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A GESTIRE IL RECOVERY FUND DEVE ESSERE IL GOVERNO CONTE @stati_generali #intervista

Intervista raccolta da Valentina Saini

Professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna e Accademico dei Lincei, tra i politologi italiani più ascoltati, Gianfranco Pasquino è un attento osservatore della complessa (quando non convulsa) politica nostrana. Lo abbiamo intervistato per tirare le fila sugli equilibri politici del post-fiducia al Conte bis, e sulle certezze e le incognite dello scenario delicatissimo che a tutto questo fa da cornice: la pandemia da sconfiggere, il Recovery Plan da inviare a Bruxelles, il populismo, i rapporti con l’Unione Europea.

Professore, questo governo Conte è davvero un governo di minoranza come dicono alcuni?

I governi di minoranza sono i famosi “governi balneari”, e ce ne sono stati molti, fanno parte della storia italiana. Poco prima delle elezioni e poco dopo le elezioni c’erano governi che non avevano la maggioranza, ma che sapevano di poter contare sulla benevolenza degli alleati che prima o poi sarebbero entrati nella coalizione di governo.

Ma in merito a questo governo si tratta di una discussione fuori luogo, l’espressione fa parte di un lessico giornalistico che trovo assai fuorviante. Parlare di governo di minoranza significa che si potrebbe anche parlare di governo di maggioranza, il che è una stupidaggine: un governo è tale quando può contare sulla fiducia delle due camere, come sancisce l’articolo 94 della Costituzione. Ciò detto, basta guardare i numeri per accorgersi che attualmente non esiste una maggioranza superiore a quella ottenuta dal governo al Senato.

C’è chi ha fatto notare che “governo di minoranza” è un’espressione che rischia di delegittimare un governo già oggetto di forti attacchi populisti, anche sui social media; è così?

Sì, e infatti la usano tutti gli oppositori del governo. Cercano di delegittimarlo presentandolo come un governo che non rappresenta la maggior parte degli italiani. È un epiteto di cui si può fare decisamente a meno. Vorrei che i commentatori politici facessero un po’ più attenzione alle parole che usano e alle definizioni che affibbiano. Praticamente trovo le stesse parole su giornali diversi, il Corriere non ha parole diverse da Repubblica e qualche volta Repubblica non ha parole diverse da quelle del Giornale. Questo non va bene. Anche perché sono parole sbagliate, tutte incentrate sull’idea che questo non sia un governo eletto dalla gente. Ma non c’è nessun governo che esce dalle urne nelle democrazie parlamentari: i governi sono quelli di coalizione, si formano in Parlamento.

Non c’è dubbio però che il governo esca cambiato da questa crisi. È un governo debole a suo avviso?

Non dimentichiamo che [il vice-presidente della Commissione europea] Dombrovskis, notoriamente un falco, in pratica ha detto: fate attenzione, è questo il governo che deve fare le cose, cioè preparare il piano di ripresa e combattere la pandemia. E siccome Conte è quello che ha ottenuto i fondi, quei fondi li deve gestire un governo guidato appunto da Conte, non da qualcuno che non è in grado di avere dei buoni rapporti con l’Unione Europea.

Si parla moltissimo del tema delle commissioni parlamentari, del fatto che il governo potrebbe trovarsi in difficoltà. In realtà avrà delle difficoltà nelle commissioni solo se Italia Viva voterà con l’opposizione, o no?

Esattamente. Bisogna osservare bene gli elenchi dei componenti delle commissioni e vedere dove Italia Viva può essere decisiva. Stiamo poi parlando solo delle commissioni del Senato, perché alla Camera non dovrebbero esserci problemi. Inoltre io domando: in commissione Italia Viva è disposta a votare regolarmente con il centrodestra? Francamente mi parrebbe esiziale, e comunque inconciliabile con le loro dichiarazioni. Pertanto è un’ipotesi di scuola, come si suol dire, quella per cui il governo avrà dei problemi nelle commissioni, perché 98 volte su 100 Italia Viva o non voterà contro il governo oppure voterà a favore.

A suo avviso qual era l’obiettivo di Matteo Renzi? Perché ha fatto tutto ciò?

Prima di tutto perché pur essendo stato ridotto a più miti consigli non vuole rassegnarsi. Del resto è stato a capo di un partito che ha avuto il 40% dei voti alle elezioni europee del 2014, mentre ora si ritrova con il 2,8%, immagino che ne soffra e che il suo ego megalomaniaco sia in grande difficoltà.

Inoltre tutti o quasi i sondaggi danno Conte al di sopra del 50% del livello di approvazione, cosa che Renzi non ha mai avuto. L’attacco perciò era diretto al presidente del Consiglio, che per di più ricambiava snobbandolo, considerandolo poco più di una puntura di spillo. Questo riguarda i rapporti personali, è vero, ma dobbiamo ricordare a tutti che la politica è un fatto tra persone, per cui il modo in cui le persone si comportano e si valutano è importante.

E a livello politico?

Un primo intento era senz’altro cambiare presidente del Consiglio. Se fosse accaduto Renzi ne sarebbe stato molto soddisfatto. Ma Renzi aveva un obiettivo molto più significativo: scompaginare il PD, la cui maggioranza dei parlamentari, lo sottolineo, sono stati scelti da lui per le elezioni del 2018, quando era ancora segretario del PD. Voleva richiamarli all’ordine, ricordando loro chi li ha candidati e quindi a chi devono essere ancora riconoscenti in qualche modo. E voleva anche scompaginare il Movimento 5 Stelle, non a caso continua a tornare sul Mes sanitario. I 5 Stelle hanno risposto di no al Mes, ma al loro interno qualcuno è disponibile, perché il M5S si sta muovendo verso una piena accettazione dell’Europa. Renzi voleva scompaginare queste due forze e acquisire automaticamente una posizione più rilevante. Un obiettivo che mi pare non abbia conseguito.

Aggiungerei che forse, se lui remasse davvero contro anche nelle commissioni, una parte dei suoi parlamentari non lo seguirebbe più.

Che idea si è fatto di Giuseppe Conte?

Ha dimostrato di essere capace di tenere insieme due coalizioni molto diverse, un pregio non marginale, ed è stato piuttosto vigoroso nel contrastare Salvini, un altro pregio. Nel corso del tempo ha anche dimostrato di avere imparato molto e di continuare a imparare, il che mi pare un ulteriore grande pregio. Siamo in una situazione in cui difficilmente sarei in grado di suggerire un nome diverso, migliore di lui, nel Parlamento italiano o anche nei dintorni.

Il nome di Draghi circola parecchio.

Mario Draghi è certamente una persona di grande intelligenza e grandi capacità, ma di politica, a mio avviso, sa molto poco. Quindi avrebbe la necessità di un periodo di apprendistato, un anno, un anno e mezzo, e non ce lo possiamo permettere. Draghi potrebbe invece essere il commissario alla ricostruzione, potrebbe essere un gande presidente della Repubblica, perché darebbe un’immagine europeista dell’Italia all’estero, ma non è un capo di governo.

L’azione di governo esce ostacolata da questa crisi?

Io credo che i partiti che sostengono il governo sanno che adesso devono essere ancora più attivi, ancora più vigili, incisivi e dinamici. La lezione è questa: dovete saper andare avanti con maggior rapidità. A quel punto anche i parlamentari europeisti di Forza Italia e gli altri sparsi, probabilmente, appoggeranno il governo. Se pensano alle sorti dell’Italia, ma qualche volta anche legittimamente alle loro sorti, è meglio che appoggino questo governo e che dimostrino il loro europeismo anche con il voto. Devo dire che mi ha preoccupato molto il no di Emma Bonino [al voto di martedì sulla fiducia al governo].

Secondo lei in tutto questo quanto conta che a fine luglio inizia il semestre bianco?

Il semestre bianco impedisce di sciogliere il Parlamento, ma se il governo entra in una fase di caos può comunque essere sostituito, anche nel semestre bianco. Peraltro, non vedo l’alternativa, per quanto Giorgetti dica a Salvini che deve essere meno antieuropeista. Questo non basta certo a far cambiare idea a Salvini, e credo che non basterebbe a far cambiare idea neanche alla maggior parte dei leghisti. Che, non dobbiamo dimenticarlo, nascono come indipendentisti, quindi non riusciranno mai a diventare europeisti.

Certo, l’elezione del capo di Stato è una partita cruciale.

Assolutamente sì perché il capo dello Stato viene eletto per sette anni, quindi è la persona che sovrintenderà all’ultimo anno della legislatura in corso, e che darà l’incarico al prossimo Presidente del Consiglio. È davvero uno snodo fondamentale. Fra l’altro perché è necessaria la maggioranza assoluta per eleggere il capo dello Stato e in queste condizioni, visto che contano anche i delegati delle regioni, la maggioranza assoluta non sarà affatto facile da raggiungere.

La posizione sull’Europa dei vari partiti sarà una variabile importante?

Io ho l’impressione che stia per arrivare il momento che Alfiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni indicarono nel Manifesto di Ventotene. Che la linea divisiva non sarà più fra progressisti e reazionari bensì fra coloro che sono a favore dell’unificazione politica dell’Europa e coloro che sono contrari. Non sono sicuro che gli europeisti nel Parlamento italiano ne siano consapevoli, ma se lo sono o lo diventano, allora dovrebbero intraprendere una battaglia vera per spiegare che cos’è l’Europa, quali compiti ha già svolto e quali può ancora svolgere, anche con un’attiva partecipazione italiana. Vorrei che si sviluppasse un’azione culturale intensa, mi piacerebbe anche sentire dagli intellettuali italiani cosa pensano dell’Europa. Vorrei capire se hanno imparato la vera lezione: che fuori dall’Europa non c’è salvezza. Extra Europam nulla salus.

Pubblicato il 22 gennaio 2021 su glistatigenerali.com

Svolta europeista per salvare il governo Conte

La ricerca di una maggioranza più solida a sostegno del governo Conte, quello esistente, ma, eventualmente, anche quello futuro, si presenta tutt’altro che facile. Deve evitare di dare vita a una situazione “raffazzonata” e “raccogliticcia”, vale a dire, senza principi condivisi e con parlamentari di varia provenienza tenuti insieme soltanto dal desiderio, pur legittimo, di non andare a elezioni anticipate e non perdere il seggio. Inoltre, quel gruppo/gruppetto ha bisogno, a norma di regolamento, del nome di un partito presentatosi alle elezioni del marzo 2018. La scoperta che l’on Cesa, capo dell’UDC, potrebbe essere coinvolto in attività della ‘ndrangheta in Calabria rende improbabile l’utilizzazione di quel nome e simbolo anche se, forse, potrebbe facilitare la migrazione di senatori che vi si siano identificati.

Uno dei punti di forza del discorso e del governo Conte è il richiamo all’Unione Europea. Grazie all’impegno e alla credibilità del Presidente del Consiglio l’Italia potrà disporre di 209 miliardi di Euro, 129 sotto forma di prestiti a bassissimi tassi di interesse e 80 come sussidi da non restituire. Questa massa di soldi arriveranno all’Italia una volta valutati i programmi di investimenti in alcune aree privilegiate, dall’economia verde alle infrastrutture, dalla digitalizzazione alla coesione sociale, i loro tempi, la loro fattibilità. Vi si possono aggiungere 36-37 miliardi di Euro del MES esclusivamente per spese sanitarie dirette e indirette. Finora il Movimento 5 Stelle ha opposto un rigido rifiuto e, non casualmente, Renzi ha posto l’accento sull’utilità di un ricorso immediato al MES che è anche la posizione del Partito Democratico e di Forza Italia. Dunque, dire sì al MES può significare inserire un’utile contraddizione nello schieramento di centro-destra e mandare un messaggio positivo ai senatori/senatrici di Forza Italia in condizione di disagio.

Il nucleo portante della rinnovata azione di governo, quella che giustificherebbe anche una maggioranza più coesa e indispensabilmente allargata è proprio costituito da una decisa svolta europeista. Conte potrebbe sfidare ItaliaViva ad essere coerente su questo terreno e incoraggiare la formazione di un gruppo di parlamentari di diverse provenienza, ma tutti orientati a mettere in evidenza la loro comune posizione europeista. Lì potrebbe trovarsi il sen. Nencini, socialista; lì potrebbe giungere la sen. Bonino della lista Più-Europa; lì finirebbero anche gli ex-democristiani che sempre furono europeisti nonché gli europeisti di Forza Italia. Un gruppo di questo genere darebbe un contributo positivo essenziale al rafforzamento numerico, ma anche politico del governo.

Nel 1941 l’ex-comunista Altiero Spinelli, il radicale Ernesto Rossi, il socialista Eugenio Colorni scrissero che sarebbe venuto il tempo di sostituire alla declinante differenziazione “destra/sinistra” quella fra i contrari all’unificazione politica dell’Europa e i favorevoli. Ottanta anni dopo a Conte si presenta l’opportunità di contribuire alla realizzazione di questa profezia.

Pubblicato AGL il 22 gennaio 2021

Renzi è stato sconfitto La maggioranza Ursula ora è possibile #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, che sta per pubblicare il suo ultimo libro, Libertà Inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, definisce come «un ritorno a casa» l’eventuale sostegno al governo di alcuni parlamentari di Italia Viva ma dice che «prima di dare un giudizio sul Recovery Plan occorre leggere il testo che andrà alle Camere».

Professor Pasquino, quanto può durare un governo indebolito dall’uscita di Italia viva dalla maggioranza?

Può durare fin che ci riesce. Vale a dire che può tentare ogni volta di avere la maggioranza necessaria: nello scostamento di bilancio e per la finanziaria serve quella assoluta ma nella maggioranza dei casi basta quella semplice. Possono esserci delle maggioranze leggermente diverse di volta in volta con pochi parlamentari che decidono su specifici provvedimenti ma la definerei una dialettica parlamentare quasi normale.

Ci sono vincitori e vinti in questa crisi?

Renzi ne esce sicuramente sconfitto, Conte ne esce piuttosto vittorioso, ma sottolineerei il piuttosto perché potrebbe diventare ancora più vittorioso se altri parlamentari, vedendo che il governo funziona, decidessero di sostenerlo.

Come potrebbe allargarsi questa maggioranza, per ora relativa?

Il gruppo misto è abbastanza ampio e fatto di persone che vengono anche da partiti di maggioranza come ex cinque stelle espulsi o fuoriusciti. Alcuni centristi non dovrebbero avere difficoltà ad appoggiare un governo Conte e non posso escludere che qualche esponente di Italia viva possa tornare a sostenere il governo che loro stessi hanno contribuito a far nascere. Per loro sarebbe un ritorno a casa.

È corretto definire questo esecutivo un “governo di minoranza”?

Non è tecnicamente un governo di minoranza. L’articolo 94 della costituzione dice che il governo deve avere la fiducia di entrambe le Camere. Se questo governo ce l’ha, punto. Un governo di minoranza è uno che non ha abbastanza numeri e che potrebbe essere sconfitto in Aula.

Non è il caso di questo governo.

Crede che il Recovery Plan sia migliorato?

Abbiamo discusso molto dei progetti per il piano di ripresa e di volta in volta il presidente del Consiglio ha detto che ci sono stati dei cambiamenti. Voglio prima leggere il documento che arriverà in Parlamento e su quella base discuteremo.

Alcuni esponenti del Pd ritengono che Renzi abbia ragione, mentre Zingaretti mantiene l’appoggio a Conte. Cosa ne pensa?

Non so cosa voglia dire che Renzi ha ragione. Se semplicemente vuol dire che ha fatto controproposte accettabili per rimodulare il Recovery Plan allora il Pd può farle proprie e convincere Conte ad accettarle. Ma Renzi ha torto su un punto fondamentale: non puoi far cadere il governo per negoziare, si negozia dall’interno e il ricatto non è accettabile. Zingaretti è solido ed equilibrato. In politica non servono fulmini ma qualcuno capace di tenere insieme un governo che funzioni fino a fine legislatura.

Nelle discussioni si sta parlando anche della futura elezione del capo dello Stato?

Mi auguro proprio che sia così. È importante che questa maggioranza arrivi a eleggere il Presidente della Repubblica magari allargando il perimetro, perché lì sì che serve una maggioranza più ampia. Occorre eleggere una persona affidabile, europeista e che conosca il Parlamento per guidare il paese nella direzione giusta.

E il centrodestra che ruolo ha in questa fase?

Non vedo nessuna novità nel centrodestra. Non riescono a ottenere quasi nulla di quello che desiderano e ognuno sta impersonando un ruolo: Meloni fa la dura, Salvini non sa bene che strada percorrere e Berlusconi ha deciso di diventare responsabile ma sa che deve rimanere nell’alleanza. Tuttavia per lui il rischio era quello di essere risucchiato e non è stato così. Sono ripetitivi, manca il guizzo.

A proposito di guizzi, come potrebbe ripartire questo governo dopo la crisi?

Potrebbe avere due momenti di gloria. Il primo quando la Commissione europea riceverà il Recovery Plan tra fine febbraio e inizio marzo e il secondo quando lo analizzerà verso fine aprile e scoprirà che tutto sommato è fatto bene. Il giudizio sarà positivo ma suggerirà cambiamenti e il governo occuperà la scena politica arrivando felicemente a giugno. A quel punto potrebbe persino aver funzionato il piano di vaccinazione degli italiani, con una pandemia contenuta.

Il Conte due è molto diverso dal Conte uno. Come giudica il cambiamento in senso europeista del presidente del Consiglio e del Movimento?

Lo vedo come un processo di apprendimento. Conte ha imparato molto in questi due anni, ha ottenuto 209 miliardi di euro e ora sta “insegnando” anche al Movimento. C’è un processo di razionalità in corso molto positivo. È positivo anche che l’intera coalizione si dimostri europeista perché, come diceva Spinelli nel manifesto di Ventotene, la divisione non sarà più tra conservatori e progressisti ma tra chi ha cuore l’unificazione dell’Europa e chi no.

Vede possibile una maggioranza “Ursula” con Forza Italia in maggioranza come quella che ha eletto von der Leyen in Europa?

È possibile. Berlusconi è ingombrante per via del suo passato e per la condanna per frode fiscale però quella coalizione è teoricamente possibile, anche senza essere formalizzata. Dipende da cosa voterà Forza Italia di volta in volta. Ma chiariamoci: il profilo di Ursula von der Leyen è molto superiore a quello di Giuseppe Conte.

Pubblicato il 20 gennaio 2021 su Il Dubbio

Se Roma piange Bruxelles non ride

La critica al governo Conte e allo stesso Presidente del Consiglio per i ritardi nella preparazione del Piano di Ripresa è, al momento, prematura. Infatti, la prima bozza di quel Piano è attesa dalla Commissione per metà febbraio. Poi, sulla base dei commenti, dei rilievi, dei suggerimenti che certamente ci saranno e saranno utili, il testo definitivo dovrà essere consegnato entro la fine di aprile. Sul merito, Conte ha accettato buona parte delle critiche e delle indicazioni di ItaliaViva la cui uscita dal governo adesso è un atto assolutamente pretestuoso, tecnicamente irresponsabile. Direi doppiamente irresponsabile. Renzi vuole avere la possibilità di continuare a sparare bordate contro il governo rifiutando qualsiasi responsabilità, ma la tempo stesso agisce in maniera irresponsabile rispetto agli impegni presi dal governo italiano con la Commissione Europea. La destabilizzazione di un governo, di qualsiasi governo, è sempre sgradita nell’ambito dell’Unione Europea poiché crea incertezza e incide sull’attività degli operatori economici. Non è un caso che tra ieri e oggi lo spread fra il valore dei titolo di Stato tedeschi e quelli italiani sia subito salito. Un conto, poi, sono le elezioni tenute alla loro scadenza naturale. Un conto molto diverso è una campagna elettorale improvvisa e improvvisata in un clima invelenito come è quello italiano attuale con un probabile cambio di maggioranza in vista. Se vincessero i sovranisti italiani, la Commissione sarebbe ancora più preoccupata non soltanto per il rispetto degli accordi raggiunti con Conte, ma per l’atteggiamento complessivo di Salvini e Meloni nei confronti delle politiche europee che richiedono cooperazione e solidarietà non recupero di sovranità nazionali.

   Agli occhi della Commissione, il governo Conte 2 ha (aveva?) molti pregi. Il Presidente del Consiglio aveva negoziato e lottato seriamente e tenacemente. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, già europarlamentare, è noto e apprezzato. Il Commissario all’Economia Paolo Gentiloni costituisce il terzo pilastro grazie al quale la Commissione e gli altri governi dell’Unione Europea hanno ritenuto che l’Italia procedesse a un’efficace utilizzazione degli ingenti fondi che le sono stati attribuiti. Insomma, forse non per la prima volta, ma più che nel passato, l’Italia aveva acquisito notevole credibilità nell’Unione Europea anche agli occhi dei molto, talvolta troppo, sospettosi “paesi frugali”. Questo capitale, che vale molto più di qualche miliardo di Euro, rischia di disperdersi nel corso della crisi. Non andrà soltanto perduto del tempo per preparare al meglio i numerosi progetti italiani di investimenti e di modernizzazione, di rilancio. C’è il rischio che un nuovo governo di composizione politica diversa, da un lato, voglia o sia costretto a rinegoziare, dall’altro, si trovi obbligato a attuare progetti approvati e finanziati, ma non condivisi, perché non suoi. Senza il sostegno dell’Unione Europea l’Italia non va da nessuna parte, ma se l’Italia va male tutta l’Unione riceverà un contraccolpo. A Bruxelles si fibrilla.

Pubblicato AGL il 15 gennaio 2021

Renzi ha quattro obiettivi (personali). Pasquino svela quali @formichenews

Renzi è convinto che, causa pandemia, non si andrà a elezioni in nessun caso e che quindi non dovrà confrontarsi con la certificazione del suo irrilevante 3 per cento e conseguente scomparsa (fermo restando che contratterà con qualcuno per tornare in Parlamento). I suoi obiettivi sembrano essere quattro, e c’è in mezzo anche la presidenza della Repubblica… Il commento di Gianfranco Pasquino

Trovo piuttosto offensivo rimproverare agli italiani di non capire la crisi, mentre sono gli stessi politici che si interrogano sulle ragioni vere che abbiano spinto Matteo Renzi a un comportamento di assoluta irresponsabilità. Lascerò ad altri commentatori di “Formiche” affermare che c’è anche qualcosa di buono nelle motivazioni di Renzi. Nella fin troppo lunga lettera di dimissioni inviata al Presidente del Consiglio (ma non sarebbe opportuno e soprattutto conforme alla Costituzione comunicare le dimissioni al Presidente della Repubblica che quelle ministre ha nominato?) firmata anche dal sottosegretario Scalfarotto, si trovano motivazioni dei più vari tipi a ciascuna delle quali è relativamente facile porre rimedio e, anzi, a molte è già stato fatto. Dunque, pretesti, ma, naturalmente, ciascuno fa politica come può. Cito dalla lettera, per i firmatari “la parola potere è un verbo non un sostantivo”. Sorrisi, cenni di approvazione, applausi, la crisi è confermata.

   Qui non intendo discutere né come si svilupperà né come si concluderà. Desidero esclusivamente esplorare quelli che possono (è un verbo) essere gli obiettivi perseguiti da Renzi. Il primo è plateale: esaltare l’esistenza e il potere (è un sostantivo) di chi è capo di un partitino al quale i sondaggi attribuiscono meno del 3 per cento dei voti. “Metto in crisi un governo approvato da quasi il 50 per cento degli italiani, con il capo del governo costantemente al disopra di quel 50 per cento. Ergo sum”. Ma, come mi ha suggerito una cittadina consapevole, c’è una premessa al comportamento di Renzi e ci sono alcuni obiettivi molto corposi, quasi una “visione”.

La premessa è che Renzi è convinto che, causa pandemia, non si andrà a elezioni in nessun caso e che quindi non dovrà confrontarsi con la certificazione del suo irrilevante 3 per cento e conseguente scomparsa (fermo restando che contratterà con qualcuno per tornare in Parlamento). I suoi obiettivi sembrano essere quattro.

    Primo, al di là dell’antipatia fisica e dell’invidia che nutre per Conte, la necessità di abbatterlo è essenziale per andare a colpire due bersagli grossi: PD e M5S. Sa che entrambi sono diversamente divisi al loro interno su come far fronte alla crisi che ha pretestuosamente aperto (nel PD le quinte colonne renziane non si contano, a partire dal capogruppo al Senato Marcucci) e pensa di creare fratture tali da risucchiare nella sua orbita parte dei parlamentari piddini e da spingere parte dei pentastellati nell’orbita della Lega. Il ridimensionamento di PD e M5S per lui è vitale.

Secondo, separare le sue sorti da quelle del Governo Conte (Rimpastato o Reincaricato che sia) gli consentirà di sparare bordate e di fare comunicazione di opposizione a mani libere in modo da poter cavalcare a fronte alta l’onda del malcontento che inevitabilmente crescerà nel Paese col proseguire della crisi e rifarsi una verginità facendo un bagno purificatore lontano dalle responsabilità di governo.

Terzo, un eventuale governo di unità nazionale guidato da un nome di peso gli consentirebbe di perseguire lo stesso obiettivo: ridimensionamento delle attuali forze al governo, diluizione delle responsabilità in modo che i meriti potrebbe ascriverli a se stesso (vedi Recovery plan migliorato) e il demerito agli altri così da risalire nel consenso in previsione delle nuove elezioni.

Quarto, è anche molto probabile che stia già trattando con la destra l’elezione del nuovo presidente della Repubblica in cambio del “favore” che sta loro facendo. Insomma, il guastatore di Rignano, manipolatore e bluffatore, in questa crisi gioca win win. Chi vivrà vedrà.

Pubblicato il 14 gennaio 2021 su formiche.net

Quando le sorti del governo dipendono da un megalomane al 2% #intervista #SputnikItalia

L’Italia si è svegliata di punto in bianco nel mezzo di una crisi di governo. A fare il primo passo in questa assurda danza è Matteo Renzi, malato di protagonismo, che con solo il 2% dei voti potrà però influenzare le sorti del governo. Un Paese schiacciato dall’emergenza sanitaria ed economica si ritrova senza un governo.

Intervista raccolta da Tatiana Santi

Dopo l’annuncio da parte del leader di Italia Viva Matteo Renzi delle dimissioni delle ministre Bellanova e Bonetti si attendono ora le mosse del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Quali sono i possibili scenari di questa crisi? Sputnik Italia per destreggiarsi nei meandri della politica italiana e del suo nuovo stallo ha raggiunto Gianfranco Pasquinopolitologo, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna.

— Professore Pasquino, perché Renzi ha provocato una crisi di governo in piena pandemia?

— La pandemia non c’entra niente. Renzi innanzitutto è un megalomane, quindi vuole essere sempre al centro dell’attenzione degli italiani, in questo caso evidentemente anche degli europei. Ha colto un’occasione sfruttando questo momento di difficoltà anche perché qualcuno sostiene che Conte non stia lavorando abbastanza bene. È un momento per così dire “opportuno”. Renzi inoltre pensa di riuscire a scompaginare il sistema partitico italiano, questo sfruttando un po’ il malcontento che si trova nel Movimento 5 stelle, qualche presa di posizione di insoddisfazione all’interno del Partito Democratico, e forse anche trovando sostegno da Forza Italia. Matteo Renzi sta cercando di ristrutturare il sistema partitico italiano nel quale uno come lui, che se è fortunato arriva al 3% dei voti, avrà però una grande influenza nella formazione dei governi.

— Quali sono i possibili scenari secondo lei adesso? Conte può resistere?

— Si tratta di semplici speculazioni. Posso dirle quello che si può fare.

  • Innanzitutto bisogna tenere conto che la crisi in qualche modo viene anche controllata dal Presidente della Repubblica. Non si può avere nessuno scioglimento del Parlamento se il Presidente della Repubblica non è d’accordo.
  • Non si può quindi andare ad elezioni immediatamente.
  • Il presidente della Repubblica ha anche la possibilità di incaricare un nuovo governo.
  • Conte inoltre può decidere di continuare fino ad un possibile voto di sfiducia esplicito nei suoi confronti.
  • Infine Conte può andare in Parlamento e chiedere un voto di fiducia, che non è la soluzione preferita da Mattarella. Se venisse sfiduciato non può essere reincaricato, qualora non venisse sfiduciato potremmo benissimo avere delle dimissioni “tattiche” di Conte e poi un reincarico immediato da parte del Presidente della Repubblica.

— Le elezioni non sono da escludere?

— No, non sono da escludere, sono una delle possibilità. Non mi pare però la variante più probabile, può succedere, ma al momento non credo.

— Com’è vista questa crisi dall’estero e da Bruxelles in particolare?

— L’Europa ci ha sempre guardato con una certa diffidenza e un certo sospetto. Gli italiani assumono degli impegni e poi non li portano a compimento. L’Europa si era rassicurata, perché Conte era credibile a livello europeo, a Bruxelles pensavano che gli italiani finalmente avrebbero fatto ciò che debbono a prescindere dalla pandemia. L’Europa ha attribuito all’Italia un sacco di soldi, si aspettano che in Italia arrivino i progetti fatti in maniera adeguata, compresi gli obiettivi e la tempistica.

Se c’è una crisi di governo tutto questo diventa molto più difficile, quindi gli europei sono molto preoccupati e ci guardano dicendo che stiamo sciupando una grande occasione, la quale probabilmente non ci si presenterà più.

— L’attenzione di questi giorni sarà tutta puntata sulla crisi politica, la grave situazione economica degli italiani verrà messa in secondo piano? Quanto durerà questa crisi?

— Penso che questa crisi duri poco, si andrà rapidamente ad una conclusione, il tutto verrà concordato fra Mattarella, Conte e immagino il Partito Democratico. È una crisi che si può svolgere seconda una serie di tappe in cui alcuni passaggi sono possibili e altri immediatamente impossibili.

Pubblicato il 14 gennaio 2021 su Sputniknews

Rimpiangeremo il governo Conte 2? L’impatto su Pd e M5s @DomaniGiornale

Il Rottamatore-in-Chief intende spaccare sia il Partito Democratico, nel quale si trovano alcune sue quinte colonne, reclutate e promosse nelle liste elettorali del 2018, sia il Movimenti Cinque Stelle, nel quale ci sono gli insofferenti che credono nel Di Battista, piccolo, inconsapevole rottamatore. Spaccare i partiti esistenti non è particolarmente difficile, come dimostra, da un lato, la diaspora dei Cinque Stelle, dall’altro, il Partito Democratico dal quale sono gemmati sia LiberieUguali sia la stessa ItaliaViva. Non è possibile porre fine a questi fenomeni poiché manca un collante efficace che può essere dato unicamente da una robusta cultura politica. I Cinque Stelle non si sono neanche posti il problema della cultura politica definendosi movimento post-ideologico né può bastare il riferimento a Rousseau e alla democrazia diretta (dall’alto). Per il PD la situazione è, in un certo senso più grave. La preannunciata cultura politica che raccoglieva il meglio delle culture politiche progressiste italiane, ad esclusione di quella socialista, non si è mai materializzata. Nessuno sforzo è stato fatto per ricostruirla ed è in quel vuoto che si è inserito l’attivismo personalistico di Renzi. Finita la coalizione giallo-rossa, non avremo quasi nulla da rimpiangere sul piano della cultura politica, della visione più o meno riformista. Saremo, invece, costretti a piangere sulle ceneri di un sistema partitico mai strutturato che consente spazi soltanto ai richiami del passato, a cominciare da un nazionalismo camuffato che contiene non pochi elementi di autoritarismo.

Pubblicato il 13 gennaio 2021 su Domani

Nella selva oscura della crisi

La crisi è conclamata, nel senso che da almeno una decina di giorni tutti i protagonisti sanno che il governo Conte non potrà continuare la sua vita senza mutamenti anche profondi. Però, la crisi non è ancora proclamata poiché tanto lo sfidante, il capo di ItaliaViva Matteo Renzi, quanto il bersagliato, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, non vogliono essere palesemente responsabili della rottura. In pratica, Renzi si è spinto troppo in là. Cercherà di dimostrare senso di responsabilità lasciando/facendo approvare la versione rivista, che accoglie alcune sue correzioni, del Piano di Ripresa, ma le sue ministre, obbedendogli, hanno già annunciato in maniera del tutto irrituale e istituzionalmente deplorevole, loro dimissioni immediatamente successive. Conte vorrebbe portare il conflitto in Parlamento per verificare se c’è una maggioranza che lo sostiene anche senza ItaliaViva. Sembra che il Presidente Mattarella non sia favorevole a questa mossa che, in caso di sconfitta certificata dai numeri, renderebbe impossibile un re-incarico a Conte e quindi complicherebbe la soluzione della crisi nell’ambito dell’attuale perimetro della coalizione esistente.

Siamo già dentro fino al collo in quella che nella storia delle molte crisi di governo della Repubblica italiana si definisce “crisi al buio”, senza che, per l’appunto, appaia una soluzione chiara. La differenza, grande, con il passato, è che sia chi faceva la crisi sia chi operava per risolverla, avevano grande esperienza e sapevano che in sostanza non sarebbero fuoriusciti dalla scena della politica a causa dell’impossibilità dell’alternanza. Oggi, la situazione è molto più pericolosa per tutti. E l’alternativa, se non già in questo Parlamento, sta nelle urne che condurrebbero ad una probabile vittoria del centro-destra e ad una drastica diminuzione del numero dei parlamentari Cinque Stelle e del loro potere politico.

   Ė possibile e, non fosse che in ballo c’è anche la pelle degli italiani, divertente ipotizzare un certo numero di soluzioni contando, da un lato, sul potere del Presidente della Repubblica dall’altro sulla fantasia istituzionale sua e dei suoi consiglieri. Un rimpasto lampo che sostituisca le ministre di ItaliaViva sarebbe la soluzione più semplice, ma anche la più rischiosa appesa a pochi decisivi voti parlamentari che rimarrebbero sempre aleatori. Il cambio del Presidente del Consiglio richiede che tutti i contraenti convergano sul nome di una persona dotata di grande autorevolezza e, al tempo stesso, di notevole capacità politica per non farsi cuocere a fuoco lento. Il vero problema è che nessuno, forse neppure lui stesso, sa quali sono gli obiettivi di Renzi e dei suoi parlamentari. Ha ottenuto enorme visibilità. Sta dimostrando di essere decisivo nella caduta di Conte. Ė improbabile che i Cinque Stelle e i Democratici gli consentano di diventare il deus ex machina del prossimo governo. Nella selva oscura della crisi la dritta via sembra del tutto smarrita.

Pubblicato AGL il 13 gennaio 2021

Era una crisi buia e tempestosa… Pasquino legge Renzi (e Mattarella) @formichenews

Qualcuno dovrebbe andare a vedere le carte renziane. Ma non stiamo giocando a poker e chiamare il bluff è pericolosissimo, tanto per i partiti di governo quanto per il sistema politico di oggi e di domani. Meglio ascoltare il richiamo di Mattarrella. Il commento di Gianfranco Pasquino

Finalmente una (non)bella crisi al buio. La crisi è, non facciamo finta di niente, conclamata. Non è neanche possibile sostenere che è un ritorno alla tanto, erroneamente, biasimata Prima Repubblica. Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, allora tutti sapevano che la crisi si sarebbe chiusa in venti-trenta giorni, non di più (tranne la clamorosa eccezione, protagonisti il defenestrato De Mita, Craxi, Andreotti, e Cossiga, con la crisi che durò dal 19 maggio al 23 luglio 1989). Non sempre veniva cambiato il presidente del Consiglio. Infatti, ci sono stati molti bis; sempre “girava” qualche ministro per accontentare le correnti e per dare l’idea di nuovo slancio. Con bassi tassi di rendimento il sistema politico funzionava.

Adesso, il problema è che il rottamatore d’antan non sa esattamente che cosa vuole e che cosa non vuole. Forse, ha ingaggiato un duello personale prima che politico con Conte. Lui sostituirlo non può, ma di sostituti plausibili dentro la coalizione attuale non se ne vedono. Tutto il balletto sulle sue ministre che non sono attaccate alle “poltrone” (ho cercato, ma non trovato, questa parola nella costituzione, forse cariche?) serve soltanto a fare sapere che sono i capi dei partitini che scelgono i/le ministri/e e ne dettano i comportamenti. Che tristezza.

Quello sull’assegnazione dei fondi europei, invece, è un problema molto più serio. È talmente serio che il Presidente della Repubblica, immagino profondamente infastidito dal comportamento di chi ha plaudito al suo discorso di fine anno nel quale aveva auspicato l’avvento del tempo dei “costruttori” e si esibisce in senso contrario, ha fatto sapere che prima di qualsiasi altro movimento/minaccia/ricatto i protagonisti debbono mettere in salvezza quei fondi. Per quel che conta approvo la richiesta di Mattarella che mi sembra molto più che una semplice “moral suasion” e che avrà conseguenze sui prossimi comportamenti presidenziali. Non so se basterà a frenare chi, avendo cominciato le ostilità, non sa oggettivamente più dove andare.

Qualcuno dovrebbe, forse, andare a vedere le carte renziane, ma poiché non stiamo giocando a poker, chiamare il bluff è pericolosissimo, non soltanto per i partiti di governo, ma per il sistema politico di oggi e di domani, addirittura per la Next Generation. Di qui l’importanza del richiamo secco presidenziale. Il tris di Conte non è impossibile, ma richiede qualche legittimo rimescolamento parlamentare (d’altronde, Italia Viva è già un modesto monumento alla possibilità di rimescolamenti). Anche se vedo qualche sceneggiata, data la gravità della situazione, non finirò dicendo che la telenovela continua. Qualche volta guadagnare tempo serve a qualcuno per riflettere e imparare qualcosa. Vado sul banale (non meno vero): “Gli italiani non capirebbero”, sostengono i sostenitori dell’esistente. “Al Paese non serve una crisi”, annunciano i sostenitori del crisaiolo. Tutti vediamo, però, che non soltanto la notte è “buia e tempestosa”.

Pubblicato il 11 gennaio 2021 su formiche.net

Finirà tutto con un rimpastino e con un nuovo Recovery Plan #intervista @ildubbionews

“Un’opzione potrebbe essere quella di nominare Draghi commissario straordinario alla progettazione e all’attuazione del Recovery Plan con ampi poteri, ma cosi facendo si ridurrebbe il peso di conte e dell’intero governo. Sarebbe il colpo finale alla politica.”

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

«Se mi chiede una previsione dirò che ormai la strada è aperta verso un piccolo rimpasto che non può essere grande perché altrimenti rischierebbe di far rovesciare la barca del governo»

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna si mostra scettico sia di fronte allo scenario di un governo di centrodestra sia a quello di un governo di larghe intese e guida Draghi, e spiega invece che potrebbe finire con un «piccolo rimpasto e significativi miglioramenti del Recovery Plan».

Professor Pasquino, sul tavolo ci sono Conte Ter, rimpasto, elezioni. Glielo chiedo in maniera chiara: come finirà?

Se mi chiede una previsione dirò che ormai la strada è aperta verso un piccolo rimpasto che non può essere grande perché altrimenti rischierebbe di far rovesciare la barca del governo. Ma un piccolo rimpasto non basta: si va verso una ridiscussione significativa del Recovery Plan perché ci sono non pochi punti da discutere, migliorare, affinare.

Credo si cambieranno dunque alcune cariche e molti punti delle modalità con le quali l’Italia chiederà i fondi del Next generation Ue.

Quindi mini rimpasto e miglioramento del Recovery Plan. È una vittoria di Renzi?

È difficile da dire perché non sappiamo esattamente cosa vuole Renzi e forse non lo sa neanche lui. Probabilmente sta cercando visibilità e vuol far credere a voi giornalisti che lui sia padrone del governo perché l’ha creato. Io replico che doveva farlo il 5 marzo 2018 quando invece buttò il suo partito all’opposizione aprendo la strada al governo gialloverde. È una questione di megalomania e visibilità ma su alcuni punti si contraddice molto, come quando dice che bisogna coinvolgere sindaci e associazione di categoria mentre un tempo parlava di disintermediazione.

Si discute su alcune questioni come Mes e servizi segreti. Pensa che il presidente del Consiglio finirà indebolito?

Sul Mes, se Conte lo chiedesse sarebbe una vittoria non solo di Renzi, ma anche del Pd, di Forza Italia e credo di una parte di Leu. Credo sia opportuno chiedere il Mes e forse era giusto farlo anche qualche mese fa. Non sarebbe un indebolimento di Conte ma un rinsavimento. Sui servizi segreti credo che Conte dovrebbe scegliere una persona terza e non tenere la delega per sé. Anche qui, anche altri lo chiedono quindi non sarebbe una vittoria soltanto di Renzi.

Ritiene plausibile un ritorno alle urne?

Credo che si troverà un accordo ma credo anche che sarebbe legittimo pensare a nuove elezioni. Fino a che il presidente della Repubblica può sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni lo scenario è praticabile, non sarebbe un colpo di Stato. Sarebbe certo un errore politico del centrosinistra, del governo e anche di Renzi. Inoltre l’Europa ci guarderebbe con grande sconcerto e pagheremmo un prezzo nei mercati. La stabilità in questo caso è importante. Tuttavia voglio stabilire la legittimità del principi: se Mattarella esplora l’esistenza di una nuova maggioranza e scopre che, nonostante gli sforzi di Salvini, questa maggioranza non c’è, allora dovrà sciogliere il Parlamento. A quel punto bisognerebbe capire se resta in carica l’attuale governo per il disguido degli affari correnti o se si forma un governo elettorale.

Ha parlato di sforzi di Salvini. È possibile una maggioranza di centrodestra nell’attuale Parlamento?

In un ipotetico governo di centrodestra il leader sarebbe Salvini perché la rimonta di Giorgia Meloni non è ancora compiuta. In queste condizioni Salvini sarebbe il capo di una maggioranza formata con l’aiuto dei “responsabili”. Tuttavia questo sarebbe contraddittorio con la narrativa di destra che vuole un governo “eletto dal popolo” ma ribadiamolo: nessun governo è eletto dal popolo, nessun governo esce dal voto. Dal voto esce sempre un Parlamento, nel quale poi i partiti cercano degli accordi.

Ma questi famosi “responsabili” esistono davvero?

Credo che un governo Salvini che raggranella voti in Parlamento non sia un’opzione probabile perché Mattarella chiederebbe la garanzia di una maggioranza assoluta che al momento non esiste.

È una situazione analoga a quella in cui Napolitano negò l’incarico a Bersani che voleva fare “scouting” tra i cinque stelle.

Come ultimo scenario potrebbe tornare di moda un governo di larghe intese, magari a guida Mario Draghi. Cosa ne pensa?

Draghi ha le competenze per utilizzare al meglio gli ingenti fondi che l’Europa ci ha molto generosamente dato, ma al tempo stesso non credo che abbia la forza politica per tenere insieme centrosinistra e centrodestra. A meno che non sia a capo di un “governo del Presidente” fortemente voluto da Mattarella, che ponga come condizione a tutte le forze politiche l’impossibilità di metterlo in crisi, pena il ritorno al voto.

Dunque, come se ne esce?

Un’opzione potrebbe essere quella di nominare Draghi commissario straordinario alla progettazione e all’attuazione del Recovery Plan con ampi poteri, ma cosi facendo si ridurrebbe il peso di Conte e dell’intero governo. Sarebbe il colpo finale alla politica, che verrebbe “sospesa” ancora di più rispetto al governo tecnico a guida Mario Monti.

Come dovrebbe gestire l’Italia i fondi europei?

La risposta è impossibile ma posso confidare alcune sensazioni: in primo luogo, questi fondi debbono guardare al futuro e quindi devono esser usati per cose nuove, non per completare progetti vecchi. In secondo luogo, debbono coinvolgere attività che riguardano soprattutto i giovani, come digitalizzazione, economia verde, istruzione, formazione e ricerca. Da ultimo, bisogna sapere come attuarli, chi farà cosa e in quali tempi. Sarebbe sbagliato escludere la burocrazia italiana dicendo che è vecchia e stanca ma al contrario occorre sollecitare le migliori energie dalla burocrazia. Non è vero che è tutto inefficiente.

Pubblicato il 7 gennaio 2021 su Il Dubbio