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Litigano su tutto, e allora? A chi (non) convengono le elezioni anticipate

La Lega è forte di un grande sostegno dai cittadini, M5S non ha alternative a questo esecutivo. Cosa si nasconde dietro i “litigi” di governo? Il commento di Gianfranco Pasquino

La congiuntura espressa senza una briciola di originalità e ripetuta fino alla noia è come segue. “Litigano su tutto. Non sono d’accordo su niente. Bisogna preparare l’alternativa. Elezioni anticipate: si chiudono le finestre”. Incidentalmente, chi le aveva (mai lasciate) aperte? Sono davvero stucchevoli le dichiarazioni degli oppositori e i resoconti dei retroscenisti. È sicuro che nel governo M5S e Lega hanno forti differenze di opinione e le manifestano anche ad uso dei loro sostenitori. Molto coesa, invece, è Forza Italia nella quale Berlusconi e Toti si abbracciano tutti i giorni, Carfagna e Taiani stanno organizzando le primarie, ma anche no, e a livello locale il deflusso degli amministratori è lento, ma costante. Chi davvero vuole litigare nel Partito Democratico, pacificato e propositivo? I Dem vanno d’amore e d’accordo su tutto. Anche sul fatto che il neo-eletto segretario non ha finora avuto neanche un’idea originale? Comunque, tutti vogliono un partito che si estenda da Calenda a chi? (quesito non proprio lacerante). Grande è l’accordo sulla necessità assoluta e positiva che il due volte ex-segretario Renzi si faccia il suo partitino post-leopoldino. Unanimità sulla costruzione di un’alternativa all’attuale governo, meno promettenti i numeri, ma bisogna gettare il cuore e i sondaggi oltre l’ostacolo. Meno chiari i contenuti, non pervenuti i partecipanti. Remember la sinistra plurale, aperta, inclusiva? Faccenda del secolo scorso. Questo è il secolo della rottamazione, della disintermediazione, della sparizione.

Chi andando a elezioni anticipate potrebbe vantare di avere introdotto il reddito di cittadinanza e conseguito quota cento? Chi potrebbe utilizzare come temi propagandistici il salario minimo e la tassa piatta? Chi potrà chiedere five more years per procedere a tagliare le poltrone garantendo ai cittadini il referendum propositivo e il perseguimento di una effettiva devolution differenziata di potere alle regioni? Quanto deve essere preoccupata la Lega arrembante e crescente se Fratelli d’Italia è pronta tutti giorni a buttarsi nelle sue braccia e se le critiche dell’affievolito Berlusconi (ricordiamolo: “grande amico di Putin”) non sono praticamente mai sulle politiche, ma solo sull’alleanza con il Movimento Cinque Stelle?

Nel contrattare con la Lega, inevitabilmente, come in tutti i governi di coalizione, Di Maio è in parte indebolito dalle tensioni all’interno del Movimento, ma l’inconveniente più grande è che non ha nessuna posizione di ricaduta. Deve, comunque, tirare a campare comprando tempo in maniera resiliente (copyright Luigi Di Maio) per completare un paio di punti programmatici, anche in, attesa delle conseguenze positive del reddito di cittadinanza. Fortissimo è il desiderio del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di durare, ovviamente per fare. Chi più di lui, avvocato del popolo e mediatore fra i due contraenti del Contratto di Governo, può ambire a diventare Presidente della Repubblica nel gennaio 2022? E il Partito Democratico, non importa se quello di Zingaretti, quello di Calenda, quello, beaucoup déjà vu, di Renzi, non sta neppure a guardare le stelle. Chi guarda dal basso è la crescita economica. Chi guarda tutti dall’alto è il debito pubblico. Né l’una né l’altro rilasciano dichiarazioni, neanche off the record.

Pubblicato il 13 luglio 2019 su formiche.net    

La cultura politica oltre l’ostacolo PD

Se fossi solo interessato alle sorti del Partito Democratico, questo post non dovrebbe essere pubblicato, L’ho scritto perché vorrei una società davvero civile che esprima una politica decente entrambe conseguibili soltanto se si trasforma sostanzialmente quella che è rimasta, seppure con problemi gravissimi, l’unica organizzazione simile ad un partito. Ma, in quanto tale, è fallita. Ne propongo un superamento totale

Già, caro Gianni Cuperlo, come si costruisce “un’alternativa alla destra di oggi” (e di domani e dopodomani)? Alla destra italiana, quella famosa che sta dentro di noi e che non debelliamo mai perché, da un lato, preferiamo non parlarne oppure minimizzarne le implicazioni e conseguenze, dall’altro, perché fino ad oggi non è stata costruita una cultura politica liberale e democratica. Certo, nel secondo dopoguerra non c’è mai stato tempo peggiore di adesso per tentare di dare vita e linfa a una cultura politica che in Italia è sempre stata fortemente minoritaria. Tuttavia, nel male contemporaneo, è proprio spiegando perché i populisti e i sovranisti non sono mai parte della soluzione, ma gran parte del problema, che diventa possibile formulare una variante di cultura politica liberale e democratica. E, allora, sarò drastico, per una molteplicità di ragioni, il Partito Democratico, come è stato costruito, come ha funzionato, per come è diventato costituisce forse l’ostacolo più alto alla elaborazione di una cultura liberal-democratica. Non posso/possiamo aspettarci nessuna riflessione su quella cultura dalle rimanenze di Forza Italia e di tutti coloro che sono caduti nella trappola di una improponibile “rivoluzione liberale” condotta dal duopolista Berlusconi in palese irrisolvibile conflitto di interessi. Mi auguro che un giorno, qualcuno, non chi scrive, farà un dettagliato elenco dei molti opinionisti che hanno fatto credito, interessato, al liberalismo immaginario di Berlusconi. Se l’antifascismo da solo non è democrazia, l’anticomunismo da solo non è liberalismo.

A che punto siete voi Democratici con la elaborazione di una cultura politica decente? Quando è stata l’ultima volta che di questo avete discusso, dei principi culturali a fondamento del PD: in una Direzione e in un’Assemblea del partito, nel corso dell’approvazione delle riforme costituzionali, che, ma proprio non dovrei dirvelo, non possono non avere una superiore cultura politica di riferimento (soprattutto, per chi crede, sbagliando, che la Costituzione italiana sia un documento “catto-comunista”), durante la maldestra difesa di quelle riforme condotta all’insegna di mediocri varianti di motivazioni neo-liberali e decisioniste, di una bruciante sconfitta elettorale? Non ho sentito nessuna parola in proposito nell’ultima campagna per l’elezione del segretario del partito. Già, Zingaretti non è un intellettuale, ma un minimo di consulto con professoroni e professorini potrebbe servirgli oppure gli ideologi del Partito Democratico sono diventati il neo europarlamentare Carlo Calenda e il senatore di Bologna Pierferdinando Casini? Non dovrebbe qualcun preoccuparsi anche del silenzio degli Ulivisti, da Romano Prodi a Arturo Parisi, i quali, peraltro, hanno avallato tutte, ma proprio tutte le decisioni di Renzi le cui personali vette culturali sono state attinte da due parole chiarissime: rottamazione e disintermediazione.

Ho esplorato la letteratura disponibile riguardo le culture politiche democratiche e riformiste finendo per constatare che quei due termini proprio non hanno fatto la loro comparsa, mai, neppure nei più aspri, e sono stati tanti, momenti di confronto e scontro all’interno dei partiti di sinistra. Senza nessuna sorpresa ho anche notato –non scoperto poiché già da sempre sta nel mio bagaglio di professore di scienza politica– che, da Tocqueville e John Stuart Mill, ma si potrebbe tornare anche a Locke (chi erano costoro?), democrazia è mediazione, lasciando la disintermediazione alle pratiche autoritarie e totalitarie (ne ho ricevuto immediata conferma da George Orwell).

Allora, caro Gianni Cuperlo, dobbiamo davvero aspettare che il bambino di Andersen si metta a gridare che il re (il Partito Democratico) è nudo (privo di qualsiasi rifermento culturale) e, aggiungo subito, anche bruttino assai. Acquisita questa consapevolezza, peraltro, già molto diffusa, lasciamo che il PD imploda oppure che si disperda sul territorio confrontandosi senza rete e senza arroganza (per molti piddini questa richiesta non sarà facile da soddisfare) con tutte quelle organizzazioni sociali, professionali, culturali e persino politiche che ritengono che alla egemonia della destra è possibile contrapporre una cultura politica democratica (Bobbio avrebbe aggiunto “mite”) che rimette insieme le sparse membra del liberalismo dei diritti e delle istituzioni con il riconoscimento del potere del popolo, meglio, dei cittadini e dei loro doveri. Caro Cuperlo, sarò molto interessato ad una tua iniziativa in materia. Non posso neppure escludere a priori di parteciparvi.

Pubblicato il 1 luglio 2019 su PARADOXAforum

PD: niente di fatto

Come si fa a non essere d’accordo con il segretario del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, quando chiede unità al suo partito e ne annuncia l’apertura a chi, dall’esterno, vorrà confluirvi, a cominciare dalle molte liste civiche che hanno evitato al partito sconfitte ancora più pesanti? Si fa, si fa, a cominciare dai renziani definibili come duri, sul “puri” non scommetto, e dal miracolato Calenda. Nonostante la mediazione di Guerini, molti renziani, dal relatore della bellissima legge elettorale che porta il suo nome, già promosso alla vicepresidenza della Camera, Ettore Rosato, a Roberto Giachetti, sconfitto sonoramente nella sua velleitaria corsa alla segretaria, non ci stanno. Immemori di quando il loro leader, assente ingiustificato per l’ennesima volta, “asfaltava” (il verbo ha il copyright di Renzi) i suoi avversari interni, i renziani duri si lamentano per essere stati esclusi dalla segreteria del partito, peraltro, operazione del tutto legittima. Avrebbero dovuto presentare le loro proposte di politiche da fare, in termini di organizzazione del partito e di comunicazione politica (questo un vero punto debole dello Zingaretti pur sorridente), invece di chiedere cariche. Dal canto suo, Calenda rappresenta l’inspiegabile. Delle sue posizioni politiche sappiamo soltanto del no alle Cinque Stelle, ma anche della chiusura alle sinistre fuori del partito. Conosciamo la sua preferenza per qualcosa di centro, ma non ha mai chiarito come ci si arriverà e, poi, per fare che cosa. Sembra credere che le 250 mila preferenze da lui ottenute nella circoscrizione del Nord-Est per andare al Parlamento Europeo siano la misura della sua popolarità e non, invece, quella dello sforzo organizzativo di quel che rimane del PD. Nel complesso, Calenda è un elemento di disturbo, certo tollerabile, ma di nessuna utilità per chi voglia rilanciare il PD. Andrà lui nelle periferie a cercare consensi fra i ceti disagiati? Sarà lui a spiegare come ridurre le diseguaglianze? In verità, preso atto che sono Salvini e, in misura minore, Di Maio che si spartiscono i voti delle periferie e degli svantaggiati, e che hanno ancora molto spazio disponibile, sarebbe preferibile che il PD, a partire dal suo segretario, dedicassero tempo, energie e parole non a riaffermare un’improbabilissima “vocazione maggioritaria”, ma a contrastare quanto fa il governo con controproposte semplici, precise ed efficacemente comunicate. Dare dei populisti ai due vicepremier e alle loro organizzazioni non smuove un voto, non attira nessuna attenzione, non prefigura nessun cambiamento. Che nel governo si litighi sembra a molti italiani addirittura fisiologico né, certo, il PD può dare lezioni di pacificazione e di come andare d’amore e d’accordo. La Direzione non ha fatto nessun passo avanti. Ai sostenitori del PD non resta che sperare che Zingaretti convinca tutti i PD locali a trovare le modalità con le quali praticare l’unità e perseguire l’apertura. S’è già fatto molto tardi.

Pubblicato AGL il 20 giugno 2019

Conte ha fatto bene a informare gli italiani. Il punto di Pasquino @formichenews

Era giusto e opportuno informare l’opinione pubblica dello stato di salute del suo governo dopo le elezioni europee. Il resto verrà

LE PRECEDENTI CRISI DI GOVERNO

Ricordo nel febbraio 2014 il passaggio della campanella di Presidente del Consiglio dal gentiluomo Enrico Letta al segretario del PD Matteo Renzi. Non ricordo che quel passaggio sia stato preceduto da un dibattito parlamentare. Grazie alla mia età e alle mie invidiabili capacità mnenomiche ricordo che nessuna, ma propria nessuna crisi di governo in Italia (debbono essercene state almeno 62) è stata annunciata in Parlamento. Semmai, raramente, un governo veniva sconfitto in Parlamento. Fu il caso clamoroso del governo dell’Ulivo nell’ottobre 1998, senza la necessità di un dibattito sul perché, sulle responsabilità, sulle conseguenze. Con queste premesse non faccio nessuna fatica a dichiarare che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha preso un’ottima iniziativa.

Era del tutto giusto e opportuno informare attraverso una conferenza stampa l’opinione pubblica italiana dello stato di salute del suo governo dopo le elezioni europee. Preferisco di gran lunga ascoltare dalla sua voce l’argomentata opinione del capo del governo piuttosto che leggere le più o meno fantasiose ricostruzioni dei retroscenisti, molti dei quali, lo debbo proprio dire, non conoscono né le regole né le prassi delle democrazie parlamentari né il grande pregio di queste forme di governo: la flessibilità.

MOSSA CONCORDATA

Ritengo che la maggior parte dei contenuti del Contratto di Governo sia sbagliata, che la loro attuazione sarebbe costosa e controproducente, che l’Italia sia da qualche tempo (da prima del governo giallo-verde) in declino e che nulla di quanto vogliono Di Maio e Salvini servirà a fermare il declino e a capovolgere la tendenza. Tuttavia, riconosco che il governo guidato da Conte è legittimo, è pienamente costituzionale (“il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” art. 94) e può continuare fino a quando quella fiducia non mancherà. Sono convinto che nel loro colloquio informale, che non può essere in nessun modo criticato, di qualche giorno fa, il Presidente della Repubblica (mi faccio io stesso “retroscenista”) abbia consigliato o concordato con Conte la mossa della conferenza stampa. È stata un avvertimento, ma anche un chiarimento come si conviene in democrazia.

Conte ha chiaramente indicato delle responsabilità. Le hanno entrambi i suoi Vice-Presidenti del Consiglio, ma uno (Salvini) più dell’altro (Di Maio) poiché la sua fantasiosa interpretazione del voto degli italiani che sconfigge le regole europee è eversivo, persino sottilmente contraddittorio. La democrazia nazionale sovranista italiana dovrebbe cambiare grazie ai voti espressi per l’elezione del Parlamento europeo? “Rob de matt” direbbero a Milano. Conte ha affermato in maniera convincente che non si presterà a “vivacchiare”. Il Presidente della Repubblica ricorderà a tutti, ma dovremmo saperlo, che non è sufficiente che esista una maggioranza numerica in Parlamento. Quella maggioranza deve essere operativa e operosa. Se i due contraenti bloccano reciprocamente le proprie priorità, la loro maggioranza perde qualsiasi operatività e il titolo principale per continuare a sussistere. In maniera pacata, pubblica, esplicita, Conte ha sottolineato che saranno Salvini e Di Maio, in quest’ordine, ad assumersi la responsabilità della fine di questo governo, del suo governo. L’eventuale apertura della crisi di governo dimostrerà che sono degli irresponsabili nei confronti del sistema politico e dei molti italiani che li hanno votati.

Avrebbe Conte dovuto dire tutto questo e di più in una seduta formale del Parlamento con il titolo “Comunicazioni del Presidente del Consiglio”? Credo proprio di no poiché automaticamente, oggettivamente avrebbe fatto un passo avanti in più sulla strada della crisi. Invece, la sua conferenza stampa ha avuto e ha conseguito l’obiettivo di informare senza drammatizzare. Il resto verrà. Lascio da parte qualsiasi riflessione sulle dichiarazioni delle opposizioni nel cui ambito proliferano coloro che ragionano in maniera particolaristica e miope con riferimento esclusivamente a loro eventuali vantaggi e guadagni. Non ce ne sarà per nessuno.

Pubblicato il 4 giugno 2019 su formiche.net  

Come sbagliare le primarie

Quando un partito, i suoi dirigenti, i commentatori politici, persino gli studiosi continuano a definire “primarie” quelle che sono votazioni per eleggere il segretario di quel partito, c’è un problema. Anzi, ce ne sono due. Primo, qualcuno non sa che cosa fa. Secondo, qualcuno ha manipolato senza ritorno il significato di un procedimento di coinvolgimento e di partecipazione di iscritti e elettori ad un avvenimento molto importante nella vita di qualsiasi partito che intenda essere democratico. Secondo, che, in un paese dalla diffusa ignoranza sul funzionamento delle istituzioni, delle procedure, dei partiti, è altamente probabile trovare chi non sa. C’era una volta, però, quando i partiti non solo avevano al loro interno “intellettuali organici”, ma sapevano, anzi, spesso erano lieti di ricorrere al parere degli intellettuali.

Quanto alla manipolazione essa può essere più o meno consapevole. Certo è che nelle votazioni per il segretario del Partito Democratico, essa si manifesta fin dall’inizio. La lunga cavalcata estiva di Veltroni nel 2007 dal Lingotto alle votazioni che lo consacrarono primo segretario del PD con una maggioranza che può essere definita bulgara solo da chi non sa che il sistema partitico bulgaro ha da tempo una dinamica bipolare, delineò il programma di governo che Veltroni desiderava attuare. Non tanto incidentalmente quella “delineazione” costituì una ferita mortale al già malaticcio governo Prodi il cui programma era oggetto di rivendicazioni e di ricatti. Certo, quale partito dovesse sovrintendere al programma di governo Veltroni non lo precisò mai. D’altronde, era in ampia, nient’affatto buona, compagnia.

I fondatori del PD avevano preferito affabularsi sulla contaminazione delle (peraltro, già pallide e esauste) culture politiche riformiste dalle quali nasceva il PD piuttosto che discutere più laicamente della strutturazione del partito che, naturalmente, richiedeva sporcarsi le mani per radicarlo sul territorio. Che quel partito, fatto ad immagine e somiglianza di Veltroni (quando leggo di “partito del leader” mi interrogo su quanto grande è stata la responsabilità del “partito di Veltroni”, a vocazione maggioritaria, nella democrazia bipolare dell’alternanza) non sapesse poi difendere Veltroni dai suoi errori è la logica conseguenza di seguaci che non osano contraddire il leader e del leader che non presta ascolto a parole e interpretazioni difformi dalle sue.

A fronte di capi di partito che controllavano saldamente persone e funzionamenti (Berlusconi e Bossi), il balletto del PD e dei suoi segretari è stato tanto intenso e frequente quanto inadeguato a strutturare un partito che non riusciva a trovare, ma in verità neppure cercava, una via di mezzo fra sezioni (“circoli”) e gazebo. La sequenza è impressionante: dopo Veltroni, Franceschini, poi votazioni dalle quali emerge Bersani a “dare un senso a questa storia” (ma il senso non lo si trovò neanche nella narrazione esplicitata in campagna elettorale), a rappresentare una “ditta” che produceva poco e male e perdeva i suoi “venditori”, e che il suo concorrente voleva addirittura “rottamare” (fenomeno del tutto sconosciuto persino nei partiti di sinistra che più si erano rinnovati: il Parti Socialiste di Mitterrand nel 1971 e il New Labour di Tony Blair nel 1995), poi Epifani a supplire per poco tempo prima della vittoria di Renzi, seguita da dimissioni e immediata rielezione e, per fare le cose in grande, da nuove dimissioni date, sospese, mantenute. In tutte queste fasi è legittimo chiedersi dov’era, se c’era, il partito oppure se quel che esisteva erano soltanto aggregazioni personalistiche, a cominciare dal partito di Renzi.

La situazione non è affatto migliorata nella fase depressiva e deprimente seguita alle seconde dimissioni di Renzi e al congelamento di un PD del tutto imbambolato dopo la pesante sconfitta elettorale del 4 marzo 2018. Stancamente rilanciato senza nessuna riflessione sulla sua inadeguatezza, il rito delle votazioni fra gli iscritti prima di giungere ai gazebo di marzo ai quali affluirà il più basso numero di sempre di elettori (eccezion fatta, azzardo la previsione, per la Campania del molto Democratico governatore De Luca) non è stato accompagnato da nessuna proposta su come (ri)costruire il/un partito degno del suo nome, cioè, anche democratico. La proposta più dirompente e perfettamente inutile è quella di fare a meno del simbolo tanto per cominciare alle elezioni europee. Peso degli iscritti e loro potere, albo degli elettori per cercare di trasformarli in attivisti non occasionali e poi in iscritti partecipanti, nuovi strumenti di formazione e di influenza politica? No, grazie. Il partito sbagliato (titolo di un eccellente pungente libro di Antonio Floridia, Castelvecchi editore) neanche si pone il problema di correggere i suoi errori. Si accontenta, ma oramai non ha più neppure la faccia tosta di vantarsene, di fare eleggere il suo segretario da platee disordinate e faziose (oh, pardon, divise in fazioni). Sic transeunt (quod non fuerunt) primariae

 

[“Questioni Primarie” è un progetto di Candidate & Leader Selection e dell’Osservatorio sulla Comunicazione Politica dell’Università di Torino, realizzato in collaborazione con rivistailmulino.it. In vista delle primarie del Pd, ogni settimana riprendiamo contributi pubblicati nell’ambito dell’iniziativa tutti disponibili anche in pdf sul sito di Candidate & Leader Selection.]

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Il PD e le fazioni poco democratiche

Antonio Floridia, Un partito sbagliato. Democrazia e organizzazione nel Partito Democratico, Roma, Castelvecchi, 2019, pp. 188, €17,50.

Prendendo le mosse da una domanda apparentemente semplice: “a quale dei possibili, diversi aggettivi della democrazia si è concretamente ispirata la struttura e la dinamica organizzativa dl Pd?”, Antonio Floridia ha scritto un libro eccellente. Quel “amalgama mal riuscito” (D’Alema), quel partito “leggero” (Veltroni), dalla leadership contendibile (Statuto del PD), quella organizzazione nata da una fusione a freddo fra DS e DL (Margherita), privo di una cultura politica condivisibile, viene analizzato da Floridia a partire dallo Statuto. Floridia riesce a collegare Statuto e organizzazione del PD con la scarsa democraticità e la mediocre funzionalità del Partito giungendo a motivare in maniera molto convincente il titolo del suo libro: Un partito sbagliato. Fosse soltanto questo il problema, potremmo tutti rispondere “affari dei più o meno sedicenti Dem”. Invece, no. Con un ragionamento stringente che si nutre della migliore letteratura in materia, ma anche degli esempi concreti nella politica italiana, Floridia sostiene che la cattiva organizzazione del PD e le sue velleitarie norme statutarie hanno già prodotto conseguenze molto gravi che sembrano irreversibili, per il funzionamento del sistema politico italiano e per la qualità della democrazia. Un partito il cui esercizio dominante non è quello di dare rappresentanza a una parte della società, ma di legittimare la leadership attraverso procedure dubbie (votazioni e primarie aperte indiscriminatamente e non con l’obiettivo di creare aderenti, l’Albo dei votanti alle primarie è una specie di oggetto misterioso) che non costruiscono nessuna cultura politica, ma ratificano l’esistenza di cordate, è destinato a isterilirsi quando le vittorie elettorali non arrivano e non consentono di premiare coloro che svolgono un reale lavoro “politico”. Già, perché Floridia ritiene che i partiti non solo abbiano ancora compiti che nessuna altra organizzazione può svolgere, ma che, a determinate condizioni, siano in grado, oggi, di svolgerli meglio che nel passato. Ovviamente, la condizione decisiva è che i partiti facciano ricorso a tutti gli strumenti di comunicazione, di “conversazione”, di azione disponibili. Autore di un precedente ottimo libro sulla democrazia deliberativa, Floridia ritiene che un partito che desideri essere effettivamente “democratico” a quegli strumenti dovrebbe guardare in tutte le fase della sua attività politica: reclutamento di coloro che sono interessati alla politica, loro formazione, selezione, promozione, ma soprattutto discussione delle alternative politiche e preparazione dell’azione di governo e di opposizione. Alcuni utili, precisi, mirati riferimenti ai partiti del passato (DC e PCI) e a quelli delle democrazie occidentali offrono indicazioni su quanto è ancora possibile fare in una società slabbrata alla quale dare coesione. Con noncuranza e protervia, Floridia documenta tutto con un pizzico di acrimonia, Matteo Renzi ha contribuito in maniera decisiva alla distruzione del PD (e aggiungo io, non è finita). Con molta buona volontà Fabrizio Barca, le cui proposte Floridia analizza con grande, forse esagerata, empatia, ha cercato di delineare un partito migliore. Nessuno dei candidati alla segreteria: Zingaretti, Martina e, davvero dovrei menzionarlo?, Giachetti, ha ripreso le proposte di Barca né criticato i devastanti comportamenti dei renziani né detto che partito vogliono. Azzardo che non lo sappiano proprio. Suggerirei loro caldamente la lettura di questo libro che dallo ieri ci conduce in un domani possibile. Però, il dibattito culturale non è proprio il forte dei dirigenti del PD dal 2007 a oggi. La maggior parte di loro ha solo il tempo di cercare e mantenere cariche. Un partito allo sbando non darà rappresentanza agli elettori e la qualità della democrazia italiana rimarrà miseranda.

Pubblicato il 29 gennaio 2019

M5s in cerca di un’identità (europea). La missione Di Battista spiegata da Pasquino

di Francesco Bechis
Conversazione di Formiche.net con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’università di Bologna.
Di Battista? Se è mancato ai Cinque Stelle vuol dire che hanno un problema strutturale. Le pagelle del 2018? Moscovici il ministro più efficiente, Bonafede secondo. Il Pd? È un partito caserma.

 

“Sto leggendo una stupenda biografia di Trotsky scritta da un trotskista, Isaac Deutscher. Ma se proprio volete parlare di Di Battista…”. Interrompiamo a malincuore le letture natalizie di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, decano dei politologi italiani. Siamo però costretti a riferirgli una notizia: Alessandro Di Battista è tornato in pista. Non solo quella da sci, dove si è fatto immortalare in un video di auguri di fine anno con l’amico Luigi Di Maio, in rispettoso silenzio. Per qualche mese, prima di partire alla volta del Congo, il pasionario del Movimento Cinque Stelle darà manforte ai suoi in vista di una campagna, quella per le europee di maggio, che non sarà una passeggiata di salute. “Sì, sì, ho visto il video un paio di volte, sono commosso”, scherza il professore – “A me Di Battista non era mancato, spero non sia mancato anche ai suoi colleghi. Un Movimento che ha bisogno di un suo esponente per sopravvivere ha un problema strutturale”.

Professore, partiamo dal video di auguri.

C’è una doppia lettura che possiamo dare del video. Di Battista parla solo per pochi secondi, riconosce che Di Maio è il vero capo politico. Di Maio lancia ai suoi e ai detrattori un messaggio molto chiaro: è lui che parla a nome di tutto il Movimento, e nessun altro.

Quanto è mancato Di Battista al Movimento Cinque Stelle?

Se un movimento soffre dolorosamente la mancanza di un suo esponente significa che ha un problema strutturale, perché dipende da pochissime persone. Dovrebbero rifletterci su.

Il Movimento si è perso un po’ per strada mentre Di Battista era in Sud America?

Non si è perso nulla per strada. Più semplicemente la strada ha preso una direzione diversa. Quando si va al governo non ci si può portare dietro tutto, qualcosa deve essere abbandonato, altre proposte devono essere limate assieme all’alleato di coalizione. Il Movimento aveva una straordinaria capacità di dire no all’opposizione, ora è obbligato a dire qualche sì. Anche Di Battista avrebbe subito restrizioni una volta entrato nella stanza dei bottoni, forse per questo se ne è andato a spasso 7-8 mesi.

Perché questo ritorno? Sarà un modo per arginare l’onnipresenza mediatica di Matteo Salvini in vista delle europee?

Sarò controcorrente, ma sono convinto che la personalizzazione della politica abbia poco a che vedere con le qualità personali e abbia molto a che vedere con le idee. Di Battista potrebbe arginare Salvini se avesse un’idea di Europa davvero alternativa e la sapesse articolare. E invece, a differenza di Salvini e dei suoi colleghi sovranisti, mi sembra che lui e il Movimento abbiano le idee molto confuse.

Ora i Cinque Stelle devono trovare un alleato per avere i numeri all’Europarlamento. Con chi possono andare?

In Europa non c’è nessuno come loro. La convivenza al governo con la Lega rende loro difficile trovare partner, avranno problemi molto grossi a meno che non riescano ad elaborare una linea politica che li distingua. Gli unici che potrebbero tendere una mano sono i Verdi, a patto che i pentastellati valorizzino il tema ambientale e quello dei diritti. L’alternativa è vagare e finire nel gruppo misto. I liberali di Verhofstadt saranno il vero ago della bilancia fra Ppe e Pse, non ricommetteranno l’errore di tentare un’alleanza con i Cinque Stelle.

A proposito di numeri, a forza di espulsioni alla Camera e al Senato la maggioranza si stringe. Queste cacciate dall’Eden creeranno problemi?

La questione numerica è irrilevante, recupereranno i numeri persi da altre parti. Sorvolerei anche sulle critiche al modello democratico del Movimento, perché non c’è un partito italiano che al suo interno abbia dinamiche democratiche. I Cinque Stelle sono più esposti perché si sono dati regole molto restrittive, ma la democrazia non abita nei partiti. Bisogna invece riflettere sulla capacità del gruppo dirigente di controllare il reclutamento. Troppo spesso vengono reclutate persone con idee chiaramente in contrasto con il Movimento solamente perché sono famose, è il caso di De Falco. Il risultato è che vengono espulse da un giorno all’altro, senza neanche fornire una pubblica motivazione. Il dissenso dovrebbe essere valorizzato, non espulso.

Altro che Pd. Lì il dissenso c’è eccome, anzi regna sovrano…

Il Pd non dà spazio al dissenso, ma a una moltitudine di persone con opinioni diverse fra cui spunta sempre qualcuno che vuole imporre la sua volontà. Renzi ci è riuscito per un po’, ma ha commesso il grave errore di buttare fuori i dissidenti. Oggi nel Pd c’è una competizione fra persone con distanze ideologiche minime, l’unica vera distanza che viene misurata è quella da Renzi. I candidati alla segreteria, Zingaretti, Giachetti, Martina, dovrebbero prima chiedersi che tipo di partito vogliono costruire. Ovvero, come diceva Achille Occhetto, se costruire un partito caserma o un partito carovana, che va avanti e accetta tutti.

Prima di lasciarla alle sue letture trotskiste, le chiedo una pagella dei ministri gialloverdi nel 2018.

Se devo stilare una classifica dei ministri più efficaci lascio in disparte sia Salvini che Di Maio. Sul primo posto non ho alcun dubbio, scelgo Pierre Moscovici (ride, ndr). Al secondo ci metto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che ha portato a casa il ddl anticorruzione e ha saputo tenere una linea decorosa nella polemica con i giudici.

Pubblicato il 2 gennaio su Formiche.net