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Illuminare l’Europa e il suo/nostro futuro (… e vincere delusione, sconcerto e irritazione per la conferenza istituzionale del Ministro Moavero Milanesi)

Ho assistito alla conferenza istituzionale (sono definite così) tenuta dal Ministro degli Affari Esteri Enzo Moavero Milanesi all’Accademia dei Lincei l’11 gennaio 2019. Non posso e non voglio sintetizzarla qui. Credo che sia disponibile sul sito. Qui scriverò poche osservazioni. No, non si comincia nessuna conferenza sul futuro dell’Europa menzionando l’aspirazione di Napoleone Bonaparte a riunificare, lo sappiamo, con la spada e con il fuoco, il continente: non propriamente una procedura raccomandabile. Secondo Moavero, anche Hitler va menzionato fra coloro che avevano l’obiettivo di una Europa unita (ma il Terzo Reich era molto più ambiziosamente al di sopra della semplice Europa). Lev Davidovic Bronstein, detto Trotsky, la cui straordinaria biografia scritta da Isaac Deutscher sto leggendo, ha protestato formalmente in più lingue, sostenendo a ragione che la sua rivoluzione permanente avrebbe dato vita ad una Europa unita dalla classe operaia. Al moderato Stalin di Europa ne bastò metà. La smetto qui con il sarcasmo, ma chiedo: possibile che lo staff del Ministro non gli abbia detto che il grande storico Federico Chabod, autore di un prezioso volume: Storia dell’idea d’Europa (1961), fu socio dei Lincei?

La dimenticanza di Altiero Spinelli, se voluta gravissima, se casuale ancora peggio per chi di Europa si è già occupato professionalmente (Ministro degli Affari Europei nei governi Monti e Letta) è clamorosa. Non uso altri aggettivi, ma, forse, è anche significativa. Credo si debba trarne la conclusione che Moavero respinge, senza neppure sentire il bisogno di contro-argomentare, la prospettiva federalista alla quale Spinelli si dedicò anima e corpo nella seconda parte della sua vita. Nella prima aveva combattuto il fascismo fino a essere condannato a molti anni in carcere e poi al confino dove, appunto, con Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, scrisse il Manifesto di Ventotene (1941), testo fondamentale dell’europeismo federalista.

Il titolo della conferenza faceva sperare che il Ministro avrebbe davvero parlato del futuro dell’Europa, dei futuri possibili dell’Unione Europea il cui Parlamento sarà (ri)eletto a fine maggio. Praticamente, neanche una parola. Eppure, non sarebbe stato fuori luogo confrontarsi con i cinque scenari formulati dal Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker il giorno del 60esimo anniversario del Trattato di Roma, 25 marzo 1957. Dire perché alcuni no, qualcuno sì e come l’Italia, che non si esaurisce nel governo giallo-verde, dovrebbe avere un ruolo anche propositivo per l’Europa, quella Utopia in costruzione, titolo di un volume del 2018 di cui Moavero è stato condirettore,unitamente a Giuliano Amato, Lucrezia Reichlin e chi scrive, pubblicato dalla Enciclopedia Italiana. Non sono soltanto deluso; sono sconcertato e profondamente irritato.

Salvini prepara l’offensiva europea, ma dov’è l’opposizione?

Il commento di Pasquino

Attento lettore del Manifesto di Ventotene, libro di culto che portava regolarmente sui banchi del Parlamento Europeo (le poche volte che lo ha frequentato), Matteo Salvini ne ha tratto la lezione centrale: la nuova linea divisoria non passa più fra destra e sinistra (Spinelli non poteva sapere che la sinistra si sarebbe suicidata), ma fra coloro che sono a favore dell’unificazione politica sovranazionale e coloro che difendono i nazionalismi. Il suo annuncio di Pontida che comincia la cavalcata che porterà i sovranisti di tutta Europa a conquistare la maggioranza nelle elezioni del maggio 2019 ne è la logica conseguenza, forse, almeno embrionalmente, anche la conseguenza politica.

La Lega delle Leghe è un progetto ambizioso. Troverà certamente delle sponde importanti nel gruppo di Visegrad fra coloro che, ma Salvini non sembra curarsene, non hanno nessuna intenzione di accettare la ricollocazione dei migranti arrivati in Italia. Governanti e maggioranze che, più in generale, sono interessati a trarre profitto dalla loro partecipazione all’Unione Europea senza pagarne i costi. Se, però, l’Unione Europea si disintegrasse nessuno di quei paesi riceverebbe più i fondi da loro ampiamente utilizzati nei più di dieci anni di appartenenza alla UE. Non sarebbero neppure da escludere conflitti fra sovranisti sull’eredità della UE.

Non è difficile prevedere che nazionalisti, sovranisti e protezionisti si scontrerebbero rapidamente. Questa è la loro storia. Questa fu anche la motivazione più forte a fondamento della nascita della CECA e poi via via di tutte le organizzazioni europee variamente denominate: porre fini alle guerre (anche commerciali). Se dall’altra parte (c’è, vero?, un’altra parte) qualcuno vuole costruire un fronte opposto, ma lo chiama pudicamente “repubblicano” e non, invece, europeo, allora il contrasto a Salvini e alle sue amiche leghe, sarà titubante, altalenante, non convincente. Eppure, dovrebbe essere chiaro che nessuno dei problemi nazionali può trovare una soluzione duratura nei sacri confini delle piccole patrie.

Gli antagonisti di Salvini non debbono, però, limitarsi a dire “non funziona”. Devono dire come la loro proposta alternativa può funzionare, trovare alleati (non rallegrandosi che anche altrove hanno simili problemi) e battersi di conseguenza. Rodi è ancora tutta qui. Non vedo i “saltatori”.

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica

Pubblicato il 2 luglio 2018 su formiche.net

Dall’Euro all’Europa federale PER UN’EUROPA POLITICA #Bologna #4giugno

Il sogno e il progetto di un Europa unita concepito nel Manifesto di Ventotene da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, oggi si è tramutato in un inquieto ed instabile processo di integrazione. L’Europa della sola moneta e della burocrazia Intergovernativa appare sempre più inadeguata alla complessità della crisi e alla profondità delle differenti condizioni di vita dei popoli in Europa e di quelli intorno ad essa. Come ridare nuovo slancio e cosa cambiare? Rinnovamento o rifondazione?

lunedì 4 giugno 2018
ore 20,45
Centro Costarena
via Azzogardino, 48 – Bologna

intervengono

Gianfranco Pasquino
Prof. Emerito di Scienza Politica

Elly Schlein
europarlamentare S.&D.

 

L’Europa in trenta lezioni

Europa: non basta discutere del 3%, conta il circuito decisionale

Non sono sicuro che, come hanno profetizzato Altiero Spinelli e Ernesto Rossi nel Manifesto di Ventotene, la distinzione destra/ sinistra sia già stata sostituita da quello pro-Europa/contro l’Europa, o, in termini attuali Europeisti/Sovranisti. In Francia, grazie a Macron, è stato così, molto più che altrove. In Italia, soltanto una reale, non opportunistica, virata del PD potrebbe aprire, anche sulla spinta dei radicali, la strada che resta lunga e accidentata dovendo anche scalare la montagna del debito pubblico.

Le sinistre. Con la socialdemocrazia per andare oltre

Mi ricordo di avere letto un breve, ma intenso scritto (che si trova in un suo libro adesso a Nova Spes) [NdR il prof. Pasquino ha donato alla biblioteca della Fondazione Nova Spes circa 4.000 volumi di scienza politica] del grande sociologo tedesco-poi-britannico Ralf Dahrendorf, nel quale sosteneva, con apprezzamento, quasi ammirazione, che il XX secolo era stato il secolo socialdemocratico. Dahrendorf ha esagerato. Nel migliore dei casi, il cosiddetto secolo socialdemocratico è durato dal 1932, anno in cui i Socialdemocratici svedesi vinsero le elezioni conquistando la maggioranza assoluta di seggi (e poi governarono ininterrottamente fino al 1976), fino al 1997, la prima vittoria dei Laburisti di Tony Blair, che si era già addentrato nella Terza Via, chiaramente e deliberatamente non più socialdemocratica. Sono, comunque, stati sessantacinque anni che le sinistre italiane, avendo passato troppo tempo a criticare le socialdemocrazie che: a) non superavano il capitalismo, ma lo mantenevano vivo e vegeto; b) si erano logorate senza produrre grandi trasformazioni nelle loro società; c) erano “superate” (non ho mai capito da chi e da cosa), quando il PCI si trasformò dolorosamente e malamente nel 1989-1991, non seppero trovare il bandolo della matassa della cultura e delle politiche socialdemocratiche o, comunque, progressiste. Infine, il Partito Democratico ha posto la pietra tombale su qualsiasi prospettiva socialdemocratica, e male gliene sta incogliendo.

Quasi sicuramente non è più possibile resuscitare le esperienze socialdemocratiche, ma bisogna riconoscere che la loro premessa (la politica scrive le regole per il mercato) e i due cardini della loro cultura e della loro opera di governo hanno cambiato, in meglio, la politica e la vita di qualche centinaio di milioni di cittadini. Dove saremmo (basterebbe chiederlo ai cittadini USA che rischiano di perdere l’assicurazione sanitaria) senza il welfare, praticato e perfezionato da tutti i socialdemocratici e dove sarebbe l’economia senza il keynesismo? Conquiste importantissime che il liberismo non ha travolto, ma stravolto elaborando pratiche che hanno prodotto incertezze, lacerazioni, diseguaglianze economiche e sociali enormi. Poiché siamo certi che non è più possibile il “keynesismo in un solo paese” e che anche il welfare necessita di un quadro sovranazionale, è giunto il tempo, preconizzato da Altiero Spinelli e da Ernesto Rossi nel Manifesto di Ventotene (1941), di una politica federalista europea. Dalla contrapposizione nettissima fra Europa politica federata/sovranismo statalista che ha favorito la vittoria di Emmanuel Macron e posto le premesse di una ridefinizione dello schieramento partitico francese, può scaturire la rivitalizzazione anche della sinistra italiana.

Stiamo assistendo, in quello che, con ottimismo malposto e mal giustificato/bile, Giuliano Pisapia ha chiamato “campo progressista”, a riposizionamenti di vario genere per fini di sopravvivenza, non di reale trasformazione. Che Renzi venga vissuto dalla “ditta” degli ex-comunisti come un usurpatore è del tutto irrilevante. Quello che conta è che non persegue la ricostruzione della sinistra per la quale, comunque, non avrebbe i requisiti culturali minimi. I rimanenti esponenti della ditta, a cominciare da Bersani, hanno finora combattuto una legittima lotta per la sopravvivenza dalla quale non si è sprigionata nessuna riflessione e nessuna energia per andare oltre alcuni principi di buon governo. Le altre componenti della sinistra italiana, in parte fuoruscite da Rifondazione, che a lungo ha creduto che l’orizzonte del comunismo si trovasse di fronte a noi, non alle nostre spalle [il 7 novembre andrò a Cavriago, sulla cui piazza si trova il busto di Lenin, regalo dei compagni bolscevici, a riflettere ad alta voce sul centesimo anniversario della rivoluzione russa], in parte spezzoni di vecchie e di nuove sinistre, non hanno più nessuna cultura politica condivisa alla quale fare riferimento. Il loro mantra è il programma, il programma, il programma. Ed è proprio sui punti programmatici che celebreranno puntigliosamente le loro distinzioni, spesso di lana caprina, invece di mettersi sulla scia di Spinelli e di Rossi dicendo all’unisono: Hic Europa hic salta.

Fatta la scelta europea, potranno operare insieme agli altri partiti socialdemocratici e di sinistra, ai movimenti e alle associazioni progressiste affinché proprio i due cardini delle socialdemocrazie realizzate ritornino centrali. Il welfare può essere credibilmente ridefinito e rilanciato soltanto su scala europea. Le politiche economiche keynesiane possono essere attuate esclusivamente attraverso la cooperazione e il coordinamento praticabili nell’ambito dell’Unione Europea. A quel che rimane della cultura politica socialdemocratica, le sinistre debbono aggiungere la cultura politica federalista. Su queste basi, le molte differenziazioni personalistiche che attraversano, in maniera tutt’altro che feconda, le sinistre italiane potranno essere poste sotto controllo. Il resto, per chi ha studiato le esperienze socialdemocratiche, potrebbe farlo un duro e leale confronto fra gli intellettuali progressisti, se ce ne sono, e i politici disposti a studiare e a riformare anche se stessi. Preferisco non fare previsioni.

Pubblicato il 24 luglio su PARADOXAforum

VIDEO L’Europa di ieri, di oggi e (soprattutto) di domani

Presentazione del volume di
Gianfranco Pasquino
L’Europa in trenta lezioni
(UTET)

Ne discutono con l’Autore:
Giorgio Anselmi, Presidente del Movimento Federalista Europeo
Flavio Brugnoli, Direttore del Centro Studi sul Federalismo (Torino)
Presiede e coordina:
Daniela Brunelli, Presidente della Società Letteraria di Verona

Evento organizzato e promosso da

Società Letteraria di Verona e Movimento Federalista Europeo

Martedì 11 aprile 2017 ore 16
Sala “Montanari” – Società Letteraria
Piazzetta Scalette Rubiani 1 – Verona

 

 

25 aprile: il senso etico della Resistenza

L’immagine riproduce l’ultima lettera scritta da Paolo Braccini al fratello Fabio. Il documento è vergato su un foglietto con il timbro delle “Carceri giudiziarie di Torino”

Chi avesse bisogno, ancora oggi (e sembrano essere in molti in Italia, ma anche in alcuni paesi europei, specialmente all’Est), di capire qual era e continua a essere il significato della Resistenza, dovrebbe assolutamente leggere le Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea (in Italia pubblicato da Einaudi). Noterebbe, anzitutto, che la Resistenza non fu, in nessun paese europeo, un fenomeno esclusivamente di classe. Certo, furono i settori medio-bassi delle diverse società ad attivarsi. Erano anche stati i più oppressi dai rispettivi regimi autoritari, ma nel complesso l’aggettivo “interclassista” si attaglia ottimamente alla Resistenza. Dunque, per chi ha una visione equilibrata di che cosa è un popolo, la Resistenza fu guerra di popolo. In quelle lettere, scritte da combattenti di tutti i paesi europei, invasi e travolti dal nazismo, è possibile, anzi, facilissimo riscontrare alcuni elementi comuni, in particolare riguardo alle motivazioni e alle aspirazioni. La motivazione più forte e più diffusa è la (ri)conquista della libertà. È in nome della ricerca della libertà che milioni di uomini e donne europee presero le armi e rischiarono consapevolmente la vita, perdendola, come rivelano molte struggenti lettere, con grande serenità.

In queste lettere, i desideri di vendetta e le manifestazioni di odio sono sostanzialmente assenti. Sono, invece, molto presenti e visibili gli auspici che le loro morti siano utili, che contribuiranno a preparare un mondo migliore. Ancora una volta, in maniera sorprendente, certo con toni e accenni diversi che derivano, sì, dalle diversificate sensibilità e culture dei condannati a morte, si notano straordinarie somiglianze concernenti il mondo che quei resistenti avrebbero voluto costruire. Sullo sfondo, per tutti, sta ovviamente l’aspirazione alla pace, vale a dire a porre termine alle ricorrenti guerre. Tuttavia, ancora più chiara è la richiesta di giustizia sociale nella consapevolezza che nessuna pace può essere duratura se non è una pace riconosciuta come giusta ovvero basata su un assetto che protegga e promuova i diritti dei cittadini e che stabilisca criteri condivisi per la suddivisione delle risorse. No, non è né ricerca né anelito alla prosperità, ma l’obiettivo indicato è anche l’accesso ai frutti del proprio lavoro. Infine, ma assolutamente non come elemento marginale, questi condannati a morte condividono un elemento, forse embrionale, ma che si affaccia alle loro menti: il superamento dei gretti nazionalismi guerrafondai. L’idea che una pace giusta debba essere costruita superando, se non abolendo del tutto i nazionalismi, circola in molte lettere. È l’idea alla quale daranno sostanza fortissima Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni con il Manifesto di Ventotene (1941) redatto nel mezzo della guerra civile europea. Gli Stati nazionali sono fonti di guerre. Per renderle impraticabili è essenziale costruire un’Europa dei popoli che, naturalmente, è molto di più di un grande mercato. È uno spazio di diritti civili, politici, sociali, di convivenza, per l’appunto, nella pace, dove il perseguimento di politiche di potenza non ha più nessun senso.

Celebrare degnamente la Resistenza oggi (e domani) obbliga a riconoscere il messaggio delle lettere dei condannati a morte. Sono le loro ultime, nobili, solenni, mai retoriche, mai vendicative, parole. Quelle parole hanno un senso storico che, quindi, esclude dalle celebrazioni tutti coloro che allora stavano con i repressori e che oggi riadattano alcuni slogan di quei repressori. Hanno un senso politico che riguarda la costruzione di condizioni che impediscano il ripetersi dei fenomeni che portarono all’oppressione dei popoli europei. Hanno, infine, un potentissimo senso etico: cercare la pace nella giustizia sociale. Celebrare la Resistenza significa anche adoperarsi per un’Europa che sappia perseguire la giustizia sociale per i suoi cittadini e per tutti coloro, da dovunque vengano, che ripongono molte speranze nella giustizia.

Pubblicato AGL il 23 aprile 2017

notte 3-4 aprile 44
Fratello mio, sono morto sereno, anzi quasi con gioia.
All’altare della Patria e della Fede occorre immolare vittime. La mia vita è stata necessaria e l’ho data.
Negli ultimi momenti ho avuto tutti in mente, tutti a me davanti, ma tra tanti giganti, giganteggiava il Babbo.
Sarai orgoglioso anche di tuo fratello.
Tu conservati: pensa a Mammetta nostra: pensa a Gianna e a Marcella.
Addio, un bacio
tuo fratello

INVITO L’Europa di ieri, di oggi e (soprattutto) di domani #Verona 11 aprile

Società Letteraria di Verona e Movimento Federalista Europeo

Un tempo l’Unione europea non era che un sogno. Confinati dal fascismo sull’isola di Ventotene, tra i bagliori sinistri della guerra mondiale che infuriava lontano, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scrissero il famoso Manifesto “Per un’Europa libera e unita”, in cui l’unità dell’Europa era già “una impellente tragica necessità”.

Oggi l’Unione europea viene considerata da molti suoi cittadini un’istituzione distante e complicata. Eppure, per il suo ruolo centrale su tutti gli aspetti del vivere comune – l’immigrazione, l’economia, la difesa dei diritti individuali e collettivi, la tutela delle minoranze – è una risorsa di tutti e che tutti riguarda.

Gianfranco Pasquino racconta con passo rapido e ampiezza di sguardo il passato e il presente di questo sogno difficile: trenta limpide lezioni per un viaggio nella “Europa che c’è” e in quella che avrebbe potuto – e potrà – esserci, tra il progetto federalista degli Stati Uniti d’Europa e le brusche frenate e le inattese novità degli ultimi anni, dall’esito del referendum sulla Brexit alla Presidenza Trump negli Stati Uniti.

L’Europa in trenta lezioni è un’occasione per fare il punto sull’Europa che abbiamo costruito fin qua, nel momento in cui più forti soffiano i venti contrari del populismo e del nazionalismo più ottuso. Un modo per capire che cosa rischiamo di perdere e che cosa potremmo riconquistare, recuperando quei valori di libertà, di pace, di prosperità da cui, nelle ore più buie del secolo scorso, è nata l’idea di Europa unita.

L’incontro con l’Autore, alla Società Letteraria di Verona, sarà anche un’opportunità per fare un primo punto sulle tante iniziative in corso per rilanciare il progetto d’integrazione europea, a partire dai risultati del Consiglio europeo a Roma, in occasione dei sessant’anni dei Trattati di Roma, che il 25 marzo 1957 diedero vita al suo nucleo iniziale, la Comunità Economica Europea.

L’Europa di ieri, di oggi e (soprattutto) di domani

Martedì 11 aprile 2017 ore 16
Sala “Montanari” – Società Letteraria
Piazzetta Scalette Rubiani 1 – Verona

Presentazione del volume di
Gianfranco Pasquino
L’Europa in trenta lezioni
(UTET)

Ne discutono con l’Autore:
Giorgio Anselmi, Presidente del Movimento Federalista Europeo
Flavio Brugnoli, Direttore del Centro Studi sul Federalismo (Torino)
Presiede e coordina:
Daniela Brunelli, Presidente della Società Letteraria di Verona

MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO
Via Poloni 9 – 37122 Verona
Tel. e fax 045 – 8032194
e-mail: verona@mfe.it

A lezione su 60 anni di storia #DomenicaSole24Ore #Europa30Lezioni

La recensione di Angelo Varni per DOMENICA ilSole24ORE

L’Europa in trenta lezioni

UTET 2017

All’indomani della fine dell’immane tragedia della guerra mondiale, con le macerie materiali delle città devastate e quelle morali quasi comprendiate nel male assoluto dei campi di sterminio che si andavano scoprendo, fu sogno e progetto di pochi, ma speranza e aspirazioni di molti la costruzione di un’Europa capace di far convivere in pace i propri popoli, individuando per questo le radici culturali comuni per condividerne i valori e tradurli in obiettivi politici e in conseguenti ordinamenti istituzionali.

Fu allora l’impulso di statisti come Schumann, De Gasperi, Adenauer, Spaak, che seppe cogliere una simile ansia di intrecciare in un’unica casa europea stati in azioni dilaniatisi fino a quel momento, di farla finita con gli egoismi di reciproca supremazia, di individuare la strada di uno sviluppo condiviso, di sottolineare l’assurdità delle contrapposizioni in un continente che trovava i suoi punti di riferimento, tra i tanti, nelle elaborazioni intellettuali degli illuministi, nelle musiche eterne di Beethoven, nei messaggi di pace di Kant, dell’insuperabile galleria di correnti artistiche succedutesi nei secoli ben oltre i confini geografici, nei ritratti della nostra comune umanità lasciatici da William Shakespeare.

E fu, allora, la CECA, per la quale molto si prodigò Jean Monnet, e poi l’Euratom, insieme alla Comunità Economica Europea, di cui ricorrono il 25 marzo i 60 anni dalla firma, a Roma, dei trattati istitutivi. Parve possibile, dunque, intraprendere un cammino che potesse coincidere con il programma federalista del Manifesto di Ventotene, scritto da Altiero Spinelli e da Ernesto Rossi nelle ristrettezze del confino e che fissò le fondamenta dei principi di libertà, di coesistenza fra diversi, di democrazia partecipata, di rispetto della persona.

Di tutto ciò ci parla, seguendone l’evoluzione fino al buio della Brexit e dei muri contro gli immigrati, Gianfranco Pasquino in un volume suddiviso in trenta limpide ” lezioni”, dove scorrono e si chiariscono tutti gli elementi che hanno modellato l’attuale Unione. Le ideologie, le politiche interne e internazionali, i Trattati e gli uomini che gli hanno interpretati, le istituzioni e i rapporti coi cittadini, le scelte economiche e i processi decisionali: in un susseguirsi di analisi che in nessun momento -nonostante le disillusioni dell’oggi-abbandonano le certezze dell’autore che ” l’Europa che c’è” sia comunque meglio di ogni altra soluzione intravista in antitesi, che sia uno spazio ineguagliato di libertà di circolazione di persone, di cose, di capitali, non meno che di sogni e di ideali. Certo che questa sua Europa ” durerà nel tempo”, “riuscirà a progredire in meglio per sé, per gli europei, per il mondo”.

Pubblicato il 19 marzo 2017 su DOMENICA ilSole24ORE

Europa. Nonostante tutto, ancora in cammino

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Intervista raccolta da Adriano Gizzi per Confronti

Proseguiamo il nostro ciclo di riflessioni sull’Europa a sessant’anni dai trattati di Roma incontrando Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica dell’Università di Bologna, che al sogno europeo e alle sue difficoltà ha dedicato il suo ultimo lavoro, “L’Europa in trenta lezioni”.

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Nel suo libro, appena pubblicato da Utet, Gianfranco Pasquino ripercorre in trenta lezioni le tappe principali del cammino europeo, dal Manifesto di Ventotene a oggi. Naturalmente, Pasquino non si nasconde il fatto che l’Unione si trovi nel momento più difficile e rischioso di tutta la sua storia: non solo la Brexit, ma anche la percezione che molti cittadini hanno delle istituzioni europee, considerate distanti, complicate e in certi casi dannose. Tuttavia – sottolinea – non dobbiamo neanche trascurare i successi e i vantaggi che porta l’Ue: per esempio, i suoi cittadini – oltre mezzo miliardo – hanno uno tra i più alti redditi medi e il maggior grado di istruzione al mondo.

Professor Pasquino, cosa resta oggi del sogno di Spinelli, Rossi e tanti altri? Cosa direbbe a un giovane per convincerlo a “fare il tifo” per un’Europa federale?

Parlerei volentieri con qualsiasi giovane, italiano e di altri paesi. Vorrei conoscere meglio le sue aspettative. Credo che non avrei bisogno di dire quasi nulla, che lui già non sappia, ad un giovane “europeo”. Se è uno studente universitario avrà già approfittato del programma Erasmus o avrà avuto entusiastici racconti dai suoi amici e si preparerà ad andare a studiare a Barcellona, Parigi, Dublino, Londra, Copenaghen, persino (per la difficoltà della lingua) a Heidelberg. Se ha fatto il turista avrà già apprezzato la possibilità di girare liberamente nell’Unione e, in molti paesi, di godere del vantaggio della moneta unica. Se ha problemi a trovare lavoro ed è intraprendente avrà scoperto che in non pochi paesi dell’Unione esistono e sono disponibili grandi opportunità. Se è un ragazzo o una ragazza curiosa dei fatti del mondo saprà che l’Unione europea è un grande spazio di libertà e di giustizia. Saprà anche che quello che hanno costruito i suoi nonni e i suoi genitori può essere migliorato dal suo impegno. Infine, giungerà ad essere molto riconoscente ad Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, a coloro che, nella Resistenza italiana e in quella europea, combatterono e auspicarono di porre fine, per sempre, alle guerre civili europee: un esito che non è più un sogno da 70 anni, ma una realtà da difendere e da vantare.

«L’Europa ha una storia ed è un progetto», scrive nel suo libro. Ma poi, come lei stesso riconosce, ogni stato nazionale ha un suo progetto e una sua particolare idea di Europa…

Non soltanto è inevitabile, ma è persino positivo che ciascun Stato-membro abbia il suo progetto di Europa, purché sappia e voglia articolarlo ed esprimerlo nelle sedi europee: attraverso i suoi rappresentanti in Parlamento, il suo capo di governo nel Consiglio europeo e i suoi ministri nelle numerose occasioni di incontro, persino con la voce del suo Commissario. Non dobbiamo temere il confronto e la competizione fra idee d’Europa e progetti. Tutt’altro: dobbiamo suscitarlo e stimolarlo. Al contrario, dobbiamo essere molto preoccupati dagli Stati-membri e dai loro governanti e rappresentanti che non hanno nessuna capacità e volontà di guardare avanti, di indicare obiettivi, di formulare strategie. L’unificazione politica europea sembra molto lontana proprio perché non ci sono più i profeti, i predicatori, gli apostoli dell’Europa. In crisi non è l’idea d’Europa, non sono le istituzioni europee. Purtroppo, la crisi riguarda coloro che fanno politica nei loro paesi. Spesso buoni, mai eccellenti, talvolta mediocri, i politici europei del terzo millennio non sono all’altezza dei loro predecessori, ma anche gli intellettuali contemporanei hanno poco a che vedere con il francese Raymond Aron, con il tedesco Ralf Dahrendorf, con il polacco Bronislaw Geremek. Aggiungo che mi piacerebbe citare un inglese e anche un italiano. Non mi sono venuti in mente, anche se non ho dubbi che il grande storico Federico Chabod, la cui Storia dell’idea d’Europa (pubblicato nel 1961, anno della sua morte) rimane un testo inarrivabile, ha titolo per figurare fra i grandi europeisti.

Tra gli ostacoli a una piena integrazione europea, c’è anche il fatto che la politica estera “comune” dell’Ue è costretta a fare i conti con le priorità nazionali di alcuni stati membri. Come si può affrontare questo nodo?

C’è un Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza dell’Unione, Federica Mogherini, che è una donna capace e competente, molto apprezzabile. Sarebbe più forte e propositiva se il governo italiano la appoggiasse a fondo, in maniera convinta e credibile. Probabilmente, la sciagura rappresentata dalla Presidenza Trump finirà per obbligare gli europei a coordinare meglio le loro politiche estere e a conferire maggiori poteri all’Alto rappresentante. Le voci dei singoli Stati-membri, persino quella della Germania, sono flebili. Se l’Unione europea riuscirà a parlare con una sola voce avrà maggiore impatto e godrà di maggior rispetto.

Lei scrive che le opinioni pubbliche europee non sono poi così nazionalistiche: coloro che si oppongono a soluzioni sovranazionali non sono più numerosi dei favorevoli, ma solo più “vocianti” e più mobilitati. Da cosa dipende? Quanto incidono questioni quali l’immigrazione, i problemi della moneta unica e i sacrifici chiesti perché «ce lo chiede l’Europa»?

L’opinione pubblica favorevole all’Europa sembra più incline a godersi tutto quello, che è molto, che il processo di unificazione in corso ha finora dato. Pensa che i vantaggi siano irreversibili e che saranno difesi e preservati a Bruxelles, a Strasburgo, a Francoforte (sede della Banca centrale europea). Inoltre, le autorità europee non sembrano avere grandi capacità di comunicare con le opinioni pubbliche e di sollecitare il sostegno della parte effettivamente europeista dell’opinione pubblica. Gli oppositori sono effettivamente molto vocianti. Sfruttano la questione migranti, ma non offrono nessuna soluzione. Non sanno che uscire dall’euro impoverirebbe immediatamente il paese che lo facesse. Quando l’Europa ci ha chiesto qualcosa erano impegni e adempimenti ragionevoli che, attuati, hanno reso migliori tutti i paesi. I cosiddetti sovranisti hanno un progetto solo negativo: smembrare l’Unione. La parte positiva, il cosiddetto sovranismo, è del tutto contraddittoria. Ciascuno stato conterà meno da solo. Nel mondo globalizzato, non riuscirà a esercitare la sovranità strappata alla Ue. Forse sarà domesticamente sovrano; certamente, diventerà internazionalmente ancora più esposto ai venti di avvenimenti mondiali che non può controllare. I vocianti mirano a rallentare e sovvertire qualche procedimento di integrazione sovranazionale, ma non possono bloccarlo. Appena si discuterà in maniera più seria, più concreta e più approfondita dell’Europa a più velocità (che già esiste sia per l’euro sia per Schengen), anche l’opinione pubblica tiepida si accompagnerà a quella più impegnata e la rafforzerà nel viaggio verso un’integrazione “più stretta”.

Lei è da sempre un sostenitore convinto del semipresidenzialismo e del sistema elettorale a doppio turno. Condivide le preoccupazioni diffuse per una possibile vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali in Francia?

Mi avventuro in un pronostico fondato su quel che sappiamo adesso: Marine Le Pen non vincerà. Quand’anche vincesse la presidenza, non riuscirà ad avere la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale francese. Anzi, dovrà fare i conti, proprio grazie al sistema elettorale a doppio turno, con una maggioranza ostile, fatta di gollisti, centristi e socialisti. La coabitazione le impedirà le scelte più estreme. Condizionerà tutta la sua presidenza. Tuttavia, qualche preoccupazione dobbiamo averla lo stesso, non tanto per la sorte di Marine Le Pen, ma per il discorso politico francese sull’Europa. Dove sono finiti i francesi come Jean Monnet e Robert Schuman, Jacques Delors e François Mitterrand? Chi potrebbe continuare sulla strada che loro hanno aperto e brillantemente percorso? (naturalmente, so che noi tutti dovremmo chiederci dopo Spinelli, dopo Marco Pannella, e Emma Bonino, dopo Padoa Schioppa, chi? Per fortuna che c’è Mario Draghi, ma a lui non possiamo chiedere un’azione prettamente e eminentemente politica).

Pubblicato su Confronti di marzo 2017