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Cooptati, raccomandati, votati o sorteggiati? @LIndiceOnline
Nadia Urbinati e Luciano Vandelli, La democrazia del sorteggio, Torino, Einaudi, pp. 180, € 12,00
Molte sono le motivazioni che stanno dietro la richiesta che alcune cariche pubbliche siano sorteggiate. Le più importanti riguardano la necessità di evitare che i potenti si riproducano e che offrano privilegi ai loro parenti, amici, sostenitori. Il sorteggio garantisce l’imparzialità e impedisce la corruzione. Hanno fatto molto bene Nadia Urbinati e Luciano Vandelli a esplorare, rispettivamente, come il sorteggio delle cariche sia stato considerato nel pensiero politico dall’antichità, in particolare, ma non solo, dai greci, ai giorni nostri e come, per l’appunto, sia visto, “teorizzato” e, da qualche tempo in qualche caso, praticato in Italia.
Il sorteggio delle cariche pone almeno due problemi. Primo, per quali cariche debba/possa essere utilmente utilizzato. Secondo, quale sia la platea dei sorteggiabili, ovvero quali credenziali e titoli debbano possedere coloro che potranno essere sorteggiati (e chi ne decide l’ammissibilità o meno). Semplificando un po’, vi sono almeno quattro tipi di cariche e/o di attività per le quali si è parlato, e si continua a parlare, di sorteggio. In un caso, quello della costituzione delle commissioni di professori universitari chiamati a decidere delle promozioni dei colleghi, il sorteggio è in atto oramai da all’incirca una ventina d’anni. Da qualche tempo, a fronte di fenomeni scandalosi di attribuzione dei posti, il sorteggio è la soluzione ventilata/agitata per la formazione del Consiglio Superiore della Magistratura. Sappiamo che le giurie popolari sono selezionate attraverso il sorteggio. Al proposito, forse, gli autori avrebbero, però, dovuto ricordare che, come abbiamo visto in qualche bel film USA, dopo il sorteggio dei giudici popolari, interviene una lunga battaglia fra i consulenti appositi degli avvocati per escludere quei giurati che, per una pluralità di motivi, sembrino non dare garanzie di giudicare senza pregiudizi. Laddove, in contesti locali, alcune decisioni di interventi, attività, finanziamenti di opere pubbliche, siano affidate a assemblee di cittadini, quelle assemblee sono costituite attraverso procedure di sorteggio. Infine, last, ma, sicuramente, tutt’altro che least, si è già affacciata all’orizzonte la proposta di scegliere i parlamentari attraverso modalità che implichino il sorteggio.
Entrambi gli autori sono, talvolta persino con qualche punta di esagerazione, contrari al sorteggio, contrarissimi soprattutto qualora riguardasse i parlamentari. Condivido la loro contrarietà quanto ai parlamentari. Ritengo, invece, che in altri casi il sorteggio possa essere giustificato e costituisca una procedura imparziale che offre opportunità a persone che altrimenti sarebbero costantemente escluse dalle cariche e dalle attività. Entrambi gli autori ritengono che il sorteggio non solo deresponsabilizza coloro che dovrebbero scegliere fra i candidati ad alcune cariche, deresponsabilizza anche i prescelti/ che, consapevoli dell’altissima improbabilità di un loro ri-sorteggio, cercheranno di trarre il massimo profitto dalla grande occasione che è loro offerta. Potrebbe essere il caso (sic) dei professori universitari e, aggiungo subito, dei magistrati.
Urbinati e Vandelli argomentano la preferibilità rispetto al sorteggio di procedure con le quali i selettori possono valutare le qualità professionali (e, talvolta, anche personali) dei candidati, pervenendo ad un esito potenzialmente (lo sottolineo) migliore. Il fatto è che, però, da tempo i cittadini sono diventati molto sospettosi, non soltanto in Italia, ma qui più che altrove, della effettiva volontà dei selettori di usare criteri basati essenzialmente sul merito, esperienza e competenza, dei candidati/e. Nel caso del CSM al sorteggio viene opposto l’articolo della Costituzione italiana che parla chiaramente di elezione. Per aggirarlo qualcuno ha proposto che il sorteggio preceda l’elezione, vale a dire selezioni un certo numero di candidati che saranno poi sottoposti alla procedura elettiva. Per quel che riguarda i parlamentari, credo sia indispensabile spostare l’attenzione dalla loro prima candidatura/elezione alla ricandidatura per una eventuale rielezione. Qui si aprirebbe anche il tema spinosissimo del limite o no dei mandati. Affinché operino con responsabilità, i parlamentari dovrebbero essere rieleggibili e quindi obbligati a chiedere agli elettori un nuovo mandato. A loro volta gli elettori dovrebbero avere le capacità e le informazioni tali da valutare l’operato dei parlamentari. Chi ritiene che gli elettori non siano in grado di svolgere questo non facile compito è comprensibilmente tentato dall’affidarsi al sorteggio. Non resisto ad affermare che il sorteggio eviterebbe quantomeno lo scandalo, consentito dall’attuale legge elettorale italiana, che gli autori non discutono, delle cooptazioni. Sulla base dei voti ottenuti i partiti dovrebbero essere obbligati a individuare per sorteggio i loro eletti nella platea degli iscritti. Forse, la mia non è soltanto una provocazione. Il punto, comunque, è che, anche sulla scia delle molto critiche considerazioni di Urbinati e Vandelli, non lascerei cadere il tema del sorteggio per le cariche pubbliche.
Pubblicato su L’Indice N.9 – 2020 ANO XXXVII pag 29
Democrazia Futura. Il corto circuito fra governo, politica e istituzioni @Key4biz ETICA DELLA POLITICA
“Non se ne esce potenziando il solo governo e neppure il solo Parlamento. Non è sufficiente valorizzare il dissenso se non abbiamo di mira nuovi comportamenti. Serve una visione d’insieme e, finalmente, un’etica pubblica, incoraggiata e premiata da regole costituzionali”.
I rapporti fra gli esecutivi e le assemblee rappresentative sono in qualsiasi forma di governo: parlamentari, presidenziale, semipresidenziale, direttoriale, sempre complessi e conflittuali. Naturalmente, a seconda della forma di governo, tanto la complessità quanto la conflittualità variano quantitativamente e qualitativamente.
Alla problematicità di questi rapporti bisogna aggiungere anche quelli che intercorrono fra le autorità centrali e quelle locali in special modo nei sistemi politici federali. Infine, è sempre opportuno e utile ricordare ai molti giuristi che si esercitano in raffinate disquisizioni sulla “norma” che chi non è in grado di inserire nella sua analisi i partiti e i sistemi di partiti è destinato a cogliere soltanto una parte del problema, raramente la più importante, e a offrire visioni inevitabilmente incomplete e inadeguate, al limite fuorvianti.
Inoltre, ma considero quel che segue di decisiva importanza, chi studia e ritiene di conoscere un solo caso è in errore. Come scrisse più volte Sartori, neppure quel caso è conoscibile in maniera adeguata e soddisfacente se lo studioso non conosce altri casi ed è in grado di trarre il necessario giovamento dall’analisi comparata.
Naturalmente, questa considerazione si attaglia perfettamente a tutti coloro, italiani e stranieri, che nel corso del tempo hanno regolarmente considerato, in maniera più o meno positiva, il sistema politico italiano un’anomalia (che per troppi comunisti e qualche democristiano era “positiva”), ovvero, detto in maniera più tecnica, un caso deviante.
Per essere “provate” sia l’anomalia sia la devianza debbono essere messe a confronto con quanto riteniamo essere la normalità, la regola. Allora, per l’appunto, diventano essenziali tutte le conoscenze comparate acquisibili, a partire da quelle relative alle democrazie parlamentari accompagnate da quelle sui sistemi di partiti.
Il mio punto di partenza, ieri come oggi e presumibilmente domani, consiste nell’individuare con il massimo di precisione possibile quali sono i compiti delle assemblee elettive che sono variamente chiamate nazionali e legislative oppure, nelle forme di governo presidenziali, Congressi.
Procedere in maniera fruttuosa alla definizione dei compiti richiede una doppia operazione: primo, esplorare come quei compiti sono definiti nelle rispettive costituzioni; secondo, come sono stati svolti nella pratica e quali cambiamenti sono sopravvenuti nel corso della storia di quelle forme di governo.
Comprensibilmente, non posso qui e ora ripercorrere la storia dei cambiamenti nei compiti delle assemblee e neppure quella delle trasformazioni del ruolo e dei poteri degli esecutivi.
Per quanto non sempre soddisfacente, la letteratura esistente in materia è fin troppo ampia, con alcune punte di eccellenza, e consente di trarre una molteplicità di generalizzazioni che hanno talvolta condotte a quelle teorie probabilistiche che, secondo Sartori, caratterizzano l’impresa scientifica della scienza politica.
Compiti essenziali delle assemblee elettive
Entro subito in medias res. Tutte le assemblee elettive debbono svolgere due compiti essenziali (fra i quali non rientra quello, detto sommariamente, di “fare” le leggi): dare rappresentanza politica agli elettori, alla società, e controllare l’operato del governo, del potere esecutivo.
Sottolineo che la rappresentanza deve essere definita politica sia perché è frutto di una competizione elettorale free and fair sia perché candidati/e eletti/e cercheranno di rappresentare le preferenze e le esigenze, gli interessi e gli ideali degli elettori, loro, ma anche di coloro che non li hanno votati che, però, potrebbero essere ricettivi alle modalità con le quali i/le rappresentanti svolgeranno i loro compiti.
Quanto al controllo sul governo, nei casi delle democrazie parlamentari i governi nascono nell’assemblea elettiva; operano e vivono se e fino a quando sono sostenuti dalla fiducia, variamente espressa e manifestata dalla maggioranza dei rappresentanti di quell’assemblea; si trasformano quando cambiano le maggioranze; muoiono quando perdono la fiducia.
Dunque, buone assemblee hanno potere di vita e di morte sui governi da loro scaturiti. Al contrario delle democrazie presidenziali nelle quali l’esecutivo può essere rimosso solo da un impeachment che abbia successo (o dal decesso dell’occupante, l’incumbent), cosicché, mentre le democrazie parlamentari sono per lo più notevolmente flessibili e adattabili, le democrazie presidenziali sono rigide e rischiano l’immobilismo.
Declino e destrutturazione
Attrezzati con queste essenziali considerazioni preliminari, senza le quali non è possibile compiere nessun percorso analitico di un qualche interesse e di rilevanza, quali cambiamenti significativi sono intercorsi e sono tuttora in corso?
Sicuramente, il cambiamento più importante di tutti e più diffuso, anche se non uniformemente, è costituito dal declino dei partiti e dalla destrutturazione dei sistemi di partiti. Nel caso degli Stati Uniti, i problemi derivano anche dalla polarizzazione fra i Repubblicani, diventati faziosi e radicalizzati, persino conquistabili, come è avvenuto con Trump, e i Democratici, che si sono leggermente più spostati a sinistra.
Il cambiamento è stato più significativo in Italia dove dai grandi partiti di massa si è passati a partiti personali, a movimenti più o meno occasionali, a strutture deboli, penetrabili e esposte a scissioni. Da queste strutture non ci si può aspettare la capacità di imporre disciplina ai propri parlamentari e di coordinare i comportamenti di rappresentanti e governanti, neppure quella di formulare linee politiche coerenti e, meno che mai, una cultura politica come tessuto connettivo. Ne consegue che i rapporti Parlamento/Governo sono ondeggianti e fluttuanti.
Il governo sa di non potere contare sull’essere il punto di riferimento dei rappresentanti della maggioranza e sulla loro coesione. I tempi di discussione e approvazione dei provvedimenti governativi che, spesso, costituiscono il più che legittimo e meritevole tentativo di tradurre le promesse programmatiche elettorali in politiche pubbliche, sono indefiniti, incerti, aleatori.
Inevitabilmente, il governo ricorrerà alla decretazione d’urgenza e su quei decreti porrà il voto di fiducia per coagulare le sue maggioranze parlamentari. Quanto più è debole, inesperto, incapace tanto più il Presidente USA (Trump lo esemplifica al massimo grado) produrrà executive orders saltando il Congresso. Nancy Pelosi, l’abile speaker democratica della Camera dei Rappresentanti ha formulato un piccolo pacchetto di riforme per riuscire a porre sotto controllo o addirittura impedire le strabordanti azioni presidenziali.
Deboli saranno sia il sostegno sia l’opposizione provenienti dalle società che si sono largamente liquefatte, naturalmente, con molte differenze. Ad alcune, come a quella italiana, qualche leader, esasperato perché inadeguato cercherà di imporre la disintermediazione.
Altre, mai davvero “intermediate”, come quella francese, produrranno esplosioni di rabbia stile gilet gialli. Negli USA Black Lives Matter segnala che l’intermediazione è del tutto squilibrata e segnata a ferro e fuoco dal mai scomparso razzismo. Laddove la società mantiene elementi di coesione dalla società possono emergere partiti sovranisti e populisti, persino nella civilissima Scandinavia.
Tutto questo caos potenziale o attuale, ancora una volta con molte differenze fra sistemi politici e sociali, si abbatte sui rapporti fra parlamenti e governi con richieste di governi forti, rapidi, severi e con critiche a parlamenti e parlamentari alcuni dei quali accusati non solo di essere fannulloni e incapaci, ma persino “nemici del popolo” che non sanno né rappresentare né proteggere.
Si aprono spazi per azioni di governo non controllate, non temperate, incoerenti, ad hoc. Resuscitando un’espressione del Sessantotto, vedremo azioni che sono improntate dalla “pratica dell’obiettivo”, revocabili dal governo successivo.
Infine, da un lato, nel vuoto o nella debolezza del circuito istituzionale si aprono enormi spazi per la personalizzazione della politica che premia i detentori di risorse monetarie (i magnati), di visibilità (i divi, i giornalisti, gli sportivi), talvolta di expertise, ancorché non politica (gli scienziati, i professori), dall’altro, a dare visibilità e fama provvedono i mass media, più quelli “vecchi” di quelli nuovi (la Rete, il Web), ma nulla di quello che consegue riesce a rendere i rapporti Parlamento/Governo migliori se con questo aggettivo ci si riferisce al rispetto reciproco fra le due istituzioni e i loro occupanti, alla funzionalità in termini di tempi relativamente certi per la discussione e la decisione (che potrebbe anche essere negativa), alla trasparenza per gli elettori, le associazioni, i mass media dei quali, però, è sempre più opportuno sapere e volere criticare l’incompetenza e la partigianeria.
Nessuna soluzione facile
Non c’è nessuna soluzione facile e veloce disponibile a chi voglia migliorare i rapporti Parlamento/Governo. Appare indispensabile partire, soprattutto per il caso italiano, dalla Costituzione e da quanto è colà precisamente sancito. Poi, certo, bisogna porre mano alla legge elettorale seguendo una stella polare: il potere degli elettori, quindi, mai più pluricandidature né liste bloccate. Inoltre, è utile ritoccare i regolamenti parlamentari per disciplinare compiti e poteri della maggioranza e per offrire opportunità di interventi significativi all’opposizione, ma regolamentando ferreamente l’eventuale ostruzionismo.
Infine, Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale hanno il dovere politico e costituzionale di ergersi ad arcigni difensori della Costituzione senza se senza ma. Siamo lontani da tutto questo. L’esito del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari ha prodotto un allontanamento ulteriore. Solo l’Unione Europea con i suoi vincoli e con le sue richieste obbliga Governo e Parlamento a rientrare nei loro rispettivi ruoli e a (ri)stabilire rapporti e equilibri decenti.
Comunque, è la stessa, per quanto farraginosa, complessità delle democrazie contemporanee a costituire un argine a scivolamenti e derive potenzialmente autoritarie. Oserei dichiarare che c’è di peggio: lo spettacolo e la realtà dello spreco di risorse e di tempo (time is money) che inquina il futuro. Non se ne esce potenziando il solo governo e neppure il solo Parlamento. Non è sufficiente valorizzare il dissenso se non abbiamo di mira nuovi comportamenti. Serve una visione d’insieme e, finalmente, un’etica pubblica, incoraggiata e premiata da regole costituzionali. Niente di più niente di meno. Pensare e fare politica.
Another time another place.
Pubblicato il 26 ottobre 2020 su Key4biz
I partiti devono cambiare. Ma attenti a cosa auspicate

Uno dei problemi più importanti e più gravi del sistema politico italiano è rappresentato dal sistema dei partiti. La sua caratteristica principale è di essere destrutturato. Vecchie organizzazioni politiche declinano, nuove organizzazioni politiche nascono, ma sono deboli e non si istituzionalizzano, tentativo che viene attualmente fatto, non con grande successo, dal Movimento 5 Stelle. Tutte queste organizzazioni, una sola delle quali utilizza la dizione partito: il Partito Democratico, sperimentano notevoli variazioni nel loro consenso elettorale da un’elezione all’altra. Quella che tecnicamente si chiama “volatilità elettorale” dipende certamente dall’insoddisfazione dei votanti nei confronti dei comportamenti dei dirigenti di partito, dei parlamentari, delle politiche prodotte, ma anche dalla inadeguata e variegata presenza delle organizzazioni politiche sul territorio. Infine, organizzazioni politiche sostanzialmente prive di una cultura politica, principi e valori, di riferimento, e dipendenti dalle leadership di turno, non possono riuscire ad acquisire consenso stabile nel tempo. Le, talvolta notevoli, fluttuazioni dipendono dalla precarietà della popolarità dei rispettivi leader. A tutto questo si aggiungono i cambiamenti delle regole del gioco elettorale che facilitano o impongono agli elettori di agire secondo le nuove opportunità. Ne consegue che nessuno può permettersi oggi di scommettere che il sistema dei partiti che scaturirà dalle prossime elezioni politiche non più tardi del marzo 2023 sarà simile a quello attuale.
I commentatori, costretti a seguire la quotidianità, spesso perdono di vista la struttura della situazione, qualche volta dimenticandosi anche delle loro precedenti affermazioni e valutazioni. Mi limito a alcuni pochi esempi. Non è coerente dichiararsi a favore di una democrazia bipolare e maggioritaria e poi lamentare la mancanza di un centro. Infatti, il centro, soprattutto se avesse un qualche successo elettorale, disporrebbe di un notevole potere, che Giovanni Sartori definiva di “ricatto”. Potrebbe, cioè, di volta in volta allearsi con il polo di destra oppure di sinistra, a determinate condizioni che lui stesso avrebbe il potere di dettare. La conseguenza è che una vera e propria alternanza non esisterebbe più. Al massimo, potremmo parlare di semi-rotazione, ma, comunque, dovremmo preoccuparci di un centro che si trova costantemente al governo. Gli stessi centristi, se avessero/hanno imparato la lezione dell’esperienza della Democrazia Cristiana, dovrebbero essere molto vigili.
Sull’altro versante non è coerente annunciare vocazioni maggioritarie e perseguire alleanze dichiarate organiche proclamando la (quasi) assoluta necessità di una legge elettorale proporzionale. Qualsiasi legge di quel tipo, anche la migliore (quindi non la legge Rosato e neppure quella da qualche mese in discussione nella Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati), non soltanto implica, ma incoraggia i partiti a non fare nessuna alleanza preventiva (e neppure dichiararla), a correre da soli, a contarsi poiché è sul conteggio dei voti e dei seggi successivo all’esito elettorale che diventano plausibili, possibili e preferibili le alleanze di governo. Naturalmente, se l’esistenza di una legge elettorale proporzionale, da un lato, agevola la frammentazione dei partiti esistenti, in particolare, non punisce le eventuali scissioni (per fare un esempio, quella nel Movimento 5 Stelle), dall’altro, consente la nascita di nuovi partiti raramente non piccoli (“nanetti” li ha giustamente definiti Paolo Cirino Pomicino, per di più non accompagnati da Biancaneve) che potrebbero ulteriormente complicare la formazione di qualsiasi governo.
Naturalmente, i piccoli partiti difenderanno il diritto a nascere e a sopravvivere in nome del pluralismo. Potranno anche fare notare che la loro nascita è conseguenza della cattiva rappresentanza offerta all’elettorato dai partiti esistenti, alla quale promettono di porre rimedio con le loro capacità e il loro impegno. Non basteranno né l’una né l’altro a ristrutturare il sistema dei partiti italiani. La rappresentanza proporzionale fotografa la frammentazione esistente, ma non offre nessun incentivo al rafforzamento strutturale dei partiti. Comprensibilmente, ciascuno degli attuali gruppi dirigenti si preoccupa della sua sopravvivenza, ma non vuole scommettere sul futuro. L’esito inevitabilmente è/sarà more of the same.
Pubblicato il 7 ottobre 2020 su Domani
Le virtù della legge elettorale francese @HuffPostItalia
Una buona rappresentanza politica discende da una buona legge elettorale. Ridotti i parlamentari è imperativo intervenire ed è auspicabile si passi a un sistema uninominale a doppio turno
Ridotti i parlamentari è imperativo (ri)pensare la rappresentanza politica e le modalità di controllo del Parlamento sul governo. La rappresentanza politica non è mai solo, ma anche, questione di numeri. Dipende dalle modalità di selezione dei rappresentanti e dai premi e dalle punizioni che i rappresentanti si meritano e ricevono per i loro comportamenti.
Dunque, comprensibilmente, una buona rappresentanza politica discende da una buona legge elettorale. Non è necessariamente la legge proporzionale che, sembra, Nicola Zingaretti, tutt’altro che solo, desidera. Non è affatto vero che più proporzionalità consegue più rappresentatività. Anzi, aumentare il tasso di proporzionalità di una legge elettorale significa incentivare la frammentazione. In parte, mi pare di capire, questa è la preoccupazione di Zingaretti che lo spinge ad affermare che la clausola di esclusione del 5 per cento non è negoziabile.
Neanche per un momento mi pongo il problema lancinante della non-rappresentanza parlamentare di Italia Viva, Azione e Leu. Fra l’altro, da molti di loro ho spesso ascoltato una frase celebre (e impegnativa): “si può fare politica anche fuori del Parlamento”. La clausola del 5 per cento offre loro questa grande opportunità. Sarò lieto se vorranno e sapranno sfruttarla.
Che sia chiaro, però, che se la clausola pone un argine, non insormontabile, alla frammentazione partitica, non migliora in alcun modo la rappresentanza politica. Delega il compito di scegliere buoni rappresentanti, non agli elettori, che dovrebbero esserne i protagonisti in decisiva, istanza, ma ai partiti, ai capi dei partiti e ai capi delle correnti (ah, già, debbo scrivere “sensibilità”).
Stando così, non da oggi, le cose, esprimo il mio profondo dissenso. Potrei limitarmi a sostenere che, insieme a molti, alcuni un po’ tardivamente, è necessario che a elettori e elettrici sia consentito di esprimere un voto di preferenza [in altra occasione spiegherò perché un unico voto di preferenza e perché questo voto non è automaticamente qualcosa che sarà utilizzato dalla criminalità più o meno organizzata e dagli adepti della corruzione].
Continuo a ritenere che le primarie sono uno strumento utile e democratico per scegliere le candidature, ma non ho mai chiuso gli occhi di fronte alla manipolazione delle primarie, soprattutto a livello locale: Bologna insegna.
Credo che sia possibile offrire una sana alternativa complessiva: la legge elettorale francese doppio turno in collegi uninominali. Quanto alla selezione delle candidature il primo turno è ampiamente assimilabile ad un’elezione primaria. Gli elettori scelgono. Al secondo turno eleggono. Naturalmente, conta molto la clausola (o meno) con la quale si acquisisce la facoltà, non l’obbligo, di passare al secondo turno. Anche se pochi lo ricordano (o non lo sanno) il doppio turno, mai ballottaggio, può essere aperto, vale a dire consentire il passaggio al secondo turno a tutti coloro che si sono candidati/e al primo turno.
Il primo turno ha, comunque, la capacità di fornire informazioni: ai partiti, ai loro candidati/e oltre che, soprattutto, agli elettori. La clausola percentuale di passaggio al secondo turno può essere variamente definita. Nel 1958 in Francia fu fissata proprio al 5 per cento con l’intesa che nel corso del tempo sarebbe cresciuta. È arrivata fino al 12,5 per cento degli aventi diritto. A bocce ferme, con quella clausola entrerebbero alla Camera dei deputati i rappresentanti di quattro soli partiti.
Per evitare che i dirigenti di partito si oppongano al doppio turno sulla base di loro calcoli particolaristici si potrebbe, come suggerito tempo fa da Giovanni Sartori, consentire il passaggio in ciascun collegio ai primi quattro candidati. Poi decideranno loro e i loro partiti se “insistere” o desistere, certo anche dopo qualche accordo reciproco che, comunque, sarebbe visibile agli elettori.
Da ultimo, quali conseguenze sulla rappresentanza politica? Vox populi(sti) vuole che “il maggioritario” restringa la rappresentanza. Sbagliato. In qualsiasi collegio uninominale il rappresentante eletto/a sa che deve rappresentare il collegio, vale a dire, le preferenze, gli interessi, gli ideali dei loro elettori, ma anche spingersi fino a tenere in grande considerazione le preferenze degli elettori che quella volta non l’hanno votato/a. Aggiungo che nei collegi, proprio attraverso gli accordi e le desistenze, si pongono le basi delle coalizioni che andranno al governo o si metteranno all’opposizione.
Insomma, c’è davvero molto di buono nella legge elettorale francese doppio turno in collegi uninominali, compresa la flessibilità. Se ricordo bene, tempo fa nel Partito Democratico si votò a grande maggioranza per il doppio turno. O no?
Pubblicato il 2 ottobre 2020 su huffingtonpost.it
Va bene il proporzionale, ma con preferenza unica @fattoquotidiano
La legge elettorale prossima (av)ventura. Premessa: se sarà una legge elettorale proporzionale non dovrà avere pluricandidature e dovrà consentire a elettrici e elettori di esprimere un voto di preferenza. Non due voti poiché non è vero che favoriscono le donne. Al contrario, subordinano le elette all’uomo che abbia fatto scambi con loro. Non tre o quattro preferenze poiché sono propedeutiche, come qualsiasi parlamentare democristiano eletto tra il 1948 e il 1987 potrebbe confermare, alla formazione di correnti. Infine, se si desidera evitare la frammentazione del sistema dei partiti, certamente non produttiva di buona rappresentanza politica, ma di potenziali poteri di ricatto per piccoli gruppi, dovrà contenere una clausola di accesso al Parlamento.
Di leggi elettorali proporzionali ne esistono molte varietà. Due elementi importanti le caratterizzano: la ampiezza della circoscrizione, misurata con riferimento al numero dei parlamentari che vi sono eletti e la formula di assegnazione dei seggi (le tre più utilizzate sono d’Hondt, Hare e Sainte-Lagüe, elemento molto tecnico, ma tutt’altro che irrilevante nel favorire i partiti o i partiti grandi). Ipotizzando che vengano ritagliate quaranta circoscrizioni con dieci deputati da eleggere in ciascuna, non ci sarebbe neppure bisogno di una clausola di accesso. Per vincere un seggio sarà indispensabile ottenere almeno l’8-9 per cento dei voti in ciascuna circoscrizione. Per un senato di 200 componenti eletti in 20 circoscrizioni il discorso sarebbe esattamente lo stesso, ma è complicato dalla statuizione costituzionale che ne impone l’elezione su base regionale.
Fuoruscendo dall’ormai stucchevole ricorso al latino che, al contrario del Mattarellum e del Porcellum, non apporta nulla in termini di conoscenza, chi volesse adottare la legge elettorale tedesca (non Germanicum, non Tedeskellum), dovrebbe farlo nella sua interezza. La clausola del 5 per cento è, ovviamente, importante, ma molto più importante è che l’elettore/rice tedesco/a dispone di due voti. Con il primo sceglie fra i candidati in collegi uninominali su base dei Länder; con il secondo vota una lista di partito. Non soltanto il doppio voto conferisce più potere all’elettore/trice, ma ha spesso consentito loro di incoraggiare e approvare la formazione di coalizioni indicate dai dirigenti di partito (Democristiani-Liberali; Socialdemocratici-Liberali; Socialdemocratici-Verdi).
Ė persino banale affermare che non esiste una legge elettorale perfetta. Certamente, no, ma altrettanto certamente esistono leggi elettorali buone e leggi elettorali cattive. Grazie all’Italicum e alla legge Rosato è oramai accertato e acclarato che esistono leggi elettorali pessime. La legge proporzionale usata in Italia dal 1946 al 1987 era accettabile e funzionò in maniera (più che) soddisfacente. L’alternanza mancò soprattutto poiché l’alternando, il PCI, non ebbe mai voti sufficienti a renderla inevitabile. La legge Mattarella, l’unica della seconda fase della Repubblica ad essere in qualche modo il prodotto di un referendum popolare, ebbe più pregi che difetti e alcuni dei difetti (il cosiddetto “scorporo” e la possibilità di liste civetta) sarebbero oggi facilmente eliminabili.
Sento ripetere da qualche politico che lui/lei preferirebbero il maggioritario, magari con l’aggiunta “il sindaco d’Italia”. Al di là dei problemi di scala: eleggere il sindaco, anche di città grandi come Roma, Milano, Napoli, Torino, non è la stessa cosa dell’elezione del capo del governo, la legge per l’elezione dei consigli comunali è proporzionale. L’elezione diretta del sindaco/a è altra cosa e configura una forma di governo presidenziale con l’eletto/a che non può essere sostituito/a proprio come i presidenti “presidenziali”. Maggioritarie sono le leggi elettorali delle democrazie anglosassoni: vince il seggio in collegi uninominali chi ottiene anche un solo voto in più degli altri candidati. Maggioritaria è la legge elettorale a doppio turno (non ballottaggio) in collegi uninominali utilizzata in Francia. Sono purtroppo consapevole che, al momento, non esiste una proposta a sostegno della legge francese e neppure una maggioranza disposta a votarla. So, però, che una proposta articolata in tal senso sarebbe la vera “mossa del cavallo”. Aprirebbe un campo elettorale inusitato impedendo giochi di partito. Conferirebbe all’elettorato grandi responsabilità incentivandolo a informarsi e a ridefinire con maggiore attenzione le sue preferenze. Obbligherebbe i partiti a selezionare meglio le loro candidature, che è proprio uno dei più importanti obiettivi vantati dai sostenitori della riduzione del numero dei parlamentari: “meno, ma meglio”. Vorrei che l’opzione francese rimanesse viva. Comunque, almeno potrò affermare: “ve l’avevo detto” et salvavi animam meam.
Pubblicata il 29 settembre 2020 su Il Fatto Quotidiano
Dopo il referendum: legge elettorale e riforme costituzionali #live #29settembre ore 18
I Colloqui de “Il pensiero mazziniano”
Introduce Pietro Caruso
intervengono
Gianfranco Pasquino
Mario Di NapoliConclude Michele Finelli
martedì 29 settembre 2020 ore 18 L'evento sarà trasmesso in diretta facebook su https://www.facebook.com/associazionemazziniana/ https://www.facebook.com/domusmazziniana/
Referendum, dal meno al niente @HuffPostItalia
La Costituzione italiana, come tutte le buone Costituzioni democratiche, è una costruzione complessa. Toccando una componente diventa immediatamente necessario intervenire su altre componenti ridefinendole e ristabilendo l’equilibro complessivo. È evidente che in una democrazia parlamentare, il Parlamento costituisce l’elemento fondamentale. Da un lato, è luogo di rappresentanza dei cittadini, delle loro preferenze, esigenze, speranze, aspirazioni. Dall’altro, è l’organismo che dà vita al governo, lo sostiene e, se necessario, lo sostituisce. Qualsiasi intervento sul Parlamento ha, quindi, effetti sia sui cittadini (la rappresentanza) sia sul governo (la sua funzionalità). Ridurre in maniera considerevole, di un terzo, il numero dei parlamentari, è soltanto in apparenza qualcosa di “lineare”, cioè semplice, facile, chiaro, poiché implica l’obbligo di valutarne le conseguenze che sono, invece, molto complesse, non tutte facilmente valutabili. Meno non è (affatto) meglio.
Tagliando “linearmente” non esiste nessuna garanzia che da un Parlamento ristretto saranno automaticamente esclusi, come sostengono i pentastellati, gli assenteisti e i fannulloni, ai quali personalmente aggiungo gli incompetenti, che i pentastellati, chi sa perché?, neppure prendono in considerazione. Le probabilità che assenteisti, fannulloni, incompetenti rimangano anche in un Parlamento linearmente snellito sono ovviamente, statisticamente altissime. Oltre a rimandare ad una nuova legge elettorale, la cui necessità è comunque già oggi imprescindibile, i pentastellati sostengono che se i parlamentari sono ridotti di un terzo ne conseguirà una “migliore selezione”. Però, proprio non si capisce come verrebbe assicurata dagli stessi partiti che oggi selezionano male e perché mai i capipartito e i capicorrente dovrebbero procedere ad una selezione virtuosa visto che il loro potere risiede esattamente nello scegliere chi, cooptato/a, si sentirà in obbligo di rispondere a loro e non agli elettori.
In un dibattito breve e non intenso, tutto meno che brillante, è mancato quasi del tutto il riferimento ad un aspetto cruciale, fondamentale. I compiti e le attività del Parlamento, che sono molte e molto importanti, non vengono in nessun modo toccati dalle riforme. Seicento parlamentari saranno inevitabilmente chiamati a svolgere tutto quello che facevano, stanno facendo novecentoquarantacinque parlamentari. Non è che accorpando qualche commissione il lavoro diminuirà. La nuova commissione avrà la somma del lavoro delle commissioni accorpate.
Infine, i soldi eventualmente risparmiati sul versante delle indennità e altro attinenti a ciascun parlamentare avranno come contropartita i soldi aggiuntivi che ciascun candidato e il suo partito saranno obbligati a spendere per le campagne elettorali in circoscrizioni più ampie per raggiungere un numero di elettori un terzo più grande degli attuali. L’esito dell’eventuale riduzione sarà, almeno in parte, quello voluto, ma solo raramente detto dai pentastellati: un parlamento ridimensionato meno in grado di funzionare che attirerà ancora più critiche e del quale qualcuno richiederà il superamento, s’intende, lineare.
Pubblicato il 17 settembre 2020 su huffingtonpost.it
Rappresentanza è il quesito. Non il numero dei parlamentari @fattoquotidiano #tagliodeiparlamentari #iovotoNo #Referendum2020
Non mi colloco fra coloro che ritengono che la rappresentanza politica sia essenzialmente una faccenda di numeri. Portato all’estremo questo discorso significherebbe più parlamentari più rappresentanza. Non credo neppure che i numeri, alti o bassi, abbiano una relazione stretta, meno che mai decisiva, con la rappresentatività. Non dipende certo dal numero dei parlamentari se gli operai non sono presenti in Parlamento e se i loro interessi sono più o meno (poco, pochissimo) rappresentati. La rappresentatività sociologica è argomento interessante, ma il suo collegamento con la rappresentanza politica richiede qualche serio approfondimento. Partirò da quanto scrisse quarant’anni fa Giovanni Sartori: “la rappresentanza politica è elettiva”. Senza elezioni non può esistere nessuna rappresentanza politica. Leggi elettorali che non consentano agli elettori di scegliere davvero i rappresentanti incidono sulla qualità della rappresentanza, in qualche caso sulla stessa possibilità della sua sussistenza. Ridurre il numero dei parlamentari italiani e poi utilizzare una legge elettorale proporzionale che permetta le pluricandidature e non offra all’elettore la possibilità di scegliere fra i candidati disponendo di un voto di preferenza significa creare una situazione di cattiva rappresentanza. Cattiva è non soltanto dal punto di vista degli elettori che non avranno potuto scegliere il parlamentare, e quindi non gli/le si potranno rivolgere durante il mandato parlamentare. Lo è anche dal punto di vista del parlamentare che sa che la sua elezione non dipende dagli elettori, ma da chi lo ha candidato e, in larga misura, fatto eleggere. In caso di dissenso con quei dirigenti di partito e di corrente responsabili per la sua elezione e, presumibilmente, anche per la sua ricandidatura e rielezione, il parlamentare sarà posto di fronte ad una alternativa lancinante.
Quell’accountability di cui molti parlano senza sufficiente cognizione potrà/potrebbe essere esercitata con profitto soltanto se il parlamentare sa di essere debitore della sua elezione a chi lo ha votato e coloro che lo hanno votato sanno di poterlo ri-votare oppure bocciare. Qui si inserisce il discorso su coloro che “Il Fatto Quotidiano” mette alla berlina chiamandoli voltagabbana. Probabilmente, alcuni la gabbana l’hanno voltata due volte, la prima dicendo sì (nel PD dicendo no) alla riduzione del numero dei parlamentari perché quella era la posizione del loro gruppo parlamentare o del partito. La seconda, adesso, dicendo no oppure, come molti parlamentari del PD, esprimendosi per il sì. Essendo personalmente sostenitore della libertà di mandato, prendo atto delle giravolte di gabbana. Sono legittime. Mi piacerebbe adesso che fossero argomentate così come mi sarebbe piaciuto al momento delle votazioni parlamentari che i dissenzienti si esprimessero. L’inconveniente grave, però, sta nel manico. Sostanzialmente nessun parlamentare aveva interesse a esprimere il suo voto in dissenso poiché non esiste(va) la possibilità di farsi forte del sostegno dei “propri” elettori.
Eppure, sono proprio il dialogo, l’interlocuzione, il confronto e, anche, lo scontro fra il parlamentare e i “suoi” elettori che danno senso e peso alla rappresentanza politica. Potrebbe benissimo essere che quei voltagabbana dal sì al no, ma anche quelli dal no al sì abbiano il sostegno dei loro rispettivi elettorati. Non lo possiamo sapere. Non lo sapremo neanche una volta ridotto il numero dei parlamentari (forse, ci saranno meno voltagabbana, oppure, più probabilmente, saranno grosso modo della stessa percentuale). La rappresentanza politica è una cosa seria che richiede una riflessione approfondita sulla legge elettorale. Non mi pare utile limitarsi a collegarla ai numeri. Anzi, è persino fuorviante. Concluderò drasticamente che se i capipartito e capicorrente mantengono poteri quasi esclusivi di designazione dei parlamentari, nessuna riduzione del numero dei rappresentanti approderà al miglioramento della rappresentanza politica (e quindi della qualità della politica e della democrazia italiana).
Pubblicato il 4 settembre 2020 su Il Fatto Quotidiano
Le ragioni del NO #Referendum2020 #tagliodeiparlamentari #intervista @RadioRadicale #IoVotoNO
“Referendum sul taglio dei parlamentari, le ragioni del NO. Intervista al professor Gianfranco Pasquino” realizzata da Giovanna Reanda con Gianfranco Pasquino (professore emerito di Scienza Politica all’Università degli Studi di Bologna).
L’intervista è stata registrata giovedì 27 agosto 2020 alle 09:37.
La registrazione audio ha una durata di 13 minuti.









