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Dalle elezioni il governo esce rafforzato. Ora il premier accontenti il Pd #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Come soddisfare i dem? «Ad esempio con un atteggiamento molto favorevole sul rinnovo del reddito di cittadinanza, pur con le variazioni, sulle pensioni, sull’immigrazione e sullo ius soli»

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’università di Bologna, spiega che «Salvini e Meloni dovrebbero riflettere sui propri errori invece di scaricare le colpe su altri» e che il governo esce «appena rafforzato» dal voto, ma «ora Draghi deve rendersi conto che forse a qualche esigenza del Pd si deve rispondere».

Professor Pasquino, a chi è attribuibile la vittoria del centrosinistra alle Amministrative?

La vittoria è al 50 per cento di Letta. È stato ostinato, tenace, sobrio ed è riuscito a ottenere quello che voleva. Il restante 50 per cento è da dividere: attribuisco un 10 per cento a Conte, perché aveva fatto capire agli elettori del Movimento di votare per i candidati del centrosinistra; un 25 per cento agli stessi candidati, perché sono competenti e hanno buone idee per governare le loro città; un 15 per cento al programma complessivo del centrosinistra, che è meno contundente di quello del centrodestra. Sono rimasto stupefatto, come sa sono abbastanza critico del Pd ma Gualtieri, Lo Russo e anche Russo che ha perso a Trieste sono stati candidati efficaci. Insomma il centrosinistra ha scelto bene.

Il Movimento 5 Stelle è destinato a diventare junior partner del Pd nella coalizione di centrosinistra?

 Credo che ormai sia inevitabile. Il ruolo di Conte sarà quello di far passare alcune delle idee del Movimento nella coalizione. Non dimentichiamoci tuttavia che è riuscito a convincere una parte di elettori pentastellati romani che non era il caso di astenersi e men che mai di votare per Michetti. In una vittoria con il 60 per cento dei consensi è difficile che non ci siano anche elettori del M5S. Stessa cosa a Torino, ma a Roma l’apporto di Conte è stato diretto.

Letta ha parlato di coalizione larga, da Conte a Calenda, anche se quest’ultimo non è apparso molto entusiasta. Cosa ne pensa?

Credo che la coalizione debba fare affidamento sulle leadership che ci sono. Quindi purtroppo bisognerà parlare anche con Calenda e Renzi. Ma poi ci sono gli elettori, che sanno che o si allarga la colazione o il paese finisce in mano a Salvini e Meloni. Non sono affatto sicuro che Calenda riesca a convincere i suoi elettori a fare cose contronatura. Renzi ci proverà e alzerà il prezzo ma anche gli elettori di Italia viva sanno che è meglio sopravvivere in uno schieramento di centrosinistra che finire schiacciati da Lega e Fratelli d’Italia.

A proposito di Lega e Fratelli d’Italia, di chi è la colpa della sconfitta?

Salvini e Meloni dovrebbero riflettere sui propri errori invece di scaricare le colpe su altri. Non è il tempo che è mancato, sono loro che hanno scelto tardi i candidati. I quali sono stati pescati dai leader, prima di tutto Michetti e Bernardo. Scegliendo un politico a Milano il centrodestra sarebbe stato molto più competitivo. Dovrebbero riflettere anche sul fatto che i sondaggi fotografano una situazione per quel che riguarda l’andamento del partito ma dall’ultima fotografia sono accadute alcune cose, come il caso Morisi, il caso Fd’I a Milano, l’assalto alla Cgil. Fatti non prodotti dalla sinistra, ma dai loro seguaci.

La forte astensione è causata dalla pandemia, dal fatto che tutti i partiti tranne Fratelli d’Italia sostengono Draghi o cos’altro?

Lascerei stare Draghi, che non c’entra niente. Ci mancherebbe che collegassimo l’astensione alla soddisfazione o meno sul governo Draghi. Il punto è che chi vuole vincere deve saper mobilitare i propri elettori e sia Salvini che Meloni non l’hanno saputo fare. Il Pd evidentemente ha una capacità di mobilitazione maggiore. Forse la Meloni doveva impegnarsi di più in prima persona, non soltanto a Roma.

Non pensa ci sia comunque un problema di disaffezione nei confronti della politica?

Dell’astensionismo dobbiamo certamente preoccuparci, perché è chiaro che una parte di elettori crede poco in questa politica e quella parte va recuperata. Ci sono poi strumenti che facilitano la partecipazione, come il voto per posta, e questi strumenti ormai andrebbero presi in considerazione per recuperare un 5, forse 10 per cento di astenuti.

Crede che una legge elettorale di stampo proporzionale, di cui già si parla, porrebbe le basi per la nascita di un nuovo centro?

Non sono dell’idea di costruire un centro artificiale mettendo insieme Calenda, Renzi e altri. Vorrei che fosse un’operazione più limpida e non fatta solo per dare ragione al direttore del Corriere della Sera o a qualche suo editorialista. Poi possiamo anche avere una legge proporzionale ma dev’esserci uno sbarramento per evitare la frammentazione del sistema politico e per impedire il potere di ricatto di qualche partitino.

Crede che il Pd per la troppa euforia o la Lega per sparigliare le carte potrebbero staccare la spina al governo e chiedere elezioni anticipate?

Mi pare che dal punto di vista numerico non basta che la Lega esca dal governo perché si vada a votare. E sarebbe anche un atto abbastanza grave, non condiviso da almeno un terzo del partito. Il governo sarebbe uscito indebolito se avesse vinto il centrodestra. Ne esce invece come prima o forse appena rafforzato, ma ora Draghi deve rendersi conto che forse a qualche esigenza del Pd si deve rispondere.

In che modo?

Ad esempio avendo un atteggiamento molto favorevole sul rinnovo del reddito di cittadinanza, pur con delle variazioni, sulle pensioni, sull’immigrazione e sullo ius soli. Sarebbe il modo migliore per compensare il Pd, che è l’alleato fin qui più forte e credibile del governo.

Cosa cambia in vista del voto per il nuovo presidente della Repubblica?

È ancora troppo presto, dico solo che il nome giusto sarebbe quello di Pier Ferdinando Casini, che è un decano del Parlamento, apprezzato da tutti, con molte conoscenze e infine un bravo ragazzo. Ma su alcune candidature ci sarà uno scontro bestiale. Preferirei non venisse eletto Draghi, perché vorrei che il governo andasse avanti fino al 2023. Ma deve scegliere lui, che ne sa più di me e lei. È una sua scelta personale.

Pubblicato il 20 ottobre 2021 su Il Dubbio

Democrazia Futura. Mario Draghi fra Presidenza del Consiglio e Presidenza della Repubblica @Key4biz #DemocraziaFutura

Un bilancio della sua presenza a Palazzo Chigi e una previsione sul suo futuro istituzionale.

Un bilancio della presenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi e una previsione sul suo futuro istituzionale richiedono alcune premesse. Per fin troppo tempo, in maniera affannata e ripetitiva, il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana e alcuni editorialisti di punta (Aldo Cazzullo, Paolo Mieli, persino Ferruccio de Bortoli) hanno criticato i governi e i capi di governo non eletti (dal popolo), non usciti dalle urne (Antonio Polito) (1).

La nomina di Mario Draghi alla Presidenza del Consiglio li ha finora zittiti tutti nonostante la sua non elezione popolare e il suo non essere uscito da nessuna urna.

Forse, però, siamo già entrati, sans faire du bruit, in una nuova fase del pensiero costituzionale del Corriere. Draghi vive e opera in “una sorta di semipresidenzialismo sui generis”, sostiene Ernesto Galli della Loggia (2) non senza lamentarsi per l’ennesima volta della sconfitta delle riforme renziane che avrebbero aperto “magnifiche sorti e progressive” al sistema politico italiano senza bisogno di semipresidenzialismo e neppure del voto di sfiducia costruttivo German-style. Fermo restando che le forme di governo cambiano esclusivamente attraverso trasformazioni costituzionali mirate, esplicite, sistemiche, la mia tesi è che Draghi è il capo legittimo di un governo parlamentare che, a sua volta, è costituzionalmente legittimo: “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (art. 94).Tutti i discorsi sull’operato, sulle prospettive, sui rischi del governo Draghi si basano su aspettative formulate dai commentatori politici  da loro variamente interpretate e criticate.

Sospensione della democrazia o soluzione costituzionale flessibile del parlamentarismo?

Lascio subito da parte coloro che hanno parlato di sospensione della democrazia poiché, al contrario, stiamo vedendo all’opera proprio la democrazia parlamentare come saggiamente delineata nella Costituzione italiana. Sono la flessibilità del parlamentarismo Italian-style e l’importantissima triangolazione fra Presidenza della Repubblica, Governo e Parlamento che per l’ennesima (o, se si preferisce, la terza volta dopo Dini 1995-1996; e Monti 2011-2013) volta ha prodotto una soluzione costituzionale a problemi politici e istituzionali.

Il discorso sulla sospensione della politica merita appena più di un cenno. Infatti, nessuno dei leader politici ha “sospeso” le sue attività e le elezioni amministrative si svolgono senza nessuna frenata né distorsione. Aggiungo che non soltanto Draghi è consapevole che quel che rimane dei partiti ha la necessità di ingaggiare battaglie politiche, ma anche che, da un lato, prende atto di questa “lotta” politica, dall’altro, la disinnesca se non viene portata nel Consiglio dei Ministri.

Sbagliano, comunque, coloro che attribuiscono a Draghi aspettative e preferenze del tipo “non disturbate il manovratore”. Al contrario, se volete disturbare è imperativo che le vostre posizioni siano motivate con riferimento a scelte e politiche che siano nella disponibilità del governo e dei suoi ministri. Chi ha, ma so che sono pochissimi/e, qualche conoscenza anche rudimentale del funzionamento del Cabinet Government inglese (certo, costituito quasi sempre da un solo partito), nel quale può manifestarsi la supremazia del Primo ministro, dovrebbe apprezzare positivamente la conduzione di Draghi.

I veri nodi da sciogliere: ristrutturazione del sistema dei partiti e accountability

A mio modo di vedere rimangono aperti due problemi: la ristrutturazione del sistema di partiti e la accountability. Il primo si presenta come un wishful thinking a ampio raggio, privo di qualsiasi conoscenza politologica. Il secondo è, invece, un problema effettivo di difficilissima soluzione.

Non conosco casi di ristrutturazione di un sistema di partiti elaborata e eseguita da un governo, dai governanti. Fermo restando che in nessuna delle sue dichiarazioni Draghi si è minimamente esposto e impegnato nella direzione di una qualsivoglia (necessità di) ristrutturazione, facendo affidamento sull’essenziale metodo della comparazione la scienza politica indica tre modalità attraverso le quali un sistema di partiti potrebbe ristrutturarsi: leggi elettorali; forma di governo; emergere di una nuova frattura politica.

Leggi elettorali, forma di governo, emergere di fratture politiche o sociali

Quanto alle leggi elettorali, pur tecnicamente molto perfezionabile, la legge Matttarella, grazie ai collegi uninominali nei quali venivano eletti tre quarti dei parlamentari, incoraggiò la competizione bipolare e la formazione di due coalizioni, che, più a sinistra che a destra, fossero coalizioni molto composite,  è responsabilità dei dirigenti dei partiti. Fu un buon inizio. Oggi ci vuole molto di più per ristrutturare il sistema dei partiti. Non può essere compito di Draghi e del suo governo, ma i dirigenti dei partiti e i capicorrenti tutto desiderano meno che una legge elettorale che offra più opportunità agli elettori e più incertezza e rischi per candidati e liste. 

La spinta forte alla ristrutturazione potrebbe sicuramente venire da un cambio nella forma di governo. Da questo punto di vista, il semipresidenzialismo di tipo francese è davvero promettente per chi volesse imprimere dinamismo al sistema politico italiano. Mentre mi pare di sentire da lontano le classiche irricevibili critiche alle potenzialità autoritarie della Quinta Repubblica, ricordo di averne fatto oggetto di riflessione e valutazione in più sedi (3) e respingo l’idea che all’uopo sia necessaria la trasformazione di Draghi in novello de Gaulle. Naturalmente, non sarà affatto facile per nessuno imporre una trasformazione tanto radicale se non in presenza di una non augurabile crisi di grande portata.

La terza modalità che potrebbe obbligare alla ristrutturazione del sistema dei partiti è la comparsa di una frattura sociale e politica di grande rilevanza che venga sfruttata sia da un partito esistente e dai suoi leader sia da un imprenditore politico (terminologia che viene da Max Weber e da Joseph Schumpeter).

La frattura potrebbe essere quella acutizzata e acutizzabile fra europeisti e sovranisti, sulla scia di quanto scrisse Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene. Potrebbe anche manifestarsi qualora si giungesse ad una crescita intollerabile di diseguaglianze, non solo economiche, cavalcabile da un imprenditore che offra soluzioni in grado di riaggregare uno schieramento. In entrambi i casi, la ristrutturazione andrebbe nella direzione di un bipolarismo che taglierebbe l’erba sotto ai piedi di qualsiasi centro che, lo scrivo per i nostalgici, non è mai soltanto luogo di moderazione, ma anche di compromissione ovvero, come scrisse l’autorevole studioso francese Maurice Duverger, vera e propria palude.

I compiti ambiziosi su cui potremo valutare l’operato del governo Draghi e il futuro del premier in politica e nelle istituzioni

Il governo Draghi in quanto tale non può incidere su nessuno di questi, peraltro molto eventuali e imprevedibili, sviluppi. La sua esistenza garantisce lo spazio e il tempo per chi volesse e sapesse agire per conseguire l’obiettivo più ambizioso. Nulla di più, giustamente. Draghi e il suo governo vanno valutati con riferimento alle loro capacità di perseguire e conseguire il rinnovamento di molti settori dell’economia italiana, la riforma della burocrazia, l’ammodernamento della scuola e l’introduzione di misure che producano maggiore e migliore coesione sociale. Sono tutti compiti necessariamente ambiziosissimi.

Per valutarne il grado di successo bisognerà attendere qualche anno, ma fin d’ora è possibile affermare che il governo ha impostato bene e fatto molto.

Qui si situa il discorso che non può essere sottovalutato sul futuro di Draghi in politica e nelle istituzioni. I precedenti di Lamberto Dini e di Mario Monti dovrebbero scoraggiare Draghi a fare un suo partito, operazione che, per quel che lo conosco, non sta nelle sue corde e non intrattiene. Ricordando a tutti che Draghi è stato reclutato per un incarico specifico: Presidente del Consiglio (dunque, sì, in democrazia le autorità possono essere tirate per la giacca!), procedere alla sua rimozione per una promozione al Colle più alto, richiede convincenti motivazioni, sistemiche prima ancora che personali.

È assolutamente probabile, addirittura inevitabile, che, senza farsene assorbire e sviare, Draghi stesso stia già valutando i pro e i contro di una sua ascesa al Quirinale.

Non credo che il grado di avanzamento nell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sarà già a fine gennaio 2022 tale da potere ritenere che viaggerà sicuro senza uscire dai binari predisposti dal governo. Però, è innegabile che esista il rischio che il prossimo (o prossima) Presidente non sia totalmente sulla linea europeista e interventista del governo Draghi. Così come è reale la possibilità che il successore di Mattarella sia esposto a insistenti e possenti pressioni per lo scioglimento del Parlamento e elezioni anticipate con la vittoria annunciata dei partiti di destra e dunque governo nient’affatto europeista, se non addirittura programmaticamente sovranista.

L’ipotesi plausibile di Draghi al Quirinale alle prese con la formazione del governo dopo le elezioni del 2023: verso una coabitazione all’italiana?

Non è, dunque, impensabile che negli incontri che contano Draghi si dichiari disponibile ad essere eletto Presidente della Repubblica.

A partire dalla data della sua elezione Draghi avrebbe sette anni per, se non guidare, quantomeno orientare alcune scelte politiche e istituzionali decisive.:

  • Anzitutto, non procederà a sciogliere il Parlamento se vi si manifesterà una maggioranza operativa a sostegno del governo che gli succederà.
  • Avrà voce in capitolo nella nomina del Presidente del Consiglio e di non pochi ministri.
  • Rappresenterà credibilmente l’Italia nelle sedi internazionali.

Qualora dopo le elezioni del 2023 si formasse eventualmente un governo di centro-destra Draghi Presidente della Repubblica ne costituirà il contrappeso non soltanto istituzionale, ma anche politico per tutta la sua possibile durata.

In questa chiave, forse, si può, ma mi pare con non grandi guadagni analitici, parlare di semipresidenzialismo di fatto nella versione, nota ai francesi, della coabitazione: Presidente versione europeista contrapposto a Capo del governo di persuasione sovranista. Il capo del governo governa grazie alla sua maggioranza parlamentare, ma il Presidente della Repubblica può sciogliere quel Parlamento se ritiene che vi siano problemi per il buon funzionamento degli organismi costituzionali (ed è probabile che vi saranno).

L’irresponsabilità del capo di governo non politico. Uno stato di necessità e un vulnus non attribuibile a Draghi.

Concludo con un’osservazione che costituisce il mio apporto “originale” alla valutazione dei governi guidati da non-politici.

Ribadisco che non vedo pericoli di autoritarismo e neppure rischi di apatia nell’elettorato e di conformismo.

Nell’ottica della democrazia il vero inconveniente del capo di governo non-politico è la sua sostanziale irresponsabilità. Non dovrà rispondere a nessuno, tranne con un po’ di sana retorica a sé stesso e alla sua coscienza, di quello che ha fatto, non fatto, fatto male.

Poiché la democrazia si alimenta anche di dibattiti e di valutazioni sull’operato dei politici, l’irresponsabilità, cioè la non obbligatorietà e, persino, l’impossibilità di qualsiasi verifica elettorale a meno che Draghi intenda, commettendo, a mio modo di vedere, un errore, creare un partito politico oppure porsi alla testa di uno schieramento, esistente o da lui aggregato,   rappresenta un vulnus. Non è corretto attribuire il vulnus a Draghi, ma a chi ha creato le condizioni che hanno reso sostanzialmente inevitabile la sua chiamata. Ne ridurremo la portata grazie alla nostra consapevolezza dello stato di necessità, ma anche se i partiti e i loro dirigenti sapranno operare per impedire la futura ricomparsa di un altro stato di necessità. È lecito dubitarne.

Note al testo

  • Ho criticato le loro analisi e proposte in un breve articolo: Cfr. Gianfranco Pasquino,Ma di cosa parlate, cosa scrivete?”, Comunicazione Politica, XXII, (1), gennaio-aprile, pp.103-108.
  • Ernesto Galli della Loggia, “Il sistema politico che cambia”, Il Corriere della Sera, 8 settembre 2021.  
  • Si vedano i miei contributi in: Stefano Ceccanti, Oreste Massari, Gianfranco Pasquino,  Semipresidenzialismo. Analisi delle esperienze europee, Bologna, il Mulino, 1996, 148 p. e il capitolo conclusivo: “Una Repubblica da imitare?” del libro da me curato insieme a Sofia Ventura, Una splendida cinquantenne: la Quinta Repubblica francese, Bologna, il Mulino, 2010, 283 p. [pp. 249-281].   

Pubblicato il 14 settembre 2021 su Key4biz

Democrazia Futura. Germania: la legge elettorale. Rappresentanza proporzionale personalizzata @Key4biz #DemocraziaFutura

La cruciale scelta nel dopoguerra della formula adottata per la Repubblica Federale Tedesca. Nel nuovo articolo di approfondimento per Democrazia Futura, il professori Gianfranco Pasquino descrive minuziosamente la legge elettorale scelta dalla Germania.

Dopo l’esame del quadro politico delle forze in campo e dei sondaggi alla vigilia delle elezioni tedesche, Gianfranco Pasquino  descrive minuziosamente la legge elettorale tedesca. L’Accademico dei Lincei considera “cruciale” la “scelta  nel dopoguerra della formula adottata per la Repubblica Federale Tedesca” che definisce nel titolo come un sistema di “Rappresentanza proporzionale personalizzata”: Rilevato e ribadito – nella premessa – che “da nessuna parte al mondo nelle democrazie, parlamentari, presidenziali, semi-presidenziali, la legge elettorale serve a eleggere il governo (può, però, eleggere il capo dell’esecutivo nei presidenzialismi e nei semi-presidenzialismi), l’obiettivo è eleggere un Parlamento, un’assemblea rappresentativa. Allora, i due criteri da utilizzare per valutare la bontà di una legge elettorale sono: 1. la quantità di potere conferito agli elettori; 2. La qualità della rappresentanza politica. Anticipo e spiego: quanto i parlamentari eletti sappiano di dovere la loro carica agli elettori e in che modo agiscano per mantenere un rapporto il più stretto possibile con l’elettorato, loro e più in generale”, il decano dei nostri scienziati politici allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, propone di applicare questi due criteri per valutare i diversi sistemi “Dal sistema elettorale maggioritario inglese  [definito “il padre di tutti i sistemi maggioritari”] ai diversi sistemi proporzionali per dimensioni delle circoscrizioni e formule di assegnazione dei seggi, ed eventuali barriere di accesso”, ovvero alle “numerose varietà di leggi elettorali che collegano la percentuale di voti ottenuti dai partiti alle percentuali di seggi nell’assemblea elettiva”.  Nello specifico, dopo aver ricordato “Le posizioni in campo nel secondo dopoguerra” in materia al momento della nascita della Repubblica Federale Tedesca, Pasquino, dopo aver smentito alcune affermazioni secondo le quali “il crollo della Repubblica di Weimar era dipeso anche, addirittura soprattutto, dalla legge elettorale proporzionale”, descrive le posizioni articolate delle forze politiche allora in campo, con “i socialdemocratici a favore di una legge proporzionale, loro rivendicazione storica già nella Germania imperiale, mentre la maggioranza dei democristiani e i liberali [che] dichiararono la preferenza per un sistema maggioritario”. Ripercorre poi “L’accordo” che porta all’introduzione della “soglia di accesso al Bundestag, della scheda elettorale con il doppio voto e [al] criterio di assegnazione dei seggi”: Quando si vide che molti/troppi partitini si presentavano alle elezioni, nel 1949 e nel 1953, tenute, con qualche variazione, con un sistema proporzionale, i tre partiti già relativamente consolidati addivenneroalla decisione di introdurre una soglia di accesso al Bundestag, cinque per cento dei voti su scala nazionale (erano state utilizzate soglie anche in alcuni Länder). Per dare potere agli elettori, la scheda elettorale tedesca è divisa in due parti. Nella prima parte, a sinistra di chi guarda stanno i nomi dei singoli candidati nei collegi uninominali; nella parte destra stanno i simboli dei partiti e i tre, quattro, cinque nomi dei candidati di ciascun partito nelle circoscrizioni di ogni specifico Land. Alcuni dei candidati possono anche essere gli stessi del collegio uninominale. Naturalmente, gli elettori hanno la facoltà di votare il candidato/a del Partito A nel collegio uninominale e la lista del Partito B nella seconda parte della scheda.  I seggi vengono assegnati con riferimento alla percentuale di voti ottenuti nelle seconde schede. I partiti che non superano il 5 per cento semplicemente non entrano al Bundestag. Infine venne inserita La clausola a tutela delle minoranze regionali che consente “l’ingresso in Parlamento con tre mandati diretti” conquistati nei collegi uninominali  a formazioni che non raggiungono il 5 per cento sul piano nazionale. Ai partiti i cui candidati riuscissero a vincere in almeno tre collegi uninominali vengono assegnati tanti seggi quanti ne corrispondono alla percentuale complessiva di voti ottenuti”. Un tale meccanismo – come  emerge dalla tabella contenente i risultati della consultazione – non ha impedito “La frammentazione del Bundestag eletto nel 2017 [nel quale “addirittura sette partiti hanno superato la soglia del 5 per cento”]- nonostante lo sbarramento del 5 per cento”. Pasquino rileva infine il valore del “doppio voto strategico”  e i 49 mandati aggiuntivi assegnati: “Grande è il numero di elettori/trici tedeschi/e che approfittano del doppio voto per fare scelte definibili come strategiche. Poiché sono i candidati/e dei due partiti grandi ad avere le maggiori probabilità di vincere nei collegi uninominali, su di loro convergono anche molti voti di elettori che nella parte proporzionale scelgono per necessità e intelligenza (fare superare la soglia al partito preferito) un altro partito: i Liberali (1 milione 700 voti in meno nell’uninominale), i Verdi (450 mila voti in meno), mentre i candidati della CDU ottengono 1 milione e 600mila voti in più della lista del loro partito e quelli della SPD 1 milione e 900 mila in più. Ė grazie a questa tendenza a convergere su un certo numero di candidature uninominali che si produce il fenomeno dei mandati aggiuntivi che nelle elezioni del 2017 sono stati addirittura 49. Per evitare uno squilibrio troppo favorevole ai partiti grandi, in quella consultazione solo la CDU/CSU, sono stati previsti i cosiddetti mandati compensativi, ben 62, ricalcolati in base alle percentuali ottenute e distribuiti a tutti gli altri partiti”.

Quantità di  potere conferito agli elettori e qualità della rappresentanza politica

La scelta di un sistema elettorale non è mai un fatto puramente tecnico. Non soltanto perché non esiste un sistema elettorale perfetto come affermano banalmente molti che, poi, non sono in grado di formulare i criteri con i quali valutare le leggi elettorali preferibili, ma perché, se esistesse la legge elettorale perfetta, tutti (o quasi) vorrebbero adottarla. Elementare. Ciò detto, chi ha letto qualche testo in materia elettorale sa che esistono leggi buone e leggi meno buone e che alcune leggi elettorali si sono dimostrate e sono migliori di altre. Naturalmente, per stabilire che cosa è buono e che cosa no nella valutazione delle leggi elettorali, è imperativo possedere e esplicitare i criteri con i quali valutarle. Rilevato e ribadito che da nessuna parte al mondo nelle democrazie, parlamentari, presidenziali, semi-presidenziali, la legge elettorale serve a eleggere il governo (può, però, eleggere il capo dell’esecutivo nei presidenzialismi e nei semi-presidenzialismi), l’obiettivo è eleggere un Parlamento, un’assemblea rappresentativa. Allora, i due criteri da utilizzare per valutare la bontà di una legge elettorale sono: 1. la quantità di potere conferito agli elettori; 2. La qualità della rappresentanza politica. Anticipo e spiego: quanto i parlamentari eletti sappiano di dovere la loro carica agli elettori e in che modo agiscano per mantenere un rapporto il più stretto possibile con l’elettorato, loro e più in generale.

Dal sistema elettorale maggioritario inglese ai diversi sistemi proporzionali per dimensioni delle circoscrizioni e formule di assegnazione dei seggi, ed eventuali barriere di accesso

Questi due criteri sono stati usati, più o meno consapevolmente, quando ciascun sistema politico ha dovuto dotarsi di una legge elettorale. Comprensibilmente, gli “ingegneri” elettorali tenevano in grande conto anche le loro prospettive/possibilità di vincere il maggior numero di seggi, forse, più spesso, di evitare sconfitte numeriche e politiche fino al caso peggiore: l’esclusione dalla assemblea elettiva. Nacque prima il sistema elettorale maggioritario inglese che, potremmo dire, è il padre di tutti i sistemi maggioritari. In seguito, proprio per scongiurare sconfitte politiche devastanti che il maggioritario amplifica e per mantenere un po’ di rappresentanza parlamentare, nel 1891 a partire dal Belgio fecero la loro comparsa i sistemi elettorali proporzionali.  

Oggi ne esiste una grande varietà con o senza clausole percentuali di accesso al Parlamento, con circoscrizioni di dimensioni piccole, medie, grandi, con diverse formule di assegnazione dei seggi: d’Hondt[1], Sainte Laguë[2], Hare[3] e loro combinazioni. In sintesi, “la” proporzionale non esiste; esistono numerose varietà di leggi elettorali che collegano la percentuale di voti ottenuti dai partiti alle percentuali di seggi nell’assemblea elettiva.

Da ultimo, sappiamo che alcune leggi elettorali offrono ai votanti la possibilità di esprimere una o più preferenze per i candidati, mentre altri sono caratterizzati da liste chiuse e bloccate. 

Questa premessa lunghetta, che potrebbe essere ulteriormente elaborata, ha come obiettivo principale quello di suggerire di non fidarsi dei terribili semplificatori che non conoscono le clausole delle leggi elettorali, non sanno spiegarle, non ne comprendono le modalità con le quali impattano sul cittadino/a al momento della formazione e poi espressione dell’intenzione di voto e sui partiti e sui sistemi di partito.

Quale sistema elettorale per la Repubblica Federale. Le posizioni in campo nel secondo dopoguerra

Da almeno settant’anni, con la pubblicazione nel 1951 del fondamentale volume di Maurice Duverger, Les partis politiques[4], gli studiosi analizzano, approfondiscono, affinano le loro ipotesi e generalizzazioni anche in chiave operativa.

Quando nel 1948-49 si pose il problema di quale legge elettorale scrivere per la Repubblica federale tedesca non c’erano terribili semplificatori fra gli uomini politici tedeschi, gli studiosi, gli esuli che erano soprattutto negli Stati Uniti e, naturalmente, i policy-makers USA e i loro consulenti. La posizione più drastica totalmente ostile alla rappresentanza proporzionale fu espressa coerentemente dal politologo Ferdinand Hermens, autore di studi importanti e appassionati pubblicati all’inizio degli anni Quaranta[5].

Fra gli alleati, gli inglesi non caldeggiarono particolarmente la loro legge elettorale maggioritaria, ma, insieme agli americani, espressero il loro favore per una qualche modalità che consentisse all’elettorato tedesco di scegliere non soltanto i partiti, ma anche le persone.

Anche se la rappresentanza proporzionale utilizzata durante la Repubblica di Weimar era, forse, in parte, responsabile di alcuni problemi di funzionamento del Parlamento e del governo, nessuno affermò drasticamente, come fanno alcuni italiani nostri contemporanei[6], che il crollo di Weimar era dipeso anche, addirittura soprattutto, dalla legge elettorale proporzionale.

Qui è utile una riflessione sui verbi. La proporzionale causa la frammentazione dei partiti? La proporzionale consente la frammentazione? La proporzionale fotografa (questo è il verbo usato da Giovanni Sartori) un sistema di partiti frammentati? La proporzionale non pone un freno/non scoraggia le scissioni dei partiti esistenti (è la mia convinzione). In questo ambito le analisi comparate sono molto carenti.  

La proporzionale aveva dato il suo contributo, ma davvero piccolo e sicuramente non decisivo, al crollo di Weimar, ma molti altri fattori furono all’opera in quei tremendi anni. Traggo da un libro prezioso: Hagen Schulze, La Repubblica di Weimar. La Germania dl 1917 al 1933[7] una lezione da non dimenticare. Non sono le democrazie che muoiono, sono le élite: istituzionali, burocratiche, economiche e militari che affossano le democrazie.

Comunque, fin dall’inizio della discussione sulla legge elettorale, i socialdemocratici si schierarono a favore di una legge proporzionale, loro rivendicazione storica già nella Germania imperiale, mentre la maggioranza dei democristiani e i liberali dichiararono la preferenza per un sistema maggioritario. I democristiani si sentivano (ed erano) molto forti e avrebbero tratto grande vantaggio da un maggioritario, mentre i liberali pensavano che il maggioritario avrebbe spazzato via tutti i competitori che erano più deboli di loro.

L’accordo sulla soglia di accesso al Bundestag,  la scheda elettorale con il doppio voto e il criterio di assegnazione dei seggi

Quando si vide che molti/troppi partitini si presentavano alle elezioni, nel 1949 e nel 1953, tenute, con qualche variazione, con un sistema proporzionale, i tre partiti già relativamente consolidati addivennero alla decisione di introdurre una soglia di accesso al Bundestag, cinque per cento dei voti su scala nazionale (erano state utilizzate soglie anche in alcuni Länder).

Per dare potere agli elettori, la scheda elettorale tedesca è divisa in due parti. Nella prima parte, a sinistra di chi guarda stanno i nomi dei singoli candidati nei collegi uninominali; nella parte destra stanno i simboli dei partiti e i tre, quattro, cinque nomi dei candidati di ciascun partito nelle circoscrizioni di ogni specifico Land. Alcuni dei candidati possono anche essere gli stessi del collegio uninominale. Naturalmente, gli elettori hanno la facoltà di votare il candidato/a del Partito A nel collegio uninominale e la lista del Partito B nella seconda parte della scheda.

I seggi vengono assegnati con riferimento alla percentuale di voti ottenuti nelle seconde schede. I partiti che non superano il 5 per cento semplicemente non entrano al Bundestag. Ci sono stati casi importanti di esclusione: nel 1969 la NPD (Nationaldemokratische Partei Deutschlands) ottenne il 4,8 e rimase fuori. Nel 1990, nelle prime elezioni dopo la riunificazione, furono i Verdi con all’incirca il 4 per cento dei voti ad essere esclusi. Nel 2013 toccò ai Liberali (FDP) con il 4,8 per cento a non superare la soglia. Insomma, il 5 per cento è servito a scoraggiare la frammentazione partitica.

La clausola a tutela delle minoranze regionali: l’ingresso in Parlamencon tre mandati diretti

Proprio perché la soglia è relativamente difficile da superare, gli “ingegneri” elettorali tedeschi ebbero una preoccupazione, quella di non tagliare fuori dalla rappresentanza parlamentare partiti piccoli con seguito elettorale geograficamente concentrato (come, ad esempio, la minoranza di lingua danese nello Schleswig-Holstein). Pertanto, decisero di introdurre una clausola poco nota e spesso trascurata nell’analisi del sistema, ma interessante e significativa. Ai partiti i cui candidati riuscissero a vincere in almeno tre collegi uninominali vengono assegnati tanti seggi quanti ne corrispondono alla percentuale complessiva di voti ottenuti.

Curiosamente, la minoranza che venne così protetta e salvata non fu etnica, linguistica, geografica, ma politica: gli ex-comunisti della (cosiddetta) Repubblica democratica tedesca. Nelle elezioni del 1994 il loro partito non riuscì a superare la soglia del 5 percento, attestandosi al 4,39, ma quattro dei candidati ex-comunisti vinsero nei collegi uninominali (tre a Berlino Est dove la nomenklatura e le loro famiglie erano concentrate) portando al Bundestag  complessivamente 26 deputati. Nel 1998 andarono appena al di sopra della soglia, ma nel 2002 si fermarono al di sotto del 4 per cento nazionale. Poiché nei collegi uninominali furono elette soltanto due loro candidate, il partito non ottenne altri seggi.

La frammentazione del Bundestag eletto nel 2017 nonostante lo sbarramento del 5 per cento: il doppio voto strategico e i 49 mandati aggiuntivi assegnati

Nelle elezioni del 2017 addirittura sette partiti hanno superato la soglia del 5 per cento. La perdita di voti a destra della CDU, a sinistra, ma anche a favore dei Verdi, della SPD ha consentito a, rispettivamente, Liberali e Alternative für Deutschland, a Die Linke e, appunto, ai Verdi, di ottenere buoni, quasi ottimi, risultati. La tabella, che verrà utile anche per il confronto con i risultati delle prossime imminenti (fine settembre) elezioni, mette in chiara evidenza un dato importante.

Grande è il numero di elettori/trici tedeschi/e che approfittano del doppio voto per fare scelte definibili come strategiche. Poiché sono i candidati/e dei due partiti grandi ad avere le maggiori probabilità di vincere nei collegi uninominali, su di loro convergono anche molti voti di elettori che nella parte proporzionale scelgono per necessità e intelligenza (fare superare la soglia al partito preferito) un altro partito: i Liberali (1 milione 700 voti in meno nell’uninominale), i Verdi (450 mila voti in meno), mentre i candidati della CDU ottengono 1 milione e 600 mila voti in più della lista del loro partito e quelli della SPD 1 milione e 900 mila in più. Ė grazie a questa tendenza a convergere su un certo numero di candidature uninominali che si produce il fenomeno dei mandati aggiuntivi che nelle elezioni del 2017 sono stati addirittura 49. Per evitare uno squilibrio troppo favorevole ai partiti grandi, in quella consultazione solo la CDU/CSU, sono stati previsti i cosiddetti mandati compensativi, ben 62, ricalcolati in base alle percentuali ottenute e distribuiti a tutti gli altri partiti. Dovremmo valutare positivamente questo esito poiché contribuisce ad una più comprensiva rappresentanza politica, ma una camera di 709 parlamentari è certamente pletorica. Sul punto, in Germania, è in corso una discussione.

Lo scambio di voti fra liberali e democristiani e fra socialdemocratici e verdi

Ai tempi della loro alleanza, i liberali invitavano parte dei loro elettori a votare i candidati democristiani in cambio di voti democristiani per la lista della FDP, mai troppo sicura di superare la soglia del 5 per cento. Anche per rafforzare la loro coalizione che si candidava a governare, Socialdemocratici e Verdi concordarono scambi simili nelle elezioni del 1998 e del 2002. In maniera sistematica nella terza edizione, uscita nel 2007, del mio volume Sistemi politici comparati[8] ho presentato i numeri assoluti di voti ottenuti da tutti i partiti in quattro tornate elettorali 1994, 1998, 2002, 2005 dove appaiono visibilissimi gli scambi fra SPD e Verdi. Come sempre, la comparazione offre il materiale utile a comprendere quanto l’elettorato tedesco abbia imparato a utilizzare il voto disgiunto anche seguendo in larga misura le indicazioni dei dirigenti di partito.

Conclusioni. Un sistema importabile, purché con tutti i suoi elementi portanti

In conclusione, i pregi del sistema elettorale tedesco, correttamente definito “proporzionale personalizzata”, sono molti. Consente buona rappresentanza delle preferenze degli elettori. Contiene la frammentazione dei partiti. Incoraggia la indicazione delle coalizioni di governo. Conferisce, grazie al doppio voto, notevole potere agli elettori.

Sicuramente, è imitabile/importabile.

Ne conosciamo a grandi linee le conseguenze, ma sappiamo anche che se viene privato di alcuni suoi elementi portanti: la clausola di esclusione dal Parlamento, il doppio voto, i collegi uninominali, diventerà qualcos’altro non definibile e con conseguenze certamente meno positive di quelle registrate in Germania fino ad aggi. Caveant reformatores!


[1] Il metodo D’Hondt, inventato e descritto per la prima volta dallo studioso belga Victor D’Hondt nel 1878, è un metodo matematico per l’attribuzione dei seggi nei sistemi elettorali che utilizzano il metodo proporzionale. Questo sistema prevede che si divida il totale dei voti di ogni lista per 1, 2, 3, 4, 5… fino al numero di seggi da assegnare nel collegio, e che si assegnino i seggi disponibili in base ai risultati in ordine decrescente. Il sistema, da lui ideato, è trattato nel suo saggio. Cfr. Victor D’Hondt, Système pratique et raisonné de représentation proportionnelle, Bruxelles, C. Muquardt, 1892.

[2] Il metodo Sainte-Laguë della media più alta (equivalente al metodo di Webster), detto anche metodo del divisore con arrotondamento standard, è una modalità di attribuzione dei seggi in modo proporzionale per le assemblee rappresentative a seguito di elezioni. Il metodo prende nome dal matematico francese André Sainte-Laguë. Questo metodo è strettamente relazionato al metodo D’Hondt, anche se senza il favoritismo espresso verso i partiti maggiori che esiste in quest’ultimo.

[3] Il metodo Hare o Hare-Niemeyer (o dei resti più alti), è un metodo matematico per l’attribuzione dei seggi nei sistemi elettorali che utilizzano il metodo proporzionale. È uno (e il più rappresentativo) dei possibili metodi “del quoziente e i più alti resti”, che stabilisce la quota di voti che bisogna raggiungere per ottenere un seggio. Porta il suo nome da Thomas Hare (1806-1891), un britannico che inventò il sistema dei quozienti utilizzati anche nel meccanismo del voto singolo trasferibile. L’altro nome è quello del matematico tedesco Horst Friedrich Niemeyer (1931-2007) che ha dato il suo nome al metodo usato dal Bundestag dal 1987 al 2005.

[4] Maurice Duverger, Les Partis politiques, Paris, Arnand Colin, 1951, IX-476 p. Traduzione italiana: I partiti politici, Milano, edizioni di Comunità, 961, 497 p.

[5] Ferdinand H. Hdrmen Democracy or Anarchy? A Study of proportional representation. Notre Dame Indiana, The Review of Politics, University of Notre Dame Press, 1941, XXX-447 p. Ristampato con un supplemento dall’autore: New York, Johnson Reprint Corp., 1972.

[6] L’autore di questo testo allude al saggio di Gian Enrico Rusconi, La crisi di Weimar. Crisi di sistema e sconfitta operaia, Torino, Einaudi, 1977, 527 p. che ebbe grande eco nel dibattito italiano degli anni Settanta su come uscire dalla frammentazione che caratterizzava il quadro politico di quella fase [N.d.C.]

[7] Hagen Schulze, Weimar. Deutschland, 1917-1933, Muenchen, Siedler Verlag, 1985, 464 p. Traduzione italiana: La Repubblica di Weimar. La Germania dl 1917 al 1933, Bologna, il Mulino, 1987, 538 p.

[8] Gianfranco Pasquino, Sistemi politici comparati. Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Stati Uniti. Terza edizione, Bologna, Bononia University Press, 2007, VI-173 p. [si veda in particolare la p. 38].

Pubblicato il 9 settembre 2021 su Key4biz

Pd e 5 Stelle? Le alleanze organiche sono solo nella testa dei leader @formichenews

Non bisogna mai, ma proprio mai, parlare di federazioni, scrive Gianfranco Pasquino. Perché nelle democrazie parlamentari con sistemi multipartitici queste si fanno in Parlamento contati i voti e i seggi. Se non incentivate da leggi elettorali, sono solo parti mentali

Sì, lo so, bisogna guardare “con rispetto” ai travagli interni agli altri partiti, ma, aggiungo subito, soltanto se si è dirigenti di partiti a loro volta abbastanza travagliati e che non sanno che pesci prendere. Tranne, forse, il tonno in scatolette. Ciò detto, fuor d’ipocrisia, qualcuno nel Partito Democratico, a cominciare dal segretario Enrico Letta e a continuare con gli “elevati” strateghi plurintervistati, il problema deve porselo. L’alleanza organica con il Movimento 5 Stelle appariva già azzardata tempo fa, quando, peraltro le espulsioni e le emorragie mandavano segnali inquietanti, ma adesso che, comunque vada il duello Conte/Grillo, ne seguiranno problemi, che cosa deve fare il PD?

   La mia prima risposta è che non bisogna mai, ma proprio mai, parlare di alleanze organiche. Nelle democrazie parlamentari con sistemi multipartitici le alleanze si fanno in Parlamento contati i voti e i seggi. Se non incentivate da leggi elettorali adeguate e costringenti, le federazioni sono solo parti mentali. Certo, è giusto e spesso opportuno che leader e militanti segnalino preferenze magari cercando reciprocità, ma il resto va affidato agli elettoti ai quali, peraltro, è indispensabile fare offerte motivate. La seconda risposta è semplicissima. Meglio stare a guardare come si evolvono gli avvenimenti senza fare il tifo per nessuno. Dovendo, però, tifare, meglio farlo per coloro che non sono arroganti, ma dialoganti. A buon intenditor…

   La terza risposta mi pare la più adeguata ai tempi. Stanno per arrivare, dopo i molti sondaggi giustamente scrutati da vicino (qualche persino troppo ravvicinatamente tanto da “ciecarsi”e non riuscire a cogliere il trend), le elezioni amministrative. Quando gli elettori si esprimono nel segreto delle urne le indicazioni che danno debbono essere prese sul serio, anche quelle di coloro che, “no, questa volta no, non me la sono sentita di votare”. Un partito buono (tanto raro quanto il debito buono) tenterà di fare scouting fra gli astensionisti d’opinione e d’irritazione. Dalle grandi città, ma anche da comuni medio-piccoli significativi, verranno molte informazioni, a cominciare dai successi o insuccessi nei probabilmente numerosi casi di ballottaggio. Che cosa dicono dirigenti e candidati pentastellati? Dove (non) vanno gli elettori/trici delle 5 Stelle? Si può capire molto delle propensioni di un elettorato, come quello delle 5 Stelle, non strutturato e volubile, dalle convergenze che farà e che rifiuterà.

   Alla fin della ballata (ma, tratto distintivo delle democrazie è che la ballata continua con orchestre che si alternano), comunque, il PD e il suo segretario dovrebbero, certo con “molto rispetto”, andare alla ricerca di voti anche fuori dal perimetro friabile e mutevole dei pentastellati. Non solo questa ricerca non è ancora cominciata, ma non è neppure stata pensata.  

Pubblicato il 29 giugno 2021 su formiche.net

Il partito unico? Per funzionare serve il ritorno al maggioritario #intervista @ilgiornale

Intervista raccolta da Stefano Zurlo

Il partito unico? «Il termine è un po’ raggelante in democrazia», risponde con una punta di perfida ironia Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza della politica e fresco autore del saggio Libertà inutile, profilo ideologico dell’Italia repubblicana, appena pubblicato da Utet. «Ma il punto è un altro».

Scusi, almeno dalle parti del centrodestra il dibattito gira proprio attorno a questa questione: si fa il partito unico? Non si fa e ci si ferma alla Federazione? O ancora, meglio non fare nulla?

«Berlusconi ebbe un’intuizione geniale quando creò una coalizione unificata nel 1994: un Polo al Nord e un altro al Sud, con Forza Italia come perno di un’alleanza che comprendeva Alleanza Nazionale e la Lega».

Oggi?

«Oggi Salvini ha bisogno di visibilità, è lo studente che copia, il copione. Ma il Berlusconi del 1994 aveva un grande vantaggio rispetto al Salvini di oggi: c’era il Mattarellum, un sistema maggioritario con i collegi uninominali, un sistema che spingeva verso l’unità».

Oggi c’è il Rosatellum che ha una quota maggioritaria. Non basta?

«No che non basta, questo è un sistema misto con una modesta quota maggioritaria, quello era maggioritario per tre quarti. Capisce, se cambiano le regole del gioco cambia tutto».

Altrimenti?

«Si può andare avanti a discutere per mesi, ma mi lasci essere scettico: non credo che arriveremmo molto in là. Tanto per cominciare, la Meloni sta bene dove sta: ha una rendita di opposizione».

Ma il partito unico…

«Dica pure la coalizione unica, anzi meglio unificata».

Dunque, la coalizione unica può funzionare?

«Se si modifica la legge elettorale, Penso di sì e il discorso può farsi interessante».

Interessante?

«Si supera il pluralismo che in realtà è frammentazione e dispersione delle forze e si stabilisce una leadership chiara. Non è poco».

Fra Salvini e Meloni?

«Ci si siede intorno a un tavolo, si guardano i sondaggi, gli ultimi, naturalmente, e sulla base di quelli si decide chi sarà il candidato premier. Non esiste col maggioritario un’altra formula».

Dall’altra parte?

«Pensi a cosa vorrebbe dire un Nuovo ulivo: potrebbe essere un passo in avanti straordinario per le forze di sinistra. Sfruttando anche il nome autorevole di Prodi che oggi torna nella corsa al Quirinale».

Ma come lo chiamerebbe?

«Ovviamente toglierei ogni riferimento all’Ulivo. Eh, mi pare non porti bene. Lo battezzerei partito Progressista, in contrapposizione al partito Conservatore o, magari con lessico berlusconiano, partito Liberale, meglio ancora partito Liberale nazionale».

Il centrosinistra unito avrebbe più forza?

«Potrebbe ad esempio rivolgersi ai sindacati e chiamarli ad un dialogo riformatore proprio in nome delle idee progressiste. Credo che l’impatto sarebbe forte e si sprigionerebbero suggestioni inedite. Penso che alla fine da una parte e dall’altra ci sarebbero coalizioni in grado di mordere la realtà e di incidere davvero sui problemi. Ma, ripeto, se non si forzano le regole del gioco, il match rimane una partita fra dilettanti».

Insomma, la semplificazione del quadro da sola non basta?

«Direi proprio di no. Ha presente la Dc?».

Perché?

«La Democrazia cristiana era già una sorta di partito unico che andava da destra a sinistra e in cui le correnti pescavano in bacini diversi, tant’è che se oggi seguissimo i voti degli elettori dello scudo crociato li ritroveremmo nel centrodestra e nel centrosinistra. Ma il partito unico non basta, la semplificazione senza un cambio della legge in senso maggioritario è un’incompiuta e non dà risultati. Le correnti si spostano in funzione del potere e destabilizzano. Siamo punto e a capo».

Il maggioritario come punto di partenza, ma poi si dovrebbe passare ad un sistema presidenziale o semipresidenziale?

«Sulla carta va benissimo, ma naturalmente questo è un discorso che nessuno vuole affrontare: per arrivare al presidenzialismo dovremmo immaginare una crisi gravissima, un crollo che francamente non c’è».

Ma potendo e dovendo scegliere, meglio il modello americano o quello francese?

«Meglio, molto meglio il sistema semipresidenziale francese. Negli Usa il presidente si trova spesso in difficoltà perché la Camera o il Senato hanno una maggioranza di segno opposto. In Francia, con la coabitazione, c’è sempre qualcuno che comanda: il presidente o il premier e non c’è il rischio di paralisi. Ma ci vorrebbe un De Gaulle all’orizzonte e io francamente non lo vedo».

Pubblicato il 28 giugno 2021 su il Giornale

Sondaggi: al PD lo zero virgola più non basta @fattoquotidiano

Appena visto un “clamoroso” 20,8 per cento di intenzioni di voto degli italiani per il Partito Democratico, inopinatamente diventato, in seguito allo scivolamento all’indietro della Lega, il primo partito in Italia, il segretario Enrico Letta solennemente dichiara: “Il Pd è primo. Stare in questo governo ci fa bene” (titolo dell’intervista pubblicata dal Corriere della Sera il 13 giugno). Molto sobriamente, senza festeggiamenti, anche i leader delle tre correnti del PD, tutti e tre ministri, concordano. Guerini, Franceschini e Orlando al governo si trovano davvero a loro agio. C’è qualcuno, che si chiama Giorgia Meloni, che sostiene che anche all’opposizione si può stare molto bene. Infatti, Fratelli d’Italia è il partito che fa registrare la crescita maggiore in termini di intenzioni di voto lanciata verso il sorpasso della Lega malamente di lotta non convintamente di governo. Gli zero virgola di crescita del PD non sono entusiasmanti, soprattutto se messi a confronto con le percentuali di aumento dell’approvazione del governo in quanto tale e personale di Draghi. Quasi nessuno, neanche il loquace stratega di qualche tempo fa, ha osato dire alto e forte che, comunque, con il 20,8 il PD non va da nessuna parte. Per fortuna che il segretario ha lanciato la proposta non proprio innovativa di una Federazione dei partiti/liste di sinistra che, oltre al Movimento 5 Stelle, dovrebbe dare un’occhiatina anche al centro. Purtroppo, lì c’è un’occupazione manu militari da parte di Italia Viva del Renzi e di Azione di Calenda. “Sfondare” non sarà facile, ma anche “assembrarli”, date le caratteristiche dei due, sembra un’operazione alquanto costosa!

Adesso, sostiene Letta, bisogna “aprire [con il cacciavite?] un cantiere per le Politiche”. Nel frattempo, nelle Amministrative è già successo un po’ di tutto, non governato da nessuno, da Torino a Roma, con i pentastellati, che sono, necessariamente, il referente senza il quale il PD riuscirebbe a vincere in pochi comuni, ancora incerti anche su un minimo di convergenza. Dal canto suo, Conte, che, senza la convergenza sarebbe inevitabilmente destinato ad un’opposizione nella quale emergerebbero i suoi avversari interni, ha fatto un bel regalo a Letta. Ha dichiarato che nelle primarie bolognesi auspica la vittoria del candidato ufficiale del PD contro la sfidante, l’(ex-)renziana Isabella Conti, la quale proprio sola non è avendo sostegno anche dentro il PD.

Non mi risulta che a Sciences Po insegnino ad aprire cantieri e immagino che Letta sappia guardare alle esperienze edilizie italiane, magari dimenticandole quasi tutte, soprattutto l’Unione del 2006, esempio massimo di come non si costruisce una coalizione. Eppure, la Francia almeno una lezione la può insegnare a tutti: quella dell’importanza del tipo di competizione politica e elettorale per incentivare forme di aggregazione fra forze non troppo distanti fra loro che sappiano convergere su un progetto. Quel che so è, senza nessuna mia ostilità preconcetta, che una legge elettorale proporzionale è lo strumento meno adatto a incoraggiare alleanze prima del voto e a premiare aggregazioni. Al contrario, ciascuno andrà a caccia dei suoi voti, poi, dopo la conta, si faranno i governi. Non sembra che Letta abbia un interesse particolare per le technicalities della legge elettorale. Meglio che faccia una riflessione approfondita. La materia è di tale importanza, per l’oggi e per il domani, per ristrutturare il sistema dei partiti italiani, che bisogna che il segretario s’impegni per ottenere un esito positivo e duraturo.

Stare al governo con Draghi, non m’impelagherò nella discussione se Draghi fra sei mesi andrà al Quirinale, per il PD è positivo anche nella misura in cui serve, compito nobile, a controbilanciare e contrastare la Lega. Tuttavia, il segretario Letta deve quantomeno interrogarsi se alla fin della ballata tutti i meriti andranno al capo del governo che, per fortuna, non cederà alla tentazione di farsi un suo partito anche se già sento stuoli di politici interessati ad imbarcarvisi. Quel cantiere che Letta vuole aprire e fare funzionare è il luogo nel quale le proposte da lui formulate finora senza nessun successo e con pochissima audience debbono essere riprese e rilanciate anche come parte della pallidissima identità del PD. La tassa di successione mi pare del tutto opportuna. La legge sullo jus soli (oppure sullo jus culturae) è uno strumento importante di integrazione non soltanto perché l’Italia ha bisogno di immigrati, meglio se giovani, ma perché suggerisce che tipo di paese vogliamo essere. Avrei delle perplessità sul voto ai sedicenni, ma qualche modalità per coinvolgere i giovani nel mondo della politica e del lavoro mi sembra assolutamente indispensabile. Concludo drasticamente: al PD fa bene stare al governo se riuscirà a ottenere qualche riforma sua. Il resto sono solo buone intenzioni (di voto).

Pubblicato il 16 giugno 2021 su Il Fatto Quotidiano

Il Pd di Letta e una sinistra federazione. Ricordi e riflessioni di Pasquino @formichenews

Mentre Letta festeggia il suo Pd che diventa primo partito nei sondaggi, risulta ancora più evidente che una coalizione effettivamente inclusiva è indispensabile. Magari Conte bloccherà l’emorragia delle 5 Stelle, ma non sarà sufficiente allearsi con il Pd a superare la non-Federazione del Centro-Destra saldamente intorno al 45 per cento

Mio nonno sostiene di avere già ascoltato e letto qualche centinaia di dichiarazioni simili a quelle del Ministro Orlando: “Il Pd, sulla base di un asse chiaro, deve lavorare a un modello Unione, per mettere insieme tutte le forze possibili che si trovano nel centrosinistra, senza escludere nessuno”. La parola Unione gli evoca la più infausta delle esperienze, quello del pasticciaccio brutto del 2006. Allora, non soltanto Prodi non seppe sfruttare tutto l’abbrivio offertogli dalle primarie, ma l’Unione fu un patchwork davvero mal riuscito, raffazzonatissimo.

Senza tornare al Fronte Popolare del 1948 che mio nonno ricorda non proprio con entusiasmo, sarebbe forse preferibile guardare all’Ulivo, quello sì fu un tentativo intelligente di mettere insieme tutte le non ancora logore e logorate sparse membra della sinistra e del riformismo.

No, mio nonno non vuole proprio parlare della fondazione del Partito Democratico anche se qualcosa da imparare da quei molti permanenti errori ci sarebbe. Sostiene anche che dall’Ulivo si possono trarre due lezioni non solo importanti, ma decisive. La prima è che un buon contributo alla formazione di quello schieramento venne dalla legge elettorale Mattarella. Nei collegi uninominali consentire la presentazione di più di un candidato sarebbe stato un suicidio, lo capirono persino i democristiani memori della batosta del 1994. Però, nessuno dimentichi mai i guasti della desistenza con l’inaffidabile Bertinotti che pose le basi per la caduta del primo governo Prodi.

La seconda lezione è che, con buona pace di non poche vestali uliviste irriflessive, dopo la vittoria elettorale, il capo dello schieramento pensò di dovere soltanto governare senza mai innaffiare politicamente l’Ulivo (forse era consapevole della sua inadeguatezza, ma allora avrebbe dovuto subito cercare un suo uomo/donna di fiducia). Adesso, mentre Letta festeggia il suo PD che diventa primo partito nei sondaggi grazie alla meritata retrocessione della Lega (Fatima ha smesso tempo fa con i miracoli), risulta ancora più evidente che il “campo largo”, il “perimetro ampio”, una coalizione effettivamente inclusiva è indispensabile poiché con il 20 per cento virgola non si va da nessuna parte, meno che mai a Palazzo Chigi. Magari Conte bloccherà l’emorragia delle 5 Stelle, ma non sarà sufficiente alleato con il PD a superare la non-Federazione del Centro-Destra saldamente intorno al 45 per cento.

Mio nonno non vorrebbe sentirsi raccontare la favola dei programmi. Non ha mantenuto un buon ricordo della Fabbrica dell’Unione e del suo inutile volumone di 283 pagine. Continua a credere, sfogliando qualche libro di scienza politica, che la politica si fa organizzandosi sul territorio e che i meccanismi elettorali sono dispensatori di opportunità politiche. Sa che il territorio in seguito alla riduzione del numero dei parlamentari è diventato più complicato, ma anche più disponibile a chi riuscisse a conoscerlo meglio. Ė assolutamente convinto che qualsiasi “federazione” Cinque Stelle-Partito democratico non porterebbe nessun valore aggiunto se operasse in una situazione elettorale caratterizzata da un sistema proporzionale (proprio al contrario, come dimostrò il Fronte Popolare). Continua a guardare alla Francia dove il doppio turno, senza bisogno di nessun furfantino premio di maggioranza, diede un suo formidabile contributo alle vittorie della gauche plurielle non solo con Mitterrand, ma anche con Jospin nel 1997.

E, mi chiede, ci piaccia o no Macron, il suo En marche non è forse stato un importante movimento di aggregazione di forze del cambiamento? Annuisco, ma non elaboro. Silenziosamente, prendo atto che l’anima è impalpabile e il cacciavite bisogna volerlo e saperlo usare anche riformando per necessità e con intelligenza la legge elettorale –che nei comuni, non dovremmo dimenticarlo mai, è una variante del doppio turno. All’inclusività ci penseranno gli elettori quando vedranno l’offerta dei partiti (di centro, trattino sì e no, sinistra).

Pubblicato il 13 giugno 2021 su formiche.net

Per garantire la stabilità l’Italia dovrebbe imparare da Germania e Spagna @DomaniGiornale

Da qualche anno, il Direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana e quattro autorevoli editorialisti, Aldo Cazzullo, Paolo Mieli, Angelo Panebianco e Antonio Polito combattono due indefesse battaglie. La prima è quella per una legge elettorale maggioritaria. Però, il loro “maggioritario” preferito non è né quello inglese né quello francese entrambi caratterizzati dall’elezione dei candidati in collegi uninominali, ma un’imprecisata legge elettorale che offra un più o meno cospicuo premio di maggioranza. Tale era l’Italicum, ma in quanto leggi proporzionali con premio di maggioranza, che nessuno mai definì maggioritari, si collocherebbero in questa categoria anche la Legge Acerbo, utilizzata da Mussolini nel 1924, e la legge truffa del 1953. La seconda battaglia è per un governo eletto dal popolo, uscito dalle urne e non formato in parlamento. A loro si è finalmente aggiunto anche, last but tutt’altro che least, il più recente degli editorialisti: Walter Veltroni (“Corriere della Sera” 22 maggio, p. 1 e 36).

   La sua lancinante domanda è “come garantire all’Italia di avere governi scelti dai cittadini, che durino cinque anni, siano formati da forze omogenee per valori e programmi e che combattano l’avversario in ragione di questi”? La risposta necessariamente comparata è tanto semplice quanto drastica. Da nessuna parte al mondo esistono governi “scelti dai cittadini”. Nelle repubbliche presidenziali i cittadini eleggono il capo del governo che si confronterà con un Congresso/parlamento dove esistono forze disomogenee e si sceglierà i suoi ministri. Veltroni pone l’accento sulla necessità di un governo stabile, ma, come fece più volte rilevare Giovanni Sartori, la stabilità non è affatto garanzia di efficacia dei governi. Anzi, spesso la stabilità finisce per diventare immobilismo, stagnazione, rinuncia a prendere decisioni. Aggiungo che il governo che vorrebbe Veltroni, sulla scia degli altri editorialisti del Corriere, se fosse l’esito del premio di maggioranza innestato su una legge elettorale, sarebbe anche molto poco rappresentativo delle preferenze e degli interessi dell’elettorato. Potrebbe essere conquistato da un partito del 30 per cento con la conseguenza che il 70 per cento dei votanti sarebbero/si sentirebbero poco rappresentati.

   Certo, la Corte costituzionale potrebbe anche sancire che il premio non viene assegnato se il partito più forte non conquista almeno il 40 per cento dei voti espressi, ma allora il partito grande andrebbe alla ricerca di tutti i partitini possibili necessari per superare la soglia, a prescindere da qualsiasi omogeneità programmatica e valoriale. Ė una brutta storia che possiamo già vedere nella moltiplicazione delle liste e delle listine a sostegno delle candidature a sindaco. La pur impossibile elezione popolare diretta del governo dovrebbe anche comportare, ma Veltroni non ne fa cenno, che, se quel governo perde la maggioranza in parlamento, si torna subito alle elezioni poiché qualsiasi altra coalizione, pur numericamente possibile, non sarebbe legittimata dal voto. A sostegno della sua tesi, Veltroni cita, molto impropriamente, Roberto Ruffilli e Piero Calamandrei i quali, senza dubbio alcuno, avrebbero apprezzato governi stabili, ma, altrettanto certamente, si sarebbero opposti a qualsiasi premio di maggioranza. Per Calamandrei vale la sua campagna contro la legge truffa. E il maggioritario al quale si riferiva Ruffilli non prevedeva nessun premio in seggi.

   La proposta da citare fu quella avanzata il 4 settembre 1946 in Assemblea Costituente in un ordine del giorno dal repubblicano Tomaso Perassi, docente di diritto internazionale a La Sapienza, e che fu approvata da una ampia maggioranza:

«La Seconda Sottocommissione, udite le relazioni degli onorevoli Mortati e Conti, ritenuto che né il tipo del governo presidenziale, né quello del governo direttoriale risponderebbero alle condizioni della società italiana, si pronuncia per l’adozione del sistema parlamentare da disciplinarsi, tuttavia, con dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo» (c.vo mio, GP).

   In Italia non se ne è fatto niente, ma un anno dopo l’entrata in vigore della Costituzione italiana, i Costituenti tedeschi trovarono proprio il meccanismo stabilizzatore: il voto di sfiducia costruttivo. Il Bundestag elegge a maggioranza assoluta il Cancelliere. Può sfiduciarlo con un voto ugualmente a maggioranza assoluta e sostituirlo con un terzo voto a maggioranza assoluta per un nuovo Cancelliere. Se non vi riesce, il Cancelliere sconfitto può rimanere in carica, con l’approvazione del Presidente della Repubblica, fino ad un anno. Nel 1977-78 gli spagnoli, imitando i tedeschi, hanno introdotto nella loro Costituzione la mozione di sfiducia (costruttiva). Il Presidente del Governo può essere sfiduciato da una maggioranza assoluta dei deputati che automaticamente lo sostituiscono con il primo firmatario della mozione di sfiducia. In questo modo il 2 giugno 2018 è entrato in carica il socialista Pedro Sanchez. Non è casuale che Germania e Spagna siano i due sistemi politici europei che nel secondo dopoguerra hanno avuto il minor numero di governi e di capi del governo, dunque la più alta stabilità governativa. Il voto o la mozione di sfiducia rispondono all’esigenza, tanto accoratamente espressa da Veltroni, di un governo stabile. Richiedono una modifica costituzionale, sicuramente fattibile, di gran lunga preferibile e più promettente dei confusi e manipolatori dibattiti sulle leggi elettorali. Riuscirebbe persino a acquietare gli altri preoccupatissimi editorialisti del “Corriere”.

Pubblicato il 25 maggio 2021 su Domani

Nel ritorno al Mattarellum c’è il futuro di Conte e Letta @DomaniGiornale

Al tuttofare Mario Draghi molti hanno pensato di affidare anche il compito di ricostruire la politica. Qualcuno, avendo annunciato, in verità un po’ prematuramente e un po’ esageratamente, una crisi di sistema, è in ansiosa attesa di, forse, un altro sistema. Qui è proprio il caso di citare il Gen. De Gaulle: vaste programme, salvo aggiungere subito che de Gaulle il suo programma lo aveva pensato talmente a fondo che non solo costruì un partito, dominante per quasi trent’anni, ma anche una Repubblica, la Quinta, che si avvia ad essere la più duratura della storia della Francia. Delle idee politico-istituzionali di Draghi non ne sappiamo praticamente nulla e non possiamo attribuirgliene né la mancanza né la responsabilità. Più opportuno e rilevante è, oggi (ma anche domani), chiederci se quelle idee, anche per superare la crisi della politica e evitare la crisi del sistema, siano intrattenute da Giuseppe Conte e da Enrico Letta. Il primo ha il compito di ricomporre e meglio attrezzare le rissose e sparse Cinque Stelle. Il secondo non soltanto mira a costruire un PD nuovo, ma vuole addirittura (ri)condurlo a vincere.

Credo che Conte sia molto meno preparato di de Gaulle –e dei suoi consiglieri alcuni dei quali, veri e propri tecnocrati, non si accosterebbero mai ai teorizzatori dell’uno vale uno. Vedo anche molto difficile la transizione da un ruolo di governo, nel quale Conte ha dimostrato di sapere imparare e crescere, al ruolo di (ri)costruttore di un movimento politico la cui spinta propulsiva si è molto affievolita. Fra l’altro, Conte dovrebbe anche occuparsi della transizione dalla piattaforma Rousseau a nuove modalità di iscrizione, partecipazione, funzionamento telematico. Infine, è oramai chiaro che non potrà essere lui il capo di una eventuale coalizione che includa il Partito Democratico.

Dal canto suo, Letta ha messo dolcemente in chiaro che il PD avrà una sua politica autonoma mettendo in soffitta una delle affermazioni più velleitarie e forse anche più controproducenti dei suoi costruttori: la vocazione maggioritaria. Piuttosto, il PD deve trovare un suo ruolo persino più rilevante in quanto perno di coalizioni entro un perimetro largo di centro-sinistra che non potrà in nessun modo essere stiracchiato fino a Salvini, ma chiaramente alternativo al centro-destra. Nelle democrazie parlamentari la politica consiste proprio nel costruire pazientemente e costantemente coalizioni, meglio se coerenti. Mi spingerei fino a sostenere che sempre la politica deve sapere costruire coalizioni e modalità di collaborazione, ma, naturalmente, non può mai rifiutare la competizione, elemento cruciale in tutte le democrazie.

Non bisogna sottacere che, mentre troppi parlano di leggi elettorali proporzionali, facendo di tutta l’erba un fascio, Letta ha già espresso la sua preferenza, certamente non solo per omaggiare il relatore di quella legge, per il Mattarellum. Mi pare opportuno ricordare che quella legge elettorale fu la conseguenza (sostanziale al Senato) dell’approvazione popolare, più dell’80 per cento di “sì”, di un apposito quesito referendario. Qualche ritocco migliorativo è possibile e auspicabile, ma il punto che conta è che la legge Mattarella spinge alla formazione di coalizioni e incoraggia una competizione bipolare. Entrambi i fenomeni fecero la loro comparsa nelle tre tornate elettorali svoltesi in vigenza di quella legge: 1994, 1996, 2001. Insomma, in questa proposta di Letta c’è una apprezzabile visione del sistema politico da ricostruire. Il Movimento 5 Stelle dovrebbe diventare un alleato quasi naturale del PD con candidature scelte anche per la loro propensione/accettazione di una alleanza che mira a governare. Anche il centro-destra avrebbe interesse a compattarsi. D’altronde, aveva già saputo farlo più di un lustro fa. I partiti scrivono le leggi elettorali, ma le leggi elettorali incidono sui partiti. Anche il partito stellato di Conte ne trarrebbe vantaggio obbligato a diventare più coeso. Letta ha cominciato la partita. Faites vos jeux. L’obiettivo sono le elezioni del 2023.  

Pubblicato il 18 marzo 2021 su Domani

VIDEO Sistema politico e riforma elettorale nel finale della XVIII legislatura #NostraAttuarelaCostituzione

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