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Il rilancio del PD e l’opzione Minniti

Con Gianfranco Pasquino parliamo della crisi del PD e degli scenari futuri del partito

Intervista raccolta da Francesco Snoriguzzi

Le ultime Elezioni Politiche, il 4 marzo del 2018, hanno sancito ancora una volta la crisi profonda della Sinistra in Italia (ma il discorso è valido per tutta l’Unione Europea). Il Partito Democratico, principale rappresentante della Sinistra italiana, ha ottenuto il peggior risultato della sua storia attestandosi attorno al 18%. Allo stesso tempo, le elezioni hanno segnato una nettissima affermazione di quei movimenti populisti e neo-nazionalisti che avanzano in tutta la UE: oltre al successo annunciato del Movimento 5 Stelle di Davide Casaleggio, primo partito fuori da coalizioni, nella coalizione di Centro-Destra si è avuto lo storico superamento della Lega di Matteo Salvini (non più Lega Nord) rispetto a Forza Italia di Silvio Berlusconi. L’esito istituzionale ha confermato la svolta populista dell’Italia portando ad un Governo di Lega e M5S.

Di fronte alla lampante sconfitta, il PD sembra essere rimasto quasi stordito e fatica a trovare la forza di rialzarsi e di tornare a mobilitare il suo elettorato. Trattandosi di un fenomeno di portata quanto meno europea (ma si pensi anche a Donald Trumpnegli USA e a Jair Bolsanaro in Brasile) e con radici che affondano nel tempo (nel caso italiano si possono far risalire quanto meno alla vittoria di Berlusconi nel 1994), il risultato non dovrebbe stupire. Una ragione potrebbe essere certamente la scarsa abilità della Sinistra nell’uso dei nuovi mezzi di comunicazione digitale, che invece rappresentano il fiore all’occhiello della propaganda populista: i nuovi mezzi, per loro natura, non si prestano alla comunicazione ufficiale di un partito, che spesso risulta troppo formale ed ingessata, mentre risultano ideali per quei gruppi anti-sistema che li utilizzano per amplificare la rabbia dell’uomo medio.

Mentre ci si avvicina a delle Elezioni Europee che vedono il fronte anti-europeista più forte che mai, il PD (come i suoi equivalenti europei) si interroga su come uscire da questa fase di crisi e già si è scatenata una serrata lotta interna sulla figura del nuovo Segretario che dovrà traghettare il partito verso una nuova fase. Da un lato c’è il Segretario Reggente, Maurizio Martina, da un altro l’attuale Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, da un altro ancora quella parte di partito che si riconosce nell’ex-Segretario ed ex-Presidente del Consiglio, Matteo Renzi; ultimamente, infine, si è parlato di una possibile candidatura dell’ex-Ministro degli Interni, Marco Minnitialla guida del PD e lui stesso ha dichiarato di considerare questa ipotesi.

La situazione resta molto complicata. Secondo Gianfranco Pasquino, ex-Senatore della Repubblica e Professore Emerito dell’Università di Bologna, però, l’eventualità di una candidatura di Minniti non è del tutto chiara: Minniti, afferma Pasquino, “dovrebbe decidere autonomamente se candidarsi oppure no, non farsi candidare da Renzi o dai ‘renziani’: se ha voglia di fare il Segretario del partito e ritiene che Zingaretti, che al momento è l’unico candidato in corsa, o che Martina siano inadeguati per quel ruolo, allora dovrebbe candidarsi; se Minniti si fa candidare dai renziani, però, diventa automaticamente il candidato dei renziani”. In tal caso, continua, Minniti finirebber per “rappresentare quello che Renzi ha fatto, o non ha fatto, nel corso della sua Segreteria: non dimentichiamo che Renzi era Segretario del partito e del partito non si è mai occupato”.

La figura dell’ex-Ministro degli Interni, in ogni caso, potrebbe risultare problematica per parte del PD. I due temi principali su cui la Sinistra sembra non intercettare più il favore dell’elettorato, infatti, sono il rapporto con la UE, da un lato, e la gestione del flusso migratorio, dall’altro. Se sui rapporti con la UE, la posizione di Minniti è sempre stata coerente con la linea espressa dal partito (puntando ad una riforma dell’Unione che vada nella direzione di maggiore integrazione, ovvero riforma del Trattato di Dublino e quote obbligatorie per la ripartizione dei migranti), la sua gestione del fenomeno migratorio è stata a volte più controversa. Il suo operato da Ministro degli Interni, infatti, è stato spesso criticato da una parte della Sinistra che lo ha spesso accusato di inseguire la Destra sul proprio territorio. Durante la propria esperienza da Ministro degli Interni, infatti, Marco Minniti ha portato avanti una linea improntata alla realpolitik prendendo, in alcuni casi, anche misure impopolari a Sinistra (in particolare quelle sulla gestione del flusso migratorio dalla Libia e sul codice di condotta per le Organizzazioni Non Governative).

È probabile che l’idea che sta dietro alla proposta di una candidatura di Minniti alla Segreteria del PD punti a far sì che la realpolitik di Minniti, contrapponendosi a posizioni generalmente percepite dall’elettorato come buoniste e superficiali su temi come la gestione dei flussi migratori, potrebbe contribuire a rilanciare i consensi elettorali del partito. Secondo il Professor Pasquino, però, “la posizione dura nei confronti dei migranti sia già totalmente occupata da Salvini e che sia impossibile scalzarlo: ci è arrivato prima di altri e in maniera molto pesante; ha avuto il vantaggio di porre all’attenzione di italiani che erano già molto preoccupati per l’immigrazione e quindi nessuna posizione dura della Sinistra potrà scalzare il consenso che Salvini ottiene da quello che dice e quello che fa, che per altro non è un granché ed è molto diverso da quello che dice”. Il partito, continua Pasquino, si ricostruisce in un altro modo: “certamente non facendo il buonista, ma neanche imitando posizioni di Destra, ma francamente non credo che Minniti stia inseguendo la Destra”.

Il punto, però, insiste Gianfranco Pasquino, non è quale linea debba esprimere il partito: “la domanda importante è quale tipo di Partito Democratico dovrebbe esserci, ma la questione vale per Minniti, per Martina, per Zingaretti, per chiunque voglia fare il Segretario del partito: bisogna avere un’idea di partito, una visione di partito; bisogna, soprattutto, avere un’idea chiara di come si vuole allargare il partito, perché se si propone di rimanere un partito da 18% il partito sarà quasi sempre irrilevante; bisogna avere la capacità di tenere insieme il partito come è, e già ci sono delle tensioni preoccupanti”. Secondo Pasquino, infatti, “il punto è che si deve ricostituire un Partito Democratico che è sostanzialmente decaduto e ci sono zone del Paese in cui, praticamente, non esiste neanche: che tipo di politica può fare un partito che non esiste? Tanto Minniti quanto Zingaretti devono dire che tipo di Partito Democratico intendono costruire”.

Di certo, l’esperienza insegna che i partiti di Sinistra hanno una certa tendenza ad optare per le scissioni, quando le loro correnti si trovano in disaccordo. In base alle critiche che la figura di Minniti può sollevare all’interno del partito, quindi, l’ipotesi che nel caso di una sua Segreteria il PD si avvii verso l’ennesima scissione non appare così remota. Secondo Pasquino, “se i renziani mettono le proprie carte su Minniti e Minniti non vince, dato che nel frattempo stanno organizzando dei Comitati Civici, si può pensare che si tratti di una premessa per fare qualcos’altro fuori dal Partito Democratico. I Comitati Civici, per di più costituiti dall’ex-Segretario del partito, sono già un principio di scissione, o comunque una minaccia, come a dire che, se non dovesse vincere il loro candidato, loro sono pronti ad andarsene”. I precedenti, continua il Professore, “in verità non sono così positivi: Renzi voleva migliaia di Comitati Civici per il SÌ al Referendum Costituzionale; non so quanti ne siano nati, ma sta di fatto che il Referendum è stato perso seccamente. Nonostante i precedenti non siano molto positivi, a mio avviso questa è oggettivamente un’azione contro il partito”.

Il dibattito attuale tra le correnti del PD, incentrato soprattutto sui nomi e, in misura minore, sulla linea da seguire, non risponderebbe quindi alla questione fondamentale, ovvero la ricostituzione del partito. Il Professor Pasquino afferma che “il problema non riguarda una persona. Siamo di fronte ad una tematica enorme che si chiama immigrazione e che riguarda soprattutto l’Italia, ma non solo”. Si tratta di una tematica, continua Pasquino, “che non può avere una soluzione nazionale ma che deve necessariamente avere una soluzione europea”. A questo punto, quindi, “bisognerebbe chiedersi se chi diventerà Segretario del Partito sarà in grado di avere una credibilità nei confronti dell’Europa e fare cambiare politica all’Europa su alcuni passaggi”.

In conclusione, afferma Pasquino, “il partito dovrebbe ripartire dalla costruzione di una Sinistra plurale e una Sinistra plurale può essere o intorno al partito, ma in quel caso serve un rapporto di ascolto e interlocuzione, di comprensione e dibattito tra il dirigente e coloro che gli stanno attorno, oppure costituita in un partito plurale nel senso che si apre, ovvero, mantenendo i confini del partito, si dovrebbe aprire ad una serie di personalità che abbiano una qualche presenza sul territorio, non solo sulla televisione perché non è vero che il consenso passi solo attraverso la televisione”. La questione della presenza sul territorio è fondamentale: “il consenso, e la Lega lo sta dimostrando in maniera straordinaria, passa attraverso l’attività politica organizzata sul territorio con presenze dei più vari generi. È necessaria, quindi, una presenza plurale e presente sul territorio. Non bisogna chiudersi a Roma o in un qualsiasi bunker o in una qualsiasi stazione in disarmo, che si chiami Leopolda o in un altro modo”. Il partito, conclude Gianfranco Pasquino, “deve fare politica sul territorio, con persone che abbiano voglia, capacità e magari qualche esperienza di rappresentare pezzi di territorio: se uno pensa di vincere le elezioni in Trentino candidando la toscana Maria Elena Boschi vuol dire che non ha capito assolutamente nulla e che l’unica cosa che si voleva ottenere era mandare in Parlamento Maria Elena Boschi… quanto serva al Parlamento non so dirlo, ma di certo non serve al partito”.

Pubblicato il 24 ottobre 2015 su lindro.it

La crisi della socialdemocrazia in Europa

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Intervista raccolta da Federico De Lucia per FBlab

1) Globalizzazione, depressione economica, marginalizzazione sociale, insostenibilità del Welfare state, flussi migratori incontrollati: sono tutti fattori strutturali che stanno mettendo a dura prova, ormai da un decennio, la sinistra socialdemocratica europea. Lo dimostrano sia i risultati elettorali degli ultimi anni in tutti i Paesi del vecchio continente, sia l’incapacità del PSE di opporsi alla linea politica rigorista messa in atto dall’Unione Europea negli ultimi anni di crisi.
Secondo Lei, il problema è davvero strutturale, o vi è invece un problema altrettanto grave di inadeguatezza di classe dirigente?

Risposta: Il problema è trasversale e strutturale. Trasversale poiché riguarda tutti i partiti e le organizzazioni di sinistra, in Europa, negli USA e, mi allargo, nel mondo. Possono anche vincere le elezioni, più spesso le perdono, ma non hanno più nessuna dominanza culturale. Non hanno capacità né di innovazione né di governo effettivo di tutte le sfide, vere, della globalizzazione. Il problema è anche strutturale, quindi, più preoccupante, poiché, per quasi tutti i partiti, in special modo quelli classici, socialdemocratici e laburisti, scandinavi e anglosassoni (includo anche Australia e Nuova Zelanda), è la conseguenza di successi importanti sia nella politica economica, il keynesismo, sia nelle politiche sociali, il welfare. Sono successi che, come scrisse, forse con qualche esagerazione, il grande sociologo tedesco Ralf Dahrendorf, hanno fatto del XX secolo il secolo socialdemocratico. Quei partiti hanno cambiato i nostri mondi vitali, ma l’elettorato li ha lentamente abbandonati e sta cercando altrove sicurezza e qualche vantaggio economico. Non li trova. Di qui, l’aumento dell’insoddisfazione nei confronti della democrazia e il cedimento di troppi elettori agli appelli populisti che, noi lo sappiamo e quei cittadini impareranno, non portano da nessuna parte.

2) In tutti i Paesi europei la crisi della Sinistra si sta manifestando allo stesso modo: la contrapposizione culturale e programmatica tra le due anime interne, quella più liberal e quella più socialista. Ma i risultati sono negativi ovunque, a prescindere da chi riesce a prevalere. In Germania e Spagna, dove la corrente centrista ha accettato la Grande Coalizione con i Popolari, la crisi di consenso è evidente. In Inghilterra ed in Francia, dove al contrario è la sezione tradizionale ad aver avuto la meglio, i sondaggi sono ancora più impietosi, sia per il Labour di Corbyn che per il PS di Hamon. Quest’ultimo deve inoltre fronteggiare la concorrenza del liberale centrista Macron, che i sondaggi danno come principale candidato a sfidare la Le Pen al ballottaggio.
Secondo Lei, dividersi e/o perdere consensi (al centro o a sinistra) è davvero inevitabile per la sinistra europea? Quale strada dovrebbe intraprendere quest’ultima per superare questa fase di estrema difficoltà?

Risposta: Non è inevitabile né dividersi né perdere, al centro e/o a sinistra, consensi. Però, succede, spesso, con conseguenze ovviamente negative. La causa di fondo si trova, praticamente in tutte le situazioni, nella maggiore sensibilità della sinistra, dei suoi dirigenti, dei suoi elettori, dei suoi ideali per le tematiche più moderne (non post-moderne): i diritti, l’identità, la bioetica, persino le diseguaglianze, economiche e culturali. In termini tecnici, una parte, anche se, purtroppo, talvolta crescente, mai maggioritaria, è post-materialista: i diritti e l’autorealizzazione delle persone sono più importanti di qualsiasi tematica economica, lavoro e reddito. L’altra parte, per lo più, maggioritaria, vuole un lavoro stabile, sicurezza, ordine e, soprattutto, non apprezza nessuna, ma proprio nessuna, variante di multiculturalismo, comunque sia definito e attuato. Tenere insieme queste due sinistre è operazione complicatissima che richiede leadership intelligentemente empatiche, rarissime. Tuttavia, la sfida non è da darsi per definitivamente persa. Nel lungo periodo (sì, lo so che Keynes dice che nel lungo periodo saremo tutti morti), soltanto le sinistre potranno vincere la sfida della ridefinizione delle identità, del pluralismo, della dignità nel vivere e nel morire.

3) Il PD, costola italiana del PSE, è riuscito sinora a tenere assieme le due sensibilità interne, nonostante sia provato da lunghi anni di Governo e da frizioni sempre vive. Certamente, il successo elettorale del Renzi del 2013–2014 ha svolto un ruolo importante, attirandosi il favore di un elettorato piuttosto ampio. Ma con la sconfitta referendaria quella fase propulsiva sembra essersi conclusa, ed il Congresso anticipato appena convocato sembra addirittura volto a scongiurare una scissione a sinistra.
Secondo Lei, le difficoltà che in questo momento sta vivendo il PD sono più di natura culturale e programmatica, come altrove, o sono al contrario il frutto delle rivalità interne alla classe dirigente del partito, esacerbate da tre anni di renzismo? E di conseguenza, anche in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, la figura di Renzi rappresenta più un problema da risolvere o una risorsa da utilizzare per la sinistra italiana?

Risposta: Il Partito Democratico è, come disse memorabilmente Massimo D’Alema, “un amalgama mal riuscito” senza arte senza parte senza cultura politica. Infatti, è stato conquistato da un leader assolutamente a digiuno, come tutti i suoi collaboratori, che non sono affatto interessati, di qualsiasi cultura, meno che mai politica. Quel leader, Renzi, poca cosa rispetto agli altri dirigenti dei partiti di sinistra europei, ha sconfitto un vecchio leader, Bersani, che non ha saputo rinnovare la sua cultura politica di comunista in transizione. Da allora, negli ultimi quattro anni, non c’è stato un solo momento nel quale nel Partito Democratico, nei suoi organismi dirigenti, nelle sue articolazioni locali, si sia discusso di cultura politica, di identità, di valori, di etica. Il massimo dello svago è stato raggiunto, con qualche recente sofferenza, nelle kermesse di una piccola stazione di Firenze: la Leopolda. Niente a che vedere con Bad Godesberg 1959, la grande svolta della socialdemocrazia tedesca. Niente a che vedere con Epinay-sur-Seine, dove nel 1971, Mitterrand unificò le sparse membra delle sinistre francesi non comuniste. Quando per definirsi e caratterizzarsi un partito fa riferimento alle primarie e ai gazebo, ogni speranza di rilancio ideale e culturale è destinata a spegnersi. Rottamati e rottamatori cessano di meritare qualsiasi attenzione.

Pubblicato il 27 febbraio 2017 su FBlab

La spirale del Partito di Renzi

Dopo l’esito, qualunque sarà, del referendum, il compito principale degli schieramenti avversi consisterà nel riunificare il paese. Dovrà farlo soprattutto chi ha più potere politico. Non si dovrà, politicamente, per il bene dell’Italia, e neppure si potrà, tecnicamente, andare a elezioni subito poiché non c’è ancora la legge elettorale. L’accordo sulla revisione dell’Italicum (fino a poche settimane fa, “legge che”, secondo Renzi, “tutta l’Europa ci invidia”) solo “tatticamente” raggiunto nella Commissione apposita del PD, al quale Cuperlo, esponente della minoranza, ha dato un suo, non del tutto spiegabile, consenso, è noto esclusivamente nelle sue linee generali. Non è accertabile nei dettagli dove, di solito, sta il diavolo, ma si trovano anche oscurità, inconvenienti, pasticci dei più vari generi. Forse gli esponenti renziani in quella Commissione miravano a spaccare le minoranze del PD. Probabilmente, non ci sono riusciti poiché, in sostanza, la defezione di Cuperlo sembra del tutto personale.

Quello che è certo è che, alla Leopolda, incitati dai toni guerreschi di Matteo Renzi, una maggioranza dei presenti ha espresso la sua vociante preferenza: “Fuori, fuori”, e non è stata silenziata da Renzi. E’ un segnale bruttissimo del clima di intolleranza che si sta diffondendo nel PD nei confronti di coloro che non condividono la sostanza delle riforme costituzionali e neppure le modalità della campagna referendaria di tipo plebiscitario condotta da Renzi. Certamente, alle minoranze è giusto ricordare che quelle riforme costituzionali loro le hanno approvate. E’ ancora più giusto sottolineare la loro incoerenza e, persino, la dichiarata esplicita propensione a scambiare la riforma elettorale, una legge ordinaria, con il Si a riforme costituzionali, “leggi sopra le leggi”. Tuttavia, la disciplina di partito non dovrebbe mai essere invocata su nessuna legge di revisione costituzionale, da valutare nel merito, in scienza, ovvero sulla base delle conoscenze e conseguenze, e in coscienza. Tutto questo è stato travolto dalla brutta esibizione di iscritti al PD che esprimono la loro volontà di risolvere i conflitti e i dissensi interni, non con la discussione e con il compromesso, ma con l’espulsione dei dissenzienti.

Con parecchio ritardo, solo alcuni fra i commentatori, nient’affatto unanimemente, hanno affermato che il compito preminente di un leader di partito consiste soprattutto nel tenere unito il suo partito e, solo una volta conseguito questo obiettivo, nel cercare di ampliarlo. Renzi ha più volte detto che va alla ricerca dei voti di destra per vincere il referendum. Nel frattempo, in parlamento, non pochi parlamentari del centro-destra gli hanno già, ripetutamente, dato una mano, vale a dire, voti risultati decisivi. Logicamente, attendono di essere ricompensati. Questo slittamento parlamentare del PD configura e prefigura la nascita del Partito della Nazione, stabilmente collocato al centro, gonfiato dai seggi del premio di maggioranza, in grado di governare da solo? Quella che è l’aspirazione di non pochi renziani, ma è anche la preoccupazione di molti oppositori, interni e esterni, dipende non soltanto da un’eventuale, al momento improbabile, vittoria del sì al referendum, ma anche da come l’Italicum verrà riformato.

Alla fine della ballata referendaria, rimarrà aperto, forse addirittura esacerbato, il problema della gestione del Partito Democratico. Troppo spesso si ha la sensazione che il segretario del PD, più degli altri, non abbia consapevolezza delle conseguenze negative se il suo Partito, praticamente l’unico che può ancora definirsi tale, entrerà nella devastante spirale della scissione/espulsione.

Pubblicato AGL 9 novembre 2016

La scomparsa delle culture politiche in Italia: note non troppo a margine

Ho pensato e ripensato a quel che, forse, avrei dovuto dire a commento degli interventi alla Tavola Rotonda (9 marzo, Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini” Sala degli Atti parlamentari. Ne hanno discusso con il curatore Nicola Antonetti, Rosy Bindi, Mario Morcellini e Antonio Polito. ndr) e degli articoli pubblicati nel fascicolo di «Paradoxa» ottobre/dicembre 2015 sulla scomparsa delle culture politiche in Italia.

Mi ci provo in queste note a margine.

Come già perspicacemente rilevato da Laura Paoletti nella sua introduzione al fascicolo, è vero che, in modi e con intensità diverse, tutti i collaboratori “pur nell’unanime riconoscimento di una profonda crisi” si sono opposti a “controfirmare la scomparsa effettiva e definitiva del patrimonio culturale di cui sono rispettivamente chiamati a farsi interpreti”. In un modo o nell’altro, tutti hanno cercato di negare che la cultura loro affidata è scomparsa. Gli aggettivi si sprecano: offuscata, ridefinita, rispolverata, riorientata, magari aggiornata e quant’altro. Premetto che nessuno degli autori aveva letto il mio articolo. Quindi, non ne erano stati influenzati in nessun senso. A ciascuno degli autori, ad eccezione di Dino Cofrancesco (“formatosi” nella critica ad una versione dell’azionismo), era stato consegnato il compito di discutere della loro specifica cultura politica, nella quale si erano formati e della quale sono stati e tuttora si considerano esponenti di rilievo.

Non entro nei particolari di un discorso comunque molto complesso che, in un paese nel quale esistessero luoghi e spazi di dibattiti pubblici su tematiche che attengono alla vita organizzata, sarebbe destinato a attirare l’attenzione, a continuare intensamente e accanitamente e a diventare molto approfondito. Sottolineo, però, almeno una assenza che mi pare rivelatrice. Pur difendendo quello che resta della “loro” cultura fino a suggerire la possibilità, persino la necessità, di una sua riaffermazione, nessuno dei nostri collaboratori ha indicato nomi di riferimento, di uomini di cultura né, tantomeno, di politici, in grado di produrre e di guidare un rinascimento politico-culturale. Nessuno. Qualche nostalgia per il passato si è accompagnata a due critiche fondamentali. Sono scomparsi i luoghi di formazione delle élites. Non esiste un processo di selezione delle élites, in particolare, di quelle politiche. Credo di potere dedurne che i luoghi di formazione delle élites politiche che non esistono più sono quelli che per decenni erano stati approntati e fatti funzionare dai partiti, dalle loro sezioni e organizzazioni, dalle loro comunità (Francesco Alberoni inventò il fortunato termine “chiese” per le più solide di quelle comunità; per altre, la parola “sette” funziona più che soddisfacentemente).

Stendo un velo tutt’altro che pietoso sulla riemersione di cosiddette scuole di politica che, a cominciare da quelle del Partito Democratico, non hanno nessun intendimento pedagogico, ma sono passerelle per ministri e per politici che raramente hanno qualcosa da insegnare. In altri casi riunioncine di due o tre giorni, in un fine settimana servono quasi esclusivamente a rendere visibile l’esistenza di correnti e nulla più. D’altronde, e questo prova la mia argomentata tesi che le culture politiche in Italia sono scomparse, che cosa potrebbero insegnare in quei luoghi se loro stessi, improvvisati docenti, di cultura politica non ne hanno, se di personalità di valore non se ne trovano, se di autori di riferimento, italiani, europei, americani, “globali”, non ne sentono neppure il bisogno (ma, soprattutto, non ne conoscono), se il massimo della loro apertura culturale consiste nel lodare il Papa venuto da molto lontano? Dunque, quelle sedicenti scuole di politica sono, nel migliore dei casi, luoghi di incontro e di socializzazione per apprendere i voleri delle leadership politiche e promuovere e propagandare le azioni di una parte politica. Nulla di comparabile ai dotti convegni di San Pellegrino, a scuole come le giustamente mitiche Frattocchie, ai dinamici seminari di Mondoperaio, ma neppure ai campi Hobbitt. Questo per la formazione.

Quanto alla selezione, nella consapevolezza che i partiti di un tempo usavano una molteplicità di criteri, diversi da partito a partito e che contemplavano anche la fedeltà alla linea politica, i criteri attuali non sono certamente basati in maniera prioritaria su meriti in senso lato politici e culturali, ma su appartenenze di corrente, talvolta sull’anzianità nella struttura e quindi sul riconoscimento di progressione nella carriera, sulla capacità di sgomitamento per la quale qualche citazione colta, di libri letti, di acquisizioni culturali, di riferimenti a ideologie e idee potrebbero addirittura risultare controproducenti. In politica la migliore selezione avviene, da un lato, nella sperimentazione delle capacità amministrative e gestionali, dall’altro, attraverso la competizione che sistemi elettorali come il Porcellum e, in misura appena minore, l’Italicum non consentono affatto, essendo stati disegnati apposta per non consentire la competizione che, hai visto mai, farebbe persino emergere qualche personalità. I parlamentari nominati non debbono dare prova di avere una solida cultura politica, ma di essere graniticamente obbedienti e pappagallescamente ossequienti. Dunque, non ci saranno più scontri istruttivi fondati su visioni del mondo diverse, su strategie culturalmente attrezzate, sull’Italia che vorremmo nell’Europa dei nostri desideri.

A mio modo di vedere, la scomparsa delle culture politiche in Italia è dovuta anche alla povertà dell’insegnamento della storia e della Costituzione e all’impossibilità di discutere di politica, delle ‘cose che avvengono nella polis’, nelle scuole di ogni ordine e grado della Repubblica. Molto ambiziosa, ma assolutamente importante, sarebbe una ricerca a tutto campo su quello che è avvenuto nelle scuole italiane negli ultimi due o tre decenni. Non possiamo aspettarci che “La buona scuola” recuperi il tempo perduto né che riesca a formare cittadini politicamente consapevoli, ma, almeno, salviamoci quel che resta dell’anima, evidenziando la carenza di base: l’inesistenza di senso civico, con tutte le conseguenze relative, uso un termine per tutto, alla corruzione della Repubblica.

Ognuno ha le sue nostalgie. Ne analizzo due non perché sono mie, ma perché mi paiono in misura maggiore di altre particolarmente significative e, più o meno consapevolmente, abbastanza diffuse. La prima è la debolissima nostalgia della (cultura di) destra per la Nazione. Inabissatasi Alleanza Nazionale, alcuni dei successori hanno dato vita a Fratelli d’Italia. Meglio che niente, ma l’idea di nazione non sembra proprio il fulcro della loro azione politica. Come controprova si pensi a quanto è importante il riferimento alla Nazione per il Front National francese che, incidentalmente, non dovrebbe mai essere assimilato ad un qualsiasi movimento o partito populista. Il FN ha anche componenti populiste, ma la sua forza e la sua presa si spiegano sopratutto con il riferimento alla Nazione e allo Stato che, grande errore il dimenticarlo, figuravano prepotentemente nella ideologia del Movimento Sociale Italiano. Azzardo che chi avesse una forte idea di nazione e dei suoi valori potrebbe anche trovarsi attrezzato per esigere che a coloro che in questa nazione vogliono venire a vivere e a fare crescere i propri figli, venga richiesto di accettare, imparare e rispettare i valori della nazione. Poi, discuteremo anche se qualsiasi cultura politica non debba avere a fondamento i valori della nazione come formulati ed espressi nella Costituzione. Nel mio saggio, la risposta è inequivocabilmente affermativa.

La seconda nostalgia, quella per l’Ulivo, è tanto plateale quanto surreale. L’Ulivo non ebbe il tempo di creare una nuova cultura politica. La sua fu un’aspirazione non accompagnata da nessuna realizzazione. Non ricordo cantori della cultura politica dell’Ulivo né interpreti efficaci. Ricordo il rappresentante politico di vertice dell’Ulivo, Romano Prodi, che mai si curò della sua cultura politica. Ricordo che coloro (Piero Fassino e Francesco Rutelli, certamente non noti operatori culturali) che affrettarono la fusione fredda fra due culture politiche evanescenti, quella comunista e quella cattolico-popolare, se non già sfuggite, ponevano l’accento sulla necessaria contaminazione fra le migliori culture politiche del paese, aggiungendovi quella, già in disarmo, ecologista, e mai menzionando quella socialista (che, infatti, rimase totalmente esclusa). Debolissima, se non inesistente, fu la parte propriamente di “cultura”, mentre visibile e concreta fu la parte effettivamente “politica”, quella cioè interessata al problema che, sinteticamente, in omaggio a Roberto Ruffilli e a Pietro Scoppola, definirò con le parole che entrambi attribuivano ad Aldo Moro, il politico da loro più ammirato: una democrazia compiuta.

I principi cardine della democrazia compiuta, ciascuno con solide radici nella teoria democratica europea, sono tre: costruzione di coalizioni rappresentative (non a caso nella Commissione Bicamerale Bozzi e nei suoi numerosi scritti Ruffilli argomentò la necessità di una “cultura della coalizione”), competizione bipolare, pratica dell’alternanza al governo ovvero predisposizione dei meccanismi che la consentano e la rendano sempre possibile. Questo è quello che di istituzionalmente rilevante rimane dell’Ulivo, ed è molto importante. È davvero azzardato sostenere che qualcosa della visione e della cultura istituzionale dell’Ulivo sia tracimato e si ritrovi, non a parole, ma nei fatti e nelle riformette (che ho discusso e criticato da capo a fondo nel libro Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Milano, Egea-Bocconi 2015) del governo Renzi. Le troppe conversioni renziane di ex-ulivisti sono una prova non di fedeltà alle idee del passato, ma della scomparsa di qualsiasi intenzione di ricostruire, in meglio, l’Ulivo che non fu mai realizzato. In pratica, la classe dirigente del renzismo ha due punti di partenza: la Leopolda e la critica, spesso la cancellazione, del passato. Difficile sostenere che le riunioni della Leopolda fossero e siano luoghi e modalità di formazione di una cultura politica condivisa. Furono passerelle per aspiranti politici, con non pochi di loro che hanno avuto successo, ma certo non per l’originalità della loro elaborazione culturale. La critica del passato ha avuto effetti dirompenti. La rottamazione di coloro che avevano costruito l’Ulivo e partecipato ai governi di centro-sinistra ha riscosso grande successo e ha certamente aperto la strada a volti nuovi. Quanto alla ripulsa delle culture politiche del passato ha mirato a colpire quelle che molto spesso venivano definite “ideologie ottocentesche”, accomunandovi liberalismo e socialismo, in parte anche il cattolicesimo democratico. L’interrogativo più che legittimo che rivolgono a coloro che negano la scomparsa delle culture politiche in Italia pertanto è il seguente. Buttate nella pattumiera della storia le ideologie ottocentesche, con quali modalità potrebbero essere recuperate, rilucidate, riformulate? Se ciò non fosse possibile, quali sono le fondamenta della cultura politica del Partito Democratico di Renzi?

Membra sparse a sinistra

Corriere di Bologna

La sinistra italiana, seguendo l’augurio del Presidente del Consiglio, non propriamente il maggiore interprete della cultura di sinistra, si è divertita, ma anche no, a organizzare riunioni, incontri, dibattiti nel fine settimana appena trascorso. In Francia, i socialisti hanno generosamente e saggiamente provveduto con i loro voti a impedire eventuali possibili vittorie delle signore Le Pen e familiari. In Italia, a Roma, la ditta bersaniana ha segnalato ancora una volta in maniera ininfluente la sua distanza dal renzismo che non riesce più a contrastare. A Verona, l’associazione “Possibile” di Pippo Civati e dell’eurodeputata Elly Schlein ha dato inizio all’operazione di costruzione del programma di un improbabile governo. Alla Leopolda, nel suo ambiente (se scrivessi “brodo di coltura” riceverei una fatwa fiorentina), Matteo Renzi si è esibito in una spettacolare azione difensiva dell’operato del suo governo e del non-conflitto di interessi e in qualche spericolata previsione sul successo futuro del partito personalistico. Tuttavia, le membra della sinistra sparse fra governo (non aggiungo “degli annunci”) e opposizioni (qui, sì, aggiungo, dei criticoni) non possono produrre entusiasmi duraturi in quello che sta avviandosi a diventare l’inverno, non del nostro scontento, ma della nostra rassegnazione. Seguirà la primavera delle amministrative che per la sinistra, di governo, di fiancheggiamento, di opposizione si presenta piuttosto delicata. I renziani bolognesi continuano a negare di avere problemi con la ricandidatura del sindaco Merola, il quale nel frattempo, in maniera non del tutto impercettibile, si riposiziona nei pressi del rappresentante locale della ditta bersaniana, vale a dire, l’iperattivo deputato Andrea De Maria. Quel che resta di Sinistra Ecologia Libertà cerca di tenere il piede in due staffe. Abbandonare Merola sarebbe anche possibile, ma non è chiaro dove andare a parare. Tutte le altre frange che raccolgono scontento, ma anche tardive ambizioni di rivincita, aspettano che il loro mentore, Mauro Zani, si decida a dire, oppure, meglio, a trovare la candidatura da opporre a Merola, in assenza della quale la Coalizione civica (nella quale pullulano politici di varia e lunga estrazione) non riuscirà ad andare da nessuna parte. Neppure nell’assemblea tenuta alle Scuderie ha fatto la sua comparsa il cavallo vincente. Tutto rimandato a febbraio 2016, nella speranza, forse, che i fatti e il lavoro ai fianchi continuino a logorare Merola e che a livello nazionale si manifestino apprensioni anche sull’esito bolognese. Comunque, visto da lontano il teatro della politica cittadina appare sufficientemente rappresentativo di quello che succede altrove, più a Milano che nel disastro di Roma. Insomma, la sinistra sparge le sue membra a tutto campo. L’attesa per vedere se riuscirà a ricomporle per tempo non è spasmodica.

Pubblicato il 15 dicembre 2015

La generosità dell’Italicum

FQ

L’Italicum è una buona legge. Anzi, ottima davvero e generosa. Fuoriuscendo dai sofisticati ragionamenti dei professoroni e dai preziosismi dei cattivi maestri e dei pessimi allievi (che giungono fino al character assassination degli oppositori: “ma tu nel 1989 avevi detto che…”), motiverò la mia valutazione positiva e rotonda in sette punti.

Primi beneficiari: i renziani. La legge è ottima per loro che, grazie al cospicuo (sì, ammonterà all’incirca al 20 per cento dei seggi) premio di maggioranza, potranno governare nell’allegra brigata dei leopoldini, dei renziani delle varie ore, degli opportunisti e dei trasformisti.

Secondo beneficiario: il Movimento Cinque Stelle. Saranno loro ad arrivare al ballottaggio come secondo partito. Faranno una campagna divertentissima, anzi, felice. Dimostreranno al resto dell’Europa che, sì, l’Italia è il paese, non dei balocchi, ma della competizione politica e programmatica.

Terzi beneficiari, al plurale, saranno i molti piccoli partiti capaci di superare la soglia del 3 per cento. Benvenuti, dunque, al Nuovo Centro-Destra, a Fratelli d’Italia (generosi con sorellina Giorgia Meloni, donna che sa fare politica), alla Lista Passera e, magari, al ritorno di Oscar Giannino per fare un po’ di futuro.

Quarti beneficiari: Fitto finalmente a capo di una sua lista senza timori di rimanere fuori del Parlamento, pardon, della Camera , e Berlusconi. Anche lui, con il suo nuovo partito, Berlusconi Due, riuscirà a salvarsi superando la soglia del 3 per cento che alla rapidamente declinante Forza Italia appariva in salita.

Quinti beneficiari: tutti i candidati nella posizione di capilista bloccati, i molti che approfitteranno delle pluricandidature (in dieci circoscrizioni), i prescelti da Renzi per i suoi premiati. Faranno campagne elettorali di tutto riposo. Cene con amici e clienti, comparsate televisive, senza essere disturbati da faticose e fastidiose iniziative che contemplino incontri con associazioni (tutte da “disintermediare”), con giornalisti alla ricerca dello scoop, con elettori informati, incazzati, temibili. No, meglio essere nominati. Qualunquemente.

Sesti beneficiari: i politologi e i giuristi che si sono, peraltro, in numero sorprendentemente contenuto, accapigliati, insieme, addirittura a qualche storico e filosofo, sui contenuti della legge, magari senza saperne abbastanza sui sistemi elettorali. Continueranno a farlo, magari studiando qualcosa in materia.

Infine, settimo, i più beneficiati di tutti: gli elettori. Da un lato, non dovranno impegnare troppo del loro tempo e delle loro energie. Una crocetta sul simbolo del partito basterà proprio come con il beneamato Porcellum (di cui l’Italicum non ha buttato via proprio niente). Dall’altro, per i più esigenti di loro, ci sarà il ballottaggio. Non previsto nella prima variante di Italicum, il ballottaggio darà ai meglio informati, ai più impegnati, a coloro che proprio non riescono a dimenticare che, art. 48, il voto “è un dovere civico”, molta soddisfazione e il senso del dovere compiuto. Avranno con la loro crocetta scelto chi li governerà, salvo inconvenienti, per cinque anni.

In attesa della benedizione del Presidente Mattarella (al quale è lecito ricordare quanto migliore, seppur con imperfezioni, fosse la legge che porta il suo nome) e nella speranza che i giudici della Corte Costituzionale non si intrufolino nelle pieghe e nelle magagne dell’Italicum, le giornaliste di regime intonano il peana al Grande Riformatore e alla Tosta Riformatrice. All’Expo è stato prontamente addobbato un padiglione speciale. Thank you all.

Pubblicato il 4 maggio 2015