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UE: per convinzione, non solo per convenienza.

Qualche volta giova ricordare gli elementi strutturali delle situazioni che analizziamo. La partecipazione italiana all’Unione Europea deriva da decisioni prese e riaffermate nel corso del tempo dai governi e dai Parlamenti. Ha un suo solido fondamento costituzionale nell’art. 11 che sancisce che “L’Italia … consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Non possono esserci dubbi che l’Unione Europea è una di quelle organizzazioni. Inoltre, è l’organizzazione alla quale l’Italia ha dato significativi contributi, anche con le energie di suoi rappresentanti, da Spinelli a Prodi, da Monti a Bonino, e più di recente, da Mogherini a Tajani e,in modo del tutto straordinario, Draghi. È quella il cui funzionamento l’Italia può meglio e più direttamente influenzare. Naturalmente, per esercitare influenza, da un lato, bisogna credere negli obiettivi e nelle capacità di quell’organizzazione, dall’altro, bisogna essere credibili come paese e come persone.

In qualsiasi attività che richieda sforzo e impegno continuativi, è giusto chiedersi quale sia il tornaconto, la convenienza, ma nel momento in cui si crede nel processo di unificazione politica dell’Europa come il più importante fenomeno storico della seconda metà del secolo XX, diventa anche opportuno agire in base alla convinzione. Con queste premesse, mi permetto di obiettare all’Ambasciatore Nelli Feroci che sembra voler portare il discorso sull’Europa alla pura e semplice convenienza per l’Italia, “malgrado tutto”, di continuare a farne parte. Nel frattempo, i britannici stanno già pagando il conto della loro inopinata exit e giorno dopo giorno capiscono che nessun isolamento potrà mai più essere “splendido”. Sicuramente, più deboli, economicamente, culturalmente, e meno “identitari”, gli italiani pagherebbero un prezzo ancora più alto se dovessero abbandonare l’Unione Europea o anche soltanto allentare i legami con le sue istituzioni. I sovranisti, non soltanto quelli italiani, debbono ancora spiegare in che modo i problemi della crescita economica, della riduzione delle diseguaglianze, dell’immigrazione, che sono difficili da risolvere nell’ambito di una Unione fra 27-28 stati, sarebbero affrontati e risolti da uno Stato che operi da solo, senza soffrire gli inevitabili contraccolpi della sua uscita che sarebbe comunque traumatica.

Poiché, però, ho spostato il discorso dalle convenienze alle convinzioni, il quesito da sollevare è quanto gli italiani credano oggi nella loro identità nazionale e quanto in una aggiuntiva identità europea, quanto pensino che il loro futuro e quello dei loro figli sia preferibile in un più ampio consesso di popoli oppure sia unicamente praticabile con efficacia nel cortile della loro casa. Fare della partecipazione all’Unione Europea una mera adesione di convenienza è riduttivo, sbagliato, diseducativo. Affermare come vado predicando che nell’Unione Europea bisogna stare per convinzione (che è il luogo in assoluto migliore per i cittadini degli Stati-membri e per coloro che chiedono l’adesione) richiede che i “convinti” procedano a spiegare indefessamente i pregi e le potenzialità dell’Unione. L’ha fatto fino al suo ultimo respiro il fondatore dell’Istituto Affari Internazionali, Altiero Spinelli. Gli dobbiamo l’impegno ad andare avanti.

Pubblicato il 3 ottobre su affarinternazionali.it

Dialogo immaginario al Quirinale

Abbiamo fortunosamente potuto ascoltare quanto si sono detti il Presidente Mattarella e il Presidente Emerito nonché Senatore a vita, già Ministro degli Interni e Presidente della Camera dei deputati (1992-1994) Giorgio Napolitano.

Mattarella. Ti ho invitato alle consultazioni perché, caro Giorgio, te lo dico subito: tu sei parte del problema. Non ti pare di avere esagerato con l’appoggio a Renzi e alle sue riforme costituzionali che erano piuttosto brutte e malfatte?

Napolitano. Il Presidente del Consiglio si è fatto prendere la mano dalla sua irruenza. Ho dovuto richiamarlo usando il mio linguaggio, che tu sai essere soffice e felpato, rimproverandolo per “forse, un eccesso di personalizzazione politica”. Però, aveva ragione Pasquino (ma non farglielo sapere perché si monterebbe la testa), quando lo accusava di plebiscitarismo. Renzi ha poi addirittura sostenuto che queste erano le “mie” riforme. Davvero troppo. Non mi aspettavo una sconfitta così bruciante che, ahimé, ha intaccato anche il mio prestigio

Mattarella: Già, Pasquino. Lo conosco. Sostiene che sarebbe utile fare rivivere il mio sistema elettorale Mattarellum. Potrebbe persino avere ragione. Comunque, caro Giorgio, adesso ti tocca suggerirmi il modo di uscire da questa crisi di governo. Come te, neppure io vorrei procedere allo scioglimento del Parlamento. Elezioni immediate, come ne parlano troppi commentatori incompetenti e qualche politico la cui ambizione è molto al di sopra della sua conoscenza della Costituzione, non sono praticabili. Per di più, non posso ricorrere alla soluzione del governo tecnico che tu t’inventasti con quel colpo di genio di nominare Mario Monti senatore a vita per poi metterlo alla Presidenza del Consiglio. Una soluzione di questo tipo me l’hai bruciata.

Napolitano: Non la rifarei neppure io dopo che Monti contro le mie aspettative e i miei suggerimenti decise di “salire in politica” facendo saltare con il cattivo esito della sua lista Scelta Civica qualsiasi possibilità di succedermi alla Presidenza della Repubblica e, di fatto, complicando quelle elezioni e gli avvenimenti successivi.

Mattarella: Sono incline a cercare una soluzione non pasticciata che consenta di concludere la legislatura a febbraio-marzo 2018 come d’altronde, glielo ricorderò, eccome, ha più volte dichiarato lo stesso Renzi. Credi che sia possibile?

Napolitano: Possibile forse, doveroso senz’altro, ma, attenzione, il fiorentino è pieno di energie e ha un surplus di ambizione tale che non posso escludere che si metta di traverso a qualsiasi soluzione che non contempli un suo ruolo rilevante. Consultati in maniera ovattata anche con qualche sub leader del PD, Franceschini, Bersani (o chi per lui, non Cuperlo…), Delrio per sapere se sarebbero  in grado di tenere a bada Renzi e, ma io non te l’ho detto, di sfilargli il partito. Fai sì che sia Renzi in un sussulto da “statista” a indicare/designare il suo successore a Palazzo Chigi garantendogli il sostegno convinto del Partito Democratico.

Mattarella: Condivido, ma non sottovaluto i colpi di coda di un perdente che voglia mantenere, premuto da tutti i suoi collaboratori che, mediocri assai, non vogliono tornare nell’ombra, un ruolo visibile per risorgere nel 2018: una specie di “rieccolo” alla Fanfani, altra tempra altra statura (oops, non voglio scherzare) politica, e che quindi prepari non poche imboscate parlamentari. Rimane poi il problema di quale maggioranza sosterrà il nuovo Presidente del Consiglio.

Napolitano: Credo che Alfano e sicuramente Verdini sarebbero disponibili. Qualche aiutino verrebbe sicuramente dai parlamentari, non quelli che non sono ancora giunti al vitalizio (che brutta quest’accusa che puzza di antipolitica), ma quelli che sanno che non riusciranno a farsi ricandidare. Se cambiano tutti i ministri, condizione che devi porre a chiunque tu dia l’incarico, forse salvando, per ragioni di opportunità europee, il solo Padoan, una sferzata di energia e d’impegno a provare le loro competenze potrebbe spingere il nuovo governo almeno fino all’autunno 2017. Superare Natale dovrebbe essere del tutto possibile.

Mattarella: Quindi, mi suggerisci un politico? Vent’anni fa avrei dato l’incarico proprio a te. Adesso vorrei evitare candidature istituzionali. D’altronde, né Grasso né Boldrini hanno caratura politica e tecnica tale da essere ineccepibili. Al momento non intravvedo nessun uomo e nessuna donna, che sarebbe una grande novità, provenienti dalla società all’altezza della sfida. Neppure guardando all’Europa troveremmo politici di alto livello da reclutare: un obiettivo impossibile. I vincitori del referendum con il loro schieramento variegato e diffuso (nota che evito il termine “accozzaglia” che non sta nel mio lessico e nel mio stile) sono privi di personalità “presidenziabili”. Insomma, non mi resta che procedere a cercare con il lanternino nel litigioso convento del Partito Democratico un leader dalle buone maniere, non antagonizzante, consapevole dei suoi limiti, disposto a entrare nella storia politica di questo paese avendo guidato il governo anche solo per un anno o poco più.

Napolitano: Concordo, ma ribadisco: fattelo suggerire il nome, non dal “Corriere della Sera” e non da “Repubblica” (meno che mai da Eugenio Scalfari), ma da Renzi, chiedendogli di continuare a giocare alla playstation con i figli per consentire che i parlamentari del PD si comportino in maniera responsabile di fronte al paese.

Pubblicato AGL il 9 dicembre 2016

Qual è il Parlamento più produttivo? I numeri della produzione legislativa dei Parlamenti democratici

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È ora di uscire da un confuso e manipolato dibattito sull’improduttivo bicameralismo paritario italiano e di dare i numeri sulla produttività di alcuni Parlamenti democratici. Naturalmente, sappiamo da tempo che i Parlamenti, oltre ad approvare le leggi, svolgono anche diversi molto importanti compiti: rappresentano le preferenze degli elettori, controllano l’operato del governo, consentono all’opposizione di fare sentire la sua voce e le sue proposte, riconciliano una varietà di interessi. Sono tutti compiti difficili da tradurre in cifre, ma assolutamente da non sottovalutare per una migliore comprensione del ruolo dei Parlamenti nelle democrazie parlamentari, nelle Repubbliche presidenziali e in quelle semipresidenziali. Qui ci limitiamo alle cifre sulla produzione legislativa poiché una delle motivazioni della riforma del Senato italiano, in aggiunta alla riduzione del numero dei parlamentari e al conseguente, seppur limitatissimo, contenimento dei costi della politica, consiste nel consentire al governo di legiferare in maniera più disinvolta, di fare più leggi più in fretta. È un obiettivo non considerato particolarmente importante dalla maggioranza degli studiosi.

La produzione di leggi ad opera di un Parlamento dipende da una pluralità di fattori, fra i quali tanto la forma di governo quanto l’obbligo di ricorrere alle leggi per dare regolamentazione ad un insieme di fenomeni, attività, comportamenti. Pertanto, i dati concernenti forme di governo molto diverse fra loro sono inevitabilmente non perfettamente comparabili, ma sono sicuramente molto suggestivi. I dati sulla Germania riguardano la legislatura 2005-2009 che ebbe un governo di Grande Coalizione CDU/SPD e quella successiva nella quale ci fu una “normale” coalizione CDU/FDP. Dal 2007 al 2012 la Francia semipresidenziale ebbe un governo gollista con la Presidenza della Repubblica nelle mani di Nicholas Sarkozy. Dal 2010 al 2015 la Gran Bretagna fu governata da una inusitata coalizione fra Conservatori e Liberaldemocratici. La prima presidenza Obama (2008-2012) fu per metà del periodo segnata dal governo diviso ovvero con i Repubblicani in controllo del Congresso. Ricordiamo che negli USA l’iniziativa legislativa appartiene al Congresso, ma il Presidente può porre il veto, raramente superabile, su tutti i bills approvati dal Congresso. Per l’Italia abbiamo scelto tre periodi: 1996-2001, con diversi governi di centro/sinistra; 2001-2006, governi di centro-destra con cospicua maggioranza parlamentare; 2008-2013, prima un lungo governo di centro-destra che si sgretolò gradualmente, poi dal 2011 un governo non partitico guidato da Mario Monti. Questi due elementi spiegano perché la legislatura 2008-2013 abbia prodotto meno leggi delle due che l’hanno preceduta.

Complessivamente, però, i dati indicano chiaramente che il bicameralismo italiano paritario non ha nulla da invidiare ai bicameralismi differenziati sia per quello che riguarda la produzione legislativa sia per quello che riguarda la durata dell’iter legislativo. I dati presentati nella tabella mostrano come la quantità di produzione legislativa del Parlamento Italiano sia in linea con la produzione legislativa della maggiori democrazie occidentali, se non, in qualche caso, addirittura superiore. Una considerazione analoga può essere fatta per i tempi di approvazione. Nei Parlamenti e nelle legislature esaminate, l’approvazione di una legge richiede in media circa dodici mesi, nove negli Stati Uniti, e otto mesi o poco più nel caso italiano. Il Parlamento italiano quindi fa molte leggi e le fa in tempi piuttosto celeri.

tabella

Gianfranco Pasquino e Riccardo Pelizzo

Pubblicato i 3 giugno 2016

Il voto al governo Renzi è un 6- Promette molto, realizza poco

Il_GiornaleIntervista raccolta da Anna Maria Greco  per Il Giornale

ROMA. Professor Gianfranco Pasquino, che voto dà a Renzi?

Un 6 meno

All’orlo della sufficienza, motivazione politica?

L’allievo è volenteroso, si applica con impegno, corre molto con le parole ma le realizzazioni sono scarse. Promesse roboanti, fatti declinanti.

Di buono che ha fatto?

Poche cose, ma ci sono. Il Jobs Act dovrà comunque produrre qualche cambiamento positivo. La Buona scuola era necessaria, resta da vedere la sua applicazione da parte del ministero e dei presidi: quanti eserciteranno fino in fondo il loro potere.

Noto che non include Italicum e Senato.

Perché il mio giudizio è molto negativo. La legge elettorale è brutta, non rispetta la sentenza della Consulta e ha elementi di’incostituzionalità, come diceva Napolitano prima di diventare renziano. Quella del Senato è una trasformazione, non un’abolizione. Non è una Camera delle autonomie alla tedesca, né un Se nato francese più piccolo. In più, ha 5 senatori nominati dal Quirinale. La riforma è confusa, crea un sistema squilibrato e neppure chiarisce i compiti dei senatori.

Renzi lega il suo destino al referendum: mossa giusta?

No, così lo trasforma in un plebiscito su se stesso e usa in modo scorretto la Costituzione, che lo vuole promosso dai cittadini, non dal governo. Minacciare: se va male me ne vado serve a dire che lui interpreta il sentire del popolo.

Negli ultimi 2 anni in parlamento c’è stato un gran mercato, con continui passaggi da un partito all’altro.

L’Italia ha una lunga tradizione di trasformismo. Dal 2013 circa un terzo dei parlamentari ha cambiato casacca, credo 22 per il Pd di Renzi. Che attrae quasi automaticamente nuovi adepti, perché è grande, in grado di offrire risorse e poltrone, in più ha la prospettiva di vincere le elezioni.

Il premier ama governare con maggioranze variabili?

Una brutta storia che il trasformismo incoraggia. Se un governo ha una maggioranza dovrebbe reggersi su quella. Altrimenti, deve ricompensare di volta in volta i nuovi arrivati togliendo o mettendo qualcosa nelle leggi.

Il Rottamatore è rimasto fedele ai suoi primi slogan?

In parte sì, perché una certa classe politica Pd l’ha rottamata. Ma se Veltroni e D’Alema erano da rottamare, perché pescare vecchi nomi per ruoli che vorrebbero facce nuove? fl problema è che Renzi non ha una prospettiva complessiva di come rinnovare il Pd. Mi preoccupa sentire che la nuova classe dirigente nascerà dai comitati referendari. Così fa fuori la sinistra.

Il Pd perderebbe ancor più la connotazione di sinistra?

Per me, l’ha già persa.

Renzi punta al partito della Nazione?

L’idea è tremenda, lui di tanto in tanto la smentisce. Abbiamo già visto la De, che occupava solidamente il centro impedendo l’alternanza, ma per la democrazia ci vuole competitivita. Come segretario Pd ha concentrato nelle sue mani il potere, lo stesso ha fatto come premier. Ma almeno eviti di usarlo male, imponendo emendamenti canguro e voto di fiducia che limitano il dibattito parlamentare, come per le unioni civili. E su una materia non di governo, ma che investe il nostro modo di pensare.

Come finirà?

Sono politologo, non astrologo. Renzi ha capito che non deve consentire a M5S di gridare vittoria. Probabilmente toglierà la stepchild per far passare il resto.

E l’attacco all’Europa?

L’idea di riacquistare un ruolo sulla scena europea è buona, ma realizzata male. Lo scontro frontale non produce niente di positivo, anche Cameron ha ottenuto poco e ha più potere di Renzi. Quando si critica bisogna avere una soluzione e degli alleati. Lui non ha né l’uno né l’altro, chiede solo maggiore flessibilità, cosa non molto popolare a Bruxelles. Bene l’operazione di imporre la Mogherini per la politica estera Ue, ma perché poi non la sostiene?

Nello duello Renzi-Monti chi vince?

Nessuno ne esce vincitore, ma ha ragione Monti perché conosce meglio l’Europa e la sua burocrazia. È una visione da tecnocrate? Non so, forse va corretta, ma comunque va ascoltato.

Pubblicato il 23 febbraio 2016

La stanza senza bottoni

formiche

Pubblicato in formiche ottobre 2015 pp. 12-13

di Gianfranco Pasquino*

logo formiche

In Italia non c’è mai stato nessun primato della politica. Simpaticamente, il socialista Pietro Nenni affermava “la politique d’abord”. Gli sarebbe piaciuto praticarla, anche con nobili obiettivi. Poi, entrato nella stanza dei bottoni, anzi, appena affacciatosi, dalla soglia, si accorse che di bottoni proprio non se ne vedeva nessuno. Li avevano portati via alcuni partiti. Infatti, in Italia al posto di comando sembravano esserci i partiti che non sono la stessa cosa della politica (qualche volta sono il contrario). Proprio così. Come potremmo altrimenti spiegare l’espressione, davvero calzante, usata per definire essenza e funzionamento del sistema politico italiano: partitocrazia? E l’altra espressione classica che riguardava i parlamentari: trasformismo?

Ecco, il primato, tutto da definire, l’hanno avuto e mantenuto a lungo i partiti. Il fatto è che hanno potuto farlo (come ho scritto nel mio libro Partiti, istituzioni, democrazie (Il Mulino 2014), non perché erano particolarmente forti, radicati, coesi e progettuali. Tutt’altro, e il crollo dell’intero sistema partitico nel 1992-1994 dimostra che erano deboli, epidermici, divisi al loro interno e incapaci di prevedere e progettare alcunché. Apparivano, i partiti, e furono effettivamente dominanti perché, da un lato, avevano creato le istituzioni e vi si erano insediati, appunto nei posti di comando, ma, quelle istituzioni parlamentari accompagnate a un sistema elettorale proporzionale, non obbligarono mai i partiti a diventare organizzazioni davvero strutturate. Certo, non lo fu la Democrazia Cristiana, partito di oligarchie in competizione; non il Partito Socialista, tutto sfilacciato in correnti ideologiche fino all’avvento tardivo di Craxi, accentratore pragmatico e spregiudicato del poco che era rimasto; non il PCI, geograficamente squilibrato, quasi assente in alcune regioni (Veneto e Sicilia). Dall’altro lato, i partiti italiani sembrarono forti perché la società italiana uscita dal fascismo era, con l’eccezione delle associazioni cattoliche, atomizzata. Poi, divenne lottizzata e clientelare e si rivelò corporativa ed egoista, mantenendo ostinatamente e tenacemente, la sua caratteristica più profonda, quella del “familismo amorale“.

Le istituzioni non sono cambiate e non basteranno gli scoordinati e scomposti sforzi di Renzi a dare all’Italia istituzioni moderne, capaci di operare con qualche autonomia e di costringere i partiti a riformarsi e a solidificarsi. Invece, la società è cambiata, vale a dire, fermi restando sia il clientelismo sia il familismo, è diventata popolata da molti individualisti. Sono coloro che credono che la politica è il problema, non la soluzione. Anzi, è l’ostacolo alla realizzazione delle loro potenzialità. Per farsi belli e dimostrarsi generosi affermano di stare lottando per liberare tutta la società. Qualche volta per qualcuno può anche essere vero, ma tutti gli altri dovrebbero sapere (avrebbe dovuto essere loro insegnato) che è la politica a scrivere le regole della convivenza, della competizione, del mutuo soccorso e che la società, quando è vivace e sregolata, è il luogo del bellum omnium contra omnes.

Per troppi, in Italia molto più che altrove, la politica sono i partiti e i parlamentari senza mestiere alcuno. Per troppi, in Italia, i partiti non hanno nulla da offrire se non privilegi, espropri e sprechi di risorse e una non modica dose di corruzione. Hanno in parte ragione. Per molti la politica è associata alla parola disgusto. Di nuovo, hanno spesso ragione. Dove, invece, hanno sicuramente torto è nel credere che, poiché loro non la frequentano, la politica non conti più nulla. Stefano Feltri scrive come se la tecnologia abbia spazzato via tutto e fossero rimasti soltanto gli innovatori di vallate più o meno “siliconate”. Non in Italia. Sicuramente, però, la tecnologia non domina e non governa in nessuna democrazia. Al contrario, dove la politica esiste, vale a dire dove ci sono decisori eletti in competizioni democratiche, le regole le scrivono quei decisori e gli innovatori, a prescindere dalla loro qualità, a quelle regole debbono uniformarsi.

La politica serve a scrivere le regole, a garantire la competizione e a punire chi non osserva le regole. La buona politica non soltanto scrive buone regole, rispettose delle preferenze della maggioranza dei cittadini, i quali, dal canto loro, sono interessati, informati e partecipanti, ma scrive regole applicabili e sanzionabili, con punizioni rapide e chiare per chi non le rispetta. Le democrazie, persino quella in fieri nell’ambito dell’Unione Europea, operano esattamente in questo modo. Nessuno avrebbe voluto essere governato da Steve Jobs e nessuno chiede a Bill Gates di prendere in mano le redini del mondo. Il pur ottimo tecnocrate Mario Monti ha dimostrato che ci vuol altro anche soltanto per tenere in mano le redini del governo di una media potenza quale l’Italia. La verità è che ogni paese e ogni popolo si meritano grosso modo, con qualche limitata eccezione, la politica che ha. Cittadini che ostentano il loro disinteresse, che hanno poche informazioni, spesso, anche a causa del cattivo giornalismo, fuorvianti e manipolate, che credono che la loro non-partecipazione delegittimi i rappresentanti e i governanti non possono che avere una politica che, prima ancora di essere debole, è brutta. Eppure, conta. Contribuisce a peggiorare la vita di tutti: dei populisti, degli indifferenti, degli antipolitici. Politica, sostantivo greco plurale, significa “le cose che succedono nella polis”. Se vi fate solo gli affari vostri, direbbe Pericle in visita in Italia, avrete una politica di serie B. Sempre politica è, ma molto inadeguata, comunque mai assente. Politica per pochi che la volgeranno nel loro interesse, alla quale, però, nessuno, neppure gli innovatori tecnologi più geniali, è riuscito né riuscirà a sfuggire

*Professore Emerito di Scienza Politica, Università di Bologna

Moderati, non c’è spazio per Passera

Intervista di Giuseppe Mottola pubblicata su L’Indro  20 Maggio 2014l'Indro“Coraggio posdatato”
Moderati, non c’è spazio per Passera
Il 14 giugno il processo costituente di Italia Unica. Intervista al politologo Gianfranco Pasquino

«Come il cavaliere templario della ballata di Schiller, il partito moderato mosse diritto al mostro del disavanzo, con un mastino al fianco. Questo mastino si chiamava l’Imposta». Ed è ancora vivo, a differenza del nostro eroe contabile, ucciso dalle umane vicende politiche. Che il partito di Balbo, d’Azeglio e Cavour avesse in sorte di morire, comunque, il fondatore del ‘Corriere della Sera’ lo sapeva. «Questo partito cadrà un giorno, perché tutto cade», scriveva ancora Eugenio Torelli Viollier nel primo editoriale del ‘Corriere‘, datato 5 marzo 1876, nel quale la testata metteva in chiaro la sua simpatia per la formazione che aveva nel curriculum «l’Italia unificata, il potere temporale de’ papi abbattuto, l’esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio». La Destra Storica, come fu poi chiamata, che governò proprio fino al 1876, quando fu sostituita dalla Sinistra Storica di Agostino de Pretis.

Quel Partito moderato è scomparso, ma il moderatismo no. Se rifuggite gli estremismi, siete per il cambiamento graduale e avete posizioni tendenzialmente di centro e conservatrici potete ritenervi elettori moderati. Siete anche l’oggetto del desiderio di varie forze politiche, con il sogno di unirvi tutti sotto una sola bandiera. Ci ha provato senza successo Silvio Berlusconi, in particolare con il Popolo della Libertà, esperimento fallito di fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale: il partito, nato nel 2009, si è sciolto nel 2013 per contrasti interni sul sostegno al governo Letta fra Berlusconi e il suo ‘delfino’ Angelino Alfano, ed è poi confluito nella rinata Forza Italia, dalla quale Alfano si è staccato creando il Nuovo Centrodestra. Fi e Ncd ambiscono entrambe a rappresentare i moderati, al pari dei centristi come Scelta Civica per l’Italia, e quegli elettori fanno gola anche nel centrosinistra al Partito democratico. In quanto al Movimento 5 Stelle, «moderato è una parola che mi fa paura, noi stiamo andando verso la bancarotta con la parola ‘moderato», ha detto il leader Beppe Grillo il 20 maggio.

In quest’arena c’è un nuovo sfidante ai cancelli: Corrado Passera. L’ex amministratore delegato della banca Intesa Sanpaolo, già ministro nel governo di Mario Monti (novembre 2011-aprile 2013) nel dicastero per lo Sviluppo economico, le infrastrutture e i trasporti, ha fondato il partito Italia Unica con l’intento esplicito di riunire i moderati contro il segretario del Pd e capo del governo Matteo Renzi e il leader di M5S Beppe Grillo, e il 14 giugno darà il via al processo costituente. Gran parte dell’elettorato non sa chi votare e manca una proposta politica seria e alternativa ai populismi, ha detto Passera al ‘Corriere della Sera’ nell’intervista del 18 maggio in cui ha annunciato il suo progetto «popolare nell’accezione europea del termine con forte iniezione liberale», e il centrodestra «è come se non fosse in partita», ma «non è possibile che 10 milioni di voti rischino di non contare più niente». Italia Unica vorrebbe riempire quel vuoto, debuttando alle prossime elezioni politiche. Con quale programma si vedrà: ci sarà una consultazione via web al riguardo.

Per ora si sa, come ha spiegato Passera, che il nuovo partito è per l’economia di mercato «combinata ad una grande sensibilità sociale», l’abolizione di Senato e province, uno Stato più magro che si occupi di regole, controllo e programmazione e non di gestione, e una legge elettorale a doppio turno di coalizione con collegi uninominali, e non chiede deroghe agli impegni verso l’Unione europea ma vuole che questa promuova lo sviluppo. Tempo per definire il programma potrebbe essercene molto: le prossime politiche alle quali l’ex ministro vuole partecipare potrebbero essere anche nel 2018. Questo ha attirato l’ironia di Alfano, che ha parlato di «coraggio postdatato». Per il forzista Maurizio Gasparri Passera mancherà l’obiettivo («Sono più i milioni che ha guadagnato che i voti che prenderebbe»), mentre il leader dei Moderati Giacomo Portas, deputato nelle file del Pd, ha invitato l’ex ministro a parlare con loro. La segretaria di Scelta Civica e ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini, per parte sua apprezza l’iniziativa ma esorta a farla partire dal basso.

Proprio l’organizzazione del partito sul territorio può essere un punto debole dell’iniziativa di Passera, così come lo è la quantità di concorrenti, secondo il politologo Gianfranco Pasquino. Con lui abbiamo parlato del progetto dell’ex ministro.

Secondo Corrado Passera gran parte dell’elettorato non sa chi votare e il centrodestra è messo fuori gioco dalla sua debolezza. Ha ragione? Quanto spazio c’è oggi per un nuovo partito dei moderati?

Credo che lo spazio sia poco. Una parte è coperta da Forza Italia, un’altra in modo significativo dal Nuovo centrodestra, un’altra ancora da Scelta civica e Scelta europea, e poi ci sono altri elettori che votano il Pd. I moderati non sono a spasso, hanno quattro case e sanno anche muoversi fra di esse.

Passera è stato banchiere -in Intesa Sanpaolo- e ministro del governo Monti. Questo potrebbe condizionare gli elettori? Gli avversari politici già critici verso la categoria dei banchieri e l’esecutivo Monti potrebbero approfittarne?

Ognuno arriva in politica con la sua biografia, e quella di Passera mi sembra buona. Non conta solo quella, però; sono importanti anche le cariche ricoperte e la capacità organizzativa. Berlusconi, ad esempio, si basò sui venditori di Publitalia per organizzare Forza Italia. Passera come intende fare?

Forza Italia quanto risentirà del nuovo concorrente? Già oggi può soffrire la competizione del Pd di Matteo Renzi e del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Berlusconi è davvero il passato remoto per moltissimi, come ha detto Passera?

In quanto alle idee i partiti oggi sono il passato, anche se non remoto. L’unico con idee nuove era Monti, ma si è sepolto con le sue bugie. Ribadisco, comunque, che serve anche l’organizzazione sul territorio e da questo punto di vista l’intenzione di Passera mi sembra velleitaria.

Passera si rivolge anche agli elettori della sinistra: non lascerà a questa la rappresentanza del ceto medio produttivo e del terzo settore e la sfiderà sulla lotta alla povertà, ha detto. Quanti consensi potrebbe avere da quella parte? Può impensierire il Partito democratico?

Premesso che la sinistra non è solo il Pd, non vedo perché gli elettori di questo partito dovrebbero votare altri, ora che hanno per la prima volta a capo del governo un dirigente giovane e dinamico come Renzi.

Secondo Passera alcuni elettori votano il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, come anche il Pd di Renzi, per mancanza di alternative. ‘Italia Unica’ può togliere voti al Movimento?

Spesso si sceglie un partito perché non si hanno alternative e perché non si vuole vincano gli altri. Gli elettori di Grillo hanno molte alternative, ad esempio il Pd, Sel e anche Forza Italia per quanti provengono dal centrodestra, ma hanno deciso di votare il Movimento 5 Stelle e non penso cambieranno idea; l’unica speranza per gli altri è che si indignino al punto da non andare a votare.

Passera considera «passato prossimo» il leader del Nuovo centrodestra e ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ex ‘delfino’ di Berlusconi, e lo ritiene destinato a restare minoritario. Lo stesso pensa di Pierferdinando Casini. Le ambizioni dei due quanto risulteranno ostacolate dall’aspirazione di Passera alla leadership del centrodestra?

Casini è il passato, mentre Alfano lo è solo in parte. Passera fa male a sfidare anche Alfano, perché potrebbe collaborare con lui alla creazione di un partito moderato ed europeo decente, formazione che l’Italia non ha avuto e Alfano sta tentando di esprimere. Passera lo sfida, ma non riuscirà a sostituirlo.

Alfano ha accusato Passera di «coraggio postdatato, a futura memoria» perché non si presenterà alle elezioni europee di questo mese ma alle prossime politiche, che potrebbero tenersi anche nel 2018.

Al di là del postdatato, mi pare una buona battuta. Passera deve trovare da fare fino alle prossime politiche. Deve anche organizzare il suo partito sul territorio, e come possa farcela non so. Se ha la fiducia di operatori economici potrebbe affidarsi a loro, ma finora non l’ho vista.

La segretaria di Scelta civica e ministra della Pubblica istruzione, Stefania Giannini, ha detto che il progetto di Passera sembra avere molto in comune con la proposta politica di Mario Monti e ritiene curioso che «citi tutti tranne noi, quasi un lapsus freudiano».

Penso che Passera manchi un po’ di generosità. Monti, che lo nominò ministro, lo scelse anche perché pensava condividesse molto della sua visione politica. Se Passera vuole fare politica non doveva lasciare Monti e se aveva differenze di opinioni con lui doveva lavorare per ridefinire Scelta civica. Fuori non conta nulla.

Passera ha detto che la sua proposta è rivolta a quanti «non si riconoscono nei populismi imperanti, incluso Renzi». In Italia oggi quanto contano il carisma del leader e il contatto diretto con i cittadini per conquistare voti? Si può farne a meno?

Non è facile per un banchiere il contatto diretto con i cittadini, qualsiasi cosa s’intenda, ma certo bisogna girare il Paese reale. Renzi parte meglio perché è stato presidente di Provincia e sindaco e ha partecipato a due primarie del Pd. In quanto al carisma, è una parola grossa: oggi al massimo ci sono popolarità ed elementi di spettacolarità. Carismatico era Berlusconi nel ’94, come uomo di successo e sfidante di un forte schieramento progressista.

L’Italia non è nuova ai propositi di unire gli elettori moderati sotto una sola bandiera. Berlusconi ha già fallito con il Popolo della Libertà. Quali lezioni può trarre Passera dal passato?

In questo Paese esistono ancora una sinistra e una destra, nonostante tutto, e se gli elettori moderati si collocano dove dovrebbero, nella destra moderata, ribadisco che spazio non c’è. Non solo ci sono Forza Italia, Nuovo centrodestra e Scelta civica, ma Renzi è riuscito a conquistare alcuni al Pd. Quattro case sono abbastanza per questi elettori.

Giuseppe Mottola