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Il PD e le fazioni poco democratiche

Antonio Floridia, Un partito sbagliato. Democrazia e organizzazione nel Partito Democratico, Roma, Castelvecchi, 2019, pp. 188, €17,50.

Prendendo le mosse da una domanda apparentemente semplice: “a quale dei possibili, diversi aggettivi della democrazia si è concretamente ispirata la struttura e la dinamica organizzativa dl Pd?”, Antonio Floridia ha scritto un libro eccellente. Quel “amalgama mal riuscito” (D’Alema), quel partito “leggero” (Veltroni), dalla leadership contendibile (Statuto del PD), quella organizzazione nata da una fusione a freddo fra DS e DL (Margherita), privo di una cultura politica condivisibile, viene analizzato da Floridia a partire dallo Statuto. Floridia riesce a collegare Statuto e organizzazione del PD con la scarsa democraticità e la mediocre funzionalità del Partito giungendo a motivare in maniera molto convincente il titolo del suo libro: Un partito sbagliato. Fosse soltanto questo il problema, potremmo tutti rispondere “affari dei più o meno sedicenti Dem”. Invece, no. Con un ragionamento stringente che si nutre della migliore letteratura in materia, ma anche degli esempi concreti nella politica italiana, Floridia sostiene che la cattiva organizzazione del PD e le sue velleitarie norme statutarie hanno già prodotto conseguenze molto gravi che sembrano irreversibili, per il funzionamento del sistema politico italiano e per la qualità della democrazia. Un partito il cui esercizio dominante non è quello di dare rappresentanza a una parte della società, ma di legittimare la leadership attraverso procedure dubbie (votazioni e primarie aperte indiscriminatamente e non con l’obiettivo di creare aderenti, l’Albo dei votanti alle primarie è una specie di oggetto misterioso) che non costruiscono nessuna cultura politica, ma ratificano l’esistenza di cordate, è destinato a isterilirsi quando le vittorie elettorali non arrivano e non consentono di premiare coloro che svolgono un reale lavoro “politico”. Già, perché Floridia ritiene che i partiti non solo abbiano ancora compiti che nessuna altra organizzazione può svolgere, ma che, a determinate condizioni, siano in grado, oggi, di svolgerli meglio che nel passato. Ovviamente, la condizione decisiva è che i partiti facciano ricorso a tutti gli strumenti di comunicazione, di “conversazione”, di azione disponibili. Autore di un precedente ottimo libro sulla democrazia deliberativa, Floridia ritiene che un partito che desideri essere effettivamente “democratico” a quegli strumenti dovrebbe guardare in tutte le fase della sua attività politica: reclutamento di coloro che sono interessati alla politica, loro formazione, selezione, promozione, ma soprattutto discussione delle alternative politiche e preparazione dell’azione di governo e di opposizione. Alcuni utili, precisi, mirati riferimenti ai partiti del passato (DC e PCI) e a quelli delle democrazie occidentali offrono indicazioni su quanto è ancora possibile fare in una società slabbrata alla quale dare coesione. Con noncuranza e protervia, Floridia documenta tutto con un pizzico di acrimonia, Matteo Renzi ha contribuito in maniera decisiva alla distruzione del PD (e aggiungo io, non è finita). Con molta buona volontà Fabrizio Barca, le cui proposte Floridia analizza con grande, forse esagerata, empatia, ha cercato di delineare un partito migliore. Nessuno dei candidati alla segreteria: Zingaretti, Martina e, davvero dovrei menzionarlo?, Giachetti, ha ripreso le proposte di Barca né criticato i devastanti comportamenti dei renziani né detto che partito vogliono. Azzardo che non lo sappiano proprio. Suggerirei loro caldamente la lettura di questo libro che dallo ieri ci conduce in un domani possibile. Però, il dibattito culturale non è proprio il forte dei dirigenti del PD dal 2007 a oggi. La maggior parte di loro ha solo il tempo di cercare e mantenere cariche. Un partito allo sbando non darà rappresentanza agli elettori e la qualità della democrazia italiana rimarrà miseranda.

Pubblicato il 29 gennaio 2019

Il crollo di un progetto velleitario

Nel 2007 ero da dieci anni iscritto ai DS (Democratici di Sinistra), l’unico partito di cui ho mai preso la tessera. Quando iniziò la battaglia per portare i DS all’incontro con la Margherita con l’obiettivo di dare vita ad un Partito Democratico, “scesi in campo” a sostegno della Mozione 3 che suggeriva di procedere lentamente attraverso una prima fase federativa. Andai un po’ dappertutto, accolto con molta sufficienza, a esporre le tesi della Mozione 3. Mi recai anche nel più grande, dal punto di vista degli iscritti, dei Circoli dei DS a Pesaro. Dopo i tre classici interventi: una giovane donna per la Mozione 1; un sindacalista per la Mozione 2; un Prof per la 3, i giovani DS mi offrirono da bere. Tre di loro, sugli otto componenti della segretaria, erano stati miei studenti di Scienza politica a Bologna. Vi ho convinti, chiesi, voterete per me? No, fu la risposta chiara inequivocabile immediata, “facciamo parte della segreteria del partito”.

Un po’ dappertutto facevo notare che la promessa di mettere insieme il meglio delle culture politiche riformiste del paese era molto velleitaria. Da un lato, le due maggiori culture politiche, quella comunista e quella cattolico-democratica, si erano esaurite, sconfitte dalla storia e dalla pratica; dall’altro, una vera cultura politica riformista, quella socialista, non era neppure stata invitata. Nel tripudio di discorsi e di lacrime a Campo di Marte alla fine di un tiepido aprile 2017 si consumò il congresso di chiusura dei DS con un lunghissimo appassionato appello alle emozioni di Piero Fassino. E, per quel che conta, con la mia non adesione. Poi dal Lingotto cominciò la cavalcata di Walter Veltroni, “fusosi” a freddo con Dario Franceschini, scelto come suo vicesegretario: ecco la contaminazione delle culture politiche! Narrando la nuova Italia che avrebbe costruito, invece di dire con quale partito nuovo avrebbe fatto tutte quelle belle cose, Veltroni si candidava, forse non del tutto consapevolmente, ma inevitabilmente, lo scrissi subito, alla carica di Presidente del Consiglio. Era la ricomparsa della classica sindrome democristiana: il segretario del partito sfidante naturale del capo del governo. A riprova, Prodi cadde pochi mesi dopo e Veltroni si lanciò a testa bassa nella nuova avventura: il partito a vocazione maggioritaria.

Fra vocazione maggioritaria e elezione di nuovi segretari, nessuno nel Partito Democratico ha mai neppure iniziato a riflettere sulla cultura politica di un partito di sinistra (?); riformista (?); progressista (?). Nulla dirò sulla cultura istituzionale la cui inadeguatezza si è rivelata tragicamente nelle riforme costituzionali e nella conduzione del referendum 2016. Adesso, qualcuno, Carlo Calenda, sostiene che bisogna andare oltre il PD, un partito mai consolidatosi. Qualcun’altro, Maurizio Martina, risponde che è necessario un “ripensamento complessivo” di un pensiero che non si è mai espresso, di una cultura politica che non si è mai formata, attraverso “scuole di politica” che sono per lo più state “passerelle per politici”. Non dovrebbe essere difficile andare oltre un partito che non è mai stato tale. Sarà difficilissimo farlo, forse impossibile, se il ripensamento verrà affidato a uomini e donne del cui pensiero politico è più che lecito dubitare.

Pubblicato il 26 giugno 2018 su larivistaILMULINO

“Avanti”, ma anche Vade retro sinistra

Di tanto in tanto, gli estimatori di Matteo Renzi discettano sul modello di partito che l’ex-segretario ritornato segretario sull’ondina di un consenso più ristretto starebbe costruendo. Per un po’ di tempo, questi estimatori, quando i numeri sembravano promettenti, si erano appassionati all’idea del Partito della Nazione. Suonava, il termine, molto potente. Era quasi un programma, non è mai stato chiarito di cosa, forse di un’ipertrofica aggregazione al centro, con tutti gli altri contro “la nazione”. Poi, di tanto in tanto, ma senza troppa convinzione, il Partito di Renzi avrebbe rappresentato il nuovo Ulivo, ma, in tutta sincerità né le premesse né le azioni di Renzi giustificavano una qualsiasi costruzione di un qualsiasi Ulivo che avesse qualche riferimento al vecchio. L’assenza più evidente nella discussione, peraltro mai centrale, del nuovo partito (sì, dell’ultimo partito ancora esistente in Italia), era relativa proprio alla motivazione con la quale i DS e i Popolari della Margherita avevano troppo rapidamente proceduto a quella che fu criticata come “fusione fredda” e che ebbe come esito il Partito Democratico. Che dovesse contenere il meglio delle culture riformiste del paese fu detto troppe volte, ma, al di là del non coinvolgimento dei socialisti che, in fondo, non poca cultura riformista avevano formulato, avuto e espresso, le altre culture politiche erano già declinate, se non esauste al momento della fusione. Per questa assenza di fondo di qualsiasi cultura politica divenne fin troppo facile flirtare con definizioni di partiti immaginari, mai sostenuti da idee, quindi sempre mobili quanto serviva, per esempio, ad attrarre il riformista Verdini, sul continuum destra/sinistra.

La prima segreteria di Renzi non diede alcuno spazio a riflessioni di cultura politica. La grande occasione delle riforme costituzionali non fu neppure presa in considerazione per andare ad una esplicitazione della cultura, non solo costituzionale, che le sottintendeva, ma per aggiungervi anche quei principi e quei valori che esprimono e danno corpo ad una cultura più specificamente politica. Respinta la richiesta delle minoranze per una conferenza programmatica che precedesse le votazioni per il segretario tenutesi alla fine d’aprile 2017, il discorso sembra definitivamente chiuso. Il Partito Democratico è un partito vote and office-seeking, che cerca voti e cariche. Punto e basta. Qualche volta, però, un libro potrebbe essere il luogo dove riflettere sulla cultura di un partito, quello che si guida e quello che si vorrebbe. Invece, no. Non lo fece Veltroni nella sua cavalcata del 2007 (La nuova stagione. Contro tutti i conservatorismi, Rizzoli 2007) che delineò non un partito nuovo, ma un programma di governo, se non del tutto alternativo a quello del già traballante Prodi, sicuramente competitivo. Non lo fa affatto il libro di Renzi che il suo autore presenta come segue: “Questo libro non è solo un diario personale, una riflessione sulla sinistra o il programma del governo che verrà. Più di tutto, è la condivisione di idee, emozioni e speranze che spesso si sono perse nel racconto della comunicazione quotidiana. I risultati ottenuti e gli errori commessi. Il viaggio tra passato e futuro di un’Italia che non si ferma. Che vuole andare avanti.” Niente, dunque, che possa riguardare la cultura politica del PD di Renzi il quale si esprime semmai soltanto in critiche, talvolta offensive, a tutti coloro che si muovono nella sinistra e dintorni.

Per fortuna, ma certo non per virtù, i commentatori politici renziani, politologi (che sarebbe un’aggravante), e no (che è molto più di un’aggravante!), dalle Alpi alla Sicilia, l’hanno trovata loro la cultura politica del partito renziano. Certo, bisogna aguzzare la vista, cogliere anche gli indizi più labili, tuffarsi in un linguaggio che proprio non facilita la scoperta di elementi culturali appena malamente abbozzati. Soltanto ai, “diciamo”, meglio attrezzati apparirà allora che Renzi sta costruendo un partito di “sinistra liberale”. Gli opposti essendo sicuramente due: un partito di destra liberale (che non può certamente essere quello di Berlusconi in conflitto d’interessi permanente) e un partito di sinistra illiberale (quello del passato, di D’Alema e Bersani?, quello del futuro, nel campo di Pisapia?) Naturalmente, il paese attende di essere istruito sia sul sostantivo “sinistra”, secondo Renzi e non solo secondo Michele Salvati, che è il non-politologo che auspica instancabilmente la vittoria definitiva di Renzi, sia sull’aggettivo liberale per il quale, però, non ritengo che sia Salvati lo studioso meglio in grado di illuminarci. Peccato che nel libro di Renzi e nelle quarantasette anticipazioni non si trovi nulla né relativo alla sinistra né relativo al liberalismo.

Pubblicato il 15 luglio 2017

PD, un’ambizione fallita

l'Indro

Intervista raccolta da Marco Testino per L’INDRO

La storia della sinistra italiana continua ad essere segnata da divisioni e conflitti. Lo è stata sin dai suoi albori, dal quel 1892, quando a Genova nacque il partito socialista (allora Partito dei Lavoratori Italiani) e già con Carlo Dell’Avalle, il primo Segretario, iniziarono a manifestarsi le prime incertezze. La prima scissione, visto che oggi parliamo di questo, arrivò nel 1921, dopo scontri tra massimalisti e minimalisti che condussero alla creazione del Partito Comunista d’Italia. Poi, durante la Guerra Fredda, ecco arrivare lo scontro tra Giuseppe Saragat e Pietro Nenni, dal cui aspro confronto nasce un’altra costola, il Partito Socialista Democratico Italiano.

Altro evento choc per la sinistra nostrana il crollo del muro di Berlino, con il Partito Comunista che conclude il proprio percorso politico e la nascita, ad opera di Achille Occhetto, del Partito Democratico della Sinistra. Dall’altra però ecco arrivare la fondazione da parte di Armando Cossutta, Ersilia Salvato e Lucio Libertini del ‘radicale’ Partito della Rifondazione Comunista, che non avrà vita semplice, visto che nel 1998, in pieno marasma del Governo Prodi, subisce l’ennesima scissione che porta alla nascita dei Comunisti Italiani. Il Pds anche cambia pelle, arrivano i Democratici di Sinistra, con Massimo D’Alema e Walter Veltroni come primi segretari, poi dalla fusione dei Democratici di Sinistra ed alcuni membri della Margherita, arriva nel 2007 un altro passaggio storico, ossia la nascita dell’attuale Partito Democratico. Non ultima poi la scissione di una parte della sinistra con la creazione di Sinistra, Ecologia e Libertà (SEL). Ma la galassia della sinistra continua a muoversi ed ecco che una nuova scissione è pronta a sconvolgere il Pd, che ai più è sembrata solo una convivenza forzata tra elementi troppo diversi per trovare una sintesi vera.

Gianfranco Pasquino, politologo e accademico italiano, considerato tra i massimi esperti di scienza politica a livello internazionale, ci fa luce sulla questione:

Rispetto alle tante scissioni intestine alla Sinistra nel corso degli ultimi novant’anni, cosa c’è di diverso in quello che sta accadendo al Pd oggi?

Di scissioni nella sinistra italiana ce ne sono state diverse, ognuna deve esser valutata in base al partito e in riferimento alle tematiche che hanno portato alla scissione stessa. Certo, paragonare la scissione del partito comunista nel 1921 con quella di coloro che oggi vanno via dal Pd lo trovo poco in linea, bisogna ricordare che anche altrove la sinistra perde ed ha perso pezzi, come per il partito socialista in Francia che al tempo perse un pezzo chiamato poi Partito Socialista Unificato, o come in Inghilterra con i laburisti che nel ’82 persero un pezzo che poi si chiamò Alleanza Socialdemocratica, o come in Germania laddove la Socialdemocrazia perse un pezzo che si è poi riconfigurato nascendo dalla fusione tra il Partito della Sinistra ed il movimento Lavoro e Giustizia Sociale chiamandosi Die Linke. Anche i socialisti spagnoli han perso un pezzo che poi ha preso il nome di Podemos; inevitabilmente, la sinistra subisce scissioni, specialmente laddove non si riesce a raggiungere un comune accordo.

Quali sono stati gli elementi che hanno determinato nel corso del tempo questa scissione?

La Sinistra guarda al cambiamento, una parte è disponibile a cambiare molto e l’altra invece tende ad esser meno propensa a farlo; talvolta il cambiamento può esser un successo ma in questo caso la sinistra si ritrova ad esser colpita, la sinistra deve esser analizzata considerandola di base volta al progresso. I Paesi che non hanno naturale propensione ad un progresso repentino e non lo pretendono dalla sinistra, mantengono un partito unito; i Paesi in costante cambiamento non potranno che avere una sinistra instabile di natura, vuoi per ragioni culturali e generazionali. Questo porterà a decidere se velocizzare o rallentare il processo di cambiamento, sia per andar più in fretta, sia per timore di perdere pezzi preziosi.

Qual’è stato il problema di fondo del Partito Democratico e in che modo si sta muovendo e configurando la sinistra italiana al riguardo?

Il problema del Partito Democratico è che non è diventato quello che i fondatori speravano diventasse, ovvero fin dagli inizi il Pd è stato un caso di ’fusione fredda’ tra una Margherita principalmente ex democristiana con una componente prodiana e gli ex comunisti, che in modo curioso mettevano assieme il meglio della cultura riformista senza pero riuscire a mantenere intatta una riflessione o tantomeno una produzione di cultura dal partito; quello che vediamo ad oggi è il parto di una leadership senza cultura, perché questo è Renzi e la sua amministrazione, o anche la Serracchiani, nessuna cultura politica. Da un lato abbiamo la gestione di Renzi, sprovvista di un’adeguata cultura politica, dall’altra parte quelli che non hanno saputo migliorare e rinnovare i brandelli di quel che un tempo poteva esser considerata cultura politica. Il problema è identificabile dall’inizio, ricordiamo che il Pd è un partito giovanissimo e non riuscendo a produrre alcun tipo di cultura, inevitabilmente ha portato ad una scissione tra la persona di Renzi, assolutamente divisiva e le altre personalità politiche, non aiutando la coesione del Pd stesso.

Parlavamo di Podemos, rispetto alle altre sinistre europee, cosa c’è di diverso rispetto alla nostra e cosa bisogna prendere come spunto per riuscire a progredire evitando ulteriori scissioni e problematiche?

La differenza principale è che la Sinistra italiana ha una componente ex comunista, in tutti gli altri Paesi la componente maggioritaria è socialista invece, come lo è stata in Francia, in Spagna, in Gran Bretagna. La grossa differenza è che qui non c’è stata una fase socialdemocratica. Chi ha messo su il Partito Democratico doveva assimilare la componente socialdemocratica, non riuscendoci e portando agli esiti che già conosciamo.

La minoranza ‘secessionista’ del Pd come si sta configurando? La questione di cultura politica riformista verrà abbandonata?

Se invece del porre attenzione all’urgenza drammatica del tenere il congresso in tempi brevi Renzi avesse preferito una conferenza programmatica, sicuramente ci sarebbe stata la base di un dibattito culturale; in assenza di tale presupposto, i rimanenti dovranno cercare di conquistare consenso ed essere presenti nella vita politica; in ogni caso il dibattito culturale è stato rimandato fin troppo. Tra gli interventi in assemblea ve ne sono stati solo due rilevanti dal punto di vista culturale, il primo da parte di Epifani che definiva un partito riformista di sinistra, l’altro invece da parte di Veltroni che ridefiniva quello che non è riuscito a fare nella fase di struttura del Pd.

Pubblicato il 22 febbraio 2017 su L’INDRO

Caso Marino: Nessun miracolo a Roma

Non può essere e non è Marino il responsabile assoluto e solitario di tutti guai di Roma, del Partito Democratico e della politica. Probabilmente è il contrario: la politica romana e il PD hanno “causato” Marino sindaco. Certo, Marino doveva essere sufficientemente accorto per non lastricare la strada delle sue dimissioni con scontrini a carico del comune, con multe non pagate, con viaggi di inutile rappresentanza della città di cui era sindaco. Sono cose che, semplicemente, per di più dopo scandali simili, ma di proporzioni maggiori alla Regione Lazio, non si debbono mai più fare. Tuttavia, se Marino avesse dimostrato di sapere governare Roma, gli scontrini non l’avrebbero costretto ad andarsene.

Se l’era cercata lui la candidatura a sindaco e l’aveva anche ottenuta attraverso le primarie, in maniera più che legittima. Neanche le primarie meritano di essere considerate responsabili del successivo scarso e ingenuo governo di Marino. Dietro tutto quello che è successo sta il fallimento della politica del Partito Democratico di Roma e dei suoi predecessori, DS e Margherita. Se il PD non avesse proceduto a riscaldare la “minestra Rutelli” dopo molti anni, ma avesse cercato e trovato un candidato più motivato e più promettente, non avrebbe perso contro Alemanno. Non è detto che la rete chiamata Mafia capitale sarebbe subito stata spezzata, ma almeno non si sarebbe ingigantita.

Fin dall’inizio Marino ha incontrato due problemi reali e non si è mai reso conto di avere una sua enorme debolezza congenita. Il primo problema è che, come parvenu della politica romana, Marino non ha mai saputo, forse neppure voluto, non comprendendone l’importanza, cercare di diventare il capo effettivo e riconosciuto del Partito Democratico di Roma. L’operazione sarebbe comunque stata difficilissima, ma il tentarla gli avrebbe procurato amici e sostenitori e lo avrebbe fatto sentire meno come un “marziano”. Avrebbe anche rapidamente portato alla sua attenzione alcuni fenomeni di degenerazione che, invece, ha compreso poco, male e tardi. Politicamente ingenuo, Marino si è dimostrato anche incapace dal punto divista amministrativo. Non ci si improvvisa sindaci, meno che mai di città grandi e complicate.

Marino costituisce anche una lezione per tutti coloro che continuano a voler pescare nella società civile. Tutti gli eventuali sindaci “civici” passeranno attraverso una fase, più o meno lunga di apprendistato. La supereranno con successo solo se aiutati dai consiglieri comunali dei loro partiti e se sapranno scegliere assessori esperti, capaci e leali. Purtroppo per lui, ingenuo e incompetente, Marino ha anche sopravvalutato le sue capacità, in particolare quella di comprendere la situazione e di guidarla in maniera imperativa basandosi sulle sole idee che considerava valide: le sue. Grave peccato di presunzione, come direbbero gli americani che Marino conosce e ammira, troppa hubris (ampiamente palesata anche nel messaggio video delle sue dimissioni pro tempore).

Detto tutto questo che è innegabile, ma, al tempo stesso, illuminante di una parabola alla fine molto triste, le responsabilità maggiori dell’ascesa maldestra e della caduta rovinosa di Marino sono del Partito Democratico di Orfini e di Renzi. Presidente dell’Assemblea del PD e commissario del “suo” partito romano, che è, dunque, obbligato a conoscere benissimo, Orfini ha talvolta remato contro Marino, talvolta non ha remato affatto. Le sue dimissioni sarebbero logiche. Nient’affatto amico di Marino, il segretario nazionale del Partito Democratico Matteo Renzi non ha mai gradito la presenza di Marino e, di tanto in tanto, lo ha impiombato. Renzi vuole degli “yesmen” anche a livello locale, ma non sa trovarli e poi non ha abbastanza tempo e conoscenze per sostenerli. Insomma, si diano a Marino le sue responsabilità, ma una soluzione decente per Roma, per i romani, per il PD arriverà soltanto quando si affermerà l’idea che la società civile da sola non può cambiare la politica, ma deve allearsi con politici onesti e competenti e che il governo di una città richiede esperienza amministrativa e la coesione di un gruppo dirigente partitico di qualità. Neppure l’incombente Giubileo garantisce la comparsa di un miracolo a Roma.

Pubblicato AGL 11 ottobre 2015

Mattarella, un cattolico sgradito all’ex Cav

Dalla sua tradizione politica e personale, quella della Democrazia Cristiana, dei Popolari, forse anche dell’Ulivo e poi della Margherita, Matteo Renzi ha estratto una buona candidatura per il Quirinale. L’attuale giudice costituzionale Sergio Mattarella, più volte ministro, autore, ironia della sorte, di una buona legge elettorale che Renzi seppellisce definitivamente con il suo meno buono Italicum, è in effetti, un ex-democristiano, che non ha nessun motivo di pentirsi, di basso profilo. Non è, però, un ex-democristiano di bassa qualità.

Anzi, nell’ambito dei molti nomi di dc di vario genere che Renzi e il suo entourage hanno fatto circolare, per lo più strumentalmente, nei gossip pre-presidenziali, è sicuramente il migliore. Sobrio, riservato, sempre equilibrato nelle sue, rarissime, dichiarazioni, la carriera politico-parlamentare di Mattarella evidenzia anche la sua capacità di non rinunziare alle proprie convinzioni. Nel 1990 le sue dimissioni da ministro, unitamente ad altri quattro ministri della sinistra democristiana, furono motivate dal dissenso profondo sulla legge del repubblicano Mammì che aprì una prateria alle scorribande delle televisioni di Silvio Berlusconi. Probabilmente, sono proprio quelle dimissioni a renderlo non votabile da Berlusconi, che ha la memoria lunga, ma che deve anche avere capito che Mattarella non sarà un Presidente della Repubblica malleabile.
Se, dunque, Berlusconi voleva qualcosa in cambio dei suoi voti, si è reso immediatamente conto che quel qualcosa Mattarella non glielo avrebbe dato. Non glielo darà. Naturalmente, neppure Renzi avrà un trattamento di favore poiché la cultura costituzionale di Mattarella a nessun favore si piega. Semmai, in quanto Presidente della Repubblica, Mattarella cercherà nei limiti del possibile di ricostruire quell’equilibrio fra le istituzioni che il fortissimo ridimensionamento del Senato e il grande potere conferito dal premio elettorale alla lista vittoriosa e al suo capo mettono in seria discussione.
Dalla difficile prova dell’elezione presidenziale Renzi esce finora giustamente soddisfatto. Ha evitato che il Pd andasse in ordine sparso perseguendo candidature che, in generale, erano in parte divisive in parte inadeguate, a lui, comunque, non pienamente gradite. Ha dimostrato che il Patto del Nazareno non implicava nessun accordo segreto e inconfessabile riguardo all’inquilino da collocare al Colle per i prossimi sette anni. Ha messo in serie difficoltà l’area Nuovo Centro Destra e Udc, molti dei quali ex-democristiani dovranno dare delle spiegazioni a se stessi e alla loro coscienza se finiranno per non votare uno dei migliori di loro. Alfano non potrà cavarsela portando l’Ncd, come ha dichiarato, su posizioni più critiche dell’azione del governo di cui lui fa parte e dal quale non può staccarsi se non a rischio, quasi letale, di provocare nuove difficoltosissime elezioni. Dal canto suo, Berlusconi non può abbandonare gli accordi sulle riforme elettorali e costituzionali da concludere. Forse riuscirà a capire in tempo che votare Mattarella spiazzerebbe l’Ncd e lo rimetterebbe in sintonia con Renzi, una sintonia di cui Forza Italia al 16 per cento ha molto più bisogno che non il segretario del Partito Democratico.
I falchi di Forza Italia volano incattiviti, ma non sanno dove andare a posarsi. Infine, la mossa di Renzi ha reso visibilissime l’incapacità e l’irrilevanza dei grillini che sono in imbarazzo, anche perché poco sanno della storia della Repubblica, a giustificare il non–voto per Mattarella.
Una vittoria presidenziale è molto importante. Cancellerà per qualche tempo le molte preoccupazioni che il capo del governo deve avere soprattutto in termini di rilancio dell’economia. Sopirà anche le tensioni fra i renziani e le maltrattate minoranze interne, meno quella di Civati che s’inventerà qualcosa per rilasciare interviste. Metterà anche in soffitta la prospettiva, del tutto illusoria, di un progetto Tsipras Italian-style. Renzi si troverà al tempo stesso più libero nelle scelte, ma privo del sostegno che Napolitano gli ha garantito.
Pubblicato AGL 30 gennaio 2015