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Italicum merce di scambio
Grazie all’Italicum, annuncia e ribadisce Renzi, non ci saranno più inciuci, non si faranno più larghe intese, finirà per sempre il deprecato consociativismo. A metà fra il serioso e il giulivo, ripetono il mantra anche il Ministro delle Riforme Istituzionali Maria Elena Boschi e il vice-segretario del partito, la loquacissima, Debora Serracchiani. Bocciato un cruciale emendamento della minoranza del PD che avrebbe ridotto grandemente il numero dei nominati e approvato un emendamento del PD che ingoia migliaia di altri emendamenti, entrambi i voti debitori del soccorso blu dei Senatori di Forza Italia, il cammino verso l’approvazione di una legge elettorale controversa sembra in discesa. Vedremo in occasione della sua prima applicazione, possibile non prima del 2016, quanto l’Italicum manterrà le sue promesse, in particolare, quelle di sostenere il bipolarismo, di garantire senza mercanteggiamenti un vincitore incoronato la sera stessa delle elezioni e di produrre la governabilità renziana.
Al momento, ma è anche effetto della sotterranea battaglia per il Colle più ambito, il Quirinale, il Partito Democratico si sta dolorosamente lacerando. Soltanto il molto deprecato inciucio con Forza Italia, che dovrebbe essere sconfitto a futura memoria, salva Renzi e la sua brutta riforma elettorale. Berlusconi si aggrappa all’inciucio come se fosse una vera e propria ciambella di salvataggio sia nel duro confronto interno al suo stesso partito sia per rimanere a galla come contraente del Patto del Nazareno e soprattutto per concordare il futuro presidente. Non è ancora andata a fondo la minoranza del Partito Democratico, guidata da Bersani, in grandissima fibrillazione poiché Renzi non fa sconti, non fa concessioni, non fa neppure il piacere di giocare a carte scoperte. Adesso, il test della profondità e della solidità del rapporto prioritario e privilegiato con Berlusconi, non ancora, però, una nuova maggioranza, si sposta verso l’elezione del prossimo Presidente.
Berlusconi ha ripetutamente affermato che non vuole un ex-comunista. In questo modo, taglierebbe fuori dall’eventuale rosa che Renzi potrebbe sottoporgli: Bersani, D’Alema (che ha ancora non pochi sostenitori in parlamento) e Veltroni. Adesso, è l’ex-segretario Bersani che deve porsi il problema di come fare valere quel che resta della ditta. Certamente, l’elezione del prossimo presidente della Repubblica offre alla minoranza del PD, ma anche a Fitto e ai dissidenti di Forza Italia, una grande occasione. Non è soltanto questione di nomi. Peraltro, a Renzi non costa proprio nulla escludere gli ex-comunisti. Non è quella la sua tradizione né, tantomeno, la sua cultura (parola grossa) di riferimento. Anzi, tanto di guadagnato, se l’esclusione degli ex-comunisti, pur non garantendo l’elezione del prescelto nelle prime tre votazioni, facilitasse, faciliterà l’accordo con Berlusconi. E’ sul profilo del non ex-comunista che Renzi e Berlusconi potrebbero avere non marginali differenze di opinione.
E’ lampante che lo scambio, che si sta manifestando sulla legge elettorale, al quale Berlusconi è interessato, riguarda la sua agibilità politica. Il tempo passa, le energie declinano, i malumori in Forza Italia crescono. Se non viene riabilitato in fretta, Berlusconi finirà per non contare nulla. Dunque, ha bisogno di un Presidente della Repubblica molto comprensivo. Anche Renzi desidera un presidente “comprensivo”, magari di basso profilo, meglio se ex-democristiano, poco interventista. Qualcuno lo ha già delineato questo potenziale “presidenziabile”. Proprio come la brutta legge elettorale che consente a Renzi di contare su una vittoria che depurerà il PD dalle minoranze dissenzienti e a Berlusconi di continuare quantomeno a nominare tutti i suoi parlamentari, anche il prossimo Presidente della Repubblica può essere la conseguenza di un inciucio giustificato con l’obiettivo altisonante di porre fine agli inciuci. Per concludere in politichese: “sono queste le riforme, sono questi gli esiti che la gente si attende?”
Pubblicato AGL 22 gennaio 2015
La corsa alla Presidenza della Repubblica
Radio Radicale 17 gennaio 2015
La corsa alla Presidenza della Repubblica: il messaggio alle Camere di Napolitano e le dimissioni del Capo dello Stato, parla Gianfranco Pasquino.
Intervista rilasciata a Lanfranco Palazzolo. Durata: 15′ 9″
QUI L’ AUDIO INTEGRALE http://www.radioradicale.it/swf/fp/flowplayer-3.2.7.swf?30207f&config=http://www.radioradicale.it/scheda/embedcfg/431351
L’anno di Matteo Renzi
Sdoganati i gufi. Questo è uno dei messaggi che il Presidente del Consiglio ha voluto mandare nel suo ampio, puntiglioso, compiaciuto resoconto dell’anno ovvero dei primi dieci mesi del suo governo. Di gufi ne esistono due grandi tipi. Primo, quelli che criticano il governo e il suo capo. Per la prima volta, Renzi riconosce che sono gufi, se non buoni, almeno utili. Possono continuare a svolgere il loro lavoro anche perché, seconda importante concessione post-natalizia del Presidente del Consiglio, leadership è circondarsi di persone di valore che non necessariamente condividono le idee del leader (che, però, poi, fa come vuole lui!). Ben vengano, dunque, i gufi di valore. Invece, proprio non sono accettabili, i gufi che dicono che l’Italia non ce la farà, quelli che non hanno nessuna fiducia nel paese, che esprimono preoccupazione e rassegnazione. Dal canto suo, con parecchi eccessi, inevitabili, a causa del suo temperamento, ma anche consapevoli e voluti, il Presidente del Consiglio afferma che non soltanto l’Italia ce la farà, ma aggiunge che l’Europa e il mondo hanno bisogno dell’Italia molto più di quanto l’Italia abbia bisogno di loro (se questa non è un’esagerazione…). Chi può permettersi di fare a meno di un paese il cui governo in dieci mesi ha fatto (o iniziato) più cambiamenti positivi di tutti i settant’anni della Repubblica (forse un’altra esagerazione…)?
Non sufficientemente incalzato dai giornalisti, Renzi non ha mai dovuto spiegare la differenza fra riforme iniziate e riforme concluse, portate a casa direbbe il Presidente del Consiglio, nel lessico che cerca di tenere lontanissimo dal politichese. Per la legge elettorale, la prova provata della sua quasi approvazione è che addirittura già Renzi ha potuto sbandierare un facsimile di scheda elettorale dell’Italicum che contiene, qui è la notizia, anche lo spazio per due preferenze, ma la cui “logica”, contrariamente a quanto ha affermato, non ha proprio niente a che vedere con il Mattarellum. Sul Jobs Act Renzi non ha voluto precisare se la “libertà di licenziamento” si applicherà anche ai lavoratori del pubblico impiego. Non soltanto per chiarire questo delicatissimo punto, ha ripetutamente rimandato “alla Madia”, ovvero al disegno di legge di riforma della burocrazia, il cui percorso parlamentare appare, però, ancora molto lungo. Renzi si è vantato del fatto che il suo governo ha fatto poche leggi (senza dire quanti voti di fiducia ha richiesto) perché ha saputo sfruttare al meglio il ricorso ai regolamenti. Il Presidente del Consiglio ha inquadrato i famosi 80 euro in busta paga (già prorogati) non come misura per fare crescere i consumi (che, infatti, non sono cresciuti), ma come strumento, da valutare insieme al tetto posto alle retribuzioni dei manager pubblici, per ridurre le diseguaglianze sociali.
Scoraggiando le domande sulla successione al Quirinale e impartendo una lezioncina sulle modalità con le quali sono stati eletti i Presidenti, Renzi non ha mostrato alcuna preoccupazione per la scelta del prossimo Presidente, ma ha colto l’occasione per abbondare in lodi e in riconoscimenti a Napolitano, al quale, certamente, deve moltissimo. Infine, Renzi ha voluto battezzare una volta per tutte le sue modalità d’azione e di comunicazione: “meglio arroganti che disertori”. L’arroganza la si è vista tutta nella sua conferenza stampa accompagnata da una cospicua dose di autostima. Dei disertori non sappiamo i nomi. Difficile che qualcuno della vecchia ditta intenda autodenunciarsi. Saranno le prossime scadenze legislative e parlamentari nonché le votazioni sul Presidente della Repubblica a fare apparire almeno quanti sono. Tuttavia, ed è questo il messaggio definitivo che vale un po’ per tutti, il governo Renzi intende arrivare operando con alto ritmo fino al febbraio 2018 completando la legislatura. [Auguri a tutti di un Anno migliore da un gufo, spero di buona qualità, che non smetterà di criticare, le molte volte in cui lo crederà opportuno, né il governo né il suo capo.]
Pubblicato AGL 30 dicembre 2014
Il signor quaranta per cento
Da “Treccani. Il Libro dell’anno 2014”, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2014, pp. 342-343.
Il renzismo è tutto meno che una teoria o una ideologia politica. E’ una pratica, audace, ambiziosa e spesso spregiudicata, non dettata, ma ispirata dalle circostanze e in grado di sfruttarle con prontezza. Il renzismo non ha una visione di lungo periodo della politica italiana e neppure del governo del paese. Tenendo la barra sui desiderata del suo leader, il renzismo dà una linea e la persegue con tutti gli adattamenti del caso, ogni volta asserendone categoricamente la giustezza e l’opportunità. La persona del leader è quello che fa la differenza, con la sua dichiarazione di metterci la faccia per cambiare verso alle cose. Il renzismo è un prodotto, nient’affatto inevitabile, della politica italiana impregnata dal ventennio berlusconiano. E’ uno dei prodotti possibili, reso più significativo e più efficace dal suo inserimento nel mancato rinnovamento del centro-sinistra, ma anche dall’unica apprezzabile novità della politica del Partito Democratico: le primarie (e l’elezione del segretario del partito ad opera dei simpatizzanti e dei potenziali elettori). Il renzismo ha una componente di antipolitica e di anticasta curiosa poiché proviene da colui, Mattei Renzi, che è, a tutti gli effetti un politico di professione fin dalla sua giovane età. Presidente lottizzato, in quanto margheritino, della provincia di Firenze(agli ex-comunisti andava attribuita la carica di sindaco della città), poi, attraverso e grazie alle primarie, a sua volta sindaco di Firenze, Renzi ha goduto di una forte popolarità annunciando la necessità della rottamazione per il ceto politico al vertice del Partito Democratico. Facendo seguito alle sue parole, con audacia superiore all’incoscienza, ma anche avvantaggiato dai tempi che sembravano propizi, nel novembre-dicembre 2011 ( 2012 e precisamente: 1ºturno 25 novembre, 2ºturno 2 dicembre 2012) ha sfidato il segretario del PD Pierluigi Bersani per la candidatura alla Presidenza del Consiglio. La sua sconfitta con un’altissima percentuale di voti (quasi il 40) che segnalò il grande scontento dell’elettorato “democratico” nei confronti della leadership del PD. La pessima campagna elettorale di Bersani nell’inverno 2012-2013 e l’altrettanto deplorevole gestione della non-vittoria del PD aprirono nuovi spazi a Matteo Renzi che, dal canto suo, si era tenuto lontano da entrambi gli sviluppi. La nuova opportunità (la “fortuna” offertagli dalle circostanze) successiva alle inevitabili dimissioni di Bersani, hanno permesso a Renzi di conquistare la segreteria del partito con una percentuale di voti (68) inusuale nella quale si coagulava tutta l’insoddisfazione dei sostenitori del PD con la speranza di un cambiamento da tempo dovuto. Facendo leva proprio sulla necessità del cambiamento, il segretario Renzi, da un lato, proseguiva nell’esaltazione delle sue qualità personali, anatema per tutti coloro che continuavano, in parte, per convinzione politica e ideologica, in parte, probabilmente maggiore, per ragioni di carriera personale, a porre l’accento sulla “ditta”, sull’appartenenza a un progetto collettivo, per quanto obsoleto e sbiadito; dall’altro, si lanciava in un’operazione ugualmente iconoclastica: il ridisegno della Costituzione italiana a partire dalla legge elettorale e dalla trasformazione del Senato. Strada facendo, il renzismo si è definito non soltanto come innovazione, ma anche come modalità di comunicazione, secca, scarna e didascalica attraverso i tweet cari al suo adolescenziale protagonista. Inutile e fuorviante il paragone con Silvio Berlusconi, homo novus della politica italiana nel 1994, in relazione alle capacità di Renzi di sfruttare lo spazio politico spalancato dalla crisi della “ditta” e di soddisfare le attese di cambiamento a lungo represse in parte, peraltro, già confluite nell’enorme consenso elettorale ottenuto dal Movimento Cinque Stelle. All’insegna del pungolo ad un governo, quello guidato dal compagno di partito Enrico Letta, prima rassicurato #Enricostaisereno, poi disarcionato, la battaglia di Renzi per un cambio di passo trovava un’accelerazione insperata e inaspettata con le dimissioni di Letta. Pur senza avere mai nascosto le sue ambizioni di giungere a Palazzo Chigi, sebbene soltanto in seguito ad un passaggio di legittimazione elettorale, Renzi ha costruito, sfruttando le circostanze, la sua ascesa a capo del governo, succedendo a Letta il 22 febbraio 2014. La transizione dal renzismo di lotta al renzismo di governo è stata, come nelle intenzioni del leader, fulminea e diretta ad aggredire le radici dei problemi italiani. Tanto veloci quanto semplificatrici sono state le riforme elettorali e istituzionali proposte, delle quali tuttora sembra contare di più la loro approvazione a prescindere rispetto a qualsiasi valutazione della loro appropriatezza e qualità. Il renzismo non è una pratica orientata ad ascoltare e valorizzare il dissenso. Al contrario, l’esistenza di oppositori — professoroni, intellettuali, burocrati, variamente collocati in un calderone popolato da gufi e rosiconi– consente al leader di ergersi come paladino dell’ottimismo e dell’azione in confronto a coloro che si sarebbero limitati per trent’anni a parlare di riforme senza (sapere/volere) farle. Il renzismo ha nemici da sconfiggere anche nell’Unione Europea le cui regole rigorose critica con spirito garibaldino che, però, la maggioranza degli europei, passato il momento della sorpresa di fronte alla giovinezza/gioventù del Primo Ministro italiano, non ritiene adeguata allo sforzo riformatore (“i compiti a casa”) richiesto all’Italia. Se il riformismo si definisce con riferimento ad un programma relativamente organico di cambiamenti proiettati nel tempo, il renzismo non è riformismo, ma opportunismo occasionale, ovvero valutazione contingente di vantaggi da trarre da politiche che quei vantaggi (come gli 80 Euro in busta paga a partire dal maggio 2014) li producano in tempi brevi. Il tanto elevato (40,8%) quanto inaspettato successo alle elezioni europee del PD di Renzi –le ricerche indicano che il contributo personale del leader è stato pari all’incirca al 5% dei voti ottenuti– suggerisce che il renzismo pragmatico può, almeno nell’immediato, avere conseguenze positive. Costretto a correre dalle sue promesse, per reggere il renzismo ha bisogno di punteggiare e puntellare la sua corsa con riforme, una al mese, evidentemente non conseguibili. Persino troppo rapidamente conquistato il partito, anche grazie ai molti saltatori sul carro del vincitore, il renzismo è consapevole che il fattore personale non deve schiacciare il fattore organizzativo né può farne a meno. La sua attività di governo continua ad essere intessuta di riforme disorganiche alle quali è dato un orizzonte di mille giorni da raggiungere prudenzialmente “passo dopo passo”.L’istituzionalizzazione del renzismo, anche a fronte dei troppi elogiatori interessati e acritici, appare tutto meno che scontata.
L’Italicum 2 di Renzi & B. è incostituzionale
Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net
“L’Italicum è una legge ad partitum, fatta cioè per venire incontro alle esigenze del Pd di Renzi. A essere molto sospetto è però il fatto che Berlusconi si sia prestato a questo gioco”. Ad affermarlo è Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica alla Johns Hopkins University di Bologna. Nel corso dell’ottavo incontro in undici mesi, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi hanno trovato un accordo parziale sulla legge elettorale, confermando il premio di maggioranza per chi vince il ballottaggio o supera una determinata soglia, alzata dal 37 % al 40%.
Non crede che senza una soglia al di sotto della quale non scatta il premio di maggioranza, un partito possa ottenere il 55% dei seggi con, mettiamo, il 25% dei voti?
Se avvenisse così naturalmente il problema sarebbe enorme, e la Consulta interverrebbe affermando che un premio di quel genere senza una soglia minima che deve essere molto al di sopra del 25% è sicuramente incostituzionale. In pratica però sappiamo anche che il Pd conta di arrivare al 40% dei voti, e quindi il premio sarebbe più contenuto.
Quindi il premio di maggioranza va bene così?
No, perché le leggi non si fanno tenendo conto della realtà nel momento in cui si legifera, ma di qualsiasi situazione possibile. Non può quindi esserci un premio di maggioranza così elevato. Questo è un sistema che può funzionare adesso, ma che può rappresentare una gravissima distorsione se per esempio il Pd subisse una scissione di proporzioni non marginali.
L’Italicum è una legge ad personam per il Pd di Renzi?
Direi che è una legge elettorale “ad partitum”. A sorprendere però è che Berlusconi accetti una situazione di questo tipo. Ma soprattutto non va bene il fatto che un partito in un sistema multipartitico decida che deve comunque avere i seggi per governare da solo. In tutta l’Europa, con l’eccezione della sola Spagna, ci sono governi di coalizione che sono automaticamente più rappresentativi dei governi di un solo partito.
Il ballottaggio garantisce comunque una maggiore rappresentatività al secondo turno?
Il ballottaggio non garantisce tanto una rappresentatività, quanto il potere degli elettori. Al secondo turno saranno loro che decidono chi ottiene il premio di maggioranza. Sappiamo però anche che al ballottaggio la percentuale degli elettori, abitualmente, è di molto inferiore rispetto alla percentuale di elettori al primo turno.
Come si possono coniugare rappresentatività e governabilità?
Il primo passo è eliminare il Porcellum come ha fatto la Corte costituzionale e il secondo è buttare via la legge elettorale scritta da Renzi. Una volta che ci saremo liberati di quelle due leggi si potranno ottenere rappresentatività e governabilità. Purché per governabilità si intenda un governo sufficientemente stabile, in qualche modo legittimato dagli elettori, ma capace di prendere decisioni. Se ci guardiamo intorno, sicuramente la Germania ha una legge elettorale che garantisce rappresentatività e governabilità.
Le preferenze danno davvero agli elettori la possibilità di scegliere?
E’ chiaro che gli elettori di Forza Italia non potrebbero scegliere nulla, perché nel migliore dei casi Berlusconi avrebbe 100 seggi (al momento ne conta 90) e quindi tutti i parlamentari di Forza Italia sarebbero nominati dal Cavaliere. Nel caso del Pd invece ci sarebbe uno spazio per il gioco delle preferenze. Supponendo che il Pd avesse il 55% dei seggi, cioè circa 340 deputati, 100 sarebbero nominati da Renzi e gli altri 240 uscirebbero dal gioco delle preferenze.
Che cosa si aspetta Berlusconi in cambio del suo sì alla legge elettorale dettata da Renzi?
Nessuno di noi può pensare che Berlusconi abbia smesso di volere una riforma della giustizia punitiva nei confronti della magistratura, nonché una qualche riduzione di pena. A maggior ragione dopo che ieri sono stati condannati Emilio Fede, Nicole Minetti e Lele Mora, e che ci ricorda che esiste un problema relativo anche al processo Ruby.
Pubblicata il 14 novembre 2014
Il Pd partito della Nazione è solo una bischerata

Intervista raccolta da Francesco De palo per Formiche.net pubblicata il 22 ottobre 2014
Né partito-nazione né una nuova Democrazia Cristiana, l’unico obiettivo raggiunto da Renzi secondo il politologo Gianfranco Pasquino è di essere l’uomo più popolare del Paese, “andando un po’ dappertutto a raccontare un qualcosa di cui, fino ad oggi, nessuno lo ha chiamato a rendicontare”.
Forma partito ed evoluzione del Pd: può essere davvero il partito della Nazione come dice Reichlin?
Ho soltanto obiezioni. In primo luogo eviterei l’espressione “forma partito”, la trovo hegeliana quindi lontana dal contesto dell’Europa del 2014. Parlerei più di organizzazione, natura, struttura. In secondo luogo eviterei anche la dicitura “partito della Nazione”, perché l’espressione corretta in Paesi come la Germania è partito di popolo. Voglio dire che nessun partito può ambire a rappresentare una Nazione: quella sarebbe una visione totalitaria, come il Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Capisco che in questo momento essa possa essere un’ambizione ma la peso come dotata di scarsi connotati democratici.
Sta di fatto che il Pd è il principale partito italiano al momento…
Se partito della Nazione significa il partito che oggi è più grande va bene, prendiamolo per buono, ma nel merito non nella terminologia, perché le parole hanno delle conseguenze. Se il riferimento, poi, vuol essere alla Democrazia Cristiana, beh quello era un grande partito interclassista che coinvolgeva più ceti sociali. Questa è un’ambizione legittima, ma la si può perseguire evitando l’espressione “partito-Nazione” semplicemente perché in una Nazione è meglio che ci sia più di un partito.
E’ un partito all’americana quello che sta delineando Renzi con l’invito a ex vendoliani ed ex montiani a farne parte?
Quelli americani sono partiti che si trovano in 50 Stati: non c’è un partito Democratico, ma uno in ogni Stato con un debolissimo organismo di coordinamento a livello federale a Washington. Lì i partiti sono il prodotto della legge elettorale, un sistema maggioritario in collegi uninominali, che non è per nulla il sistema a cui pensano Renzi e i suoi non particolarmente brillanti suggeritori.
Il premier sta realizzando le ambizioni piddì di Veltroni?
Di Veltroni ricordo due ambizioni: la prima quella di diventare il partito più forte della sinistra, quindi l’ambizione maggioritaria. E’ chiaro e legittimo che un partito al di sopra del 30% ambisca a diventare di governo e a volte anche l’unico partito di governo. Ma credo sia fuori luogo credere di potere fare a meno di qualsiasi alleato. Solo con un premio di maggioranza cospicuo Renzi potrà vincere e fare a meno degli altri: questa però non mi pare un’ambizione condivisibile perché un solo partito non può rappresentare tutta la nazione. La dinamica europea in questa fase è sostanzialmente quella dei governi di coalizione, con pochissime eccezioni come la Spagna.
Pensa davvero che Renzi abbia in mente di andare al voto anticipato?
Lo escludo, tra l’altro anche se volesse non ci riuscirebbe. La vecchia legge è stata distrutta dalla Corte Costituzionale, la nuova non c’è ancora e per di più c’è stato un monito che voi giornalisti avete sottovalutato: il Presidente della Repubblica ha detto che la nuova legge deve essere sottoposta alle opportune verifiche di costituzionalità. Quindi non è vero che sarebbe pronto un testo frutto della sentenza della Corte: il Consultellum richiederebbe comunque dei passaggi parlamentari.
Alla fine della fiera quali sono i veri obiettivi di partito di Renzi?
La fiera non è ancora finita, anzi, vedo ancora moltissimi compratori, venditori e soprattutto banditori nella fiera. Credo che Renzi abbia colto un obiettivo: essere l’uomo più popolare del Paese, andando un po’ dappertutto a raccontare un qualcosa di cui, fino ad oggi, nessuno lo ha chiamato a rendicontare. Per cui la fiera continua, ma speriamo che i compratori siano più esigenti e chiedano, almeno, di vedere i cammelli.
Uomo solo al comando
La linea del segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, sulla riforma dell’art. 18, è stata, non sorprendentemente, approvata a larghissima maggioranza dalla Direzione del partito. Ancora una volta la minoranza ha perso in maniera piuttosto netta, per di più vedendo alcuni suoi esponenti rifugiarsi nell’astensione o, addirittura, convergere sulla relazione del segretario. Non è ancora detto che quanto deciso in Direzione passerà rapidamente in entrambi i rami dal Parlamento, ma nel suo sintetico intervento la vice-segretaria Serracchiani ha detto chiaro e tondo che quanto approvato impegna tutti i dirigenti del partito e i parlamentari, che è anche la posizione, un po’ discutibile, di Renzi. Vero che un partito non è una bocciofila, forse non l’associazione più adatta a essere presa come termine di paragone, ma un partito non dovrebbe neppure essere una caserma, con la Corte marziale (ovvero la non-ricandidatura minacciata nel caso dei parlamentari reclutati da Bersani) evocata per ottenere disciplina assoluta.
La Direzione di lunedì è servita a Renzi sia per definire con maggiore precisione e con piccole inattese modifiche la riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali sia, soprattutto, per mostrare a tutti, ma proprio tutti, che il suo controllo sul partito è fortissimo. Sottoposto a critiche dal Direttore del “Corriere della Sera”, che certamente non scrive mai soltanto a titolo personale, dalla Conferenza Episcopale italiana, da alcuni industriali, oltre che, naturalmente, dai sindacati, nient’affatto riverito a livello europeo dove aspettano che il suo programma, garbatamente definito “ambizioso”, si traduca in riforme visibili, Renzi ha fatto un puntiglioso elenco di riforme iniziate, due solo concluse, ma soprattutto ha voluto schiacciare la minoranza. Il metodo suo e dei suoi più stretti collaboratori non è quello definito da Bersani come Boffo, ovvero fatto di attacchi di delegittimazione personale. Sicuramente, non è neanche “buffo”, come lo ha etichettato Renzi nella sua replica. Infatti, c’è molto poco da ridere quando l’opposizione viene confinata in un angolo, schiacciata e accusata di vivere di “memoria senza speranza” che è solo “nostalgia, polvere e cenere”. Valorizzare le idee, gli apporti, i contributi, le critiche dell’opposizione è, da sempre, la qualità migliore dei leader democratici.
Emarginare l’opposizione, in qualsiasi bocciofila e, a maggior ragione, in un partito è un’operazione nient’affatto democratica e ancor meno positiva per il partito e per le sue riforme. Questo è, dunque, il punto forse dolente, sicuramente delicato. Le riforme, l’art. 18 è soltanto il più recente esempio, ma nessuno può avere dimenticato quello che è successo in occasione della trasformazione (non “abolizione”) in prima lettura del Senato, e può sottovalutare quello che avverrà quando la legge elettorale arriverà per l’appunto in Senato (con le molte prevedibili variazioni da introdurvi), si fanno più incisivamente, più rapidamente, più efficacemente dimostrando l’irrilevanza del 25 per cento circa dei componenti del partito e di molti parlamentari democratici? Sembra che il messaggio che Renzi intende mandare non soltanto ai suoi oppositori nel PD, ma ai non meglio identificati poteri forti sia soprattutto che lui comanda al partito e decide le riforme che imporrà poi ai suoi parlamentari. Anche senza entrare nella critica puntuale all’adeguatezza e alla qualità delle riforme, è giusto chiedersi se la strategia dell’imposizione giovi non soltanto alla possibilità di approvazione parlamentare di quelle riforme, ma anche alla loro traduzione sociale ed economica. Con il sostegno, oramai davvero esplicito, del Presidente della Repubblica, come certificato da alcuni giornalisti che ottengono notizie direttamente dal Quirinale, Renzi va avanti. Resta da vedere se le riforme lo seguono davvero e producono gli effetti sperati, non sempre chiaramente delineati. Se quegli effetti non seguono, la colpa non sarà dei tecnocrati, disprezzati dal Presidente del Consiglio, ma della sua politica e dei politici al governo.
Pubblicato AGL 1°ottobre 2014
La Costituzione più bella?
Non aderisco mai ad appelli allarmisti e meno che mai a quelli che dicono che qualsiasi riforma della Costituzione si trova nel Piano di Rinascita della P2 oppure nei progetti della Cia. Più preoccupato sono dall’improvvisazione, dalla carenza di cultura politica e giuridica, dall’insostenibile tendenza al pasticcio pseudo-riformatore e alla incomprensione di che cosa sia davvero in una Costituzione democratica. Non soltanto norme giuridiche, ma un sistema architettonico fatto di diritti e di doveri, di freni e di contrappesi, di una visione di sistema politico e di società: nulla di tutto questo sanno né Renzi né Boschi né, apparentemente, i loro sdraiati costituzionalisti di riferimento(e qui colloco tutta la mia invidia di Gp, Gufo Professore). La riforma del Senato, brutta e senza senso plausibile, squilibra il sistema. La proposta di legge elettorale è soltanto un porcellinum che la Corte Costituzionale boccerà(ovvero dovrebbe). I rapporti fra Parlamento e Governo non miglioreranno. Al cittadino sovrano non viene restituito neanche un pezzetto di scettro. Ad un presidente della Repubblica, che si comporta di fatto, spesso per necessità, come Presidente semi-presidenziale, non si pone nessun argine giuridico, nel retropensiero che il prossimo Presidente, anzi, la prossima Presidente, sarà scelta, eletta e controllata dalla maggioranza di governo artificialmente prodotta dal cervellotico premio di maggioranza. Ah, les Italiens! Per fortuna che, mentre i sedicenti liberali italiani tuonano contro lobby, lacci e lacciuoli, c’è l’Unione Europea (e, qualche volta, anche se con eccesso di estremismo poco costituzionale – i Costituenti avrebbero da tempo proceduto a cambiare parecchio, anche nella prima parte: art. 7, art. 21, art. 39-40 – c’è anche il Fatto Quotidiano).
Pubblicato il 6 settembre 2014
Riforme istituzionali, Pasquino: “È un sistema pasticciato, manca la visione d’insieme”
“Non c’è il rischio di autoritarismo, ma potrebbe aprire varchi ai poteri forti”. Il politologo: “Renzi ha concepito la riforma come un suo trofeo, ma non è chiaro cosa voglia ottenere”
Intervista di Giordano Locchi per IlTempo.it 8 agosto 2014
BOLOGNA Il clima è afoso, l’università è praticamente deserta. Ma il professor Gianfranco Pasquino siede nel suo studio al campus bolognese della Johns Hopkins, sede europea della Scuola di Studi internazionali avanzati della prestigiosa università americana e del suo Istituto di ricerca politica. La politica italiana, d’altronde, ancora non è andata in ferie. Palazzo Madama ha serrato i ranghi per arrivare al primo «sì» alla riforma del Senato in tempo per la pausa estiva. E il professore, politologo di fama internazionale, dopo 40 anni di attività accademica alle spalle, ancora si infervora, ancora si appassiona quando si tratta di commentare quello che succede a Roma, nei palazzi del potere. Non ha mai nascosto le sue simpatie a sinistra. Per il premier, però, ha altre parole. «L’insofferenza per le opinioni altrui è un bruttissimo segnale – dice – . Il tentativo di sfuggire al confronto è un sintomo di debolezza: se davvero si passasse a un esame condiviso delle idee, Renzi ne avrebbe poche da mettere sul tavolo. E non so fino a che punto saprebbe argomentarle. Va bene prendere decisioni, ma ci vuole una cultura politica di un certo peso per farlo in questo modo».
Attenzione Pasquino, così fa “il gufo-professore”…
«Guardi, ho tanti capelli ma non verrò relegato a recitare la parte del “parruccone”. Ho le mie opinioni, ma ho studiato e posso permettermi di dire che le mie idee si confrontano con la realtà. Cerco di vedere quello che succede negli altri Paesi, e di proporre qualche modesta soluzione per il nostro sistema politico».
Proprio per questo il presidente del Consiglio ce l’ha con gli opinionisti e i professori. Ha detto che bisogna smetterla col “discussionismo”…
«Mi piace il disprezzo per la cultura di Renzi perché mi ricorda il “culturame” di cui parlava Scelba. Il governo sostiene che il dibattito sulla riforma costituzionale è durato mesi. Considerando i ritmi con cui si riunisce la commissione Affari costituzionali e le elezioni nel mezzo, non mi pare che ci sia stata questa discussione estenuante. Ma il problema non è la fretta…»
E quale?
«Il problema è il contenuto della riforma. È un testo importante che punta a superare il bicameralismo paritario (non chiamiamolo “perfetto”, perché funziona malissimo): una scelta possibile, forse necessaria. Ma è sbagliato pensare che un risultato di questo tipo sia un trofeo per il governo. Renzi alzerà in alto la sua coppa, e poi dovremo chiedergli cosa fare di questo -0,2% di Pil…»
Non crede che il nuovo Senato potrà aiutare il sistema politico a funzionare meglio?
«È difficile dirlo. Da un punto di vista scientifico, delle riforme non possiamo mai prevedere in anticipo tutte le conseguenze. Prima di pensare al risultato, però, si doveva pensare con più esattezza a cosa si voleva ottenere. Non è affatto chiaro».
Renzi è sicuro del risultato perché ha i voti in Parlamento. Il nuovo incontro con Berlusconi a Palazzo Chigi non ha lasciato molti dubbi a questo proposito. Perché il Cavaliere è così generoso con il premier?
«Berlusconi ha bisogno di una legge elettorale che gli consenta di essere il secondo, se non il primo; di riunire sotto le sue braccia le membra sparse del centrodestra; di nominare i parlamentari perché possano dipendere da lui. C’è un problema di età: questa sfida la deve vincere adesso. E il doppio turno gli è congeniale. Non aspetta altro che gettarsi in una nuova campagna elettorale, dove è il più bravo. A differenza della sinistra, nel ballottaggio farebbe scintille».
E Renzi?
«Il suo vuole essere una sorta di atto di indipendenza e di anticonformismo, uno schiaffo a chi diceva “mai con Berlusconi”. È vero che FI offre i suoi voti, ma chissà se sarà sempre di parola. Renzi non deve dimenticarsi che lui dipende soprattutto da Alfano».
E non le sembra che l’asse Renzi-Berlusconi agisca proprio come forma di ricatto nei confronti dei piccoli partiti? In fondo se le soglie verranno abbassate, i “cespugli” lo dovranno ai due grandi leader…
«Io credo che Renzi avrebbe dovuto prima confrontarsi con la sua maggioranza, e solo dopo con Forza Italia. Il resto fa parte della tattica; appartiene all’audacia, ma anche alla superficialità del premier. La verità è che l’Italicum è stato ritagliato per garantire potere proprio ai leader dei due partiti maggiori dei due schieramenti».
L’Italicum, però, contiene il doppio turno. Una misura che voi politologi chiedete da anni.
«È la posizione ufficiale della Società italiana di Scienza politica e io la confermo. Il 90% dei docenti ha votato per il doppio turno. Questa legge però è figlia del professor D’Alimonte, che secondo me ha guardato più agli interessi di Renzi che alle indicazioni della comunità scientifica».
Cosa c’è che non va?
«Io critico il disegno complessivo. Un sistema politico è un insieme di elementi che si tengono insieme. Se si toglie da una parte (se si elimina il Senato elettivo), occorre riequilibrare dall’altra (la legge elettorale). I due passaggi dovevano andare di pari passo. La stessa cosa accade per l’elezione del Capo dello Stato, perché i nuovi 100 senatori cambiano la platea elettiva per il Quirinale. Quale Repubblica vogliono? Manca una visione d’insieme».
Esiste un pericolo di autoritarismo?
«No, non credo. È solo un sistema pasticciato, non autoritario. Ma proprio perché la riforma istituzionale manca di una logica complessiva, potrebbe aprire varchi ai poteri forti».
E Grillo, invece, non le pare in difficoltà?
«Forse la riforma del Senato lo ha messo un po’ in difficoltà nel contestare il dato indiscutibile che numerosi senatori lasceranno la poltrona. Anche dal punto di vista della comunicazione, ci sono molte espressioni renziane che vanno a pescare nell’immaginario grillino. Ma il Movimento 5 Stelle è un partito antisistema. E in Italia c’è una fetta di elettorato che è di per sé antisistema. Se i 5 Stelle continuano a contestare la casta, manterranno un 21-22% di consensi. Sul territorio hanno tutte le possibilità di radicarsi. E a quel punto, nel nuovo Senato “delle Autonomie”, potranno contare su una buona rappresentanza».
Giordano Locchi
Un patto contro gli elettori
Sembra che il vero punto unificante del patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi, stilato a gennaio e confermato ieri, consista nel ridimensionamento del potere degli elettori italiani. Il Senato non sarà più elettivo. La sua composizione sarà determinata dai consigli regionali, vale a dire, dai partiti colà rappresentati, certamente, come rivelano i troppi scandali degli ultimi anni, non la migliore delle classi politiche. I nuovi senatori faranno riferimento a chi li ha nominati, non ai cittadini delle rispettive regioni. Aumenteranno le firme per chiedere i referendum abrogativi, da 500 mila a 800 mila, ma anche per esercitare l’iniziativa legislativa popolare, moltiplicate per cinque: da 50 mila a 250 mila firme. Quanto alla legge elettorale, il vero snodo nei rapporti fra gli elettori, i deputati e il governo, sembra che nel migliore dei casi, Renzi e Berlusconi siano disposti ad ammorbidire le soglie per l’accesso al Parlamento, consentendo anche a partiti relativamente piccoli di ottenere seggi, in special modo se si alleano con il Partito Democratico oppure con Forza Italia, ma finora netto è il loro “no” alle preferenze. La motivazione non è detta, ma chiara: perché, da un lato, raccogliendo preferenze, i candidati riuscirebbero a dimostrare di avere un consenso politico personale; dall’altro, una volta eletti grazie alle proprie forze, non sarebbero malleabili dai loro capi partito e pretenderebbero di decidere come votare, magari, addirittura, facendosi portatori delle esigenze, delle preferenze dei loro elettori.
Ecco, il punto: “no”, quindi, alle preferenze che, con il soccorso di alcuni professoroni non soltanto costituzionalisti, costituirebbero “un’anomalia tutta italiana”, espressione di voto di scambio, tramite dei voleri delle lobby, portatrici di corruzione. Non importa che siano tutti fenomeni raramente provati e, in alcune aree del paese, inesistenti. Importa che, in assenza del voto di preferenza, il potere di nominare i parlamentari rimarrà solidamente nelle mani del declinante Berlusconi e dell’ascendente Renzi. Naturalmente, per riportare agli elettori il potere di scegliere i parlamentari sarebbe sufficiente e molto “democratico” introdurre i collegi uninominali nei quali chi vince cercherà poi di rappresentare tutti gli elettori con l’obiettivo di essere rieletto. In tre quarti delle democrazie europee, variamente congegnata, è garantita agli elettori la possibilità di esprimere una o più preferenze nell’ambito della lista di candidature presentata dal partito prescelto. L’elenco è molto lungo. Riguarda, con poche differenze pratiche, tutti i paesi scandinavi: Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia (incidentalmente, sono i sistemi politici nei quali c’è meno corruzione in assoluto). L’elenco contiene anche le nuove democrazie dell’Estonia, della Lettonia, della Lituania e della Polonia e vecchie democrazie come Belgio Lussemburgo, Olanda.
Fra le ventotto democrazie occidentali prese in considerazione (nell’analisi del mio allievo Marco Valbruzzi), ventitré concedono ai loro elettorati la possibilità di intervenire in maniera incisiva, in collegi uninominali oppure esprimendo un voto o più di preferenza, sulla scelta del o dei candidati che andranno a rappresentarli in Parlamento. Dunque, il voto di preferenza, sul quale in Italia si tenne anche un referendum popolare nel giugno del 1991, non costituisce affatto “un’anomalia tutta italiana”. Al contrario, l’Italia si trova adesso nella compagnia di una minoranza di Stati che hanno liste bloccate: Bulgaria, Croazia, Portogallo, Romania, Spagna. Non è il caso di andare a valutare il grado di soddisfazione dei cittadini di quei sistemi politici sul funzionamento delle loro democrazie. Sappiamo che gli italiani sono fra i più insoddisfatti ed è davvero azzardato pensare che la nomina dei parlamentari ad opera dei capi dei partiti non sia una delle motivazioni dell’elevata insoddisfazione. Non sarà il voto di preferenza a salvarci, ma avendolo e utilizzandolo gli elettori sarebbero almeno consapevoli che il miglioramento della politica dipende anche da chi votano.
Pubblicato AGL 7 agosto 2014





