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L’arte di governare e l’arte di comunicare

La scomposizione dei protagonisti della vita politica italiana dopo le elezioni di marzo 2018 è in corso. Sta succedendo proprio quello che alcuni avevano dichiarato e auspicato come conseguenza della formazione del governo Draghi. Fallita la politica sembrano falliti i protagonisti a partire dal più grande, il Movimento 5 Stelle. Diviso al suo interno, con una cinquantina di dissenzienti sul voto di fiducia, in buona misura quasi subito espulsi, il Movimento sta per essere affidato alle cure amorevoli del Prof Giuseppe Conte non dimentico di essere debitore ai Cinque Stelli di due anni “bellissimi”. Nel secondo partito della ex-coalizione di governo, il Partito Democratico, si rincorrono accuse al Segretario per la designazione della squadra di governo a scapito delle donne e recriminazioni dei più vari tipi ad opera di alcuni le cui ambizioni sono al disopra delle capacità finora provate. La minuscola LeU ha subito la scissione parlamentare dell’unico deputato di Sinistra Italiana. Nonostante le acrobazie di Salvini, la svolta europeista voluta da Giorgetti, ora sottosegretario, non sembra gradita da tutti. Molti sono i mugugni anche dentro Forza Italia pure non poco premiata dalla assegnazione dei posti di Ministro e di sottosegretaria. Granitica è, invece, oltre che premiata dai sondaggi, la coerenza di Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia subito schieratisi all’opposizione. Naturalmente, questa opposizione unica significa anche che il centro-destra al momento non esiste più. Infine, all’orizzonte continua a profilarsi uno spettro alimentato da commentatori e politici di seconda fila: la riorganizzazione di un partito/ino di centro che avesse un improbabile successo renderebbe impossibile qualsiasi competizione bipolare e impraticabile qualsiasi alternanza di governo.

La fin troppa attenzione concentrata sulla scomposizione degli attori politico-partitici ha impedito di controllare da vicino quello che il governo Draghi fa, non fa, fa male. Non spetterà al governo ristrutturare la politica italiana, compito, comunque, da non affidare a un grande banchiere e ai tecnici da lui designati e che a lui dovranno costantemente fare riferimento. Piuttosto, mentre la pandemia infuria nel contesto italiano provocando danni ancora più gravi alle persone e alle attività economiche, bisogna che Draghi abbandoni la sua altrimenti apprezzabile inclinazione, forse, una deliberata strategia, a non procedere a dichiarazioni pubbliche, a comunicare soltanto nelle finora pochissime occasioni ufficiali. La politica è da tempo diventata comunicazione. Si alimenta di notizie, produce informazioni, intrattiene un dialogo fra governanti e governati. Per chi occupa la più importante carica di governo in un paese disastrato la cui ripresa non è affatto dietro l’angolo, comunicare con i cittadini, certo in maniera sobria e scarna, è un obbligo denso di significati. Serve anche a costruire e mantenere quel consenso che un governo tecnico non ha avuto dalle urne e del quale ha assoluto bisogno per rendere efficaci le sue azioni.

Pubblicato AGL il 2 marzo 2021

Draghi, Pasquino ad Affari:”Il M5S stia nel governo. Al lavoro con i Dem-Leu” #intervista @Affaritaliani

Il celebre politologo sui mal di pancia dei 5S: “Cerchino con intelligenza di influenzare le scelte politiche del governo Draghi. Star fuori è scelta sbagliata”

Intervista raccolta da Carlo Patrignani

Il nuovo governo di Mario Draghi, colui che ha salvato l’euro e l’Europa, ha da usare e gestire i 209 miliardi del Recovery Plan: è questa una grossa opportunità e insieme una speranza per il rilancio del Paese, messo in ginocchio dalla pandemia Covid19. Molto dipenderà dalle capacità non solo di Draghi, ma di Colao e di Cingolani di sfruttare al meglio quest’occasione. E’ l’opinione del politologo Gianfranco Pasquino che si dice “relativamente ottimista” sulla possibilità del nuovo governo di poter centrare l’ambizioso obiettivo. Professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna ed Accademico dei Lincei, il politologo ha alle spalle anche la preziosa esperienza di senatore della Repubblica che gli consente analisi più approfondite. 

“C’è stata una assordante campagna di stampa, in modo particolare da parte dei giornaloni, nell’invocare Draghi come ‘il salvatore dell’Italia’, appunto dopo aver salvato l’euro e con esso l’Europa, mentre il governo Conte – osserva Pasquino – stava facendo bene, andava nella giusta direzione”. Fatta questa osservazione dovuta, “Draghi – sottolinea il politologo – ha un suo percorso preciso, ma dalla sua ha uno sponsor politico chiaro, autorevole, come il Presidente della Repubblica, Mattarella, che, non v’è dubbio, saprà consigliarlo al meglio in questo passaggio delicatissimo”.

Come dire, pur se Draghi ha sempre operato nel mondo delle banche e della finanza, fino alla presidenza della Bce, “forse potrà essere meno keynesiano del suo maestro Caffe’, forse non avrà sufficiente esperienza politica, però – evidenzia Pasquino – non è un salvatore della Patria, ma è tutt’altro che sprovveduto e saprà essere all’altezza del compito affidatogli dal Presidente della Repubblica“.

Insomma, attorno al neo premier troppi sperticati, eccessivi elogi non richiesti: una enfasi sopra le righe. “Sono relativamente ottimista”, ribadisce Pasquino rispetto all’irripetibile opportunità di rilancio del Paese grazie ai 209 miliardi del Recovery Plan. Eppure dopo il pronunciamento favorevole al nuovo governo di tutte le forze presenti in Parlamento, ad eccezione di Fdl, ci sono fermenti dentro il M5S sul voto di fiducia per la composizione della compagine governativa e sulla distribuzione dei ministeri. 

“Mi pare che il M5S si sia pronunciato, abbia già votato e la maggioranza ha scelto di dare il via alla formazione del governo Draghi di cui farà parte – evidenzia Pasquino – Ora lavori bene e cerchi con intelligenza di influenzarne le scelte politiche, quali politiche fare. Star fuori dal governo è, per me, una scelta sbagliata”. Tanto più che in ballo c’è ancora la possibilità di una alleanza più o meno strutturale con Pd e Leu.

“Certamente l’esperienza accumulata con il governo Conte non va dispersa, anzi va rafforzata dal momento che anche Pd e Leu fanno parte del governo che – nota Pasquino – dovrà metter mano alla legge elettorale: occasione per formulare proposte magari comuni“. Poi in primavera ci sono importanti test amministrativi, in grandi città: occasione per dar vita ad alleanze elettorali.

“Si tratta di tanti passaggi importanti – conclude Pasquino – sui quali lavorare, non solo il Recovery Plan, ma la legge elettorale, la lotta alla pandemia, il piano vaccinazioni, per proseguire e migliorare l’esperienza realizzata con il governo Conte“. E con un occhio alla prossima tornata elettorale. I voti contano. Contare tanti voti serve.

Pubblicato il 14 febbraio su affaritaliani.it

Le virtù della legge elettorale francese @HuffPostItalia

Una buona rappresentanza politica discende da una buona legge elettorale. Ridotti i parlamentari è imperativo intervenire ed è auspicabile si passi a un sistema uninominale a doppio turno

Ridotti i parlamentari è imperativo (ri)pensare la rappresentanza politica e le modalità di controllo del Parlamento sul governo. La rappresentanza politica non è mai solo, ma anche, questione di numeri. Dipende dalle modalità di selezione dei rappresentanti e dai premi e dalle punizioni che i rappresentanti si meritano e ricevono per i loro comportamenti.

Dunque, comprensibilmente, una buona rappresentanza politica discende da una buona legge elettorale. Non è necessariamente la legge proporzionale che, sembra, Nicola Zingaretti, tutt’altro che solo, desidera. Non è affatto vero che più proporzionalità consegue più rappresentatività. Anzi, aumentare il tasso di proporzionalità di una legge elettorale significa incentivare la frammentazione. In parte, mi pare di capire, questa è la preoccupazione di Zingaretti che lo spinge ad affermare che la clausola di esclusione del 5 per cento non è negoziabile.

Neanche per un momento mi pongo il problema lancinante della non-rappresentanza parlamentare di Italia Viva, Azione e Leu. Fra l’altro, da molti di loro ho spesso ascoltato una frase celebre (e impegnativa): “si può fare politica anche fuori del Parlamento”. La clausola del 5 per cento offre loro questa grande opportunità. Sarò lieto se vorranno e sapranno sfruttarla.

Che sia chiaro, però, che se la clausola pone un argine, non insormontabile, alla frammentazione partitica, non migliora in alcun modo la rappresentanza politica. Delega il compito di scegliere buoni rappresentanti, non agli elettori, che dovrebbero esserne i protagonisti in decisiva, istanza, ma ai partiti, ai capi dei partiti e ai capi delle correnti (ah, già, debbo scrivere “sensibilità”).

Stando così, non da oggi, le cose, esprimo il mio profondo dissenso. Potrei limitarmi a sostenere che, insieme a molti, alcuni un po’ tardivamente, è necessario che a elettori e elettrici sia consentito di esprimere un voto di preferenza [in altra occasione spiegherò perché un unico voto di preferenza e perché questo voto non è automaticamente qualcosa che sarà utilizzato dalla criminalità più o meno organizzata e dagli adepti della corruzione].

Continuo a ritenere che le primarie sono uno strumento utile e democratico per scegliere le candidature, ma non ho mai chiuso gli occhi di fronte alla manipolazione delle primarie, soprattutto a livello locale: Bologna insegna.

Credo che sia possibile offrire una sana alternativa complessiva: la legge elettorale francese doppio turno in collegi uninominali. Quanto alla selezione delle candidature il primo turno è ampiamente assimilabile ad un’elezione primaria. Gli elettori scelgono. Al secondo turno eleggono. Naturalmente, conta molto la clausola (o meno) con la quale si acquisisce la facoltà, non l’obbligo, di passare al secondo turno. Anche se pochi lo ricordano (o non lo sanno) il doppio turno, mai ballottaggio, può essere aperto, vale a dire consentire il passaggio al secondo turno a tutti coloro che si sono candidati/e al primo turno.

Il primo turno ha, comunque, la capacità di fornire informazioni: ai partiti, ai loro candidati/e oltre che, soprattutto, agli elettori. La clausola percentuale di passaggio al secondo turno può essere variamente definita. Nel 1958 in Francia fu fissata proprio al 5 per cento con l’intesa che nel corso del tempo sarebbe cresciuta. È arrivata fino al 12,5 per cento degli aventi diritto. A bocce ferme, con quella clausola entrerebbero alla Camera dei deputati i rappresentanti di quattro soli partiti.

Per evitare che i dirigenti di partito si oppongano al doppio turno sulla base di loro calcoli particolaristici si potrebbe, come suggerito tempo fa da Giovanni Sartori, consentire il passaggio in ciascun collegio ai primi quattro candidati. Poi decideranno loro e i loro partiti se “insistere” o desistere, certo anche dopo qualche accordo reciproco che, comunque, sarebbe visibile agli elettori.

Da ultimo, quali conseguenze sulla rappresentanza politica? Vox populi(sti) vuole che “il maggioritario” restringa la rappresentanza. Sbagliato. In qualsiasi collegio uninominale il rappresentante eletto/a sa che deve rappresentare il collegio, vale a dire, le preferenze, gli interessi, gli ideali dei loro elettori, ma anche spingersi fino a tenere in grande considerazione le preferenze degli elettori che quella volta non l’hanno votato/a. Aggiungo che nei collegi, proprio attraverso gli accordi e le desistenze, si pongono le basi delle coalizioni che andranno al governo o si metteranno all’opposizione.

Insomma, c’è davvero molto di buono nella legge elettorale francese doppio turno in collegi uninominali, compresa la flessibilità. Se ricordo bene, tempo fa nel Partito Democratico si votò a grande maggioranza per il doppio turno. O no?

Pubblicato il 2 ottobre 2020 su huffingtonpost.it

Polveroni proporzional-maggioritari #LeggeElettorale

Scrivere una legge elettorale in attesa di un referendum quindi senza sapere quanti saranno i parlamentari da eleggere non è un’operazione saggia. Che la saggezza sia assente dal dibattito politico sul tipo di legge da scrivere è provato dalle affermazioni dei protagonisti politici. C’è chi vuole il “ritorno” alla proporzionale e chi lo ritiene un errore gravissimo. Però, la legge vigente, di cui fu relatore l’on. Rosato, oggi in Italia Viva, è già oggi due terzi proporzionale e un terzo maggioritaria. Quanto al testo in discussione non è, comunque, “la” temutissima “proporzionale pura” poiché prevede una soglia del 5 per cento di voti per avere accesso al Parlamento. Comprensibilmente, tanto Italia Viva quanto Leu (liberi e Uguali), ai quali i sondaggi impietosi attribuiscono rispettivamente all’incirca tre e meno di due per cento delle intenzioni di voto vorrebbero una soglia più bassa. Dal canto suo, Salvini si dichiara sbrigativamente a favore del maggioritario (sul quale Meloni non si esprime), ma non chiarisce quale. Non sarebbe un chiarimento da poco poiché il maggioritario inglese e quello francese, entrambi applicati in collegi uninominali, dove i candidati vincono o perdono, funzionano in maniera molto diversa. Infatti, il doppio turno francese offre agli elettori la grande opportunità di usare due voti: al primo turno per la candidatura preferita, al secondo per la candidatura da fare vincere, la meno sgradita.

Dopo avere detto che per gli italiani la legge elettorale è l’ultima delle preoccupazioni, affermazione alquanto discutibile, Salvini annuncia che è favorevole a due riforme: presidenzialismo e federalismo, cioè, concretamente, che vorrebbe abbandonare la democrazia parlamentare. Il capo di Italia Viva, Matteo Renzi, che non può permettersi di apparire un conservatore istituzionale, si dichiara “maggioritario” e propone la formula nota come “sindaco d’Italia”. Ma il sindaco d’Italia non è una legge elettorale. È una forma di governo di stampo sostanzialmente presidenziale poiché contiene l’elezione popolare diretta del capo dell’esecutivo, vale a dire il sindaco e il Primo Ministro. Non solo questo presidenzialismo mascherato richiederebbe la riscrittura di una manciata di articoli della costituzione italiana, ma, se disegnato seguendo il modello comunale, si basa su una legge proporzionale per l’elezione dei parlamentari, con un premio di maggioranza attribuito al capo, il sindaco o il Primo ministro, della coalizione vittoriosa. Curiosamente, nessuno si esprime in maniera limpida su due aspetti scandalosi della legge elettorale vigente: le candidature plurime e paracadutate, ovvero svincolate dalla residenza dei candidati. Sono gli strumenti con i quali i dirigenti dei partiti garantiscono l’elezione propria e dei loro più fedeli collaboratori/trici a scapito della rappresentanza politica che con il numero dei parlamentari ridotto di un terzo diventerà, a prescindere dalla formula elettorale, ancora meno soddisfacente.

Pubblicato AGL il 6 luglio 2020

Adelante, Conte, con judicio. Ecco l’opinione di Pasquino (con tirata d’orecchie) @formichenews

 

Perché parlare prima dei nomi, e non dei progetti, si chiede il prof. Pasquino, che lamenta i limiti del dibattito politico. Serve maggiore giudiziosità, la stessa che sembra mancare a troppi commentatori italiani sulla scena e dietro la scena

Basics. Quel che non dobbiamo dimenticare. Il governo Conte 2 è una coalizione composita fra un Movimento 5 Stelle diversificato dalle molte mai ricomposte provenienze e con obiettivi tanto ambiziosi quanto ambigui e un Partito, uno: Democratico, e trino: Leu e Italia Viva. Rappresentano elettorati abbastanza, qualche volta molto, differenziati anche perché la società italiana è diversificata, frammentata, addirittura fratturata lungo una pluralità di linee: geografiche, sociali, generazionali, “europee”, di egoismi e di progettualità difficili da ricomporre per chiunque. Ancora più complicata è la ricomposizione in una situazione di crisi pandemica che colpisce i più deboli, che richiede scelte dolorose, che impone proprio al potere politico di esercitare al massimo la sua capacità di intervento, di ri-orientamento, di previsione e di correzione poiché nessuno è in grado di fare scelte impeccabili al primo colpo senza necessità di revisioni frequenti.

I partiti al governo hanno la maggioranza dei seggi sia alla Camera sia, in maniera risicata, al Senato. Sono in grado di durare se lo desiderano anche se debbono temere lo stillicidio di defezioni ad opera di parlamentari pentastellati alla ricerca di un loro personale futuro. I governanti possono anche sperare in un non impossibile sostegno occasionale, ma riproducibile, di parlamentari responsabili, che curano i loro destini, ma anche quelli del paese al quale una crisi di governo hic et nunc non gioverebbe affatto. Il Presidente del Consiglio ha rapidamente capito che le coalizioni si tengono insieme mediando, riconciliando, ricomponendo tensioni e conflitti, inevitabili in tutte le coalizioni, senza esagerare, ma anche senza cedere sull’essenziale che è soprattutto continuare nella convinzione che the best has yet to come. Qualche miglioramento è possibile, con e in questa coalizione. Soprattutto, il capo del governo ha imparato che deve metterci la faccia. Forse, come lo rimproverano, la faccia ce l’ha messa troppo spesso, ma i sondaggi lo hanno premiato. D’altronde, le altre facce, Di Maio e Zingaretti, Crimi e qualsiasi altro dirigente del PD non è detto che fossero più accettabili e più convincenti.

A livello europeo, probabilmente anche grazie ad un gioco di squadra con Gentiloni e Gualtieri, il capo del governo ha ottenuto risultati, MES senza condizionalità compreso, impensabili, purtroppo non ancora capiti in tutta la loro importanza presente e futura. Conte è consapevole che il Presidente della Repubblica, che ne ha viste molte, non dà troppo peso agli scricchiolii nella sua coalizione e alle differenze di opinioni, inevitabili, spesso esagitate e esaltate a scopi di visibilità personale e incomprimibilmente narcisistica. Inoltre, Mattarella ha come compito quello di sostenere l’esistente governo fintantoché la sua maggioranza è operativa (lo è). Non ascolta le sirene (sic) degli opinionisti e dei retroscenisti che annunciano, oramai da mesi, una crisi strisciante. Meno che mai si fa suggerire la soluzione della crisi.

Prima il progetto poi i nomi è il mantra politichese. E allora perché fare il nome senza chiedersi quale sarebbe la maggioranza a sostegno di un europeista convinto? Non è vero che “tutto va bene, Madama la Marchesa”, ma, se non tutto, molto potrebbe andare peggio. Dunque, “adelante, Conte, con juicio”, con quella giudiziosità che sembra mancare a troppi commentatori italiani (anche di Formiche.net) sulla scena e dietro la scena.

Pubblicato il 13 maggio 2020 su formiche.net

Perché l’Emilia, non il Mattarellum, dovrebbe preoccupare il governo. Parla Pasquino #Intervista @formichenews

Il politologo a Formiche.net: nessun contraccolpo sul governo dalla decisione della Consulta, le leggi elettorali riguardano il Parlamento e non l’esecutivo. Se in Emilia vincerà Bonaccini il governo dovrà stappare un prosecco. E non chiamatelo Germanellum

Intervista raccolta da Maria Scopece

Le discussioni sulla nuova legge elettorale proporzionale, cosiddetta “germanellum”, e le decisioni della Consulta su due quesiti referendari, la proposta Calderoli e il taglio dei parlamentari, agitano le acque della politica italiana. Allo stesso tempo il voto regionale in Emilia Romagna e in Calabria mettono alla prova la tenuta della coalizione governativa giallorossa. Di queste nuove sfide per l’esecutivo ne abbiamo parlato con il prof. Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna.

Il germanellum può essere una buona legge per la cultura politica italiana?

Prima di tutto io sconsiglio in maniera più assoluta di ricorrere al latino per definire le leggi elettorali italiane. Queste espressioni sono tutte fondamentalmente sbagliate e quando va bene sono fuorvianti, quindi da buttare. Questa elegge elettorale non la chiamiamo germanellum e nemmeno germanicum perché in comune con il sistema elettorale tedesco questa legge ha solo la clausola di esclusione, il 5%, tutto il resto sono prerogative italiane e fatte abbastanza male. Per esempio il diritto di tribuna con il sistema elettorale tedesco non c’entra nulla, inoltre il sistema tedesco ha metà dei parlamentari eletti in collegi uninominali mentre nella legge proposta in Italia non c’è nulla di tutto questo. Funziona? Non lo so. C’è il voto di preferenza? Non lo so ma se non c’è quello che so è che una brutta legge proporzionale.

Quali sono i partiti che ne potrebbero trarre giovamento?

Non so chi può avere interesse e spesso chi ha interesse sbaglia perché non sa come perseguire l’obiettivo che vuole. Certo una legge proporzionale consente a molti partiti di tornare in Parlamento, se qualcuno vuole di più deve proporre un maggioritario fatto bene.

Come potrebbe cambiare il sistema partitico italiano nel caso in cui entrasse in vigore una legge di tipo proporzionale?

Nel caso in cui entri in vigore una legge proporzionale non cambia nulla. I partiti che ci sono tornano tutti in Parlamento a esclusione di Leu per via della clausola di esclusione del 5% e forse a esclusione di Italia Viva perché non ha ancora raggiunto la soglia del 5%.

E secondo lei non ha possibilità di raggiungerla nel tempo che ci separa dalle prossime elezioni?

Potrebbe raggiungerla ma la legge elettorale non va costruita né per fare entrare in Parlamento Italia Viva né per tenerla fuori. La clausola del 5% sta bene in un sistema proporzionale perché cerca di limitare la frammentazione del sistema partitico. Se però a questa legge si aggiunge il diritto di tribuna allora viene incentivata la frammentazione perché alcuni partiti cercheranno di entrare in Parlamento anche con quelle clausole che, tra l’altro, sono cervellotiche. Quindi ci si troverà con sette, otto, dieci parlamentari che appartengono a qualche schieramento piccolissimo.

Quindi il cavillo che favorisce la frammentazione è nel diritto di tribuna.

Sì, il diritto di tribuna favorisce la frammentazione, ma una legge elettorale proporzionale fotografa l’eventuale frammentazione non spinge all’aggregazione. Questo è sicuro.

Una legge proporzionale di solito prevede che le alleanze si facciano una volta acquisito il risultato delle urne mentre il Pd ha posto il tema di un’alleanza pre-elettorale con il M5S. Come si risolve questo rebus? Come possono comportarsi il M5S e il Pd in relazione alle alleanze nel caso in cui dovesse essere varata una norma proporzionale?

Tutte le leggi proporzionali nelle democrazie parlamentari che conosciamo dell’Europa occidentale hanno delle coalizioni di governo che si formano in Parlamento. È stato così anche in Italia tra il 1946 e il 1994, non c’è nulla di cui stupirsi. Se noi vogliamo che vinca un partito solo è necessario varare un sistema elettorale maggioritario che, probabilmente, è quello inglese ma sbaglieremmo a pensare a una traduzione automatica del sistema inglese in Italia perché nel sistema inglese funziona così perché ci sono solo due grandi partiti che possono raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Altrove non succederebbe così e la mia previsione è che il sistema inglese in Italia troverebbe un sistema con tre-quattro partiti in Parlamento ancora costretti a fare una coalizione. Intendiamoci non c’è nulla di male a fare le coalizioni in Parlamento.

Perché fare coalizioni preventive, come dice il Pd con il M5S, se si ha un sistema elettorale proporzionale?

Secondo me è un errore perché bisognerebbe riuscire a ottenere il massimo dei voti e quindi è meglio che il M5S corra da solo senza dire con chi si alleerà ed è meglio che il Pd corra da solo per dire “votate noi perché siamo la garanzia che faremo un governo decente”. Fare un’alleanza precedente alle elezioni rischia di far perdere voti a un versante, tutti gli elettori M5S che non vorrebbero mai un governo con il Pd, e all’altro, gli elettori del Pd che voterebbero Pd ma non per farli andare al governo con il M5S. È semplicemente sbagliato.

La Consulta è chiamata a prendere due decisioni importanti, da una parte c’è il referendum sull’eliminazione della quota proporzionale dalla legge elettorale e dall’altra il referendum contro il taglio dei parlamentari. Secondo lei le decisioni della Consulta possono avere effetto sulla durata del Governo o, in vista delle politiche, in termini di alleanze?

Nella mia infinita ingenuità mi auguro sempre che la Consulta decida sulla base del quesito che le è stato presentato, se il quesito è accettabile o meno, e non si chieda se accettando il referendum la vita del governo viene allungata o accorciata. Io credo che il referendum contro la riduzione del numero dei parlamentari sia accettabile, coglie dei punti che sono rilevanti. Se i cittadini votano contro la riduzione del numero dei parlamentari la situazione resta immutata e non c’è alcun problema giuridico.

Più problematico potrebbe essere il quesito posto dal senatore Calderoli.

Qui la situazione è più delicata. La legge Rosato è una legge proporzionale per due terzi e maggioritaria per un terzo, l’eventuale riforma punta a rendere il sistema ancora più proporzionale. Di solito la Consulta risponde, anche se non sempre in maniera troppo convinta e convincente, che bisogna che la legge che rimane sia immediatamente applicabile. La legge che rimane dal quesito di Calderoli è quasi immediatamente applicabile ma poiché richiede collegi uninominali richiede una stesura, una riflessione, un ritaglio dei collegi quindi la Consulta potrebbe rilevare che legge non sia direttamente applicabile. Al che, se fossi un sostenitore di Calderoli, penserei che dovrebbe essere il Parlamento, in caso di esito positivo del referendum, a disegnare i collegi e nel mentre varrà la legge elettorale vigente.

Il governo subirà contraccolpi dalle decisioni della Consulta?

Il governo dovrebbe essere totalmente disinteressato, succeda quel che succeda, le leggi elettorali guardano al Parlamento e non al governo.

Invece le prossime elezioni in Emilia Romagna che effetto possono avere sul governo?

Se vince Bonaccini il governo dovrà necessariamente brindare, trovare prosecco buono ed essere contento. Se vince Salvini invece dovrà preoccuparsi. Però dal punto di vista sostanziale l’esecutivo non ha nulla da temere perché quelle sono le elezioni per eleggere il presidente dell’Emilia Romagna per i prossimi cinque anni. Il Governo si fonda sulla maggioranza parlamentare che ha attualmente, quei numeri non vengono intaccati. Certo è un brutto segno se in Emilia Romagna passa il centro destra ma i numeri in Parlamento ci sono. Potrei aggiungere che, in caso di vittoria del centro destra, il governo potrebbe pensare che è necessario rinsaldare l’alleanza governativa e andare avanti con le riforme proprio per convincere gli italiani a riconfermarli e per far scoppiare la bolla del consenso elettorale di Salvini.

Pubblicato il 14 gennaio 2020 su Formiche.net

La nuova alleanza di governo @RadioRadicale Intervista a Gianfranco Pasquino

Intervista realizzata da Roberta Jannuzzi, registrata mercoledì 4 settembre 2019 alle ore 11:21.

Con Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica, parliamo dell’alleanza tra M5S, Pd e Leu che potrebbe portare, nelle prossime ore, a un nuovo governo.

ASCOLTA

La nuova alleanza di governo

 

Il filosofo vuole cambiare partito

Cambiare il Partito Democratico? Si può, sostiene Roberto Esposito su “Repubblica” (24 agosto). È facile. Però, bisogna che gli intellettuali che criticano il PD si iscrivano al partito. Lo cambieranno da dentro. Come mai non ci (mi metto, non abusivamente, fra gli intellettuali critici) abbiamo pensato prima? Per fortuna che, adesso, grazie ad Esposito, i filosofi non si limitano più a studiare il mondo, ma cercano di cambiarlo. Non so quanto mondo conosca il filosofo Esposito. Sono, invece, sicuro che non conosce i partiti politici e, meno che mai, il PD (come partito, non come dirigenti). Lascio da parte che, anche se, nel peggiore dei casi, il PD avesse circa 300 mila iscritti, sarebbe difficile per gli intellettuali di sinistra vincere numericamente qualsiasi battaglia interna a qualsivoglia organismo di partito. Riuscirebbero mai ad ottenere la maggioranza in un circolo del PD? A Bologna certamente no. Lì hanno vinto coloro che volevano candidare Pierferdinando Casini al Senato e poi l’hanno anche fatto votare (e votato davvero!). Altrove, bisognerebbe fare un’analisi circolo per circolo, ma ho regolarmente assistito a votazioni nelle quali facevano la loro comparsa truppe cammellate di iscritti tempestivamente invitate per l’ora nella quale si sarebbe tenuta la votazione. Grazie a interventi “sapientemente” misurati, la votazione aveva luogo quando gli oppositori si erano stancati e i cammellati erano arrivati.

Peraltro, il problema per l’iscrizione di massa degli intellettuali comincerebbe proprio dalla richiesta della fatidica tessera. Infatti, qualsiasi domanda di iscrizione può essere respinta dal direttivo di qualsiasi circolo. Le motivazioni del respingimento sarebbero tutte molto plausibili. Come si fa a dare la tessera a quello lì che ci critica da anni oppure a quello lì che si è opposto alle riforme costituzionali oppure a quell’altro che ha votato LeU, l’ha detto pubblicamente, se n’è vantato? Non siamo affatto convinti che l’aspirante condivida, minimo, il programma del partito, e così via.  Iscrizione a rischio, spesse volte lasciata ad libitum dei dirigenti del partito locale i quali, ovviamente, hanno i voti e sono in grado di respingere persino gli eventuali simpatizzanti di un altro leader locale che sia in minoranza. No, il filosofo Esposito non conosce il Partito Democratico e le sue dinamiche. Sembra che non conosca neanche il funzionamento dei partiti in generale. Avrebbe, forse, potuto (dovuto) rafforzare il suo bizzarro invito all’iscrizione di massa degli intellettuali con qualche esempio di successo tratto da sistemi politici nei quali la trasformazione di uno o più partiti è avvenuta con la procedura da lui suggerita.

La un tempo famosissima Bad Godesberg (1959) grazie alla quale la SPD riuscì a accreditarsi come partito non a vocazione maggioritaria, ma governativa, avvenne in seguito all’iscrizione di massa degli intellettuali tedeschi a quel partito? La creazione del Parti Socialiste in Francia nel 1971 fu il prodotto di spostamenti di masse di intellettuali al seguito di François Mitterrand oppure di una lunga elaborazione culturale e politica in club nei quali si trovavano settori della società civile, borghesia progressista, imprenditori, alti funzionari statali, laureati della Grandi Scuole d’Amministrazione (non ricordo la presenza di filosofi), ma soprattutto della leadership politica? La trasformazione del Labour Party in New Labour all’inizio degli anni novanta del secolo fu il seguito di un boom di iscrizioni di intellettuali oppure di un cambio generazionale e di una consapevole lotta politica condotta da Tony Blair, Gordon Brown e alcuni esperti di comunicazione politica? Qualcuno potrebbe anche voler chiedere a Esposito in quale conto i fondatori del Partito Democratico hanno dato prova di tenere gli intellettuali nel 2007 e poi, ad esempio, nel 2018 per le candidature al Parlamento.

Nessuna iscrizione di massa al PD è possibile a meno che i non meglio definiti intellettuali critici del partito si organizzino come falange compatta (non proprio la modalità organizzativa preferita e praticata dagli intellettuali chiunque siano) prima di qualsiasi azione nei confronti del PD. Altrimenti, quasi sicuramente sarebbero risucchiati nelle logiche di funzionamento interno di un partito organizzato in piccole, settarie oligarchie. Soprattutto, una volta ufficialmente iscritti, troveranno molti ostacoli all’espressione del loro dissenso. Forse, però, è questo l’obiettivo di Esposito: fare risucchiare gli intellettuali critici e, mentre lui continuerà a scrivere su “Repubblica”, sostanzialmente silenziarli.

Pubblicato il 25 agosto 2018

Da Franceschini a Mogherini ci sono i nomi per l’esecutivo con i grillini #intervista #IlMattino

«Adesso ci vorrà un po’ di tempo per stemperare vecchi rancori
il Colle dovrà avere pazienza»

Intervista raccolta da Federica Fantozzi

Professor Gianfranco Pasquino,l’esplorazione del presidente della Camera Fico può avere successo o rappresenta un tentativo doveroso quanto inutile?

La possibilità di risolvere la situazione con un governo M5S-Pd è in leggera crescita ma partendo da un punto molto basso. Serve tempo: bisogna aspettare che si stemperino vecchi rancori. In ogni caso, non potrà essere un esecutivo guidato da Di Maio e dipenderà dalla flessibilità dei renziani.

La mancata premiership per Di Maio non sembra un punto pacifico per i Cinquestelle…

Non lo sarà, come non lo sarà l’atteggiamento dei renziani. Entrambi dovranno acconsentire a cercare per Palazzo Chigi un nome accettabile dai due partiti. E anche da Leu, che ha 4 senatori e 14 deputati.

Serve tempo, lei dice. Mattarella però non ha esaurito la pazienza?

Mattarella dovrà farsi venire o mantenere la voglia di aspettare che le cose maturino. Deve solo sentirsi dire da Fico che in entrambi i partiti, Pd e M5S, c’è la disponibilità massima a confrontarsi e andare a vedere le carte.

La coalizione di centrodestra è fuori dai giochi? Anche se gli ultimi giorni sembrano avere scavato un solco tra Berlusconi e Salvini?

Ciò che dice Berlusconi rende complicato il mantenimento della coalizione, ma rende ancora più inaccettabile per M5S la prospettiva di avere a che fare con lui. Il ruolo di Salvini, invece, dipenderà dalle sue ambizioni: se vuole andare al governo adesso o aspettare il prossimo giro.

In caso di fallimento di Fico, è ancora pensabile un governo di tutti nonostante il carico di rancori e litigi che si è manifestato?

Non sarebbe comunque un governo di tutti. Dovrebbe avere componenti politiche significative, esponenti che rappresentino pezzi di partito e culture politiche. Nessuno ovviamente verrebbe lasciato fuori, ma Giorgia Meloni o lo stesso Salvini potrebbero decidere di non farne parte.

In una situazione così complessa, lasciare un partito all’opposizione non significherebbe consegnargli le praterie dal punto di vista del consenso?

Io di praterie politiche non ne vedo: vedo piuttosto deserti intorno ai partiti. L’unico a dovere entrare per forza è M5S, che deve cimentarsi con le asperità del governare. Di certo il Quirinale farà appello alla responsabilità di ognuno. E almeno una parte del Pd deve sostenere il “governo di molti”: è necessario numericamente e politicamente.

Gentiloni potrebbe rimanere premier?

Gentiloni sarebbe stato una carta da giocare per Mattarella, se gli avesse affidato l’incarico esplorativo. Adesso potrà far parte del futuro governo, ma non guidarlo. Nel Pd ci sono comunque alcuni nomi spendibili.

Facciamoli.

Non ho nessun dubbio che Dario Franceschini sarebbe accettabile per l’M5S e uomo capace di ricomporre. Anche Andrea Orlando, che non dispiacerebbe neanche a Salvini. Ma lui non vuole allearsi con il Pd e qui sorge un problema. Se volessimo fare il nome di una donna: Roberta Pinotti. E se i Cinquestelle desiderano accreditarsi in Europa c’è Federica Mogherini, che non ha una posizione troppo ostile alla Russia.

Il “governo di molti” servirebbe solo a cambiare la legge elettorale?

Questa è una delle favole peggiori che si raccontano. Non serve il governo. Basterebbe che il Parlamento ritoccasse pochi punti – consentendo il voto disgiunto ed eliminando le pluricandidature – per rendere decente il pessimo Rosatellum. E poi il Quirinale non darebbe mai un incarico a tempo. Il prossimo esecutivo durerà finché verranno portati a termine i punti programmatici su cui è stato raggiunto l’accordo. Il resto dipenderà dal livello di insoddisfazione degli elettori.

Pubblicato il 25 aprile 2018

INVITO Presentazione RESPUBBLICA 7febbraio #Bologna #laFeltrinelli

Giampiero Marrazzo presenta RESPUBBLICA (Castelvecchi). Interviene Gianfranco Pasquino. Cos’ha rappresentato veramente la Prima Repubblica? Perché si è voluto cancellarla con tanta fretta? Cosa fu veramente la Prima Repubblica, ormai ricordata quasi soltanto per il suo epilogo, Tangentopoli? La generazione politica che ne fu protagonista ebbe dei meriti? La Costituzione, le riforme sociali, le lotte ideologiche, i governi di solidarietà sono alcuni dei temi trattati nelle interviste realizzate dal giornalista Giampiero Marrazzo agli esponenti dei principali partiti dell’epoca: Pomicino, Intini, Macaluso, Occhetto, Signorile e De Mita.

mercoledì 7 febbraio 2018 ore 18
la Feltrinelli
Piazza di Porta Ravegnana 1, Bologna

Presentazione del libro
RESPUBBLICA
di Giampiero Marrazzo

insieme all’autore intervengono
Paola Bonora, LeU
Nunzia De Girolamo, Forza Italia
Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica – Università di Bologna

modera Francesco Ghidetti, giornalista QN