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Litigano su tutto, e allora? A chi (non) convengono le elezioni anticipate

La Lega è forte di un grande sostegno dai cittadini, M5S non ha alternative a questo esecutivo. Cosa si nasconde dietro i “litigi” di governo? Il commento di Gianfranco Pasquino

La congiuntura espressa senza una briciola di originalità e ripetuta fino alla noia è come segue. “Litigano su tutto. Non sono d’accordo su niente. Bisogna preparare l’alternativa. Elezioni anticipate: si chiudono le finestre”. Incidentalmente, chi le aveva (mai lasciate) aperte? Sono davvero stucchevoli le dichiarazioni degli oppositori e i resoconti dei retroscenisti. È sicuro che nel governo M5S e Lega hanno forti differenze di opinione e le manifestano anche ad uso dei loro sostenitori. Molto coesa, invece, è Forza Italia nella quale Berlusconi e Toti si abbracciano tutti i giorni, Carfagna e Taiani stanno organizzando le primarie, ma anche no, e a livello locale il deflusso degli amministratori è lento, ma costante. Chi davvero vuole litigare nel Partito Democratico, pacificato e propositivo? I Dem vanno d’amore e d’accordo su tutto. Anche sul fatto che il neo-eletto segretario non ha finora avuto neanche un’idea originale? Comunque, tutti vogliono un partito che si estenda da Calenda a chi? (quesito non proprio lacerante). Grande è l’accordo sulla necessità assoluta e positiva che il due volte ex-segretario Renzi si faccia il suo partitino post-leopoldino. Unanimità sulla costruzione di un’alternativa all’attuale governo, meno promettenti i numeri, ma bisogna gettare il cuore e i sondaggi oltre l’ostacolo. Meno chiari i contenuti, non pervenuti i partecipanti. Remember la sinistra plurale, aperta, inclusiva? Faccenda del secolo scorso. Questo è il secolo della rottamazione, della disintermediazione, della sparizione.

Chi andando a elezioni anticipate potrebbe vantare di avere introdotto il reddito di cittadinanza e conseguito quota cento? Chi potrebbe utilizzare come temi propagandistici il salario minimo e la tassa piatta? Chi potrà chiedere five more years per procedere a tagliare le poltrone garantendo ai cittadini il referendum propositivo e il perseguimento di una effettiva devolution differenziata di potere alle regioni? Quanto deve essere preoccupata la Lega arrembante e crescente se Fratelli d’Italia è pronta tutti giorni a buttarsi nelle sue braccia e se le critiche dell’affievolito Berlusconi (ricordiamolo: “grande amico di Putin”) non sono praticamente mai sulle politiche, ma solo sull’alleanza con il Movimento Cinque Stelle?

Nel contrattare con la Lega, inevitabilmente, come in tutti i governi di coalizione, Di Maio è in parte indebolito dalle tensioni all’interno del Movimento, ma l’inconveniente più grande è che non ha nessuna posizione di ricaduta. Deve, comunque, tirare a campare comprando tempo in maniera resiliente (copyright Luigi Di Maio) per completare un paio di punti programmatici, anche in, attesa delle conseguenze positive del reddito di cittadinanza. Fortissimo è il desiderio del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di durare, ovviamente per fare. Chi più di lui, avvocato del popolo e mediatore fra i due contraenti del Contratto di Governo, può ambire a diventare Presidente della Repubblica nel gennaio 2022? E il Partito Democratico, non importa se quello di Zingaretti, quello di Calenda, quello, beaucoup déjà vu, di Renzi, non sta neppure a guardare le stelle. Chi guarda dal basso è la crescita economica. Chi guarda tutti dall’alto è il debito pubblico. Né l’una né l’altro rilasciano dichiarazioni, neanche off the record.

Pubblicato il 13 luglio 2019 su formiche.net    

A Campobasso un segnale per Pd e 5 Stelle

Siamo qui come aruspici che, invece di guardare nelle viscere degli animali, scrutiamo i dettagli del voto degli italiani in una molteplicità di luoghi, di situazioni e di circostanze che non ci sarà mai possibile comprendere fino in fondo. Ciascuna elezione amministrativa ha la sua specificità, di tematiche, tradizioni, avvenimenti, persone, di cui è assolutamente necessario tenere grande conto. Al tempo stesso, tutte le elezioni amministrative sentono l’influenza del contesto generale, della situazione politica nazionale, del clima e del soffiar del vento. Poi, ci sono casi eccezionali da considerare, pur con cautela, emblematici.

A Livorno cinque anni fa la sinistra aveva proceduto ad uno dei suoi non rari harakiri. Domenica, anche grazie alla non ricandidatura del sindaco uscente, a sua volta in parte dovuta alle difficoltà delle Cinque Stelle, il Pd e i suoi alleati si sono ripresi il comune. Quale presagio dovremmo trarne? Se il Pd perde dopo settant’anni Ferrara, dovremmo sicuramente chiederci che cosa è successo di specifico e scopriremmo che qualche notevole problema di vario tipo, dai finanziamenti alle nomine, il partito lo aveva avuto e una parte di elettorato non gliel’ha perdonato. Forse a Forlì, ugualmente perso dalla sinistra per la prima volta nel dopoguerra, la ricandidatura del sindaco uscente avrebbe potuto evitare la sconfitta. Tuttavia, in qualche contesto locale, c’è sempre una quota più o meno grande/piccola di elettorato che comprensibilmente desidera facce nuove. In riferimento ai recenti balzi in avanti, la Lega cresce, ma forse un po’ meno delle sue aspettative.

I movimenti più vorticosi sono garantiti dall’elettorato delle Cinque Stelle sia quando c’è un loro candidato, a questi ballottaggi soltanto a Campobasso, sia quando non c’è. Infatti, gli elettori pentastellati si trovano in mano, nel secondo caso, l’esito del ballottaggio quando tornano a votare, ma anche quando si astengono. Le recenti, nient’affatto passeggere, frizioni fra le Cinque Stelle e la Lega non hanno sicuramente spinto gli elettori pentastellati ad appoggiare i candidati dei partners/avversari. Tuttavia, il dato veramente interessante è proprio quello di Campobasso dove i voti decisivi erano nelle mani degli elettori del centro-sinistra rimasti senza candidato. Accordo sottobanco (ma, sia chiaro, tutti hanno il diritto di stilare accordi sottobanco purché non contengano elementi illegali) fra le Cinque Stelle e il centro-sinistra contro il centrodestra? Le percentuali parlano di un vero e proprio exploit del candidato Cinque Stelle, ma come sempre sono i numeri assoluti che contengono la “rivelazione”.

Poiché dubito che i dirigenti di partito abbiano un ferreo controllo sui loro, spesso giustamente volubili, elettori, ne deduco che, anche se una parte di elettori Pd potrebbe avere seguito un accordo non scritto e non confermato, una parte di gran lunga più cospicua ha deciso che fra Cinque Stelle e centro-destra preferiva il candidato delle Cinque Stelle il quale ha, infatti, visto aggiungersi ai suoi voti del primo turno un numero di voti quasi eguale a quelli ottenuti dal candidato PD al primo turno. Non proprio una semplice coincidenza. Anche questo è un segnale, non un presagio. D’altronde, sarebbe francamente eccessivo pensare che Campobasso sia un “laboratorio” nel quale si stanno elaborando i destini del paese. Tuttavia, una qualche riflessione sia i Cinque Stelle sia il Partito Democratico dovrebbero pure farla.

E’ giusto che alcuni esponenti del Pd dicano che “il partito c’è”. Ci mancherebbe altro che fosse sparito del tutto, anche se non hanno smesso di aggirarsi a piede, e lingua, fin troppo liberi, potenziali disgregatori e loro sostenitori contro i quali è imperativo fare “argine”. Poiché il prossimo colpo da battere saranno le elezioni della Regione Emilia-Romagna, le sconfitte di Ferrara e Forlì meritano sicuramente un supplemento d’indagine. Prodigi o presagi?

Pubblicato il 10 giugno 2019

Europee, Pasquino: “Il governo tiene con Salvini sotto al 30%. Zingaretti sbaglia a chiudere al M5S” @Serv_Pubblico #Europee2019 #ElezioniEuropee2019

Intervista raccolta da Silvia De Santis per Servizio Pubblico factory multimediale di Michele Santoro

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“Credo che Salvini sarebbe felice di rimanere leggermente al di sopra del 30%, se scende sotto ci sono dei problemi. Il M5S sa di aver perso voti, se riuscisse a mantenersi intorno al 25% e sopra il Pd dovrebbe essere contento, così come i dem dovrebbero accontentarsi di superare il 20%. Non credo che Forza Italia possa prendere il 10%, mentre la Meloni può stare sopra il 4%. Fra le altre liste l’unica che vedo sopra il quorum è +Europa di Emma Bonino”.

Così Gianfranco Pasquino vede la distribuzione delle forze in vista delle elezioni europee che si terranno domenica 26 maggio. Un segnale confortante, secondo il politologo, potrebbe arrivare dall’affluenza, dopo tornate particolarmente deludenti: “Credo che sarà buona,perché c’è stata finalmente una campagna elettorale ampia e diffusa, probabilmente sarà vicina al 70%, segno che gli italiani sentono che l’Europa per loro conta” spiega Pasquino, che poi analizza i possibili scenari post-voto:

“Se la Lega va molto al di sopra del 30% pretenderà di imporre la sua linea al governo e chiaramente il M5S questo non lo può accettare. Se la Lega rimane attorno al 30% e il M5S tiene il governo reggerà, anche perché hanno di fronte la scelta del prossimo commissario europeo e più avanti l’elezione del Presidente della Repubblica nel 2022. Ma, soprattutto, dovranno rispondere alle critiche della Commissione europea sul bilancio”.

Quindi Salvini non romperà con i 5 stelle?

“I voti della Meloni a Salvini non bastano, hanno bisogno di 45 seggi fra Camera e Senato che non troveranno. L’unione Pd – M5S? È il grande errore del Pd e di Renzi aver accettato di andare all’opposizione. Era possibile negoziare un governo politicamente e numericamente. Zingaretti fa molto male a dire che non vuole provarci”.

In ultima battuta commento sugli exit poll olandesi, che vedono in vantaggio i laburisti:

“Credo che gli elettori abbiano capito che se vogliono un’Europa che va avanti devono votare a sinistra. I sovranisti, invece, hanno mostrato che la soluzione del sovranista italiano è diversa da quella del sovranista austriaco e francese”.

Pubblicato il 24 maggio 2019

 

 

Salvini non vuol farsi processare? Il motivo è solo uno. Ma il governo non deve cadere

 

Intervista raccolta da Antonella Loi

Il politologo Pasquino: “Si difenda nel processo e non dal processo. Poi eventualmente valuti il passo indietro”. Ma l’esecutivo deve stare in piedi

 

Matteo Salvini alla resa dei conti. La giunta per le autorizzazioni del Senato comincia l’analisi dei documenti che i giudici del Tribunale dei ministri di Catania hanno trasmesso con la richiesta di procedere per il caso della nave Diciotti, il pattugliatore della Guardia costiera ormeggiato nel molo di Levante del porto di Catania blindato per cinque giorni con 177 persone a bordo. Tutti migranti naufraghi, molti destinatari di protezione internazionale. Una bella gatta da pelare per il governo che prova a fare quadrato intorno al ministro dell’Interno. Il premier Giuseppe Conte si assume la responsabilità di quei fatti e il M5S, temporeggia davanti a un bivio: votare sì o no? Gianfranco Pasquino, politologo e professore emerito dell’Università di Bologna, sintetizza gli ultimi accadimenti in due parole: “Un grande pasticcio”.

Cosa non torna professore?
Dovrebbero uscirne come si fa nei Paesi decenti. E cioè il ministro che ha ripetutamente detto che non ha paura dovrebbe dire ai suoi senatori di votare per l’autorizzazione a procedere, dovrebbe difendersi nel processo e non dal processo. Le motivazioni che fino a adesso ha addotto sono veramente mediocri.

Perché?
L’esercizio dei poteri ministeriali: la funzione non è esente da errori e forse anche da violazioni della legge e quindi questo non vale e l’avere protetto un interesse nazionale è tutto da dimostrare. Bene, lo faccia nel processo.

Salvini prima ha detto sì poi no, ha subodorato le conseguenze di una possibile condanna?
Certamente ha sentito che le sue motivazioni erano debolissime, si è fatto consigliare da qualche magistrato e a questo punto ha fatto marcia indietro. Però non si governa e non si fanno azioni degne di merito sulla base di opportunismi. E in questo caso Salvini dimostra di essere un politico qualsiasi, opportunista, non andando di fronte ai giudici.

L’alleato di governo, il M5S sembra in grande difficoltà. Di Maio non ha sciolto la riserva, ma all’interno del movimento si contano già diversi esponenti che dicono di volersi appellare all’articolo 67 della Costituzione invocando la libertà di coscienza.
A me sta benissimo la libertà di coscienza, dopo di che dovrebbero anche spiegarci quali sono le conoscenze che li spingono a votare sì o no. In un caso o nell’altro dovranno dirci quali sono le motivazioni. Il punto fondamentale è: dove sta il famoso fumus persecutionis. Se i parlamentari del M5S pensano che ci sia un fumus persecutionis dei magistrati ai danni di Salvini ci spieghino dove sta.

Se il Senato dice sì all’autorizzazione a procedere, il governo cade?
Non dovrebbe cadere, questo è il punto rilevante. Cioè i magistrati ritengono che ci sia stata una qualche violazione di legge o di costituzione nell’operato del ministro? Questo riguarda un caso specifico. Dopo di che il governo va avanti. È il ministro a quel punto può dire mi sollevo dalle funzioni e, se ha un minimo di coscienza giuridica e politica, deve dire che il governo va avanti.

 Conte sostiene che la responsabilità sia collegiale.
“Quello che ha detto il presidente del Consiglio è gravissimo. Anche Conte dovrebbe sollevarsi dalle sue funzioni che tra l’altro esercita già abbastanza malamente. Quello era un atto del ministro, non credo che ci sia stata una delibera del governo su cosa fare con la nave Diciotti”.

 Eppure il ministro Toninelli ha assicurato che la decisione è stata presa di comune accordo.
Questo è tutto da provare, io non penso che sia così. Toninelli sta a sua volta cercando di salvare il ministro e a sua volta il suo posto di ministro.

 Entrando nel merito della richiesta della procura, Salvini aveva il potere di fare quello che ha fatto o è andato oltre i limiti delle sue funzioni?
Questo non lo so ed è per questo che Salvini dovrebbe andare davanti al giudice. Viene accusato di sequestro di persona? Va al processo e spiega perché secondo lui non lo era, inoltre deve dimostrare che quel tipo di decisione serviva a evitare mali peggiori. Ma lo deve provare nel processo. Bisognerebbe vedere le carte dei magistrati che i componenti della giunta per le autorizzazioni immagino stiano leggendo. Aspettiamo di sentire poi quali sono le controdeduzioni di Salvini.  

Pubblicato il 30 gennaio 2019

 

 

 

Processo o farsa

Il conflitto fra magistratura e politica è insito nelle democrazie. Sta in uno dei principi fondamentali dei regimi democratici: la separazione dei poteri. Correttamente intesa la separazione dei poteri conferisce ai politici il diritto che, spesso, è anche il dovere, di prendere le decisioni di loro competenza e ai magistrati (fino alla Corte costituzionale) il diritto/dovere di controllare che le decisioni politiche non vadano contro le leggi esistenti (che i politici potrebbero, eventualmente, se le considerano inadeguate, cambiare) e non violino la Costituzione. In questo insieme di rapporti sono coinvolte tutt’e tre le istituzioni centrali delle democrazie: legislativo, giudiziario e, poiché le decisioni più importanti le prendono i governi e i loro ministri, anche l’esecutivo. Dunque,i conflitti fra le tre istituzioni sono fisiologici. La degenerazione, ovvero la patologia, fa la sua comparsa quando i detentori di uno qualsiasi dei tre poteri tentano di coartare gli altri. Nel caso dei politici, questo avviene prevalentemente quando qualcuno di loro si pone al di sopra della legge. Nel caso dei magistrati quando un giudice tenta di usare la legge a suoi fini personali di pubblicità e carriera.

Nella richiesta dei magistrati di Catania di procedere contro Salvini per il reato di sequestro di persona per il diniego di attracco alla nave Diciotti che portava migranti, è possibile che quei magistrati cerchino pubblicità. Potrebbe anche essere pubblicità negativa se le autorità competenti non riscontreranno l’esistenza di un reato. Prima di allora, però, in un procedimento che, di per sé, è garantista, debbono essere compiuti due passi. Il primo passo è nelle mani del potere legislativo, più precisamente della Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato. Se la Giunta, collocata fra i magistrati di Catania e il Ministro degli Interni, concederà l’autorizzazione, il secondo passo toccherà al Tribunale dei Ministri.

Sembra che Salvini non veda l’ora di essere giudicato da questo Tribunale. Ha preso atto che senatori del M5S in Giunta voteranno per dare l’autorizzazione al suo processo e ha dichiarato di non avere nessuna preoccupazione e di volersi in effetti fare processare. Al proposito è già cominciata una non edificante manfrina. Berlusconi ha subito detto di essere garantista, il che, secondo lui, significa votare contro l’autorizzazione. I rappresentanti del PD voteranno per consentire a Salvini di essere processato. A questo punto, tutto diventa più chiaro, anzi, semplicissimo. Se Salvini è convinto della giustezza del suo operato e vuole non evitare il processo, ma andare a difendersi nel processo, rinunci apertamente all’immunità di cui gode. Lo faccia chiedendo ai suoi colleghi senatori della Lega di votare per concedere l’autorizzazione ai giudici. Sarà così evitata la farsa di un Ministro della Lega che vuole essere processato e dei senatori della Lega che votano contro la sua “esplicita” volontà, sottraendolo al processo

Pubblicato AGL il 29 gennaio 2019

“Lega e M5s? Non chiamateli populisti” #Intervista @Lettera43

 

Il Carroccio è “sovranista”, il Movimento “democraticista”. Salvini e Di Maio? “Hanno paura di scottarsi”. Dal “declino di Berlusconi” alla “incompetenza dei renziani”: il politologo a ruota libera.

Intervista raccolta da Attilio De Alberi

Dopo quasi due mesi e mezzo di stallo, l’Italia vede all’orizzonte un possibile governo grazie alla convergenza tra la Lega e il Movimento 5 stelle (M5s). A sentire le ultime dichiarazioni di Matteo Salvini, bisognerà aspettare ancora qualche giorno per sapere come andrà a finire e l’ipotesi di uno strappo non è da escludere, anche se Luigi Di Maio parla di un governo di legislatura in un’ipotetica Terza Repubblica. Diversi osservatori, tra cui il sociologo Domenico De Masi, che definisce questo potenziale governo come quello più a destra nella storia italiana dal 1946, prevedono che il M5s uscirebbe fagocitato dalla Lega di Salvini.

RISCHIO DISAFFEZIONE Secondo uno studio dell’istituto Cattaneo, il 45% tra i supporter del M5s – anche se questo insiste nel definirsi post-ideologico – è di sinistra; potrebbe dunque verificarsi un fenomeno di disaffezione di fronte all’alleanza con un partito dichiaratamente di destra come la Lega. Secondo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica presso l’Università di Bologna, siamo arrivati allo stato attuale delle cose “perché è crollato il sistema dei partiti, che ha avuto una botta fortissima da Berlusconi, e non si è mai più ricostituito”. Questo, dice a L43, “ci rende ‘eccentrici’ rispetto al resto dell’Europa, ed è difficile cambiare la politica di un Paese se non ci sono delle strutture che abbiano una ragionevole aspettativa di durare almeno 5-10 anni: senza di queste l’elettorato sarà sempre mobile, mutevole”.

A cosa è dovuto l’ennesimo ritardo nella formazione di un governo Lega-M5S, oltre al continuo mistero sul nome del candidato premier?

Le distanze programmatiche sono notevoli, i temi controversi molti, il nome del presidente del Consiglio non sanno neanche da parte cercarlo, i due capi politici hanno un’enorme paura di scottarsi. Il pentastellato Di Maio è capitato in una situazione molto più grande di lui e vorrebbe fondare una nuova Repubblica, quasi fosse un De Gaulle. Accà nisciuno è fesso.

È d’accordo con De Masi, che ha definito questo eventuale governo come quello più a destra in Italia dal 1946?

No. Questo è un governo nato dalla spinta al cambiamento espressa sia dalla Lega che dal M5s. Mi pare più una battuta propagandistica e sbagliata.

Però, anche se il M5s rifiuta tout court le categorie di destra e sinistra, la Lega rimane sempre, a modo suo, un partito di destra.

Sì, ma intanto la destra rappresentata da Berlusconi al governo non ci sarà.

Esiste comunque la possibilità che gli elettori del M5s che si definiscono di sinistra possano avere dei mal di pancia di fronte a questa alleanza?

Sì, ma si terranno comunque il loro mal di pancia, visto che lo scopo era quello di mandare al governo il Movimento. E prima di farsi venire il mal di pancia sarebbe meglio che vadano a leggersi i contenuti del programma concordato, per vedere se si avvicinano alle loro preferenze oppure no. Per valutare il sapore di un budino bisogna prima mangiarlo.

Sta dicendo che se si arriva ad un programma concordato sarà innovativo?

Sarà senz’altro innovativo, anche se non vuol dire necessariamente il migliore in assoluto: sarà comunque un compromesso e non è detto che sia meglio di quello dei governi precedenti.

Dal punto di vista socio-economico ci sono tre questioni sulle quali trovare una quadra: la legge Fornero, la proposta leghista della Flat tax e quella pentastellata del reddito di cittadinanza.

La legge Fornero non sarà abolita, ma al massimo ridimensionata, e quindi è da escludere un cambiamento drammatico. La Flat tax è un disastro epocale che però il M5s dovrebbe riuscire a contrattare, anche a livello di fondi. Se il M5s vuole portare avanti una qualche forma di reddito di cittadinanza dovrà trovare i fondi che, appunto, la Flat tax detrarrebbe dal bilancio dello Stato.

E rispetto al tema immigrazione?

Salvini è a favore di una posizione, il respingimento, non applicabile dal punto di vista tecnico. Quello che bisognerà fare è rivedere il Trattato di Dublino, in particolare la clausola secondo il quale il Paese di arrivo dei migranti è responsabile di tutto. Questa è la posizione del M5s e quindi bisognerà vedere dove si assesteranno dal punto di vista programmatico. La posizione sovranista di Salvini è quasi la peggiore in assoluto, però il problema immigrazione non può essere risolto com’è stato fatto finora. Ci vuole un cambio della politica europea: l’Italia da sola non ce la può fare.

A proposito di Europa, mentre la posizione del M5s è diventata ultimamente più malleabile, quella di Salvini rimane più anti-Bruxelles.

Salvini non è “più anti-Buxelles”: è un sovranista e, se potesse, farebbe uscire l’Italia dalla Ue. Se solo vedesse le difficoltà che ha comportato la Brexit, si renderebbe conto che la sua è una posizione velleitaria. Poi anche nel M5s ci sono degli elementi sovranisti. Sarà importante vedere chi viene messo come ministro degli Esteri. Se invece di Di Maio viene messo qualcuno con una visione più anti-europeista potrebbero esserci delle difficoltà. Non dimentichiamo però il warning lanciato da Sergio Mattarella in questo contesto: il nuovo governo non potrà assumere posizioni anti-Ue. Questa sua prerogativa sulla scelta dei ministri sarà chiave.

In generale, lei accetta la definizione del M5s e della Lega come movimenti populisti?

Io la respingo sia per il M5s che per la Lega. Salvini è un sovranista, ma non ha mai rifiutato la funzione delle istituzioni intermedie e non ha mai detto che il leader è il popolo, e riconosce un sistema giudiziario. Il vero populista era semmai Berlusconi che diceva: “Sono stato eletto dal popolo e quindi non possono giudicarmi”.

E il M5s?

Neanche il Movimento è populista. Certamente Beppe Grillo ha degli accenni populisti, ma Di Maio non può esser definito tale. Il M5s si è piuttosto incanalato in una deriva “democraticista”, ossia l’idea che tutti possano decidere su tutte le tematiche.

Rientra in quest’attitudine democraticista la proposta di far votare online sulla piattaforma Rousseau l’accordo con la Lega?
Si tratta di una mossa drammaticamente democraticista che merita tutte le nostre critiche.

Perché?

Non sappiamo esattamente come funziona questa piattaforma, chi la controlla e chi la manipola. Non è cattiva l’idea di far votare gli iscritti sul programma di governo. Anche l’Spd in Germania ha fatto delle votazioni online, ma quello è un partito vero, cosa che il M5s rifiuta di essere. Non sapremo da chi e da quanti verrà valutato il programma giallo-verde. Si tratta di un pasticcio di democrazia diretta.

Si dice che le percentuali di quelli che andranno in realtà a votare saranno minime.

Ma lo sono già state: 80 mila persone rispetto al numero di persone che vanno a votare è una percentuale infima. E rimane da vedere chi ha veramente accesso alla piattaforma Rousseau.

La cosiddetta “benevola astensione” di Berlusconi potrebbe implicare una sua influenza da dietro le quinte sul governo?

L’opposizione potrebbe farla dura, ma in ogni caso non ha i numeri. Se la Lega e il M5s riescono a rimanere compatti, qualsiasi opposizione si scontrerebbe contro la loro compattezza. E in ogni caso, seppur riabilitato, Berlusconi è in declino. Questo rimarrà comunque il migliore dei governi possibili per lui, perché non credo passerà una legge sul conflitto d’interesse, cosa assai più probabile nel caso di un governo M5s-Pd.

Veniamo alla sinistra. Si può dire che sia allo sbaraglio?

È più corretto dire che è allo sbando. Se poi per sinistra intendiamo LeU e Potere al Popolo possiamo dire che essa è quasi inesistente. Il Partito democratico è un esperimento praticamente fallito. E finché non si riprenderà da questo esperimento, rimarrà quello che è.

Cioè?

Un insieme sparso di persone, alcune delle quali ancora legate al passato, e nessuna in realtà capace di ricostruire quello che è necessario, ossia una presenza sul territorio. Il gruppo dirigente intorno a Matteo Renzi è fatto da persone incompetenti, ignoranti, con nessuna tradizione di sinistra, e che quindi non possono costruire una cultura politica di sinistra. Questo problema era già presente alla nascita del partito nel 2007, laddove mancò una seria discussione culturale. Al di là di qualche riscontro a livello elettorale, Renzi ha poi dato il colpo decisivo.

Pubblicato il 15 maggio 2018 su Lettera43

I cittadini eleggono il parlamento, non il governo #patriaindipendente

La pessima legge elettorale attuale. Il ruolo dei partiti. L’errore dei “sovranisti”. Come criticare l’Ue. Diritti e doveri secondo la Costituzione.

Quanto sbagliato e manipolatorio è attribuire la difficoltà di fare un governo alla Costituzione italiana! Sul banco degli incorreggibili imputati debbono stare coloro che nel corso di quasi quindici anni hanno scritto leggi elettorali non per dare buona rappresentanza politica ai cittadini italiani, ma per consentire ai capi partito e ai capi corrente di nominare i (loro) parlamentari. La legge Rosato è pessima non solo nel suo balordo mix maggioritario-proporzionale, ma, soprattutto, per la mancanza di voto disgiunto e per le candidature multiple. Nessuna legge elettorale delle democrazie parlamentari serve a eleggere il governo. Tutte eleggono più o meno bene un Parlamento che darà vita a un governo rappresentativo delle preferenze, degli interessi, persino dei valori dell’elettorato. Quel governo, inevitabilmente di coalizione, come i Costituenti sapevano e volevano, si regge, funziona e può essere sconfitto e sostituito da parlamentari consapevoli di potere e dovere operare senza vincolo di mandato, neppure del mandato imposto loro dai dirigenti di partito. Questo vale tanto per i parlamentari delle Cinque Stelle quanto per i parlamentari nominati da Renzi e da Berlusconi. Come sta scritto nell’articolo 49, debbono essere i cittadini, liberamente associati in partiti politici, a concorrere alla determinazione della politica nazionale. Rivendicare un primato dei partiti, oramai organizzazioni fatiscenti, inadeguate, personalizzate, non è il modo migliore per consentire ai cittadini di “determinare” la politica nazionale. L’esempio faticosamente emerso dal contesto tedesco nel quale, dopo essersi dichiarati all’opposizione in quanto sconfitti alle urne, i socialdemocratici hanno poi accettato di confrontarsi sui programmi con i democristiani e hanno infine sottoposto il testo del programma di governo ai loro iscritti dando loro il potere di approvarlo/rifiutarlo, dovrebbe essere fatto proprio da tutti coloro che desiderano una democrazia migliore.

Nell’epoca della globalizzazione nessuno può credere che rintanarsi negli angusti confini nazionali, vale a dire diventare “sovranisti”, consenta di avere politiche economiche, sociali, dell’immigrazione, della sicurezza preferibili a quelli che solo un’organizzazione sovranazionale potenzialmente federale come l’Unione Europea è in grado di formulare e di perseguire. Essere insoddisfatti di quel che l’Unione fa e non fa deve spingere ad agire con più forza a quel livello, non a ritrarsi e a chiamarsi fuori. Le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana e europea (che, probabilmente, non sono una delle letture fatte dai dirigenti di partito e dagli attuali parlamentari) costituiscono una testimonianza ammirevole di quanto importante fosse per loro la visione di un’Europa unificata per garantire pace e libertà. In larga misura, ma non del tutto, l’Unione Europea ha conseguito entrambi gli obiettivi. Dunque, la piena accettazione dell’appartenenza italiana alla UE anche nella prospettiva e nell’impegno a riformarla deve essere fatta valere, come chiaramente ha già detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nei confronti di chiunque intenda formare e fare parte del prossimo governo italiano. Il destino dell’Italia non è più soltanto nelle mani degli italiani, ma degli europei. Potremo plasmarlo con qualche successo agendo con impegno, con consapevolezza e con credibilità dentro le istituzioni europee.

Troppo spesso della Costituzione italiana si sottolinea l’ampia gamma di diritti esplicitamente introdotti e codificati dai Costituenti, mettendo in secondo piano i doveri degli italiani. Lo scriverò parafrasando il Presidente John F. Kennedy. “Non chiediamoci (soltanto) quello che la Repubblica [che, incidentalmente, è composta da tutti i cittadini italiani] può fare per noi, ma quello che noi possiamo fare per la Repubblica”. Allora, diventerà condivisibile e assolutamente importante che siano rimossi “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3). Sono parole elevate e impegni onerosi che possono trovare spazio nel programma di un governo che sottolinei l’assoluta priorità di creare posti di lavoro produttivo e di dare una rete di sicurezza a tutti, a cominciare dai giovani, con redditi di inclusione e/o di cittadinanza.

Chi ha a cuore le sorti della Repubblica sa che soltanto mantenendo fermi i principi ispiratori della Costituzione che risalgono all’antifascismo e alla Resistenza si ottiene il quadro nel quale si collocano buone coalizioni di governo in grado di tradurre quei principi in politiche pubbliche che rispondano alle esigenze della cittadinanza. La rispondenza non sarà mai completa e perfetta, ma i Costituenti sapevano, come scrisse Piero Calamandrei, di avere dato vita a una Costituzione “presbite”, che guarda avanti e vede meglio lontano. Anche la capacità di progettare il futuro possibile dovrebbe essere un criterio da utilizzare nella formazione del prossimo governo.

Pubblicato il 24 aprile 2018