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Referendum: la manipolazione degli aggettivi

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viaBorgogna3

Confermativo? No, oppositivo. Risponde Gianfranco Pasquino

Caro Prof Pasquino, lei ha di che essere molto soddisfatto. E anche noi. Con i suoi tweets e con l’intervista che ci ha concesso (Galeotto è il centotrentotto 04 Gennaio 2016), sembra che si siano accorti un po’ tutti che il referendum chiesto da Renzi e Boschi ovvero dal governo, si approssima moltissimo ad un plebiscito.

Sì, sono abbastanza soddisfatto e ringrazio lei e la Casa della Cultura di avere contribuito a fare circolare le mie idee. L’hanno capito quasi tutti i giornalisti, tranne “il Foglio” che non solo deliberatamente ignora il rischio. Anzi, lo desidera: le derive plebiscitarie fanno parte della storia personale di alcuni fra i loro collaboratori più importanti. Quanto a Renzi e Boschi, in parte ignorano le critiche, perché neppure colgono la gravità del loro appello plebiscitario; in parte debbono avere ricevuto il consiglio di lasciare cadere, non dare importanza, evitare di farsi beccare in flagrante. Nel frattempo, però, sono emersi altri due inconvenienti-rischi.

Uno mi pare di intuirlo nei capitomboli e nelle acrobazie di fin troppi retroscenisti, che poco sanno della “scena”, e dei molti partecipanti ai talk show che ignorano la Costituzione. Si tratta dell’aggettivo che hanno appioppato al referendum costituzionale: confermativo?

Esattamente. Naturalmente nell’art. 138, che costituisce l’oggetto di una delle mie trenta lezioni (La Costituzione in trenta lezioni, UTET 2015) non c’è nessun aggettivo qualificativo per il referendum sulle modifiche alla Costituzione. Comunque, se dovesse essercene uno, dovrebbe essere oppositivo. Infatti, il referendum dovrebbe essere chiesto, correttamente, ovvero, così pensavano quegli ingenui dei Costituenti, da coloro che si oppongono alle modifiche approvate da una maggioranza parlamentare, che vogliono farle cadere attraverso il voto dei cittadini i quali, contrari alle modifiche e convinti dalle argomentazioni degli oppositori, vanno alle urne. Naturalmente, confermativo è un aggettivo sottilmente manipolatorio ed ecco che i sostenitori delle modifiche chiamano in questo modo a raccolta il loro pubblico di riferimento. Da quel che leggo, sembra che gli oppositori delle modifiche, oltre a stare organizzando capillarmente i Comitati del NO, abbiano già raccolto le firme di quasi un quinto dei parlamentari.

Quindi, il referendum si farà e, siccome è stato chiesto dagli oppositori, lei non potrà più accusare il governo di ricatto plebiscitario. Giusto? Qual è l’altro inconveniente-rischio? Non ce ne sono già abbastanza?

Replico che il governo continua a sbandierare la sua propria volontà referendaria con incomprimibili pulsioni plebiscitarie. Per un minimo di serietà, dunque, il governo, meglio i partiti di governo dovrebbero raccogliere le firme dei cittadini (non riesco ad immaginarmi la mobilitazione effervescente di NCD e di Scelta Civica!), non mettendo in imbarazzo i loro parlamentari i quali, avendole votate, adesso dovrebbero firmare per un referendum tecnicamente oppositivo di quelle loro stesse riforme. Il rischio è che il Comitato per il NO si faccia schiacciare sul versante del conservatorismo costituzionale, mai nobile e qualche volta davvero profondamente sbagliato. Di qui parte la mia campagna “illuministica”. Propongo un “Comitato del No, ma”. No a queste brutte e disorganiche riforme, ma: Sì a riforme ben congegnate e ben collegate che, tutte, oddio, quasi tutte, possono prendere lo slancio da quelle malfatte. Per esempio, ma se crederà approfondiremo meglio in altra specifica intervista (dai grandi quotidiani nazionali non c’è da attendersi nulla in quanto a approfondimenti), riformare iI Senato con una composizione migliore e compiti più chiari, abolire i senatori a vita (compresi gli ex-Presidenti della Repubblica), non resuscitare il CNEL la cui abolizione proposi con un apposito disegno di legge, agli Atti del Senato, credo nel 1990, proporre la riduzione drastica del numero dei comuni e virtuose ridefinizioni e accorpamenti di regioni, e così via. Insomma, Il Comitato del NO dovrebbe fare al tempo stesso efficaci controproposte e impegnarsi in una pedagogia di massa. Che sia la volta buona per molti italiani di imparare la Costituzione? Non solo è auspicabile, ma sembra diventato anche possibile.

A.A.

Pubblicato il 18 gennaio 2016

Cinque Stelle alla Consulta

Cinque giudici della Corte Costituzionale sono eletti dal Parlamento in seduta comune, art. 135. Devono ottenere due terzi dei voti nelle prime due votazioni, tre quinti nelle votazioni successive. Secondo la critica più diffusa in maniera sconsideratamente tenace, se sono necessarie molte, la responsabilità sarebbe da attribuire al Parlamento ovvero a quei fannulloni litigiosi che sono i parlamentari. Purtroppo, la pensano in questo modo, e quel che è peggio lo dicono, subordinando, difficile valutare quanto inconsapevolmente, il Parlamento ai partiti, sia la presidente della Camera Laura Boldrini sia il Presidente del Senato Pietro Grasso. Invece, non è affatto così ovvero, se si preferisce, la responsabilità dei parlamentari appare di gran lunga inferiore a quella dei partiti e, soprattutto, dei dirigenti di partito. Praticamente, i parlamentari non sono neppure consultati dai designatori, vale a dire i capi dei loro partiti. E’ sempre un cerchio ristretto al leader del partito e ad alcuni suoi pochissimi consiglieri che procede alla nomina dei candidati.

Prima della loro meritata scomparsa, i partiti italiani mostrarono un minimo di sensibilità democratica accettando informalmente che i nominati rappresentassero di volta in volta le differenti culture politiche presenti in Parlamento, con la sola eccezione del Movimento Sociale (non facente parte dell’arco costituzionale). Tuttavia, alcuni candidati, in quanto espressione troppo marcata della leadership di un partito (Spadolini e Craxi), o dal profilo e dalla biografia troppo incisiva (Lelio Basso), non riuscendo ad essere eletti, non furono mantenuti in votazione oppure si ritirarono. In generale, gli accordi non scritti, nessun bisogno di “patti del Nazareno”, vennero sostanzialmente rispettati. Dopo il 1994, scomparsi i partiti e offuscatesi le loro obsolescenti culture politiche, è diventato tutto più difficile. I presidenti della Repubblica hanno, comunque, cercato di nominare i cinque giudici di loro spettanza applicando criteri di merito non disgiunto dalla rappresentanza di aree politico-culturali. E’ rimasta esclusa soltanto la Lega per la quale vale, almeno in parte, il criterio della non piena accettazione della Costituzione. Dal canto loro, i parlamentari si sono trovati nella sgradevole situazione di dovere ingoiare candidature mai previamente discusse e chiaramente partigiane.

Guardando al recente passato e ai lunghi stalli, ma anche valutando sobriamente le attuali candidature, è possibile cogliere due criteri prevalenti: la ricompensa per il sostegno indefettibile dato alla linea di un partito, ma più specificamente al capo del partito, e la liberazione di cariche di nomina ugualmente partitica che consentiranno di premiare anche altri utili fedelissimi. Il secondo criterio privilegia chi già occupa cariche abbastanza importanti, ad esempio, come i componenti e i presidenti di qualche Autorità indipendente (Antitrust, Comunicazioni e così via) oppure chi è già parlamentare e consentirà il subentro del primo dei non eletti nella sua circoscrizione. Il primo criterio appare particolarmente delicato nelle sue conseguenze poiché la Corte Costituzionale dovrà molto presumibilmente e presto occuparsi di ricorsi contro la legge elettorale Italicum e contro la riforma del Senato con tutto quello che ne deriva. Scegliere chi in materia si è già ripetutamente e senza riserve espresso in maniera favorevole al governo è una sorta di piccola polizza d’assicurazione per Renzi e Boschi, tutto il contrario della garanzia di una valutazione equa. Escludere qualsiasi candidatura formulabile dal Movimento Cinque Stelle, che ha, al contrario della svanita Scelta civica, una presenza rilevante in Parlamento ed è espressione di un quarto degli elettori italiani, appare una discriminazione intollerabile. Da ultimo, non è giustificabile passare sotto silenzio l’assenza di qualsiasi candidatura femminile come se non esistessero avvocatesse di grande prestigio e alta qualità e non ci fossero nelle università italiane autorevoli professoresse di diritto. Invece di criticare i parlamentari per la loro presunta inazione, si critichino coloro che scelgono e pretendono di imporre e si guardi alle biografie dei candidati. Meglio lo stallo fecondo che brutte e irrimediabili elezioni.

Pubblicato AGL 28 novembre 2015

Italicum Rivedere il malfatto

Nell’Italicum già esiste la clausola “coda di paglia” che impegna gli estensori a sottoporre la muova legge elettorale a una verifica di costituzionalità. Peraltro, sarebbe stato opportuno che, prima il Presidente Napolitano, al quale è toccato il compito di autorizzarne la presentazione al Parlamento, poi il Presidente Mattarella, al quale è spettato firmarla per promulgarla, facessero i loro compiti nella “casa degli italiani” ovvero al Quirinale. Adesso, un variegato schieramento prevalentemente composto da politici, costituzionalisti e avvocati ha preparato contro l’Italicum diversi ricorsi che saranno presentati alla Camera e poi depositati nei Tribunali di molto capoluoghi affinché giungano alla Corte Costituzionale. La speranza degli oppositori dell’Italicum è che la Corte bocci la mancanza di una percentuale precisa di voti per accedere al ballottaggio e addirittura elimini il premio di maggioranza. Nel frattempo, sia all’interno del Partito Democratico, non soltanto fra le sue sparse minoranze, sia fra tutti i gruppi di opposizione, a cominciare da Forza Italia, ma ad eccezione del Movimento 5 Stelle, è alta la preoccupazione che consentire l’accesso al ballottaggio alle liste e non alle coalizioni significa andare verso un duello, che tutti i sondaggi certificano, fra PD e 5 Stelle.

Per appurare la legittimità costituzionale dell’Italicum, forse sarebbe sufficiente fare riferimento alle obiezioni con le quali la Corte ha distrutto la legge elettorale precedente, il Porcellum, e valutare se gli articoli dell’Italicum rispondono efficacemente a quelle motivazioni. Le liste non sono più bloccate tranne che per il capolista che rimane un privilegiato. Tuttavia, rimangono consentite le candidature multiple ovvero vi saranno dei privilegiatissimi che, veri specchi per gli elettori-allodole, potranno candidarsi addirittura in dieci collegi. L’introduzione del ballottaggio risponde a una delle obiezioni della Corte, ma, com’è congegnato, comporta un grande inconveniente. Se al ballottaggio andassero due liste che hanno ciascuna ottenuto il 25 per cento dei voti, la vincente avrebbe un premio che la porterebbe al 55 per cento dei seggi. Di fronte a questo probabile esito, il gatto si morde la coda. Se si stabilisce una soglia alta, al di là del 35 per cento, nelle condizioni date potrebbe non arrivarci nessuno dei contendenti. Quand’anche si consentisse con qualche trucco il ballottaggio qualora un solo contendente raggiungesse la soglia minima, l’impossibilità di apparentamenti potrebbe sfociare nella vittoria di una lista/partito del 25 per cento circa.

Torna in campo la doppia opzione alla quale Renzi-Boschi e i loro sostenitori si sono pervicacemente opposti: 1. stabilire che il premio può essere assegnato anche a coalizioni di partiti e di liste che si presentino alleate intorno ad un programma (e ad un leader candidato Primo ministro); 2. consentire che nel passaggio fra il primo turno di votazioni e il ballottaggio siano possibili gli apparentamenti con la sottoscrizione, da parte degli apparentandi, del programma del partito che va al ballottaggio. Entrambe le opzioni disinnescherebbero le probabili obiezioni della Corte costituzionale e vanificherebbero i ricorsi. La considerazione politica di fondo non può che essere severa. L’Italicum è una legge fatta male, a causa dell’eventualità di un ballottaggio PD/5 Stelle, che desta preoccupazioni “partigiane” persino in coloro che l’hanno votata. Tuttavia, la motivazione prevalente per rivederla non deve essere il timore per questo ballottaggio. Quello che conta per valutare una legge elettorale è, da un lato, quanto potere dà ai cittadini; dall’altro, quanta rappresentanza offre loro. Il potere dei cittadini cresce quando è il loro voto (non la nomina dall’alto) che manda i candidati in Parlamento. La rappresentanza è più ampia e soddisfacente quando al governo ci sono coalizioni, ovviamente il meno litigiose possibili, legittimate dal voto della maggioranza degli elettori. L’Italicum è carente da entrambi i punti di vista. Il tempo per rivederlo a fondo c’è.

Pubblicato AGL il 28 ottobre 2015

Non solo imperfetto Anche pasticciato

Il passaggio dal bicameralismo che troppi si sono ostinati a chiamare perfetto al bicameralismo renzian-boschiano sicuramente imperfetto é malamente compiuto. Sarà meglio non chiamare in causa fra i favorevoli Pietro Ingrao, che voleva il monocameralismo, ben diverso dal cambiamento in un sistema che rimane bicamerale, oppure i dubbi dei Costituenti i quali, alla fine, scelsero per non poche buone ragioni il bicameralismo che ci siamo tenuti per 67 non brutti anni. Mi continua a destare forti perplessità l’esplicito e ribadito sostegno a questa riforma da parte di Giorgio Napolitano, Senatore a vita senza nessun precedente impegno a favore di riforme elettorali e istituzionali, che, anzi, ha sempre ispirato la sua azione in materia alla massima cautela.

A questo punto, possiamo dirlo alto e forte: i senatori, a cominciare da quelli del Partito Democratico, minoranze trattativiste incluse, e sconfitte, si sono suicidati. Nessuno di loro, salvo acrobazie dei Consigli regionali, tornerà nella prossima assemblea. I più forti di loro cercheranno di strappare grazie all’Italicum un seggio sicuro nella Camera dei deputati. Qualcuno dei suicidi cerca di farci credere, ma forse soprattutto di convincere se stesso, che si é immolato per (il Partito del)la Patria che sarebbe il renzian partito della Nazione con l’aggiunta di quei mobili gentiluomini profondi conoscitori delle strutture e dei meccanismi istituzionali che si chiamano verdiniani.

“Cosa fatto capo ha” si dice in Toscana. Quel che interessa é sapere se la cosa fatta funzionerà, ovvero se migliorerà il funzionamento del sistema politico italiano e la qualità della sua democrazia. Troppi hanno sottovalutato tre aspetti che potrebbero avere conseguenze molto negative. Il primo aspetto é che quella del Senato é stata una riforma ad hoc: ridurre il numero dei parlamentari, spendere molto di meno, accelerare la legislazione. Così facendo, però, la funzione di controllo della seconda lettura é andata persa e si sono aperti grandi e evidenti problemi di riequilibrio e di freni e contrappesi anche per le modalità di elezione del Presidente della Repubblica. Secondo elemento trascurato sono gli eventuali, probabili e numerosi, conflitti, fra i prossimi Senatori, forse nominati, forse designati, sicuramente non eletti, i Consigli regionali stessi, che, avendoli designati, pretenderanno di dettarne i comportamenti (altro che “senza vincolo di mandato”), i loro colleghi deputati, i ministri che si occuperanno di materie regionali, il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale alla quale arriveranno molti e frequenti ricorsi. Il terzo aspetto problemático deriva dall’inevitabile tentativo del prossimo Senato di ritagliarsi un qualche indefinito e, allo stato delle cose, indefinibile, ruolo legislativo e politico.

Alla fin della ballata, c’é, dunque, pochissimo di cui rallegrarsi. La trasformazione del Senato sarà brandita come un trofeo dai renziani, mai la positività del suo impatto rimane tutta da verificare. E’ giusto concluderne che, sì, il governo ha ottenuto quasi tutto quello che ha finora voluto in materia di riforme istituzionali, ma questo strapotere é, almeno in parte, piuttosto preoccupante. Mentre si discute sul come ritoccare l’Italicum, é probabile che a mente fredda qualcuno scoprirà più di una magagna nel Senato/Camera delle regioni. Brutta questa storia che non é neppure ancora completamente terminata.

Pubblicato AGL il 15 ottobre 2015

ACCORDO SENATO/ Pasquino: una riforma che prepara il “tutti contro tutti”

Il sussidiario

Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net

Il bilancio della riforma costituzionale è certamente negativo, e il risultato è un pasticcio. Non soltanto sull’elettività del Senato, ma anche su enti locali, elezione del presidente della Repubblica e referendum”. A parlare è Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica alla Johns Hopkins University di Bologna. Domenica Renzi parlando al TG5 aveva rassicurato: “Non ci saranno problemi, le riforme vanno avanti, l’abbiamo sempre detto e sempre fatto ma c’è sempre un po’ di preoccupazione nel mondo politico”.

Perché ritiene che il bilancio di queste riforme sia negativo?
Né la legge elettorale né il nuovo Senato daranno maggiore funzionalità al sistema politico, e d’altra parte non daranno neanche maggiore potere ai cittadini. Alcuni si accontenteranno di pensare che spendono meno perché i senatori scendono da 315 a 100. Però non sanno quanti conflitti ci saranno tra il Senato da un lato e le Regioni, la Camera dei deputati, il presidente della Repubblica, la Corte costituzionale dall’altro. Conflitti che ci costeranno comunque tempo e soldi.

Chi ha vinto e chi ha perso all’interno del Pd?
Se la riforma del Senato passa con poche varianti rispetto all’attuale stesura, hanno vinto Renzi e la Boschi mentre la minoranza ha sbagliato quasi tutto. In particolare non ho capito la differenza tra designazione e nomina. Nella riforma si afferma che i consigli regionali designano i senatori, mi domando quindi come si possa parlare di elezione dei senatori da parte dei cittadini. Se le cose stanno così la minoranza non ha capito quasi nulla. Se per di più quei senatori sono eletti in un listino, cioè tutti in un blocco, quella non è l’elezione dei senatori bensì del listino.

Che cosa ne pensa del modo in cui la riforma ridisegna l’elezione del presidente della Repubblica?
Il vero problema è l’impatto che avrà il premio di maggioranza dell’Italicum. Fino al 1 992 le maggioranze governative in teoria avevano una maggioranza per eleggere da sole il presidente della Repubblica, ma di fatto non ci sono mai riuscite. Alla luce di quanto è diventata aspra e maligna la lotta politica, oggi è possibile che un singolo partito con il soccorso silenzioso di alcuni parlamentari che si posizionano riesca a eleggere il presidente della Repubblica. Questo è un fatto che non va bene. Sottolineo che fino a quando non si cambierà la legge elettorale, il premio di maggioranza va a un unico partito.

Secondo lei come si corregge questo rischio?
Dopo un certo numero di scrutini, compreso tra i tre e i cinque, si può prevedere un ballottaggio tra i due candidati più votati per la carica di presidente della Repubblica.

Come interviene questa riforma per quanto riguarda gli enti locali?
Quello degli enti locali è un altro pasticcio. Non sappiamo che fine hanno fatto le province, e la mia impressione è che nella riforma sia incluso un tentativo di ri-centralizzazione. In un certo senso potrebbe anche essere accettabile, ma se noi creiamo una camera delle autonomie, decidiamo che ne facciano parte 21 sindaci e poi centralizziamo alcune funzioni, c’è il rischio che si creino dei nuovi conflitti.

La riforma interviene anche sull’istituto del referendum. Come valuta il modo in cui ciò avviene?
La riforma eleva a 800 mila il numero delle firme necessarie a chiedere il referendum. Sarebbe stato legittimo aspettarsi un contrappeso, in base a cui il quorum non si calcolava più sulla base degli aventi diritto bensì sul numero dei votanti alle elezioni politiche più recenti.

Come vede la moral suasion di Mattarella per trovare una maggioranza più ampia sulle riforme?
Da parte di Mattarella, come pure di Napolitano, mi sarei aspettato che facessero notare una cosa: cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica in una camera delle regioni non c’entrano nulla. Qui non è un problema di moral suasion ma di institutional reasoning, cioè di ragionamento istituzionale. Non conta però l’ampiezza della maggioranza che approva la riforma costituzionale, quanto piuttosto il contenuto che in ogni caso rimane di basso livello.

Sappiamo che lei ha conosciuto direttamente Pietro Ingrao, l’ex presidente della Camera morto domenica. Lei come lo ricorda?
Le idee di Ingrao sono state identificate con una posizione movimentista della politica. Ciò è vero solo in parte, perché Ingrao ha poi creato il Centro per la Riforma dello Stato, che pubblica ancora oggi la rivista Democrazia e diritto. Io stesso sono stato cooptato in quella rivista agli inizi degli anni ’80. E a proposito di riforme, Ingrao era favorevole al monocameralismo, che è una cosa molto diversa da un bicameralismo differenziato. Nel monocameralismo la sovranità popolare è espressa da una sola camera, che deve essere eletta con un sistema elettorale apposito.

Quale eredità lascia Ingrao al nostro Paese?
Le posizioni di Ingrao sono sempre state minoritarie, tanto nel Paese quanto nel partito, ma erano posizioni che coglievano dei punti anche rilevanti. Il suo vero obiettivo era porsi come contropotere, e Ingrao stesso quando arrivava vicino al potere si ritraeva. Dopo essere stato per tre anni presidente della Camera, decise che non voleva più farlo perché si sentiva limitato nella sua capacità di espressione e di azione politica.

Pubblicato il 29 settembre 2015

La giacchetta del Senato

TerzaRepubblica intervista Pasquino. Ecco come tutti i difetti della riforma verranno al pettine

La terza Repubblica

Noi di Terza Repubblica, travolti e francamente sconvolti da un’overdose di pareri giuridici sulla riforma del Senato, abbiamo deciso di fare alcune domande a un autorevole scienziato della politica.

D. Davvero per capire che riforma è quella del Senato bisogna usare strumenti giuridici?

R.Certamente, no. Quegli strumenti da azzeccagarbugli sono spesso fuorvianti, e inutili. La riforma dell’imperfetto bicameralismo italiano va collocata nel quadro politico dei rapporti fra le istituzioni: “Regioni-Parlamento-Governo-Presidente della Repubblica” e del potere degli elettori. A costoro viene tolto moltissimo potere, elettorale (rappresentanza politica c’è soltanto quando libere elezioni la producono) e politico, che viene dato alle classi politiche peggiori che il paese abbia espresso nell’ultimo ventennio, quelle dei Consigli regionali che, in un modo o nell’altro, nomineranno i Senatori. Con la Camera delle autonomie né le Regioni né i sindaci acquisteranno potere positivo. Al massimo eserciteranno un po’ di potere negativo nei confronti sia della rimanente Camera dei deputati sia del Governo. Altro che velocizzazione dei procedimenti legislativi.

D. E il Presidente della Repubblica che nominerà cinque Senatori?

R.E’ l’elemento più assurdo e ridicolo della composizione del Senato. Napolitano e Mattarella dovrebbero dirlo chiaro e forte che non ci pensano neanche per un momento a esercitare il potere di nomina.

D. Molti dicono, e ineffabili “quirinalisti” si affannano a sostenere, che non dobbiamo tirare i Presidenti per la giacchetta.

R.Il “tiro per la giacchetta” è un’attività eminentemente democratica se accompagnata da motivazioni che, in questo caso, riguardano sia quegli inutili poteri di nomina sia la perdita di poteri del Presidente derivante dalla legge elettorale. Il cosiddetto “arbitro”, secondo Mattarella, non potrà più nominare (come dice esplicitamente la Costituzione) il Presidente del Coniglio e neppure opporsi allo scioglimento del Parlamento, ovvero della Camera dei deputati, richiesto da un capo di governo premiato dai seggi dell’Italicum. Il Senato delle autonomie continuerà come se nulla fosse, tanto avrà sempre pochissimo da fare.

D.Sarebbe dunque stato meglio abolirlo tout court?

R.Oh, yes. Magari non guardando al passato né quello in Assemblea Costituente (che, pure, è opportuno conoscere nella sua interezza) né quello delle Bicamerali (neanche loro nullafacenti), ma chiedendosi per il futuro: a che cosa deve servire una seconda camera? Adesso è tardino per un limpido monocameralismo (perfetto?) che farebbe risparmiare denaro e, forse tempo, ma richiederebbe una profonda modifica dell’imperfetto Italicum. E’ un po’ patetico il Presidente del Consiglio che con la sua serafica ministra Boschi minaccia di cancellare il Senato.

D. Insomma, prof, non c’è proprio nulla di buono nella riforma del Senato?

R. Oh, no. C’è molto di buono, soprattutto è l’insieme che è promettente. Cominceranno gli inconvenienti quando le Regioni dovranno nominare i loro Senatori (la presenza eventuale, di cui si discute come se fosse equivalente all’elettività, di un apposito listino, scelto da chi?, non cambia niente). Poi, quando eventuali crisi porteranno qualche regione a elezioni anticipate e cambi di maggioranze alle quali faranno seguito tensioni per i rappresentanti da sostituire in Senato. Poi, ancora, quando esploderanno scontri fra il Senato delle autonomie e la Camera dei deputati e/o il governo. Quando qualche Senatore rivendicherà la sua libertà di voto “senza vincolo di mandato”. Sono certo che alla prova dei fatti ne vedremo delle brutte. Qui sta l’elemento positivo della riforma. E’ così malfatta e rabberciata che le sue magagne spingeranno molti a tirare la giacchetta del Presidente della Repubblica e la prossima maggioranza a procedere a modifiche profonde.

Pubblicato il 19 settembre 2015

Senato: una riforma da fischiare

La (brutta) riforma del Senato sta diventando anche qualcos’altro. Ovvero è gia un campo di battaglia minato sul quale si confrontano, più o meno incautamente, non disegni sistemici di un’efficace e duratura modifica del bicameralismo italiano e dei rapporti fra Parlamento, Governo e cittadini, ma disegni di futuri assetti dentro il Partito Democratico, nel governo di Renzi, nell’ambito disgregato del centro-destra, sulle alleanze che verranno e che, probabilmente, finiranno per implicare anche una riforma della freschissima, anch’essa brutta, riforma elettorale detta Italicum.

L’obiettivo di Renzi(Boschi) è di portare a casa la riforma del Senato così com’è stata approvata in prima lettura perché vuole dimostrare di essere in controllo del suo gruppo parlamentare, di non avere nessun bisogno dell’apporto delle minoranze del PD, di sapere attrarre voti più o meno conosciuti e riconoscibili dei verdiniani e dei berlusconiani sparsi. Se ci riuscirà, Renzi pensa di procedere a vele spiegate verso il completamento della legislatura, oppure, a sua preferenza (e, magari, anche del Presidente Mattarella) verso elezioni anticipate, ma non prima dell’entrata in vigore dell’Italicum: 1 luglio 2016.

L’obiettivo delle minoranze, nascosto dietro la richiesta di un Senato elettivo, secondo modalità non chiaramente definite, è, al contrario, dimostrare che hanno voti di cui Renzi deve tenere conto e che servono a disegnare una riforma migliore (personalmente, ne dubito). Quanto ai verdiniani, entreranno agguerriti nel campo di battaglia appena sarà chiaro che possono essere decisivi. Vogliono, da un lato, che si sappia che Renzi ha usufruito del loro apporto; dall’altro, che Berlusconi prenda atto che i verdiniani contano e possono essere decisivi. Dal canto suo, Berlusconi (incoraggiato soprattutto da Brunetta) desidera che Renzi vada a sbattere contro il muro di un Senato che non controlla. Di conseguenza, sarà poi costretto ad aprire negoziati con lui (una sorta di Nazareno II) riconoscendolo tuttora capo del centro-destra. Indirettamente, ne risulterebbe dimostrato che gli alfaniani non soltanto non sono decisivi, ma sono subalterni nel governo Renzi, destinati ad essere fagocitati (infatti, alcuni degli alfaniani si apprestano a lasciare il Nuovo Centro Destra).

Sullo sfondo di tutto questo tramestio politico, sta la modifica del Senato che merita due considerazioni specifiche e puntuali. La prima considerazione è che la riforma del bicameralismo è, al tempo stesso, necessaria e utile, ma deve essere congegnata con la motivazione prioritaria e sovrastante non di una drastica riduzione del potere e dei compiti del Senato e dei senatori, ma di un miglioramento del sistema politico. In questa chiave, sarebbe stato, e continua a essere preferibile un’argomentata abolizione del Senato alla quale, in coerenza, né le sinistre interne né i Cinque Stelle potrebbero ragionevolmente opporsi. Ricominciare da capo? Sì, si può e si potrebbe anche procedere in fretta. Fra l’altro, di qui al 2018 di tempo ce n’è a sufficienza. La seconda considerazione è che né le riforme elettorali né, tantomeno, le riforme costituzionali dovrebbero essere utilizzate per la resa dei conti fra gli schieramenti politici né, tantomeno, fra maggioranza e minoranze dentro ciascun partito. Una modifica, possibile e sicuramente, auspicabile, nata male, rischia di finire peggio.

Lo so che suona retorico e quasi di maniera, ma qui ci sta davvero un appello al Presidente della Repubblica. Forse, tra le quinte, con discrezione, qualcosa Mattarella avrà già detto al suo sponsor Renzi (che si vanta fin troppo del suo ruolo nell’averlo portato al Quirinale), ma il Presidente non deve dimenticare che è il “guardiano della Costituzione” oltre a fungere anche da arbitro, come ha detto lui stesso, fra i partiti-giocatori. Fischi, Presidente, fischi subito. Troppi giocatori non stanno giocando correttamente e la partita è diventata deprimente.

Pubblicato AGL 13 settembre 2015

Una riforma sbagliata

Sbagliare è umano, insistere è renziano

Larivistailmulino

Senza scomodare i Costituenti, i quali, pure, ebbero legittime preoccupazioni di rappresentanza politico-territoriale e di equilibri fra le istituzioni, esistono (ed esistevano) due alternative decenti al pessimo testo Renzi-Boschi che verrà fatto ingoiare ai senatori, ma che i giornalisti italiani, ignari di altre esperienze e da sempre poco interessati alle questioni istituzionali, hanno già metabolizzato. Da veri riformatori era possibile procedere verso l’abolizione pura e semplice del Senato rispondendo non soltanto alle sirene populiste e antipolitiche, quelle che vogliono risparmiare sul costo delle istituzioni e della casta, ma anche a chi ritiene che semplificare i circuiti istituzionali rende la politica più trasparente e più responsabile. Naturalmente, questo avrebbe comportato anche un ridisegno della legge elettorale che, già pessima di suo, sarebbe diventata intollerabile dal punto di vista della rappresentanza degli elettori (incidentalmente, le leggi elettorali si valutano avendo come criterio sovrastante il potere degli elettori) e della concentrazione di poteri in una sola camera e in un solo partito. Certo, ci voleva coraggio e sapienza istituzionale. Forse Diogene dovrebbe essere richiamato in servizio: non è fiorentino, ma una consulenza non gliela si dovrebbe negare. Oppure si poteva e si doveva guardare alle seconde Camere che funzionano in sistemi politici simili a quello italiano, per esempio, al Bundesrat con i suoi 69 rappresentanti nominati (l’elettività diretta proposta e negata è un falsissimo problema, non una soluzione) dalle maggioranze al governo nei 16 Länder della Germania (un sistema politico che funziona. Lo sanno anche i molti siriani che cantavano “We want Germany”. No, non scherzo più di tanto).

Comunque, adesso i problemi sono due. Il primo è che una riforma fatta male come questa rimarrà sul groppone degli italiani a lungo, ma c’è il tempo per migliorarla. Secondo, magari il presidente Emerito Giorgio Napolitano e il presidente in carica Sergio Mattarella dovrebbero chiedere a Boschi e Renzi e anche al sottosegretario Pizzetti che c’azzeccano con la Camera delle Autonomie cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica. Nel frattempo, mi permetto di chiedere rispettosamente (so che si dice così) ai presidenti se non sia il caso di rinunciare alla carica di Senatore a vita. Sto rilanciando? Sì, ma, come si dice, “non da oggi”. Attendo qualcuno che venga a “vedere” (magari, mi cito?: eccome, no, leggendo Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea, 2015) perché per riformare un sistema politico-istituzionale le riforme, compresa quella della seconda Camera (Senato), vanno viste, impostate, fatte e valutate, non come fossero spezzatini con piselli, ma in chiave sistemica. E, allora?

Pubblicato il 09 settembre 2015

Il ruolo di Mattarella nelle riforme

Quando due grandi vecchi, detto con la stima e il rispetto che si sono meritati, ingaggiano un confronto serrato sulla riforma del Senato, é opportuno prestare molta attenzione. Il fondatore de “la Repubblica”, Eugenio Scalfari ha fortemente obiettato alla lettera pubblicata sul “Corriere della Sera” dal Presidente Emerito Giorgio Napolitano. Nel mio piccolo anch’io ho rilevato molto di irrituale nell’esplicito sostegno dato da Napolitano alla riforma di Renzi. Replicando alle critiche di Scalfari, il Presidente sembra fare un passo indietro. Il suo sostegno va all’idea di riforma del bicameralismo paritario e non a tutte le technicalities delle quali, anzi, auspica che siano meglio definite e ritoccate. Naturalmente, i “ritocchi”, qualora seri e non cosmetici, implicheranno un’altra lettura da parte delle Camere e quindi qualche mese in piú affinché la riforma sia completata. E’ improbabile che il velocissimo duo Renzi-Boschi concordi su questa procedura, ma la parola andrà ai numeri ovvero a quanti senatori sono in grado di imporre modifiche migliorative. Quello che Scalfari sottolinea con forza e che Napolitano sembra non voler capire é che un sistema político é tale poiché (lo insegno regolarmente) tutte le sue componenti si tengono insieme. Cambiarne una, per di piú tutt’altro che marginale, vale a dire il Senato, significa provocare effetti su molte altre componenti: sulla Camera dei deputati e sui suoi poteri, inevitabilmente accresciuti, sul Presidente della Repubblica e sui suoi poteri, ridimensionati, sull’elezione dei giudici costituzionali e dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, e altre conseguenze ancora.

Napolitano che, pure, a suo tempo, aveva addirittura fatto balenare qualche problema concernente la legge elettorale Italicum, affermando che, comunque, la si sarebbe dovuta sottoporre a “opportune verifiche di costituzionalità”, non sembra condividere le preoccupazioni di Scalfari sull’eccesso di potere che finirebbe nelle mani, prima di un partito di maggioranza relativa, anche risicata, che conquisti al ballottaggio un notevole premio in seggi, poi nelle mani del capo di quel partito che sarebbe in totale controllo della Camera dei Deputati. Per di piú, poiché un conto é disquisire astrattamente di poteri giuridico-formali un conto molto diverso é guardare alle modalitá concrete di esercizio del potere ad opera di un capo di partito che ha dimostratao con le parole e con i fatti quale trattamento impartisce ai dissenzienti e alle minoranze, qualche preoccupazione appare d’obbligo. Scalfari la enuncia fino a mettere opportunamente in discussione gli effetti delle due riforme, legge elettorale e Senato, sul funzionamento complessivo del sistema. Caricandosi di un compito che non é piú suo, Napolitano sembra invece sostenere con il peso della sua autorevolezza tutta l’azione riformatrice di Renzi (con interventi che non sarebbero stati “perdonati” ai suoi predecessori).

Quanto al successore, Scalfari teme che Napolitano influenzi piú o meno direttamente anche il Presidente Mattarella. La questione piú delicata é: come potrá Mattarella, debitore della sua elezione in parte a Napolitano in parte a Renzi, contrapporre valutazioni diverse da quelle fortemente motivate dei suoi due Grandi Elettori ? Epperó, adesso in condizione di assoluta indipendenza, il Presidente Mattarella non puó certamente dimenticare di essere un costituzionalista, di essere stato uno dei giudici costituzionali che hanno distrutto il Porcellum, di avere scritto la legge elettorale che porta il suo nome e che molti considerano di gran lunga migliore dell’Italicum. Insomma, lo scontro di opinioni e di preferenze fra Scalfari e Napolitano conduce inevitabilmente fino al Colle, vale a dire alle responsabilitá che il Presidente Mattarella dovrá accollarsi al momento della firma della modifica del Senato che implica una drastica riduzione della rappresentanza política degli italiani (e dei poteri dello stesso Presidente della Repubblica). Sul crinale fra funzionamento e democraticitá del sistema político si sta dispiegando una delicata battaglia che il confronto Scalfari-Napolitano ha illuminato, ma non puó risolvere.

Pubblicato AGL il 18 agosto 2015

I tanti campanelli d’allarme

Il campanello d’allarme per il Partito Democratico e per il suo segretario, Matteo Renzi, se si occupa anche del suo partito, era già suonato due settimane fa. Il risultato delle elezioni regionali è stato, nel migliore dei casi, un pareggio quanto a regioni vinte, ma, più realisticamente, ha costituito una non trascurabile perdita di voti. Rapidamente sepolto sotto il tappeto di un’inutile direzione del partito quell’esito alquanto sgradevole, soprattutto in Liguria e In Veneto, il Presidente del Consiglio ha continuato nella sua martellante comunicazione sulle cose già fatte, spesso soltanto a metà, e sulle cose da fare, naturalmente, in fretta. Nel frattempo, cresceva in quantità e in rumore la drammatica evidenza del sistema di corruzione denominato “Mafia Capitale” caratterizzato dal coinvolgimento anche di non pochi e non marginali spezzoni del Partiti Democratico. Né è svanito, anzi, rimane ancora molto inquietante, il problema, tutto del Presidente del Consiglio, di come procedere nei confronti del governatore De Luca, con l’interpretazione prevalente della legge che sostiene una trafila fulminea dalla proclamazione dell’eletto alla sua sospensione. Infine, ha fatto la sua comparsa il caso di un Senatore del Nuovo Centro Destra, decisivo alleato di governo, per il quale la magistratura ha chiesto l’arresto.

Tutte le volte che gli elettori votano, anche nelle elezioni regionali e municipali, tengono inevitabilmente conto di una pluralità di fattori ovvero, meglio, quei fattori finiscono per influenzarne l’opzione di voto. I candidati contano, l’identità di partito sempre meno, le tematiche insorgenti un pochino di più. Pensare che a Venezia e ad Arezzo i candidati del Partito Democratico abbiano perso al ballottaggio perché gli elettori sono preoccupati dai migranti asserragliati alla Stazione Centrale di Milano, tenuti a bada a Roma Tiburtina, bloccati a Ventimiglia, mi pare davvero eccessivo. Magari, a Venezia, oltre ad un candidato non dotato di grande fascino personale, il Partito Democratico paga anche, in quanto partito di governo, lo scandalo del Mose che il vittorioso candidato di centro-destra, un outsider non precedentemente coinvolto in politica, non ha nessuna difficoltà a dribblare. Ad Arezzo, è plausibile che il candidato di Renzi e di Boschi non abbia fatto breccia in quell’elettorato di sinistra, non solo snobbato da dirigenti che guardano al centro, ma ritenuto insignificante, ininfluente, anche facile da incolpare per malanni che dipendono proprio dal centro (del Partito Democratico).

La vice-segretaria del PD, Debora Serracchiani ha seraficamente dichiarato: “dobbiamo rafforzare il partito sui territori”. E’ un’affermazione che apre una prateria di attività impegnative per un partito, ma soprattutto per i collaboratori di Renzi che hanno puntato tutto sul loro leader, il giovane capitano coraggioso che ha sfidato e sconfitto la ditta di quelli che “non hanno mai fatto nessuna riforma”. Diamo pure ragione a Serracchiani e aspettiamo questa impennata di attivismo dem per radicare il PD sui territori. Certo, una svolta di questo genere richiede non soltanto che il segretario-Presidente del Consiglio “cambi verso” alla sua strategia di personalizzazione estrema, ma accetti anche l’idea che un partito, quando diventa e vuole rimanere grande, magari non spingendosi fino a dirsi rappresentativo “della Nazione”, deve essere pluralista. Deve consentire il dissenso, soprattutto quando è fondato (già si parla di ritocchi all’Italicum) e argomentato, persino valorizzandolo. Altrimenti, i campanelli d’allarme si moltiplicheranno e il loro suono rischierà di non rendere più udibili gli slogan esageratamente ottimistici dell’uomo solo (anche perché abbandonati da elettori che se ne stanno a casa)al vertice più che effettivamente al comando.

Pubblicato AGL 16 giugno 2015