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Polveroni proporzional-maggioritari #LeggeElettorale

Scrivere una legge elettorale in attesa di un referendum quindi senza sapere quanti saranno i parlamentari da eleggere non è un’operazione saggia. Che la saggezza sia assente dal dibattito politico sul tipo di legge da scrivere è provato dalle affermazioni dei protagonisti politici. C’è chi vuole il “ritorno” alla proporzionale e chi lo ritiene un errore gravissimo. Però, la legge vigente, di cui fu relatore l’on. Rosato, oggi in Italia Viva, è già oggi due terzi proporzionale e un terzo maggioritaria. Quanto al testo in discussione non è, comunque, “la” temutissima “proporzionale pura” poiché prevede una soglia del 5 per cento di voti per avere accesso al Parlamento. Comprensibilmente, tanto Italia Viva quanto Leu (liberi e Uguali), ai quali i sondaggi impietosi attribuiscono rispettivamente all’incirca tre e meno di due per cento delle intenzioni di voto vorrebbero una soglia più bassa. Dal canto suo, Salvini si dichiara sbrigativamente a favore del maggioritario (sul quale Meloni non si esprime), ma non chiarisce quale. Non sarebbe un chiarimento da poco poiché il maggioritario inglese e quello francese, entrambi applicati in collegi uninominali, dove i candidati vincono o perdono, funzionano in maniera molto diversa. Infatti, il doppio turno francese offre agli elettori la grande opportunità di usare due voti: al primo turno per la candidatura preferita, al secondo per la candidatura da fare vincere, la meno sgradita.

Dopo avere detto che per gli italiani la legge elettorale è l’ultima delle preoccupazioni, affermazione alquanto discutibile, Salvini annuncia che è favorevole a due riforme: presidenzialismo e federalismo, cioè, concretamente, che vorrebbe abbandonare la democrazia parlamentare. Il capo di Italia Viva, Matteo Renzi, che non può permettersi di apparire un conservatore istituzionale, si dichiara “maggioritario” e propone la formula nota come “sindaco d’Italia”. Ma il sindaco d’Italia non è una legge elettorale. È una forma di governo di stampo sostanzialmente presidenziale poiché contiene l’elezione popolare diretta del capo dell’esecutivo, vale a dire il sindaco e il Primo Ministro. Non solo questo presidenzialismo mascherato richiederebbe la riscrittura di una manciata di articoli della costituzione italiana, ma, se disegnato seguendo il modello comunale, si basa su una legge proporzionale per l’elezione dei parlamentari, con un premio di maggioranza attribuito al capo, il sindaco o il Primo ministro, della coalizione vittoriosa. Curiosamente, nessuno si esprime in maniera limpida su due aspetti scandalosi della legge elettorale vigente: le candidature plurime e paracadutate, ovvero svincolate dalla residenza dei candidati. Sono gli strumenti con i quali i dirigenti dei partiti garantiscono l’elezione propria e dei loro più fedeli collaboratori/trici a scapito della rappresentanza politica che con il numero dei parlamentari ridotto di un terzo diventerà, a prescindere dalla formula elettorale, ancora meno soddisfacente.

Pubblicato AGL il 6 luglio 2020

Garantismo à la carte. Si salvi chi può

I numeri dicono che la non partecipazione al voto dei tre senatori di Italia Viva nella Giunta per le Autorizzazione a procedere non è stata decisiva per respingere la richiesta di processo per Matteo Salvini. Il centro-destra compatto avrebbe comunque avuto successo. La parola decisiva spetterà all’Aula del Senato. Tuttavia, il messaggio lanciato da Matteo Renzi ha molte implicazioni destinate a durare per tutta la legislatura e, comunque, per tutto il tempo in cui esisterà il governo Conte.

A Renzi del destino giudiziario, oltre che politico, di Salvini interessa abbastanza poco, quasi niente. “Giustizialista”, votò contro Salvini nel molto simile caso Gregoretti, o garantista à la carte, può farsi forte delle imbarazzanti e molto deplorevoli dichiarazioni di alcuni magistrati pregiudizialmente ostili al leader della Lega. Inoltre, Renzi sostiene, non senza ragione, che nel caso del (presunto) “sequestro di persone” a bordo dell’Open Arms c’è anche una responsabilità del capo del governo di allora, Giuseppe Conte, che non si oppose alle azioni del suo ministro. Il messaggio limpido mandato a Conte é: “attenzione, ho (io, Renzi) contribuito in maniera fondamentale alla formazione del tuo (di Conte) secondo governo e vorrei ricordarti che continuo ad avere i numeri parlamentari (lo si è già visto in Senato) per farti traballare, barcollare, ma, al momento, non intendo farti crollare”.

Produrre la caduta di questo governo sarebbe un suicidio politico per Renzi. Infatti, testardamente, i sondaggi persistono nell’indicare che Italia Viva non riesce in nessun modo a crescere nelle preferenze di voto, inchiodata intorno al 2 per cento, che non consentirebbe a nessuno dei suoi parlamentari, neppure a Renzi, di ritornare né alla Camera né al Senato. Renzi sa che può spingere sé stesso, i suoi, il governo Conte, la legislatura fino all’orlo del burrone. Quasi sicuramente lo farà tutte le volte che gli si offrirà anche la minima occasione. Poi, guarderà quanto è profondo il burrone e muoverà qualche passo di lato, forse persino indietro, magari strattonato tirato dai suoi fedeli parlamentari che non hanno alternative.

Dal canto suo, Conte, i pentastellati e i Democratici sanno di dovere stare, seppure impazienti e irritati, al gioco del fiorentino. Non debbono cercare di andare a vedere il bluff, operazione che sarebbe pericolosissima e, al momento, non necessaria. Fra l’altro, Conte continua a governare con un sostegno popolare piuttosto elevato. Continua anche a fare errori, finora sostanzialmente non gravi, che non intaccano la sua popolarità e neppure la sua capacità di negoziare con l’Unione Europea e gli Stati-membri. Sarebbe sbagliato concluderne che tutto va bene, ma è altrettanto sbagliato interrompere il percorso senza che sia maturata e disponibile un’alternativa migliore. Dunque, Renzi continuerà a punzecchiare Conte, i pentastellati, il Partito Democratico e Zingaretti in attesa di qualcosa che, probabilmente, non arriverà.

Pubblicato AGL il 27 maggio 2020

Un Matteo tira l’altro. Perché Renzi ha salvato Salvini da @formichenews

La Giunta per le Immunità al Senato vota contro il rinvio a giudizio di Matteo Salvini per il processo sulla vicenda Open Arms. Decisiva la mossa di Italia Viva, che ha scelto di non partecipare al voto. Pasquino: il mordi e fuggi di Renzi continuerà…

Dall’intervista di Franco Bechis

Matteo salva Matteo. Colpo di scena al Senato: Italia Viva non ha partecipato al voto della Giunta per le Immunità su Matteo Salvini. Il leader della Lega dunque non sarà rinviato a giudizio come richiesto dai magistrati siciliani che indagano sul caso Open Arms. Tredici i voti contrari, solo 7 a favore.

I tre senatori di Iv, il vicepresidente Giuseppe CuccaNadia Ginetti e Francesco Bonifazi, non hanno preso parte al voto, volgendo i numeri a favore dell’ex ministro dell’Interno, che ha potuto così contare su tredici voti (4 di Fi, 1 di Fdi, 5 della Lega, 1 delle Autonomie), più quello della senatrice M5S dissidente Alessandra Riccardi e di Mario Giarrusso, l’ex grillino che doveva avere l’ultima parola sul voto ma, grazie alla mossa di Iv, non si è rivelato determinante.

Solo sette sono stati i voti contrari. Quattro senatori del M5S, e insieme a loro Pietro Grasso (Leu), Gregorio de Falco (Misto) e Anna Rossomando (Pd).

Nel comunicato di Bonifazi le ragioni dello smarcamento dei renziani last minute. “Italia Viva ha deciso di non partecipare al voto sulla vicenda Open Arms: ci rimettiamo dunque all’aula” ha annunciato l’ex tesoriere del Nazareno. “Non c’è stata a nostro parere un’istruttoria seria, così come avevamo richiesto sia in questo caso che nella precedente vicenda Gregoretti: era necessario ricevere indicazioni sui rischi reali di terrorismo e sullo stato di salute riguardo alle imbarcazioni bloccate in mare dall’ex ministro dell’Interno, che non sono arrivate. Dal complesso della documentazione prodotta, non sembrerebbe emergere l’esclusiva riferibilità all’ex Ministro dell’Interno dei fatti contestati”.

Ma il vero affondo politico è contenuto in una frase: quella in cui il gruppo di Iv sostiene che all’epoca il ministro dell’Interno abbia avuto “l’avallo del governo”. Ovvero il via libera, e la compartecipazione, del premier Giuseppe Conte. Tira un sospiro di sollievo Salvini in diretta su Facebook. “Una buona notizia in periodi di attacchi, la buona notizia è che la Giunta del Senato ha appena detto no all’ennesimo processo a mio carico”.

“Matteo Renzi ha dimostrato ancora una volta non solo che esiste, ma che ha un potere significativo sul funzionamento della coalizione di governo, la cui esistenza attribuisce alla sua giravolta di agosto. È solo un episodio, ce ne saranno altri”, commenta con Formiche.net Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna. “Il comunicato renziano è un messaggio chiaro che Conte deve recepire – continua. Quello di Renzi, dice Pasquino, è “un mordi e fuggi”, e continuerà a lungo: “Non si capisce perché non debba approfittare di una carta importante fra le mani. Fa bene a giocarsela, funziona così per i piccoli partiti dei governi di coalizione”.

Funzionava così anche un tempo: “Lo facevano anche con la Dc, che però, una volta tornati alle urne, rivinceva e poteva regolarsi di conseguenza nella formazione del nuovo governo. Il governo Conte questo giochetto non può permetterselo”. Quanto al processo per Open Arms, Pasquino ha più di un dubbio: “I tre senatori di Iv hanno fatto bene ad essere garantisti. Il giudizio era piegato contro Salvini e poco sulle carte e gli atti, era inquinato fin dall’inizio”.

Pubblicato il 26 maggio 2020. L’intervista integrale su formiche.net

Dopo fake news e gossip, Conte (ora) è più forte

Limpidamente bocciata nell’aula del Senato la sfiducia delle destre e della radicale Bonino contro il Ministro della Giustizia Bonafede, è venuto il tempo di fare chiarezza sullo stato di salute del governo, del Parlamento, della democrazia italiana. Forse, solo momentaneamente zittiti, i retroscenisti ricominceranno fra qualche tempo a dire che sentono spifferi e scricchioli, tensioni e conflitti, che si moltiplicano le voci di crisi del Governo Conte e di sostituzione del Presidente del Consiglio (ad opera del solito noto che immagino, conoscendolo, sorridente e preoccupato). Sono tutte fake news e gossip sostanzialmente irrilevanti. Quand’anche Renzi ottenesse qualche Presidenza di Commissione chi conosce i governi di coalizione sa che sono richieste fisiologiche e non scandalose che potrebbero persino rafforzare il governo. Lascerei alle sedicenti anime belle, ma certo non brave dal punto di visto delle conoscenze del funzionamento delle democrazie parlamentari, di stracciarsi le vesti. Poi, magari, potrebbero gettare uno sguardo oltre le Alpi e, non dico che apprenderebbero, ma almeno vedrebbero la normalità di pratiche nient’affatto eversive.

Conte ne esce effettivamente rafforzato anche perché, come nei Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, ci ha messo la faccia. Si è assunto responsabilità politiche e personali. Talvolta commette errori, ma ha dimostrato di sapersi correggere e di non attribuirli ad altri. Appena smetto di ridere vorrei anche aggiungere che non ho mai letto di derive autoritarie effettuate attraverso la decretazione d’urgenza. Né mi pare che il Presidente del Consiglio abbia chiesto “pieni poteri”. Assolutamente fuori luogo proporre un paragone fra Conte e Orbán che s’era già deliberatamente incamminato su un percorso poco democratico.

Avendo, sicuramente, più a cuore di molti di noi la democrazia, le anime belle si sono ripetutamente lamentate poiché il Parlamento italiano era chiuso non per ragioni legate al contagio, ma perché “qualcuno” voleva evitare che controllasse le pericolosissime attività sovversive del governo Conte. Con la riunione d’aula di mercoledì 20 maggio, il Senato ha già tenuto sei sessioni in maggio. Furono sei in marzo e nove in aprile. Per la Camera i dati sono otto in marzo, dodici in aprile, sei, finora, in maggio. Negli stessi mesi, la Camera dei Comuni inglese, la madre di tutte le Camere basse, si è riunita dieci volte in marzo, quattro in aprile, cinque in maggio; il Bundestag tre volte in marzo, due in aprile, cinque in maggio; il Congreso de los diputados spagnolo nove volte in marzo, sette in aprile, due in maggio; la Camera bassa austriaca (Nationalrat) quattro volte in marzo, quattro in aprile, due in maggio..

Sono ancora esterrefatto che, a suo tempo, nessuno abbia replicato a Salvini, giunto fino all’occupazione per poche ore del Senato, a Meloni e ai commentatori piangenti che: “Ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti” (art. 62 della Costituzione). Al Senato il centro-destra ha 142 seggi su 320, alla Camera 265 su 630, quindi, in entrambi i casi ben più di un terzo (Senato 107; Camera 210). Una semplice e veloce raccolta di firme telematiche, smart collection, e le Camere si sarebbero dovute riunire. No, non è stato il governo a tenere chiuso il Parlamento, ma l’ignoranza e il disinteresse di chi strepitava e non agiva. Infine, la democrazia italiana, appena scossa delle differenze d’opinione e politiche fra le regioni e il governo, non esce in nessun modo indebolita da questa difficile, non finita, prova. Ha inevitabilmente manifestato inadeguatezze che sono strutturali (quelle della burocrazia), ma nessun cedimento nelle sue strutture portanti: Parlamento, governo, Presidente della Repubblica. In attesa del prossimo voto in aula e del prossimo dottissimo retroscena.

Pubblicato il 22 maggio 2020 su Il fatto Quotidiano

 

Il governo esce più forte dal Senato, perché le destre si sono dimostrate deboli #intervista @ildubbionews

«Renzi ha voluto dimostrare di essere in grado di far cadere il governo, ma di avere l’intelligenza di non farlo. Bonafede? E’ stato convincente, era la mozione ad essere fuori fuoco»

Intervista raccolta da Giulia Merlo

 

Renzi ha giocato bene la partita politica e Bonafede si è rivelato più convincente delle aspettative. Insomma «il governo esce rafforzato dal confronto d’aula al Senato, nella misura in cui le destre hanno dimostrato la loro debolezza». Sintetizza così la giornata campale di ieri, il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino, che ne estrapola una lezione precisa: «Chi fa cadere un governo lo fa solo se sa di poterne controllare le conseguenze».

Renzi ha definito quello di ieri al Senato “il suo intervento più difficile”. Che impressione le ha fatto in aula?

L’ho trovato molto efficace, meno fanfarone del solito. Ha detto cose di sostanza e in particolare un passaggio è stato molto importante: ha spiegato che il suo gruppo non ha sfiduciato Bonafede perché appoggia il governo guidato da Conte. Il premier questo deve tenerlo ben presente. Si è detto che questa scelta di Italia Viva sia costata 48 ore di contrattazione con Palazzo Chigi. Io non so cosa Renzi abbia chiesto a Conte né quale ricompensa abbia concesso il presidente del Consiglio, ma francamente mi interessa poco. Anzi, credo che in un governo di coalizione sia giusto e corretto che il premier vada incontro agli interessi di una componente irrequieta, che chiede visibilità. Perché di questo stiamo parlando: Italia Viva va male nei sondaggi e ha bisogno di acquisire spazio. Ma questo fa parte della politica e non mi scandalizzerei se Conte concedesse a Renzi un sottosegretario in cambio del salvataggio di Bonafede. Sarebbe uno scambio perfettamente legittimo.

Renzi di fatto ha spostato il focus sul premier. Bonafede, dunque, è rimasto sullo sfondo di un confronto che solo apparentemente riguardava il suo ruolo?

Io non credo sia del tutto così. Bonafede è il ministro della Giustizia e in un qualsiasi organigramma di governo è il terzo o quarto ruolo più importante. Inoltre, in Italia la situazione della giustizia è particolarmente delicata e dunque acquista ulteriore rilevanza, anche alla luce delle conseguenze di questo Coronavirus. La mozione era decisamente contro Bonafede e la sua replica agli attacchi è stata molto convincente: ho ascoltato un ministro che è arrivato preparato e ha dimostrato di saper ben argomentare e documentare le sue scelte. Era la mozione ad essere fuori fuoco.

La mozione di Bonino non era centrata?

Sul tema delle carceri Bonino combatte una battaglia giusta, era la mozione ad essere sbagliata perché giocava sui malumori e sulle intemperanze della maggioranza. Bonino avrebbe potuto chiedere e forse anche ottenere migliori condizioni per il carcere senza bisogno di questa mozione di sfiducia, che mi sembra frutto di una certa voglia di protagonismo. Anche perché mi chiedo: se anche la mozione sua o quella delle destre fosse passata, si sarebbero risolti i problemi della giustizia?

Eppure lo stesso Renzi ha detto che, se Italia Viva avesse usato il metro giustizialista dei 5 Stelle, Bonafede sarebbe stato sfiduciato.

Io trovo che gli argomenti contrapposti del giustizialismo e garantismo in questo caso siano mal posti. Mi spiego: io non ho mai apprezzato la teoria radicale del “nessuno tocchi Caino”. A mio modo di vedere Caino deve essere toccato eccome, cacciandolo in galera per omicidio. Su questo lo Stato deve essere deciso, perché se i colpevoli non vengono puniti si trasmette un messaggio di impunità e di doppiopesismo giudiziario. In questo senso, è la stessa cultura giuridica italiana a non aver mai sciolto il dilemma tra giustizialismo e garantismo. Figuriamoci se può averlo fatto la politica. Per questo ritengo che nel caso di Bonafede la categoria giustizialista non c’entri. Renzi ha parlato di cultura del sospetto e ha detto che, sulla base di quella, si sarebbe stati legittimati a sospettare del comportamento del ministro.

E dunque perché Renzi non lo ha sfiduciato? Sulla base di una vera condivisione del progetto politico del governo o per mero tatticismo?

Sarebbe troppo facile risponderle che lo ha fatto per entrambe le ragioni. Io credo che all’origine di tutte le scelte di Renzi ci sia la rivendicazione di aver fatto nascere questo governo lo scorso agosto, quando ha aperto la strada all’alleanza Pd-5Stelle. Nello stesso tempo, Renzi è irritato perché questo merito non gli viene riconosciuto e per questo è arrivato alle estreme conseguenze di uscire dal Pd per fondare un suo movimento. Detto questo, Renzi sa di aver bisogno di voti per rimanere in politica ma questi voti, per ora, non stanno venendo fuori. Dunque ha bisogno di più tempo. Accanto a questo ragionamento di convenienza, però, credo che Renzi abbia la consapevolezza del fatto che il Paese si trova in un momento molto delicato e che far cadere ora il governo sarebbe gravissimo.

Lei che giudizio dà della scelta politica di Renzi?

Ritengo che Renzi abbia voluto dimostrare di avere la forza di far cadere questo governo, ma anche l’intelligenza di non farlo cadere. Su questa scelta spera di ottenere un giudizio positivo da parte dei futuri elettori.

Una scelta lungimirante?

Guardi, chi è politicamente responsabile compie azioni rilevanti come far cadere un governo solo se ha la certezza di controllarne le conseguenze, almeno nel medio periodo. Tradotto: si può far cadere il governo Conte solo nella misura in cui si è in grado di prevedere quale governo gli succederà, e soprattutto che questo governo successivo sia migliore di quello attuale. Attualmente, però, queste due condizioni non esistono.

Dunque il confronto di ieri al Senato è stato la proverbiale montagna che ha partorito il topolino?

Non direi. Anzi, mi sembra che dal confronto di ieri siano emersi alcuni dati politicamente molto rilevanti. Il primo, che la destra di Salvini e Meloni è debole e può pensare di vincere solo se la maggioranza attuale si sfarina. Il secondo, che Bonafede si è dimostrato adeguatamente competente. Il terzo, che il governo è uno e trino: uno è Conte, gli altri tre sono le sinistre di Pd, Italia Viva e Leu, e di questi il presidente del Consiglio deve tener più conto.

Dunque il governo esce rafforzato o indebolito da questa non sfiducia a Bonafede?

Il governo esce appena appena più forte, nella misura in cui le destre si sono dimostrate deboli. Questo esecutivo, tuttavia, ha sfide di ben altra portata davanti: penso al MES, che andrebbe preso così com’è ma su cui i 5 Stelle si sono aggrovigliati in una posizione ideologica. Al netto della parentesi di ieri, il governo rimane in una posizione difficile perché imbarca acqua da più lati e solo ogni tanto riesce a mettere un tappo. E, per sentirsi al sicuro, ha ancora moltissima strada da fare.

Pubblicato il 21 maggio 2020 su ildubbio.news

Chi può essere così stupido da fare una crisi di governo? #Intervista @fattoquotidiano

È ridicolo accusare Conte di una svolta autoritaria. Ed è folle pensare di sostituirlo durante la pandemia

Intervista raccolta da Tommaso Rodano

“Non andrà tutto bene e non torneremo come prima”. Gianfranco Pasquino si muove tra un ragionamento e l’altro con ampio ricorso all’ironia. Non è appassionato della retorica anti-virus, sorride degli slogan di questi giorni. “Primo: non è andato tutto bene, non va tutto bene, è difficile che andrà bene in futuro. Secondo: non torneremo come prima. Abbiamo perso denaro, speranze, opportunità. E non deve tornare come prima: non voglio tornare all’Italia dei processi per corruzione, del dominio della criminalità organizzata, dell’evasione fiscale di massa. Non tornerà tutto come prima: spero proprio di no. Spero che si faccia tutto meglio”.

C’è chi accusa il governo di calpestare le garanzie costituzionali. Cito Matteo Renzi; “Nemmeno durante il terrorismo abbiamo derogato così tanto alla Costituzione”. Concorda?

Scriva che la risposta inizia così:. Pasquino sospira profondamente… No, non concordo. Sono esagerazioni, errori, provocazioni che possono provenire solo dall’ex segretario del Pd. Ha il dente avvelenato ed è in costante ricerca di pubblicità.

Secondo lei Conte non ha commesso nessuna forzatura?

Chi sa interpretare la Costituzione spiega questo: ci sono delle azioni che stanno dentro la Carta, altre che sono fuori dalla carta (ma senza arrecarle danno) e altre ancora che invece le vanno contro. Nel peggiore dei casi -e io non concordo con questa tesi- i decreti del Presidente del Consiglio possono essere considerati extra-costituzionali. Peraltro i DPCM sono stati raccolti in un testo che sarà sottoposto al voto del Parlamento. Siamo seri: è incredibile pensare davvero che Conte stia scivolando verso una deriva autoritaria.

Riconoscerà che c’è un aumento del controllo e della pressione dello Stato sulle libertà individuali. Non la preoccupa?

Penso che sia sempre legittimo preoccuparsi delle proprie libertà, ma credo pure che si debbano considerare le libertà degli altri. Il limite è sempre quello: posso rivendicare il mio diritto a circolare liberamente se mette in pericolo il diritto alla salute di chi mi sta vicino? Le scelte del governo mi paiono giustificate e giustificabili.

Sono anche giuste, oltre che giustificabili?

Alcune cose si potevano fare meglio. Alcune decisioni potevano essere modulate in modo diverso. Ma sarebbe servita una grandissima capacità, che temo la burocrazia italiana non abbia. Vista la gravità della situazione, meglio essere più rigidi piuttosto che più flessibili.

Almeno sulla comunicazione il governo poteva lavorare meglio, non crede?

Avrei preferito che il Presidente del Consiglio comunicasse meno, e magari in orari più consoni. Nel complesso però il tono di Conte mi è parso buono: è sfuggito sia alla retorica dell’esagerazione sia al vittimismo di spostare la responsabilità su altri. E poi mi chiedo: qualcun altro ha comunicato meglio di Conte? O avrebbe potuto comunicare meglio?

Salvini ha “occupato” il Parlamento.

Segno di un nervosismo clamoroso. Era stato beffato dal flash mob della Meloni, ha dovuto alzare l’asticella, ma non mi pare un gran gesto. La sua macchina della comunicazione ha perso originalità, è capace solo di una propaganda aggressiva. In questa situazione invece servono empatia e condivisione del dolore. Non si guadagna consenso attaccando il governo.

Ne è così sicuro? Nei retroscena dei quotidiani è un gran scrivere di “unità nazionale”, un governo nuovo per sostituire Conte. Non ci crede?

Io non metto in dubbio che ci sia qualcuno che ritenga necessario sostituire Conte. Però penso che sbagli. Il premier ha un indice di gradimento molto alto, non è facile nemmeno immaginare una figura di quel genere, ha dimostrato capacità notevoli in questa fase. E poi attenzione: sostituire Conte significa aprire una crisi di governo. Chi può essere così stupido da provocare una crisi di governo nel pieno di un’emergenza tremenda?

Sono sicuro che qualcuno le viene in mente

Ma ci sono delle difficoltà che è impossibile ignorare. Una nuova maggioranza deve passare attraverso il Movimento Cinque Stelle. E i grillini non sono disponibili a sostituire Conte. In questa fase evocare la crisi è un discorso pazzesco che possono permettersi solo alcuni editorialisti e commentatori che non sanno scrivere di altro.

Sta di fatto che si parla e si scrive tanto di Mario Draghi

La figura di Draghi pesa: ha statura, visibilità, competenza. Io lo conosco personalmente, almeno un po’, e non mi pare proprio che abbia l’ambizione di essere preso da qualcuno e piazzato a Palazzo Chigi.

Però il suo intervento nel dibattito sulla crisi è stato significativo. E non ha mai smentito queste voci.

Il suo articolo sul Financial Times serviva -e in parte c’è riuscito- a orientare la politica della Commissione europea. Poi sono convinto che non smentisca le voci su di lui perché non vuole alimentare con il chiacchiericcio politico: sta zitto perché non vuole essere coinvolto. E credo sappia benissimo che guidare un paese è molto diverso da amministrare una banca centrale. Non lo vedo premier ora ma potrebbe essere un eccellente candidato alla presidenza della Repubblica nel 2022. La sua figura avrebbe un peso nel quadro europeo.

La politica è diventata subalterna di tecnici e scienziati?

No. È diventata consapevole di una verità importante: le competenze scientifiche sono irrinunciabili perché i politici facciano scelte corrette. Se i tecnici e gli scienziati sono bravi, il loro lavoro è fondamentale per indicare il costo di una scelta pubblica. È un passo avanti, non una rinuncia all’autonomia.

Pubblicato il 4 maggio 2020 su Il Fatto Quotidiano

Coesione nazionale nel rispetto dei ruoli

Quale è il modo migliore per affrontare un’emergenza grave come un disastro naturale di grandi dimensioni o un’epidemia, come quella causata dal coronavirus, che colpisce le zone più sviluppate dell’Italia e minaccia di danneggiare fortemente l’economia del paese? Secondo Matteo Renzi e Matteo Salvini l’inizio della soluzione si trova nella sostituzione del governo in carica (per Renzi deve soprattutto andarsene Conte) con un governo di unità nazionale, seguito appena possibile, secondo Salvini, da nuove elezioni. La proposta, interpretata come si deve, cioè, da un lato, strumentale, dall’altro, opportunistica, non ha trovato praticamente nessuna sponda. Se davvero l’opposizione, con Salvini che ne è il capo non ufficiale, e Renzi che svolge il ruolo di guastatore interno alla maggioranza, intende contribuire al superamento dell’emergenza, ha due notevoli possibilità. Primo: adoperarsi per migliorare le soluzioni proposte dal governo, mai sabotandole, ma appoggiandone attivamente l’attuazione concreta. Secondo: ridurre il livello del conflitto politico mandando il messaggio di responsabilità e coesione che più conta per l’immagine dell’Italia in Europa e nel mondo. Forse è utile aggiungere che qualsiasi crisi di governo nell’attuale situazione avrebbe conseguenze esiziali. Costerebbe tempo e denaro rendendo inevitabilmente più complicati gli interventi necessari che i ministri in carica e le autorità della Protezione civile stanno mettendo in pratica sulla base di conoscenze acquisite non immediatamente e facilmente trasferibili. Se esistessero personalità politiche e scientifiche nei ranghi dell’opposizione in grado di offrire effettivamente conoscenze che l’attuale governo non ha, nulla osta che lo facciano in nome del senso dello Stato e dell’appartenenza alla comunità italiana. Non è comunque in questa direzione che sembra andasse la richiesta/ proposta di governo di unità nazionale. Forse è già tramontata e sarebbe opportuno dimenticarla se non fosse che non è affatto da escludere che ritorni a galla. Infatti, tanto Matteo Salvini quanto Matteo Renzi continuano ad avere bisogno di visibilità politica per non essere oscurati dalla struttura della situazione nella quale tutti, meno i quotidiani e gli editorialisti della destra, inevitabilmente guardano con speranza a quello che il Presidente del Consiglio Conte e il suo governo fanno. Criticare fermamente e respingere la proposta di governo di unità nazionale serve a evitare che sia soltanto spinta sotto il tappeto e rimanga pronta ad essere resuscitata. Nelle emergenze il protagonismo di alcuni non è mai positivo quando serve solo obiettivi personalistici. Nelle emergenze deve essere potenziata l’azione delle istituzioni, in questo caso il governo e il suo capo con i loro collaboratori specializzati. Superata l’emergenza a tutti sarà chiesto di assumersi la responsabilità di quanto fatto, fatto male, non fatto. In trasparenza senza confusione di ruoli.

Pubblicato AGL il 29 febbraio 2020

Coazione a sbagliare l’avventurismo istituzionale di Matteo Renzi

Ricomincia l’avventura costituzionale? Vent’anni fa Mario Segni lanciava l’idea del sindaco d’Italia, ovvero l’elezione popolare del Presidente del Consiglio ricorrendo al modello, più elettorale che istituzionale, dei sindaci. Oggi la riprende Renzi con la stessa superficialità e mancanza di precisione. Tre lustri fa per controbattere chi voleva introdurre in Italia l’elezione diretta del Primo ministro, ho curato un “bel” (sic) libro Capi di governo (Il Mulino, 2005): Austria e Germania, Gran Bretagna e Irlanda, Spagna e Svezia. Per tre volte utilizzata in Israele, l’elezione popolare diretta del Primo Ministro, fu abbandonata perché non funzionava. Non esiste nessun buon motivo per riesumarla in Italia. Nelle democrazie parlamentari, il Primo Ministro nasce e muore in Parlamento. Punto.

 

Chi rompe deve pagare

Il Coronavirus è lungi dall’essere debellato. Continua a contagiare e mietere vittime. Sta, forse, per estendersi in luoghi finora non affetti. Il suo impatto sull’economia cinese è già stimato ingente, non solo in termini di riduzione di almeno un punto del Prodotto Interno Lordo, ma anche di scambi commerciali e turistici con il resto del mondo. Date le dimensioni economiche oramai conseguite dalla Cina, un po’ tutti i sistemi economici subiranno conseguenze negative. Da tempo in sostanziale stagnazione, l’economia italiana subirà, sta già conteggiando, notevoli perdite dalle mancate esportazioni. L’Italia è alle soglie di una probabile recessione senza che la politica ne avverta la gravità e si prepari a misure straordinarie.

Sicuramente, è importante discutere della prescrizione che attiene ai diritti dei cittadini, dei decreti sicurezza che dovrebbero per l’appunto rassicurare i cittadini, le loro vite, la loro libertà, le loro proprietà. Però, non concentrare l’attenzione sul rilancio dell’economia e della sua crescita che, creando posti di lavoro, avrebbe conseguenze benefiche sulla vita quotidiana delle famiglie italiane è molto più che un grave errore. Invece, il dibattito pubblico è quasi sostanzialmente monopolizzato dalla minaccia quotidiana di Renzi e di Italia Viva rivolta al governo Conte. Più precisamente, Renzi afferma di non volere elezioni anticipate, ma curiosamente dice di non temerle pur non avendo attualmente i voti necessari a superare la clausola di ingresso nel prossimo parlamento. Vuole la sostituzione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Nessun governo Conte 3, ma un altro governo, non è chiaro composto e guidato da chi, è la richiesta di Matteo Renzi.

In un Parlamento che, se il taglio dei parlamentari non sarà sconfitto nel referendum costituzionale del 29 marzo, perderà un terzo dei suoi componenti, sono molti coloro che vanno in cerca di un riposizionamento promettente. Ha senso criticarne le modalità, ma non le intenzioni. Sullo sfondo si staglia il classico pericolo/spauracchio dell’economia italiana: l’impennata dello spread che seguirà subito qualsiasi segnale di instabilità governativa. Sono proprio le reciproche accuse, le malposte ambizioni, le ripicche e i personalismi che aprono una prateria all’instabilità del governo e alla sua inevitabile impossibilità di prendere decisioni. Altrove, qualsiasi buon amministratore avvertirebbe tutti i suoi collaboratori degli ingenti costi di un dibattito malevolo, centrato sulle persone e non orientato a soluzioni operative. Potendo cercherebbe di disarmare i responsabili dei danni. Forse è giunto il momento che dal colle del Quirinale il Presidente della Repubblica faccia sapere solennemente e “costituzionalmente” a tutti gli inquilini pro tempore di Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama che non è (mai) sufficiente l’esistenza di una maggioranza numerica che non sappia dimostrarsi operativa. La pazienza “presidenzial-costituzionale” non è infinita.

Pubblicato AGL il 19 febbraio 2020

Pensieri corti: Conte, Renzi, Zingaretti e Mattarella parlano a Pasquino @formichenews


Di Maio, Conte, Zingaretti, Renzi, Mattarella. Cosa pensano protagonisti e osservatori delle tribolazioni di governo? Lo spiega Gianfranco Pasquino su Formiche.net

 

Conte: sono diventato ancora più paziente dopo essermi temprato con Salvini. Ho imparato molto e il Conte 2 è molto meglio del Conte 1. Abbiamo un buon rapporto con l’Europa. Disponiamo di un cronoprogramma. Siamo anche in grado di prevedere quale disastro sarebbero le elezioni anticipate. Per di più, avendo incautamente lasciato capire che non mi immagino disponibile ad un Conte 3 dovrei cercarmi un’alternativa occupazionale. Essendo stato l’avvocato del popolo, non mi resta che diventare l’avvocato della casta, ma dopo le punizioni (vitalizi e taglio di poltrone) che abbiamo imposto loro, il rischio è che non mi vorranno proprio. La situazione è ancora più delicata poiché a Mattarella l’idea di un Conte 3 non sembra piacere per niente. Comunque, non mi deprimo e meno che mai mi sottovaluto. Non sarà un non-partitino di meno del 5 per cento a scalzarmi. Stiano sereni. Dal mio osservatorio di Palazzo Chigi vedo movimenti favorevoli. Continuo con il mio motto preferito: Adelante con juicio. Mi sono “scafato” e non ho nessuna intenzione di mollare. Lavoro per gli italiani. C’è molto da fare.

Renzi: non so più cosa fare. Strillo. Mi agito. Presso. Straparlo. Chiamo a raccolta. Ricatto. Faccio la mossa (del cavallino). E quello, il Conte 2, non si schioda dallo sgabello (e i sondaggi rimangono poco favorevoli). Debbo continuare per rimanere sulla cresta dei mass media (sulla cresta dell’onda, dove mi piaceva tanto, proprio non riesco a salirci più). Sento anche brutti rumori di (sotto)fondo. Che siano i renziani, quelli che ho candidato e fatto eleggere, che stanno spostando i loro traballanti sgabelli verso altri lidi accoglienti? Qualcosa mi inventerò, ma quousque tandem? Difficile è la vita fra il piccolo cabotaggio e il piccolo sabotaggio. Comunque, c’è vita anche fuori della politica. Ah, l’ho già detto e poi mi sono smentito. Chiederò a Lotti. Ah, Lotti preferisce non parlare con me? M’inventerò qualcos’altro. Dite che il bene del paese viene prima degli interessi personali?. Sono sempre stato convinto che il bene del paese coincidesse con i miei interessi personali. Lo dirò meglio mercoledì a Porta a Porta. Ma anche no.

Zingaretti: Stiamo costruendo qualcosa di nuovo, nel partito, grazie a Bonaccini che ha vinto le elezioni del secolo tenutesi in Emilia-Romagna (mica gli verrà in mente di candidarsi a segretario del Partito Democratico?), e anche nel paese. Faremo un grande campo/cantiere di sinistra, senza esagerare, aperto un po’ a tutti, moderno, inclusivo etc etc. Meglio che il lavoro vada avanti mentre siamo al governo. No, non abbiamo paura delle elezioni anticipate (no, non tanta paura, ma qualche preoccupazioncina, sì). Certo, quel Renzi è davvero un maleducato. Aveva ragione De Bortoli quando lo definì “un maleducato di talento. È il talento che non riesco a vedere. Talento che, invece, riconosco a Conte che media fra noi, PD, e i Cinque Stelle entrati in una (meritata) confusione politica. È da loro che temo la mossa sbagliata. Noi, comunque, continueremo a presentarci come una forza tranquilla. A Mitterrand portò bene. Ah dite che c’era un altro sistema istituzionale… Ah non c’era la proporzionale … Va bene va bene ne parleremo nelle assisi prossime venture.

Di Maio, no; Di Battista, meno che mai; Fico, si nasconde dietro la sua carica (pardon, poltrona) istituzionale; Taverna, pronta, ma non chiamatela ortodossa. Tocca a Crimi. Tutto rimandato agli Stati Generali, forse rimandati anche gli Stati Generali. Nessuno di loro dice di avere paura delle elezioni anticipate, anche se, bisognerà ricordarlo, tutti i summenzionati, meno Di Battista, non potranno tornare in parlamento essendo alla fine del loro secondo mandato. Mica vorranno violare una delle regole fondamentali! E allora questo secondo mandato facciamolo durare ad esaurimento completo. Ovvero, quantomeno, fino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.

Il Centro-destra non ad una voce, ma con tutte le voci: al governo sono in disaccordo su tutto. Governo delle tasse e delle manette. Debbono andare a casa. Poi usciremo dall’Europa, magari anche no. Poi —però, non possiamo dirlo adesso–, eleggeremo il Presidente della Repubblica. Ah, dite che ringalluzzitissima, Giorgia Meloni vuole il presidenzialismo, cioè l’elezione popolare (populista) diretta del Presidente della Repubblica? Anche Berlusconi? I Leghisti raccolgono le firme?

Bisognerà organizzare un incontro: a Arcore? A Washington, D.C.?

Mattarella: non li reggo più. Nessuno di loro. Ma non reggo neanche i retroscenisti che s’inventano un po’ di tutto e che non sanno quasi niente delle regole istituzionali e della Costituzione. Insomma, nessun governo rimane in carica se perde i numeri, ma i numeri può anche trovarseli in Parlamento. Non voglio una maggioranza numerica e stagnante. Bisogna che esista una maggioranza politicamente operativa. No, il punto di non ritorno non è ancora stato raggiunto. Dalla posizione privilegiata del Colle vedo quel punto molto mobile. Fa capolino, poi si ritrae. Ricompare poi si allontana. No, non posso fare previsioni. Per la mia elezione non mi hanno chiesto credenziali di astrologo (ma sono sicuro che non le ha neanche Pasquino). Sia chiaro, però, che i tempi e le modalità tanto dello scioglimento quanto delle elezioni anticipate e con quale governo sono prerogativa quasi assoluta del Presidente della Repubblica. E, com’è noto, non gradisco avventure (e neppure gli avventurieri).

Pubblicato il 17 febbraio 2020