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Salvini può sognarsi la guida della Destra, ha più possibilità persino Maroni

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Intervista raccolta da Giorgio Velardi

Altro che “Trump italiano”. La leadership del centrodestra il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, può sognarsela. Parola del politologo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza della politica all’Università di Bologna. “A quel punto meglio Roberto Maroni – dice a La Notizia –. Peccato non spinga fino in fondo sull’acceleratore”.

Andiamo verso un centrodestra italiano a trazione leghista?
La prospettiva di un centrodestra italiano a trazione leghista credo che non esista.

Cosa la porta a dire questo?
Il fatto che in questo Paese per vincere c’è bisogno di un leader che non sia troppo distante dal centro. I voti delle ali estreme convergono in quella direzione, mentre non avviene il contrario. Salvini non può diventare il capo di quell’area, ma al tempo stesso può impedirle di riunificarsi. Dall’altra parte, Berlusconi continua a non trovare un successore. E probabilmente non lo troverà mai, perché è unico nel suo genere.

Il Cavaliere ha “scaricato” l’ennesimo delfino sul quale aveva investito, Stefano Parisi. Era quello più sacrificabile se messo a confronto con Salvini?
Non penso che Berlusconi abbia investito su Parisi. È vero il contrario: l’ex candidato sindaco di Milano ha puntato su di sé probabilmente esagerando, vista la sconfitta rimediata contro Sala. Del resto, il leader di Forza Italia ha sempre avuto dei tratti che lo accomunavano a Umberto Bossi: populista elegante il primo, rampante il secondo. E sa che il rapporto con il Carroccio è fondamentale, altrimenti le chance di un’eventuale vittoria sarebbero ridotte al lumicino.

Ma quindi un Trump italiano non esiste proprio?
Trump è il Berlusconi americano, che grazie a quel sistema elettorale ha vinto contro la Clinton. Nel bene e nel male, se non ci fosse l’ex presidente del Consiglio non avremmo nessun “nostro” Trump.

E la Meloni? Lei continua a chiedere le primarie, da sempre annunciate a destra e mai diventate realtà.
Ha le caratteristiche per poter guidare uno schieramento di centrodestra, ma il problema in questo caso è un altro.

A cosa si riferisce?
Prima che il centrodestra affidi a una donna la leadership passerà ancora molto tempo. Anche perché se la Meloni scendesse in campo dovrebbe confrontarsi con Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini, le candidate di Berlusconi. Bene fa la leader di Fratelli d’Italia a chiedere le primarie: sono un elemento di mobilitazione ma vanno organizzate bene, altrimenti rischiano di disaggregare. Anche perché il Cavaliere spingerà una sua figura che poi potrà controllare.

Berlusconi rimane un brand. La prospettiva resta la candidatura di uno dei suoi figli?
Era una prospettiva esistente ma credo che sia passata. Marina ha dimostrato in questi anni di avere delle capacità per raccogliere il testimone del padre, ma ha perso l’attimo. Stesso discorso per Piersilvio: è troppo tardi.

Secondo lei in che direzione si va?
È difficile da dire, anche perché non ci sono figure vincenti. Forse fra quelli che oggi popolano quell’area il migliore è Raffaele Fitto. Ma…

Quali problemi vede in questo caso?
Per il centrodestra è fondamentale l’elettorato del Nord, e Fitto non ha quella caratura per poterlo raggiungere.

E un outsider non esiste proprio?
Una figura che potrebbe aggregare bene le anime sparse c’è e si chiama Roberto Maroni, leghista moderato e governante. Certo, non è una novità. E non lo vedo spingere sull’acceleratore fino in fondo.

Alfano sta cercando di rientrare nelle grazie di Berlusconi. Ci riuscirà?
La dico brutalmente: Alfano, che non è un leader, vale il 3/3,5%, Salvini il 12. Credo che questo Berlusconi lo sappia bene.

Tw: @GiorgioVelardi

Pubblicato il 16 novembre 2016 su lanotiziagiornale.it

Un Meeting sottotono e schierato

L’inaugurazione del tradizionale meeting di Comunione e Liberazione a Rimini ha avuto un maestro di cerimonia molto illustre: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Mai in precedenza gli organizzatori, i quali, pure, hanno sempre puntato molto in alto, erano riusciti a tanto né è chiaro perché Mattarella abbia deciso di accettare facendo poi un discorso molto tradizionale sulla necessità di costruire ponti e sulla solidarietà: passare dall’io al tu. Invece di ponti, credo che sarebbe più opportuno costruire scuole e luoghi di cultura, non di buonismo multiculturale, ma di confronto aperto, trasparente, responsabile nel quadro della Costituzione italiana e dei Trattati dell’Unione Europea. Quanto al passaggio dall’io al tu, il Presidente Mattarella ha reso omaggio al titolo delle kermesse riminese: “tu sei un bene per me”. Non mi eserciterò certamente nell’esegesi religiosa (“ama il prossimo tuo come te stesso”) e neppure in quella politica che porterebbe inevitabilmente alla critica della personalizzazione della politica. Mi limiterò a ricordare le ovazioni per Giulio Andreotti che hanno caratterizzato non pochi dei meeting del passato.

Dicono alcuni osservatori che il meeting 2016 appare alquanto sottotono, anche con meno finanziamenti del passato. Personalmente, da un lato, vedo una costante; dall’altro, riscontro un problema. La costante è rappresentata dalla collocazione complessiva di Comunione e Liberazione nel panorama politico italiano. Lo dirò in maniera estrema, ma argomentabile e difendibile. Sempre spregiudicato e cinico, Gianni Agnelli sosteneva che la Fiat non poteva permettersi di non essere filogovernativa. Ecco, neppure CL si consente il lusso di non essere filogovernativa non soltanto nelle regioni, come Lombardia e Veneto, dove è organizzativamente e socialmente più diffusa e più forte e dove le maggioranze sono molto vicine alle sue posizioni. Non troppo sbandierato, ma certo importante è stato il sostegno di CL alla raccolta delle firme per i Comitati del “sì” al referendum. Affidare l’allestimento della mostra sulla Costituzione a Luciano Violante, ripetutamente ed esageratamente espressosi a favore del “sì”, è stata chiaramente una decisione politica pro-governativa. Difficile che i dibattiti che verranno riequilibrino una condicio che, in partenza, non è affatto par.

Il problema attuale di Comunione e Liberazione è la mancanza di un leader di riferimento che non può in nessun modo essere e, forse, prendendo atto di questa impossibilità, neppure vuole essere, l’attuale presidente Julián Carrón. Sono molto consapevole che, quando si arriva pericolosamente nei pressi della politica, i ciellini contrappongono la distinzione fra la loro organizzazione, struttura ecclesiale, e il braccio politico, per l’appunto il Movimento Politico. Chi ha tempo, voglia e curiosità scoprirà quasi subito l’enorme sovrapposizione di esponenti e attivisti della prima sul secondo. Quello che manca anche al Movimento è un leader di riferimento. Per intenderci: né l’ex-ministro Maurizio Lupi né l’attivissima ex-ministra Maria Stella Gelmini sembrano avere il “fisico del ruolo” meno che mai se paragonati a Roberto Formigoni, a lungo figura torreggiante di Comunione e Liberazione in Lombardia. All’obiezione probabile dei ciellini che di leader ce n’è stato soltanto uno, il loro fondatore, don Luigi Giussani, la replica è che proprio perché oggi non hanno nessun leader, si sono ripiegati sull’appoggio, pare sostanzialmente acritico, del governo Renzi.

Naturalmente, si potrebbe anche essere, da un lato, più accondiscendenti, dall’altro più esigenti. Il basso profilo di Comunione e Liberazione riflette sia la loro non necessità di formulare rivendicazioni spettacolari, poiché i loro rappresentanti e quadri sono insediati in non poche regioni praticamente senza sfidanti nei settori cruciali della sanità, dell’assistenza e dell’accoglienza, sia una più generale carenza italiana. Sono finite tutte le classiche/tradizionali culture politiche italiane, com’è dimostrato giorno dopo giorno anche dall’inesistente elaborazione governativa, cosicché non può stupire che la stessa Comunione e Liberazione sia coinvolta in quello che, se non è un inarrestabile declino, è, quantomeno, un ripiegamento, una normalizzazione.

Pubblicato AGL il 21 agosto 2016