Home » Posts tagged 'legge elettorale'
Tag Archives: legge elettorale
Quel che so sul voto di preferenza #ParadoXaforum

Nelle elezioni tenutesi il 26 giugno 1983, candidato indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano nella circoscrizione Bologna-Ferrara-Ravenna -Forlì, ottenni 14.566 preferenze risultando l’ultimo degli eletti- Però, eletto anche al Senato (sì, era possibile essere candidati in entrambi i rami del Parlamento e in più circoscrizioni) nel collegio di Portomaggiore Ferrara, optai per il Senato. Grazie al PCI avevo fatto una intensa campagna elettorale sul territorio distribuendo un numero notevole di cartoncini, me li ricordo, grigi e dimessi, che portavano due nomi: Renato Zangheri (già notissimo sindaco della città di Bologna, capolista) e il mio. Per ragioni politiche, il capolista doveva fare il pieno di preferenze trascinando il “prestigioso” professore che con la sua candidatura “legittimava” il PCI e avrebbe portato in Parlamento le sue importanti (aggettivo mio, e ci credo) conoscenze politologiche. Gli analisti comunisti del voto giunsero alla ragionevole conclusione che un migliaio o poco più di quei voti di preferenza erano di elettori/elettrici attratti dalla mia presenza in una lista che altrimenti non avrebbero votato.
La legge elettorale allora vigente per la Camera dei deputati consentiva agli elettori di esprimere, a seconda della dimensione della circoscrizione, valutata con riferimento al numero dei deputati da eleggere, fino a tre o quattro preferenze scrivendo semplicemente il numero di lista del candidato oppure il suo (nome e) cognome. Per curiosità e per interesse professionale, ho più volte fatto lo scrutatore e anche il presidente del seggio di Torino dove votavo negli anni sessanta del secolo scorso. Il numero di schede contestabili e contestate era minimo. Gli elettori arrivavano preparati. E la percentuale di preferenze espresse erano regolarmente intorno al 30, quelle comuniste precise, ordinate, rispettando un pattern di quartiere. Quelle socialiste erano piuttosto variegate. Quelle democristiane riflettevano la popolarità locale del candidato già in parlamento, consigliere comunale, sindacalista. Non ci furono brogli né accordi sottobanco.
Altrove, sì. Nel 1987 nella circoscrizione Napoli-Caserta successe di tutto. Su ricorso di un candidato democristiano che denunciò lo scippo di preferenze espresse sul suo nome, la Giunta per le elezioni della Camera rilevò una pratica molto truffaldina di accordi fra gli scrutatori e i rappresentanti di lista. Nelle schede elettorali nelle quali gli elettori non avevano espresso voti di preferenza veniva consentito di farlo agli scrutatori di quel partito che chiudevano gli occhi su pratiche simili effettuate dagli scrutatori di altri partiti, apparentemente con la sola eccezione del PCI, il cui capolista era Giorgio Napolitano. I capolista di alcuni partiti del pentapartito, più precisamente il Ministro degli Interni Antonio Gava (DC), il vice segretario Giulio Di Donato (PSI), il Ministro della Sanità Francesco Di Lorenzo (PLI), avevano un fortissimo interesse e bisogno di gonfiare il loro bottino di preferenze come prova di grande sostegno popolare da tradurre in potere politico nel rispettivo partito e nel governo.
Da qualche anno era cominciato, mi permetto di aggiungere anche per merito mio, un dibattito intenso e aspro sulla eventualità di una riforma della legge elettorale. Alla (legge) proporzionale nella sua variante italiana si imputava, non senza più di un fondo di verità, di rendere molto difficile l’alternanza. La soluzione suggerita era quella di ridurne la proporzionalità, se non, addirittura sostituirla con una legge maggioritaria: l’uninominale inglese oppure, con meno sostenitori, il doppio turno francese. Nel parlamento eletto con quella proporzionale, nonostante qualche malcontento, non esisteva nessuna maggioranza riformatrice. Anche con la partecipazione di alcuni parlamentari, me compreso, si formò un Comitato per la Riforma Elettorale che intraprese la via del referendum abrogativo. Era una via perseguibile poiché la legge elettorale non sta nella Costituzione. Però, venne subito sbarrata dalla Corte Costituzionale. No all’abrogazione della legge nella sua interezza poiché nessun organismo costituzionale, in questo caso il Parlamento, può rimanere privo della legge che gli ha dato vita. I proponenti si trovarono costretti a procedere ad un delicato e raffinato ritaglio di alcune parole per sottoporre un quesito che riguardava il voto di preferenza. L’esito fu il quesito referendario che riduceva le preferenze esprimibili a una soltanto scrivendo il cognome del prescelto, quindi rendendo impossibili i troppo facili brogli con la manipolazione dei numeri.
La campagna elettorale dei proponenti fu improntata alla grande opportunità offerta ai cittadini di scegliere il loro rappresentante in Parlamento quasi come se si stesse andando verso un sistema maggioritario in collegi uninominali: una felice ambiguità. Divenuti consapevoli del significato della sfida pericolosissima alle loro rendite di posizione, i dirigenti dei partito, ad eccezione dei comunisti per lo più non desiderosi di esprimersi in materia, tentarono in ordine sparso, di fare fallire il referendum per mancanza di quorum ovvero il raggiungimento della maggioranza assoluta dei votanti. Ancora oggi le indicazioni di cosa fare invece di recarsi alle urne appaiono rivelatrici. La più nota fu quella del segretario socialista Bettino Craxi: andare al mare. A ruota arrivarono il leghista Umberto Bossi: fare una passeggiata nei boschi padani; il ministro democristiano che sovrintendeva alle elezioni Antonio Gava: stare a casa con gli amici; il leader democristiano Ciriaco De Mita: giocare a carte, tressette.
Invece, il 9 giugno 1991, sorprendendo tutti gli osservatori e gli stessi proponenti, 29.609.635 italiani, il 62,5 percento (quorum abbondantemente superato) si recarono alle urne, Il 95, 57 per cento di loro, 26.896.979 votarono “sì” (1.247.908, 4, 43 per cento “no”) aprendo la via ad una riforme elettorale in senso maggioritario. Prima, però, si tennero le ultime elezioni politiche con “la proporzionale”, le uniche con la preferenza unica, sufficienti a produrre conseguenze tanto inattese quanto di grande impatto sui partiti. Commissionate appositamente, le analisi dell’uso e delle conseguenze della preferenza unica in cinque circoscrizioni raccolte nel volume da me curato e introdotto: Votare un solo candidato. Le conseguenze politiche della preferenza unica (Bologna, il Mulino, 1993) rivelano che gli elettori non ebbero nessuna difficoltà nell’avvalersene. Più importante è che non si produssero fenomeni di scambi impropri, brogli e corruzione. In seguito, poiché su possente spinta dei referendum elettorali del 1993, il Parlamento procedette alla redazione ad opera dell’on. Sergio Mattarella di due nuove leggi che assegnavano tre quarti dei seggi in collegi uninominali, di voto di preferenza non si dovette discutere.
La legge Calderoli (2005), con la quale Berlusconi sostituì la legge Mattarella, contemplava unicamente liste bloccate. Soltanto se le liste erano bloccate, diventava possibile fare entrare in Parlamento esponenti della società civile, altrimenti surclassabili nella raccolta dei voti dai politici di mestiere e dalle loro reti di relazioni e di affari. Inoltre, i nominati o cooptati dal leader, consapevoli di dovergli il seggio e ancor più qualsiasi eventuale ambita rielezione, sentivano l’obbligo della disciplina di voto. Si spiega anche così la vergognosa votazione che riconobbe a Ruby la qualifica di nipote del dittatore egiziano Mubarak. L’ostilità alle preferenze da parte di Forza Italia continua oggi manifestata dal leader Antonio Tajani che già esercita scarso controllo sui suoi gruppi parlamentari, meno che mai ne avrebbe se fossero molti gli eletti grazie alle preferenze guadagnate sul campo.
Meglio chiarire subito che l’alternativa sulla quale i partiti della maggioranza di destra si dividono non è propriamente limpida. Vero è che, da un lato, stanno i sostenitori delle liste bloccate, ma, dall’altro, non si trovano coloro che vogliono consentire agli elettori di esprimere liberamente almeno una preferenza, Infatti, i capilista, in non pochi casi gli unici eletti per partiti medio-piccoli, sarebbero comunque bloccati. Inoltre, verrebbero predefiniti i candidati preferenziabili, fra i quali gli elettori potrebbero assegnare i loro voti, presumibilmente con alternanza di genere. Stupisce e rattrista notare che molte donne politiche si sono schierate contro il voto di preferenza che le svantaggerebbe. Al contrario, il ripescaggio della preferenza unica, argine alla formazione di pericolose “cordate”, consentirebbe alle donne di fare appello al voto di tutti coloro, oramai sperabilmente molti, che sono giunti alla convinzione che in generale e in Parlamento il punto di vista delle donne meriti di essere espresso e rappresentato, confortato e potenziato da un solido bottino di voti di preferenza. Inoltre, vale per entrambi, gli uomini e le donne, la competizione per le preferenze con la possibilità di votare la candidatura più gradita può riportare alle urne una parte di astensionisti. Ragionamento: “Sono tutti eguali, ma la mia candidata è molto preferibile, non è paracaduta, ma enfant du pays, una di noi, ci conosce e la conosciamo, potremo raggiungerla facilmente, lamentarci con lei, spronarla e decidere, a sua ‘saputa ‘, se rivotarla o bocciarla”. Insomma, un (unico) voto di preferenza può servire a cambiare non poco la brutta politica (dei capilista bloccati e dei loro sponsor).
Pubblicato il 27 luglio 2026 su PARADOXAforum
La crisi resta un miraggio. La sinistra non canti vittoria @DomaniGiornale

Freddamente. Trenta/quaranta parlamentari approfittano del voto segreto per bocciare un emendamento presentato, dopo accordo fra i partiti del centro-destra, dal capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, che è anche il primo firmatario della proposta di legge elettorale (prometto che, neppure sotto tortura, la chiamerò Bignaminum/Bignaminam). L’emendamento, tanto furbesco quanto mal congegnato, introduceva la possibilità per gli elettori di esprimere fino a tre preferenze, con il capolista, spesso l’unico eletto in molte circoscrizioni, bloccato. L’emendamento, elemento marginale, di una pessima legge elettorale, è stato bocciato 188 a 187 da parlamentari che non hanno il coraggio o semplicemente la decenza di “metterci la faccia”. Sulle regole del gioco, credo che gli elettori dovrebbero sapere come e perché ciascun parlamentare si esprime e i parlamentari dovrebbero rivendicare apertamente le loro scelte. Comunque, fatta un po’ di opportuna cosmesi, potrà essere ripresentato al Senato. Saranno molto probabilmente le opposizioni stesse, compatte comme d’habitude, a volere che agli elettori venga data l’opportunità di esprimere una preferenza, o no?
Bagarre. A quel voto contrario troppi in parlamento e fuori hanno fatto seguire dichiarazioni e richieste esagerate che, oltre alla comprensibile partigianeria, rivelano scarse conoscenze delle regole di funzionamento delle democrazie parlamentari. In primo luogo, quell’emendamento non è affatto un elemento centrale e qualificante della riforma elettorale in discussione. Lo sono, mio parere, i premi di maggioranza e l’indicazione del nome del candidato/a alla carica (non “poltrona”) di Presidente del Consiglio. Lo è l’idea che gli elettori debbano/possano eleggere il governo. Lo è la sottrazione al Parlamento, luogo centrale di rappresentanza politica, del compito/potere di dare vita al governo e, eventualmente, “rimpastarlo”, quando non, addirittura, trasformarlo e sostituirlo. Dunque, non sarebbe/non sarà affatto né hybris né violazione di regole, meno che mai costituzionali, se Meloni deciderà di andare avanti. Solo mal posta ostinazione.
Crisi. Nessuna singola sconfitta parlamentare, ad esclusione di quella sulla richiesta di fiducia (Prodi ottobre 1998 docet) implica automaticamente l’apertura di una crisi di governo. Meloni può decidere, l’ha già fatto, di andare avanti fino all’approvazione del testo, dimostrando che si è trattato soltanto di un deplorevole incidente. Potrebbe anche, ma non le corre nessun obbligo, chiedere al Parlamento un voto di rinnovata fiducia. Quello che non può avere è lo scioglimento immediato del Parlamento. Esiste una lunga e convincente sequenza di dinieghi presidenziali, a cominciare con Oscar Luigi Scalfaro: no a Berlusconi, dicembre 1994 e no a Prodi, ottobre 1998; poi Napolitano: no a Bersani, novembre 2011 e Mattarella: no scioglimento al buio, gennaio 2021 e formazione governo Draghi febbraio 2021. Regola generale: il Presidente non scioglie se in Parlamento esiste una maggioranza in grado di dare vita a un governo operativo. “Sentiti i Presidenti delle due Camere” e facendo affidamento sulle sue molteplici fonti, il Presidente è in grado di non farsi condizionare. Lo ha convincentemente dimostrato.
La festa è già finita. Terminati i festeggiamenti, qualcuno potrebbe poi fare un giro fra i capi dell’opposizione e chiedere loro se pensano di essere pronti a elezioni anticipate, come e perché. In estrema provocatoria sintesi, “avete un programma comune concordato, avete ridotto o eliminato le esiziali distanze sul sostegno all’Ucraina e sulla difesa dell’Europa, avete scelto chi guiderà la coalizione oppure saprete come farlo in tempi brevi?” Certo, solo dopo la misurazione delle rispettive hybris, qualità che non manca nel campo largo dei vari aspiranti. Non mi spingerò fino a chiedere, come ha già efficacemente argomentato su queste pagine Franco Monaco, un ampio rinnovamento dei gruppi parlamentari del Partito Democratico. Però, concordo pienamente. Concludo chiedendo(mi) quali garanzie danno le opposizioni di sapere formare un governo stabile, operativo, in grado di cambiare in meglio la politica, l’economia, la società italiana? Non vorrei lasciare ai posteri l’ardua sentenza.
Pubblicato il 16 luglio 2026 su Domani
Rappresentare o ingannare. Il dilemma legge elettorale @DomaniGiornale

Le leggi elettorali traducono i voti in seggi. Servono a eleggere i parlamenti, mai, in nessun sistema politico, i governi. Sono sempre congegnate per dare rappresentanza politica agli elettori. La governabilità, “stabilità politica più efficacia decisionale”, dipende soltanto in piccola misura dalle leggi elettorali, in grande misura dalle capacità dei governanti. Il criterio dominante, non esclusivo, per valutare la qualità delle leggi elettorali è quanto potere conferiscono agli elettori.
Per insipienza e per furbizia, né la legge Rosato, attualmente vigente, né la proposta attualmente in discussione, primo firmatario l’on. Galeazzo Bignami, capogruppo dei Fratelli d’Italia alla Camera dei Deputati, rispettano minimamente i criteri sopra esposti. Anzi, coloro che hanno stilato la nuova proposta sembrano essersi, più meno consapevolmente, impegnati a violare quei criteri e intendono graniticamente continuare a farlo, con qualche aggiunta neppure fantasiosa.
I principali obiettivi perseguiti sembrano (i proponenti sono volubili) essere tre. Fare sì, primo, che non si abbia un pareggio fra le due coalizioni. Secondo, che si sappia la sera stessa del voto chi ha vinto. Terzo, che alla coalizione vincente venga attribuito un premio in seggi che le garantisca una maggioranza assoluta da loro considerata la premessa di stabilità e “governabilità”. La legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza configurerebbe, secondo qualche incauto commentatore, il modello elettorale tipicamente e peculiarmente italiano da Acerbo (1923) alla legge truffa (1953) e alla legge Calderoli (2005).
Il disegno di legge Bignami et al., costruito sulla legge Rosato, si configura a sua volta come una legge proporzionale con premio di maggioranza variabile, attribuito eventualmente con ballottaggio, se nessuna coalizione supera il 40 per cento dei voti. Le liste presentate agli elettori al momento sono bloccate, ma quasi come contrappeso i partiti dovranno/potranno inserire nel loro logo il nome della candidata alla carica di Presidente del Consiglio.
Cadendo giulivamente nelle trappole disseminate in qua e in là nel testo, sia i critici sia i sostenitori della proposta si sono accapigliati sui numeri, non sulla qualità della legge. Suggerisco di cestinare testo, audizioni e discussione e di (ri)cominciare (quasi)ex novo, non che ci sia qualcosa da salvare, ma perché bisogna evitare di ripetere gli errori.
Chi vuole una buona rappresentanza politica, essenziale all’esistenza e al funzionamento del Parlamento, deve volere una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento che scoraggi la frammentazione di quel che resta del sistema dei partiti. Deve pretendere anche un voto di preferenza (non due, tre, quattro che favorirebbero le cordate) per dare agli elettori la possibilità di premiare chi lo merita, e di riconfermarla/a. A sua volta, il parlamentare così eletto sarà incentivato a tenere conto delle preferenze degli elettori e a trasmetterle al suo gruppo parlamentare e ai suoi esponenti al governo.
Che male fa leggere sulla scheda i nomi delle candidature a Presidente del Consiglio? Poco male. Infatti, non sarebbe costituzionalmente rilevante. Il Presidente della Repubblica potrà comunque esercitare, ma, immagino con qualche fastidio personale, il suo potere di nomina. Però, è del tutto probabile che si leveranno alte le scandalizzate grida di alcuni politici, di noti conduttori di talk show, di sussiegosi opinion makers: “traditi gli elettori!”, a tutto vantaggio dell’antipolitica e del populismo di bassa lega (oops).
Da ultimo, il “pareggio” in politica non è mai questione soltanto di numeri, ma di disponibilità, accondiscendenze, trasformismi. Sono comportamenti che una cittadinanza attiva e una opinione pubblica informata stigmatizzerebbero, obbligando i pareggianti a darsi regole opportune e adeguate al governo e all’opposizione: essere coesi, disciplinati, ma al tempo stesso attenti ai contributi specifici, mai sbrigativi e narcisisti. L’esperienza svedese tra il 1973 e il 1976 suggerisce che è sufficiente che le camere abbiano un numero dispari di componenti e ne conseguiranno vincitori e vinti.
Non siamo svedesi, ma qualche volta sappiamo imparare. Chi vince governerà nella piena consapevolezza che politiche pubbliche estreme faranno perdere voti decisivi. Dal canto suo, chi sta all’opposizione non si lancerà in proposte al rialzo perché difficilmente sono premiate dagli elettori “spareggianti” e non saranno poi attuabili. Allora, che i sedicenti riformatori meditino meno sui numeri più sulle idee.
Pubblicato il 23 maggio 2026 su Domani
Un governo di “campatori” fa male all’Italia@DomaniGiornale

In Gran Bretagna, patria delle democrazie parlamentari, la consuetudine ha consentito ai Primi ministri di sciogliere il Parlamento dopo quattro anni del suo mandato quinquennale. Non erano necessarie giustificazioni costituzionali. Più o meno formalmente, quei Primi ministri motivavano politicamente la loro decisione affermando di avere tradotto con successo praticamente tutte le promesse elettorali. Era giunto il tempo di un nuovo mandato popolare per nuove politiche. Oppure nuove, inaspettate sfide economiche, sociali, internazionali imponevano il rinnovamento della rappresentanza parlamentare. Non era il caso di fare riferimento ai sondaggi che rilevassero un livello molto positivo di consenso. Al contrario, quando il consenso per il partito al governo fosse diminuito, meglio tirarla per le lunghe e arrivare alla fine della legislatura (così fecero il conservatore John Major nel 1997 e il laburista Gordon Brown nel 2010, entrambi i partiti persero le elezioni).
Non siamo inglesi, ma il problema di cosa possa fare l’affaticato governo Meloni nel poco più di un anno che manca alla fine della legislatura è oramai posto e conclamato. Certamente deve essere doloroso per la Presidente del consiglio rinunciare all’obiettivo di valenza storica che consisterebbe nell’avere presieduto l’unico governo italiano in carica per tutta la legislatura. La lunga durata ha un verso negativo e un verso positivo. Quello negativo è che il successo conseguito da un governo di legislatura nega alla radice l’indispensabilità di qualsiasi riforma costituzionale formulata per garantire stabilità al capo del governo. Positivamente non mi riferirò, come fanno troppi commentatori populisteggianti, alla maturazione delle pensioni di molti parlamentari, ma a due possibilità. La prima consiste nel portare a compimento alcune riforme, non importa quanto controverse, brutte e pericolose, come la legge elettorale “spareggiatrice” e il Premierato elettivo. La seconda, alquanto complicata, è che le guerre finiscano e comunque facciano la loro comparsa tematiche per le quali il governo abbia soluzioni fantasiose e brillanti, che spiazzino le opposizioni.
Dai ranghi di Fratelli d’Italia sono da tempo spuntati molti corifei, spesso agguerritissime donne, a vantare successi a tutto spiano sulla scena internazionale più che in politica interna. Se è una strategia, non porta lontano poiché è noto che, fatti salvi alcuni rarissimi casi (in tempi recenti forse la Brexit), le tematiche di politica estera raramente portano molti voti e fanno vincere le elezioni. Forse Salvini otterrà qualche voto filoputiniano e antiunioneeuropea in competizione fratricida con i vannacciani. Forse Forza Italia attrarrà un pugno di voti filoUE già orientati verso il centrodestra. Però, Fratelli d’Italia non potrà più sfruttare la sua altolocata amicizia americana e deve ancora trovare il suo bandolo nella matassa europea.
Poco utilizzabile la problematica dell’immigrazione, tutt’altro che scomparsa, ma poco saliente, rimangono i grandi temi: economia, lavoro, sanità, istruzione. Su nessuna di queste il governo può vantare la proprietà, ovvero avere un vantaggio di posizione e/o di prestazione. L’offerta fatta da Meloni di apertura ai contributi dell’opposizione è, da un lato, segno di debolezza e di acquisita consapevolezza che problemi nazionali gravi esigono soluzioni negoziate e, almeno parzialmente, condivise. Dall’altro, è inadeguata anche perché viene smentita in pratica a partire non soltanto dalla legge elettorale “blindata”, cioè non rivedibile, ma anche dal secco e ripetuto “no” al salario minimo.
All’orizzonte non si intravvedono idee nuove e mobilitanti. Il governo Meloni sembra avviato sulla strada lastricata di critiche e rimproveri per quanto fatto dai precedenti governi “tecnici” (anche se rispetta il Draghi tecnocrate massimo) e di rivendicazioni per successi non riconosciuti. Il tempo non utilizzato per rinnovare idee e interpreti, pochi si sono dimostrati all’altezza del loro compito, è perduto. Campare male può ritardare la fine, ma la rende più triste per la Nazione.
Pubblicato il 20 maggio 2026 su Domani
La legge elettorale? Penserà al Quirinale @DomaniGiornale

Esistono paesi, come quelli scandinavi, il Benelux, la Germania dal 1949e altri, che, adottata una legge elettorale (proporzionale) all’inizio del loro percorso democratico, non l’hanno cambiata, procedendo, se del caso, a piccoli aggiustamenti. La continuità elettorale è un buon principio e ha valore Con una delle varianti possibili delle leggi proporzionali, nell’Italia repubblicana si sono eletti i parlamenti per undici legislature dal 1948 al 1994. Riformata quella legge, la prima volta sulla spinta di un referendum popolare, in senso maggioritario (il giustamente famoso Mattarellum utilizzato tre volte), è successo di tutto con ciascuna maggioranza parlamentare che ha tentato di salvarsi e riprodursi con una legge apposita. Insomma, la ricerca era indirizzata non ad una legge elettorale per un parlamento in grado di dare buona rappresentanza politica ai cittadini e di dare vita ad un buon governo, ma che avvantaggiasse chi la scriveva. Da un lato, le carenze tecniche degli improvvisati riformatori, dall’altro, i mutamenti delle preferenze degli elettori hanno frustrato (dovrebbe servire da lezione) le aspettative particolaristiche.
Da qualche tempo sembra che nel centrodestra fino al suo vertice si sia affacciato il dubbio che, mantenendo la legge vigente che porta il nome dell’on. Rosato, rischierebbero di perdere le elezioni prossime venture. Non importa che questi calcoli siano alquanti aleatori (in buona misura finora smentiti dai sondaggi) e prematuri. Conta il desiderio di mettere al sicuro la vittoria elettorale per “continuare il lavoro” nella prossima legislatura e, magari, eleggersi finalmente un/una Presidente della Repubblica di destra. Se l’attuale maggioranza rimane compatta, come ha fatto finora, potrà ottenere quello che vuole. Quindi, il compito delle opposizioni e dei commentatori consiste nel mettere in evidenza che la faziosità delle proposte va scapito delle possibilità di scelta e del potere dell’elettorato e che si intravvedono all’orizzonte alcune importanti criticità.
Se vi saranno liste di partito per assegnare una (in)certa percentuale di seggi, l’unico modo per dare potere agli elettori è consentire loro di esprimere un voto di preferenza. Nei collegi uninominali è ora di introdurre il requisito di residenza. Se l’elettore avrà due voti: uno per la candidatura nel collegio uninominale e uno per il partito nella circoscrizione bisogna consentire il voto disgiunto che esprime approvazione/disapprovazione per l’uno o per l’altra. Quando esisterà un testo, le osservazioni potranno essere più puntuali e i suggerimenti di alternative preferibili saranno più precisi.
Quel testo sarà comunque difficilissimo da scrivere se Giorgia Meloni ha intenzione di procedere con il disegno di legge costituzionale “Norme per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri,”. Infatti, non è ancora stato precisato se quella elezione sarà a turno unico (chi ha più voti, maggioranza relativa, vince) o a doppio turno (modalità altrove largamente prevalente e che assicura la maggioranza assoluta dei votanti). Soprattutto, non sappiamo quale dovrebbe essere il premio in seggi assegnato al vincitore. Però, è evidente che il premierato non sarebbe soltanto la fine della democrazia parlamentare italiana come l’abbiamo conosciuta, ma implicherebbe anche lo stravolgimento del Parlamento, della sua rappresentatività e di alcuni dei suoi compiti, a cominciare da quello del controllo sull’operato del governo.
Per sventare grossi guai/guasti costituzionali si può fare certo affidamento, ma entro limiti piuttosto ristretti, sulla moral suasion del Presidente della Repubblica che se ne intende. La giurisprudenza in materia della Corte Costituzionale mi è finora parsa timida e insicura, non sempre all’altezza. Meglio sarebbe se qualcuno nell’opposizione si mettesse rumorosamente all’opera per formulare una legge elettorale che combini buona rappresentanza politica con opportunità di formazione di governi stabili. Guardando ai sistemi politici europei se ne trovano esemplari apprezzabili, imitabili, cum grano salis adattabili. E allora?
Pubblicata il 25 febbraio 2026 su Domani
Viva la contesa. Ma si pensi agli elettori perduti @DomaniGiornale

La contendibilità (del governo) sta, in maniera non dissimile dalla bellezza, negli occhi di chi guarda. Vedere che i voti del proprio schieramento sono cresciuti è confortante. Constatare che i concorrenti si sono trovati in un sostanziale stallo è quasi altrettanto incoraggiante. Ma il futuro non è mai la semplice prosecuzione dell’oggi poiché numerosi altri fattori sono destinati a fare la loro comparsa. Votando (o no) nelle elezioni regionali, gli elettori erano ampiamente consapevoli della posta in gioco e anche delle problematiche alle quali i candidati presidenti, i loro partiti e, ancor più, le loro coalizioni avevano formulato le loro risposte programmatiche. In Veneto, in Campania e in Puglia non c’era nessun Presidente ricandidato che potesse trarre vantaggio dalle sue prestazioni di governante mettendole in contrapposizioni con le inevitabilmente meno solide promesse degli sfidanti. Peraltro, qualche vantaggio esiste quasi sempre, in termini di visibilità e di relazioni, per le coalizioni governanti. In tutt’e tre i casi, quei governi regionali potevano vantare una lunga storia, quantomeno decennale. Non ne è venuta nessuna sorpresa, ma soltanto una lezione di cui peraltro politici e commentatori attenti non dovrebbero avere necessità: se le sparse membra del centro-sinistra riescono a (ri)comporsi la loro somma può superare il numero di voti che raggranellati dal centro-destra.
Proiettare gli esiti delle elezioni regionali sulle nient’affatto imminenti elezioni politiche del 2027 (a proposito i partiti di governo ci risparmino il brutto gioco di scegliere la data solo in base alle loro convenienze e comunque decidano con un congruo anticipo), non è operazione facile. Chi la fa come, non da sola, la giustamente soddisfatta segretaria del Partito Democratico, deve essere consapevole che il “suo” campo non potrà permettersi nessuna defezione a livello nazionale, anche la più piccola potendo risultare decisiva. Quello che a livello regionale, gli elettori giustamente trascurano, vale a dire la politica estera, non potrà essere eluso a livello nazionale. Oggi come oggi e probabilmente anche domani, le differenze fra i protagonisti del campo largo, sono notevoli e non facili da spingere sotto il tappeto. Vero che la politica estera non è una priorità per l’elettorato italiano, ma basterebbero due o tre per cento di elettori che, particolarmente preoccupati, facessero mancare i loro voti perché l’ago della bilancia pendesse a destra.
Anche se sarebbe sempre preferibile che le elezioni venissero vinte da chi ha le proposte migliori e offre garanzie credibili di saperle attuare, da tempo i dirigenti dei partiti si dedicano alla manipolazione opportunistica delle leggi elettorali. Sbagliano quasi sempre; sbagliano male, e insistono rivelando di conoscere poco la materia (non sono i giuristi gli esperti dei sistemi elettorali). Qui mi limito a sottolineare che una disposizione europea ha sancito da tempo che le leggi elettorali non debbono essere cambiate nell’anno in cui si tengono le elezioni. Aggiungerei anche che è ora di smetterla con la ricerca spasmodica di stampelle sotto forma di premi in seggi per evitare pareggi immaginari. Negli occhi di chi guarda non dovrebbe trovarsi soltanto la bellezza della contendibilità del governo, fenomeno da valutare sempre in maniera positiva. Dovrebbero trovarsi le tracce anche di quei tanti, ad un certo punto sarò costretto a scrivere troppi, elettori e elettrici che alle urne, per molteplici ragioni, comprensibili, ma da me quasi mai ritenute assolutorie, non ci vanno (più). Allora, una buona contesa per il governo del paese sarà quella che sospinge dirigenti, partiti e candidati a cercare gli astensionisti e a incentivarli a tornare con noi. L’interesse di partito e di coalizione coinciderebbe con l’interesse del sistema per una crescita dei votanti. Apprezzabile effetto della ben tornata contendibilità che sarà sotto gli occhi di tutti.
Pubblicato il 26 novembre 2025 su Domani
Legge elettorale. La sinistra pensi alle primarie @DomaniGiornale

Nonostante i classici dotti pareri di giuristi sempre molto generosi con i detentori di potere politico, la più recente neppure originale trovata dei revisori della legge elettorale vigente pone qualche problema di costituzionalità. Infatti, inserire nel simbolo del partito/lista elettorale il nominativo del/la candidato/a alla carica di Presidente del Consiglio cozza, certo indirettamente, e ridimensiona, se non addirittura elimina, più o meno informalmente, il potere costituzionale (art. 92) che viene attribuito al Presidente della Repubblica di nominare lui il capo del governo. Naturalmente, anche questo è uno degli intenti, subito conciliantemente negato dai proponenti, perseguiti da quell’inserimento che, per di più, aggravante, servirebbe ad anticipare la soluzione proposta nel disegno di legge costituzionale sul premierato de noantri.
Già scritto, detto e ripetuto che in nessuna democrazia parlamentare, dalla più antica, quella della Gran (sì, Great) Bretagna alla Germania fino ad una delle più recenti e importanti, quella del Spagna, i simboli dei partiti non contengono mai i nomi dei candidati alla carica di capo del governo, la cui (in)stabilità dipende dalla fiducia del Parlamento, quel nome accarezza e agevola la personalizzazione della politica. Viene ritenuto un modo per raggiungere e mobilitare alcuni settori dell’elettorato accontentando una preferenza mai chiaramente esplicitata che, per di più, non ha nessuna garanzia di essere tradotta in pratica e di essere mantenuta in corso d’opera. Questa osservazione critica vale anche per il cosiddetto premierato che, addirittura, regolamenta la sostituzione dell’eletto (qui proprio non riesco a usare il femminile: l’eletta non si lascerebbe mai sostituire) dal popolo con un prescelto dalla stessa o quasi maggioranza. Insomma, lo stratagemma elettorale si rivela come un trucchetto ad alto potenziale di inganno.
Comunque, poiché l’attuale maggioranza di governo dispone abbondantemente dei numeri parlamentari proverà ad andare avanti a meno che il Presidente della Repubblica non decida di fare ricorso a qualcosa di più incisivo che semplice moral (aggettivo che non troverebbe terreno fertile) suasion. Le opposizioni non possono permettersi di ricorrere a forme di persuasione, con il “moral” non utilizzabile da tutte, costantemente respinte con perdite dalla granitica maggioranza della destra. Sapendo di avere, quando si voterà, anche una volta stilati buoni impegni programmatici comuni, la necessità di segnalare chi diventerà il capo (anche al femminile) del loro governo, dovrebbero con colpo d’ala stabilire che terranno primarie di coalizione. Sarebbe un sano ritorno ad un dolce bel tempo antico: le primarie dell’Ulivo, ottobre 2005, che designarono un candidato poi andato a vincere.
In consapevole e deliberata non presenza di una candidatura dell’allora Partito Democratico della Sinistra, Romano Prodi vinse alla grande grazie al loro esplicito generoso impegno e sostegno. Oggi, anche, ma non solo, per convincere i potenziali alleati, in primis, il Conte stellato, sarebbe opportuno che il PD consentisse quantomeno la praticabilità di più di una candidatura scaturita dai suoi ranghi, ramoscello d’ulivo offerto ai “riformisti” insoddisfatti, ma finora solo bofonchianti. Il resto, che è molto, lo faranno gli altri candidati, di partito oppure no. Dovranno andarsi a cercare gli elettori vantando la propria biografia personale, professionale, politica. Argomenteranno le loro priorità programmatiche e le loro capacità di dare soluzioni non soltanto ai problemi più urgenti. Esalteranno la loro capacità di tenere unita la coalizione senza permissivismo, ma con vigore e rigore. Chi vincerà non soltanto ne saprà di più sullo sparso elettorato progressista di questo paese, ma potrà vantare una notevole legittimità di leadership. Questa delle primarie è ad ogni buon conto un’ottima, forse la migliore, modalità di scelta delle candidature in competizione, di coinvolgimento degli elettori e di personalizzazione della politica.
Pubblicato il 15 ottobre 2025 su Domani
Sulla legge elettorale nessun trucco all’italiana @DomaniGiornale

Le leggi elettorali servono a tradurre i voti in seggi. A livello nazionale, la traduzione dei voti produce seggi in parlamento, in tutti i parlamenti non soltanto in quelli, come l’Italia, delle democrazie parlamentari, ma anche in quelli delle democrazie presidenziali (es. USA) e semipresidenziali (es. Francia). Nessuna legge elettorale dà vita al governo. Neppure nel presidenzialismo che non è necessariamente il migliore dei casi. Lì viene eletto un capo dello Stato che poi formerà il governo. Buone leggi elettorali sono quelle che danno soddisfacente rappresentanza politica ai cittadini, abbiano o no votato. Fra le molte, alcune non convincenti, motivazioni del non-voto, non ascolteremo mai quella di coloro che si lamentano perché non si sentono governati. Sicuramente, invece, una parte non marginale degli astensionisti accuserà gli eletti di non sapere né volere rappresentarli. Hanno chiesto il loro voto disinteressandosi appena eletti delle loro preferenze, delle loro esigenze, dei loro interessi cercando solo di essere rieletti. Non otterranno il loro voto poiché gli elettori sedotti e abbandonati se ne andranno nell’astensione.
Gli astensionisti non faranno cadere la democrazia, che, per lo più, non è affatto un loro obiettivo, ma incideranno negativamente sulla qualità di una democrazia che non sarà in grado di tenere conto di quello che il 40 per cento o più dei suoi cittadini desidererebbe. Formulare e approvare una legge elettorale che tenga conto (quasi) esclusivamente degli interessi dei partiti e dei loro dirigenti non servirà in nessun modo a ridurre/risolvere la crisi di rappresentanza. Al contrario, potrebbe addirittura aggravarla, in nome di una governabilità che non può essere sintetizzata nell’indicazione sulla scheda del nome del capo del governo né gratificata con un premio in seggi per dare vita ad un governo grasso, ma, potenzialmente anche inefficace e immobilista.
Il criterio dominante con il quale valutare la bontà di una legge elettorale è quanto potere conferisce agli elettori. Se l’elettore può unicamente tracciare una crocetta sul simbolo del partito (o di una coalizione) e/o sul nome di un candidato, il suo potere risulta e rimane davvero limitato. Consentire all’elettorato di scegliere partito e candidato è un buon passo avanti. Spesso significa che i dirigenti nazionali dei partiti e delle correnti non potranno paracadutare i loro vassalli/e, ma dovranno tenere conto delle preferenze del collegio. Punto da non dimenticare, gli eletti stessi saranno effettivamente rappresentanti/rappresentativi di quel collegio, non soltanto di chi li ha votati, alcuni dei quali poi divenuti insoddisfatti, ma anche di coloro che non li hanno votati, che poi ne apprezzeranno i comportamenti. Tutto questo significa che una buona legge elettorale non è mai il prodotto dell’incrocio e della somma dei vantaggi particolaristici che potrebbero pensare/tentare di ottenere le due donne leader dei due maggiori partiti italiani. Mirare ad affrancarsi dalle pressioni, particolaristiche e spesso politicamente molto fastidiose degli alleati attuali e potenziali è comprensibile, persino, entro certi limiti, giustificabile. Tuttavia, anche nel peggiore dei casi, coalizioni composite danno maggiore e superiore rappresentanza politica all’elettorato. Lo incoraggiano a partecipare per sostenere chi meglio porta avanti le sue idee. Nella situazione italiana dopo tre brutte esperienze autoctone: legge Calderoli, legge Boschi-Renzi (Italicum), legge Rosato, la via più promettente da seguire è quella di imparare da quanto già esiste e funziona, dall’usato sicuro: proporzionale personalizzata tedesca e doppio turno con clausola di passaggio al secondo turno francese, eventualmente con pochi ritocchi non stravolgenti. Non è proprio il caso di inventarsi qualche trucco all’italiana.
Pubblicato il 2 agosto 2025 su Domani
Il ballottaggio è una ricchezza per gli elettori @DomaniGiornale

Anche quando il numero di elettori coinvolti è piuttosto piccolo, le consultazioni elettorali hanno sempre qualcosa da insegnare. Naturalmente, bisogna già possedere qualche conoscenza di base e non leggere gli esiti elettorali e politici con lenti offuscate da ideologie fatiscenti e da mire di tornaconti di beve particolaristico respiro. La prima lezione è molto facile da imparare: nelle elezioni, soprattutto in quelle comunali (e regionali) vince chi riesce a costruire la coalizione più larga e meno litigiosa e conflittuale possibile. Sappiamo anche da non poche esperienze straniere che una parte, anche ristretta, ma spesso decisiva, di elettorato si astiene dal votare persone, liste, partiti che portino nella coalizione conflitti che nuocerebbero alla capacità di governare dopo un’eventuale vittoria. La esplicita condivisione di intenti, e magri anche prove precedenti di lealtà, hanno positivi effetti di attrazione. E, viceversa.
Quando il sistema elettorale utilizzato è maggioritario a doppio turno, il secondo turno essendo un ballottaggio fra le due candidature più votate, gli effetti di cu tenere conto sono molti. Se il menù offre una molteplicità di candidature, gli elettori sanno che debbono votare il candidato/a della loro area che ha maggiori possibilità di vittoria. I dirigenti accorti cercheranno di evitare la dispersione di voti, Quindi, il “campo” non deve soltanto essere “largo”, ma avere una squadra che gioca compatta. Con la variante di doppio turno che si chiama ballottaggio, molti elettori si troveranno privi della candidatura preferita fra le due rimaste in lizza: un problema, ma anche un’oppotrtunità.
Di recente, il centro-destra ha aperto il fuoco proprio contro il ballottaggio sostanzialmente perché, di solito più compatto, il loro schieramene ha spesso, ma non sappiamo in realtà quanto spesso, superato il 40 per cento al primo turno per venire poi sconfitto al secondo turno. Ovvio che hanno un problema politico che vogliono risolvere con un escamotage tecnico. Così facendo, però, dimostrano di non sapere apprezzare le molte virtù del ballottaggio (che valgono anche per le diverse varianti di doppi turni). In primo luogo, nel passaggio dal primo voto al voto per il ballottaggio, tutti i candidati, non solo i primi due, e i dirigenti di partito dovranno impegnarsi a fare circolare informazioni politiche aggiuntive e importanti. Ai candidati esclusi si chiederanno opinioni e endorsement che talvolta potrebbero preludere alla formazione di alleanze per il governo di quel comune.
Quello che conta forse ancor più è che tutti gli elettori vedranno chiare le differenze e sapranno che al ballottaggio il loro voto può risultare decisivo. Insomma, il ballottaggio è un meccanismo importante per chi pensa che bisogna interessare, informare, convincere gli elettori, premiando coloro che partecipano. Lo è anche per i candidati. Se hanno fatto una buona campagna elettorale, i sindaci eletti, naturalmente chi più chi meno a seconda delle loro qualità, ma anche chi ha perso, avranno appreso molto sulle esigenze e sulle preferenze dell’elettorato. Saranno in grado di governare con maggiore cognizione di causa e di offrire risposte più soddisfacenti alla loro intera comunità. Ovvero, comunque, di venire criticati per le loro inadempienze.
Il centro-sinistra ha alcune buone ragioni per rallegrarsi fin qui dell’esito e per proseguire con pazienza, ma senza esitazioni. Altre sfide stanno per arrivare. Il centro-destra non è imbattibile, a livello locale, poi, mostra più di qualche debolezza e talvolta fragile radicamento. Sono situazioni politiche alle quali non basta una, pur talvolta utile, risposta di ingegneria elettorale. Nell’ottica della auspicabile e indispensabile riforma della vigente legge elettorale, almeno una raccomandazione va fatta soprattutto da chi ritiene che il criterio dominante per valutare la bontà di qualsiasi legge elettorale è il potere degli elettori. Non pasticciate con il doppio turno.
Pubblicato il 28 maggio 2025 su Domani