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Resistenza e memoria offuscata
La Resistenza ha compiuto 70 anni, o sono 70 giorni? Sì, il 25 aprile è la data ufficiale in cui si celebra la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Appunto, lo si fa ogni anno in quel giorno. Il resto dell’anno è solo silenzio. I testimoni di quel tempo e i partigiani scompaiono inesorabilmente e inevitabilmente la memoria si offusca. La storia non s’insegna cosicché sempre meno italiani conoscono il significato di quella data. Non sanno che cosa precedette il 25 aprile; non hanno imparato che cosa seguì il 25 aprile. Di tanto in tanto, qualcuno formula un auspicio per la costruzione di una memoria condivisa. E’ un auspicio assolutamente vano per i troppi che di memoria non ne hanno affatto, che hanno soltanto, nel migliore dei casi, ricordi di famiglia, nel peggiore, pregiudizi che sarebbe persino troppo lusinghiero definire ideologici.
Nessuna memoria condivisa può essere costruita senza una conoscenza adeguata della storia d’Italia, del fascismo e dell’antifascismo, della Repubblica di Salò e della Resistenza. I fatidici “programmi di storia” nelle scuole italiane raramente giungono al fascismo, quasi mai alla Resistenza e all’Italia repubblicana. Quando qualche insegnante si avventura nella nient’affatto oscura selva del fascismo e dell’antifascismo, le probabilità che qualche genitore non gradisca quello che gli viene riportato dai figli diventano altissime. Ne consegue uno scontro che i docenti imparano presto a evitare tralasciando la storia contemporanea. Ognuno si terrà i suoi ricordi, con le sue preferenze, le sue superficialità, i suoi errori, anche clamorosi. Qualcuno potrà anche far finta di credere, o credere davvero, che coloro che si unirono, volontariamente oppure perché coartati, alle bande nazifasciste, meritano di essere messi sullo stesso piano, nel giudizio storico e morale, di quelli che diedero vita alle brigate partigiane. I primi, volenti o, più raramente, nolenti combattevano per mantenere/restaurare il dominio nazifascista sull’Italia. I secondi volevano contribuire a cacciare lo straniero, ma anche eliminare quei fascisti che avevano oppresso l’Italia e l’avevano portata in guerra. Opportunamente e molto chiaramente, il Presidente della Repubblica Mattarella ha detto che né i repubblichini né i ragazzi di Salò possono essere equiparati ai partigiani. Naturalmente, non ne consegue che i partigiani tutti siano stati esenti da errori, da eccessi, talvolta da crimini. Qualsiasi guerra abbrutisce, ma il suo obiettivo può fare capire gli errori anche senza condonarli.
Forse non riflettiamo abbastanza su una domanda che il grande filosofo torinese Norberto Bobbio ci ha lasciato: “e se avessero vinto i nazisti?” Se avessero vinto i nazisti, non avremmo avuto la Repubblica democratica e la sua Costituzione che per molti italiani continua a essere un oggetto misterioso, da riformare, sull’onda di qualche campagna propagandistica artificiosa, senza necessariamente conoscerla. Anche se fra i conservatori costituzionali si trovano posizioni di mummificazione degli articoli della Costituzione che neppure i Costituenti riterrebbero accettabili, tantomeno condivisibili, almeno un punto dovrebbero essere chiaro e fermo: la Costituzione democratica è uno dei prodotti, quasi sicuramente il più importante, della Resistenza. Senza l’antifascismo e senza la Resistenza non sarebbe stata scritta nessuna Costituzione. Di più, i valori della Resistenza sono stati tradotti nei principi fondamentali della Costituzione, ma non di ogni soluzione istituzionale relativa al governo, al Parlamento, alla Presidenza della Repubblica, alla magistratura e, ancor meno, alla legge elettorale che neppure si trova nella Costituzione. Onorare la Resistenza in maniera non retorica, ma fortemente pedagogica, significa insegnare quei principi, nelle scuole e nel Parlamento della Repubblica, e praticarne le conseguenze. Qualcuno ha sicuramente tradito la Resistenza, nei suoi comportamenti e nelle sue omissioni. Troppi la celebrano soltanto una volta l’anno. La maggioranza degli italiani non sa, forse non vuole, coniugare i due valori centrali della Resistenza: la libertà e l’eguaglianza. Il 25 aprile serve a ricordare coloro che, in Italia e in Europa, combatterono per la libertà e per l’eguaglianza.
Pubblicato AGL 26 aprile 2015
Le pentole e i coperchi dell’Italicum
La secca dichiarazione del Ministro Boschi: “il testo dell’Italicum è corretto e funziona, non c’è la necessità di modifiche” chiude, forse, la parta in faccia anche alle minoranze dialoganti del PD. Non è dato sapere su quali elementi il Ministro basi le sue certezze di “correttezza” e di funzionalità dell’Italicum. Sappiamo, invece, che altri esponenti, altrettanto renziani della Boschi, sostengono una tesi meno perentoria: “nelle condizioni date, l’Italicum è la migliore legge possibile”.
Non è chiaro in base a quali criteri, l’Italicum sia considerato migliore di altre leggi elettorali che le democrazie parlamentari europee hanno da tempo e che si tengono senza nessuna nervosa preoccupazione. Inoltre, è lecito osservare che i riformatori veri sono coloro che non accettano le condizioni date, di qualsiasi tipo siano, ma cercano proprio di creare condizioni migliori. Incidentalmente, le condizioni per una buona riforma sono cresciute nel corso del tempo da quando l’altro contraente del patto del Nazareno, ovvero Silvio Berlusconi, ha perso qualsiasi capacità di condizionamento delle riforme. Tuttavia, nell’Italicum è rimasto un elemento per lui di grandissimo interesse: la possibilità di nominare i suoi prossimi parlamentari poiché Forza Italia non riuscirà a eleggere nessuno in aggiunta ai capilista “bloccati”.
La minoranza del PD ha fatto due conti, o forse qualcuno in più, e si è resa tristemente “conto” che: 1) Renzi nominerà tutti i capilista bloccati, che saranno una falange di 100 (tante sono le circoscrizioni) combattenti per lui e con lui; 2) se non saranno concesse le preferenze, e la Ministra Boschi ha espresso il suo parere negativo, Renzi deciderà anche la graduatoria dei candidati in ciascuna circoscrizione. Potrà, di conseguenza, procedere ad una sorta di paventatissima “pulizia etnica”. Naturalmente, Renzi sarà in grado di mostrare un po’ di generosità non rottamando qualche leader particolarmente visibile, ma l’esito dell’Italicum nella sua struttura attuale è che il PD diventerà davvero e del tutto il Partito Di Renzi. Un’eventuale scissione indebolirà solo marginalmente il PD. Non gli impedirà sicuramente di rimanere il partito più grande dello schieramento attuale. Non lo priverà della vittoria al ballottaggio contro, se i numeri dei sondaggi non sono (e non lo sono) un’opinione, il Movimento Cinque Stelle.
Come tutti i casi precedenti di scissioni nella sinistra italiana, dal PSDI nel 1947 allo PSIUP nel 1964 a Rifondazione Comunista nel 1991, potrà forse fare la sua comparsa un partitino delle minoranze, in una deriva che lo porterà nei pressi della Coalizione sociale di Landini, ma non avrà nessuna influenza sul governo guidato Renzi, sulle sue politiche, sulla sua capacità operativa. Infatti, il premio di maggioranza darà a Renzi tutto il potere che vuole e, fatto non marginale, indebolirà tutti i partiti di opposizione nel centro-destra consegnando il ruolo di alfiere di un’altra politica alle Cinque, incattivite, Stelle.
I riformatori renziani sembrano anche un po’ troppo sicuri che la riforma del Senato giungerà in porto nonostante i dissensi nel PD che dall’Italicum finiranno per trasferirsi anche sulla struttura, sui poteri e soprattutto sulle modalità di selezione dei prossimi Senatori. Forse peccano di presunzione; forse pensano che le minoranze del PD non saranno abbastanza coordinate e coese, come ha suggerito loro, finora inascoltato, D’Alema. Forse, hanno un piano per accontentarne alcune con promesse a futura memoria dei molti seggi che il premio di maggioranza renderà disponibili. Sì, la politica, senza farne troppo scandalo, è anche questo. Non è neppure uno scandalo formulare e difendere una legge elettorale brutta, sicuramente la peggiore nel panorama delle democrazie europee. Però, con buona pace dei renziani e di quelli che si sono fatti abbindolare dalla narrazione del Presidente del Consiglio, le riforme brutte, tagliate su misura di due contraenti, Renzi e Berlusconi, senza tenere conto del loro impatto sistemico, sono un errore. Rischiano di durare poco, come il Porcellum, predecessore dell’Italicum. Qualcuno potrebbe anche concluderne con un proverbio azzeccato: “il diavolo fa le pentole, non i coperchi”.
Pubblicato AGL 14 aprile 2015
Passaggi o improvvisate manipolazioni? #bdem15 @BiennaleDemocr
Da un Senato eletto a un Senato nominato, malamente, dai Consigli regionali, dai Comuni e persino dal Presidente della Repubblica, il passaggio è grande e brutto. Esistono almeno due formule migliori nelle democrazie occidentali.
Da una legge elettorale che consentiva ai leader di partito di nominare tutti i loro parlamentari ad una formula che consente la nomina soltanto del 70, forse l’80, per cento di loro, il passaggio è corto, non migliorativo, sostanzialmente inutile.
Da un premio di maggioranza alla coalizione vincente ad un premio al partito/lista (della Nazione, ma non dell’opposizione che rimarrà frantumata), il passaggio è fortemente peggiorativo. Esclusivamente coloro che non conoscono i governi delle democrazie parlamentari contemporanee, tutti, tranne, al momento, la Spagna, rigorosamente di coalizione, possono vantarsi di un esito che darà molto potere ad un solo gruppo di politici autoreferenziali.
Non sono passaggi. Sono improvvisate manipolazioni. Sono capriole e scivolate. Si riforma in questo modo un sistema politico? Proprio no. Quando un governo annuncia che chiederà una legittimazione referendaria per le sue mal congegnate riforme, allora il passaggio si fa delicato e rivelatore. Non importa se l’errore è già stato compiuto dal centro-sinistra nel 2001. Il passaggio non si configura più come referendum confermativo o ostativo, ma come plebiscito.
Ne parlerò sabato 28 marzo 2015 alle ore 11 a Torino presso il Piccolo Regio Puccini in piazza Castello, 215, nell’ambito della BIENNALE DEMOCRAZIA 25-29 marzo 2015
PASSAGGI DI REPUBBLICA E PASSAGGI DI DEMOCRAZIA
Dialogano Lorenza Carlassare e Gianfranco Pasquino.
Coordina Marco Castelnuovo
28 marzo 2015 ore 11
Piccolo Regio Puccini, piazza Castello, 215 Torino
Passaggi di Repubblica e passaggi di Democrazia #bdem15 @BiennaleDemocr
Save the date: 28 marzo 2015 alle ore 11 a Torino presso il Piccolo Regio Puccini in piazza Castello, 215
BIENNALE DEMOCRAZIA 25-29 marzo 2015
Sul tema Passaggi di Repubblica e passaggi di Democrazia dialogano Lorenza Carlassare e Gianfranco Pasquino.
Coordina Marco Castelnuovo
Prima, seconda o terza: in quale Repubblica viviamo? Sono all’esame del Parlamento riforme istituzionali di grande rilievo. In una fase di crisi economico-sociale, ridurre la distanza fra cittadini e rappresentanti può essere un antidoto a pericolose derive antidemocratiche. Qual è il segno che portano i progetti in discussione? Come cambierà la seconda parte della Costituzione? E come si delinea la nuova legge elettorale? Un confronto fra punti di vista diversi sulle “regole del gioco” di una democrazia che si sta trasformando. In meglio?
Se il premier stravince ma esagera
Non è chiaro se il (patto del) Nazareno abbia portato agli italiani un promettente Presidente della Repubblica che, forse, non si meritano, ma del quale sicuramente hanno bisogno. Esistono versioni contrastanti date dai due contraenti esclusivi del patto. Non posso definirli “sottoscrittori” perché, purtroppo, sembra che non ci sia un documento scritto. Eppure, quanto contratto al Nazareno ha consentito di fare un lungo percorso alle riforme elettorali e istituzionali. Soprattutto, ne è consapevole Berlusconi, gli ha consentito di rimanere a galla, visibile e di mantenere un ruolo politico nonostante la condanna e i servizi sociali. Adesso, il fondatore, padrone e leader di Forza Italia si accorge che, in quel patto, è Renzi che ha il coltello dalla parte del manico. Alcuni dei suoi più stretti collaboratori, ma anche lo sfidante per l’impossibile eredità politica, Raffaele Fitto, dopo essere andati in ordine sparso all’elezione presidenziale, vorrebbero il ritorno a una battaglia aperta di opposizione, pura, dura e senza paura. Però, nessuna delle riforme pattuite al Nazareno è diventata definitiva. La trasformazione del Senato deve passare attraverso due complicate letture e deve fare i conti con la necessità di una maggioranza assoluta che proprio al Senato soltanto la convergenza di Forza Italia appare in grado di garantire, a meno che il soccorso dei pentastellati dissidenti non sia già sufficiente. Mi pare dubbio.
E’ sulla legge elettorale, però, che nell’ambito di Forza Italia, ma anche da parte di non pochi commentatori indipendenti si nutrono molte riserve. Berlusconi non è riuscito ad avere una soglia di accesso al Parlamento abbastanza alta da scoraggiare il Nuovo Centro Destra a correre da solo e da obbligarlo a tornare all’ovile. Non è riuscito a impedire l’introduzione delle preferenze anche se, comunque, i suoi parlamentari continuerà a nominarli tutti lui, a meno di un’imprevedibile avanzata di Forza Italia, Soprattutto, Berlusconi ha dovuto ingoiare, lui che è stato un brillante artefice di coalition-building, della formazione di coalizioni anche fra protagonisti molto distanti, che il premio in seggi vada alla lista e non alla coalizione, in pratica accettando la sconfitta annunciata (e, secondo alcuni critici, correndo il rischio, incalcolabile, di non riuscire neppure ad andare al ballottaggio).
Dopo lo “sgarbo” o schiaffo presidenziale, al quale con grande classe il Presidente Mattarella ha cercato di porre rimedio con l’invito al Quirinale, è probabile che Berlusconi abbia dei legittimi ripensamenti. Gli piacerebbe ancora co-intestarsi qualche riforma importante e diventare, anche se non sono convinto che basti, lo statista di cui parlano i suoi. Però, la sottomissione alle riforme di Renzi è un costo che gli appare molto elevato e il cui rendimento, se mai verrà, è posticipato, salvo improbabili elezioni anticipate, al 2018. Nel frattempo i commentatori che ritengono che una “matura democrazia dell’alternanza” (il mantra è questo) debba essere l’obiettivo fondamentale delle riforme temono lo spappolamento del centro-destra che aprirebbe la strada a un ballottaggio PD (Partito della Nazione?) e Movimento Cinque Stelle con esito da incubo.
L’esultanza dei renziani che, a partire dal loro Segretario-Capo del Governo, pensano di potere procedere a turbo, li ha portati a maltrattare quel che resta del Nuovo Centro Destra. Il partitino di Alfano non è in ottima salute e non ha grandi prospettive nel medio periodo, ma rimane un indispensabile alleato di governo e anche per le riforme. Trattare l’NCD come cespuglio irrilevante, come “tappetino” nelle parole del Ministro Lupi, significa buttarlo fra le braccia accoglienti di Berlusconi. Implica anche avere fatto più di due conti su quali voti potranno eventualmente sostituire quelli mancanti dell’NCD. In politica è meglio limitarsi a vincere evitando di stravincere.Per fortuna che al Colle c’è chi arbitrerà per sette anni e avrà molto da fischiare, ammonire, espellere (per esempio, i decreti frettolosi e sgrammaticati). La stravittoria di Renzi rischia di produrre un’instabilità politico-governativa di cui sarebbe preferibile fare a meno.
Pubblicato AGL 5 febbraio 2015
Le impronte sul Colle. Sgradevole cifrare il proprio voto
“Questo controllo del voto adottato dai partiti è un esempio di cattiva politica. Sulla scheda si dovrebbe scrivere solo il cognome del candidato“. Il giorno dopo l’elezione di Sergio Mattarella, il professor Gianfranco Pasquino, politologo ed ex senatore dei Ds, condanna il fenomeno dei voti cifrati, che sabato l’ha fatta da padrone nel conteggio delle schede. Voti “firmati” in cui si sono contati i partiti e le correnti al loro interno, come i giovani turchi del Pd. Ma anche i consensi azzurri giunti in soccorso al nuovo capo dello Stato.
Professore, ha visto: “Mattarella”, “Sergio Mattarella”, “Mattarella S.”, ecc?
Paradossalmente le dico che, visti i famosi 101 traditori di Romano Prodi, forse è meglio così. Per lo meno c’è più trasparenza. In realtà, il fatto che i partiti e i parlamentari usino questo sistema per controllarsi a vicenda è sgradevole e poco edificante. Lo accetto, ma prendo atto dell’incapacità dei parlamentari di assumersi le loro responsabilità. È una brutta politica che, però, in questo caso ha dato buoni frutti, perché Mattarella è il miglior presidente possibile nelle circostanze date.
Il fenomeno dei voti riconoscibili non viola la Costituzione, che parla di voto segreto?
Si dovrebbe cambiare il regolamento e obbligare a scrivere solo il cognome. Detto questo, non viola la Costituzione perché il voto non è riconducibile al singolo parlamentare, ma al massimo a gruppi di deputati o senatori.
È giusto su alcune votazioni mantenere il voto segreto?
Assolutamente sì, perché va difesa la libertà del parlamentare, che deve poter votare secondo coscienza. In questo caso difendo il diritto dei forzisti di dare il voto a Mattarella contro l’indicazione di Berlusconi. Inoltre, il voto segreto tutela il votante nei confronti del votato. Il quale, una volta eletto, e dalla sua posizione di potere, potrebbe in qualche modo vendicarsi. Ma le voglio raccontare un aneddoto.
Prego.
Nel 1994, quando ero senatore, a Palazzo Madama si doveva eleggere il presidente. Carlo Scognamiglio prevalse per un voto su Giovanni Spadolini, con una scheda contestata in cui c’era scritto “ScognaMIGLIO”. Tra l’altro, senatore all’epoca era anche il professor Gianfranco Miglio. Era chiaramente una scheda firmata che fu ritenuta valida permettendo a Scognamiglio di essere eletto.
Parliamo dell’elezione. Forza Italia ha contestato il metodo di Renzi…
Il metodo è stato assolutamente trasparente. Sia da parte di Renzi, che ha indicato Mattarella. Sia da parte di Berlusconi, che ha scelto di votare scheda bianca. Le obiezioni del leader di Forza Italia sono fuori luogo. Se il premier avesse proposto una rosa di nomi, avrebbe concesso all’ex Cavaliere, che sta all’opposizione, di scegliere il capo dello Stato. Le sembra giusto?
Dopo l’elezione di Mattarella, il patto del Nazareno continuerà?
Innanzitutto credo che il patto non contenesse il nome del capo dello Stato, ma il fatto di discuterne. Il Nazareno è al capolinea non per i fatti di questi giorni, ma perché ha già dato tutto quello che doveva dare: le riforme istituzionali e la legge elettorale. Si è, come dire, esaurito.
L’Italicum arriverà a breve al vaglio del Quirinale…
Oltre ad avere la solida cultura politica della sinistra DC, Mattarella dà garanzia di autonomia e indipendenza, anche rispetto a Renzi. Quando dovrà dire dei no, lì dirà, ma non in maniera rumorosa e senza rompere il delicato equilibrio tra le istituzioni. Vedremo come si comporterà nel giudicare una legge elettorale nettamente inferiore alla sua.
Quanto durerà la ritrovata unità nel Pd?
Il premier ha fatto bene a ricompattare il partito su una scelta importante come quella del capo dello Stato. Ora dipenderà dalle scelte del governo. Non credo che le diverse minoranze del Pd faranno sconti a Renzi perché è stato eletto Mattarella.
Professore, il suo giudizio su Renzi è migliorato?
Io rimango antropologicamente anti renziano. Non mi piace il suo modo di fare e non mi piace il lessico mediocre. Ho sempre apprezzato, invece, la sua sfida alla vecchia classe dirigente del Pd. Alla cosiddetta “ditta”. Il premier è un abile equilibrista. Bisogna però dargli atto che finora è riuscito a ottenere tutto quello che voleva e ha inanellato una serie di successi non marginali. Tra cui l’elezione di Mattarella.
Intervista raccolta da Gianluca Roselli
Pubblicata il 2 febbraio 2015
Partiti che vanno e Riforme che vengono
Sembra un modo provocatorio di porre la questione ma in realtà forze politiche sull’orlo della scissione ed elette in Parlamento con una legge elettorale delegittimata si stanno affannando e affrontando in un’ansia riformistica che sconvolgerà il quadro istituzionale.
Verrebbe sommessamente da suggerire: ma perché non eleggiamo un nuovo Parlamento con la legge elettorale proporzionale con sbarramento sopravvissuta ai tagli della Consulta e lasciamo a questa nuova compagine, dotata di ben altra legittimazione, il compito di se e cosa riformare?
Qualcuno è convinto che non ce lo possiamo permettere: la governabilità…gli impegni con l’Europa…
23 gennaio 2015 ore 18
Bologna – Sala Marco Biagi, Conservatorio del Baraccano via S.Stefano 119
intervengono
Sandra Bonsanti, presidente di Libertà e Giustizia e
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica
Invito(clicca per ingrandire)
Italicum merce di scambio
Grazie all’Italicum, annuncia e ribadisce Renzi, non ci saranno più inciuci, non si faranno più larghe intese, finirà per sempre il deprecato consociativismo. A metà fra il serioso e il giulivo, ripetono il mantra anche il Ministro delle Riforme Istituzionali Maria Elena Boschi e il vice-segretario del partito, la loquacissima, Debora Serracchiani. Bocciato un cruciale emendamento della minoranza del PD che avrebbe ridotto grandemente il numero dei nominati e approvato un emendamento del PD che ingoia migliaia di altri emendamenti, entrambi i voti debitori del soccorso blu dei Senatori di Forza Italia, il cammino verso l’approvazione di una legge elettorale controversa sembra in discesa. Vedremo in occasione della sua prima applicazione, possibile non prima del 2016, quanto l’Italicum manterrà le sue promesse, in particolare, quelle di sostenere il bipolarismo, di garantire senza mercanteggiamenti un vincitore incoronato la sera stessa delle elezioni e di produrre la governabilità renziana.
Al momento, ma è anche effetto della sotterranea battaglia per il Colle più ambito, il Quirinale, il Partito Democratico si sta dolorosamente lacerando. Soltanto il molto deprecato inciucio con Forza Italia, che dovrebbe essere sconfitto a futura memoria, salva Renzi e la sua brutta riforma elettorale. Berlusconi si aggrappa all’inciucio come se fosse una vera e propria ciambella di salvataggio sia nel duro confronto interno al suo stesso partito sia per rimanere a galla come contraente del Patto del Nazareno e soprattutto per concordare il futuro presidente. Non è ancora andata a fondo la minoranza del Partito Democratico, guidata da Bersani, in grandissima fibrillazione poiché Renzi non fa sconti, non fa concessioni, non fa neppure il piacere di giocare a carte scoperte. Adesso, il test della profondità e della solidità del rapporto prioritario e privilegiato con Berlusconi, non ancora, però, una nuova maggioranza, si sposta verso l’elezione del prossimo Presidente.
Berlusconi ha ripetutamente affermato che non vuole un ex-comunista. In questo modo, taglierebbe fuori dall’eventuale rosa che Renzi potrebbe sottoporgli: Bersani, D’Alema (che ha ancora non pochi sostenitori in parlamento) e Veltroni. Adesso, è l’ex-segretario Bersani che deve porsi il problema di come fare valere quel che resta della ditta. Certamente, l’elezione del prossimo presidente della Repubblica offre alla minoranza del PD, ma anche a Fitto e ai dissidenti di Forza Italia, una grande occasione. Non è soltanto questione di nomi. Peraltro, a Renzi non costa proprio nulla escludere gli ex-comunisti. Non è quella la sua tradizione né, tantomeno, la sua cultura (parola grossa) di riferimento. Anzi, tanto di guadagnato, se l’esclusione degli ex-comunisti, pur non garantendo l’elezione del prescelto nelle prime tre votazioni, facilitasse, faciliterà l’accordo con Berlusconi. E’ sul profilo del non ex-comunista che Renzi e Berlusconi potrebbero avere non marginali differenze di opinione.
E’ lampante che lo scambio, che si sta manifestando sulla legge elettorale, al quale Berlusconi è interessato, riguarda la sua agibilità politica. Il tempo passa, le energie declinano, i malumori in Forza Italia crescono. Se non viene riabilitato in fretta, Berlusconi finirà per non contare nulla. Dunque, ha bisogno di un Presidente della Repubblica molto comprensivo. Anche Renzi desidera un presidente “comprensivo”, magari di basso profilo, meglio se ex-democristiano, poco interventista. Qualcuno lo ha già delineato questo potenziale “presidenziabile”. Proprio come la brutta legge elettorale che consente a Renzi di contare su una vittoria che depurerà il PD dalle minoranze dissenzienti e a Berlusconi di continuare quantomeno a nominare tutti i suoi parlamentari, anche il prossimo Presidente della Repubblica può essere la conseguenza di un inciucio giustificato con l’obiettivo altisonante di porre fine agli inciuci. Per concludere in politichese: “sono queste le riforme, sono questi gli esiti che la gente si attende?”
Pubblicato AGL 22 gennaio 2015
La corsa alla Presidenza della Repubblica
Radio Radicale 17 gennaio 2015
La corsa alla Presidenza della Repubblica: il messaggio alle Camere di Napolitano e le dimissioni del Capo dello Stato, parla Gianfranco Pasquino.
Intervista rilasciata a Lanfranco Palazzolo. Durata: 15′ 9″
QUI L’ AUDIO INTEGRALE http://www.radioradicale.it/swf/fp/flowplayer-3.2.7.swf?30207f&config=http://www.radioradicale.it/scheda/embedcfg/431351






