il suo bandolo nella matassa europea.

Poco utilizzabile la problematica dell’immigrazione, tutt’altro che scomparsa, ma poco saliente, rimangono i grandi temi: economia, lavoro, sanità, istruzione. Su nessuna di queste il governo può vantare la proprietà, ovvero avere un vantaggio di posizione e/o di prestazione. L’offerta fatta da Meloni di apertura ai contributi dell’opposizione è, da un lato, segno di debolezza e di acquisita consapevolezza che problemi nazionali gravi esigono soluzioni negoziate e, almeno parzialmente, condivise. Dall’altro, è inadeguata anche perché viene smentita in pratica a partire non soltanto dalla legge elettorale “blindata”, cioè non rivedibile, ma anche dal secco e ripetuto “no” al salario minimo.

All’orizzonte non si intravvedono idee nuove e mobilitanti. Il governo Meloni sembra avviato sulla strada lastricata di critiche e rimproveri per quanto fatto dai precedenti governi “tecnici” (anche se rispetta il Draghi tecnocrate massimo) e di rivendicazioni per successi non riconosciuti. Il tempo non utilizzato per rinnovare idee e interpreti, pochi si sono dimostrati all’altezza del loro compito, è perduto. Campare male può ritardare la fine, ma la rende più triste per la Nazione.   

Pubblicato il 20 maggio 2026 su Domani

La legge elettorale? Penserà al Quirinale @DomaniGiornale

Esistono paesi, come quelli scandinavi, il Benelux, la Germania dal 1949e altri, che, adottata una legge elettorale (proporzionale) all’inizio del loro percorso democratico, non l’hanno cambiata, procedendo, se del caso, a piccoli aggiustamenti. La continuità elettorale è un buon principio e ha valore Con una delle varianti possibili delle leggi proporzionali, nell’Italia repubblicana si sono eletti i parlamenti per undici legislature dal 1948 al 1994. Riformata quella legge, la prima volta sulla spinta di un referendum popolare, in senso maggioritario (il giustamente famoso Mattarellum utilizzato tre volte), è successo di tutto con ciascuna maggioranza parlamentare che ha tentato di salvarsi e riprodursi con una legge apposita. Insomma, la ricerca era indirizzata non ad una legge elettorale per un parlamento in grado di dare buona rappresentanza politica ai cittadini e di dare vita ad un buon governo, ma che avvantaggiasse chi la scriveva. Da un lato, le carenze tecniche degli improvvisati riformatori, dall’altro, i mutamenti delle preferenze degli elettori hanno frustrato (dovrebbe servire da lezione) le aspettative particolaristiche.

Da qualche tempo sembra che nel centrodestra fino al suo vertice si sia affacciato il dubbio che, mantenendo la legge vigente che porta il nome dell’on. Rosato, rischierebbero di perdere le elezioni prossime venture. Non importa che questi calcoli siano alquanti aleatori (in buona misura finora smentiti dai sondaggi) e prematuri. Conta il desiderio di mettere al sicuro la vittoria elettorale per “continuare il lavoro” nella prossima legislatura e, magari, eleggersi finalmente un/una Presidente della Repubblica di destra. Se l’attuale maggioranza rimane compatta, come ha fatto finora, potrà ottenere quello che vuole. Quindi, il compito delle opposizioni e dei commentatori consiste nel mettere in evidenza che la faziosità delle proposte va scapito delle possibilità di scelta e del potere dell’elettorato e che si intravvedono all’orizzonte alcune importanti criticità.

Se vi saranno liste di partito per assegnare una (in)certa percentuale di seggi, l’unico modo per dare potere agli elettori è consentire loro di esprimere un voto di preferenza. Nei collegi uninominali è ora di introdurre il requisito di residenza. Se l’elettore avrà due voti: uno per la candidatura nel collegio uninominale e uno per il partito nella circoscrizione bisogna consentire il voto disgiunto che esprime approvazione/disapprovazione per l’uno o per l’altra. Quando esisterà un testo, le osservazioni potranno essere più puntuali e i suggerimenti di alternative preferibili saranno più precisi.

Quel testo sarà comunque difficilissimo da scrivere se Giorgia Meloni ha intenzione di procedere con il disegno di legge costituzionale “Norme per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri,”. Infatti, non è ancora stato precisato se quella elezione sarà a turno unico (chi ha più voti, maggioranza relativa, vince) o a doppio turno (modalità altrove largamente prevalente e che assicura la maggioranza assoluta dei votanti). Soprattutto, non sappiamo quale dovrebbe essere il premio in seggi assegnato al vincitore. Però, è evidente che il premierato non sarebbe soltanto la fine della democrazia parlamentare italiana come l’abbiamo conosciuta, ma implicherebbe anche lo stravolgimento del Parlamento, della sua rappresentatività e di alcuni dei suoi compiti, a cominciare da quello del controllo sull’operato del governo.

Per sventare grossi guai/guasti costituzionali si può fare certo affidamento, ma entro limiti piuttosto ristretti, sulla moral suasion del Presidente della Repubblica che se ne intende. La giurisprudenza in materia della Corte Costituzionale mi è finora parsa timida e insicura, non sempre all’altezza. Meglio sarebbe se qualcuno nell’opposizione si mettesse rumorosamente all’opera per formulare una legge elettorale che combini buona rappresentanza politica con opportunità di formazione di governi stabili. Guardando ai sistemi politici europei se ne trovano esemplari apprezzabili, imitabili, cum grano salis adattabili. E allora?

Pubblicata il 25 febbraio 2026 su Domani

Viva la contesa. Ma si pensi agli elettori perduti @DomaniGiornale

La contendibilità (del governo) sta, in maniera non dissimile dalla bellezza, negli occhi di chi guarda. Vedere che i voti del proprio schieramento sono cresciuti è confortante. Constatare che i concorrenti si sono trovati in un sostanziale stallo è quasi altrettanto incoraggiante. Ma il futuro non è mai la semplice prosecuzione dell’oggi poiché numerosi altri fattori sono destinati a fare la loro comparsa. Votando (o no) nelle elezioni regionali, gli elettori erano ampiamente consapevoli della posta in gioco e anche delle problematiche alle quali i candidati presidenti, i loro partiti e, ancor più, le loro coalizioni avevano formulato le loro risposte programmatiche. In Veneto, in Campania e in Puglia non c’era nessun Presidente ricandidato che potesse trarre vantaggio dalle sue prestazioni di governante mettendole in contrapposizioni con le inevitabilmente meno solide promesse degli sfidanti. Peraltro, qualche vantaggio esiste quasi sempre, in termini di visibilità e di relazioni, per le coalizioni governanti. In tutt’e tre i casi, quei governi regionali potevano vantare una lunga storia, quantomeno decennale. Non ne è venuta nessuna sorpresa, ma soltanto una lezione di cui peraltro politici e commentatori attenti non dovrebbero avere necessità: se le sparse membra del centro-sinistra riescono a (ri)comporsi la loro somma può superare il numero di voti che raggranellati dal centro-destra.

Proiettare gli esiti delle elezioni regionali sulle nient’affatto imminenti elezioni politiche del 2027 (a proposito i partiti di governo ci risparmino il brutto gioco di scegliere la data solo in base alle loro convenienze e comunque decidano con un congruo anticipo), non è operazione facile. Chi la fa come, non da sola, la giustamente soddisfatta segretaria del Partito Democratico, deve essere consapevole che il “suo” campo non potrà permettersi nessuna defezione a livello nazionale, anche la più piccola potendo risultare decisiva. Quello che a livello regionale, gli elettori giustamente trascurano, vale a dire la politica estera, non potrà essere eluso a livello nazionale. Oggi come oggi e probabilmente anche domani, le differenze fra i protagonisti del campo largo, sono notevoli e non facili da spingere sotto il tappeto. Vero che la politica estera non è una priorità per l’elettorato italiano, ma basterebbero due o tre per cento di elettori che, particolarmente preoccupati, facessero mancare i loro voti perché l’ago della bilancia pendesse a destra.

Anche se sarebbe sempre preferibile che le elezioni venissero vinte da chi ha le proposte migliori e offre garanzie credibili di saperle attuare, da tempo i dirigenti dei partiti si dedicano alla manipolazione opportunistica delle leggi elettorali. Sbagliano quasi sempre; sbagliano male, e insistono rivelando di conoscere poco la materia (non sono i giuristi gli esperti dei sistemi elettorali). Qui mi limito a sottolineare che una disposizione europea ha sancito da tempo che le leggi elettorali non debbono essere cambiate nell’anno in cui si tengono le elezioni. Aggiungerei anche che è ora di smetterla con la ricerca spasmodica di stampelle sotto forma di premi in seggi per evitare pareggi immaginari. Negli occhi di chi guarda non dovrebbe trovarsi soltanto la bellezza della contendibilità del governo, fenomeno da valutare sempre in maniera positiva. Dovrebbero trovarsi le tracce anche di quei tanti, ad un certo punto sarò costretto a scrivere troppi, elettori e elettrici che alle urne, per molteplici ragioni, comprensibili, ma da me quasi mai ritenute assolutorie, non ci vanno (più). Allora, una buona contesa per il governo del paese sarà quella che sospinge dirigenti, partiti e candidati a cercare gli astensionisti e a incentivarli a tornare con noi. L’interesse di partito e di coalizione coinciderebbe con l’interesse del sistema per una crescita dei votanti. Apprezzabile effetto della ben tornata contendibilità che sarà sotto gli occhi di tutti. 

Pubblicato il 26 novembre 2025 su Domani

Legge elettorale. La sinistra pensi alle primarie @DomaniGiornale

Nonostante i classici dotti pareri di giuristi sempre molto generosi con i detentori di potere politico, la più recente neppure originale trovata dei revisori della legge elettorale vigente pone qualche problema di costituzionalità. Infatti, inserire nel simbolo del partito/lista elettorale il nominativo del/la candidato/a alla carica di Presidente del Consiglio cozza, certo indirettamente, e ridimensiona, se non addirittura elimina, più o meno informalmente, il potere costituzionale (art. 92) che viene attribuito al Presidente della Repubblica di nominare lui il capo del governo. Naturalmente, anche questo è uno degli intenti, subito conciliantemente negato dai proponenti, perseguiti da quell’inserimento che, per di più, aggravante, servirebbe ad anticipare la soluzione proposta nel disegno di legge costituzionale sul premierato de noantri.

Già scritto, detto e ripetuto che in nessuna democrazia parlamentare, dalla più antica, quella della Gran (sì, Great) Bretagna alla Germania fino ad una delle più recenti e importanti, quella del Spagna, i simboli dei partiti non contengono mai i nomi dei candidati alla carica di capo del governo, la cui (in)stabilità dipende dalla fiducia del Parlamento, quel nome accarezza e agevola la personalizzazione della politica. Viene ritenuto un modo per raggiungere e mobilitare alcuni settori dell’elettorato accontentando una preferenza mai chiaramente esplicitata che, per di più, non ha nessuna garanzia di essere tradotta in pratica e di essere mantenuta in corso d’opera. Questa osservazione critica vale anche per il cosiddetto premierato che, addirittura, regolamenta la sostituzione dell’eletto (qui proprio non riesco a usare il femminile: l’eletta non si lascerebbe mai sostituire) dal popolo con un prescelto dalla stessa o quasi maggioranza. Insomma, lo stratagemma elettorale si rivela come un trucchetto ad alto potenziale di inganno.

Comunque, poiché l’attuale maggioranza di governo dispone abbondantemente dei numeri parlamentari proverà ad andare avanti a meno che il Presidente della Repubblica non decida di fare ricorso a qualcosa di più incisivo che semplice moral (aggettivo che non troverebbe terreno fertile) suasion. Le opposizioni non possono permettersi di ricorrere a forme di persuasione, con il “moral” non utilizzabile da tutte, costantemente respinte con perdite dalla granitica maggioranza della destra. Sapendo di avere, quando si voterà, anche una volta stilati buoni impegni programmatici comuni, la necessità di segnalare chi diventerà il capo (anche al femminile) del loro governo, dovrebbero con colpo d’ala stabilire che terranno primarie di coalizione. Sarebbe un sano ritorno ad un dolce bel tempo antico: le primarie dell’Ulivo, ottobre 2005, che designarono un candidato poi andato a vincere.

In consapevole e deliberata non presenza di una candidatura dell’allora Partito Democratico della Sinistra, Romano Prodi vinse alla grande grazie al loro esplicito generoso impegno e sostegno. Oggi, anche, ma non solo, per convincere i potenziali alleati, in primis, il Conte stellato, sarebbe opportuno che il PD consentisse quantomeno la praticabilità di più di una candidatura scaturita dai suoi ranghi, ramoscello d’ulivo offerto ai “riformisti” insoddisfatti, ma finora solo bofonchianti. Il resto, che è molto, lo faranno gli altri candidati, di partito oppure no. Dovranno andarsi a cercare gli elettori vantando la propria biografia personale, professionale, politica. Argomenteranno le loro priorità programmatiche e le loro capacità di dare soluzioni non soltanto ai problemi più urgenti. Esalteranno la loro capacità di tenere unita la coalizione senza permissivismo, ma con vigore e rigore. Chi vincerà non soltanto ne saprà di più sullo sparso elettorato progressista di questo paese, ma potrà vantare una notevole legittimità di leadership. Questa delle primarie è ad ogni buon conto un’ottima, forse la migliore, modalità di scelta delle candidature in competizione, di coinvolgimento degli elettori e di personalizzazione della politica.

Pubblicato il 15 ottobre 2025 su Domani

Sulla legge elettorale nessun trucco all’italiana @DomaniGiornale

Le leggi elettorali servono a tradurre i voti in seggi. A livello nazionale, la traduzione dei voti produce seggi in parlamento, in tutti i parlamenti non soltanto in quelli, come l’Italia, delle democrazie parlamentari, ma anche in quelli delle democrazie presidenziali (es. USA) e semipresidenziali (es. Francia). Nessuna legge elettorale dà vita al governo. Neppure nel presidenzialismo che non è necessariamente il migliore dei casi. Lì viene eletto un capo dello Stato che poi formerà il governo. Buone leggi elettorali sono quelle che danno soddisfacente rappresentanza politica ai cittadini, abbiano o no votato. Fra le molte, alcune non convincenti, motivazioni del non-voto, non ascolteremo mai quella di coloro che si lamentano perché non si sentono governati. Sicuramente, invece, una parte non marginale degli astensionisti accuserà gli eletti di non sapere né volere rappresentarli. Hanno chiesto il loro voto disinteressandosi appena eletti delle loro preferenze, delle loro esigenze, dei loro interessi cercando solo di essere rieletti. Non otterranno il loro voto poiché gli elettori sedotti e abbandonati se ne andranno nell’astensione.

   Gli astensionisti non faranno cadere la democrazia, che, per lo più, non è affatto un loro obiettivo, ma incideranno negativamente sulla qualità di una democrazia che non sarà in grado di tenere conto di quello che il 40 per cento o più dei suoi cittadini desidererebbe. Formulare e approvare una legge elettorale che tenga conto (quasi) esclusivamente degli interessi dei partiti e dei loro dirigenti non servirà in nessun modo a ridurre/risolvere la crisi di rappresentanza. Al contrario, potrebbe addirittura aggravarla, in nome di una governabilità che non può essere sintetizzata nell’indicazione sulla scheda del nome del capo del governo né gratificata con un premio in seggi per dare vita ad un governo grasso, ma, potenzialmente anche inefficace e immobilista.

   Il criterio dominante con il quale valutare la bontà di una legge elettorale è quanto potere conferisce agli elettori. Se l’elettore può unicamente tracciare una crocetta sul simbolo del partito (o di una coalizione) e/o sul nome di un candidato, il suo potere risulta e rimane davvero limitato. Consentire all’elettorato di scegliere partito e candidato è un buon passo avanti. Spesso significa che i dirigenti nazionali dei partiti e delle correnti non potranno paracadutare i loro vassalli/e, ma dovranno tenere conto delle preferenze del collegio. Punto da non dimenticare, gli eletti stessi saranno effettivamente rappresentanti/rappresentativi di quel collegio, non soltanto di chi li ha votati, alcuni dei quali poi divenuti insoddisfatti, ma anche di coloro che non li hanno votati, che poi ne apprezzeranno i comportamenti. Tutto questo significa che una buona legge elettorale non è mai il prodotto dell’incrocio e della somma dei vantaggi particolaristici che potrebbero pensare/tentare di ottenere le due donne leader dei due maggiori partiti italiani. Mirare ad affrancarsi dalle pressioni, particolaristiche e spesso politicamente molto fastidiose degli alleati attuali e potenziali è comprensibile, persino, entro certi limiti, giustificabile. Tuttavia, anche nel peggiore dei casi, coalizioni composite danno maggiore e superiore rappresentanza politica all’elettorato. Lo incoraggiano a partecipare per sostenere chi meglio porta avanti le sue idee. Nella situazione italiana dopo tre brutte esperienze autoctone: legge Calderoli, legge Boschi-Renzi (Italicum), legge Rosato, la via più promettente da seguire è quella di imparare da quanto già esiste e funziona, dall’usato sicuro: proporzionale personalizzata tedesca e doppio turno con clausola di passaggio al secondo turno francese, eventualmente con pochi ritocchi non stravolgenti. Non è proprio il caso di inventarsi qualche trucco all’italiana.  

Pubblicato il 2 agosto 2025 su Domani

Il ballottaggio è una ricchezza per gli elettori @DomaniGiornale

Anche quando il numero di elettori coinvolti è piuttosto piccolo, le consultazioni elettorali hanno sempre qualcosa da insegnare. Naturalmente, bisogna già possedere qualche conoscenza di base e non leggere gli esiti elettorali e politici con lenti offuscate da ideologie fatiscenti e da mire di tornaconti di beve particolaristico respiro. La prima lezione è molto facile da imparare: nelle elezioni, soprattutto in quelle comunali (e regionali) vince chi riesce a costruire la coalizione più larga e meno litigiosa e conflittuale possibile. Sappiamo anche da non poche esperienze straniere che una parte, anche ristretta, ma spesso decisiva, di elettorato si astiene dal votare persone, liste, partiti che portino nella coalizione conflitti che nuocerebbero alla capacità di governare dopo un’eventuale vittoria. La esplicita condivisione di intenti, e magri anche prove precedenti di lealtà, hanno positivi effetti di attrazione.  E, viceversa.

Quando il sistema elettorale utilizzato è maggioritario a doppio turno, il secondo turno essendo un ballottaggio fra le due candidature più votate, gli effetti di cu tenere conto sono molti. Se il menù offre una molteplicità di candidature, gli elettori sanno che debbono votare il candidato/a della loro area che ha maggiori possibilità di vittoria. I dirigenti accorti cercheranno di evitare la dispersione di voti, Quindi, il “campo” non deve soltanto essere “largo”, ma avere una squadra che gioca compatta. Con la variante di doppio turno che si chiama ballottaggio, molti elettori si troveranno privi della candidatura preferita fra le due rimaste in lizza: un problema, ma anche un’oppotrtunità.

Di recente, il centro-destra ha aperto il fuoco proprio contro il ballottaggio sostanzialmente perché, di solito più compatto, il loro schieramene ha spesso, ma non sappiamo in realtà quanto spesso, superato il 40 per cento al primo turno per venire poi sconfitto al secondo turno. Ovvio che hanno un problema politico che vogliono risolvere con un escamotage tecnico. Così facendo, però, dimostrano di non sapere apprezzare le molte virtù del ballottaggio (che valgono anche per le diverse varianti di doppi turni). In primo luogo, nel passaggio dal primo voto al voto per il ballottaggio, tutti i candidati, non solo i primi due, e i dirigenti di partito dovranno impegnarsi a fare circolare informazioni politiche aggiuntive e importanti. Ai candidati esclusi si chiederanno opinioni e endorsement che talvolta potrebbero preludere alla formazione di alleanze per il governo di quel comune.

   Quello che conta forse ancor più è che tutti gli elettori vedranno chiare le differenze e sapranno che al ballottaggio il loro voto può risultare decisivo. Insomma, il ballottaggio è un meccanismo importante per chi pensa che bisogna interessare, informare, convincere gli elettori, premiando coloro che partecipano. Lo è anche per i candidati. Se hanno fatto una buona campagna elettorale, i sindaci eletti, naturalmente chi più chi meno a seconda delle loro qualità, ma anche chi ha perso, avranno appreso molto sulle esigenze e sulle preferenze dell’elettorato. Saranno in grado di governare con maggiore cognizione di causa e di offrire risposte più soddisfacenti alla loro intera comunità. Ovvero, comunque, di venire criticati per le loro inadempienze.  

Il centro-sinistra ha alcune buone ragioni per rallegrarsi fin qui dell’esito e per proseguire con pazienza, ma senza esitazioni. Altre sfide stanno per arrivare. Il centro-destra non è imbattibile, a livello locale, poi, mostra più di qualche debolezza e talvolta fragile radicamento. Sono situazioni politiche alle quali non basta una, pur talvolta utile, risposta di ingegneria elettorale. Nell’ottica della auspicabile e indispensabile riforma della vigente legge elettorale, almeno una raccomandazione va fatta soprattutto da chi ritiene che il criterio dominante per valutare la bontà di qualsiasi legge elettorale è il potere degli elettori. Non pasticciate con il doppio turno.

Pubblicato il 28 maggio 2025 su Domani

Bene il proporzionale, ma serve una soglia di sbarramento al 5% #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, spiega che sulla legge elettorale «bisogna riuscire ad avere una proposta seria e discutere su quella» perché «solo così un qualche tipo di dialogo acquista di senso» e che tuttavia «l’idea di un proporzionale con premio di maggioranza può essere una buona base di partenza ma servono paletti ferrei come una soglia di sbarramento al 5% e non più di dieci collegi».

Professor Pasquino, la convince la proposta di una legge elettorale proporzionale con un premio di maggioranza?

Bisogna essere chiarissimi: il proporzionale con soglia di sbarramento significa che ci saranno collegi elettorali nei quali verranno eletti 7-10-15 candidati ma a livello nazionale serve una soglia di sbarramento tra il 4 e il 5, come è in Germania e infatti lì funziona. Ma dipende come vengono ritagliati i collegi, se i parlamentari da eleggere (n. d. GP) sono più di dieci si frammenta troppo il sistema, al contrario se sono molti meno si concentra troppo l’esito elettorale. L’importante è che ci sia una clausola di esclusione del 5% su soglia nazionale senza eccezione alcuna. Bisogna superare il 5% e poi si va alla divisone dei seggi.

A partire da queste basi pensa sia possibile il dialogo tra maggioranza e opposizione?

Diciamo che mi pare una discussione penosa: bisogna riuscire ad avere una proposta seria e discutere su quella. Solo così un qualche tipo di dialogo acquista di senso. In ogni caso questa idea può essere una buona base per dialogare ma, come detto, servono paletti ferrei. E poi alla riforma del premierato che ha in mente Meloni sarebbe collegato anche un nuovo sistema elettorale, come si fa a fare l’uno e non l’altro?

Pensa che, a proposito dell’idea di indicare il premier, Meloni stia tirando la corda perché sa che dall’altra la leadership di Schlein è messa in difficoltà da Conte?

Credo di sì e penso sia anche un’operazione che può fare con grande facilità. Il centrosinistra da questo punto di vista è malmesso ma l’indicazione del premier non è una cosa buona perché limiterebbe i poteri del presidente della Repubblica. Mi pare anche questa una discussione molto sterile. Ripeto: bisogna scegliere un sistema esistente che sappiamo funzionare e non inventarsi qualcosa di nuovo. Andiamo a vedere cosa funziona: o il sistema tedesco o quello francese, ma Meloni non vuole il doppio turno quindi non rimane che quello tedesco così com’è.

Nel dibattito sulla legge elettorale si richiama spesso la stabilità dei governi: le due cose sono collegate?

La stabilità non dipende dal meccanismo elettorale ma dalla capacità di formare delle colazioni e di tenerle insieme. L’attuale stabilità di Meloni non dipende dalla legge elettorale con la quale si è votato ma dal fatto che il suo è il partito più grande, lei è una guida solida e decisa e gli altri non hanno un’alternativa praticabile. La stabilità dipende dalla capacità di dare vita a coalizioni sufficientemente coese, programmatiche e leali. Il meccanismo elettorale poi può aiutare ma serve leadership politica.

Il centrosinistra ne troverà mai una condivisa dall’intera coalizione?

No perché non arriveremo mai a una situazione in cui Conte accetta la leadership del Pd. Sta facendo tutto il possibile per smentire questa tesi e questo rende debolissimo l’intero centrosinistra. Ci si arriverebbe con un sistema elettorale a doppio turno ma senza di esso è praticamente impossibile. Sappiamo che anche dentro al Pd ci sono delle remore e degli scrupoli sulla leadership di Schlein ed è anche giusto che sia così visto che non può vantare tanti successi finora. Ma a meno che non emerga un’alternativa vera che passi attraverso un voto bisogna rispondere positivamente a quello che la segretaria fa.

Si parla anche dell’ipotesi di primarie per tutti i partiti: cosa ne pensa?

L’obbligatorietà non deve esistere. Le primarie sono uno strumento che ciascun partito decide se utilizzare oppure no. Se c’è un candidato straordinariamente capace, perché sottoporlo a primarie? Servirebbe solo a indebolirlo. Ma se un partito lo scrive in statuto poi le deve fare. Il Pd ce l’ha e quindi le fa, FdI no e dunque può “permettersi” di non farle.

Data quindi per scontata la leadership di FdI, a Fi e Lega conviene una legge elettorale proporzionale con un premio di maggioranza?

Che cosa può essere migliore di una legge proporzionale per partiti che hanno al massimo il 10% di voti? Ne hanno bisogno, quindi ne scrivano una buona e salveranno il loro 10%. Quello che partiti del genere devono fare è imparare a negoziare con persone di alta qualità e ottenere cariche nel futuro governo sulla base dei voti elettorali ottenuti.

Pubblicato il 6 maggio 2025 su Il Dubbio

Con la riforma Meloni il capo dello Stato diventa una specie di orpello #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Il professore emerito Gianfranco Pasquino al Dubbio: «La maggioranza fa un grave errore nel non volere la sfiducia costruttiva. Ed è quasi sorprendente che il centrodestra non la voglia. Basti pensare che tra i governi più longevi in Europa ci sono quelli tedeschi di Khol e Merkel e quello spagnolo di Felipe Gonzales»

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, sulla riforma costituzionale della maggioranza spiega che «la logica vorrebbe che se chi viene eletto direttamente dal popolo poi perde la carica, allora si torna al voto, senza passare dal Parlamento» e che «la figura del presidente della Repubblica rimane una specie di orpello e di certo non sarà più una figura di garanzia come è ora».

Professor Pasquino, la convince la riforma per cui il presidente della Repubblica non nominerà più il presidente del Consiglio ma gli conferirà l’incarico, sulla base del voto dei cittadini?

Il presidente della Repubblica sarà obbligato a dare l’incarico al primo ministro eletto dai cittadini e non avrà spazio di discrezionalità. Se poi quel primo ministro viene meno per dimissioni, sfiducia o altro, a quel punto il capo dello Stato può indicare un altro capo del governo purché sia un parlamentare appartenente alla stessa maggioranza. Ma questo implica che la seconda volta non siamo più di fronte a un’elezione popolare diretta.

Secondo la maggioranza andrà comunque bene agli elettori che hanno votato una certa coalizione: non crede sarà così?

Che vada bene politicamente è un conto, ma nei fatti non è più un’elezione popolare diretta. Deciderebbe la maggioranza attraverso un accordo al suo interno ma a quel punto diventerebbe capo del governo qualcuno o qualcuna che non ha vinto le elezioni. La logica vorrebbe che se chi viene eletto direttamente dal popolo poi perde la carica, allora si torna al voto, senza passare dal Parlamento. E infatti il modello da cui tutto questo parte è il sindaco d’Italia. Se un sindaco perde la fiducia del suo consiglio comunale si torna a elezioni. In questo modo invece non dico che la logica istituzionale è stravolta ma certamente non lineare.

L’obiettivo è evitare i cosiddetti “ribaltoni”…

Si scrive che deve essere un parlamentare della maggioranza perché non si vogliono più tecnici o non parlamentari, come i vari Ciampi, Monti, Draghi, Renzi. Tecnicamente è un presidenzialismo, e la figura del presidente della Repubblica rimane una specie di orpello. Lo si lascia soltanto per non dare fiato alla critica di averlo eliminato, ma di certo non sarà più una figura di garanzia come è ora.

La riforma parla di un premio di maggioranza del 55% ma non si è ancora parlato di legge elettorale. Cosa implica questo?

Tanto per cominciare l’elemento cruciale è che vince chi ha un voto più dell’altro. Ma questo significa che chi vince potrebbe benissimo non avere la maggioranza assoluta dei votanti. Questo è un punto delicato e che ritengo importante. A questa “non maggioranza” viene dato un premio in seggi, anche se resta da vedere se poi la Corte costituzionale riterrà che questo premio sia accettabile. Non sapendo quale percentuale ha avuto la maggioranza, il premio potrebbe essere enorme. Supponiamo che ci siano due schieramenti attorno al 40 per cento e gli altri voti: in questo caso un premio del 15% sarebbe molto consistente. E quindi molto criticabile. Di certo ci deve essere un’indicazione di legge elettorale e di quale legge serve per eleggere il primo ministro. Non si può rimanere silenziosi su questo.

Quale impatto avrà il disegno proposto rispetto all’attuale sistema dei partiti?

Questa è una domanda difficile. Di fronte al pericolo di perdere le elezioni contro un centrodestra attorno al 42- 44 per cento, il centrosinistra dovrebbe unirsi. L’ammucchiata, come la chiamano a destra, in questo caso è chiaramente necessaria. Insomma bisogna che si faccia una coalizione a sostegno di qualcuno che non deve essere né del Pd né del M5S e che tenga unita la coalizione mostrandosi al tempo stesso convincente per gli elettori.

Insomma questa riforma potrebbe favorire il bipolarismo?

Non userei il verbo favorire, preferisco incoraggiare, suggerire, spingere verso quella direzione. Di certo è un incentivo alla sinistra a mettersi insieme.

Questa riforma “mette in guardia” le coalizioni rispetto alla necessità di compattarsi, mentre i piccoli partiti dovrebbero rendersi conto che a loro conviene entrare in una coalizione, così da risultare decisivi. Entrerebbero in Parlamento grazie al premio di maggioranza e potrebbero chiedere ruoli di ministro. Insomma tutto quello che il centrodestra dice di rifuggere, cioè inciuci, accordicchi e via dicendo, è favorito da questo disegno.

A proposito di piccoli partiti: Renzi sostena la riforma, differenziandosi dal resto delle opposizioni.

Renzi ha detto che questa riforma gli piace e quindi si candida a far parte della coalizione di destra. Lui voleva il sindaco d’Italia, ma pur essendo stato molto critico su questo punto riconosco che almeno in quel caso il presidente del Consiglio veniva eletto dalla maggioranza assoluta dei votanti tramite ballottaggio, mentre in questo caso non c’è nemmeno quello. Il ballottaggio è un sicuro dispensatore di opportunità politiche perché consente agli elettori di dare un voto decisivo e acquisire ulteriore informazioni tra primo e secondo turno, obbligando i candidati a trovare alleati e affinare la propria proposta.

L’opposizione resta ferma sull’idea di sfiducia costruttiva, presente in Germania e Spagna, che però non piace alla maggioranza: che ne pensa?

La maggioranza fa un grave errore nel non volere la sfiducia costruttiva. Ed è quasi sorprendente che il centrodestra non la voglia. Basti pensare che tra i governi più longevi in Europa ci sono quelli tedeschi di Khol e Merkel e quello spagnolo di Felipe Gonzales. Cioè i due paesi dove c’è la sfiducia costruttiva. Di per sé quindi la misura stabilizzerebbe il capo del governo nella sua carica.

Un altro punto è l’abolizione dei senatori a vita: che idea si è fatto?

È un istituto anziano di cui si può fare certamente a meno ma bisogna capire come onorare al massimo alcune figure di spicco della società. Ad esempio negli Usa c’è la medaglia alla libertà, ma di certo dei senatori a vita è stato fatto un cattivo uso perché alcuni capi dello Stato hanno nominato dei politici e questo non si doveva fare.

Pubblicato il 2 novembre 2023 su Il Dubbio

Bellezza Radicale: dialogo politico con il prof. Pasquino

Si sottovaluta spesso il dialogo come se fosse astratto, come se la parola non avesse peso, come se fosse niente, come se non avesse anima, come se non agisse. Poi, ci lamentiamo delle conseguenze. La parola va ascoltata, va sentita dentro di noi. La parola va data e, allo stesso tempo, va mantenuta. Sembra un paradosso, ma non lo è. La parola è viva, è concreta. Altrimenti, è soltanto chiacchiera. Se ci pensiamo bene, la parola espressa è già un’azione. L’ascolto attento delle parole è già un’azione. Ecco perché abbiamo parlato di democrazia, libertà, riforme istituzionali, diritti, cittadinanza, legge elettorale, Europa e Partiti politici. Insomma, la Bellezza Radicale presente nell’intervista al prof. Gianfranco Pasquino non sembri soltanto un susseguirsi di parole. Perché le parole non sono soltanto parole. Perché, alla fine, quelle che restano, nella vita come nei pensieri, nelle azioni come nei gesti, sono proprio le parole. Ascoltiamole…