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Il sistema partitico italiano è destrutturato, per ristrutturarlo è necessaria una buona legge elettorale

Molto di quello che succede nella politica italiana dipende dalla mancata strutturazione del sistema dei partiti. Se un’ex-segretario del Partito Democratico può fare una scissione per conquistarsi e esercitare potere di ricatto (è terminologia tecnica di un fenomeno reale) sul governo e sul suo ex-partito, è perché partiti e sistema dei partiti non sono strutturati. Nessuna legge elettorale proporzionale potrà porre rimedio a questa desolante dinamica.

Un possibile ago della bilancia? #centro #politicadelricatto

Pubblicato sulla rivista Formiche, novembre 2019, n. 152, pp. 6-7

Dov’è? Come mai non fa la sua comparsa? Tutti (quasi) lo cercano nessuno lo trova. Insomma, quando non raccontano del bipolarismo, competitivo oppure feroce, spesso immaginario talvolta muscolare, i commentatori italiani scrivono che sarebbe proprio bello se anche (?) l’Italia avesse un partito di centro –come se un partito di centro esistesse e fosse essenziale in tutte le democrazie che conosciamo. Sul territorio dello stivale, scrivono i nostri commentatori ripiegati sulle non magnifiche e non progressive sorti dell’Italia, è dispersa una (in)certa quantità di elettori che quel (partito di) centro lo desiderano ardentemente. Senza di lui, si sentono rappresentati male, poco, per niente. I più audaci dei commentatori, sulla scia dello sfrontato Berlusconi, si spingono ad affermare che quell’inesistente, centro, sarebbe il veicolo più appropriato per rappresentare i liberali e i “moderati”, per costringere entrambi i poli, che tali non sono, poiché il sistema partitico italiano è definibile come pluralismo destrutturato, a moderare le loro politiche, i comportamenti e le esternazioni, anche quelle su Instagram.

Il fatto che il centro attualmente non esista potrebbe essere dovuto a molti fattori, ma è difficile sostenere che fra questi non si trovi la pessima legge elettorale Rosato, oggi impegnato a costruirlo quel centro attraverso Italia Viva. È altrettanto difficile affermare che il centro si manifesterà immediatamente grazie alla tanto temuta “proporzionale” perché un conto è lo spazio che, certo, la proporzionale apre, un conto, molto diverso è lo spazio che le organizzazioni politiche realmente esistenti (per non gratificarle del termine “partiti”) lasciano. Naturalmente, un “imprenditore politico” (non se la prenda Max Weber se applico la sua categoria al disastrato contesto italiano) quello spazio centrale, se ne ha le capacità, lo crea e lo occupa per farne buon uso. La precondizione è duplice: 1) che vi siano molti elettori italiani collocati grosso modo al centro; 2) che gli astensionisti siano tali perché i due o tre poli, forse quattro, attualmente esistenti, non sappiamo offrire loro proposte mobilitanti, risposte convincenti. Quindi, il quesito è se gli elettori potenzialmente centristi e parte almeno degli astensionisti siano collocabili fra i “moderati”. Vale a dire, coloro che in Italia non si sentono adeguatamente rappresentati vogliono politiche liberali e moderate che né la Lega di Salvini né le Cinque Stelle di, forse, Di Maio, né il Partito Democratico di, forse, Zingaretti, sono in grado di offrire? Oppure, quegli elettori moderati non gradiscono il securitarismo bellicoso del capitano della Lega, il populismo paesano del ridimensionato capo politico del Movimento Cinque Stelle, l’incertismo programmatico del Partito Democratico?

E se i presunti moderati, anche senza tenere conto delle molte differenze al loro interno, non fossero affatto alla ricerca di moderazione, ma si disperdessero lungo lo schieramento politico in base alle loro preferenze in termini di leadership, di stile, di politiche, desiderando quella modalità di rappresentanza definibile come “agire con competenza e assunzione di responsabilità”? Non è affatto detto che un qualsiasi partito di centro sarebbe il meglio collocato per mostrare e fare valere questa qualità. Al contrario, è nella competizione bipolare, favorita da opportune regole elettorali e istituzionali, che emerge nella maniera migliore la rappresentanza politica in grado di soddisfare le aspettativa di una maggioranza di cittadini, moderati e no. Allora, non chiediamo la comparsa di un partito di centro, e meno che mai, diamo per scontato che sia indispensabile per migliorare il funzionamento del sistema politico italiano. Talvolta sì talvolta no, ma non mettiamolo al centro delle preoccupazioni politiche poiché se diventasse l’ago della bilancia assisteremmo alla politica del ricatto contro gli eventuali due poli non ristrutturati.

Sull’Emilia-Romagna si gioca la tenuta del governo #EmiliaRomagna #Regionali @formichenews

Dopo la conquista dell’Umbria, una spallata vincente all’Emilia-Romagna da parte della Lega di Matteo Salvini potrebbe portare anche al crollo del governo Conte II. L’opinione di Gianfranco Pasquino

Sappiamo (quasi) tutto sull’Emilia-Romagna. Dal punto di vista socio-economico è una delle due/tre regioni più avanzate d’Italia. I suoi ospedali, le sue scuole, atenei compresi, le sue aziende sono all’avanguardia, invidiabili e invidiate. Continuano a progredire e a migliorare le condizioni di vita e le prospettive dei suoi abitanti. Le sue città sono ben governate. Il buongoverno delle sinistre a prevalenza comunista ha portato l’Emilia-Romagna, dall’essere, nella classifica delle venti regioni italiane nel 1945 intorno al 12esimo/13esimo posto, subito dopo la Lombardia e in costante competizione con il Veneto. La regione rappresenta oggettivamente un’alternativa ad entrambe e una sfida come modello politico, amministrativo, organizzativo. Il suo tessuto sociale, numero, attività e vitalità delle associazioni, è variegato e ricchissimo. Il suo capitale sociale (e, in misura inferiore, politico) rimane diffuso e cospicuo. Quello che, invece, appare, agli occhi degli elettori “di sinistra” e, oggi, meno di sinistra, del Partito Democratico, è il comportamento elettorale dei loro concittadini, che risulta poco premiante, anzi, talvolta, forse ingiustamente, ma questo è il punto controverso, punitivo. Qualche anno fa, lo sfidante più pericoloso del PD fu il Movimento 5 Stelle che, infatti, conquistò Parma. Di recente, Il Movimento ha sfondato nella roccaforte rossa di Imola, mentre, a sua volta, la Lega di Salvini ha conquistato la già traballante Ferrara.

Non faccio mai il torto agli elettori, e certamente non a quelli emiliano-romagnoli, di non sapere distinguere fra i tipi diversi di competizioni elettorali. Lo sanno tutti che il voto servirà a eleggere il Presidente della Regione e il consiglio regionale. Sono consapevoli che la sfida è fra il Presidente uscente, il PD Stefano Bonaccini, e la candidata della Lega, Lucia Borgonzoni, già sottosegretaria alla Cultura nel governo Conte 1, ma, in precedenza colei che portò il sindaco PD di Bologna al ballottaggio cittadino. Bonaccini sta facendo la sua corsa sul bilancio, senza dubbio positivo, dei suoi cinque anni. La proposta forte della Lega (e, per quel che si capisce, del centro-destra) è quella di porre fine al predominio della sinistra. Dopo la conquista dell’Umbria, una spallata vincente all’Emilia-Romagna potrebbe portare anche al crollo del governo Conte 2. Naturalmente, gli elettori emiliano-romagnoli sono ampiamente consapevoli che il loro voto potrebbe avere conseguenze nazionali. Mi riesce difficile valutare fino in fondo se questa consapevolezza esiste anche nei dirigenti nazionali e, soprattutto, regionali del Movimento 5 Stelle.

Personalmente, non avrei mai annunciato, come ha fatto, in maniera, credo, prematura, Dario Franceschini, che bisogna estendere automaticamente l’appena nata alleanza di governo M5S/PD a tutte le realtà locali e, comunque, viste le tensioni del passato, l’Emilia-Romagna non è il contesto più promettente. Adesso, però, dovrebbe essere chiaro a tutti che, in assenza di un esplicito sostegno pentastellato a Bonaccini, le probabilità che la candidata della Lega si avvii alla vittoria crescono molto significativamente, forse decisivamente. L’incertezza del Movimento viene dall’alto, dalle perplessità, forse, addirittura, contrarietà mascherate, del capo politico Luigi Di Maio. Il suo calcolo potrebbe essere che il PD, indebolito dalla sconfitta in Emilia-Romagna, diventerebbe più malleabile a livello nazionale. Certo, una sconfitta del PD potrebbe anche fare piacere a Matteo Renzi (i suoi seguaci negheranno tutto e subito, a parole, ma i comportamenti li valuteremo dopo).

Naturalmente, è lecito e persino costituzionalmente corretto sostenere che nessuna vittoria nelle elezioni regionali può servire a rivendicare conseguenze nazionali immediate, sul governo. Anzi, i governanti ne trarranno nuovi stimoli a fare del loro meglio. In una democrazia parlamentare, i governi traggono, recente sorprendente scoperta del dibattito pubblico, la loro legittimità e fiducia dal Parlamento, i cui numeri ne consentono la continuazione dell’attività. Altrettanto certamente il centro-destra può rilevare a gran voce che si allarga la distanza fra la maggioranza nel paese e quella espressasi alle urne un anno e mezzo fa. Quasi una contrapposizione classica fra paese “reale” e paese “legale” che è, almeno in parte, inquietante. La posta in gioco in Emilia-Romagna è, dunque, molto alta. Nessuna previsione è fattibile, tutte essendo facilmente e inevitabilmente influenzabili dalle proprie preferenze. In qualche modo è possibile che sia l’azione del governo giallo-rosé sia la campagna elettorale (tra un quarto e un terzo degli elettori sono volubili e “volatili”), ufficialmente neppure ancora cominciata, facciano la differenza. Tirerò le somme un’altra volta.

Pubblicato il 4 novembre 2019 su formiche.net

La salute della Repubblica #recensione #NuovaInformazioneBibliografica @edizionimulino

In “Nuova informazione bibliografica”, n. 3, Luglio-Settembre 2019, pp. 598-605

Guzzetta, G., La Repubblica transitoria. La maledizione dell’anomalia italiana che fa comodo a tanti , Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018, pp. 237.

Teodori, M., Controstoria della Repubblica. Dalla Costituzione al nazional-populismo , Roma, Castelvecchi, 2019, pp. 223.

Interrogarsi su che cosa è andato storto nella storia italiana del secondo dopoguerra è del tutto legittimo. Rileggere quella storia, vale a dire le “storie” variamente scritte su un periodo lungo, caratterizzato tanto da stabilità e crescita quanto da alcune svolte/rotture particolarmente significative (l’irruzione politica di Berlusconi nel 1994, l’avvento di un governo “populista” –ma c’è di più- nel 2018) e da vent’anni di difficoltà economiche può essere utile ad una migliore comprensione. Riscriverla, quella storia, senza mai archiviarne gli avvenimenti più sgradevoli, è possibile soprattutto quando l’autore si propone ed è in grado di darne una interpretazione originale, fuori dal coro, suffragata da documenti, avvenimenti, altre interpretazioni convergenti con la sua, ma non ancora sfociate in una coerente visione complessiva che possa servire anche a prefigurare il futuro possibile oppure, quantomeno, individuare le condizioni di futuri possibili. Naturalmente e inevitabilmente operazioni di questo genere approdano ad una valutazione complessiva di quella che ho scelto di chiamare “la salute della Repubblica”.

Quella salute non è buona, ha già risposto Andrea Capussela intitolando Declino. Una storia italiana (Roma, LUISS University Press, 2019) il suo denso, solido, importante percorso analitico concentrato soprattutto sugli aspetti economici. Però, in un’intervista (Declino? L’antidoto c’è, “Corriere della Sera”, 28 aprile 2019, p. 28) ha poi preferito lasciare la porta aperta alla “possibilità di migliorare le cose” (p. 29). Da molti autori quel declino è stato variamente addossato a due macrofattori: da un lato, la cultura politica e i partiti; dall’altro, l’assetto istituzionale e la Costituzione. Naturalmente, frequente e complessa, quasi inestricabile, è stata (e continua a essere) l’interazione fra i due insiemi di macrofattori, ma analiticamente li si può distinguere anche al fine di valutarne l’impatto specifico sulla Repubblica e il suo declino.

Con il suo saggio, già a partire dal titolo, Controstoria della Repubblica. Dalla Costituzione al nazional-populismo , Massimo Teodori segnala la sua intenzione prevalente: andare contro la storia della Repubblica raccontata come il prodotto degli incontri/scontri fra democristiani e comunisti, fra cultura cattolica e cultura social-comunista, recuperando quanto la cultura laica, in senso lato liberale, ha dato e quanto avrebbe potuto dare se i suoi dirigenti fossero stati più capaci e se DC e PCI non avessero deliberatamente tolto spazio ai “liberali”. La post-fazione di Giuliano Ferrara, che è facile e appropriato definire dissacrante, rimprovera ai laici e, di conseguenza va contro l’interpretazione di Teodori, il loro opportunismo, i loro adattamenti compromissori, la loro scarsa o nulla attitudine a combattere per le loro idee, i loro valori. “I laici hanno voluto essere quel che erano, avanguardie o mosche cocchiere, non hanno mai aspirato alla manovra di società e di Stato imperniata sul consenso democratico, preferendo l’intercapedine liberale … senza vere contaminazioni, senza affrontare i weberiani paradossi etici” (p.255, che personalmente interpreto come il conflitto fra l’etica della convinzione e l’etica della responsabilità). Ben scritto, ma, in buona sostanza, la ricostruzione di Teodori oscilla tra la storia che è effettivamente stata e quella che lui avrebbe desiderato per andare contro una egemonia e mezza, rispettivamente, dei democristiani e dei comunisti, e sconfiggerla. In corso d’opera, attraverso alcune originali e brillanti digressioni e approfondimenti, da lui definite “cronache”, Teodori disvela e travolge alla radice le teorie complottistiche sulla P2 e mette fine, a mio parere convincentemente, alla leggenda che il sequestro di Moro non sia stato totalmente ideato, effettuato e portato alla sua tragica conclusione dalle Brigate Rosse. Ottima anche, fin dal titolo: Perché i grillini sono tanto ignoranti e presuntuosi, la digressione conclusiva che, in buona sostanza, comunica che la salute della Repubblica in mano a quei governanti non soltanto non è affatto buona, ma rischia di peggiorare sensibilmente.

In effetti, Teodori ritiene molto preoccupanti le pratiche dei movimenti populisti italiani che (cito dalla quarta di copertina) “preannunciano il deterioramento della democrazia rappresentativa e l’avvio di una democrazia illiberale”. Però, è piuttosto sorprendente che l’analisi delle tematiche elettorali e istituzionali che hanno segnato momenti importanti nella storia della Repubblica trovino pochissimo spazio nella Controstoria della Repubblica. Una paginetta e mezza per la legge elettorale del 1953, che truffa sarebbe certamente stata nelle sue prevedibili conseguenze se fosse scattata, e praticamente nulla sul cruciale referendum per la preferenza unica 1991 e poche righe sui referendum antipartitocratici radicali e per la legge elettorale tre quarti maggioritaria nel 1993 sono assolutamente insufficienti a rendere conto dell’importanza e dell’asprezza dello scontro fra posizioni alternative spesso divaricatissime. Teodori non fa meglio fa nella ultrasintetica contrapposizione fra il “partito costituzionale immobilista” che, secondo lui, aveva tra i suoi maggiori sostenitori i comunisti, e quella che definisce, in maniera per me sorprendente e non condivisibile, mossa “intraprendente e lungimirante” di Renzi, peraltro “digiuno di una visione matura della riforma costituzionale e privo di sensibilità su questioni come il bilanciamento dei poteri istituzionali per prevenire gli abusi” (p. 199). Teodori ne conclude che la personale sconfitta di Renzi al referendum (da lui erroneamente definito “confermativo” e che, infatti, si dimostrò, “avversativo”), segnò “un’altra tappa nel deterioramento della democrazia rappresentativa” (p. 199). Purtroppo, la Controstoria di Teodori non risponde all’interrogativo cruciale su che cosa avrebbero dovuto e dovrebbero fare gli esponenti della cultura liberale a fronte della “questione istituzionale”.

Anche se non disponiamo di nessuna analisi complessiva e approfondita, il cui spazio è prevalentemente occupato da un misto di più o meno pii desideri e certamente non pii anatemi, sappiamo, però, come l’hanno pensata e la pensano i cosiddetti –qualcuno potrebbe preferire l’aggettivo sedicenti– riformatori costituzionali. Non è un gruppo omogeneo. Anzi, per capirne di più, potrebbe essere rivelatore risalire alle origini del loro pensiero costituzionale, soffermandosi su quello che hanno poi scritto, sulle riforme che hanno sostenuto/osteggiato, sulle motivazioni, spesso collegate e dipendenti dai loro rapporti con i loro leader “di riferimento” . Da quel che ho letto e so per molti la coerenza non è mai stata la stella polare, mentre per pochissimi è valso il principio che le riforme, qualsiasi riforma costituzionale deve essere proposta e valutata con riferimento al suo probabile impatto sul sistema politico, facendo essenziale ricorso alla comparazione (per tutto questo l’irrinunciabile testo di riferimento è Sartori, Ingegneria costituzionale comparata, Bologna, Il Mulino, 2005, 5a edizione).

Quel che non ha fatto lo storico Teodori è, invece, oggetto esclusivo della ricostruzione del giurista Giovanni Guzzetta, La Repubblica transitoria. La maledizione dell’anomalia italiana che fa comodo a tanti. Obietto fin dal titolo e dall’interpretazione che lo sottende e che viene argomentata nel corso della esposizione. No, la Repubblica italiana non è affatto transitoria. No, non è affatto esistita una “fondamentale anomalia di sistema”. No, i Costituenti, pur perfettamente consapevoli dei tempi e dei luoghi, non fecero per niente scelte contingenti, legate a “condizionamenti della situazione storica congiunturale” (p. 9). Tutt’al contrario. Ebbero un mandato popolare, che, comunque, rifletteva le loro preferenze, per la costruzione di una democrazia parlamentare e quel tipo di assetto istituzionale disegnarono tenendo in grandissima considerazione i principi classici del liberal-costituzionalismo: separazione dei poteri, freni e contrappesi, rappresentanza, responsabilizzazione dei governanti e dei rappresentanti. Né provvisoria né precaria la Repubblica democratica e parlamentare italiana è stata talmente forte e, con l’auspicabile approvazione dei lettori, scrivo anche resiliente, da obbligare gli sfidanti, comunisti e neo-fascisti, aventi dosi diverse di atteggiamenti anti-democratici e anti-sistema ad accettare il quadro, le regole e le procedure del sistema. Qualcuno potrebbe aggiungere che anche l’ascesa al governo dell’imprenditore Silvio Berlusconi, con il suo conflitto d’interessi, e della sua maggioranza dal centro alla destra estrema fu una sfida che la Costituzione ha puramente e semplicemente, vinto.

Lungo tutto l’arco della sua analisi, il costituzionalista Guzzetta sostiene che la Costituzione, frutto di più o meno occasionali compromessi, ha prodotto “una Repubblica transitoria e incompiuta” (p. 16) che fornisce alibi a chi governa il paese. La tesi dell’autore è che addirittura i Costituenti stessi furono consapevoli che l’eccezionalità italiana richiedeva la transitorietà della Repubblica: un progetto da sviluppare “sia sul piano sostanziale (le politiche da mettere in campo) che sul piano istituzionale (il modo di funzionare della politica” (p. 17). Questa affermazione, drastica e impegnativa, meriterebbe di essere suffragata con riferimenti a situazioni e paesi nei quali non siano (più o mai) in discussione né le politiche da mettere in campo né il modo di funzionare della politica. Purtroppo, l’analisi comparata non è fra gli strumenti a disposizione di Guzzetta che ripiega sulle chiavi narrative della Repubblica transitoria definendole retoriche della transizione (c.vo dell’autore, p. 20).L’autore elabora un certo numero di “retoriche”: dell’eccezione, della provvisorietà, dell’emergenza, paternalistica, unanimistica, palingenetica a sostegno della sua tesi dell’incompiutezza della Repubblica italiana. Qualche citazione di qualche uomo politico viene selettivamente utilizzata per “dimostrare” che, sì, i Costituenti e i leader erano, da un lato, consapevoli dei problemi del sistema politico italiano, dell’assetto istituzionale, dei partiti; dall’altro, che li sfruttavano come alibi per le proprie incapacità di risolvere i problemi e/o di fare dell’Italia una democrazia compiuta, identificata con una democrazia dell’alternanza. Qui viene ovviamente citato Moro, ma anche il moroteo Roberto Ruffilli, purtroppo erroneamente definito professore dell’Università di Ferrara p. 100 e non di Bologna.

Neppure in un momento di distrazione fa capolino nell’analisi di Guzzetta una qualche comparazione, per esempio con la Francia. La Quarta Repubblica francese (1946-1958) non ebbe alternanza alcuna; nella Quinta Repubblica, fondata nel 1958,la prima alternanza avvenne 23 anni dopo, nel 1981. Sembra che in Italia il male assoluto, peraltro non credibilmente attribuibile alla Costituzione, sia l’esistenza di governi di coalizione: “che il problema italiano sia storicamente quello dei governi di coalizione è noto fin dalle origini” (p. 118). Forse Guzzetta non sa, sicuramente non scrive mai, che tutte le democrazie dell’Europa occidentale sono state governate praticamente da sempre e continuamente da coalizioni di due, tre, quattro, persino cinque partiti. Una sbirciatina comparata consente di vedere in un attimo tutti i governi di coalizione e, naturalmente, anche di capire che gli accordi e i compromessi sono elemento essenziale della democrazie contemporanee. Sostanzialmente, Guzzetta auspica una democrazia maggioritaria che meriterebbe una approfondita discussione per evitare che si identifichi con la vittoria elettorale di un solo partito al quale viene consegnata una maggioranza più che assoluta di seggi grazie ad un qualche furbesco meccanismo elettorale.

La sua rassegna delle leggi elettorali italiane perde di vista l’obiettivo da conseguire che in nessuna democrazia (ahi, ancora la mancanza di prospettiva comparata) è l’elezione del governo, ma l’elezione di un’assemblea rappresentativa e il cui criterio di valutazione è il potere degli elettori, quanto e come. La sua preferenza va ai “governi di legislatura” e, certo, la stabilità e la durata sono elementi positivi purché accompagnati dall’efficienza e efficacia decisionale sulle quali Guzzetta non ha nulla da dire. Invece, dice qualcosa di ambiguo sui checks (plurale) and balances il cui richiamo “esprime spesso il riflesso condizionato di una cultura consociativa e assemblearistica” poiché “non sono interpretati come meccanismi di controllo costituzionale e politico, in vista di una della ‘competizione’, ma come strumenti di blocco e paralisi che alludono a una nostalgia della codecisione” (p.115). Questa critica severa ad una delle componenti fondative delle democrazie liberal-costituzionali non è purtroppo accompagnata da nessun esempio concreto e preciso.

Rimanendo nel vago, Guzzetta attribuisce buona parte della responsabilità di avere mantenuto transitoria la Repubblica e di non avere proceduto a dare vita ad una democrazia maggioritaria, bipolare, compiuta, dell’alternanza (sono tutte specificazioni che ricorrono nel libro e fanno parte del dibattito pubblico, ma dovrebbero essere sottoposti ad un vaglio severo) alla “persistenza di una cultura dei partiti mediamente ancora arretrata” (p. 116). Immagino che il giudizio riguardi la cultura istituzionale dei partiti poiché oramai di cultura politica i partiti italiani sono privi da una ventina d’anni, ma anche in questo caso riferimenti più puntuali, riguardanti anche quello che hanno detto e scritto gli intellettuali fiancheggiatori di quei partiti, renderebbero la critica più incisiva e più feconda. Quanto ai partiti stessi, Guzzetta sembra preoccuparsi della loro, certamente problematica (è un eufemismo) democrazia interna piuttosto che del sistema dei partiti, del suo formato, della sua meccanica (per usare la appropriata terminologia di Sartori), degli esiti della loro competizione.

È da tempo accertato che le democrazie nascono con e grazie ai partiti e che i partiti nascono con e grazie alle democrazie. Il quesito contemporaneo è duplice: 1. Possono esistere democrazie senza partiti?; 2. Se muoiono i partiti moriranno anche le democrazie? (chiaro è che la morte di una democrazia implica la morte dei suoi partiti). Se i partiti sono così importanti, allora la loro evoluzione/trasformazione può essere molto importante, talvolta decisiva per la periodizzazione della dinamica di qualsiasi sistema politico. Guzzetta fa spesso riferimento alla numerazione delle Repubbliche. La Prima Repubblica (1948-1994) è stata superata da una Seconda Repubblica (1994-2018) e, in seguito alla estromissione di alcuni partiti, in particolare, il Partito Democratico e Forza Italia, e alla formazione del governo giallo-verde (Cinque Stelle-Lega), saremmo entrati, trionfantemente a sentire parole pronunciate dal noto costituzionalista, capo del Movimento 5 Stelle e vice-presidente del governo, Luigi Di Maio, nella Terza Repubblica. Credo che la terminologia in corso, in parte accettata e usata da Guzzetta e da molti altri, sia, in assenza di criteri che consentano di capire quando si passa da una Repubblica ad un’altra, sostanzialmente sbagliata e fuorviante.

Per passare (transitare…) da una Repubblica a un’altra è necessario quello che definisco un cambiamento di regime, vale a dire delle istituzioni, delle norme e delle procedure, se si preferisce della Costituzione. In Italia, non è affatto avvenuto questo passaggio. In Francia, sì: dalla Quarta alla Quinta Repubblica si passa da una democrazia parlamentare classica/tradizionale ad una democrazia semi-presidenziale sostanzialmente nuova (qualcuno sostiene, con prove abbastanza convincenti che la Repubblica di Weimar configurò una democrazia semi-presidenziale) e moderna. Invece, la riunificazione tedesca nel 1990, pure fenomeno di enorme importanza e significato, non ha portato a nessuna nuova Repubblica. La Costituzione tedesca del 1949, definita Legge Fondamentale (Grundgesetz), ha brillantemente accolto e assorbito quell’evento epocale senza nessun mutamento di rilievo nelle istituzioni, nelle regole e nelle procedure, neppure quelle elettorali. Per quanto riguarda l’Italia, la Repubblica rimane quella “vecchia”, magari, secondo sia molti critici sia i suoi sostenitori, traballante e barcollante (tutto da provare), certamente scossa, forse squilibrata da attacchi e aggressioni di varia portata . Personalmente, non utilizzerei nessuno dei vari aggettivi per la Costituzione italiana vigente che mi pare, al contrario, meritare di essere definita: flessibile, adattabile e lungimirante (presbite nelle parole di Piero Calamandrei). Potrei aggiungere anche riformabile, ma non nel senso che deve essere riformata, ma che, a determinate condizioni, sapendolo fare, può essere riformata.

Guzzetta è stato uno dei sostenitori pancia a terra delle riforme Renzi-Boschi. Qui dedica poche righe a quelle riforme e praticamente nessuna riflessione sulla loro sconfitta nel fatidico referendum costituzionale tenutosi il 4 dicembre 2016 (che, dunque,ripeto, l’aggettivo “confermativo” non è proprio riuscito a meritarselo). Purtroppo, continuano in maniera alquanto insipiente le recriminazioni, i rimpianti, i rancori e le critiche tanto severe quanto sommarie nei confronti di coloro che quelle riforme con buoni motivi e molte argomentazioni criticarono, combatterono, sconfissero. Non si può che rimanere non solo sconcertati, ma anche irritati, leggendo una frase come questa (in un articolo che si occupa di tutt’altro): “i grandi giuristi che si schierarono per il ‘no’ al referendum, i difensori della Costituzione più bella del mondo minacciata non si sa da chi e per come, dove diavolo si sono cacciati? Hanno perso la voce? O prendersela ieri con Renzi era più eccitante che contestare oggi Salvini e Di Maio? L’attendismo prudente degli intellettuali: ecco un’altra costante della nostra storia plurisecolare” (Guido Melis, Come nasce una classe dirigente, in “il Mulino”, LXVIII, n. 501, 1/19, pp. 109-110).

Vinsero i professoroni e i gufi (molti dei quali sono, non proprio incidentalmente, ma coerentemente, limpidi e assidui critici delle politiche del governo giallo-verde), che si rivelarono inaspettatamente capaci di mobilitare un elettorato le cui caratteristiche sembravano farne un improbabile ascoltatore di raffinate argomentazioni. Secondo il padre gesuita Francesco Occhetta, “gli elettori del No sono stati quelli del ceto medio impoverito dalla crisi mentre tra i giovani digital democratici [in questa citazione manca qualcosa, forse un’aggiunta di questo tenore: “si manifestò una maggioranza per il ‘Sì’”], l’identikit dell’elettore del No è soprattutto una donna, mediamente colta, con un lavoro precario, e non impegnata direttamente in politica. A loro è mancato un ‘perché’ condiviso che diventasse un orizzonte e un nuovo sogno politico” (Ricostruiamo la politica. Orientarsi nel tempo dei populismi, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2019, pp. 120-121). Non so quale fosse il “nuovo sogno politico” di quei giovani, ma le ricognizioni post-voto dicono che anche i giovani digitali fra i 18 e i 34 anni hanno dato alte percentuali al No e che gli uomini votarono No in percentuali superiori a quelle delle donne: A. Pritoni, M. Valbruzzi, R. Vignati (a cura di), La prova del NO. Il sistema politico italiano dopo il referendum costituzionale, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2017, p. 133.

Non sono neppure sicuro di avere capito come Guzzetta vorrebbe chiudere l’imprecisata transizione italiana dando vita a quale regime, a quale Repubblica –nella quale, credo, interpretandolo in maniera corretta, Teodori desidererebbe un elevato tasso di liberalismo soprattutto politico, ma anche culturale e sociale. I suggerimenti formulati da Guzzetta, peraltro complessivamente piuttosto vaghi, sotto forma di analisi di “vicende paradigmatiche della Costituzione parallela”, non riguardano direttamente l’assetto istituzionale tranne quello contenuto nel capitoletto sul presidenzialismo strisciante che conclude che l’elezione popolare diretta del Capo dello Stato sarebbe “l’unico possibile antidoto” alle “possibili degenerazioni autoritarie” (p. 151). Senza attribuzione di poteri di governo, vale a dire, senza una effettiva transizione a una Repubblica presidenziale oppure semi-presidenziale, con l’elezione popolare diretta del Capo dello Stato avremmo sì un elemento di grande novità, ma non ancora una nuova Repubblica. Comunque, chi vuole il presidenzialismo stile USA oppure il semi-presidenzialismo alla francese ha l’obbligo di ridisegnare l’intero circuito istituzionale e di indicare quale legge elettorale. Peccato che Guzzetta non eserciti la sua fantasia in questa commendevole direzione.

Concludo. Qualsiasi controstoria della Repubblica è chiamata e obbligata a dare grande spazio alle tematiche istituzionali. Alcune sono già (ri)comparse, in maniera disordinata, nell’agenda del governo Di Maio- Salvini: referendum propositivi, riduzione numero dei parlamentari, autonomie regionali differenziate. Non è affatto detto che, quand’anche le riforme annunciate fossero approvate, porterebbero ad un’altra Repubblica, a una Repubblica migliore. Appare molto probabile, invece, che inciderebbero negativamente, squilibrandola, sulla democrazia parlamentare e, quindi, inevitabilmente sullo stato di salute, attualmente non buono, della Repubblica, quella congegnata e riflessa nella Costituzione del 1948, quella che, nient’affatto transitoria, ha, comunque, accompagnato, non ostacolato, nell’arco di più di settant’anni, quanto l’Italia è riuscita finora a conseguire e che gli ultimi vent’anni non hanno cancellato del tutto. Del doman non v’è certezza.

Il proporzionale non fermerà la Lega #intervista @LaVeritaWeb

AUTOREVOLE Gianfranco Pasquino è docente alla Johns Hopkins school of advanced international studies

 

Intervista raccolta da Alessandro Rico per La Verità

Gianfranco Pasquino è uno dei più noti e stimati professori di scienza politica italiani. È stato tre volte senatore per Sinistra indipendente.

Professore, lei ha criticato la riforma per il taglio dei parlamentari. Perché? Che difetti ci vede?

Quelli che ci vedono gli stessi riformatori, che infatti dicono di voler approvare dei correttivi. Solo che non sanno quali.

Be’, li hanno indicati.

Tutte cose a caso: regolamenti, sfiducia costruttiva, nuova legge elettorale… Non si fanno le riforme dicendo “poi le riformeremo”.

Il principio di rappresentanza ne esce inficiato?

Quello era già stato inficiato dal Porcellum, dalla Legge Rosato e dall’abortito Italicum. E certamente non è stato difeso dall’attuale legge elettorale.

Si riferisce all’abolizione delle preferenze?

Esatto. Gli elettori dovevano scegliere candidati nominati e per di più paracadutati. Questi problemi resteranno se non tornano le preferenze o se non si prevedono collegi uninominali.

Faccio l’avvocato del diavolo. Negli altri Paesi, in rapporto alla popolazione, i deputati sono meno che in Italia.

Be’, si faccia pagare dal diavolo, perché non è vero.

No?

In Germania sono più di 600 i parlamentari nel Bundestag, ma ce ne sono anche 69 nel Bundesrat, che rappresentano davvero i Länder. Il principio di rappresentanza non è affatto intaccato.

E negli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti sono una repubblica presidenziale, dove dunque gli elettori votano il presidente. E ci sono 50 Stati con altrettanti governatori e due Camere, tutti eletti.

Sì, ma il Congresso ha 535 deputati totali, per una popolazione di oltre 300 milioni di abitanti.

Però i rappresentanti sono tutti eletti in collegi uninominali. Che sono un altro modo per recuperare il principio di rappresentanza. Allora li diano anche a noi.

Luciano Violante ha rilevato che la riforma italiana creerebbe collegi di 300.000 elettori per un singolo senatore, con enormi aggravi di costi per le campagne elettorali e il rischio che la politica finisca preda delle lobby dei finanziatori.

I senatori americani vengono eletti sulla base di collegi ben più grandi e, naturalmente, le lobby hanno il loro peso. Violante ha ragione a evidenziare questo pericolo. Avrebbe fatto bene a scoprirlo anche prima, quando sosteneva le riforme del governo Renzi.

A proposito di renziani: Roberto Giachetti è uno di quelli che ha votato la riforma e poi ha annunciato l’avvio della campagna referendaria per abrogarla. Siamo così prigionieri dell’antipolitica che dobbiamo inventarci certe circonvoluzioni?

Su Giachetti non commento.

No?

Giachetti e le sue giravolte si commentano da sé.

Ah ecco…

È chiaro che questa riforma ha un alto contenuto antiparlamentare, mascherato da slogan tipo “tagliamo le poltrone”. Il punto è che l’antiparlamentarismo storicamente ha la tendenza a erodere la democrazia.

Vede questo rischio?

Sì, ma d’altronde l’erosione è cominciata da tempo. Quando i grillini dicevano “uno vale uno”… Un parlamentare non vale un cittadino: vale ovviamente molto di più.

Vale di più?

Certo, perché ha il compito di fare le leggi che regolano i comportamenti dei cittadini.

E della ventata giovanilista che pensa? Si parla di voto ai sedicenni. Così non perdiamo quella saggezza antica, che nelle istituzioni prevedeva una sorta di «freno» generazionale?

Chi ha parlato di voto ai sedicenni non avrà fatto tutti questi ragionamenti. Voleva soltanto un attimo di visibilità.

È tutto più prosaico, insomma.

Il voto ai sedicenni lo si dà se si stabilisce che la maggiore età comincia a 16 anni. Altrimenti sarebbe una riforma scombinata.

Quindi lei è contrario?

Qualcuno dice: facciamo votare i giovani perché se no saranno governati dai vecchi, che si ostinano a non morire. Benissimo: ma allora a scuola insegniamola davvero, l’educazione civica. Insegniamola davvero, la storia, non solo fino alla seconda guerra mondiale. Insegniamo che la Costituzione è un documento storico-politico e non solo un insieme di norme.

Citava la repubblica presidenziale. Visto che, alla debolezza del sistema politico e partitico, in questi anni è corrisposto un rafforzamento della figura del capo dello Stato, non sarebbe meglio se potessimo eleggerlo direttamente?

Senza cambiarne i poteri? In Austria il capo dello Stato viene eletto direttamente, ma per certi versi ha poteri persino più limitati del nostro.

Andiamo per ordine. Lei è per l’elezione diretta?

Si può anche fare.

E per quanto riguarda i poteri?

Basta la chiarezza. Bisogna dire se si vuol fare il presidenzialismo all’americana o il semipresidenzialismo alla francese….

Qual è il modello migliore?

Io da anni mi esprimo in favore del semipresidenzialismo alla francese, che prevede anche la figura del primo ministro. Ma sono a favore pure del sistema elettorale francese e contrario al proporzionale, che frammenterebbe il Parlamento, mentre il maggioritario con doppio turno e clausola di accesso al secondo turno incentiverebbe anche la creazione di coalizioni.

La controindicazione: ritrovarsi un presidente di un partito e un premier di un altro.

La coabitazione non mi preoccupa. In Portogallo hanno un primo ministro socialista e un capo dello Stato di centrodestra, ma non ci sono guasti.

I partiti di maggioranza vogliono il proporzionale per neutralizzare il 30% della Lega.

Il 30% della Lega resta il 30% pure nel proporzionale.

Nella prima Repubblica, il Pci, con il 30%, non ha mai governato.

Perché non trovava alleati. La Lega ce li ha. Anzi, sono loro che corrono affannati verso il Carroccio. Per cui, se l’obiettivo del proporzionale è marginalizzare la Lega, è una battaglia persa.

Dice?

Sì. Ma in realtà loro non vogliono il proporzionale.

Che vogliono?

Il proporzionale con qualche premietto. Vogliono pasticciare. Di proporzionali ne esistono diverse varianti. Andrea Orlando ha proposto il modello spagnolo.

Non va bene?

Il punto è che lì inevitabilmente si sono creati due enormi collegi elettorali: Madrid e Barcellona. Da noi sarebbero Roma, Milano e forse Napoli.

Collegi troppo grandi?

Il proporzionale funziona se ci sono collegi medio-piccoli, che non eleggano più di dieci deputati. E se non ci sono giochetti, tipo il recupero dei resti.

E la soglia di sbarramento?

In collegi del genere sarebbe automatica una soglia a circa il 9%. Senza pasticci.

Che pensa di un partito di governo, il M5s, che demanda le decisioni più controverse a una piattaforma Web?

È un segno dei tempi. Ne prendo atto. Credo che gli stessi parlamentari ormai si siano resi conto che qualcosa lì non funziona.

Malumori, defezioni alla festa di partito, onorevoli in fuga…

D’altro canto, non è che altrove il panorama sia migliore.

A che allude?

A un partito personale com’è Forza Italia. A un partito leaderistico, come quello di Giorgia Meloni. A un Capitano della Lega che ha accentrato su di sé poteri enormi, provocando una crisi di governo senza consultare nessuno. Per cui non me la sento di dare addosso solo ai 5 stelle.

Il Pd è percepito come il partito dell’establishment. Governando con il M5s si rifarà una verginità?

In politica le verginità non si ricostruiscono. Il Pd non sa nemmeno che cos’è. Chi ha deciso la svolta giallorossa? C’è stata una discussione aperta? La classe dirigente sa qual’è la sua cultura politica?

Qual è quella di Renzi?

La sua arroganza personale, la sua presunzione, la superficialità, il desiderio di magnificare sé stesso. Però Renzi s’è ritagliato una bella nicchia e ora ha un potere di ricatto sul governo. A lui sì che serve il proporzionale.

Terrebbe in scacco il sistema.

Ma se è vero quello che le ho appena detto sullo sbarramento “naturale”, lui al 9% non ci arriva.

Per giustificare la svolta, invece, Luigi Di Maio aveva parlato di partito postideologico. C’è qualcosa di profondo lì, sul piano della cultura politica? O è trasformismo?

È voglia di restare dove si è arrivati faticosamente. Di ideologia i 5 stelle non sanno nulla. Prendono posizione e la mantengono fin quando sono sulla cresta dell’onda. Sono dei surfisti della politica.

Legge così il loro voto al Parlamento Ue contro la commissione d’inchiesta sulle ingerenze russe, che citava il caso Savoini?

Questa me l’ero persa. La commissione d’inchiesta è passata?

No. E i grillini sono stati decisivi. Hanno votato come il Carroccio.

Mi pare molto grave. Vede? Evidentemente si tengono aperta la porta dell’alleanza con la Lega.

Professore, le devo fare una domanda da un milione.

Le do l’Iban?

Ah ah ah. Era un modo di dire.

Sentiamo.

La globalizzazione ha lasciato dietro di sé ampi strati di malcontento. Gli Stati nazionali sono inadeguati alle grandi sfide geopolitiche. Si rafforzano imperi regionali di carattere autoritario. Dove va questo nostro mondo?

La globalizzazione è un vento fluttuante. Ha accresciuto le diseguaglianze, ma ha pure consentito la democratizzazione e ha ridotto la povertà nel Terzo mondo. Le risposte date al problema delle diseguaglianze sono diverse e ciascuna può funzionare a suo modo.

A cosa pensa?

Ad Australia e Canada. In Australia hanno imposto l’“anglosassismo”. In Canada c’è il multiculturalismo. Una cosa è certa: la globalizzazione dobbiamo imparare a governarla.

Pubblicato il 14 ottobre 2019 su La Verità

Matteo Renzi, Maquiavelo 2.0 #entrevista #ELINDIPENDIENTE @alonsay @elindepcom #políticaitaliana

“Renzi es un político oportunista, no tiene vergüenza ni principios. Ahora puede poner la espada de Damocles sobre Conte”, señala Gianfranco Pasquino

Extracto de la entrevista de Ana Alonso para El Independiente

 

[…] Muy crítico con Matteo Renzi es el politólogo italiano Gianfranco Pasquino, profesor emérito en la Universidad Johns Hopkins. “Renzi es un político oportunista, no tiene vergüenza ni principios. Ahora puede poner la espada de Damocles sobre la cabeza de Conte (el primer ministro)”.

Renzi, sin haber fundado aún Italia Viva, ya cuenta con suficientes parlamentarios como para ponérselo muy difícil al gobierno del Partido Democrático y 5 Stelle. Va a marcar sus pasos muy de cerca. De momento asegura que apoyará al Conte bis.

Con Conte tiene buena relación personal. Se dice que fue quien introdujo al profesor en la sociedad florentina. Renzi antes que primer ministro solo había sido alcalde de Florencia cinco años. Pero ya entonces maniobró para lograr la jefatura del gobierno, en manos de Enrico Letta, tras hacerse con el liderazgo del Partido Democrático.

Al profesor Gianfranco Pasquino le parece que “no hay espacio en el centro del sistema de los partidos para los admiradores de Renzi, si bien hay entre un 25% y un 30% de electores italianos que cambian de voto cada vez que hay elecciones. Es un electorado muy volátil”.

Según el autor de La democracia italiana. Cómo funciona, “no necesariamente estos votantes tan volátiles no necesariamente van a apoyar a un hombre ambicioso que ha cometido errores monumentales y que es peligroso”…

Publicado el 21 de septiembre de 2019 elindependiente.com

 

#Intervista Gianfranco Pasquino: “quello tra M5S e PD può essere governo di legislatura” @CattaneoZanetto @PaoloZanetto

Pubblicato in OSSERVATORIO Trend · Politica · Economia N.8 | Sett. 2019

La soluzione della crisi ha preso la via parlamentare, trovando una nuova maggioranza imperniata su PD e M5S. In base alla natura dei suoi componenti, sono reali le prospettive di un governo di legislatura?

Sono reali, le due forze politiche si sono messe d’accordo per fare un governo che duri. In primis perché in caso contrario sarebbe un fallimento che pagherebbero davanti agli elettori, e quindi perché deve fare delle riforme che producano effetti positivi: perché ciò sia possibile è necessario un Governo che abbia prospettive di lunga durata. L’obiettivo è sicuramente un Governo di Legislatura, poi ovviamente possono accadere degli inconvenienti, qualcosa che al momento non si può prevedere, ma dire che questo è un Governo a termine sarebbe profondamente sbagliato.

Quali sono le reali differenze che il M5S potrà imprimere alla sua nuova esperienza di governo e che tipo di alleato sarà il PD rispetto alla Lega?

Mi pare che tanto la leadership del Movimento 5 Stelle quanto quella del PD non si esprimano con la stessa assertività che caratterizzava la Lega. Questa mi sembra essere la differenza positiva, che vi siano uomini e donne in grado di dialogare senza prevaricare. La seconda differenza è che, secondo me, insieme interpretano meglio il Paese. Intendiamoci, Salvini rappresentava una parte di Italia esistente, che vuole bloccare l’immigrazione, che vuole la legge sulla legittima difesa. Questa non è però maggioritaria e forse non corrisponde neanche a quel 33 per cento che i sondaggi attribuivano alla Lega. Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, invece, interpretano una parte più ampia del Paese.

L’alleanza tra Lega e M5S aveva visto una continua competizione per l’assegnazione di risorse alle misure economiche e fiscali di riferimento, nell’ottica di una continua ricerca di consenso. Nella prossima manovra di bilancio è verosimile vedere ancora simili rivendicazioni o prevarrà la necessità di stabilità fiscale e certezza sul contenimento dell’IVA?

Non sono così preoccupato dall’aumento dell’Iva onestamente, ma credo che M5S e Pd sappiano che l’obiettivo primario deve essere il rilancio dell’economia, e quindi non possono permettersi di buttare soldi in maniera redistributiva. Questo l’hanno imparato anche i Cinque Stelle. Poi credo che molto dipenderà anche da chi sarà nominato Ministro dell’Economia e come Commissario europeo, che sarà poi quello che dovrà spiegare all’Europa cosa faremo con la nostra manovra economica. Vi deve quindi essere una figura competente, credibile, con passate esperienze di Governo e che sia soprattutto nota a livello internazionale.

Una maggioranza di questo colore sembra peraltro molto più in sintonia con i nuovi vertici dell’Ue: questo si tradurrà in margini più morbidi sui conti pubblici?

Su questo bisogna trattare con Bruxelles, occorre chiedere sapendo cosa dare in cambio. Qui, la “moneta” italiana, che si vorrebbe vedere all’estero, è la credibilità. L’idea è che si possa anche dare qualche margine di flessibilità in più, ma l’Italia deve essere credibile in quello che promette, mantenere gli impegni che si prende. Molto dipende dalle persone.

Riguardo le riforme proposte, la base programmatica della nuova alleanza prevede la conclusione della riforma costituzionale atta a ridurre il numero dei parlamentari, a cui sarà probabilmente legata un’ulteriore revisione della legge elettorale: è questa la maggioranza giusta per proporre un ritorno al proporzionale e ridurre le storture create con il Rosatellum?

Il Movimento 5 Stelle è sempre stato a favore di una legge proporzionale. Anche nel Pd c’è, certamente, una componente che sostiene questa linea. Passare a un sistema maggioritario vero mi pare un’operazione assolutamente improponibile. Si può fare una buona legge elettorale proporzionale, magari con una piccola soglia di sbarramento, con i collegi disegnati in modo competitivo, evitando candidature plurime e paracadutati. Si può portare a termine anche la riduzione dei Parlamentari. Renzi, sostanzialmente, nella sua riforma aboliva i Senatori, e dunque si potrebbe andare benissimo anche in quella direzione. Chiaro che poi occorre saper creare pesi e contrappesi, cercare di far sì che il Parlamento funzioni in modo adeguato per controllare il Governo. Si tratta evidentemente di un’operazione complessa, ma fattibile.

Psi – Italia Viva: quale segnale viene dalla costituzione del gruppo in Senato?

All’insegna di ammirevole coerenza politico-culturale è nato al Senato un nuovo gruppo: Socialisti Italiani-ItaliaViva. Rino Formica e Claudio Martelli hanno scritto che il socialista Nencini si è “vergognosamente imboscato in una scissione in casa d’altri” mutando “drasticamente la collocazione del Psi”. Quanto a Renzi, la sua “dirittura” politica, uscito da un PD riformista che sta nei socialisti europei, lo porterà alla ricerca degli elettori centristi, ma solo grazie ad un socialista subalterno e sradicato.

Non è il nuovo che avanza

Ansia di irrefrenabile protagonismo, desiderio di vendetta (contro chi?), incapacità di autocritica, ricerca di un futuro nel quale scatenare tutte le sue potenzialità: sono queste chiavi di lettura plausibili della scissione proclamata ieri da Renzi, ma a lungo progettata? Probabilmente tutte insieme. Ma, è utile soffermarci sulla psicologia del due volte ex-segretario di un partito da lui conquistato e dominato, poi portato alla grande sconfitta referendaria del 2016 e ai minimi termini elettorali nel 2018? Credo di no. Lascerò il passato ad altri interpreti e guarderò al futuro, non come un astrologo, ma come un analista della complicata scena politica italiana. Lasciare il PD, ma non il seggio parlamentare non può che significare il non avere fiducia nel partito per portare avanti la linea politica preferita. Eppure, il PD di Zingaretti ha appena fatto proprio quello che Renzi, ad un anno dalla sua dichiarazione contraria qualsiasi dialogo con le Cinque Stelle ha imposto, ovvero un governo con Di Maio e i suoi collaboratori. Sarebbe certamente disastroso se Renzi e i suoi parlamentari scissionisti facessero cadere il governo appena nato nel quale si trovano almeno cinque di loro. Infatti, Renzi si è affrettato ad escludere questa eventualità. Intende sostenere il governo Conte 2, ma, aggiungo io, come la corda sostiene l’impiccato. È probabile che ogni provvedimento legislativo del governo dovrà essere contrattato e approvato dai renziani. Se, però, il distacco dal PD è motivato dalla non condivisione della linea del partito, come potranno i renziani accettare quanto il governo Conte farà traducendo in leggi e in politiche pubbliche anche molte delle preferenze del PD di Zingaretti? In effetti, anche se in maniera poco limpida, Renzi sostiene che questo PD, peraltro, non molto diverso da quello da lui variamente guidato, ha una collocazione che non gli garba, che c’è una parte, presumibilmente ampia, di elettorato, del paese, che il PD non riesce a raggiungere e non può rappresentare. Sulla rappresentanza politica e sociale bisognerebbe chiedere conto a Renzi della pessima legge che porta il nome di Ettore Rosato, suo fedelissimo, e di quei suoi parlamentari, come la Boschi, paracadutati molto lontano dai loro territori. Sulla collocazione dell’elettorato alla ricerca di politiche diverse da quelle del PD e del governo al quale partecipa, è lecito discutere. Sarebbe questo elettorato collocato al centro dello schieramento politico? centristi e moderati, quindi, contendibili anche da Berlusconi e Forza Italia? Oppure, se non esistono più destra e sinistra, non sono sopravvissuti neppure i centristi, ma esistono soltanto cittadini-elettori italiani (e di altri paesi) che guardano alla qualità delle proposte politiche e alle priorità programmatiche? Rimane il quesito se il nuovo piccolo veicolo renziano, valutabile 4, forse 5 per cento, farà avanzare una politica nuova o proteggerà i ruoli e le cariche di cui già godono.

Pubblicato AGL il 18 settembre 2019

Il disegno politico del Pd è fallito @HuffPostItalia

La fuoriuscita di Renzi dice molto sul suo modo di intendere la politica e di farla. Soprattutto dice una cosa grande sul Pd. Non basterà ricominciare da capo. Bisognerà ripensare tutto.

Dal 2007 ad oggi il Pd è stato davvero il partito più aperto e più permeabile a cominciare dal vertice: 7-8 segretari. Alcuni dei fondatori-dirigenti-ex segretari fanno i cosiddetti “padri nobili”, ma, mi pare, inascoltati, forse meglio così, e inefficaci.

Dopo l’esperienza da ministro in un governo a guida Pd, Carlo Calenda è entrato nel Pd, ha criticato, ammonito, minacciato, si è fatto eleggere europarlamentare e ha lasciato, il Pd, non l’euroseggio (tutto senza pagare la corsa). A Matteo Renzi, tempo fa, esulando dallo Statuto del partito, Bersani concesse, troppo generosamente, di concorrere per decidere chi doveva essere il candidato del partito alla Presidenza del Consiglio, accettando persino il ballottaggio, tutto fuori Statuto (non-Statuto?).

Due volte ex-segretario, dopo avere portato il Partito Democratico al suo minimo storico, ma nominato decine di senatori e deputati, Renzi ha a lungo preparato la fuoriuscita e sta organizzando un suo nuovo veicolo partendo da Montecitorio e Palazzo Madama.

Nel frattempo, si dice che a Gianni Cuperlo sia stata affidata l’organizzazione di una Costituente delle Idee. Alla luce dei fatti (sì, lo so, è una frase fatta), non sarà facile trarre delle idee da un passato nel quale il Pd si è preoccupato di cose spicce, a cominciare dalle cariche e a proseguire con primarie ed elezioni dirette del segretario, ma non di confronto fra idee. Di cultura politica, fin dall’inizio, neanche l’ombra. Se la cultura costituzionale si è espressa nelle riforme Boschi-Renzi sonoramente bocciate e nell’Italicum, prima, nella Legge Rosato, poi, allora Cuperlo avrà molto da cercare, magari senza seguire i vaghi maggioritari Prodi e Veltroni e neppure Parisi che si inalbera se alla Festa dell’Unità di Ravenna viene intonata Bandiera Rossa.

Sbaglia alla grande Renzi quando sostiene che nel Pd lui era un intruso. No, lui è stato il vero prodotto del Partito Democratico come lo hanno voluto i fondatori: un partito contendibile. Aperte a tutti, senza nessun impegno e senza nessun controllo, tanto le sregolate primarie (anche quelle fiorentine per il sindaco) quanto le cinque elezioni “popolari” del segretario del Partito (Veltroni, Bersani, Renzi, Renzi, Zingaretti) hanno offerto e continueranno a offrire una enorme finestra di opportunità a chiunque abbia qualche risorsa per tentare la sorte: nessun controllo, nessuna responsabilizzazione, massimo impatto, nessuna fidelizzazione.

La rottamazione non è lo strumento con il quale nei partiti che hanno una qualche organizzazione si produce la circolazione del personale politico. L’elezione di un leader con percentuali che è meglio non chiamare bulgare (da più di un decennio ci sono competizioni multipartitiche sostanzialmente bipolari), ma putiniane, non dimostra affatto che un partito ha funzionamento democratico. Un segretario di partito che spinge fuori i dissidenti non è legittimato a sostenere che le sue attività erano impedite dal fuoco amico.

Certo, in assenza di una qualsiasi cultura politica, alla quale nessuno dei segretari ha dato un qualsivoglia apporto, anything goes , vale a dire che si può fare di tutto, ma non si può credere di riuscire a creare un elettorato relativamente fedele e di fare leva su attivisti in grado di portare la linea e, non di imporla, ma discuterla con gli iscritti e gli elettori potenziali. Questa non è una visione “novecentesca”, ma è quello che fanno molti partiti europei e i loro candidati e parlamentari, in modo speciale, quando esistono collegi elettorali uninominali che nulla hanno a che vedere con quanto sta nella Legge elettorale Rosato.

Adesso, certamente, i renziani avranno bisogno di una legge molto proporzionale e opereranno come spada di Damocle sul governo. Riusciranno a garantire, come ha motivato Renzi, maggiore e migliore rappresentanza politica ad un elettorato centrista che non ha votato il Pd? Ma quell’elettorato avrebbe già dovuto essere raggiunto, convinto e votante per il Pd (altrimenti a cosa è servito mettere insieme Ds e Margherita?). Sarà un partitino personalizzato del 4-5 per cento a “rappresentare” i centristi – della cui esistenza, peraltro, si può fortemente dubitare?

La fuoriuscita di Renzi dal Pd dice molte cose, nient’affatto nuove, sul suo modo di intendere la politica e di farla. Soprattutto dice una cosa grande sul Pd. Il disegno politico, quello organizzativo è stato del tutto velleitario, è fallito. Il Pd è, come ha argomentato lucidamente e vigorosamente Antonio Floridia, un partito sbagliato (Castelvecchio 2019). Non basterà ricominciare da capo. Bisognerà, lo scrivo anche per Cuperlo, come ammonizione e augurio,ripensare tutto.

Pubblicato il 17 settembre 2019 su huffingtonpost.it