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L’illusione dei cespugli italiani

I cespugli della variegata sinistra italiana sono in fibrillazione, in un brodo di giuggiole per la vittoria elettorale della lista di Alexis Tsipras in Grecia. Cespugli e frammenti del Partito Democratico si sono già dimenticati che alle elezioni europee di maggio la Lista Tsipras in Italia superò di un pelo la soglia del 4 per cento. Dimenticano anche che un po’ tutti loro, i potenziali contraenti di una lista simile, hanno alle spalle, non l’attività sul territorio che ha premiato Syriza, ma una storia non luminosa di sconfitte elettorali, di ambizioni malposte, di gelosie politiche e di liste personalistiche. Dimenticano, non da ultimo, che, da un lato, il sistema partitico greco è in quasi totale disintegrazione, soprattutto dopo il crollo del PASOK, e dall’altro, che la cura della Troika ha reso difficilissima la vita quotidiana dei greci.

In sostanza, il voto a favore di Syriza è stato in special modo un comprensibilissimo voto contro la Troika e le sue rigidissime, malevole e, finora, inefficaci ricette. Lo ha confermato fulmineamente Tsipras stesso accettando di formare la coalizione di governo con una piccola lista di destra, i Greci Indipendenti, un po’ come se in Italia una parte della sinistra anti-europeista si alleasse con Fratelli d’Italia guidata dalla simpatica Giorgia Meloni. D’altronde, non va dimenticato che alleanze di questo tipo, un tempo innaturali, si sono già sperimentate nel Parlamento Europeo fra il Movimento Cinque Stelle e il partito inglese, non solo anti-europeista, ma anche xenofobo e un po’ razzista, guidato da Nigel Farage. Insomma, le sinistre anti-europeiste hanno sdoganato le destre anti-europeiste. Non si vede a questo punto che cosa ci sia da celebrare e che cosa ci sia da imitare.

Nel contesto italiano, i cespugli di sinistra ne hanno fatte di tutti i colori, appropriatamente presentando persino una lista Arcobaleno. E’ da parecchio tempo che non elaborano idee e neppure s’impegnano sul territorio. Piuttosto preferiscono più prosaicamente, come ha fatto SEL e come aveva tentato il pubblico ministero Antonio Ingroia con la sua lista Rivoluzione Civile, andare ad accordi con il Partito Democratico in cambio di seggi e cariche. Grazie al sistema elettorale proporzionale, Tsipras non aveva bisogno di cercare accordi con nessuno dei (vecchi) partiti di sinistra. Poi, anche se il sistema elettorale un consistente premio in seggi glielo ha dato, ma insufficiente, ha dovuto trovarsi un alleato. Che quell’alleato sia di destra (le “piccole intese”) non dovrebbe essere un segnale promettente per chi desidera ristrutturare la sinistra, in Italia e in Europa. Forse, ma è tutto da vedere, il governo Tsipras riuscirà ad ottenere un po’ di flessibilità nei tempi e nei modi del pagamento dei debiti greci, ma la sfida dovrà vincerla sul terreno del miglioramento della vita quotidiana dei greci e delle loro prospettive future.

Per quanto l’austerità sia costosa e dolorosa, continuerebbe a essere indispensabile anche qualora la Grecia decidesse di sganciarsi dall’Euro e scivolasse fuori dall’Unione Europea. Dal canto suo, la sinistra dei cespugli italiani trova un antagonista forte se intende proporre l’abbandono dell’Euro: le Cinque Stelle anche se la loro luce è diventata piuttosto fioca. Quanto a proporre l’uscita dall’Unione Europea, non esiste nessuno Tsipras italiano in grado di tenere insieme le variegate realtà che si agitano a sinistra. Oggi come oggi, il nemico principale della sinistra italiana grecizzante è il Partito Democratico. Seppur non impeccabile, la guida di Renzi non sembra lasciare ampio spazio sulla sua sinistra, quand’anche la minoranza decidesse per una (sciagurata) scissione. Meglio lasciare i greci con i loro problemi e, se le troveranno, con le loro soluzioni. Meglio cercare di imitare i paesi virtuosi che nell’Unione Europea non sono rappresentati soltanto dalla Germania. Hic Bruxelles hic salta.

Pubblicato AGL il 27 gennaio 2015

A Bruxelles per contare di più

Agli italiani le elezioni per il Parlamento europeo sembrano interessare molto poco. I dirigenti dei partiti e i loro candidati, fra un insulto e un’offesa, hanno fatto poco per informare gli elettori su quanto utile per l’Italia è l’Unione Europea e su quanto importante è mandare al Parlamento europeo chi crede nell’Unione e chi ha le competenze per fare un buon lavoro. Agli Europei, invece, in particolare alla Cancelliera Merkel, come andranno le elezioni in Italia interessa, eccome. Infatti, molti europei, quelli che contano in politica e in economia, desiderano che in Italia ci sia un governo stabile, magari capace di riforme, e affidabile negli impegni che prende. Preferiscono che chi va nel Parlamento europeo intenda non soltanto, com’è giusto, proteggere e promuovere gli interessi italiani, ma che lo faccia convincendo il governo italiano che bisogna adempiere alle direttive europee per avere il potere di chiedere cambiamenti nelle politiche economiche e sociali.
I partiti italiani hanno molte poste in gioco in queste elezioni, non tutte particolarmente significative a livello europeo. Matteo Renzi ha la necessità di potenziare la sua leadership sia del PD sia del governo con un risultato che lo legittimi. Queste sono le prime elezioni che chiamano in causa tutto l’elettorato e Renzi ha due speranze. La prima è che il voto per il Partito Democratico superi il 30 per cento. La seconda è che il vantaggio del PD sul Movimento Cinque Stelle sia di almeno cinque punti percentuali. Grillo ha già annunciato il suo proprio successo (s)misurato sul sorpasso del PD che porterebbe, secondo lui, alla crisi di governo e anche alla defenestrazione del Presidente della Repubblica. Tuttavia, la sua scelta di andare del salotto di Vespa segnala che non sentiva il successo già acquisito e percepisce qualche difficoltà da superare con la teletrasmissione della sua tracotanza. Mai decollata, la campagna di Berlusconi è stata tutta sulla difensiva: parare i danni. Il più grosso, oramai molto probabile, dei danni, consiste nel non superare il 20 per cento di voti. Trovarsi sotto il 18 per cento potrebbe accelerare il ricambio familiare, dinastico della leadership con la chiamata in campo della figlia Marina. L’insuccesso renderebbe difficile un accordo da posizioni di forza con l’ex-delfino Alfano. Dal canto suo, il leader del Nuovo Centro Destra è impegnatissimo a spingere il suo partito, che si misura anche lui per la prima volta in elezioni a livello nazionale, oltre il 4 per cento, fino al 6-8.
Qui subentrano gli europei, ovvero i popolari europei che hanno dimostrato di volere tenere lontano Berlusconi i cui voti, però, servono al loro candidato alla carica di Presidente della Commissione. I popolari si augurano che i molti voti persi da Berlusconi vadano sulle liste di Alfano. Per gli altri concorrenti, l’obiettivo è semplicemente superare la soglia del 4 per cento e mandare qualche candidato al Parlamento Europeo. La Lega è persino “scesa” nel Meridione a cercare i voti, una volta snobbati, degli anti-Euro. Scelta Europea spera controcorrente che un elettorato di sentimenti europeisti declinanti premi la sua coerenza. Fratelli d’Italia vorrebbe portare a Bruxelles il suoi spirito nazionalista. La lista Tsipras, troppo occasionale e poco competitiva, ha l’ambizioso scopo di cambiare verso all’Europa. La verità, che vale per tutti, è che l’Unione Europea cambierà gradualmente direzione economica e politica soltanto quando i tre grandi gruppi nel Parlamento Europeo, al momento, Popolari, Socialisti, Liberal-Democratici, raggiungeranno un accordo complessivo per fare una serie di piccole, graduali, ma significative riforme sia sulla distribuzione del potere fra le istituzioni: Consiglio, Commissione, Parlamento, sia sull’equilibrio fra politiche di austerità e politiche di crescita.
Chi si chiama fuori non votando o scegliendo candidati e partiti euroscettici e populisti non conterà per niente. Gli eletti dei partiti che pensano che l’Unione Europea è il luogo del nostro destino, non soltanto per stare insieme, ma per cambiare, avranno un grande lavoro da fare.

Pubblicato AGL 25 maggio 2014