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L’ombra di Craxi #Italia89 #mondoperaio

da mondoperaio 9 – settembre 2019

Italia ’89

L’ombra di Craxi

Prima di cominciare questo lungo commento al testo di Petruccioli (n.d.r. C. Petruccioli, Il tabù dell’alternanza, mondoperaio 9 – settembre 2019), mi sono chiesto a che cosa può servire riflettere sul passaggio cruciale che portò dal PCI al PDS. Dopo non poche esitazioni e contorsioni mi sono risposto che, dato il ruolo svolto dal PCI nel sistema politico italiano dal 1946 al 1989 e poi dal PDS e i suoi successori nella fase successiva, qualche notazione, qualche approfondimento e molte critiche hanno senso. D’altronde, seppure in maniera tutt’altro che lineare, il Partito Democratico di oggi (domani non so) porta sulle spalle un fardello di eredità comunista, ex-comunista, post-comunista nient’affatto lieve. Provare a fare chiarezza sulle modalità della svolta dell’89-91, sulle sue inadeguatezze, su quello che non avrebbe mai potuto essere serve in qualche modo per indicare la necessità di una svolta contemporanea il prima possibile e, forse, a non rifare errori simili, molti dei quali già ampiamente commessi, addirittura ripetuti più volte.

Dal resoconto di Petruccioli, dalla mia condizione di allora (ero Senatore della Sinistra Indipendente), da quanto avevo letto e studiato, da quello che sapevo, direi, senza falsa modestia, molto e, comparativamente, moltissimo (!), sui partiti e sulle loro trasformazioni, credo di potere sostenere che quel Partito Comunista Italiano era sostanzialmente non riformabile. Vale a dire che non sarebbero bastati aggiustamenti nelle modalità di comportamento del gruppo dirigente, cambiamenti cosmetici nel pensiero politico, riforme nella struttura organizzativa. Ci voleva di tutto e di più. Non ho nessuna difficoltà a concordare con Petruccioli che critica coloro che hanno concepito e trattato la “svolta come evento improvviso, indotto nel Pci dall’esterno, sostanzialmente avulso dalla vicenda originale [qui qual è il significato di “originale”? GP] di quel partito”. Tutto questo, però, è un’aggravante essendosi poi rivelata enorme l’impreparazione ad affrontare una svolta ritenuta insita nella storia “originale” del partito.

L’occasione per cominciare era andata perduta nel giugno del 1984 subito dopo la morte di Enrico Berlinguer. Scegliere come segretario Alessandro Natta aveva significato rimandare sine die, ma il giorno fatidico arrivò presto, la trasformazione di un grande partito, di massa, popolare, rappresentativo che aveva iniziato il suo declino elettorale e culturale (più precisamente, di perdita dell’egemonia di tipo gramsciano). Potremmo anche fare dell’ironia sull’affollarsi di molti bene intenzionati medici al capezzale del PCI, troppi dei quali neppure lo ritenevano “sufficientemente” ammalato. Proliferavano Le lettere al Partito comunista e suggerimenti sotto forma di altri generi letterari. Probabilmente, il gruppo dirigente si sentiva lusingato da cotanta attenzione. Certamente, alla base giungevano scarsi echi di un dibattito che mi pareva spesso ovattato e occasionale, cioè dettato da qualche occasione (terremoto, scala mobile, etc.). Molta della base, però, pur attraversata da una pluralità di linee divisorie, manifestava notevole interesse per tutte quelle idee che suggerissero come andare oltre le caute posizioni ufficiali. Anche se è vero che, spesso, in non pochi partecipanti, affiorava un grumo di emozioni, sentimenti e risentimenti, che rendeva alcuni incapaci di guardare indietro e di fare i conti con il passato al tempo stesso che li impossibilitava a guardare a vanti, a progettare il futuro. In quelle occasioni ho imparato che, comunque, in politica bisogna tenere conto anche delle emozioni, non semplicemente scansarle.

Mi limiterò a due esempi personali, non per narcisismo, ma perché ne ho conoscenza diretta. Primo, all’invito del segretario del PCI di San Giovanni Valdarno, fra la fine del 1984 e la primavera del 1985, ad andare a discutere della riforma elettorale e. specificamente, della proposta che avevo presentato in Commissione Bozzi (4 luglio 1984), risposi chiedendo quali erano le posizioni degli iscritti. Risposta: metà favorevoli a quanto sostenevo, metà contrari. Mi precipitai. Ne scaturì un dibattito di rara intensità e qualità con le preferenze personali e politiche che si intrecciavano con il desiderio di acquisire il massimo di informazioni possibili sui sistemi elettorali e sulle loro conseguenze sui partiti, sulle coalizioni e, naturalmente, sul PCI. Nella primavera del 1986, in preparazione del Congresso del PCI di Firenze, fui invitato a Reggio Emilia, dall’allora segretario della sezione alla quale erano stati iscritti alcuni che negli anni settanta erano diventati brigatisti. I dirigenti desideravano una mia conferenza di respiro che, certo, consentisse di riflettere sulle tematiche dell’imminente congresso, ma anche di guardare avanti, molto avanti. Convenimmo sul titolo “Sopravviverà il PCI fino al 2000?”. A fronte di un centinaio di compagni, la mia risposta, non respinta pregiudizialmente, ma ampiamente, direi, appassionatamente, discussa, fu: “probabilmente, no”. Non sono un indovino, ma mi vanto di sapere applicare le conoscenze della scienza politica a tutti fenomeni politici (Giovanni Sartori sarebbe orgoglioso di me).

Dalle mie numerose escursioni sul territorio, che scherzosamente definivo turismo politico, frequentando non poche Federazioni e sezioni del PCI, dove non ero mai andato in precedenza, con la sola preclusione del PCB (Partito Comunista di Bologna) pervicacemente per nulla interessato a discutere con me (non lo fece mai), traevo regolarmente quella che era molto più che una impressione, vale a dire, la preoccupazione degli iscritti, dei simpatizzanti e dei militanti nel vedere che al cambiamento, in Italia, nell’Europa centro-orientale, nel mondo, il gruppo dirigente del partito non sapesse/non volesse/ non riuscisse a rispondere. Sembrava che, ad eccezione di Pietro Ingrao, nessuno di quel gruppo dirigente si interrogasse. Naturalmente, non solo sarebbe stupido negarlo, ma anche controproducente per qualsiasi comprensione di quanto stava succedendo, sui cambiamenti possibili e auspicabili, forse indispensabili, su tutto si stagliava l’ombra lunga e minacciosa di Bettino Craxi.

Un punto va chiarito subito, in maniera definitiva. La da molti temutissima socialdemocratizzazione del PCI (da anni chiamato a fare la sua Bad Godesberg in seguito alla quale i socialdemocratici tedeschi arrivarono rapidamente al governo), dopo il crollo del PCUS e del suo sistema, non era resa impraticabile dal socialdemocratico Craxi. A determinate condizioni, con una adeguata elaborazione, non sarebbe stata interpretabile come una improponibile resa a Craxi, un cedimento totale. La socialdemocratizzazione non era praticabile perché, nonostante qualche neppure troppo timido tentativo effettuato da alcuni studiosi comunisti di approfondire le esperienze, al plurale, socialdemocratiche, nel PCI la loro liquidazione politica e culturale era già avvenuta da tempo. La convinzione che le socialdemocrazie erano “in crisi”, “logore”, “superate”, non in grado di sconfiggere il capitalismo, quindi non erano una prospettiva da perseguire, era diffusissima nel partito, molto più che maggioritaria. Non vi erano dubbi che la terza via si trovava o doveva comunque essere cercata nella spazio fra i comunismi realizzati e le socialdemocrazie a loro volta realizzate. I lettori e gli interlocutori si faranno una o molte ragioni del mio silenzio su quegli studiosi e commentatori comunisti che, nello stesso periodo, per superare quel loro comunismo (sic), oppure forse solo per farsi pubblicità sulla stampa “borghese”, recuperavano il decisionismo attribuendolo al pensiero di Carl Schmitt, loro giurista, già nazista, di riferimento. Quella storia, però, la lascio scrivere a loro, anche a quelli poi diventati in maniera rivelatrice renziani. Il fatto è che per andare oltre le esperienze socialdemocratiche bisogna non soltanto averle studiate e conoscerle, ma avere la capacità di scegliere quello che è imperativo conservare e quello che bisogna valorizzare per costruire una situazione più avanzata. Nel frattempo, abbiamo capito, trent’anni dopo, che anche le conquiste socialdemocratiche sono reversibili. Peccato che molti pensino che la ripresa di un pensiero di sinistra debba passare attraverso il neo-liberalismo.

Da quanto leggo nel molto (fin troppo?) lungo documento di Petruccioli, quasi nulla di quello che ritenevo allora importante per trasformare un Partito comunista, con tutte le sue peculiarità italiane, fu davvero oggetto del dibattito. Cito “si sarebbe dovuta sviluppare una critica chiara e argomentata delle posizioni tradizionali del PCI che si volevano superare, delle radici ideologiche che ne erano all’origine e che motivavano, a ben vedere [si vedevano benissimo, GP], anche i residui [sic, !] ma tenaci legami con ‘il socialismo reale’.” Sarei alquanto più drastico su quello che i comunisti avrebbero dovuto chiedersi. Che cosa era fallito? L’Unione Sovietica aveva perso la Guerra Fredda sostanzialmente dal punto di vista economico? Dunque, era il modello di pianificazione, se non più precisamente il rapporto fra apparato politico-statale e società, che non aveva funzionato mentre il neo-liberismo investiva le maggiori democrazie anglosassoni,guidate da Reagan e da Thatcher, con uno tsunami liberatorio di potenzialità, risorse, energie?

In una società, inesorabilmente diventata “plurale”, –non scrivo “pluralista” poiché questo aggettivo chiama in causa non solo il numero dei soggetti, ma la realtà della competizione fra loro–, era già diventato evidente che il partito unico non era in grado di suscitare trasformazioni, di accogliere i trasformatori, di dare loro anche fette di potere politico. Quindici anni prima Norberto Bobbio (Quale socialismo. Discussione di un’alternativa, Torino, Einaudi, 1976) aveva sfidato i comunisti, ma non solo loro, chiedendo se esistesse una “dottrina marxistica dello Stato”, ricevendone verbose e inconcludenti risposte. La domanda mantiene tutta la sua attualità. Tuttavia, la risposta non è affatto scontatamente negativa. In qualche modo i cinesi stanno facendo i conti relativamente ai rapporti fra il Partito e lo Stato e il modo come li risolveranno avrà comprensibilmente un impatto enorme.

Nonostante si sapesse molto su che cosa era il Partito comunista italiano e sulle motivazioni ideologiche, programmatiche, di carriera politica che motivavano milioni di aderenti e migliaia di dirigenti, nella svolta l’unica “motivazione” presa seriamente in considerazione fu quella del nome della cosa (rossa). Petruccioli tenta, invano, per quel che mi riguarda, di convincerci che il problema era governare. Davvero? con il prevedibile 20 per cento circa dei voti? Mi pare, invece, che il problema fosse molto diverso. Se, dopo il crollo del muro di Berlino, comunisti proprio non si poteva più rimanere e socialdemocratici non si voleva diventare, e, probabilmente, neanche si sarebbe riusciti, quale opzione praticabile rimaneva? Democratici di Sinistra, quasi a significare due “cose” egualmente non sostenibili. Da un lato, che c’era una Sinistra evidentemente non democratica (honni soit qui pense à Craxi) e, dall’altro, che fino ad allora il PCI era stato di Sinistra, ma non Democratico. Con il senno di poi è facile notare che, nel corso della trasformazione, molti se ne andarono a sinistra e, più tardi, un numero forse persino maggiore decise che gli bastava l’aggettivo democratico –la cui specificità contenutistica continua a eludermi, non a illudermi.

A lungo ho insegnato ai miei studenti dei corsi di Scienza politica che “un partito è un’organizzazione di uomini e donne che presentano candidati alle elezioni,ottengono voti, conquistano cariche”. Regolarmente un certo, ma piccolo, numero di studenti dichiarava di essere insoddisfatto della mia definizione e mi chiedeva di integrarla facendo riferimento ad una ideologia. La mia replica è sempre stata che l’ideologia è certamente utile, ma non è una componente essenziale della definizione minima di partito. Epperò, nel caso del PCI non era proprio possibile transitare senza nessuna mediazione da un partito fortemente ideologico ad un partito post-ideologico. Incidentalmente, non vedo quasi nulla di tutto queste nelle note di Petruccioli che, quindi, ritiene che il PCI già fosse oppure avrebbe dovuto e potuto facilmente diventare un partito “programmatico”. Lo dirò meglio. Abbandonare, perché non di andare oltre si trattava, l’ideologia comunista (marxista, gramsciana) era, in qualche misura, indispensabile, ma rimanere privi di qualsiasi riferimento culturale era la peggiore delle soluzioni possibili. Una riflessione sui due cardini del pensiero e dell’azione delle socialdemocrazie realizzate avrebbe dovuto essere posta all’ordine del giorno, magari chiamando a riflettervi coloro che a quei due cardini, stato del benessere e keynesismo, e alla loro feconda combinazione, avevano già dedicato attenzione e riflessione scientifica.

Naturalmente, la mia non è in nessun modo una rivendicazione postuma di un contributo che non mi fu mai chiesto. Avevo, fra l’altro, anche scritto della assoluta necessità per un partito di sinistra, anche questa era una lezione socialdemocratica, di tenere rapporti intensi e frequenti, anche dialettici, con i sindacati e non solo con gli intellettuali per intenderci, del tipo Anthony Giddens, il quale andando Oltre la destra e la sinistra, (Il Mulino 1997), si è trovato alla Camera dei Lords! Rimando alla molto interessante analisi storico-comparata di Svezia Germania Stati Uniti svolta da Stephanie L. Mudge, Leftism Reinvented. Western Parties from Socialism to Neoliberalism, Cambridge, Mass-London, Harvard University Press, 2018, anche se non ne condivido alcune rigidità interpretative. Non fu, non dico fatto, ma neppure intrattenuto, nulla di tutto quello che riguardava la cultura politica. Nessuna discussione “culturale” su che cosa poteva cercare di essere un Partito che non poteva/non doveva rimanere comunista. Curiosamente, nell’Europa centro-orientale quasi tutti i partiti comunisti hanno traslocato armi e bagagli sotto l’etichetta socialista, godendo, almeno temporaneamente, di qualche relativo successo. Niente da imitare, ovviamente, tranne, forse, che un partito comunista ha/aveva il dovere di riflettere più a fondo sul suo tasso di socialismo oppure nel PCI proprio non ce n’era?

Comunque, dal 1991 quel che si era faticosamente (non certo per sola responsabilità di D’Alema: Petruccioli davvero esagera finendo anche per omaggiare D’Alema attribuendogli un potere politico enorme), ricomposto nel solco della vecchia organizzazione si è trovato in mare aperto senza bussola. La mia tesi, argomentata nel fascicolo La scomparsa delle culture politiche in Italia (“Paradoxa”, Ottobre/Dicembre 2015, pp. 13-26) è che, per l’appunto, è andato perduto qualsiasi appiglio, qualsiasi riferimento, qualsiasi elemento di cultura politica che abbia attinenza al disegno di un futuro che un partito progressista si impegna a costruire contenendo e riducendo le diseguaglianze sia sociali sia di opportunità. Al proposito, è imperativo (ri)leggere Bobbio, Destra e sinistra (Donzelli 1994).Di questo non parlarono allora coloro che stavano tentando di traghettare un nuovo partito lasciando la sponda del comunismo, ma che non possedevano la bussola del percorso e sembrarono assolutamente non interessati a cercarla. Né fu fatto in seguito.

Tutto questo ha avuto conseguenze pesantissime, userò un aggettivo caro a Pietro Ingrao, il quale, sia chiaro, fu parte del problema, “epocale”. Quelle conseguenze sono ancora qui con noi e da sole non promettono affatto di andarsene. Quelle conseguenze hanno un nome: Partito Democratico. Era inevitabile che, mai intessuto di significati e di contenuti, il termine Sinistra appassisse e fosse destinato a sparire anche grazie al davvero notevole, ma non proprio encomiabile, sforzo di alcuni intellettuali per negare l’utilità stessa della categoria sinistra: What is left? Sono gli stessi che, poi, con rara coerenza hanno sostenuto pancia a terra l’opera, sono molto riluttante a scrivere “riformatrice”, del due volte ex-segretario del Partito Democratico. Quanto al PD, la sua nascita non fu affatto preceduta da una approfondita elaborazione culturale, da uno scontro/incontro/confronto di idee e di prospettive. Al massimo, si arrivò a “narrazioni”, oggi meritatamente dimenticate, e a un catalogo di parole: Partito Democratico. Le parole chiave ( a cura di M. Meacci, Editori Riuniti 2007). Forse già dice qualcosa che la parola Riformismo abbia due trattazione: la prima, mia, la seconda opera di Iginio Ariemma. Non esiste praticamente nessuno disposto a negare che il Partito Democratico sia stato una spregiudicata operazione di addizione di ceti politici già democristiani e già comunisti. Quanto alla raccolta, fusione proprio no, ma neppure ibridazione, delle migliori culture progressiste e riformatrici del paese, fu solo propaganda smentita da due fatti. Avvenne i) quando quelle culture praticamente non esistevano più da una quindicina d’anni; ii) senza che la cultura socialista, sicuramente progressista e provatamente riformatrice, fosse neppure chiamata a dare un qualsiasi contributo.

Rimanendo nella narrazione politico-istituzionale che troppi hanno voluto dare della nascita del PD, non sono riuscito a capire quando sia davvero esistita “la condizione ideale perché i due soggetti [immagino uno conservatore, grande apertura di credito a Forza Italia, e l’altro lo stesso PD, a meno che Petruccioli si riferisca al Popolo delle Libertà e all’Ulivo e allora dovremmo fare un discorso alquanto diverso] incardinassero un bipolarismo politico di tipo europeo, con una alternanza di tipo europeo”. A scanso di equivoci, sottolineo che queste fantomatiche alternanze di tipo europeo, tranne che in Gran Bretagna, di recente con qualche eccezione, non contemplano che molto raramente la sostituzione di un governo con un altro governo del tutto diverso (G. Pasquino e M. Valbruzzi (a cura di), Il potere dell’alternanza. Teorie e ricerche sui cambi di governo ,Bologna, Bononia University Press 2011). Nella maggior parte dei casi si tratta di semialternanze assolutamente in linea con la storia delle coalizioni multipartitiche che caratterizzano tutte le democrazie parlamentari.

Inoltre, anche se, per fortuna, l’idea e la sostanza del partito della nazione sono già tramontate, neppure l’escamotage di Petruccioli tiene: due partiti della nazione in competizione fra di loro al massimo rappresenterebbero un po’ più e un po’ meno della metà della nazione. Fra l’altro, chi siamo noi per decidere che i partiti della nazione debbano essere soltanto due? Infine, sono in totale disaccordo sul contenuto del “programma riformista per un governo della sinistra”: “i cittadini devono poter scegliere il governo. Il governo deve governare. Il Parlamento deve fare le grandi leggi e controllare l’attività del governo”. Sarà anche chiaro, ma è, da un lato, sbagliato: da nessuna parte al mondo i cittadini scelgono il governo. Da nessuna parte al mondo il Parlamento fa le “grandi leggi”. Le fa il governo che dagli elettori ha ricevuto un mandato per tradurre le sue proposte in politiche. Dall’altro, il programma riformista è tanto vago quanto banale: “il governo deve governare”.

Non ricordo che nulla di tutto questo fosse all’ordine del giorno della trasformazione del PCI. So che chi perde di vista la rappresentanza e pretende di limitarla per ottenere governabilità sbaglia alla grande e sacrifica entrambe a suo totale discapito. Petruccioli proietta un passato da lui interpretato in un futuro che, in parte, è già stato sconfitto e superato. Ho scritto molto in materia. Approfondirò soltanto su richiesta esplicita del Direttore di “Mondoperaio”, ma, che sia chiaro, non ripartiremo da zero.

Mi è persin troppo facile concludere, ma è perché la conclusione me la sono costruita molto abilmente, che il compito del Partito Democratico, che al governo non è e il cui programma riformista è sparito, deve essere espresso in questi semplicissimi e esigentissimi termini primum philosophari deinde governare. Nelle condizioni attuali, filosofare richiede prioritariamente smontare in maniera ragionata quello che c’è, un enorme macigno per qualsiasi nuova partenza, e lasciare la porta aperta a tutti coloro che hanno qualcosa da offrire in termini di idee e energie. La storia della trasformazione del PCI, letta non soltanto con gli occhi di Petruccioli, ha molto da dire. Non è ancora troppo tardi.

Giuliano Amato, Massimo D’Alema e Gianfranco Pasquino #video Bobbio e Sartori Capire e cambiare la politica @egeaonline

Su iniziativa di Egea Università Bocconi

 

Presentazione del libro di

Gianfranco Pasquino

Bobbio e Sartori
Capire e cambiare la politica

Intervengono con l’autore:

Giuliano Amato e Massimo D’Alema

Roma, Senato della Repubblica 9 maggio 2019


INVITO Bobbio e Sartori Capire e cambiare la politica #9maggio #Senato #Roma @egeaonline

Su iniziativa di Egea Università Bocconi

 

Presentazione del libro di

Gianfranco Pasquino

Bobbio e Sartori
Capire e cambiare la politica

Intervengono con l’autore:

Giuliano Amato e Massimo D’Alema

Giovedì 9 maggio 2019, ore 17.00
Sala Zuccari-Palazzo Giustiniani
Via della Dogana Vecchia, 29-Roma

Registrazione obbligatoria: egea.press@unibocconi.it
L’accesso alla sala -con abbigliamento consono e, per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta -è consentito fino al raggiungimento della capienza massima.

Pasquino: «Critelli dovrebbe dimettersi» @InCronaca #Bologna

Intervista al politologo sul caos nel Pd bolognese e nazionale raccolta da Valerio Castrignano

Sono giorni complicati per il Pd bolognese. Il partito a livello locale sembra ostaggio di una battaglia interna. Dopo le elezioni sembrano essersi risvegliate le ferite lasciate sulla pelle del partito dal congresso più difficile e divisivo della storia. Diciannove segretari di circolo chiedono le dimissioni del segretario federale Francesco Critelli, la cui carica di parlamentare è incompatibile (secondo lo statuto) con quella di numero uno del Pd bolognese. Il presidente del Quartiere Navile Daniele Ara chiede si apra il dibattito su cosa fare per rilanciare i dem a Bologna. Intanto in consiglio comunale frizione tra le figure più vicine a Critelli e il resto della maggioranza che sostiene Virginio Merola. Tanta confusione dunque. Per fare chiarezza abbiamo deciso di intervistare il politologo bolognese Gianfranco Pasquino.

Professore, cosa ne pensa della polemica su Critelli?

«Prima di tutto, chi decide di andare in parlamento non deve presentare la sua candidatura a segretario. Dopo un congresso così lungo e difficile Critelli doveva rinunciare a una candidatura in parlamento. Poi c’è un problema statutario, che prevede l’incompatibilità tra le due cariche che sta ricoprendo. Quindi Critelli il giorno dopo l’elezione in parlamento doveva dimettersi almeno da segretario della federazione. Poi c’è il partito che è in una situazione disastrata».

La situazione giustifica un aggettivo tanto forte?

«Il partito non dialoga più con la città. Non sta facendo un discorso su cosa è oggi il Pd, cosa dovrebbe essere, perché sono stati persi voti nelle ultime elezioni. Il partito è staccato dal territorio».

Quindi le domande poste ieri da Daniele Ara: “siamo ancora un partito?”“abbiamo una guida?”“Che idea abbiamo della città?”, erano giuste?

«Se erano domande retoriche, sta dicendo che il partito non sta facendo quel che deve fare, cosa che io dico da anni. Ma oltre alla situazione attuale, bisogna riflettere sul peccato originale, su come è stato costruito questo partito, con un’amalgama non ben riuscita e forse neanche pensata, problema che aveva posto D’Alema».

Quindi ci vorrebbe una classe dirigente che si occupi più del territorio?

«Ci vorrebbe una classe dirigente sul territorio che faccia funzionare il partito. Questa invece sembra non avere nulla da dire. E la colpa non è solo dei dirigenti, la base e gli elettori si sono fatti andare bene di tutto in questi anni da Cofferati a Delbono. Quindi la responsabilità è anche loro».

Di Critelli fa discutere anche la nuova linea a cui ha aderito a Roma. Al congresso locale è stato il candidato meno renziano, oggi sposa invece la linea dell’ex segretario…

«Probabilmente sta pensando alla sua rielezione. Presto si tornerà a votare forse, Renzi sarà ancora l’uomo forte del partito e per farsi ricandidare bisogna sposare quella linea. Anche Andrea De Maria adesso è renziano, ma lui non la pensa come l’ex segretario. De Maria è su quella linea per ragioni di mero opportunismo. Lui era più vicino a Cuperlo che a Renzi. Le uniche che stanno dicendo le cose come stanno sono le ex onorevoli Sandra Zampa e Francesca Puglisi. Questo avvicinamento a Renzi è trasformismo politico. Ormai però fa parte del Partito Democratico di Bologna questo trasformismo, hanno candidato Casini… E vorrei sottolineare che l’oppositore di Critelli al Congresso, Luca Rizzo Nervo, non sta facendo opposizione all’attuale segretario sul territorio, anche lui è finito al parlamento. Nessuno si sta occupando del partito, pensano tutti alla carriera personale».

Merola ieri in direzione nazionale ha fatto un intervento molto forte contro Renzi…

«Ieri in direzione nazionale c’è stato un voto all’unanimità. Chi non la pensava come Renzi si è nascosto, perché aveva paura di perdere. Ma proprio dalle sconfitte spesso nasce il rinnovamento. Merola invece non riesco più a seguirlo, cambia troppo spesso idea».

Pensa che nel Pd si stia preparando un’altra scissione?

«Non conosco il futuro. Mi hanno deluso anche i primi scissionisti, quelli che hanno dato vita a “Mdp-articolo 1” e poi a “Liberi e Uguali”. Sono usciti dal partito malamente, sarebbero dovuti uscire su tematiche più importanti. Infatti hanno fatto una figura mediocre alle elezioni».

Chi potrebbe sostituirsi a Critelli oggi?

«Qualcuno che si alza e dice: “Io vorrei costruire un partito in questo modo”. Qualcuno che abbia il coraggio di dire cosa vuole fare e quali prospettive, quali orizzonti dovrebbe avere il Pd. Io non vedo nessuno in grado di fare questo».

Quale destino vede dunque per il Pd di Bologna?

«Se non si riforma, andrà incontro a qualche sconfitta. L’Emilia ormai è contendibile…»

Pubblicato il 4 maggio 2018 su InCronaca Testata del Master in Giornalismo MaGiBo

ALDO GRASSO, IL DIVERSIVO #comeunmanipolatorequalunque @Corriere

Nel suo Padiglione Italia (Corriere della Sera 11 marzo 2018) Aldo Grasso mi maltratta e mi manipola (non ho mai usato la parola “terroristi” per il PD e per Renzi). Pensavo che, data la comune “fede granata”, avrei avuto un trattamento di favore (ma, Grasso sarà mica diventato juventino?). Il mio tweet, che ha ricevuto consensi e critiche è chiaro.

Contati i voti, poiché nelle democrazie parlamentari, come quella italiana, i governi si fanno in parlamento, tutti, a cominciare dai capi di partito, vanno a vedere i programmi. Chi si nega al confronto imponendo a priori ai parlamentari da lui nominati di non parteciparvi compie un atto sicuramente eversivo delle regole, delle procedure, del funzionamento della democrazia parlamentare (in maniera non dissimile da quanto fece il M5S all’inizio della scorsa legislatura).

Non ho mai scritto che, come recita il titolo davvero manipolatorio di Padiglione Italia, “Stare all’opposizione è eversivo”. Ritengo che sbaglino i dirigenti del PD e il loro ex-segretario quando sostengono che “gli elettori ci hanno voluto all’opposizione”. Gli elettori degli altri partiti ovviamente sì; con tutta probabilità coloro che hanno votato PD avrebbero voluto che il loro partito mantenesse/riassumesse la guida del governo. Mi avventuro a sostenere che molti di quegli elettori ritengono utile e importante che il PD (con il suo prossimo segretario) faccia valere le sue proposte sia in sede di negoziato per formare un governo, atto di responsabilità nei confronti del paese prima ancora che dei suoi elettori, sia, eventualmente, dall’opposizione.

La sgradevole chiusa di Grasso tenta di essere offensiva accomunandomi ad “un D’Alema qualunque”. Ho stima di D’Alema, che non è certamente un “politico qualunque”, e sono convinto che lui la ricambi. Né lui né il sottoscritto parleremo di “un Grasso qualunque”. È proprio questo Aldo Grasso a sembrarci superficiale e diversivo.

 

Perché Prodi ha commesso un errore

Fino a qualche mese fa, Romano Prodi dichiarava di avere “piantato” la sua tenda fuori dal Partito Democratico. Poi, partecipò al velleitario tentativo dell’ex-sindaco di Milano Giuliano Pisapia, di costruire un Campo Progressista e lo sostenne, seppur non molto intensamente. In generale, non fece mai mistero di essere distante da non poche politiche e dallo stile di Matteo Renzi. Improvvisamente, l’altro ieri ha dichiarato che voterà Partito Democratico, proprio quando il PD, con la formazione delle liste per il Parlamento, è definitivamente diventato il Partito di Renzi, addirittura, pronto, è opinione diffusa, a fare un governo con Berlusconi, l’avversario storico di Romano Prodi. Potrebbe, in effetti, essere stata proprio la formazione delle liste a dare la spinta, certamente richiesta dai dirigenti del PD, affinché Prodi si pronunciasse ufficialmente. Infatti, nelle liste sono collocati tre collaboratori di lungo corso di Prodi, fra i quali la sua loquacissima portavoce, che, altrimenti, difficilmente avrebbero trovato spazio nell’epurazione renziana.

Prodi avrebbero forse potuto risparmiarsi l’attacco a LiberieUguali i quali non sarebbero, secondo lui, a favore della “coalizione” e dell’unità, dimenticando che, per quello che riguarda Bersani, suo “antico” e bravissimo ministro, è stato Renzi a spingerlo fuori dal PD. Quanto alla coalizione, non saranno i sei o sette strapuntini parlamentari offerti a Insieme (dove stanno i prodiani) e a +Europa (dove ci sono i radicali di Emma Bonino) a fare del PD di Renzi una sinistra plurale. Né Prodi può pensare che il pluralismo della sinistra verrà agevolato dall’elezione di Beatrice Lorenzin e di Pierferdinando Casini quest’ultimo come senatore del PD proprio nel collegio in cui Prodi andrà a votare. Nel passato, le dichiarazioni di Prodi a sostegno di candidati e di tematiche non sono proprio stati brillantissimi. Nella campagna per sindaco di Bologna nel 2009 Prodi scese in campo a sostegno del candidato del PD Flavio Delbono che fu, prima costretto ad andare al ballottaggio, poi sette mesi dopo l’elezione, dovette rassegnare le dimissioni e, accusato di peculato, truffa aggravata e abuso d’ufficio, patteggiò due volte per evitare la possibile condanna. Più di recente, dopo mesi di riflessioni e di critiche, pochi giorni prima del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, Prodi annunciò il suo sofferto “sì” che, evidentemente, non deve avere spostato moltissimi voti. Adesso, comunque, che sposti voti oppure no, quel che è in discussione riguarda più che il sostegno dato al PD, i cui dirigenti leggono giorno dopo giorno sondaggi molto preoccupanti, la sua critica a LiberieUguali, che contiene un tentativo di sostanziale delegittimazione.

Qualcuno potrebbe pensare, personalmente non lo escludo, che Prodi stia ancora consumando la sua vendetta nei confronti di D’Alema accusato di avere seppellito l’Ulivo e di essergli subentrato come capo del governo nel 1998 e poi, forse, di avergli sbarrato la strada al Quirinale nel 2013, ma non si è mai trovato chi aveva la pistola fumante in mano. Ad ogni buon conto, chi vuole (ricostruire) l’unità delle sinistre non può pensare che la faciliterà e otterrà accusando esclusivamente una delle componenti, vale a dire LiberieUguali. Né può pensare che il recupero di una manciata di voti che potrebbero non andare a quello schieramento, ma, con qualche dubbio, al PD, servirebbe a convincere Renzi che deve aprire le porte del suo partito accettando e, talvolta, valorizzando il dissenso. Tecnicamente, salvo fatti nuovi e imprevedibili, Prodi ha rilasciato un endorsement irresponsabile, vale a dire senza tenere in considerazione le sue probabili conseguenze, nessuna delle quali appare al momento positiva. La coalizione si forma quando si trova un terreno d’accordo, non con la subordinazione a una maggioranza pigliatutto. L’endorsement di Prodi non porterà vantaggi al PD di Renzi e non farà avanzare nessuna sinistra plurale. Non è affatto detto che questo sia l’obiettivo principale dell’ex-leader di un Ulivo che fu.

Pubblicato AGL 1 febbraio 2018

Quel che “Repubblica” non ha pubblicato

La Repubblica-Bologna ha letto alcune mie dichiarazioni sul Movimento 5 Stelle raccolte e pubblicate da “Il Fatto Quotidiano” e muore dalla voglia di fare un bel titolo Pasquino è diventato grillino. Programma una bella intervista che, però, non comincia benissimo poiché l’intervistatrice non sa nulla del mio passato bolognese (candidatura “civica” di sinistra a sindaco nel 2008) e pazienza, ma neppure della sfrenata campagna che i suoi predecessori al quotidiano condussero contro di me e a favore di un candidato che, diventato sindaco, fu costretto a dimettersi sette mesi dopo. Credevo che le interviste dovessero essere preparate compulsando un po’ di materiale pertinente. Peccato. L’intervistatrice non sembra del tutto convinta che sia una buona cosa avere quindicimila candidati alle parlamentarie delle Cinque Stelle. Però, a suo onore, va detto che capisce subito che il metodo del Partito Democratico (a Bologna c’è poco d’altro in città) non è particolarmente eccitante né democratico. Che al plurilegislatore torinese Fassino (cinque volte in Parlamento) possa essere chiesto, come si mormora, di accettare di essere contrapposto a Bersani non sembra sia stato deciso con una qualche procedura democratica. Forse, ma gli inglesi hanno una splendida espressione, I am afraid that neppure essere ricandidati, come Sandra Zampa “in quota Prodi”, sembra il modo più adatto per esaltare la democrazia interna ai partiti. Quanto al democristiano, mai Popolare, mai neppure Margherita, PierFerdinando Casini, in parlamento dal 1983 (sì), la cui candidatura asl Senato per il PD è data quasi certa (nonostante gli ovvi “malumori”, maldipancia della mitica “base”), non risulta che abbia vinto una qualche parlamentaria oppure superato un qualsiasi test fra gli iscritti del PD.

Già, la democrazia interna, quella cosa che il Movimento 5 Stelle dice d’avere, ma è lecito avanzare molti dubbi, non sembra, quando si discute di candidature, abitare neppure nel PD. Consiglio all’intervistatrice di andarsi a leggere un bel disegno di legge di attuazione dell’inciso “con metodo democratico” dell’art. 49 della Costituzione italiana relativo alla vita dei partiti scritto almeno vent’anni fa da Valdo Spini. Però, sostiene flebilmente l’intervistatrice, le Cinque Stelle quasi attentano alla democrazia e alla Costituzione imponendo una penale di 100 mila Euro ai parlamentari che abbandonino il loro gruppo. Comunico che mi pare una cosa brutta anche se bruttissimo è certamente il trasformismo che, incidentalmente, è sgraditissimo agli elettori italiani. Aggiungo che bisognerebbe affrontare l’argomento cercando di capire, con qualche parere di esperto, se si tratta di un contratto privato oppure che cosa. Quanto poi ai 300 Euro al mese per pagare i costi della piattaforma Rousseau, dopo essermi esibito nella critica di qualsiasi democrazia del click, ricordo all’intervistatrice che come Senatore della Sinistra Indipendente e, in seguito, dei Progressisti versavo regolarmente ogni mese al PCI (e poi al PDS), che mi aveva candidato e i cui elettori mi avevano votato, tre volte più di 300 Euro. Inoltre, contribuivo con i fondi a disposizione dei parlamentari ad un certo numero di iniziative del partito sul territorio. Questo è quel che ho detto nell’intervista che, senza nessuna mia sorpresa, Repubblica-Bologna non ha pubblicato.

Qui aggiungo, a completamento del discorso sui costi della politica, che in tutte le mie campagne elettorali ritenni opportuno e doveroso coprire parte dei costi. Nelle mie tre legislature non cambiai gruppo parlamentare. Quanto all’espressione e all’accettazione del dissenso, nella Sinistra Indipendente non c’era nessuna disciplina di voto e spesso espressi un voto in dissenso dal mio gruppo (o il gruppo votò in dissenso da me!). Neppure quando votai in maniera differente dal gruppo del PCI sulla prima guerra del Golfo e, per esempio, D’Alema mi fece sapere che mi ero collocato alla destra del Sen. Democratico Sam Nunn, a qualcuno venne in mente che dovevo andarmene. Concludo ricordando che, in materia di accettazione, persino valorizzazione del dissenso, dal segretario del PCI di allora Alessandro Natta ricevetti una comunicazione face-to-face su un argomento allora (sic) molto delicato: “non sono d’accordo a fuoriuscire dalla proporzionale, ma tu vai avanti con le tue idee”. Altri tempi, altri partiti, altra classe politica.

Pubblicato il 13 gennaio 2018

Vittoria a quota 46

Al voto con la legge Rosato. Vittoria impossibile, sfide finte e parlamentari nominati. L’analisi del professor Pasquino.
Intervista raccolta da Massimo Pittarello

Stiamo per andare al voto con una legge elettorale totalmente nuova, inedita, due terzi proporzionale e un terzo con collegi uninominali. Difficile capire l’esito del voto, e ancor di più la sua traduzione in seggi. Per fare luce abbiamo sentito Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Astrologia Politica, pardon, di Scienza Politica.

Professore, quale deve essere la quota da raggiungere per essere certi della vittoria?

Difficilissimo rispondere, soprattutto prima di sapere come sono formate le coalizioni e chi viene candidato nei collegi, ma per essere sicuri della vittoria bisogna raggiungere il 45-46%, poiché a questa quota c’è un “premio” implicito insito nel meccanismo.

Qualcuno dice che basta il 40%..

Il 40% non basta. E, per come stanno le cose adesso, nessuno avrà la maggioranza. Tuttavia, c’è una campagna elettorale in corso e può darsi che qualcuno faccia errori clamorosi e qualcuno delle scoperte fondamentali.

Ma come è nata questa legge, quale il criterio con cui è stata scritta?

La legge Rosato non è stata scritta da Rosato, ma a lui bisognerebbe chiedere se abbia mai letto un libro o un articolo sui sistemi elettorali, anche se la risposta sarebbe imbarazzante e imbarazzata.

Si dice sia stata scritta per mettere in difficoltà i 5 stelle..

Senza dubbio con le coalizioni si è cercato di svantaggiare le 5 Stelle (usa il femminile, ndr), riuscendoci. Anche se forse le 5 Stelle stanno attrezzandosi per trovare qualche alleato. O almeno mi auguro possano creare delle liste civetta, tipo “lista democrazia diretta” o “lista Rousseau”.

Oltre a questo, quando hanno approvato la legge Rosato, Berlusconi e il Pd sapevano che con l’attuale assetto sarebbe stato improbabile avere un vincitore?

Già sapevano che nessuno poteva vincere. E Berlusconi sapeva di essere incandidabile. Cosicché, se non avesse vinto nessuno, lui avrebbe avuto il tempo per crescere. E se la coalizione andrà bene, è pronto per andare al governo con Renzi.

E Renzi, perché l’ha proposta?

Renzi condivide con Berlusconi l’interesse a scegliere in totale autonomia i parlamentari, che se poi si comportano in maniera servile potranno essere ricandidati. E’ un punto fermo nato con la legge Calderoli, proseguito con l’Italicum e ora con la legge Rosato, in cui tutti gli eletti sono tutti scelti da poche persone. A sinistra da Renzi, Franceschini e Orlando. A destra in base all’accordo tra Berlusconi, Salvini, Meloni e, forse, la quarta gamba.

L’affluenza può incidere sul voto e può contribuire od ostacolare una vittoria qualcuno?

Sappiamo che nel 2013 il Movimento 5 Stelle ha portato al voto una percentuale non molto alta, ma significativa, di elettori che altrimenti sarebbero rimasti a casa. Bisogna capire se sarà in grado di ripresentarsi come il partito che va contro tutti gli altri, come il partito che mobilita e incanala la protesta.

L’affluenza alle urne ha un peso nel determinare un vincitore? E in che modo?

Sarà importante capire chi sarà candidato nei collegi e le relative sfide. Per esempio, se a Bologna, che già è territorio ad alta partecipazione, ci fosse un confronto Bersani-Fassino, la mobilitazione potrà fare aumentare il numero dei votanti. Nei collegi con minore partecipazione ciò sarà ancora più importante. Stamattina c’era in televisione Latorre, che è un ex dalemiano, e uno scontro proprio con D’Alema alimenterebbe la mobilitazione.

Professore, lei è un provocatore..

E allora mi faccia essere cattivissimo. Nel collegio di Arezzo lo scontro tra Ferruccio De Bortoli e Maria Elena Boschi produrrebbe un’altissima partecipazione, altissima e interessantissima partecipazione… (ride)

A parte gli scherzi, sembra che nella realtà qualche sfida tra big ci sarà. Ma le pluricandidature non annullano le competizioni nei collegi, rendendole “finte”?

Tecnicamente si, ma può darsi che media e partiti riescano a concentrare l’attenzione su alcune sfide. In ogni caso la “battuta” davvero cretina di Renzi, che avrebbe sfidato Berlusconi, incidentalmente incandidabile, a Milano, è anche inutile, perché tanto poi Renzi si candida in qualche listino proporzionale e sarà eletto. Tuttavia, in alcuni casi le sfide potranno creare mobilitazione, anche se faccio difficoltà a trovare venti dirigenti politici degni di nota.

In ogni caso le forze politiche stanno cominciando a presentare le candidature. Cosa pensa delle “parlamentarie” dei 5 Stelle?

Il fatto che ci siano 15.000 persone che si candidano, che vogliono fare politica, è positivo. Qualcuno dice che vogliono solo entrare in parlamento, ma queste “primarie” oltre a definire cariche monocratiche, come per i collegi uninominali, sostengono anche la mobilitazione, l’attenzione, la comunicazione, la conversazione pubblica. Vedremo chi verrà fuori, ma le “parlamentarie” sono uno strumento efficace che riesce ad incanalare la protesta e a tenere vivace questa democrazia che talvolta è un po’ fiacca.

Negli altri partiti, a cominciare dal Pd, che scenario vede?

Una situazione preoccupante, a tratti deprimente. Tecnicamente, un “manuale Cencelli”, in cui Renzi, Orlando, Franceschini e, forse, Emiliano, si spartiranno le candidature in base alle percentuali interne. Si spartiranno le spoglie, consapevoli che è rimasto assai meno di quanto ottenuto nel 2013, quando con il 26% dei voti il Pd ottenne il 54% dei seggi alla Camera. Comunque, la spartizione più importante avverrà nell’area di Renzi, perché Franceschini è stato un ministro di successo, è un potenziale successore e ha un peso rilevante che vorrà e saprà far valere.

Pubblicato 8 gennaio 2018

 

Le sinistre sparpagliate non vincono

Mettere insieme le sparse membra delle sinistre, al plurale, è un po’ dappertutto (Francia e Spagna insegnano) operazione tanto ambiziosa, qualche volta velleitaria, e difficile quanto, se le sinistre vogliono vincere le elezioni (che non succede abbastanza spesso), necessaria. Negli anni settanta del secolo scorso, soprattutto i socialisti italiani furono affascinati dalla sinistra plurale che con ostinazione e furbizia François Mitterrand riuscì a costruire e che lo portò alla Presidenza della Repubblica. In Italia, oggi, si menziona talvolta, come grande riferimento positivo, l’esperienza, in verità, durata pochissimo tempo, dell’Ulivo. Non è un riferimento appropriato. Sdegnate, le vestali dell’Ulivo respingono l’idea che, neanche nel suo tentativo di diventare il Partito della Nazione, il Partito Democratico di Renzi, non disposto e incapace di aprirsi alla società, riesca a trasformarsi in un Ulivo. Invece, in un certo modo, la sinistra plurale francese fu un’anticipazione dell’Ulivo avendo saputo costruirsi, oltre che su un’aggregazione di partiti deboli, anche ascoltando e interagendo con preziosi rappresentanti della società civile, i clubs, e valorizzandone presenza e attività. Forse non guidato con polso fermo dagli inesperti prodiani e da un leader anche lui neofita, l’Ulivo, divenne rapidamente preda dei partiti e cadde per opera di un pezzo di sinistra, la Rifondazione Comunista guidata da Fausto Bertinotti.

La strada che, adesso, sembra perseguire l’ex-sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, curiosamente ex-deputato proprio di Rifondazione Comunista, dovrebbe condurre le sinistre in un “campo progressista” poi in grado di confrontarsi/trattare con il Partito Democratico. Nel migliore dei casi, quella strada è stata finora percorsa per meno della metà. Da un lato, il Partito Democratico sostiene fin troppo orgogliosamente che, comunque, a lui spetta la rappresentanza del centro-sinistra e che il tentativo di Pisapia dovrà prendere pienamente atto che senza il PD, le sinistre non vanno da nessuna parte. Dall’altro lato, Pisapia vuole dal PD discontinuità nelle politiche, in particolare quelle del lavoro e per i giovani, ma c’è chi vuole di più. Sostanzialmente, gli ex-PD di Art. 1 Movimento Democratico Progressista vogliono che la discontinuità investa anche il segretario del PD, Matteo Renzi, responsabile, come capo del governo, proprio di quelle politiche.

Inevitabilmente, la discussione, implicita ed esplicita, qualche volta fatta di troppe riserve e di improduttive impuntature, oscilla fra le politiche sulle quali trovare un accordo al fine di proporle in campagna elettorale e le personalità. Il quesito riguarda, almeno in parte, qualora Pisapia non voglia assumersi il ruolo di capo di tutto lo schieramento, la scelta del candidato alla carica di capo del governo. L’altra parte del quesito si riferisce alle candidature al Parlamento. Difficile tenere fuori dalle scelte figure come Bersani e il molto controverso D’Alema, ma se le politiche camminano sulle gambe degli uomini (e delle donne) è innegabile che le capacità dei due leader debbano essere tenute in grande conto –anche perché sicuramente superiori a quelle dei componenti del non tanto più magico giglio che avvolge Renzi. Saranno ancora settimane di alti e bassi nei rapporti sia fra Pisapia e le sinistre che lui desidera fare entrare nel Campo Progressista sia fra questo Campo in via di definizione, sperabilmente senza paletti e senza esclusioni, e il Partito Democratico. Le elezioni siciliane dell’inizio di novembre, per le quali le sinistre il PD non hanno ancora trovato nessun accordo, saranno scrutate attentamente per trarne lezioni, ma fin da subito mi pare di potere concludere che, senza una chiara e solida convergenza fra “la cosa” di Pisapia e il PD, le sinistre italiane e lo stesso PD avranno vita grama (e i loro elettori rimarranno tristemente insoddisfatti).

Pubblicato AGL il 18 settembre 2017

Le interviste della Civetta: “D’Alema si dia da fare o scissione ridicola. Pisapia non è Prodi”

L’accordo tra le quattro forze politiche maggiori (Pd, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega) sulla riforma elettorale è un fatto positivo, nel metodo se non nel merito. Lo sbarramento al 5 per cento è legittimo: sta alle forze minori organizzarsi sul territorio e trovare le alleanze necessarie per entrare in Parlamento. In particolare, sta a D’Alema e Bersani dimostrare che la loro non è stata una scissione “ridicola”. Quanto a Pisapia, di certo non è “il nuovo Prodi” ma dovrà cercare di costruire “una sinistra plurale” che comprenda il centro progressista e che ambisca a governare il Paese. È il parere consegnato a Intelligonews da Gianfranco Pasquino, professore di scienza politica ed ex senatore della sinistra.

L’accordo tra i quattro partiti più grandi per una nuova legge elettorale può essere una cosa buona?

In generale, l’intesa a quattro sulla riforma elettorale è una cosa buona: una volta fatta, non assisteremo a contestazioni particolaristiche e non si ricomincerà daccapo. L’accordo non è buono in sé ma il modo in cui è stato fatto è positivo.

Con lo sbarramento al 5 per cento i partiti minori rischiano però l’esclusione: quali spiragli di manovra restano per esempio ad Alfano, che ha lanciato la sfida sulla costituzionalità della riforma?

Alfano deve raggiungere un accordo con qualcuno che presenti almeno alcuni dei suoi candidati nei collegi uninominali: lui stesso può ritornare in Parlamento se trova qualcuno che lo appoggi. Lo sbarramento al 5 per cento è legittimo: impedisce la frammentazione, che la maggior parte di noi considera non positiva, e incoraggia le aggregazioni.

Il ragionamento fatto per Alfano vale anche per Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani?

Certamente. Anche loro devono darsi una regolata, organizzare la politica sul territorio, trovare alleati per superare il 5 per cento. Una scissione da 2,8 per cento sarebbe ridicola.

Che cosa pensa del progetto di un “nuovo centrosinistra” guidato da Giuliano Pisapia? Può essere davvero lui il nuovo Prodi?

Innanzitutto, va sottolineato che Romano Prodi non c’è. In secondo luogo, Pisapia non è il nuovo Prodi. Terzo, l’Ulivo era una cosa molto diversa da quella tratteggiata da Pisapia: aveva dentro i due partiti maggiori del centrosinistra, Margherita e Pds. Pisapia non deve ricercare un dialogo prima del voto col Pd quanto piuttosto cercare i voti sul territorio in maniera intensa e incisiva – il dialogo si fa dopo. Ci vorrebbe uno schieramento ampio, quella che un tempo avremmo chiamato “sinistra plurale” in cui trovino posto anche i cosiddetti “centristi progressisti”. Nella sinistra plurale francese c’era Jacques Delors, un socialista che in partenza era stato democristiano, o forse – diremmo oggi – un cristiano sociale. Non vorrei un centrosinistra sempre tentato dal “grande centro” quanto piuttosto una sinistra plurale in cui si accettano posizioni diverse e animato da un dibattito in cui chi dissente non è un traditore da cacciare e chi vince non è necessariamente un dittatore. Sul territorio i voti ci sono, basta non scoraggiare e non deprimere gli elettori. Non è vero che una sinistra plurale non può essere maggioranza in questo Paese.

Pubblicato il 6 giugno 2017 su Intelligonews