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Partiti sgangherati e antipolitica Ma chi non vota non è ascoltato #intervista @GiornaleVicenza

«Molti sabati pomeriggio di quel dolce autunno del 1974 a Harvard li passammo a giocare al pallone nel campetto dietro casa. Mario Draghi era spesso con noi, ma certo, giocatore piuttosto lento e poco grintoso, non era il più dotato in quello sport». Ci sono chicche come questa e aneddoti spassosi in “Tra scienza e politica. Un’autobiografia”, il libro di Gianfranco Pasquino edito da Utet e presentato a Pordenonelegge. Un’autobiografia, per un politologo, può sembrare qualcosa di ardito. Ma chi conosce Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna, socio dell’Accademia dei Lincei, non si stupisce: la sua storia è un crocevia di incontri e conoscenze che vale la pena trasmettere, non fosse altro che per aver avuto come maestri sia Norberto Bobbio sia Giovanni Sartori.

Professor Pasquino, il Draghi calciatore non era il migliore, ma da premier com’è stato?

Non era il miglior calciatore e non puntava nemmeno ad esserlo (sorride). Ma da premier è stato molto bravo. Altro che “tecnico”… Da giovane non sembrava così interessato alla politica, ma ha dimostrato di aver imparato molto e molto in fretta.

Ora Draghi è stato fatto cadere e si va al voto. Cosa c’è in gioco in queste elezioni?

Quello che davvero entra in gioco è come stare in Europa, è la vera posta. Sappiamo che il Pd è un partito europeista, come +Europa, e che le persone che vengono da quell’area sono affidabili sul tema. Non sappiamo quali sono le persone affidabili nello schieramento di centrodestra, con poche eccezioni. Però sappiamo che sostanzialmente Giorgia Meloni è una sovranista e Salvini forse ancora di più. È difficile che si facciano controllare dai pochi europeisti di Forza Italia: Berlusconi ha detto cose importanti, ma gli altri alleati avranno almeno il doppio del suo consenso.

Perché teme il sovranismo?

Sovranismo vuol dire cercare di riprendere delle competenze che abbiamo affidato consapevolmente all’Europa. Non abbiamo ceduto la sovranità, l’abbiamo condivisa con altri Stati, e loro con noi. Tornare indietro vuol dire avere meno possibilità di incidere sulle decisioni. Alcune cose non potremmo deciderle mai.

Ritiene che la nuova dicotomia politica sia europeismo-sovranismo, più di destra-sinistra?

Non lo dico io: è stato Altiero Spinelli, nel Manifesto di Ventotene, 1941. Spinelli vedeva le cose molto in anticipo rispetto agli altri. D’altronde i singoli Stati europei sulla scena mondiale non conterebbero nulla: la soluzione è dentro l’Europa, altrimenti non possiamo competere né con la Russia né con la Cina e nemmeno con gli Stati Uniti, anche se bisognerebbe avere un rapporto decente con gli Usa.

Come si inserisce la guerra in Ucraina in questa analisi?

Nella guerra in Ucraina c’è uno stato autoritario che ha aggredito una democrazia. E noi non possiamo non stare con la democrazia. Se quello stato autoritario riesce a ottenere ciò che vuole, è in grado di ripeterlo con altri stati vicini. Non a caso Lituania, Estonia e la stessa Polonia sono preoccupatissimi. La Polonia conosce bene i russi e sa che ha bisogno della Nato e dell’Europa.

In Ucraina è in gioco anche la nostra libertà?

Lì si combatte sia per salvare l’Ucraina sia per salvare le prospettive dell’Europa. E un’eventuale sconfitta di Putin potrebbe aprire le porte a una democratizzazione della Russia: sarebbe un passaggio epocale.

A chi sostiene che le responsabilità della guerra siano anche dell’Occidente come risponde?

Non credo che sia vero. Ma tutto è cambiato quando la Russia ha usato le armi. La Costituzione dice che le guerre difensive sono accettabili, le guerre offensive mai.

L’Italia va al voto con una legge elettorale che toglie ogni potere all’elettore. L’hanno voluta tutti i partiti…

L’ha voluta Renzi e l’ha fatta fare a Rosato. Ma l’hanno accettata tutti perché fa comodo ai dirigenti di partito: si ritagliano il loro seggio, si candidano in 5 luoghi diversi, piazzano i seguaci. Aspettare che riformino una legge che dà loro un potere mai così grande è irrealistico. A noi non resta che tracciare una crocetta su qualcosa.

Come sta la democrazia italiana?

Godiamo di libertà: i diritti civili esistono, i diritti politici anche, i diritti sociali sono variegati. Il funzionamento delle istituzioni invece dipende da una variabile: i partiti. Una democrazia buona ha partiti buoni; una democrazia che ha partiti sgangherati, che sono costruzioni personalistiche, che ci sono e non ci sono, inevitabilmente è di bassa qualità. E non possiamo salvarci dicendo “anche altrove”, perché non è vero: i partiti tedeschi e spagnoli sono meglio organizzati, quelli portoghesi e quelli scandinavi pure.

Una democrazia senza partiti non esiste, lei lo insegna.

Una via d’uscita potrebbe essere il presidenzialismo, ma io sono preoccupato di una cosa: chi e come controlla quel potere? Ciò che manca, comunque, è il fatto che i politici predichino il senso civico, che pagare le tasse magari non è bello ma bisogna farlo; che osservare le leggi e respingere la corruzione è cruciale per vivere insieme. Mancano i grandi predicatori politici, tolti Mattarella e in certa misura Draghi.

Vale la pena comunque votare?

Sì, ma non perché “se non voti la politica si occupa comunque di te”. È il contrario: se non voti la politica non si occupa di ciò che ti sta a cuore.

L’affluenza rischia di essere bassa: colpa dei partiti? Dei cittadini? O dei media?

C’è chi dice “non voto perché non voglio” e li capisco, ma chi non vota non conta; e chi dice “non voto perché nessuno me lo ha chiesto”, ed è un problema dei partiti che non hanno motivato l’elettore. E poi gli italiani continuano ad avere questa idea che la politica sia qualcosa di non particolarmente pulito…

Non è così?

Sono alcuni politici a non esserlo. La politica è quello che facciamo insieme: sono tutte cose che devono essere predicate, ma oggi ciascuno pensa al suo tornaconto.

La sinistra ha perso il rapporto con il popolo?

Non sono sicuro che ci sia il popolo, ma so che la sinistra non ha più la capacità di essere presente in alcuni luoghi: se fosse nelle fabbriche sarebbe meglio, se avesse un rapporto vero con i sindacati, se i sindacati facessero davvero una politica progressista…

E il problema della destra qual è?

Il primo è che le destre non sono coese, stanno insieme per vincere ma poi avranno difficoltà a governare. Poi hanno pulsioni populiste, punitive, e poca accettazione dell’autonomia delle donne. E non sono abbastanza europeiste.

Che cosa pensa del voto del Parlamento europeo che condanna l’Ungheria di Orbàn?

Semplicemente Orbàn sta violando le regole della democrazia. Non esistono le “democrazie elettorali”: quando lei reprime le opposizioni, quelle non hanno abbastanza spazio nella campagna elettorale; se espelle una libera università come quella di Soros, lei incide sulla possibilità che circolino le informazioni. Tecnicamente non è già più una democrazia. Non si possono controllare i giudici.

Perché secondo lei FdI e Lega hanno votato per salvare Orbàn? Cioè è possibile smarcare un legittimo sovranismo da questi aspetti che toccano democrazia e stato di diritto?

Secondo me dovevano astenersi. Invece per convenienza loro, per mantenere buoni rapporti con Orbàn, non lo hanno fatto. Per me è un errore. Ma poi mi chiedo: è un errore anche per gli elettori di Meloni? Non lo so.

Il populismo è il linguaggio di quest’epoca. Però la legislatura più populista della storia si è chiusa con Draghi premier, che è l’opposto. Bizzarro, no?

È bizzarro, sì. Ma qui c’è stata un’insorgenza populista. Fino al 2013 non c’era. Ma come è arrivata può scomparire. Resta però un tratto di questo Paese: un atteggiamento di anti-politica e anti-parlamentarismo che può essere controllato solo da partiti in grado di fare politiche decenti. L’esito del voto del 25 settembre è scontato? Non lo è mai. Molti elettori decidono per chi votare nelle ultime 48 ore. Può sempre accadere qualcosa che fa cambiare idea.

Draghi ha detto “no”. Ci crede che non farà più il premier?

Sì(lunga pausa). Aveva investito molto nel Paese, essere sbalzato così è stato pesante: è molto deluso, credo anche incazzato.

Intervista raccolta da Marco Scorzato pubblicata su Il Giornale di Vicenza 22 Settembre 2022

A cosa servono le leggi elettorali. Rappresentanza e responsabilità #Forlì #18settembre #Elezioni2022

In presenza al Teatro di Vecchiazzano e in diretta YouTube

ore 20:30

Gianfranco Pasquino

A cosa servono le leggi elettorali. Rappresentanza e responsabilità

ore 21
Confronto tra candidati sul territorio
moderatore Enrico Samorì

Contro le destre non basta dire soltanto no @DomaniGiornale

Il quadro è l’Unione Europea più l’Europa che verrà con la sconfitta dell’aggressione russa all’Ucraina. Nessuna proposta programmatica ha senso se non parte dal ruolo e dal posto dell’Italia in Europa. Tornare indietro è costato moltissimo alla ben più potente Gran Bretagna. Non sarebbe un pranzo di gala neppure per l’Italia. Su questo terreno il PD anche grazie all’alleanza con +Europa e Emma Bonino ha le carte in regola e le deve giocare. Non è mai sufficiente, talvolta neppure convincente, dire rumorosi no alle proposte degli avversari. Non c’è bisogno di concedere che il semipresidenzialismo non è autoritarismo. Ai semipresidenzialisti nostrani bisogna, da un lato, chiedere con quale legge elettorale verrà formato il Parlamento, dall’altro, contrapporre un parlamentarismo rinnovato: voto di sfiducia costruttivo e legge elettorale proporzionale con soglia d’accesso per evitare la frammentazione dei partitini. La tassa piatta non ha funzionato da nessuna parte. Non ha dato slancio a nessuna economia. Comunque, è iniqua. Ancora più iniqua quando non solo è piatta, ma è anche bassa. Le destre “giocano” sulle aliquote e faranno debito pubblico. Le tasse sono un rapporto di fiducia che i cittadini stabiliscono con lo Stato in cambio di sicurezza e di servizi tanto più necessari per le fasce deboli della società. Pagare tutti con progressività. Le tasse sono l’impegno che lo Stato assume con i cittadini. Offrirà sanità, istruzione, lavoro, pensioni in maniera efficiente e giusta. Senza privilegi, senza esenzioni, senza corruzione con amministratori pubblici che hanno piena e orgogliosa consapevolezza che i cittadini sono i loro datori di lavoro, meritevoli della massima attenzione e cura.

   I diritti delle persone sono sempre una questione di libertà, detto anche per tutti coloro che lamentano la mancanza di liberalismo in Italia (forse non avendo ancora avuto il tempo di leggere la Costituzione). I diritti, a cominciare da quello di cittadinanza, possono essere acquisiti seguendo criteri sui quali è lecito avere opinioni e valutazioni diverse. Restringere i diritti è destra, ampliarli è progresso. Ai diritti si accompagnano i doveri che non sono optional, che non debbono essere né condonati né elusi, ma adempiuti (a cominciare dal voto il cui esercizio, art. 48, è dovere civico).

La campagna elettorale serve a delineare una visione di società desiderata e desiderabile, contrastando le altre visioni non solo perché diverse, ma perché carenti, inadeguate, improbabili da attuare, persino, come il sovranismo, pericolose. Non è questione di demonizzare la principale esponente dello schieramento avverso, ma di mettere in evidenza le contraddizioni e i costi, materiali e sociali, delle sue proposte contrapponendovi subito il fattibile e il credibile. Il tempo c’è.  

Pubblicato il 14 settembre 2022 su Domani

Il Rosatellum. La legge elettorale e i politici inadeguati @DomaniGiornale

Il criterio dominante per valutare qualità e bontà di qualsiasi legge elettorale è quanto potere attribuisce agli elettori. Altri criteri sono accessori o sbagliati come l’elezione diretta del governo, uno dei cavallini di battaglia del centro-destra. La vigente legge Rosato consente agli elettori soltanto di tracciare una crocetta sulla candidatura nei collegi uninominali oppure sul partito prescelto, cioè, impossibilità di voto disgiunto, trascinando quel voto in entrambe le direzioni. Inoltre, la Legge Rosato consente di essere candidati sia in un collegio uninominale sia in più circoscrizioni. Sostanzialmente, nessun elettore può essere sicuro che il suo voto servirà ad eleggere il candidato nella sua circoscrizione. Ma, quel che è peggio, saranno gli eletti a decidere a quale collegio/circoscrizione desiderano generosamente prestare la loro opera di rappresentanza politica (che sia il caso di pretendere il requisito di residenza?). Quanto più alcuni candidati sono forti nel loro partito tanto più potranno permettersi di non curarsi affatto della rappresentanza specifica. Non dovranno rispondere del fatto, del non fatto, del malfatto. Tanto in quel collegio davanti a quegli elettori non torneranno affatto. Saranno tecnicamente e politicamente irresponsabili poiché si faranno candidare in un altro collegio sicuro, magari anche da un altro partito se trasformisticamente avranno cambiato casacca in Parlamento come fra il 2018 e i 2022 hanno fatto più di trecento parlamentari su 945.

   Anche se, certamente, il trasformismo è una malattia italiana che viene da lontano, la Legge Rosato ha offerto/offre condizioni molto favorevoli al suo manifestarsi. La crisi di rappresentanza comincia nei partiti e nei partiti dovrebbe essere cercata la soluzione, ma senza riformare la legge elettorale vigente continueranno a essere moltissimi, la maggioranza, i cittadini che dichiarano e lamentano di non sentirsi rappresentati. Hanno ragione, il che non esime dal rimproverarli per la loro mancanza di interesse per la politica, per le scarse informazioni che acquisiscono, per la loro partecipazione politica e elettorale limitata e intermittente, anche se scoraggiata dalle regole che la disciplinano.

Non sarà, dunque, soltanto per la diminuzione del numero dei parlamentari che gli italiani avranno un Parlamento inadeguato a rappresentarli e a controllare e stimolare l’azione del governo. Grande responsabilità per questo esito negativo va a chi a suo tempo approvò la legge Rosato, ma non è possibile esimere dalle responsabilità neppure i parlamentari uscenti e soprattutto i dirigenti dei partiti che non hanno brillato per la loro ansia di riformatori e che, anzi, è legittimo pensare, hanno preferito tenersi una legge che garantisce loro di essere rieletti e di nominare i parlamentari fedeli. Niente male.

Pubblicato il 20 agosto 2022 su Domani

Crisi di governo. Cosa succede ora? #audio

Il Movimento 5 Stelle apre di fatto la crisi di governo. Quali sono gli scenari possibili? Ci sarà un Draghi bis, un governo di transizione o si andrà al voto? E se si andrà al voto, con quale legge elettorale? Giovanni Diamanti e Luigi Di Gregorio affrontano i temi caldi della politica italiana con Gianfranco Pasquino.

Venghino, venghino alla sagra delle proporzionali @formichenews

Chi conosce le proporzionali sa che ce ne sono almeno due che funzionano ottimamente: la proporzionale “personalizzata” tedesca e il Voto Singolo Trasferibile irlandese. Il professore emerito di Scienza Politica e accademico dei Lincei risponde a un articolo del prof. Celotto sulla legge proporzionale

Formiche mi consente di entrare in dialogo con i suoi collaboratori, e ne sono lieto. Questa volta il mio interlocutore è il Prof Alfonso Celotto. Il tema è, in estrema sintesi, la legge elettorale, più precisamente come vanno definite le leggi proporzionali. Dal mio plurale già si capisce, che è esattamente un punto importante, che esistono numerose varianti di leggi proporzionali. Non mi è chiaro, però, che cosa Celotto abbia in mente quando scrive proporzionale “semplice”. Altri, molto peggio, si sono variamente e ripetutamente esibiti con aggettivi come secca (dry, come il Martini), pura (come l’acqua Levissima). Sul Corriere della Sera di parecchio tempo fa, Francesco Verderami giunse alla vetta delle precisazioni scrivendo “proporzionale a turno unico”: una specie di animale fantastico.

   Nessuna proporzionale è “semplice”. Il criterio di attribuzione dei seggi può essere semplice, tot voti tot seggi, ma, primo, molto dipende dalla formula adottata, quella del matematico belga d’Hondt elaborata nelle seconda metà dell’Ottocento, è molto diffusa. In secondo luogo, la proporzionalità può essere “complicata” dalla dimensione delle circoscrizioni e dall’esistenza o meno di soglie d’accesso al Parlamento: almeno il 3, il 4, il 5 per cento dei voti su scala nazionale. “La” proporzionale italiana (1946-1992) richiedeva almeno 300 mila voti più l’elezione di un deputato in una delle circoscrizioni, vale a dire 50-60 mila elettori concentrati. Ai radicali è andata spesso bene. Allo Psiup nel 1972, 645 mila voti, ma nessun deputato eletto direttamente, andò malissimo: scomparve.

   Comunque e dunque, la proporzionale italiana non fu né secca né pura, ma sicuramente e felicemente a turno unico. Consentiva addirittura, per contrastare il potere dei capi corrente, di esprimere tre/quattro voti di preferenza che, no, non erano controllati da mafia e camorra, ma espressi e indirizzati da una pluralità di associazioni, cattoliche e laiche, e persino, in parte, dai sindacati. Sia chiaro: sempre meglio della designazione ad opera dei capicorrente come è avvenuto con la legge Calderoli (Porcellum) e con la legge Rosato e come era insito nell’Italicum renziano.

   Non con la legge Mattarella (1994, 1996, 2001) che era tre quarti maggioritaria in collegi uninominali con un recupero proporzionale su lista apposita per la Camera dei deputati (Celotto ha erroneamente scritto due terzi maggioritari e un terzo proporzionale). La legge Calderoli era proporzionale con ingente premio di maggioranza. L’Italicum era quasi peggio, ma a base comunque proporzionale. La legge Rosato è anch’essa a ampia, due terzi, base proporzionale cosicché è molto sbagliato affermare ad ogni piè sospinto, quasi con orrore, che opportunamente abbandonandola stiamo “tornando” dal maggioritario alla proporzionale. Chi conosce le proporzionali sa che ce ne sono almeno due che funzionano ottimamente: la proporzionale “personalizzata” tedesca e il Voto Singolo Trasferibile irlandese. Studiare e importare senza furbastrerie si può. Nel frattempo si evitino gli aggettivi che sono solo sintomo di ignoranza e superficialità e confondono le già torbide acque elettorali.      

Pubblicato il 12 luglio 2022 su Formiche.net

Il governo non cadrà, ma In Italia non nasceranno altri partiti #intervista @euronewsit

Intervista raccolta da Samuele Damilano

“Nessun partito per ora abbandonerà il governo, per tutti è meglio aspettare la fine naturale della legislatura e intestarsi eventuali meriti”. Così Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica presso l’Università degli Studi di Bologna, e autore del volume “Tra scienza e politica. Una autobiografia” (Utet), fuga ogni dubbio su una sortita di Movimento Cinque Stelle e Lega dall’esecutivo guidato da Mario Draghi. “Dal caos nei pentastellati possiamo trarre un’ulteriore prova del fatto che in Italia non si possono più creare partiti politici”.

I Cinque Stelle nel caos. La Lega che minaccia la guerra contro lo Ius Scholae. Sfogliando le pagine dei quotidiani italiani, sembra che il governo dall’oggi al domani potrebbe cadere. Sensazionalismo all’italiana?

Caduta del governo ed elezioni anticipate… sono solo stupidaggini. Il modo in cui i media italiani riportano quello che succede è sempre un po’ esagerato. Non c’è alcuna alternativa al governo attuale in questa legislatura: M5s non ha nessun luogo dove andare, ma anche gli altri partiti sono costretti ad appoggiare il governo per rivendicarne una parte del successo e ridurre gli effetti degli esiti elettorali, quasi certamente positivi, di Giorgia Meloni. 

Questa chiamata tra Grillo e Draghi c’è stata, ma è plausibile che il presidente del Consiglio abbia chiesto la testa di Conte?

No, non è plausibile. Mi fido di Draghi, che ha smentito questa versione, ma anche questo onestamente non lo ritengo un argomento interessante. Conte sarà particolarmente fastidioso e Draghi si sarà irritato, ma dato che mi pare psicologicamente stabile, avrà al massimo chiesto detto a Grillo “ma cosa pensa di fare Conte?”. Ricordiamo che quest’ultimo è stato additato come “politicamente incapace” dal fondatore del Movimento. Ma tutto ciò non è rilevante per quello che succederà. 

Rimaniamo in casa pentastellata. Di Maio se n’è andato, Conte è in evidente difficoltà e il fondatore parla direttamente con Draghi. Che cosa è oggi il movimento 5 stelle?

Innanzitutto, non è mai stato un partito, ma un raggruppamento eterogeneo di persone espresse dal territorio con motivazioni flebili e labili, cui è mancata una struttura che potesse accomunarlo a un partito. La cosa più rilevante è che non si possono più creare partiti politici nel contesto italiano. Si possono costruire alleanze, e Letta questo l’ha capito meglio di tutti, cercando di costruire un campo largo, o meglio diversi campi larghi, ottenendo un ottimo risultato nelle elezioni amministrative. Ma per ora non vedo le prospettive per la nascita di un partito vero.

Qual è dunque la legge elettorale migliore per favorire questa coalizione a livello nazionale?

Certamente il sistema maggioritario impone di fare le coalizioni nei collegi uninominali, con il rischio però di avere un parlamento “Arlecchino”. La legge proporzionale consente invece ai vari raggruppamenti di misurarsi e poi di fare un governo aggregandosi a livello parlamentare. 

Dipende molto dal tipo di sistema proporzionale, un’emulazione di quello tedesco, con una soglia di accesso al Parlamento di almeno il 5%, può essere una buona idea. 

Così da evitare, magari, di impantanarsi a ogni provvedimento, come lo Ius scholae..quanto dovrà attendere il Paese per una legge adeguata sulla cittadinanza?

Trovo le modalità del dibattito abbastanza assurde. Lo Ius scholae (proposta di legge del Pd per assegnare la cittadinanza a figli di stranieri che sono in Italia prima dei 12 anni e hanno frequentato cinque anni di scuola, ndr) per i figli degli immigrati è uno strumento di libertà da una condizione di soggezione e sottomissione, li pone sulla strada della cittadinanza, dove godranno di diritti e si assumeranno dei doveri.

“Ci sono altre priorità a cui pensare”, dicono i detrattori di questa proposta di legge

È la classica scusa; è sempre il momento buono per garantire diritti civili e politici alle persone. È ovvio che ci sono altri obiettivi, dal Pnrr all’invasione russa dell’Ucraina, passando per la direttiva Bolkestein, ma una cosa non esclude l’altra. Qua si tratta di trovare il modo di costruire un percorso di cittadinanza per persone che non solo vogliono restare nel nostro Paese, ma vogliono far vivere qua figli e figlie. Mi pare una manipolazione immensa di un problema vero, sulla vita delle persone, che vale molto di più di un pugno di voti. 

Tutto questo sembra solo un antipasto di quello che avverrà nei prossimi mesi, a intensità crescente mano a mano che ci si avvicina alle elezioni. Quale sarà l’impatto dell’opposizione interna di Conte e Salvini dei prossimi mesi sull’efficacia del governo?

L’efficacia di questo governo dipende in sostanza dalla capacità dei ministri di guidare i ministeri che presiedono. Salvini è un ballerino, un piede nel governo e uno fuori, un piede nella Nato e uno a casa di Putin. È inaffidabile, ma non va da nessuna parte neanche lui perché la maggior parte degli esponenti del partito non lo seguirebbe in una direzione che non contempli la permanenza nel governo e la conseguente rivendicazione dei successi ottenuti. Conte invece non ha ancora capito dove è arrivato. Ha svolto il ruolo di capo del governo in maniera adeguata, ma non sa come si costruisce un movimento politico, né tanto meno sa guidarlo. Non è in grado di parlare con i parlamentari, né di rivolgersi all’opinione pubblica. Nessuno può ristrutturare il Movimento. Lo potrebbe fare Grillo, dal punto di vista retorico e ideale, ma da quello strutturale non sanno dove andare, volevano fare la democrazia digitale, che fine ha fatto?

Eppure il Movimento sembrava poter rivoluzionare la politica italiana. Perché, in conclusione, non esisteranno più i partiti nel nostro Paese?

Basta partire da una semplice definizione: un partito è un’organizzazione di uomini e donne che presentano candidati alle elezioni, ottengono voti e vincono seggi e cariche. Ma, a monte, deve esserci un’organizzazione di uomini e donne che credono in qualcosa. C’è un’ideologia, o una cultura politica di riferimento? Ovviamente no. Non vedo prospettive nemmeno per un partito europeista, perché per tre quarti questo spazio è occupato dal Partito democratico. Restano altre tematiche? Il sovranismo, che sembra avere un po’ tirato la corda. Si possono mettere insieme ecologia e diritti per le persone transessuali, ma non è certamente su questo che si costruisce un partito.

Pubblicato il 1 luglio 2022 su euronewsitalia

Chi non vota danneggia la politica e i suoi concittadini elettori

La crescita dell’astensionismo, cioè del numero degli elettori che, per una varietà di motivi, non si recano alle urne, non è una “emergenza democratica”. Nessuna democrazia è mai “crollata” per astensionismo. Al contrario, un’impennata di partecipazione elettorale con milioni di elettori che seguano adoranti un demagogo che ne ha catturato l’immaginazione e ne vuole il sostegno elettorale, è spesso produttiva di conseguenze destabilizzanti. America latina e Filippine ne sono una prova. Tuttavia, quando gli elettori decidono che non vale la pena andare a votare mandano un messaggio che riguarda un po’ tutti a cominciare dai partiti. Infatti, i partiti sono il tramite essenziale fra gli elettori e il (loro) voto. Partiti male organizzati e/o personalistici non riescono a raggiungere gli elettori. Partiti inaffidabili, che indicano le cose da fare e ne fanno altre, provocano delusione nell’elettorato, loro e complessivo. Partiti che presentano candidature di uomini e donne mediocri che hanno il solo pregio di essere popolari oppure di venire dall’apparato non possono essere entusiasmanti. Partiti che cambiano alleanze e preferenze sconcertano gli elettori. Partiti che scrivono leggi elettorali astruse perseguendo il loro interesse particolaristico creano non poca confusione in chi dovrebbe votarli. In Italia, da almeno trent’anni si producono tutti questi fenomeni. Sarebbe, però, sbagliato pensare che gli elettori stessi non portino una buona dose di responsabilità per il loro astensionismo.

   Chi non si interessa di politica, non s’informa e non partecipa alle elezioni automaticamente avvantaggia i votanti e non può poi lamentarsi e gli eletti non si curano dei suoi interessi, delle sue necessità, delle sue preoccupazioni. Non votando, gli astensionisti non trasmettono le loro richieste né a chi ha vinto le elezioni e le cariche né a chi va a formare l’opposizione e avrebbe grande vantaggio dall’ottenere informazioni e sostegno, a futura memoria, dagli astensionisti. Proprio qui sta il problema, se si vuole l’emergenza. I governanti e, di volta in volta, gli oppositori non sanno che cosa desidera “la gente”, per lo più presumono e spesso sbagliano attribuendo preferenze inesistenti. In un certo senso, poi, tanto i governanti quanto gli oppositori diventano e rimangono irresponsabili. Non debbono rispondere ad un elettorato che non li ha votati oppure a elettori casuali e fluttuanti, ma soltanto a quei settori loro già noti, talvolta definiti zoccolo(ino) duro. Per fortuna, fino a quando non farà la sua comparsa un demagogo, non si configura nessuna emergenza. C’è, invece, cospicuo e persistente un problema di scollamento fra una società, che non sempre merita la qualifica “civile”, e partiti disorganizzati, male educati, opportunisti. Poiché questo scollamento riduce e limita il potere del popolo (democrazia) è giusto (pre)occuparsene, non con frasi da coccodrillo, ma riconoscendo e affermando l’importanza del voto e della politica.

Pubblicato AGL il 29 giugno 2022

Democrazia Futura. Le virtù di una concezione maggioritaria della democrazia italiana @Key4biz #DemocraziaFutura

 “Le virtù di una concezione maggioritaria della democrazia italiana”, Democrazia futura, II (1) gennaio-marzo 2022, pp. 191-194. L’anticipazione su Key4biz

Dimenticare Enrico Berlinguer e Aldo Moro, in polemica con i sostenitori di un “ritorno alla proporzionale” il nuovo contributo di Gianfranco Pasquino, professore Emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna e Socio dell’Accademia dei Lincei.

Il numero cinque di Democrazia futura si avvia alla sua conclusione con un intervento di Gianfranco Pasquino che – in polemica con i sostenitori di un “ritorno alla proporzionale” che in realtà già esiste nella legge elettorale attualmente in vigore – ribadisce le ragioni già espresse da uno dei suoi maestri, Giovanni Sartori, evidenziando “Le virtù di una concezione maggioritaria della democrazia italiana” e scagliandosi contro “il compromesso storico di Enrico Berlinguer che fu una pericolosa sfida alla democrazia competitiva” ma anche contro Aldo Moro difensore “della democrazia proporzionale che garantiva alla DC un profittevole ruolo di centralità politica e istituzionale” che non favoriva la “democrazia dell’alternanza”.

Manovrato da commentatori e politici di scarse o nulle letture, costantemente inclini all’opportunismo istituzionale, il pendolo tra la concezione maggioritaria e la concezione proporzionale della democrazia è in (ir)resistibile movimento verso il secondo polo.

Improvvisati cultori dello studio del corpo umano si sentono sulla cresta dell’onda. Loro avevano già scoperto tempo fa che nel DNA degli italiani non si trova il maggioritario, ma “la” proporzionale. Poco importa, ma non si possono obbligare i sedicenti medici a leggere la storia e la scienza politica, che dal 1861 al 1911 i nonni e i bisnonni degli attuali laudatores della proporzionale abbiano votato con un sistema elettorale maggioritario. Ancor meno importa che di leggi elettorali proporzionali ne esistano numerose varianti, prevedibilmente alcune migliori di altre e alcune pessime.

Incidentalmente, non sta fra le pessime la variante di proporzionale usata in Italia dal 1946 al 1992 (peraltro, facilmente migliorabile con alcuni ritocchi mirati). Ci stavano, invece, sia la legge elettorale usata nella Repubblica di Weimar (1919-1933) sia quella, variamente manipolata, usata nella Quarta Repubblica francese (1946-1958).

Un punto fermo va subito messo. In assenza di una legge elettorale proporzionale è quasi del tutto improbabile che si abbia una democrazia proporzionale, ma, comunque, sarà indispensabile valutare anche il contesto istituzionale.

Il secondo punto fermo, più a giovamento dei riformatori che dei granitici commentatori, è che la vigente Legge Rosato, molto criticabile da una pluralità di prospettive (candidature plurime e “trascinamento” del voto), non può in nessun modo e a nessun titolo essere definita maggioritaria. Con poco meno di due terzi di parlamentari eletti con metodo proporzionale, è un sistema misto con chiara prevalenza proporzionale.

Quindi, nessuno si stracci le vesti e ipocritamente versi calde lagrime. Non stiamo tornando alla proporzionale. Ci siamo dentro e, nel peggiore/migliore dei casi, si giungerà alla formulazione di una legge elettorale proporzionale buona, migliore, non è troppo difficile, della Legge Rosato.

Naturalmente, nelle democrazie parlamentari nessuno da nessuna parte in nessuna democrazia con nessun sistema di partiti elegge direttamente né il governo né il capo del governo: una stupidaggine costituzionale che continua tristemente a circolare. Questa fantomatica elezione non è mai stata un obiettivo affidato alle leggi elettorali neppure a quelle maggioritarie.

 Infine, è imperativo sottolineare che il criterio dominante con il quale valutare le leggi elettorali è quanto potere attribuiscono ai cittadini nella scelta dei rappresentanti, nell’elezione del Parlamento. Quindi, va subito aggiunto che l’esistenza del voto di preferenza (a sua tempo si discuterà quanto e come) contribuisce a dare potere ai cittadino-elettori.

L’opposizione aspra di tutti i dirigenti del pentapartito al referendum sulla preferenza unica del giugno 1991 si spiega perché tre/quattro preferenze potevano essere controllate da cordate di candidati.

Una sola preferenza era una vera risorsa nelle mani dell’elettorato.

La legge elettorale proporzionale è costitutiva della concezione proporzionale della democrazia poiché i suoi effetti consistono nell’assegnare il potere politico e istituzionale proporzionalmente nelle mani dei partiti e dei dirigenti.

Non sorprende che nella proposta berlingueriana di compromesso storico, di cui si torna a parlare spesso con nostalgia pari alla non comprensione delle sue largamente deleterie conseguenze sistemiche – che ho esposto, chiarito e fortemente criticato nel mio libro Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana[1] – non si facesse nessun cenno a riforme elettorali e istituzionali. Quel “compromesso” avrebbe bloccato qualsiasi dinamica competitiva. 

Non è certamente da scartare la convinzione di alcuni studiosi e commentatori nonché di molti politici che i Costituenti hanno limpidamente espresso il loro favor per una democrazia proporzionale. Ma questo favor non implica in nessun modo che i Costituenti sarebbero indisponibili a confrontarsi con la prospettiva di una concezione maggioritaria della democrazia e con le proposte che vi condurrebbero.

Il caso francese del passaggio da una democrazia proporzionale nella Quarta Repubblica (1946-1968) ad una democrazia maggioritaria nella Quinta Repubblica (dal 1958 a oggi)

Ho avuto spesso modo di argomentare che la Francia della Quarta Repubblica (1946-1958) è stata il sistema politico-costituzionale più simile a quello che l’Italia ha avuto dal 1946 al 1992.

Il semipresidenzialismo della Quinta Repubblica ha certamente dato vita ad una democrazia maggioritaria il cui funzionamento è significativamente migliore della democrazia proporzionale esistita nella Quarta Repubblica[2]. Mi pare legittimo trarne insegnamenti riformatori. Tiri le somme chi sa (se no, lo farò di persona la prossima volta).

Qui, dopo una indispensabile premessa, mi preme di segnalare quali sono, possono essere, le virtù di una concezione maggioritaria della democrazia.

Con l’aiuto di Giovanni Sartori prendo l’argomento per la coda. In un sistema parlamentare bicamerale paritario nel quale i rappresentati sono eletti su liste di partito con legge elettorale proporzionale e i governi sono di coalizione, è altamente probabile che tutto il “gioco” politico sia condotto e rimanga nelle mani dei dirigenti di partito.

I partiti al governo si accuseranno reciprocamente di essere responsabili del non fatto e del mal fatto (politica dello scaricabarile). Ciascuno di loro dirà di volta in volta che si può fare di più (politica del gioco al rialzo).

Spesso in un sistema multipartitico il ricambio al governo sarà infrequente e limitato. Possibile, invece, che siano i parlamentari a muoversi (dare dinamismo mi pare espressione esagerata) passando da un partito all’altro, non troppo differenti quanto alle poche idee di cui sono portatori, in ossequio alla tradizione italiana del trasformismo.

Eletti con legge proporzionale, spesso sostanzialmente nominati dai dirigenti di partito i parlamentari non debbono rendere conto del loro operato agli elettori, ma a quei dirigenti oppure ad altri che offrano di più.

Eletti in collegi uninominali, i parlamentari delle democrazie maggioritarie vorranno e sapranno rendere conto ai loro elettori e in Parlamento sosterranno lealmente il loro governo oppure l’opposizione della quale fanno parte offrendo in questo modo agli elettori attenti e insoddisfatti la possibilità di un’alternativa plausibile.

Il governo sarà giustamente considerato responsabile del fatto, del non fatto e del mal (mis) fatto. Nella consapevolezza di potere vincere e essere chiamata a attuare le sue promesse, l’opposizione non propaganderà latte e miele, vino e rose. Rimarrà nei binari di una ragionevole responsabilità. Quella parte, che esiste ovunque, di elettori attenti e esigenti, dieci/quindici per cento, avrà la grande opportunità di valutare e decidere gli esiti elettorali nei singoli collegi e a livello nazionale.

Un migliore contesto istituzionale di interazione e di equilibrio fra i poteri, una doppia responsabilità degli eletti verso tutti gli elettori del proprio collegio e verso il governo del loro partito e quello del paese che verrà se la loro opposizione ottiene successo

Le democrazie maggioritarie operano in un contesto istituzionale di interazione fra esecutivo, legislativo, giudiziario nei quali nessuno dei poteri sovrasta l’altro e sono all’opera freni e contrappesi.

L’alternanza al governo è un’aspettativa diffusa, sempre possibile che impronta i comportamenti tanto dei governanti quanto degli oppositori e ispira speranze e timori nell’elettorato.

Nessuno, peraltro, vince mai tutto e nessuno perde mai tutto, meno che mai perde/viene privato dei mezzi politici per riprovarci.

La vera insegna di una concezione maggioritaria della democrazia: Winner takes all, non significa che chi vince si impadronisce di tutto il potere, quello economico incluso, ma che ottiene il potere politico di governo necessario a tradurre le sue promesse in performance, in prestazioni.

Significa anche che, eletti in collegi uninominali, i rappresentanti parlamentari sentono e hanno una doppia responsabilità: verso tutti gli elettori di quel collegio, non soltanto i loro, e verso il governo del loro partito e, in prospettiva più lata, nient’affatto esagerata, anche, in quanto oppositori, verso il governo che verrà se la loro opposizione ottiene successo.

Insomma, la concezione maggioritaria della democrazia si fonda su due pilastri, quello istituzionale che ne consente l’emergere e ne influenza il funzionamento, e quello comportamentale che incentiva e/o scoraggia quello che fanno/debbono/possono fare governanti e rappresentanti, ma soprattutto gli elettori ai quali bisogna dare il tempo di apprendere i comportamenti coerenti e le modalità con le quali praticarli perseguendo gli esiti desiderati.

Molto difficile, ma certo non del tutto impossibile, che la democrazia maggioritaria ottenga adeguato sostegno e positiva valutazione da coloro che traggono vantaggi dalla pratica e dalla descrizione dei proporzionalismi. Da coloro che ancora adesso non si sono resi conto che il compromesso storico di Enrico Berlinguer e dei suoi più o meno tattici sostenitori fu una pericolosissima sfida alla democrazia competitiva tout court. Avrebbe posto fine alla democrazia proporzionale e impedito la comparsa di qualsiasi elemento di democrazia maggioritaria.

Comunque, è sbagliato lodare Aldo Moro o giustificarlo. La sua reazione non positiva alla proposta di compromesso storico non avvenne affatto in nome della democrazia dell’alternanza collocata in un mai definito futuro (“chi ha più filo tesserà più tela”) e per la consapevolezza dei profondi guasti istituzionali e politici di una democrazia ancora più bloccata, ma della difesa della democrazia proporzionale che garantiva alla DC un profittevole ruolo di centralità politica e istituzionale.  Proporzionale o maggioritaria, chi vuole dare un contributo positivo alla democrazia italiana contemporanea e futura farebbe meglio non solo a non ascoltare i loquacissimi morotei e i berlingueriani acritici, ma proprio a dimenticare Enrico Berlinguer e Aldo Moro.

Le virtù della concezione maggioritaria della democrazia sono state elaborate e messe con profitto all’opera altrove.   

[1] Si veda il capitolo “Compromesso storico, alternativa, alternanza” in Gianfranco Pasquino, Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, Torino, UTET 2021, 223 p. [il capitolo si trova alle pp. 89-112].

[2] Ne ho parlato su queste colonne nel numero precedente. Cfr. Gianfranco Pasquino, “La lezione francese. Il sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali”, Democrazia futura, I (4), ottobre-dicembre 2021, pp. 793-801.

Pubblicato il 23 maggio 2022 su Key4biz

Pasquino: «I partiti? Oggi sono ininfluenti, per fortuna che c’è l’Europa» #intervista @Avantionline

Intervista raccolta da  Giada Fazzalari

Nella storia della Repubblica raramente i partiti sono stati così ininfluenti come in questa stagione e dunque se il sistema-Paese regge, buona parte del merito va ascritto all’Europa. In questa intervista all’”Avanti! della domenica” Gianfranco Pasquino, uno dei grandi maestri della scienza politica del secondo dopoguerra, tratteggia un affresco dell’Italia politica, attardata in una transizione che sembra non voler finire. Classe 1942, torinese, allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, professore emerito di Scienza politica all’università di Bologna, ha vissuto una vita “tra scienza e politica”, come recita il libro autobiografico appena pubblicato, dove trapelano l’arguzia, l’intelligenza affilata e un tratto deciso: la libertà integrale dell’intellettuale di razza.

Qual è lo stato di salute della politica e dei partiti in Italia?

La politica è qualcosa che si svolge, come diceva Aristotele, nella Polis e ci riguarda tutti, non possiamo chiamarci fuori. Se la politica non gode di uno stato di salute buono, vuol dire che i cittadini non sono inclini a occuparsene e fanno male, perché se i cittadini non si occupano di politica, i politici non si occuperanno di loro e dunque non risolveranno nessuno dei problemi collettivi che incidono sulla qualità della loro vita. I partiti italiani stanno malino. Di solito i politici pensano sia così anche altrove ma non è vero, perché altrove ci sono partiti organizzati, strutture vere e modalità di scelta dei leader e dei candidati che funzionano. Quello che non va bene in questo paese sono esattamente i partiti come strutture che organizzano il consenso e fanno partecipare i cittadini alla vita pubblica.

A proposito di partecipazione: si avvicina il momento in cui i cittadini torneranno a dire la loro. Questa legge elettorale ha dato buona prova di sé? molti a sinistra auspicano un ritorno al sistema proporzionale…

Questa è una pessima legge elettorale, perché i partiti l’hanno concepita perseguendo il loro interesse specifico. Quello che qualcuno chiama governabilità, per i partiti è riuscire a vincere le elezioni e rimanere al potere il più a lungo possibile. La legge Calderoli ha consentito comunque la caduta del governo Berlusconi nel 2011 e la legge Rosato ha permesso tre cambi di governo: non è esattamente indice di stabilità, che è la premessa della governabilità. Come si fa a governare bene se non si hanno dei governi stabili? Le leggi maggioritarie possono funzionare bene, come la legge Mattarella. Esistono inoltre diversi sistemi proporzionali: quello che conta è la rappresentanza che non è mai solo un affare di numeri, ma di capacità dei rappresentanti. A mio modo di vedere il criterio per valutare una buona legge elettorale è quanto potere hanno gli elettori nella scelta dei rappresentanti. Fino ad adesso non ho sentito parlare di questo. Due buone leggi elettorali attualmente utilizzate in Europa sono quella francese, con il doppio turno di collegio, con una soglia di passaggio dal primo al secondo turno e il sistema elettorale tedesco ma come è in Germania. Noi abbiamo fatto molto male cercando di essere originali e potremmo fare molto meglio importando sistemi che funzionano.

Sembra che il Pd stia riconquistando una certa centralità politica. Come vede il futuro del centro-sinistra? Con o senza M5S?

Letta ha stabilizzato una situazione. Non vedo un’avanzata travolgente del Pd e con il 20-22% si può essere centrali in uno schieramento politico ma poi bisogna trovare gli alleati adeguati, leali, competenti. Useremmo questi tre aggettivi per il M5S? certamente no. Eppure è un alleato necessario. Primo perché probabilmente loro stessi non sanno dove andare e poi perché senza quel 15% non si può fare nessun campo largo. Quindi buona fortuna a Letta, perché non vedo altri pezzi di sinistra, alcuni tra questi sono cespugli.

I socialisti portano in dote una grande storia e grandi valori…

Sono assolutamente d’accordo: la cultura politica socialista è stata una cultura importante e ancora oggi si ritrova in alcuni esponenti, però temo che non ci sia sufficiente convinzione nei portatori passati della cultura socialista. Bisogna riprendere la materia culturale senza troppe recriminazioni sul passato ma guardando avanti, guardando all’Europa e ai partiti socialdemocratici. Quindi lo spazio c’è e deve essere colmato con un po’ di innovazione. Lo dico così: bisogna ripensare il socialismo, guardando al futuro e con un progetto. Ricostruire una cultura socialista nel Paese è un’operazione ambiziosa che si può fare, che poi era il tentativo fatto da Gigi Covatta. La cultura socialista è esistente, le altre si sono dissolte.

I referendum sulla giustizia saranno risolutivi sulle questioni sollevate o serve una riforma di sistema in Parlamento?

Il problema della giustizia è un tema anche di reclutamento, preparazione e di criteri di promozione dei magistrati. Inoltre, più di qualsiasi altra attività che si svolge in un sistema politico, la magistratura ha bisogno di persone che abbiano un senso etico, che sappiano che le loro decisioni incidono sulla vita delle persone e complessivamente sul benessere del sistema politico. Su uno dei quesiti sono d’accordo e sarei disposto a votare sì: bisogna assolutamente cambiare il sistema elettorale del CSM e renderlo tale che non possa essere manipolato dalle correnti della magistratura che ne hanno fatte di tutti i colori. Su tutte le altre tematiche credo che la riforma debba essere fatta in parlamento, con calma, conoscenza, in maniera chirurgica.

Lei ha scritto in libro autobiografico che si chiama ‘Tra scienza e politica litica’. Le va di farci un bilancio dei suoi primi 80 anni?

(.. sorride..) L’idea è di raccontare quello che mi è successo, da partecipante attivo e curioso di un sistema politico, che ha imparato molto attraverso la scienza politica, grazie a Norberto Bobbio e a Giovanni Sartori. Il mio bilancio personale è positivo: ho avuto fortuna ma me la sono anche conquistata, ho sempre lavorato molto. Nel libro cito la mia esperienza in Cile, l’insegnamento in alcune università americane e nei college inglesi, esperienze importanti per capire come si pratica la politica altrove. C’è anche un po’ di amarezza per tutte le cose che si potevano fare e non sono state fatte, e perché ho visto troppi errori, manipolazioni, furbizie. Questo è un paese che vive al di sotto delle sue capacità intellettuali e culturali perché troppi pensano esclusivamente al loro destino personale, al loro narcisismo e questo è davvero un peccato sistemico. Quindi il paradosso è che sono molto soddisfatto ma quando mi guardo intorno, mancando la coesione collettiva, vedo molte cose che non vanno bene.

Lei diceva: cose che si potevano fare, non sono state fatte. Ma che si possono fare ancora, anche da chi è al governo?

Certamente. Draghi, che ho conosciuto quando era un giovane dottorando, ha imparato moltissimo e ha secondo me la prospettiva di governo giusta. Però intorno a lui vedo dei profittatori che hanno guadagnato dalla sua presenza in politica e non vedo la loro capacità di contribuire a un progetto collettivo. Quindi si porrà il problema di cosa succederà dopo le elezioni marzo del 2023. Ci sono ancora molte cose che si possono fare e dobbiamo soprattutto essere grati all’Europa: “non dobbiamo mai chiederci che cosa l’Europa debba fare per noi ma cosa noi dovremo fare per l’Europa, in Europa”. Draghi questo lo sa, molti altri no. Il mio augurio di professore e cittadino è che tutti studino e imparino. Presto.

Pubblicato il 4 giugno 2022 su Avanti Settimanale