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Élite cittadinanza e malfunzionamenti: le democrazie non sono davvero in crisi

Non passa giorno che i quotidiani italiani e i talk show non raccontino la mediocre favola della crisi della democrazia. Pensosi intellettuali e bellicose conduttrici televisive non hanno dubbi: la democrazia sta male, è destinata a crollare (insieme, ça va sans dire, all’Occidente). Grande, lo debbo scrivere proprio così, è il mio fastidio. Non sanno di cosa parlano. Non hanno mai letto un libro sulla democrazia. Fanno solo, tristemente e tetramente, molta confusione.
Con il mio ultimo bravissimo allievo Marco Valbruzzi abbiamo deciso di fare luce in un libro fresco di stampa: “Democrazie e no” (UTET 2026). Sulla scia di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, che abbiamo letto, studiato e non dimenticato, e di alcuni grandissimi studiosi, come Hans Kelsen, Joseph Alois Schumpeter e Robert A. Dahl, è relativamente facile mettere in piedi un discorso convincente su cosa è e su cosa non è la democrazia, ieri, oggi e domani. Al proposito, nessuno ha diritto, come si sente spesso dire con tono saccente, alla sua definizione di democrazia. Al contrario, tre sole definizioni sono accettabili e specificabili. Esiste una non superabile definizione etimologica. Democrazia è potere (kratos) del popolo (demos). Se il potere lo hanno una cricca di oligarchi oppure un tiranno oppure un partito unico oppure una giunta militare oppure una casta religiosa, non c’è democrazia. Che ciascuno dei succitati soggetti consenta lo svolgimento di elezioni, inevitabilmente, non libere, non eque, non periodiche, non significa affatto che esista una democrazia elettorale. Neppure che ci sia un regime ibrido. Democrazia è “diritti più istituzioni” come riconosce qualsiasi definizione storica relativa alla sua inaugurazione, sviluppo e affermazione. Dunque, non è un sistema di per sé “fragile”; tutt’altro, è complesso, vulnerabile, ma resiliente. Grazie al loro pluralismo costitutivo, le democrazie imparano e si trasformano, talvolta, si rafforzano.
Possiamo essere insoddisfatti dalla quantità di potere che i singoli cittadini riescono a esercitare e ritenere che il “vero” potere sta nelle mani dei gruppi, delle associazioni, delle organizzazioni. Allora, invece di democrazia, potremmo voler parlare, come suggerì Dahl, di poliarchia, potere di una pluralità di gruppi. Questa definizione stipulativa attecchisce e funziona soltanto se, a partire dalla comunità degli studiosi, viene accettata e condivisa. Nonostante il prestigio intellettuale e il potere accademico di Dahl, poliarchia non ha sostituito democrazia.
Invece, hanno proliferato una pluralità di tentativi di aggettivazione della democrazia, alcuni per identificarne il tipo, altri per sovvertirla. Fra i primi, senza pretese di esaurirli, stanno gli aggettivi “istituzionali”: democrazie parlamentari, presidenziali, semipresidenziali, direttoriali (Svizzera), e “funzionali”: democrazie maggioritarie e proporzionali. Fra gli aggettivi sovversivi che finiscono per negarla stanno con stampo sovietico “popolare”, in contrapposizione a borghese, e l’aggettivo “illiberale”, caro a Orbán e Putin. Naturalmente, poiché una democrazia è fatta di elementi istituzionali, come la separazione dei poteri, freni e contrappesi (checks and balances), rendicontazione (accountability), e di elementi più propriamente liberali – i diritti civili: libertà di parola, di culto e habeas corpus, e politici: libertà di associazione, di competizione, di votare e di essere votati, in assenza dei quali le istituzioni non garantiscono nessun esito democratico – le democrazie “illiberali” semplicemente non esistono. Non sono tali, ma sono “situazioni” autoritarie.
Due aggettivi, elaborati in maniera speciale da Giovanni Sartori, meritano grande considerazione per la loro portata esplicativa: ideale e reale. Democrazia ideale è quella che garantisce, protegge e promuove i diritti dei cittadini. Il filosofo illuminista liberale John Locke li ha mirabilmente sintetizzati: vita, libertà, proprietà. Sartori vi aggiunge eguaglianza di voto e davanti alla legge. Questa democrazia ideale non è affatto in crisi. Al contrario. Dovunque, nel mondo, vi sono uomini e donne che combattono i regimi autoritari delle più varie risme e propensioni in nome della democrazia ideale, che da occidentale è da tempo diventata universale, e per conseguirla.
Le democrazie reali sono i sistemi politici democratici realmente esistiti e esistenti. Per alcuni – il caso tragicamente più importante e famoso è quello della Repubblica di Weimar (1919-1933), ma di notevole interesse è anche la Quarta Repubblica Francese (1946-1958) – è corretto parlare di crisi e di crollo. Sbagliato e molto, invece, è usare il termine crisi quando, in sostanza, quello che si riscontra, più o meno spesso, sono problemi di funzionamento. Partiti poco e male rappresentativi, leadership politiche più o meno modicamente corrotte e inadeguate, parlamenti male eletti e peggio organizzati, lenti e opachi, governi instabili e improduttivi, sono tutti problemi che attengono al funzionamento delle democrazie realmente esistenti. Problemi potenzialmente produttivi di crisi e crollo, ma, con la sola eccezione del Venezuela, nessun solido regime democratico è crollato negli ultimi trentacinque anni. Anzi, il numeri delle democrazie reali è lentamente, ma gradualmente aumentato. Oggi nel mondo esistono, secondo l’autorevole Economist Intelligence Unit, 26 democrazie di buona qualità e 48 democrazie con falle (l’Italia, 37a, è una di queste; gli USA sono 34a).
Se democrazia è potere del popolo, è imperativo che il popolo sia preparato e si attrezzi per esercitarlo. Da Pericle a Rousseau e Bobbio la presenza di cittadini interessati alla politica, informati, partecipanti è stata enfatizzata e apprezzata. Loro, quei cittadini di serie A, consapevoli e impegnati, sono in grado di fare funzionare al meglio i meccanismi della democrazia. In nessun regime non democratico avrebbero le opportunità di cui godono nelle democrazie. Se non hanno interesse, non si informano, preferiscono non partecipare, per esempio, si astengono dal votare, non soltanto non sono buoni cittadini, ma sono responsabili del probabilissimo cattivo funzionamento, della bassa qualità della democrazia.
L’astensionismo non fa cadere le democrazie, esposte, invece, a impennate di mobilitazione prodotte dalla discesa in campo dei partiti o leader populisti, ma fa problema per chi voglia rappresentare e governare le preferenze e gli interessi di una comunità politica. Quindi, in definitiva, le democrazie sono, come argomentò splendidamente Karl Popper, società aperte non soltanto alla libera partecipazione dei cittadini, ma in termini di opportunità e di esiti. Quando non conseguiamo gli esiti desiderati dobbiamo interrogarci se gli ostacoli sono strutturali, e allora procedere alle necessarie riforme istituzionali, oppure comportamentali, delle élite e della cittadinanza, e allora intraprendere una nobile battaglia politica e culturale. Non c’è una crisi della democrazia. Ci sono una serie di sfide da affrontare e da vincere di volta in volta. Yes, we can.
Pubblicato il 29 settembre 2026 su Domani
È uscito “Democrazie e no”di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi per UTET #alfabeto
Gianfranco Pasquino, Marco Valbruzzi, Democrazie e no, UTET 2026

C’è un gran parlare di “crisi della democrazia”, ma di quale democrazia? Perché c’è la democrazia ideale, fatta di libertà, autogoverno, ricerca della giustizia sociale e della felicità. Quell’ideale di democrazia, dato forse fin troppo per scontato in Occidente, vive nelle menti, nei cuori e nelle speranze di moltissime persone, comprese quelle che scendono in strada in Paesi autoritari e repressivi. Quell’ideale non è affatto in crisi. Ma non lo sono davvero neanche le democrazie reali, cioè quelle che i cittadini, i rappresentanti eletti e i governanti hanno costruito, mantengono e trasformano. Hanno casomai, come sempre, molti problemi di funzionamento: cittadini poco interessati, male informati, non partecipanti; rappresentanti impreparati; governanti deboli, incapaci, corrotti; istituzioni – governo e parlamento – mal congegnate. Ma le democrazie reali hanno dimostrato di saper imparare. Risolvono di volta in volta i problemi, si riformano. E incontreranno sempre nuovi problemi. Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi, affermati e appassionati studiosi di scienza politica, affrontano con calmissimo furore entrambi gli aspetti: ricostruiscono gli elementi alla base della democrazia come ideale e come pratica, così da poter distinguere tra democrazie e no; e analizzano, dati alla mano, le ondate di espansione delle democrazie reali, oggi presenti in oltre cento Paesi. Con una certezza: se potete chiedervi che cosa può fare per voi il sistema politico e influenzarlo, significa che vivete in una democrazia reale. Ed è sempre possibile mantenerla e migliorarla.

Le primarie non possono essere l’ultima spiaggia @DomaniGiornale

Primariamente, le elezioni primarie furono una risposta dei dirigenti dei due partiti USA alle richieste di altri dirigenti, di rappresentanti e attivisti di uscire dalle stanze “piene di fumo” e democratizzare la selezione dei candidati alle cariche elettive (le “secondarie”). L’obiezione che quella selezione dovrebbe essere la più importante responsabilità dei dirigenti del partito che hanno conoscenze superiori a quelle degli elettori e dei simpatizzanti continua a circolare insieme agli ammonimenti a chi andrà alle urne primarie: votate non gli estremisti, ma le candidature electable, gli eleggibili. Dagli USA le primarie si sono diffuse in molti altri contesti (la bella analisi di Marco Valbruzzi, Primarie. Partecipazione e leadership, Bononia University Press2005, è efficacemente esauriente) fino ad approdare nello Statuto del Partito Democratico, il quale, poi, al suo interno ne ha già tenute moltissime, all’incirca un migliaio. E ne sono subito (ir)regolarmente seguite molte critiche, non tutte (in)fondate.
La premessa è che la selezione che un partito opera per le sue candidature a cariche elettive monocratiche (quindi, incidentalmente, non l’elezione del leader del partito) è affar suo, ma, logicamente, un conto molto, molto diverso è la selezione del leader di una coalizione di partiti alla carica di capo del governo. Non sono a conoscenza di situazioni simili in altri sistemi politici. Nelle democrazie parlamentari, abitualmente diventa capo del governo il leader del partito che, nella coalizione, ha più voti. Abili e duttili, i democristiani italiani esprimevano il loro candidato alla Presidenza del Consiglio dopo trattative assolutamente lecite fra le loro correnti e i loro potenziali alleati. Se no, toccava al Presidente della Repubblica scegliere fra una rosa di nomi dc sottopostagli dal segretario del partito.
In generale, le primarie organizzate in maniera intelligente svolgono molti compiti utili in aggiunta alla selezione della candidatura. Comunicano all’elettorato quali sono i punti programmatici che i candidati ritengono particolarmente importanti e quali soluzioni propongono. Raggiungono l’opinione pubblica e la informano anche sulle diversità fra i candidati del partito e quelli dell’altro, degli altri partiti. Mobilitano simpatizzanti vecchi e nuovi lanciando la campagna elettorale. Consentono ai candidati di capire meglio il sentiment (sic) dei loro elettori e, più in generale, dell’elettorato. Di contro, possono anche essere divisive e fonte di confusione. Anche negli USA, i Democratici in particolare temono da qualche tempo che candidati troppo di sinistra vincano le primarie e non vengano poi votati da parte di un elettorato democratico moderato.
Pertanto, alla luce di queste considerazioni, spesso sostenute da dati concreti, non è difficile condividere le preoccupazioni di coloro che temono che le primarie nella coalizione più o meno appropriatamente definita “campo largo” sarebbero, saranno controproducenti. Conte e Schlein si contrasteranno in ogni modo possibile. Se non venisse stilato e definito anticipatamente il programma condiviso, inevitabilmente accentuerebbero le loro distinzioni e le loro distanze. Possibile è anche che i rispettivi elettorati, se il loro candidato, che pure avesse garantito lealtà e sostegno al prescelto, non vincesse, defezionerebbero cosicché, invece, di produrre un positivo effetto di mobilitazione, la coalizione perderebbe voti potenzialmente decisivi.
Come stanno le cose attualmente, le primarie sembrano diventate, non un utile strumento democratico di coinvolgimento, partecipazione, scelta di leadership, ma l’ultima spiaggia, la certificazione dell’incapacità di trovare una modalità migliore. Fare le primarie come una resa dei conti più o meno velenosa precluderebbe la vittoria alle elezioni generali. Non farle è auspicabile che significhi la capacità dei contendenti di raggiungere un accordo (non la staffetta, per carità) che rispetti i rapporti di forza politico-elettorali. Anche questa modalità alla carica di capo del governo è sicuramente e palesemente democrazia.
Pubblicato il 26 agosto 2026 su Domani
Modell deutschland: sistema elettorale, cancellierato, partiti – Francia-Italia: istituzioni e partiti #seminari #14/15aprile #Gorizia
Seminari rispettivamente nell’ambito dei corsi di Comparative Politics and Foreign Policy e Scienza Politica
Gianfranco Pasquino
Università di Bologna
Marco Valbruzzi
Università di Napoli Federico II
MODELL DEUTSCHLAND: SISTEMA ELETTORALE, CANCELLIERATO, PARTITI
Lunedì 14 aprile 2025, ore 15:00
Aula PADNU, Polo Universitario di Gorizia Via Alviano
FRANCIA-ITALIA: ISTITUZIONI E PARTITI
Martedì 15 aprile 2025, ore 10:00
Aula Magna, Polo Universitario di Gorizia Via Alviano
In nome del popolo sovrano. Potere e ambiguità delle riforme in democrazia #March12 #Roma #Sapienza – “Robert Elgie” Brown Bag Seminars on Politics
Observatory on presidentialisation
Sapienza – Dublin City University
March 12 / 4 p.m.
Location: Department of Political Sciences
Gianfranco Pasquino
Johns Hopkins University
In nome del popolo sovrano.
L’ambiguità delle riforme in democrazia
(Egea, 2025)
Discussant: Marco Valbruzzi
University of Naples “Federico II”

VIDEO Elezioni 2022, flussi-riflussi-riflessioni @liberiegiusti

GUARDA IL VIDEO QUI “Elezioni 2022, flussi-riflussi-riflessioni”
Gianfranco Pasquino
professore emerito di Scienza Politica
Marco Valbruzzi
politologo, Università Federico II, Napoli.
L’incontro in presenza si è svolto a Bologna nel Centro Costa di Bologna il 10 ottobre 2022
Elezioni 2022, flussi-riflussi-riflessioni #Bologna #10ottobre @liberiegiusti

“Elezioni 2022, flussi-riflussi-riflessioni”
Ne parlano lunedì 10 ottobre alle ore 18, in presenza e online da questa pagina Facebook
Gianfranco Pasquino
professore emerito di Scienza Politica
Marco Valbruzzi
politologo, Università Federico II, Napoli.
L’incontro in presenza si svolgerà a Bologna nel Centro Costa, via Azzogardino 48
INVITO Tra scienza e politica. Una autobiografia @UtetLibri #16maggio ore 18 Recensioni & Presentazioni @Stroncature1

Il 16 maggio 2022 alle ore 18 Stroncature ospita la presentazione del libro di
Gianfranco Pasquino
Tra scienza e politica. Una autobiografia (Utet, 2022)
Con l’autore dialogano Marco Valbruzzi e Sofia Ventura.
Per partecipare è necessario registrarsi.

