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Rosato in processione: manipola o davvero non sa di che parla?

Continua la processione nelle sette chiese televisive (e in qualche parrocchia radiofonica) dell’autore della Legge Rosato. Praticamente senza contraddittorio, il rieletto on. Rosato vanta i “magnifici effetti e progressivi” di una legge che a più di due settimane dal voto non consente ancora di conoscere tutti gli eletti, pardon, i nominati. Paragona con sprezzo del ridicolo il Rosatellum: 1/3 maggioritario, 2/3 proporz, senza voto disgiunto, con il Mattarellum: 3/4 maggioritario, 1/4 proporz con voto disgiunto. Scusate se è poco.

 

Dubbi e inciampi dei professionisti delle previsioni #ElezioniPolitiche2018

“Grande è la confusione sotto il cielo” (dei commentatori e editorialisti del Corriere della Sera) direbbe il compagno Presidente Mao Tse-tung che leggeva i quotidiani internazionali di qualità. Un po’ dovunque le elezioni italiane sono viste con preoccupazione pari all’incertezza dell’esito. I capitalisti non gradiscono situazioni imprevedibili, ma certo non possono essere rassicurati dalla lettura dei paragoni storici formulati negli ultimi mesi, con un crescendo, dal Corriere della Sera. La legge elettorale Rosato fu salutata, erroneamente, come il ritorno della proporzionale, mentre la legge contiene addirittura più di un terzo di seggi assegnati con metodo maggioritario. Paolo Mieli e altri evocarono per l’Italia un destino simile alla tragica caduta della Repubblica di Weimar (1919-1933) addebitata alla legge proporzionale senza tenere in nessun conto né il contesto dell’Europa fra le due guerre né “le conseguenze economiche della pace”, come scrisse Keynes, né lo scontro fra partiti anti-sistema, nazisti e comunisti. Qualche giorno fa è stato Aldo Cazzullo a esibirsi in un’audacissima comparazione fra le elezioni del 18 aprile 1948 quando non Stalin, ma Dio, come sosteneva la propaganda cattolica, vedeva cosa facevano gli italiani nelle urne. È sicuro che non esiste nessun Stalin redivivo anche se Putin qualche nostalgia deve averla, mentre è molto probabile che Dio abbia priorità diverse rispetto al controllo del voto di italiani molto meno cattolici del 1948 e orfani della Democrazia cristiana. Nel frattempo, Mieli ha cambiato prospettiva e ha recuperato un’altra elezione italiana importante quella del 16 novembre 1919 quando fu utilizzata per la prima volta una legge proporzionale in nessun modo simile alla Legge Rosato, in quanto, fra l’altro, priva di qualsiasi componente maggioritaria. In realtà, lo “sfondamento” elettorale fascista, numericamente non molto consistente, 35 deputati, avvenne nelle elezioni del 1921. Tutto questo si produceva all’insegna della crisi del blocco liberale che Giolitti aveva sapientemente costruito e tenuto insieme per un paio di decenni e dell’incapacità dei Socialisti e dei Popolari di trovare un accordo di governo. Non è chiaro quale messaggio Mieli intenda mandare anche al suo collega Cazzullo che, paradossalmente, sembra più ottimista. Infatti, nel 1948 vinse la “forza tranquilla”, ma severa, di De Gasperi (più uomo di governo e statista di Gentiloni) che sconfisse le forze anti-sistema guidate dal Partito Comunista. Mieli lascia intendere che nuove elezioni, dopo quelle di marzo che lui immagina inconcludenti, logorerebbero l’elettorato forse spingendolo ancora di più nelle braccia di chi è contro il sistema, come il Movimento Cinque stelle. Questi articoli e molti dei commenti pubblicati negli ultimi sette-otto mesi hanno basi storiche fragilissime. Sembrano mirare a incentivare comportamenti elettorali che rafforzino il centro, forse il PD, forse anche Forza Italia, quando Berlusconi non s’accoda a Salvini, come gli è già capitato un paio di volte. Rivelano anche una grande sfiducia sia nella classe politica e persino nel Presidente della Repubblica sia nelle istituzioni della democrazia parlamentare italiana. Insomma, come direbbero gli inglesi (che, nel frattempo, hanno una grossa gatta da pelare che si chiama Brexit), sono parte del problema non della soluzione. Per prospettare e impostare qualsiasi soluzione continua a essere preferibile attendere l’esito delle elezioni, contare i seggi, valutare le eventuali coalizioni di governo, i loro programmi e le persone che sarebbero incaricate di attuarli, fare pieno uso della flessibilità che è il pregio maggiore delle democrazie parlamentari. Dubbi paragoni storici non aiutano per nulla questa ricerca. Meglio sarebbe ricordare a tutti che l’Unione Europea può essere una reale e solida ancora di sicurezza per l’Italia anche se, ovviamente, come scrisse Cesare Pavese, “chi non si salva da sé nessuno lo può salvare”.

Pubblicato AGL 14 febbraio 2018

Così il “Mattarellum” incoraggia il bipolarismo

Corriere della sera

Non è bizzarra l’aspettativa che i partiti esistenti tentino strenuamente di difendere se stessi di fronte a qualsiasi riforma elettorale e, se possibile, mirino ad avvantaggiarsene. E’ sbagliato, però, molto sbagliato, pensare che buone leggi elettorali, una volta congegnate, siano del tutto dominabili dai partiti e non abbiano effetti significativi su ciascuno di loro, sul sistema dei partiti, sulle modalità di competizione. Quando, poi, dalla teoria si scende alla pratica, allora i ragionamenti dovrebbero fare riferimento alle realtà conosciute e certificate. Ad esempio, il Mattarellum non fu elaborato per difendere e neppure per configurare il bipolarismo. Sicuramente, i referendari e i molti milioni di elettori che nel fatidico 18 aprile 1993 approvarono il quesito erano interessati al bipolarismo poiché desideravano fortemente costruire le condizioni elettorali dell’alternanza. Altrettanto sicuramente, però, non fu un fantomatico e inesistente bipolarismo, tantomeno parlamentare, a dare vita al Mattarellum.

Difficile dire esattamente quanti poli esistessero nel Parlamento eletto nel 1998, forse almeno quattro: Movimento Sociale, Lega Nord, Democristiani, Partito democratico della Sinistra (più Verdi e Rifondazione Comunista, forse la seconda anch’essa considerabile come polo). Eppure, furono quei molti poli ad approvare, sotto la costrizione del successo referendario, il Mattarellum. Ovviamente mai bipolaristi, i Democristiani neppure erano interessati a una legge elettorale in grado di favorire l’alternanza che, notoriamente, diventa più facile se il sistema dei partiti si approssima al bipolarismo. Tuttavia, se il Mattarellum non fosse (stato) un sistema elettorale tre quarti maggioritario applicato in collegi uninominali, la comparsa del bipolarismo sarebbe stata alquanto improbabile. Anzi, i Democristiani variamente diventati Popolari si comportarono come se fosse possibile mantenere/avere un sistema tripolare nel quale loro, collocati al centro, avrebbero deciso le alleanze di governo.

La spinta decisiva al bipolarismo la impresse, più di chiunque altro, Silvio Berlusconi che comprese rapidamente la necessità di costruire coalizioni in grado di presentare e sostenere un unico candidato nei collegi uninominali. Al Nord fece il suo debutto il Polo della Libertà: Forza Italia più Lega Nord. Nel Centro e nel Sud, il Polo del Buongoverno mise insieme Forza Italia e la neo-trasformata Alleanza Nazionale. I Popolari ebbero un esito disastroso. Sia il fautore dei collegi uninominali, Mariotto Segni, sia il relatore della legge che porta il suo nome, Sergio Mattarella, furono sconfitti nei loro collegi uninominali, ma rieletti grazie al recupero proporzionale (con le modalità apposite, scheda separata e candidature bloccate, disegnate per la Camera dei Deputati) e il partito nel suo insieme risultò irrilevante.

L’obiezione, troppo spesso pappagallescamente ripetuta, che il Mattarellum non è adatto ad un sistema partitico tripolare, è sostanzialmente sbagliata. Che uno o due dei poli esistenti non voglia il Mattarellum è plausibile, forse anche comprensibile, anche se discende da gravi difetti di miopia politica. Peraltro, nell’attuale Parlamento i poli sono più di due, almeno quattro: Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle, Lega Nord (più, forse, Fratelli d’Italia) e Forza Italia, se non addirittura cinque qualora comparisse un’aggregazione di sinistra. La riproposizione del Mattarellum, con qualche correzione, ad esempio, per impedire le liste civetta, obbligherebbe a formare aggregazioni. Insomma, darebbe una forte spinta in direzione del bipolarismo, naturalmente penalizzando in maniera anche molto significativa chi non cercasse oppure non volesse alleati. Concludendo, il Mattarellum incentiva in maniera importante il bipolarismo e dovrebbe essere sostenuto da chi il bipolarismo desidera davvero. A non volere il Mattarellum sono i nemici del bipolarismo, che provengano dai ranghi dei sostenitori ipocritamente pentiti dell’Italicum oppure da quelli dei fautori di un sistema proporzionale, non tedesco, che nessun “latinorum” potrebbe legittimare e lustrare. Rimane, però, che chi voglia ristrutturare il sistema dei partiti italiani deve sapere che, se respinge il Mattarellum, non gli resterà che fare affidamento su leggi proporzionali purché dotate di alte soglie percentuali per l’accesso al Parlamento. Riuscirà ottenere qualche miglioramento rispetto alla situazione attuale, ma sarà molto improbabile che pervenga al bipolarismo.

Pubblicato il 5 gennaio 2017

VIDEO Legge elettorale e riforma costituzionale: gli effetti della combinazione

 

REGGIO EMILIA. 16 Luglio 2016. Gianfranco Pasquino, docente della Johns Hopkins University in “Legge elettorale e riforma costituzionale: gli effetti della combinazione“, prima sessione delle Lezioni di diritto costituzionale per un voto consapevole, al PolitiCamp2016, prima tappa del Tour #RiCostituente di Possibile.

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È quel che si poteva fare? Dialogo breve sulle riforme. Pasquino intervista Napolitano

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Il Presidente Emerito Giorgio Napolitano ha accettato di rispondere ad alcune domande di Gianfranco Pasquino, professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Siamo onorati di pubblicare in esclusiva questo scambio nella convinzione che sia utile a tutti per farsi un’idea delle motivazioni e delle conseguenze delle riforme costituzionali che saranno prossimamente sottoposte a referendum.

Da due diverse prospettive, lo scienziato della politica di fama internazionale e il politico che ha attraversato da protagonista tutte le stagioni della politica italiana dagli Anni ’50, ci incoraggiano a saperne di più sulla riforma. A tal scopo, vi proponiamo una tavola sinottica degli articoli modificati prima e dopo la revisione, Cancellazioni e modifiche della Costituzione proposte dalla legge Renzi-Boschi, il documento Le ragioni del Sì e l’Appello dei costituzionalisti per il NO.

Contiamo sulla generosità e la disponibilità dei due eccellenti interlocutori per approfondire questioni cruciali qui appena sfiorate: se davvero sarà possibile e facile correggere in seguito gli errori della riforma Renzi-Boschi data la asserita complessità delle procedure di revisione costituzionale, quale dovrebbe essere “la nuova forma di governo parlamentare” di cui parla Napolitano e se già esistono altrove in Europa modelli apprezzabili dai quali imparare.

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Roma 18 luglio 2016

Nella tua lunga esperienza legislativa come parlamentare, come capogruppo, come Presidente della Camera dei deputati, come ministro, come Senatore e, infine, come Presidente della Repubblica, è capitato spesso che il Senato si sia rivelato causa di intoppi, errori, ritardi?

Nella mia lunga esperienza non ho mai considerato il Senato come colpevole di “intoppi, errori, ecc.”; e non è questo né la motivazione né l’oggetto della riforma costituzionale ora sottoposta a referendum. Quel che è in questione è la necessità – da lungo tempo avvertita e argomentata – del superamento di un bicameralismo paritario che, esso sì, è stato causa di gravi disfunzioni istituzionali.

Tralasciando la mancanza di una maggioranza, da attribuire alla legge elettorale, nel Senato eletto nel febbraio 2013, puoi citare dei casi precisi di inconvenienti e ritardi legislativi particolarmente eclatanti?

Gli inconvenienti notori e gravi del nostro bizzarro bicameralismo sono stati quelli del grave ostacolo rappresentato dalla lunghezza e tortuosità del processo legislativo, costretto al fenomeno di navette spesso defatiganti tra i due rami del Parlamento.

E quante volte la doppia lettura ha migliorato la legislazione, magari anche consentendo al governo di imparare, di recuperare e di fare meglio?

Il nostro Senato non è mai stato una seconda Camera “di riflessione” utile per correggere scelte infelici o errori compiuti dalla Camera dei Deputati. Le leggi sono state – sulla base di un meccanismo quasi del tutto casuale – assegnate in prima lettura all’uno o all’altro ramo. E in generale, più che una limpida tendenza migliorativa, quel che ha alimentato la doppia, e magari terza o quarta, lettura, è stata – oltre che la frequente interferenza di manovre di partito e di corrente – una logica di prestigio e concorrenziale tra Camera e Senato per imprimere ciascuno un proprio segno o avere l’ultima parola su ogni legge o almeno su quelle più “sensibili”.

Non pensi che le procedure complesse di richiami e di doppie letture previste nella riforma culmineranno in molte tensioni, in molti scontri, in ricorsi alla Corte costituzionale e finiranno in quella che altrove ho definito deriva confusionaria? – Non temi una varietà di conflitti fra Stato e regioni, fra Camera e Senato, fra i senatori e i consigli regionali che li hanno nominati, fra i sindaci e i loro consigli comunali?

Mi pare gratuito il drammatizzare che tu fai in entrambe queste domande dei rischi di tensioni e di scontri dinanzi alla Corte Costituzionale, e di ogni sorta di conflitti tra poteri e tra soggetti istituzionali. Di fronte a ogni innovazione, la “paura dei pericoli” è puro fattore di paralisi. Quel che della riforma risulterà da correggere alla luce dell’esperienza potrà essere corretto. L’importante è ora non restare bloccati in antiche contraddizioni.

Ritieni opportuno che un Senato di nominati partecipi all’elaborazione e all’approvazione delle revisioni costituzionali? E perché?

Trovo demagogicamente polemico parlare di “un Senato di nominati”. I nuovi senatori, tranne quelli nominati dal Presidente della Repubblica, saranno “eletti” (art.2 della legge di riforma) da Assemblee rappresentative pienamente legittimate dal punto di vista democratico.

Pensi che sia corretto dare al Senato delle autonomie fatto di cento nominati il potere di eleggere due giudici costituzionali? Ti risulta qualcosa di simile per altre seconde Camere non elette dai cittadini?

Puoi su questo punto esprimere dissenso, ma non credo abbia senso il confronto con “altre seconde Camere non elette dai cittadini” in Europa.

E’ opportuno che a rappresentare le autonomie ci siano anche cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica (per meriti sociali, artistici, scientifici e letterari). Dovrebbero avere meriti regionalisti e federalisti oppure competenze europee visto che di Europa dovranno occuparsi?

Il nuovo Senato ha un complesso di funzioni per cui può risultare assai utile il contributo di personalità di molteplici esperienze e competenze, pienamente comprese nella definizione di cui all’art. 3 della legge di riforma.

Non vedo nulla nel pacchetto Renzi-Boschi che riguardi concretamente e direttamente il rafforzamento del potere decisionale del governo? Qual è la tua opinione?

Il ruolo del governo è destinato certamente a rafforzarsi rendendo più spedito, lineare e sicuro nei suoi tempi di svolgimento e conclusione, il processo legislativo. Per non parlare del fatto che si rafforza la stessa possibilità di dar vita ad un governo attribuendo alla sola Camera dei deputati l’investitura, con la fiducia, dell’esecutivo.

Pensi che questo rafforzamento conseguirà dall’Italicum rispetto al quale hai peraltro detto che bisogna attendere “opportune verifiche di costituzionalità”?

Non aggiungo nulla in questo momento a ciò che ho dichiarato in Senato circa l’esigenza di prestare attenzione a preoccupazioni espresse da varie parti sulla legge elettorale “Italicum”.

Ti sei ripetutamente “speso”, a mio parere anche troppo, in difesa e a sostegno di queste riforme. Sono davvero le riforme che avresti fatto tu, capo del governo?

In qualunque mia posizione istituzionale avrei sostenuto una riforma che conduca – per usare una sapiente espressione di Leopoldo Elia – a una nuova forma di governo parlamentare. Ed è questa la direzione in cui va la riforma approvata dal Parlamento.

Infine, una curiosità personale-istituzionale alla quale puoi anche decidere di soprassedere. Fin dalla Commissione Bozzi (1983-85) ho molto detto e scritto e qualcosa ho anche fatto, promuovendo i referendum elettorali, in materia di istituzioni e di leggi elettorali. E’ troppo chiederti come mai non ho ricevuto nessun apprezzamento da te, ad esempio, per la mia battaglia a favore di una legge elettorale davvero maggioritaria come il doppio turno francese in collegi uninominali?

Non ho mai ignorato ma sempre seguito con apprezzamento, come ben sai, le tue iniziative e battaglie. Ma tu ti sei sempre mosso – in quanto studioso temporaneamente (per oltre dieci anni) prestato alla politica e al Parlamento – da libero battitore; mentre io ho sempre operato fino al 1992 da dirigente del PCI, cercando di influenzarne le posizioni e riconoscendomi nelle sue scelte, comprese quelle sostenute nella Commissione Bozzi. Da Presidente della Camera mi adoperai per favorire una riforma elettorale in senso maggioritario e fondata sui collegi uninominali: l’intesa risultò possibile però sul sistema costruito con la legge Mattarella, mentre l’ipotesi del doppio turno alla francese naufragò sullo scoglio della indicazione della soglia (in Francia molto elevata) per l’accesso al secondo turno. E da Presidente della Repubblica ho guardato positivamente al tentativo portato avanti fino all’estate 2012 nella Commissione Affari Costituzionali del Senato per un sistema analogo a quello spagnolo, ma allora tanto il centrosinistra quanto il centrodestra rimasero attaccati all’istituto del premio di maggioranza sia pure – dopo la sentenza della Consulta – ancorato ad una soglia adeguata di consensi ricevuti dagli elettori. Poi questa storia l’ho raccontata al Parlamento nel mio discorso dell’aprile 2013.

Pubblicato il 20 luglio 2016

Banchieri incostituzionali. Non mettete la Costituzione nelle mani dei banchieri!

La terza Repubblica

L’avv. Giovanni Bazoli, presumo laureato in Giurisprudenza, che cita come suo maestro il giuspubblicista Feliciano Benvenuti, riesce a definire per tre volte “perfetto” il bicameralismo italiano (Al referendum meglio votare Sì. O dovremo dire addio alle riforme, Corriere della Sera, 14 luglio, p. 15). L’intervistatore, Aldo Cazzullo, non lo può correggere dato che anche lui usa il termine perfetto in una domanda. Naturalmente, la Costituzione non si riferisce mai al bicameralismo con l’aggettivo perfetto che potrebbe essere correttamente utilizzato per definire il funzionamento di una struttura (ma allora sarebbe davvero da stupidi riformare una struttura che funziona in maniera “perfetta”). Se non si vuole confondere il funzionamento con la struttura, allora, strutturalmente, il bicameralismo italiano è paritario, indifferenziato, simmetrico. Comunque, non solo il Bazoli si dice favorevole alle riforme, ma cita solo quella del bicameralismo senza spiegare perché sarebbe buona, utile, in grado di fare funzionare meglio il sistema politico.

Come altri che ne sapevano/sanno poco quanto lui, non è convinto dalla bontà della legge elettorale rispetto alla quale inanella una serie di strafalcioni da fare invidia a molti degli stessi proponenti e difensori dell’Italicum. Sostiene che il premio di maggioranza sarebbe del 15 per cento (e lo considera non “ragionevole”) con riferimento ad un 40 per cento (nella versione iniziale un cervellotico 37,5 non, come dice Bazoli, 37) che nessun partito, da solo, riuscirà a conseguire. Il premio va parametrato sul voto sincero al primo turno cosicché, se chi vince al ballottaggio aveva ottenuto il 30 per cento al primo turno, il suo premio in seggi sarà del 25 per cento, un premio ancora meno ragionevole. Afferma, come altri prima di lui, per esempio, Eugenio Scalfari, che persino la legge truffa sarebbe preferibile poiché attribuiva un premio di 5 punti alla coalizione che avesse “conquistato la maggioranza assoluta dei voti”. Giusto il premio alla coalizione giunta alla maggioranza assoluta, ma quel premio non era affatto di 5 punti bensì consegnava a quella coalizione i due terzi dei seggi, quindi con un premio variabile, fino al 16 per cento circa.
Anche Bazoli si dice favorevole al doppio turno francese in collegi uninominali, sostenendo che fu “escogitato” in una non meglio definita “fase di transizione dal proporzionale al maggioritario”. Non so che cosa significhi “fase di transizione”, ma dà l’idea di un periodo di tempo non breve. So che il sistema maggioritario, fortemente voluto da de Gaulle, accompagnò l’instaurazione della Quinta Repubblica, e fu immediatamente utilizzato senza nessuna transizione. Infine, Bazoli si esibisce anche su uno scenario controverso fatto balenare da Renzi e dai renziani di tutte le ore.

Perso il referendum che il giovane Premier ha un “pochino” personalizzato, non si potrebbe neanche andare alle urne (a parte che non è chiaro perché si “dovrebbe” andare alle urne: la legislatura finisce nel febbraio 2018). “Il Paese si troverebbe in una situazione veramente drammatica di impasse costituzionale. Il Presidente della Repubblica non avrebbe di fatto la possibilità di indire nuove elezioni finché non fossero riformati i sistemi elettorali di entrambe le Camere”. Il Presidente della Repubblica non ha nessuna necessità di sciogliere le Camere a meno che, in maniera proterva e dissennata, il Partito democratico non impedisca la formazione di un nuovo governo. Il resto anche Bazoli potrebbe affidarlo ai parlamentari e alla loro coscienza e scienza (sic). Potrebbero fare rivivere con due tratti di penna il Mattarellum (che tanto caro fu al Presidente Mattarella, o no? ) oppure intervenire sull ‘Italicum dalle molte magagne tardivamente scoperte oppure impiegare il loro tempo ad importare il doppio turno francese senza introdurvi clausolette furbacchiotte. Politici decenti non creano e non approfondiscono “drammatiche crisi istituzionali”. Offrono soluzioni praticabili.

Pubblicato il 14 luglio 2016

L’Italicum e i cavoli a merenda

Il fatto

Sta scritto in molti libri di politologia (non in tutti) e adesso anche nel Rapporto del Centro Studi di Confindustria, che un uomo solo, solo lui, in Italia, anzi, al mondo, può assicurare la governabilità: Matteo Renzi. Però, aggiunge zelante il Prof. D’Alimonte (Sole24Ore, 1 luglio, ma anche pervicacemente in circa venti articoli precedenti) la salvezza è possibile soltanto se si voterà con l’Italicum. Infatti, il resto del mondo, Germania über alles, è sempre afflitto da pesantissime, insormontabili crisi di governabilità con effetti disastrosi sulle loro economie. Una volta attuato l’Italicum, tutti in Italia pasteggeranno a latte e miele. In caso contrario, sostiene Confindustria, gli italiani saranno costretti a brindare con la cicuta.

Comparando i cavoli a merenda (l’Italicum) con lo champagne (doppio turno in collegi uninominali) e con il whisky (maggioritario in collegi uninominali), il D’Alimonte sentenzia che il “collegio uninominale non assicura la governabilità”. Seguono scene strazianti non soltanto in Francia, ma in tutte le democrazie parlamentari anglosassoni dall’Australia al Canada, dalla Nuova Zelanda all’India (eh, sì: dal giorno dell’indipendenza gli indiani votano proprio con il sistema inglese). Invitato in un tour a pagamento il D’Alimonte sta convincendo governi e parlamenti di quelle sventurate democrazie instabili e bloccate, spesso inciucianti, ad adottare l’Italicum. Presentando loro qualche numeretto che, bontà sua, ammette potrebbe cambiare a seconda dell'”offerta politica”, la quale non solo ovviamente cambierebbe con qualsiasi nuovo sistema elettorale, ma influenzerebbe in maniera significativa anche la risposta degli elettori, il Professore della LUISS argomenta la superiorità dell’Italicum che è meno disproporzionale dei sistemi maggioritari. Però, un po’ dolorosamente, deve concedere che anche i sistemi elettorali maggioritari danno vita a governi, per di più, maledettamente stabili.

Quello che gli sfugge del tutto riguarda la selezione dei parlamentari, peraltro, considerata giustamente irrilevante da chi vuole dare il potere ad un omino che quando non è solo è male accompagnato. Nei maggioritari, francese e inglese, non esistono le candidature multiple (graziosamente, l’Italicum le concede soltanto in dieci circoscrizioni, mentre con il Porcellum erano possibili in tutte le circoscrizioni). Non esistono le liste bloccate, ma tutti i candidati, anche quelli in collegi ritenuti sicuri, dappertutto divenuti molto rari, sono comunque costretti a confrontarsi con l’elettorato, prima e dopo l’elezione. Insomma, i collegi uninominali sono competitivi, con rischi per i candidati e opportunità per gli elettori.

Ovunque, nelle democrazie, la governabilità non è risolta semplicemente gonfiando in maniera artificiale una maggioranza relativa, ma nell’Italicum i numeri sono quasi tutto. Non solo quelli che dicono che il vincente avrebbe “appena” 24 seggi più della maggioranza assoluta alla Camera, ma quelli che evidenziano che un vincitore con meno di 30 per cento dei voti al primo turno vedrebbe quasi raddoppiato il numero dei seggi dopo il ballottaggio. Dopo tanti anni di lamentele sulla crisi di rappresentanza, dopo l’esplosione di critiche alle elite che, Brexit docet, non conoscono il loro popolo, l’Italicum non s’interessa in nessun modo alla qualità (e alla rappresentatività) dei parlamentari che saranno nominati/eletti. Il sistema elettorale Renzian-Dalimontiano da definire con precisione “proporzionale con premio di maggioranza” è qualitativamente diverso dai maggioritari, ma, soprattutto è sostanzialmente inadeguato ad affrontare qualsiasi crisi di rappresentanza.

Pubblicato il 3 luglio 2016