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Democrazia Futura. Mario Draghi fra Presidenza del Consiglio e Presidenza della Repubblica @Key4biz #DemocraziaFutura

Un bilancio della sua presenza a Palazzo Chigi e una previsione sul suo futuro istituzionale.

Un bilancio della presenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi e una previsione sul suo futuro istituzionale richiedono alcune premesse. Per fin troppo tempo, in maniera affannata e ripetitiva, il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana e alcuni editorialisti di punta (Aldo Cazzullo, Paolo Mieli, persino Ferruccio de Bortoli) hanno criticato i governi e i capi di governo non eletti (dal popolo), non usciti dalle urne (Antonio Polito) (1).

La nomina di Mario Draghi alla Presidenza del Consiglio li ha finora zittiti tutti nonostante la sua non elezione popolare e il suo non essere uscito da nessuna urna.

Forse, però, siamo già entrati, sans faire du bruit, in una nuova fase del pensiero costituzionale del Corriere. Draghi vive e opera in “una sorta di semipresidenzialismo sui generis”, sostiene Ernesto Galli della Loggia (2) non senza lamentarsi per l’ennesima volta della sconfitta delle riforme renziane che avrebbero aperto “magnifiche sorti e progressive” al sistema politico italiano senza bisogno di semipresidenzialismo e neppure del voto di sfiducia costruttivo German-style. Fermo restando che le forme di governo cambiano esclusivamente attraverso trasformazioni costituzionali mirate, esplicite, sistemiche, la mia tesi è che Draghi è il capo legittimo di un governo parlamentare che, a sua volta, è costituzionalmente legittimo: “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (art. 94).Tutti i discorsi sull’operato, sulle prospettive, sui rischi del governo Draghi si basano su aspettative formulate dai commentatori politici  da loro variamente interpretate e criticate.

Sospensione della democrazia o soluzione costituzionale flessibile del parlamentarismo?

Lascio subito da parte coloro che hanno parlato di sospensione della democrazia poiché, al contrario, stiamo vedendo all’opera proprio la democrazia parlamentare come saggiamente delineata nella Costituzione italiana. Sono la flessibilità del parlamentarismo Italian-style e l’importantissima triangolazione fra Presidenza della Repubblica, Governo e Parlamento che per l’ennesima (o, se si preferisce, la terza volta dopo Dini 1995-1996; e Monti 2011-2013) volta ha prodotto una soluzione costituzionale a problemi politici e istituzionali.

Il discorso sulla sospensione della politica merita appena più di un cenno. Infatti, nessuno dei leader politici ha “sospeso” le sue attività e le elezioni amministrative si svolgono senza nessuna frenata né distorsione. Aggiungo che non soltanto Draghi è consapevole che quel che rimane dei partiti ha la necessità di ingaggiare battaglie politiche, ma anche che, da un lato, prende atto di questa “lotta” politica, dall’altro, la disinnesca se non viene portata nel Consiglio dei Ministri.

Sbagliano, comunque, coloro che attribuiscono a Draghi aspettative e preferenze del tipo “non disturbate il manovratore”. Al contrario, se volete disturbare è imperativo che le vostre posizioni siano motivate con riferimento a scelte e politiche che siano nella disponibilità del governo e dei suoi ministri. Chi ha, ma so che sono pochissimi/e, qualche conoscenza anche rudimentale del funzionamento del Cabinet Government inglese (certo, costituito quasi sempre da un solo partito), nel quale può manifestarsi la supremazia del Primo ministro, dovrebbe apprezzare positivamente la conduzione di Draghi.

I veri nodi da sciogliere: ristrutturazione del sistema dei partiti e accountability

A mio modo di vedere rimangono aperti due problemi: la ristrutturazione del sistema di partiti e la accountability. Il primo si presenta come un wishful thinking a ampio raggio, privo di qualsiasi conoscenza politologica. Il secondo è, invece, un problema effettivo di difficilissima soluzione.

Non conosco casi di ristrutturazione di un sistema di partiti elaborata e eseguita da un governo, dai governanti. Fermo restando che in nessuna delle sue dichiarazioni Draghi si è minimamente esposto e impegnato nella direzione di una qualsivoglia (necessità di) ristrutturazione, facendo affidamento sull’essenziale metodo della comparazione la scienza politica indica tre modalità attraverso le quali un sistema di partiti potrebbe ristrutturarsi: leggi elettorali; forma di governo; emergere di una nuova frattura politica.

Leggi elettorali, forma di governo, emergere di fratture politiche o sociali

Quanto alle leggi elettorali, pur tecnicamente molto perfezionabile, la legge Matttarella, grazie ai collegi uninominali nei quali venivano eletti tre quarti dei parlamentari, incoraggiò la competizione bipolare e la formazione di due coalizioni, che, più a sinistra che a destra, fossero coalizioni molto composite,  è responsabilità dei dirigenti dei partiti. Fu un buon inizio. Oggi ci vuole molto di più per ristrutturare il sistema dei partiti. Non può essere compito di Draghi e del suo governo, ma i dirigenti dei partiti e i capicorrenti tutto desiderano meno che una legge elettorale che offra più opportunità agli elettori e più incertezza e rischi per candidati e liste. 

La spinta forte alla ristrutturazione potrebbe sicuramente venire da un cambio nella forma di governo. Da questo punto di vista, il semipresidenzialismo di tipo francese è davvero promettente per chi volesse imprimere dinamismo al sistema politico italiano. Mentre mi pare di sentire da lontano le classiche irricevibili critiche alle potenzialità autoritarie della Quinta Repubblica, ricordo di averne fatto oggetto di riflessione e valutazione in più sedi (3) e respingo l’idea che all’uopo sia necessaria la trasformazione di Draghi in novello de Gaulle. Naturalmente, non sarà affatto facile per nessuno imporre una trasformazione tanto radicale se non in presenza di una non augurabile crisi di grande portata.

La terza modalità che potrebbe obbligare alla ristrutturazione del sistema dei partiti è la comparsa di una frattura sociale e politica di grande rilevanza che venga sfruttata sia da un partito esistente e dai suoi leader sia da un imprenditore politico (terminologia che viene da Max Weber e da Joseph Schumpeter).

La frattura potrebbe essere quella acutizzata e acutizzabile fra europeisti e sovranisti, sulla scia di quanto scrisse Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene. Potrebbe anche manifestarsi qualora si giungesse ad una crescita intollerabile di diseguaglianze, non solo economiche, cavalcabile da un imprenditore che offra soluzioni in grado di riaggregare uno schieramento. In entrambi i casi, la ristrutturazione andrebbe nella direzione di un bipolarismo che taglierebbe l’erba sotto ai piedi di qualsiasi centro che, lo scrivo per i nostalgici, non è mai soltanto luogo di moderazione, ma anche di compromissione ovvero, come scrisse l’autorevole studioso francese Maurice Duverger, vera e propria palude.

I compiti ambiziosi su cui potremo valutare l’operato del governo Draghi e il futuro del premier in politica e nelle istituzioni

Il governo Draghi in quanto tale non può incidere su nessuno di questi, peraltro molto eventuali e imprevedibili, sviluppi. La sua esistenza garantisce lo spazio e il tempo per chi volesse e sapesse agire per conseguire l’obiettivo più ambizioso. Nulla di più, giustamente. Draghi e il suo governo vanno valutati con riferimento alle loro capacità di perseguire e conseguire il rinnovamento di molti settori dell’economia italiana, la riforma della burocrazia, l’ammodernamento della scuola e l’introduzione di misure che producano maggiore e migliore coesione sociale. Sono tutti compiti necessariamente ambiziosissimi.

Per valutarne il grado di successo bisognerà attendere qualche anno, ma fin d’ora è possibile affermare che il governo ha impostato bene e fatto molto.

Qui si situa il discorso che non può essere sottovalutato sul futuro di Draghi in politica e nelle istituzioni. I precedenti di Lamberto Dini e di Mario Monti dovrebbero scoraggiare Draghi a fare un suo partito, operazione che, per quel che lo conosco, non sta nelle sue corde e non intrattiene. Ricordando a tutti che Draghi è stato reclutato per un incarico specifico: Presidente del Consiglio (dunque, sì, in democrazia le autorità possono essere tirate per la giacca!), procedere alla sua rimozione per una promozione al Colle più alto, richiede convincenti motivazioni, sistemiche prima ancora che personali.

È assolutamente probabile, addirittura inevitabile, che, senza farsene assorbire e sviare, Draghi stesso stia già valutando i pro e i contro di una sua ascesa al Quirinale.

Non credo che il grado di avanzamento nell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sarà già a fine gennaio 2022 tale da potere ritenere che viaggerà sicuro senza uscire dai binari predisposti dal governo. Però, è innegabile che esista il rischio che il prossimo (o prossima) Presidente non sia totalmente sulla linea europeista e interventista del governo Draghi. Così come è reale la possibilità che il successore di Mattarella sia esposto a insistenti e possenti pressioni per lo scioglimento del Parlamento e elezioni anticipate con la vittoria annunciata dei partiti di destra e dunque governo nient’affatto europeista, se non addirittura programmaticamente sovranista.

L’ipotesi plausibile di Draghi al Quirinale alle prese con la formazione del governo dopo le elezioni del 2023: verso una coabitazione all’italiana?

Non è, dunque, impensabile che negli incontri che contano Draghi si dichiari disponibile ad essere eletto Presidente della Repubblica.

A partire dalla data della sua elezione Draghi avrebbe sette anni per, se non guidare, quantomeno orientare alcune scelte politiche e istituzionali decisive.:

  • Anzitutto, non procederà a sciogliere il Parlamento se vi si manifesterà una maggioranza operativa a sostegno del governo che gli succederà.
  • Avrà voce in capitolo nella nomina del Presidente del Consiglio e di non pochi ministri.
  • Rappresenterà credibilmente l’Italia nelle sedi internazionali.

Qualora dopo le elezioni del 2023 si formasse eventualmente un governo di centro-destra Draghi Presidente della Repubblica ne costituirà il contrappeso non soltanto istituzionale, ma anche politico per tutta la sua possibile durata.

In questa chiave, forse, si può, ma mi pare con non grandi guadagni analitici, parlare di semipresidenzialismo di fatto nella versione, nota ai francesi, della coabitazione: Presidente versione europeista contrapposto a Capo del governo di persuasione sovranista. Il capo del governo governa grazie alla sua maggioranza parlamentare, ma il Presidente della Repubblica può sciogliere quel Parlamento se ritiene che vi siano problemi per il buon funzionamento degli organismi costituzionali (ed è probabile che vi saranno).

L’irresponsabilità del capo di governo non politico. Uno stato di necessità e un vulnus non attribuibile a Draghi.

Concludo con un’osservazione che costituisce il mio apporto “originale” alla valutazione dei governi guidati da non-politici.

Ribadisco che non vedo pericoli di autoritarismo e neppure rischi di apatia nell’elettorato e di conformismo.

Nell’ottica della democrazia il vero inconveniente del capo di governo non-politico è la sua sostanziale irresponsabilità. Non dovrà rispondere a nessuno, tranne con un po’ di sana retorica a sé stesso e alla sua coscienza, di quello che ha fatto, non fatto, fatto male.

Poiché la democrazia si alimenta anche di dibattiti e di valutazioni sull’operato dei politici, l’irresponsabilità, cioè la non obbligatorietà e, persino, l’impossibilità di qualsiasi verifica elettorale a meno che Draghi intenda, commettendo, a mio modo di vedere, un errore, creare un partito politico oppure porsi alla testa di uno schieramento, esistente o da lui aggregato,   rappresenta un vulnus. Non è corretto attribuire il vulnus a Draghi, ma a chi ha creato le condizioni che hanno reso sostanzialmente inevitabile la sua chiamata. Ne ridurremo la portata grazie alla nostra consapevolezza dello stato di necessità, ma anche se i partiti e i loro dirigenti sapranno operare per impedire la futura ricomparsa di un altro stato di necessità. È lecito dubitarne.

Note al testo

  • Ho criticato le loro analisi e proposte in un breve articolo: Cfr. Gianfranco Pasquino,Ma di cosa parlate, cosa scrivete?”, Comunicazione Politica, XXII, (1), gennaio-aprile, pp.103-108.
  • Ernesto Galli della Loggia, “Il sistema politico che cambia”, Il Corriere della Sera, 8 settembre 2021.  
  • Si vedano i miei contributi in: Stefano Ceccanti, Oreste Massari, Gianfranco Pasquino,  Semipresidenzialismo. Analisi delle esperienze europee, Bologna, il Mulino, 1996, 148 p. e il capitolo conclusivo: “Una Repubblica da imitare?” del libro da me curato insieme a Sofia Ventura, Una splendida cinquantenne: la Quinta Repubblica francese, Bologna, il Mulino, 2010, 283 p. [pp. 249-281].   

Pubblicato il 14 settembre 2021 su Key4biz

Per garantire la stabilità l’Italia dovrebbe imparare da Germania e Spagna @DomaniGiornale

Da qualche anno, il Direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana e quattro autorevoli editorialisti, Aldo Cazzullo, Paolo Mieli, Angelo Panebianco e Antonio Polito combattono due indefesse battaglie. La prima è quella per una legge elettorale maggioritaria. Però, il loro “maggioritario” preferito non è né quello inglese né quello francese entrambi caratterizzati dall’elezione dei candidati in collegi uninominali, ma un’imprecisata legge elettorale che offra un più o meno cospicuo premio di maggioranza. Tale era l’Italicum, ma in quanto leggi proporzionali con premio di maggioranza, che nessuno mai definì maggioritari, si collocherebbero in questa categoria anche la Legge Acerbo, utilizzata da Mussolini nel 1924, e la legge truffa del 1953. La seconda battaglia è per un governo eletto dal popolo, uscito dalle urne e non formato in parlamento. A loro si è finalmente aggiunto anche, last but tutt’altro che least, il più recente degli editorialisti: Walter Veltroni (“Corriere della Sera” 22 maggio, p. 1 e 36).

   La sua lancinante domanda è “come garantire all’Italia di avere governi scelti dai cittadini, che durino cinque anni, siano formati da forze omogenee per valori e programmi e che combattano l’avversario in ragione di questi”? La risposta necessariamente comparata è tanto semplice quanto drastica. Da nessuna parte al mondo esistono governi “scelti dai cittadini”. Nelle repubbliche presidenziali i cittadini eleggono il capo del governo che si confronterà con un Congresso/parlamento dove esistono forze disomogenee e si sceglierà i suoi ministri. Veltroni pone l’accento sulla necessità di un governo stabile, ma, come fece più volte rilevare Giovanni Sartori, la stabilità non è affatto garanzia di efficacia dei governi. Anzi, spesso la stabilità finisce per diventare immobilismo, stagnazione, rinuncia a prendere decisioni. Aggiungo che il governo che vorrebbe Veltroni, sulla scia degli altri editorialisti del Corriere, se fosse l’esito del premio di maggioranza innestato su una legge elettorale, sarebbe anche molto poco rappresentativo delle preferenze e degli interessi dell’elettorato. Potrebbe essere conquistato da un partito del 30 per cento con la conseguenza che il 70 per cento dei votanti sarebbero/si sentirebbero poco rappresentati.

   Certo, la Corte costituzionale potrebbe anche sancire che il premio non viene assegnato se il partito più forte non conquista almeno il 40 per cento dei voti espressi, ma allora il partito grande andrebbe alla ricerca di tutti i partitini possibili necessari per superare la soglia, a prescindere da qualsiasi omogeneità programmatica e valoriale. Ė una brutta storia che possiamo già vedere nella moltiplicazione delle liste e delle listine a sostegno delle candidature a sindaco. La pur impossibile elezione popolare diretta del governo dovrebbe anche comportare, ma Veltroni non ne fa cenno, che, se quel governo perde la maggioranza in parlamento, si torna subito alle elezioni poiché qualsiasi altra coalizione, pur numericamente possibile, non sarebbe legittimata dal voto. A sostegno della sua tesi, Veltroni cita, molto impropriamente, Roberto Ruffilli e Piero Calamandrei i quali, senza dubbio alcuno, avrebbero apprezzato governi stabili, ma, altrettanto certamente, si sarebbero opposti a qualsiasi premio di maggioranza. Per Calamandrei vale la sua campagna contro la legge truffa. E il maggioritario al quale si riferiva Ruffilli non prevedeva nessun premio in seggi.

   La proposta da citare fu quella avanzata il 4 settembre 1946 in Assemblea Costituente in un ordine del giorno dal repubblicano Tomaso Perassi, docente di diritto internazionale a La Sapienza, e che fu approvata da una ampia maggioranza:

«La Seconda Sottocommissione, udite le relazioni degli onorevoli Mortati e Conti, ritenuto che né il tipo del governo presidenziale, né quello del governo direttoriale risponderebbero alle condizioni della società italiana, si pronuncia per l’adozione del sistema parlamentare da disciplinarsi, tuttavia, con dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo» (c.vo mio, GP).

   In Italia non se ne è fatto niente, ma un anno dopo l’entrata in vigore della Costituzione italiana, i Costituenti tedeschi trovarono proprio il meccanismo stabilizzatore: il voto di sfiducia costruttivo. Il Bundestag elegge a maggioranza assoluta il Cancelliere. Può sfiduciarlo con un voto ugualmente a maggioranza assoluta e sostituirlo con un terzo voto a maggioranza assoluta per un nuovo Cancelliere. Se non vi riesce, il Cancelliere sconfitto può rimanere in carica, con l’approvazione del Presidente della Repubblica, fino ad un anno. Nel 1977-78 gli spagnoli, imitando i tedeschi, hanno introdotto nella loro Costituzione la mozione di sfiducia (costruttiva). Il Presidente del Governo può essere sfiduciato da una maggioranza assoluta dei deputati che automaticamente lo sostituiscono con il primo firmatario della mozione di sfiducia. In questo modo il 2 giugno 2018 è entrato in carica il socialista Pedro Sanchez. Non è casuale che Germania e Spagna siano i due sistemi politici europei che nel secondo dopoguerra hanno avuto il minor numero di governi e di capi del governo, dunque la più alta stabilità governativa. Il voto o la mozione di sfiducia rispondono all’esigenza, tanto accoratamente espressa da Veltroni, di un governo stabile. Richiedono una modifica costituzionale, sicuramente fattibile, di gran lunga preferibile e più promettente dei confusi e manipolatori dibattiti sulle leggi elettorali. Riuscirebbe persino a acquietare gli altri preoccupatissimi editorialisti del “Corriere”.

Pubblicato il 25 maggio 2021 su Domani

A Voce Alta. Ma di cosa parlate, di cosa scrivete? #riformeistituzionali #ComunicazionePolitica @ComPolJournal

Gianfranco Pasquino, A Voce Alta. Ma di cosa parlate, di cosa scrivete?, in “Comunicazione politica, Quadrimestrale dell’Associazione Italiana di Comunicazione Politica” 1/2021, pp. 103-108, doi: 10.3270/100312

«Votare premier e coalizione è solo un sogno proibito?» (Risponde Luciano Fontana, «Corriere della Sera», 21 dicembre 2020, p. 37)

«C’è un’ampia letteratura sulla relazione infausta fra il proporzionale e la crescita della spesa pubblica (cattiva)» (Ferruccio De Bortoli, «Corriere della Sera» 24 gennaio 2021, p. 24)

«Perché il proporzionale è un passo indietro» (Risponde Aldo Cazzullo, «Corriere della Sera», 26 gennaio 2021, p. 29)

«Il proporzionale non funziona l’aveva già capito De Gasperi» (Risponde Aldo Cazzullo, «Corriere della Sera» 3 febbraio, p. 27)

Non farò nessun riferimento alla tesi espressa da Antonio Polito qualche tempo fa sulle pagine del «Corriere della Sera»(1)* sulla necessità che in Italia ci sia finalmente «un governo uscito dalle urne». Tralascio i molti riferimenti negativi alla proporzionale che Paolo Mieli sparge regolarmente nei suoi articoli. Invece, sento di dovere portare all’attenzione dei lettori la davvero mitica conclusione di Francesco Verderami ad un suo articolo di ricognizione delle possibili leggi elettorali pubblicato poco più di un anno fa. L’orientamento dei riformatori della criticata Legge Rosato andava, scrisse Verderami, nella direzione di un sistema elettorale «proporzionale a turno unico». Il lettore deve immaginare la mia frenesia nel compulsare i molti libri sui sistemi elettorali alla ricerca della varietà di sistemi proporzionali a più turni: doppio, chi sa, forse, addirittura triplo. Ricerca fallita. Poiché, comunque, il discorso sulle leggi elettorali è destinato a tornare, sono certo che dire a «voce alta» alcune cose abbia una sua, non so quanto piccola, utilità. Intrattengo sempre la speranza/illusione che nel dibattito pubblico sia possibile mettere punti fermi dai quali fare passi avanti.

Poiché scrivo nei giorni delle consultazioni del Presidente del Consiglio incaricato, prenderò le mosse dal lancinante interrogativo dolorosamente posto dal Direttore del «Corriere della Sera». Luciano Fontana lo precisa in questo modo: «in attesa della ricostruzione di veri partiti e di una solida classe dirigente (aspettativa frequentemente intrattenuta sulle pagine del «Corriere» anche dall’ex Direttore Ferruccio De Bortoli e da uno degli editorialisti di punta, Ernesto Galli della Loggia), si potrebbe intanto pensare a una legge elettorale che faccia scegliere ai cittadini non il proprio (di chi?) simbolo ma anche la coalizione di governo e il premier». Qualcuno, non il Direttore Fontana e nessuno degli autorevoli collaboratori e corrispondenti del suo quotidiano, potrebbe subito andare alla ricerca delle modalità di voto nelle oramai molte democrazie esistenti. In qualche paese, si è mai avuta una legge elettorale che consentisse e effettuasse l’elezione simultanea del premier e della coalizione di governo? La risposta è semplicemente: No. Dopodiché è possibile aggiungere alcuni utili elementi conoscitivi. Primo, nemmeno nelle repubbliche presidenziali e semipresidenziali l’elezione popolare del capo dell’esecutivo, da un lato, elegge una coalizione, dall’altro, dà vita ad un governo. Tanto negli USA: presidenzialismo, quanto nella Quinta Repubblica francese: semipresidenzialismo, gli elettori eleggono il capo dell’esecutivo. Poi, sono i due presidenti eletti a nominare i loro ministri, quello francese senza nessun vincolo costituzionale, quello USA dovendo ricevere dal Senato la ratifica delle sue nomine. Entrambi hanno un inconveniente, seppure di natura diversa. Il Presidente USA potrebbe trovarsi a fare i conti con l’assenza della maggioranza del suo partito in uno o in entrambi i rami del Congresso: governo diviso. Quello francese potrebbe essere confrontato e contrastato da una maggioranza a lui politicamente opposta nell’Assemblea nazionale (fenomeno che si presenta attualmente anche nel Portogallo semipresidenziale): coabitazione. Sogni infranti di dominio senza controllo, senza freni e contrappesi politici (e istituzionali).

In un solo sistema politico, quello di Israele, per tre volte, nel 1996, 1999, 2001, è stato eletto direttamente il Primo ministro, ma non la coalizione a suo sostegno. Poi la formazione del governo è tornata nel Parlamento, Knesset, come avviene nelle democrazie parlamentari da tempo memorabile, ovvero, da almeno due secoli se ci riferiamo alla Gran Bretagna e da più di un secolo se prendiamo in considerazione l’esperienza delle democrazie occidentali, in Europa e no. Come è costitutivo, per l’appunto, di tutte le democrazie parlamentari. I governi nascono in Parlamento. Possono trasformarsi in Parlamento. Muoiono in Parlamento, eventualmente risorgendo qualora abbiano i numeri a loro favore. Il Direttore Fontana fa riferimento alla sfiducia costruttiva, una delle più importanti innovazioni costituzionali contenuta nella Legge Fondamentale tedesca: «si fa cadere un governo se ce n’è un altro già pronto a sostituirlo». Palesemente e logicamente il voto di sfiducia costruttivo non potrebbe essere adoperato se il governo fosse stato eletto dal popolo. Comprensibilmente, non sarebbe politicamente consigliabile contrapporre il Parlamento al popolo né costituzionalmente coerente consentire ai parlamentari di trasformare tanto meno sostituire un governo «eletto dal popolo».

Di tanto in tanto qualcuno, negli anni Novanta Mario Segni, di recente, Matteo Renzi, sostiene che si potrebbe eccome eleggere il capo del governo nella modalità da entrambi definita «Sindaco d’Italia». Fraintendimenti e manipolazioni si combinano e si avvinghiano. Mi limito alle due critiche più facili da argomentare. La prima riguarda la «scala». Dovrebbe essere chiaro che eleggere un sindaco anche in un comune grande per numero di abitanti e per spazio geografico non è affatto la stessa cosa per quel che riguarda, ad esempio, la campagna elettorale di partiti e candidati e la formazione delle opinioni degli elettori/trici. In secondo luogo, l’elezione popolare diretta del sindaco/capo del governo comporterebbe il cambiamento della forma di governo che da parlamentare diventerebbe (semi-)presidenziale, naturalmente, implicherebbe e comporterebbe anche un vasto procedimento di modifiche costituzionali concernenti non soltanto il Governo, ma il Parlamento e, soprattutto, i poteri del Presidente della Repubblica. Va subito aggiunto che, come nei (semi)-presidenzialismi, gli assessori delle compagini di governo locali non sono affatto votati dagli elettori e che la forma di governo «Sindaco d’Italia» è rigida. Se per qualsiasi ragione cade il sindaco, si torna ad elezioni.

Poiché ripetutamente, senza mai essere contraddetto, Matteo Renzi ha sostenuto la proposta del sindaco d’Italia come se implicasse il ricorso ad un sistema elettorale maggioritario, mi affretto a segnalare che la legge elettorale utilizzata per i comuni sopra i 15 mila abitanti è una legge proporzionale. Viene conferito un premio in seggi al sindaco eletto al secondo turno/ballottaggio per consentirgli di acquisire una maggioranza operativa nel Consiglio comunale. In molti ballottaggi, un partito del 2,5-3 per cento, come Italia Viva, potrebbe risultare decisivo. In conclusione, detto a voce alta, non siamo comunque di fronte ad un sistema elettorale maggioritario, ma a una fattispecie diversa che non può essere definita neppure sistema misto.

La discussione sui sistemi elettorali maggioritari ha avuto molto minor rilievo e spazio di quello dato di recente dato alla critica delle leggi elettorali proporzionali. Tuttavia, a scanso equivoci, alcuni elementi vanno segnalati a voce alta. La versione della Legge Mattarella (1993) per l’elezione del Senato, derivante dal quesito referendario approvato da quasi 30 milioni di elettori (l’82,7 per cento), era maggioritaria in collegi uninominali per tre quarti dei seggi. Il recupero proporzionale per il rimanente quarto dei seggi premiava i migliori perdenti: sistema limpido senza nessuna opportunità e necessità di mercanteggiamenti. Il maggioritario a turno unico, lui sì, produce i suoi frutti migliori quando esistono due partiti strutturati in grado di vincere e di alternarsi periodicamente al governo: la mitica agognata alternanza. Curiosamente, nella vorticosa discussione sulle leggi elettorali, non ha fatto adeguata comparsa la riflessione sulle conseguenze di quelle leggi sui partiti e sui sistemi di partiti. Eppure, da un lato, questa discussione è stata impostata settant’anni fa in maniera eccellente dal grande studioso francese Maurice Duverger ed è stata proseguita da Giovanni Sartori con significative precisazioni e approfondimenti. Non la esplicito qui limitandomi a dire che neppure una legge maggioritaria inglese in collegi uninominali è garanzia di produzione automatica di bipartitismo.

Se i commentatori del «Corriere della Sera», Direttore incluso (ma il mio invito/ monito vale per tutti), fossero coerenti con il loro desiderio di evitare una legge elettorale proporzionale e di consentire agli elettori di contribuire alla formazione del governo, dovrebbero argomentare l’introduzione di una legge elettorale effettivamente maggioritaria. Non ricordo di avere visto nessun articolo in materia, mentre spesso sono comparse critiche al sistema elettorale maggioritario francese a doppio turno in collegi uninominali. La critica più pesante variamente formulata è che il secondo turno sarebbe un mercato delle vacche. Forse il primo a ricorrere a questa terminologia fu il grande storico cattolico democratico Pietro Scoppola a metà degli anni Novanta. Sbagliava. Presumo che non avesse mai visto (neanche nei film) né visitato un mercato delle vacche.

Di quel mercato ho già variamente tessuto le lodi che riproduco qui in stretta comparazione con il doppio turno francese. Le vacche sono in bella mostra; i candidati debbono farsi vedere nel collegio in cui competono. Nella grande maggioranza dei casi abitano lì. Non vengono paracadutati a meno che abbiano caratura e visibilità nazionali. I venditori sono egualmente noti e fanno quel lavoro da qualche tempo e da qualche tempo frequentano quel mercato. Da tempo i capi dei partiti hanno imparato che il loro compito consiste nell’individuare e nell’offrire le candidature più appropriate anche in quanto portatori/trici dell’immagine del partito. I compratori delle vacche hanno già visto quei venditori all’opera. Ne sanno valutare il grado di credibilità. Vanno da coloro di cui si fidano di più in base alle esperienze passate. A grandi linee gli elettori sanno a che cosa corrisponde ciascuna candidatura, che cosa rappresenta, che cosa potrà/saprà fare e non fare. Lo scambio commerciale avviene in totale trasparenza, talvolta «a voce alta»: tutti vedono tutto e sentono/ascoltano eventuali critiche, lamentazioni rimproveri, assicurazioni, suggerimenti. Al primo turno gli elettori scelgono la loro candidatura preferita. Se quella candidatura non vince e neppure passa al secondo turno, aiutati dalle dichiarazioni del candidato che non ce l’ha fatta (la vacca già venduta e non più disponibile) e del suo sponsor partitico si riorienteranno valutando anche i segnali e le informazioni provenienti dai mass media verso la candidatura che maggiormente rispecchia le loro preferenze sia di rappresentanza del collegio sia di partecipazione alla eventuale coalizione di governo. In ciascun collegio (in ciascun mercato locale) tutte queste informazioni circolano, sono e rimangono ampiamente disponibili.

In qualche modo, la superiorità del doppio turno sul turno unico all’inglese consiste proprio nella possibilità per l’elettorato di avere/acquisire maggiori informazioni e di cambiare voto a ragion veduta. Peraltro, è certamente possibile che nella maggioranza dei collegi uninominali inglesi (australiani, canadesi, degli USA) le informazioni siano comunque disponibili e abbondanti se la competizione avviene fra candidati che hanno una storia politica in quel collegio dove spesso c’è un candidato in carica, un incumbent. Per rifiutare il doppio turno di collegio non basta affermare in maniera molto erroneamente saccente che nel nostro (italiano) DNA ci sarebbe la proporzionale. È un’affermazione che deriva da una limitata conoscenza della storia, non solo politica, italiana. Dal 1861 al 1919 gli italiani (e i sabaudi anche prima del 1861) hanno votato in collegi uninominali. Lo hanno fatto anche nel 1994, 1996 e 2001. Insomma, quantomeno potremmo sostenere che il nostro DNA accoglie una pluralità di geni.

Silenziosi oppure contrari ai sistemi elettorali provatamente maggioritari esistenti, molti commentatori deprecano quello che chiamano il «ritorno alla proporzionale». Detto che la vigente Legge Rosato già assegna due terzi dei seggi con riferimento proporzionale ai voti ricevuti e che, quindi, il «ritorno» degli italiani alla proporzionale non sarebbe un fenomeno tanto dirompente, sono le motivazioni del gran rifiuto che appaiono a dir poco preoccupanti. Comincio con l’ex Direttore De Bortoli che, facendo riferimento ad un articolo di alcuni economisti pubblicato nel 2007, ci informa che «un passaggio da maggioritario a proporzionale puro aumenta nel medio periodo del 5 per cento la spesa pubblica». Rilevo che, primo, De Bortoli non può riferirsi all’Italia poiché in questo paese non esiste il «maggioritario»; secondo, che l’unico caso che conosco di passaggio da maggioritario a proporzionale (sul «puro» scriverò infra) ebbe luogo ad opera del Presidente socialista François Mitterrand nel 1985. Poi il gollista Chirac vinse le elezioni parlamentari del 1986 e immediatamente ripristinò il maggioritario. Troppo poco tempo per accertare se ci fu un aumento di spesa pubblica del 5 per cento. Quanto all’aggettivo «puro» che connoterebbe un sistema elettorale proporzionale, nella letteratura internazionale sui sistemi elettorali non esiste. Supponendo che puro significhi senza nessuna soglia minima di voti per accedere al Parlamento, esistono soltanto due casi, Israele (popolazione di circa 9 milioni) e Olanda (meno di 18 milioni di abitanti), di circoscrizione unica nazionale. L’Olanda non ha nessuna soglia di accesso. Per evitare la frammentazione del sistema dei partiti, Israele ha recentemente introdotto una soglia del 3,25 per cento, quindi la sua proporzionale è corretta (impura?).

Per fortuna, Aldo Cazzullo ha almeno due importanti certezze: primo, «il proporzionale è un passo indietro». Se il confronto è con la legge Mattarella in larga parte prodotta dal referendum abrogativo del 1993, non si può dargli torto. Se il termine di confronto è la Legge Rosato non è possibile affermare che «il proporzionale» sarà un passo indietro poiché molto/tutto dipende da quale tipo di proporzionale e dalle sue clausole. La seconda certezza di Cazzullo ha basi fragilissime e friabilissime: «Di sicuro il proporzionale, se andrà in porto, servirà di più agli interessi particolari e alla libertà di manovra dei vari leader che alla partecipazione e al potere decisionale degli elettori». Provando a spacchettare questa affermazione vedo un proporzionale indefinito (dimensione delle circoscrizioni, esistenza di clausole di accesso/esclusione, formula per l’attribuzione dei seggi), quindi non valutabile. Sembra che Cazzullo ritenga che tutti, ovunque e comunque, i sistemi elettorali proporzionali (ne esiste una notevole varietà) servono agli interessi particolari e alla libertà di manovra dei vari leader». Anche, per esempio, in Germania? Non so (è una espressione retorica) quanto i «vari leader» di tutte le democrazie dell’Europa occidentale, ad eccezione della Francia e della Gran Bretagna, sarebbero disponibili a vedere nelle leggi elettorali proporzionali che usano da molti decenni e, nei paesi nordici, ininterrottamente da quasi un secolo e mezzo, uno strumento per i loro interessi particolari e la loro libertà di manovra e non piuttosto per dare buona e adeguata rappresentanza parlamentare e politica ai loro cittadini accompagnata da soddisfacenti percentuali di votanti e dalla possibilità di creare nuovi partiti e accedere al parlamento superando le soglie anti-frammentazione che pure esistono. Quanto «al potere decisionale degli elettori» confesso di non capire a che cosa si riferisca Cazzullo (e non voglio pensare che si riferisca all’elezione del governo, o sì?) Come si estrinseca quel potere decisionale? In quale paese o paesi gli elettori hanno maggiore potere decisionale? Si potrebbe aprire qui una bella pagina nella quale discutere delle modalità di scelta dei candidati, della democrazia interna ai partiti, dell’esistenza o meno del voto di preferenza (preferenza unica: remember il referendum del giugno 1981 con Craxi che suggerì di andare al mare?), delle scandalose candidature plurime. Another time another place.

Quello che è sicuro, secondo Cazzullo, è che «il proporzionale non funziona l’aveva già capito De Gasperi». Ridurre la storia di un episodio importante come quello della formulazione e dell’utilizzazione nonché del fallimento della legge del 1953, dalle opposizioni giustamente definita «truffa», al «non-funzionamento» del proporzionale richiede una notevole dose di coraggio. Immagino lo sconcerto dalla Svezia al Portogallo, dalla Norvegia alla Spagna, di fronte al giudizio senza appello «avete usato già fin troppo a lungo una legge elettorale che non funziona». Dopo la smarrimento iniziale, qualcuno potrebbe ipotizzare che sono i premi di maggioranza innestati su sistemi elettorali proporzionali: Legge Scelba del 31 marzo1953: Legge Calderoli del 2005; Legge Italicum del 2016, che non «funzionano». Poi, quel qualcuno dovrebbe spiegare che cosa significa il «non-funzionamento» di una legge elettorale. Non è affatto vero che, come scrive Cazzullo, De Gasperi capì che «il proporzionale puro non funziona». Al contrario, funzionava benissimo per dare rappresentanza ai partiti che si presentavano alle elezioni. Il problema era l’indebolimento dei partiti della coalizione centrista (PLI, DC, PRI, PSDI) al governo e la crescita, peraltro non irresistibile (che qualsiasi proporzionale mantiene lenta) del Movimento Sociale Italiano accompagnata dalle pressioni di non pochi cardinali italiani su De Gasperi affinché si predisponesse ad accogliere i neo-fascisti nella coalizione di governo. Il premio di maggioranza, che sarebbe stato dato ad una coalizione che, dichiaratasi tale, avesse ottenuto almeno il 50 per cento dei voti, serviva a rendere il centrismo totalmente svincolato dalla necessità di fare affidamento su altri partiti, a cominciare proprio dal MSI, e del tutto indipendente da pressioni esterne a cominciare da quelle del Vaticano.

Concluderò a voce alta. Se i comunicatori utilizzano una corazzata come il «Corriere della Sera» trasmettendo informazioni parziali, superficiali, leggermente manipolate, ad arte o per insufficienti conoscenze, fuorvianti quando non addirittura sbagliate in modo clamoroso, come potranno mai i lettori migliorare le loro conoscenze sulle regole del gioco e diventare buoni cittadini?

Coda: con quale sistema elettorale riusciremo ad avere il «governo dei migliori»? Questo è il tema posto con forza dal momento del conferimento dell’incarico di Presidente del Consiglio al Professor Mario Draghi la cui azione è destinata, secondo non pochi commentatori politici anche del «Corriere della Sera» addirittura a ristrutturare la politica che si sarebbe distrutta con la caduta del governo Conte. Mantengo tutta la distanza possibile da entrambe le tesi.

(1)* Faccio esclusivo riferimento al «Corriere della Sera» e ai suoi giornalisti poiché è il quotidiano che in questi anni ha dato maggiore spazio alle tematiche istituzionali incorrendo, più o meno inevitabilmente, in una serie di inesattezze e di errori anche gravi. Naturalmente, sarò (in una in-certa misura) lieto se si aprisse un confronto.

Come mai adesso l'”ammucchiata” si chiama governo di unità nazionale? @HuffPostItalia

Caro Huffington,

sinceramente preoccupato dalla sorte del paese in cui nacqui, vorrei avere qualche informazione più precisa per farmi un’idea su quale governo potrebbe formarsi. Enuncerò alcune interrogativi semplici e largamente diffusi dai mass media, te Huffington compreso, e da non pochi politici. Primo, il governo Draghi sarà eletto dal popolo? Avrà una legittimazione dal voto? Almeno il capo del governo otterrà un mandato politico-elettorale? Oppure, tutta questa discussione va lasciata alle illusioni/delusioni di Luciano Fontana, Direttore del Corriere della Sera, che intitolava melanconicamente la sua rubrica Lettere al Direttore: “Votare premier e coalizione è solo un sogno proibito?” La mia nota posizione è tutta costituzionale (art. 94): “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (incidentalmente, non sta scritto “della maggioranza assoluta”)

Secondo, è vero che molto spesso nel passato qualsiasi tentativo di accordi fra governo e opposizione e fra partiti di opposti schieramenti veniva, anzi, è stato prontamente e da quasi tutte le parti bollato come “inciucio” e “ammucchiata”? Oggi, un eventuale governo che includa Cinque Stelle, Partito Democratico, Lega e i numerosi cespugli centristi (chiedo scusa, ma non troppo, e dirò: i volonterosi, responsabili et al.) diventa governo di unità nazionale, o qualcosa di simile, ma soprattutto ottiene generose valutazioni positive. Terzo, con Draghi siamo, dunque, all’uomo della Provvidenza come fu definito da Papa Ratti, Pio XI il Mussolini che l’11 febbraio 1929 sottoscrisse i Patti lateranensi? Certo, non mi riferisco all’ideologia di Mario Draghi, sicuramente un sincero democratico, ma alle malposte iperboli dei commentatori, uomini e donne, dello stivale. Quarto, i politici e i loro giornalisti di riferimento si sono regolarmente riempiti la bocca con le parole: “prima i programmi poi i nomi”. Non mi pare che questo sia stato il punto di partenza delle varie dichiarazioni di sostegno al Presidente del Consiglio incaricato. Giusto ricordarne i molti meriti e decisivi nel salvare l’Euro e l’Unione Europea, ma non sarebbe stato opportuno che i capi partiti e partitini dicessero: “Draghi ottima scelta, adesso vediamo i programmi” (o nel loro lessico “andiamo a vedere le carte”)? Ma almeno una carta dovrebbe essere chiara: “dentro l’Italia nell’Europa dentro l’Europa nell’Italia”. Ė lecito interrogarsi se Draghi ha posto questa condizione preliminare? Tu Huffington chiamala pure discriminante.

   Da ultimo, almeno allo stato delle cose, “ricostruire la politica” (con la molto discutibile affermazione che “il sistema è fallito” quale “sistema” “che cosa è il fallimento, come lo si misura”?) è un compito che può essere credibilmente affidato a chi di esperienza politica (che non significa trattare con altri banchieri e con le cancellerie) non ne ha? Però, se davvero Draghi volesse/dovesse ricostruire la politica, non sarebbe lecito fin da subito chiedergli quali sarebbero le linee essenziali di questa ricostruzione? Caro Huffington, mi fermo qui, ma spero, anzi, sono certo che presto, molto presto tu mi chiederai di commentare il governo dei migliori, giusto?

Pubblicato il 6 febbraio 2021 su huffingtonpost.it