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Una domanda a Draghi, legittima, sulla redistribuzione. Firmato Pasquino @formichenews

Dov’è la redistribuzione buona almeno come il debito che Draghi definisce buono? Oggi, in uno stato di frammentazione delle organizzazioni è difficile vedere chi saprebbe farsi portatore di quelle istanze e diventare credibile implementatore di politiche produttive-redistributive tenendo la barra diritta. Però, la domanda a Draghi va fatta. È una domanda legittima, anzi, buona, persino molto buona

Il problema non è sapere se e perché Draghi ha ceduto e non ha imposto il contributo di solidarietà per un paio d’anni sui redditi al di sopra dei 75 mila Euro l’anno (incidentalmente una soglia bassa anche e soprattutto in un paese di evasori medio alti). Neanche se lo ha fatto per non alienarsi i potenziali suoi elettori per la Presidenza della Repubblica, ipotesi che respingo sdegnosamente. Il problema è se Meloni e Salvini, Berlusconi e Renzi stanno segnalando che sono già d’accordo su alcune misure economiche oppure sono soltanto degli opportunisti oppure ancora stanno continuando con quelle che i giornalisti chiamano prove tecniche (magari preannunciando l’inciucio).

   Di tutto un po’, ma questo impasto non può essere un pezzo di programma prossimo venturo del centro-destra più Italia Viva. Sarebbe il prodromo della cattiva utilizzazione dei fondi europei oppure, peggio, dell’incapacità di spenderli in progetti accettabili dalla Commissione perché rispondenti ai criteri di innovazione, trasformazione, efficienza. L’interrogativo più lancinante comunque è, come suggeritomi da Simona Sotgiu, “riusciranno le forze politiche a trovare nuovamente la forza di mettere in atto misure redistributive?” La risposta potrebbe essere tranchante.

Da nessuna parte nelle democrazie europee i governi di centro-destra mettono in atto politiche redistributive. Quando lo fanno, poi, la loro redistribuzione va, non a favore dei settori svantaggiati, ma a favore di coloro che promettono di procedere a politiche di investimento, creazione di ricchezza, forse anche, ma è quasi l’ultima delle considerazioni, di creazione di posti di lavoro. Frettolosamente ne concludo che la prima redistribuzione ha senso per chi si impegna a risolvere le difficoltà attuali di alcuni ceti. La seconda è quella classica dei neo-liberisti friedmanniani senza nessuna garanzia che funzioni, anzi, al contrario. Entrambe sono, nell’ordine, redistribuzioni meno o più cattive.

 Ma, allora, dov’è la redistribuzione buona almeno come il debito che Draghi definisce buono? Me la ricordo. Grazie alla mia età e a buoni studi. Fu la redistribuzione socialdemocratica classica. Oggi, in uno stato di frammentazione delle organizzazioni è difficile vedere chi saprebbe farsi portatore di quelle istanze e diventare credibile implementatore di politiche produttive-redistributive tenendo la barra diritta. Però, la domanda a Draghi va fatta. È una domanda legittima, anzi, buona, persino molto buona.

Pubblicato il 5 dicembre 2021 su formiche.net

I soldi non hanno odore, ma servono al potere.

L’intensissima attività di conferenziere e consulente, sembra anche molto lautamente pagata, del Senatore Matteo Renzi è finita nel mirino della magistratura che vuole vederci chiaro. Dal punto di vista del metodo, ovvero come si stanno svolgendo le indagini, Renzi sostiene che è stata violata la sua immunità poiché i magistrati avrebbero dovuto chiedere una previa autorizzazione. Ne discuterà l’apposita Commissione del Senato la cui convocazione per il 24 novembre è stata richiesta dallo stesso Renzi per sue comunicazioni in materia. I magistrati hanno già replicato sostenendo di essersi imbattuti nel conto corrente di Renzi in maniera indiretta che non necessitava di autorizzazione. Dal punto di vista della sostanza, vi sono diverse considerazioni degne di nota e di approfondimento specifico. La prima riguarda l’eventuale violazione della normativa sul finanziamento dei partiti. I magistrati sostengono che i fondi ingenti che sono affluiti nelle casse della Fondazione Open, organizzatrice delle riunioni alla Leopolda, sono serviti a finanziare le attività di un partito: Italia Viva, di cui la Fondazione è stretta emanazione, e viceversa, vale a dire che la Fondazione è l’organismo sul quale si basa Italia Viva. Dunque, quei fondi hanno violato la legge. La replica dei renziani è stata finora che un conto è la Fondazione e un conto molto diverso è un partito e che, comunque, non spetta ai magistrati definire che cosa è un partito.

    Da parte mia, messi da parte alcuni elementi nient’affatto necessari all’esistenza di un partito, ad esempio, una ideologia, mi limiterò a sostenere, sulla scia del grande studioso di scienza politica Giovanni Sartori, che partito è (o diventa) qualsiasi associazione che presenta candidature alle elezioni non importa se locali, nazionali, europee. Questa definizioni minima, ma essenziale, si attaglia convincentemente anche a Italia Viva. Potrà, poi, essere precisata e ampliata.

   Sullo sfondo del conflitto Renzi/magistrati, stanno due vicende di notevole rilevanza per il sistema politico italiano. Anzitutto, si pone il problema etico e politico se un parlamentare (nel caso di un governante sarebbe ancora più grave e eclatante) possa ricevere molto denaro da enti (sono costretto a essere vago) e governanti stranieri come i reali dell’Arabia Saudita. In molte democrazie non è consentito. Il sospetto che quei pagamenti, anche sotto forma di donazioni, finiscano per influenzare comportamenti e voti del parlamentare è inevitabile. In secondo luogo, dati i tempi, il rischio è che questa vicenda, più o meno oscura, del Senatore Renzi, abbia riflessi sull’elezione del prossimo Presidente della Repubblica Italiana. Sono 14 i senatori di Italia Viva e 26 i deputati. Questi quaranta voti possono risultare decisivi per fare eleggere Presidente sia il candidato/a del centro-destra sia quello/a del centro-sinistra. Questa considerazione è destinata a pesare anche sulla valutazione della immunità richiesta da Renzi e sulla destinazione dei voti presidenziali.     

Pubblicato AGL il 19 novembre 2021

Il problema etico con i redditi privati del senatore Renzi @DomaniGiornale

Di tanto in tanto, ma in Italia piuttosto raramente, qualcuno solleva un argomento delicatissimo: il posto dell’etica in politica. Addirittura se debba esserci un posto, anche piccolo, per l’etica in politica. Sulla scia di non pochi filosofi della politica, da Immanuel Kant a Norberto Bobbio, ritengo che la politica liberale e democratica abbia a suo fondamento un’etica. Intendo per etica alcuni principi fondamentali da rispettare e praticare senza eccezione alcuna. Fra i molti principi che stanno alla base del liberalismo, parola sulla bocca di molti che non sanno di cosa parlano, sta quello, praticamente costitutivo, che il potere politico, nato per riequilibrare e contrastare il potere economico, deve essere e rimanerne separato. Non deve essere usato per acquisire potere economico. A sua volta il potere economico non deve mai trovarsi in condizione di controllare il potere politico, di subordinarlo, di imporre le sue preferenze, i suoi interessi. L’esistenza di un conflitto fra gli interessi privati e i doveri pubblici è un vulnus gravissimo che può indebolire e svilire qualsiasi politica liberal-democratica.

   Dal punto di vista liberale utilizzare le cariche politiche per ottenere ricompense economiche di qualsiasi entità e di qualsiasi provenienza è un comportamento non etico. Potrebbe anche essere un comportamento non necessariamente illecito dal punto di vista delle leggi vigenti. Tuttavia, la sua non “eticità” appare lampante. In molti sistemi politici vale il principio che ai detentori di cariche di rappresentanza e di governo bisogna negare la possibilità di ricevere denaro in cambio di prestazioni come lezioni, conferenze, consulenze fintantoché hanno una carica. La ratio è che non solo è probabile che siano interpellati, reclutati e pagati quasi esclusivamente perché hanno quella carica, ma anche perché è assolutamente probabile che coloro che ricompensano quelle prestazioni lo facciano in buona misura anche per ingraziarsi quei politici.

   Più o meno inconsciamente, i politici che ricavano guadagni dalle loro attività a favore di associazioni e governi, di persone e di enti finiranno per non sentirsi liberi quando gli interessi dei loro “donatori” faranno capolino. Saranno influenzati nelle loro argomentazioni pubbliche, nelle decisioni da prendere, negli emendamenti da scrivere, nelle leggi da votare. Non potranno mai essere al di sopra dei sospetti cosicché quei sospetti, legittimi o no, inquineranno il dibattito pubblico, renderanno problematica la trasparenza dei processi decisionali, colpiranno la qualità della democrazia. Forse, come sostiene il senatore Matteo Renzi, le sue conferenze sono lautamente pagate perché riflettono l’importanza di insostituibili conoscenze derivanti anche dalla sua esperienza di capo del governo, ma non sono penalmente rilevanti. Certamente, però, sollevano un problema etico: uso del potere politico per l’ottenimento di profitti economici, di prima grandezza. Nella patria del liberalismo, la Gran Bretagna, molti affermerebbero “it’s simply not done”. Non s‘ha da fare.

Pubblicato il 10 novembre 2021 su Domani

Il professore Gianfranco Pasquino: «Sul Colle peseranno ancora i giochi di Renzi» @ildubbionews

Il professore Gianfranco Pasquino: “Se Draghi venisse eletto al Quirinale, aprirebbe le consultazioni per dare l’incarico probabilmente al ministro Franco”.

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’università di Bologna, spiega che «se Draghi venisse eletto alla presidenza della Repubblica chiaramente lascerebbe la guida di palazzo Chigi, aprirebbe le consultazioni e darebbe probabilmente l’incarico a Franco» e che «l’alternativa è che Draghi dia le dimissioni prima dell’elezione e a quel punto sarebbe Mattarella a incaricare l’attuale ministro dell’Economia».

Professor Gianfranco Pasquino, l’autorevolezza riconosciuta a Draghi dai leader del G20 sarà lo slancio decisivo per la sua corsa al Colle?

Credo che Draghi non si sia posto il problema di organizzare un buon G20 per arrivare al Colle, ma certamente ha dimostrato che l’Italia attraverso la sua guida riesce a gestire un summit internazionale in maniera efficiente ed efficace. Che il presidente della Repubblica debba avere un buon consenso internazionale è vero, ma l’obiettivo principale era dimostrare che si può lavorare consapevolmente in maniera unitaria anche con un gruppo di stati che hanno idee diverse. Il multilateralismo è importante, anzi è il miglior modo di fare politica a livello internazionale.

In che modo la credibilità internazionale del presidente del Consiglio potrebbe influenzare nella scelta i partiti presenti in Parlamento?

Noto di riflesso che Di Maio ha avuto una sua visibilità durante il G20 e quindi potrebbe quantomeno dire che Draghi non oscura il Movimento, anzi valorizza sia i pentastellati che lo stesso ministro degli Esteri. Ma in assoluto penso che i partiti italiani non stiano ragionando nei termini giusti.

Cioè?

Pensano soltanto ai vantaggi più o meno immediati che potrebbe portare loro la scelta di un presidente della Repubblica piuttosto che un altro. Il centrodestra vorrebbe intestarsi la candidatura di Draghi ma poi vorrebbe anche lo scioglimento delle Camere. Il centrosinistra sa che Draghi è il candidato migliore ma ha il timore di eleggerlo proprio per la paura di elezioni anticipate. Anche perché scegliere il capo del governo successivo non sarebbe semplice: Franco è buon ministro ma non è all’altezza nazionale e internazionale di Draghi.

A proposito di eventuale successione, come sarebbe gestita la prima volta in cui un presidente del Consiglio in carica diventa presidente della Repubblica?

Su questo fronte la situazione è delicatissima. Se Draghi venisse eletto chiaramente lascerebbe la guida di palazzo Chigi, aprirebbe le consultazioni e darebbe probabilmente l’incarico a Franco. L’alternativa è che Draghi dia le dimissioni prima dell’elezione e a quel punto sarebbe Mattarella a incaricare l’attuale ministro dell’Economia. In questo caso la soluzione sarebbe a portata di mano ma per Draghi sarebbe un rischio evidente.

Pensa che il presidente del Consiglio ambisca al Colle?

La variabile più importante non è la sua preferenza personale, occorre fare un ragionamento in termini sistemici e di visione del paese. Draghi pensa che sia meglio fare il presidente del Consiglio fino al 2023 e quindi aver svolto il suo compito fino in fondo o pensa che il Pnrr vada molto oltre il 2023 e quindi è meglio controllarlo dal Colle per un periodo più lungo? Dipende tutto dalla sua visione dell’Italia e questo è il passaggio più delicato.

Crede che i franchi tiratori che si sono palesati al momento del voto sul ddl Zan saranno un problema al momento dell’elezione del prossimo capo dello Stato?

Il voto sul ddl Zan è stato in buona misura annunciato ed è stato un voto incosciente da parte dei franchi tiratori. Quelli che hanno votato a favore della tagliola dovevano avere il coraggio di dire che non volevano quel disegno di legge: serviva un’ammissione di responsabilità. Ma l’elezione del presidente della Repubblica è cosa diversa, anche se entrambi gli schieramenti avranno delle grane interne. Il centrodestra ad esempio dovrà chiarire il da farsi perché al momento è divisa tra Forza Italia che è continuamente al governo, la Lega che non è chiaro se sia al governo o all’opposizione e Fratelli d’Italia che presidia l’opposizione, anche se la sua crescita sembra essersi arrestata. Anche perché è improbabile che un partito di estrema destra in Europa vada oltre il 20 per cento.

Potrebbe essere il centrosinistra da avere i maggiori problemi? Abbiamo ancora tutti in mente i 101 che pugnalarono Prodi…

Nel centrosinistra tutto dipenderà da una persona imprevedibile nei suoi comportamenti, perché ragiona solo in termini di brevissimo periodo, che è Matteo Renzi. Tuttavia i suoi voti in Parlamento contano e quindi si dovrà raggiungere un accordo anche con lui.

Magari puntando su qualcuno che potrebbe mettere d’accordo anche il centrodestra, come Pier Ferdinando Casini.

Casini è un decano del Parlamento e ha i suoi voti in Parlamento. Ha una sua statura e in troppi lo sottovalutano. In più non è divisivo. Tuttavia penso che Renzi farebbe fatica a intestarselo perché lui si smarcherebbe subito dichiarando indipendente la propria candidatura. Una volta eletto dal Parlamento, il presidente della Repubblica rappresenta l’unità nazionale, non chi ha contribuito a eleggerlo. Il colpo di teatro di Renzi starebbe nell’individuare la persona giusta, magari una donna, ma a livello politico non gli gioverà più di tanto.

Pensa che da qui all’elezione del futuro inquilino del Colle i partiti cercheranno di tirare ancor di più l’acqua al proprio mulino, magari per bruciare questa o quella candidatura?

Finora quando qualcuno ha tirato l’acqua al proprio mulino è stato subito stoppato da Draghi. Quindi è un esercizio illusorio e velleitario. Ormai abbiamo solo novembre e dicembre di operatività e nessuno pensa a grandi scossoni. Ci saranno certamente delle sparate utili a qualche retroscena, ma sarebbe da irresponsabili dare forti spallate a questo governo. Basterebbe fare i conti su quanto potrebbe costare in termini di voti persi e tutti i leader della maggioranza si fermerebbero subito.

Pubblicato il 2 novembre 2021 su Il Dubbio

Il semestre bianco non sarà la rivincita degli scontenti @DomaniGiornale

Stabilendo che negli ultimi sei mesi del suo mandato il Presidente della Repubblica non può sciogliere il Parlamento, i Costituenti avevano molto chiaro un obiettivo: impedire al Presidente di cercare di ottenere attraverso elezioni anticipate un Parlamento favorevole alla sua rielezione o all’elezione di un suo candidato. Quell’obiettivo non è affatto venuto meno e non basta affermare che nessun presidente è stato rieletto, se non, in circostanze eccezionali e controvoglia, Giorgio Napolitano. Infatti, alcuni Presidenti avrebbero eccome desiderato la rielezione e qualcuno avrebbe gradito potere indicare il suo delfino. Comunque, i Costituenti non pensarono affatto che nel semestre bianco i partiti si sentissero agevolati a scatenare la bagarre contro il (anche loro) governo proprio perché non ne sarebbe seguito lo scioglimento del Parlamento.

 Coloro che oggi ipotizzano che dentro i partiti attualmente al governo, vale a dire tutti meno i Fratelli d’Italia, ci sia chi non aspetta altro che l’inizio del semestre bianco per impallinare e “fare cadere” il governo Draghi non solo esagera, ma, a mio parere, sbaglia. Altri scenari sono ipotizzabili, bruttini, ma meno foschi ed evitabili, contrastatabili con buone conoscenze istituzionali e saggezza politica (fattoi talvolta presenti anche nella politica italiana). Comincerò con lo scenario del Matteo tiratore, l’uno tira la corda; l’altro fa sempre il furbo. Né l’uno né l’altro possono permettersi di uscire dalla maggioranza, ma sia l’uno sia l’altro possono commettere errori. I numeri dicono che, probabilmente non seguiti da tutti i loro parlamentari, le loro scorribande non risulterebbero decisive. Dato per scontato e accertato che tanto il Partito Democratico quanto Forza Italia sosteng(o/a)no convintamente il governo, molto si gioca su quanto riusciranno o non riusciranno a fare i pentastellati, più meno mal guidati. Tuttavia, se mai cadesse il governo Draghi per un voto dello scontento pentastellato, il re-incarico da parte di Matterella sarebbe immediato e il Draghi-Due nascerebbe in un batter d’occhio con una maggioranza numericamente appena più ristretta, ma, potenzialmente, più operativa.

  Due dati durissimi meritano di essere evidenziati e valorizzati. Il primo è quello del grado di approvazione dell’operato del Presidente Draghi. Fra i più elevati di sempre, si situa da qualche tempo intorno al 70 per cento: 7 italiani su 10 sono soddisfatti di Draghi, capo del governo, e poco meno dichiarano di approvare quanto fa il governo nel suo insieme. Il secondo dato è che questo semestre bianco cade proprio nella fase di primo utilizzo dei fondi europei. Tutti capiscono che qualsiasi interruzione avrebbe costi elevatissimi.

  Draghi non deve comunque dormire sonni del tutto tranquilli. Anzi, dovrebbe cercare un confronto aperto con il Parlamento valorizzandone le competenze e apprezzandone le prerogative. Il semestre bianco, lungi dall’essere, voglio giocare con le parole, un grande buco nero che ingoia un governo con una maggioranza extralarge, ma anche extradiversa, ha la possibilità di mostrare al meglio le qualità di una democrazia parlamentare. Dietro l’angolo sta un non meglio precisato, arruffato presidenzialismo. Meglio andare avanti diritto cauti, dialoganti, collaborativi, con juicio. Le pazienti non-forzature sono la sfida più significativa che Draghi deve affrontare e che, superata, rafforzerà l’azione del suo governo per qualche tempo a venire. Almeno fino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.   

Pubblicato il 28 luglio 2021 su Domani

Divisi profondamente #leggeZan

La prima domanda è: il disegno di legge sull’omofobia che ha come primo firmatario il deputato del PD Alessandro Zan è una buona legge? La seconda domanda è: se ha qualche articolo che può essere migliorato, rispetto al testo approvato alla Camera, quelle modifiche rischiano di rinviarlo sine die? È questo l’obiettivo di chi, da ultimo il capo di Italia Viva, Matteo Renzi, si propone con le sue critiche? Vedremo poi se e in quali emendamenti si tradurranno. La terza domanda è: esistono al Senato i numeri per procedere rapidamente alla sua approvazione definitiva? Negli ultimi giorni, l’attenzione è stata tutta concentrata sulle dichiarazioni di Matteo Renzi che ha annunciato di volere tre modifiche importanti a partire dalla molto discussa e complessa “identità di genere”. I voti dei senatori di Italia Viva possono essere cruciali a partire dal 12 luglio quando il disegno di legge Zan approderà in aula.

   Ė un dato di fatto che Renzi persegue insistentemente l’obiettivo di ottenere visibilità per il suo piccolo partito inchiodato al 2 per cento circa nelle intenzioni di voto degli italiani. Inoltre, mira a dimostrare quanto conta in questo Parlamento, quanto può essere determinante in alcune situazioni. Il disegno di legge Zan è di iniziativa parlamentare. Quindi non coinvolge il governo e un esito negativo non destabilizzerà Draghi. Poiché, però, il ddl porta il nome di un deputato del Partito Democratico, il segretario del PD Enrico Letta ha l’obbligo politico di difenderlo e condurlo a conclusione positiva. Ė molto probabile che ci saranno alcuni rischiosi voti segreti. Quindi, Letta non può e non deve stare “sereno”. Renzi punta anche a indebolirlo. E Letta ha l’impegno di trovare i voti necessari.

   Qualcuno ancora rimprovera al PD di non avere portato al voto, per timore di perdere, il disegno di legge sullo ius soli che mirava a dare la cittadinanza ai figli dei migranti nati in Italia. Da allora, non se n’é fatto nulla. Se non fossero in gioco brutti elementi, da un lato, personali, visibilità e ripicche, dall’altro, ideologici, con il centro-destra che non ha neppure criticato la legge contro gli omosessuali approvata dal governo Orbán, sarebbe forse possibile tentare un accordo. PD e Cinque Stelle potrebbero accettare poche modifiche, mirate e condivise, a condizione che i proponenti, a cominciare da Italia Viva e, forse, Forza Italia e Salvini, garantissero la fulminea approvazione definitiva del testo che dovrà tornare alla Camera. Non so chi ha queste capacità di mediazione e non vedo chi voglia impegnarsi in questo tentativo. Purtroppo, nel Parlamento italiano, ma anche nella società italiana, in occasione di problemi che riguardano la sfera più intima delle persone, come per esempio, la facoltà di scegliere come e quando morire, appaiono divisioni tristissime. Lunga sembra la strada per giungere alla maturità indispensabile per garantire la diversità delle opinioni e la libertà delle scelte. 

Pubblicato AGL il 8 luglio 2021

Il caso Bologna: solo Renzi costringe il Pd a fare vere primarie per il sindaco @DomaniGiornale

La notizia è che, dopo circa sei mesi di acrimoniose discussioni, l’audacissimo Partito Democratico di Bologna organizzerà le primarie per la scelta della candidatura a sindaco di Bologna. L’altra importante notizia è che saranno primarie competitive con un esito non predeterminato. Le precedenti primarie bolognesi, 1999, 2009 e 2011, erano state ampiamente controllate (la tentazione di scrivere “manipolate” mi rimane) dal gruppo dirigente. Anche questa volta, ha cominciato il sindaco Merola, non rieleggibile dopo due mandati senza troppa gloria, a battezzare come successore il suo assessore alla Cultura Matteo Lepore. Poi, candidatosi anche l’assessore alla Sicurezza, Alberto Aitini, invece di prenderne atto e prepararsi alle primarie, il gruppo dirigente del PD ha traccheggiato all’insegna della ricerca di una candidatura unitaria, un modo per fare sapere a Aitini che doveva ritirarsi. La situazione si è sbloccata rumorosamente quando, incoraggiata da Matteo Renzi, ha fatto irruzione la candidatura di Isabella Conti, esponente di Italia Viva (ma, prima, PD), rieletta sindaco di San Lazzaro con quella che chi non conosce la Bulgaria post-1989, continua a chiamare “maggioranza bulgara”: 80 per cento dei voti. Inevitabilmente, molto contrariati, gli esponenti del vertice (mi veniva la parola “cupola”) del PD hanno preso atto e annunciato che si terranno primarie di coalizione il 13 oppure il 20 giugno.

Fin dall’inizio lo svolgimento di elezioni primarie doveva essere considerato l’esito naturale, previsto nello Statuto del partito (art. 24 Elezioni primarie per la cariche monocratiche istituzionali). Con buona pace di Beppe Provenzano, vicesegretario del PD nazionale, non sbaglia affatto “chi dice che le primarie sono l’identità del Pd”. Al contrario sono un elemento costitutivo della, pur pallida, identità del partito. Bologna ci dice, però, che questa pratica, a determinate condizioni, sicuramente democratica, cozza frontalmente con le preferenze di chi continua a preferire le cooptazioni e altre oscure attività.

Ovviamente, le primarie, tutte le primarie in tutti i luoghi nei quali si svolgono (il PD ne ha fatte più di mille) sono anche un confronto/scontro fra persone le quali, nel caso di Bologna e in quasi tutti gli altri, hanno una biografia politica e professionale che le rende più o meno qualificate per aspirare ad una carica importante. I due assessori vantano per l’appunto la loro esperienza di governo della città, ma Isabella Conti può molto facilmente replicare con il buongoverno che ha garantito come sindaca di San Lazzaro, comune con più di 30 mila abitanti. L’ostacolo che le hanno subito frapposto è quello di essere “una renziana”, ma se le primarie di Bologna hanno da essere primarie di coalizione quest’ostacolo non ha da essere. Anzi, il PD dovrebbe rallegrarsi che fondamentalmente Italia Viva abbia deciso di fare parte della coalizione di centro-sinistra. Nel regolamento, il più garantista possibile per tutt’e tre i concorrenti, dovrà essere limpidamente statuito che i perdenti si impegnano a sostenere la vincente.    Proprio il regolamento potrebbe essere il prossimo punctum dolens: quante iniziative, quanti confronti, in quali spazio, con quali impegni di risorse sono tutti elementi che debbono essere sanciti per non dare vantaggi e non procurare svantaggi a nessuno. Le esperienze passate non sono del tutto rassicuranti con pezzi di partito che non solo si adoperarono palesemente a favore di uno specifico candidato, ma premettero sulla CGIL, sulle cooperative, su altre associazioni vicine per conseguire l’esito voluto. Divenuta famosa anche per avere resistito con successo alle mire poco ecologiche (sic) delle cooperative costruzioni, Isabella Conti sa di partire in salita nel mondo (che qualche commentatore bolognese ha infelicemente definito “di mezzo”) del PD. Proprio per questo la campagna elettorale bolognese si annuncia molto interessante. Le primarie servono anche a mobilitare gli elettori e i simpatizzanti, a comunicare politica e politiche, ad allargare la sfera del consenso. A Bologna, forse, potranno fare circolare un po’ d’aria nuova in un partito che troppo spesso risulta essere una struttura cementata e appesantita dal troppo potere che ha (talvolta neppure sapendolo esercitare).

Pubblicato il 23 aprile 2021 su Domani

Nostalgia (del futuro da costruire) #prefazione di “Due grandi tradizioni politiche”

Tratto da Tarcisio Cellini, Due grandi tradizioni politiche. La vanagloria distruttiva di un piccolo uomo. Un serio cammino di resilienza, Bosia (CN), @ A.C. “R.E.T.I.” 

Nostalgia (del futuro da costruire)

Ho avuto spesso buoni rapporti con gli uomini della sinistra democristiana, anche quando erano troppo conservatori istituzionali e troppo critici di Bettino Craxi. Mi piacciono i resoconti di coloro che hanno dato tempo e energie alla politica attiva e ne sono usciti dolorosamente delusi. Però, nel libro di Tarcisio Cellini, per il quale scrivo con gusto questa presentazione, c’è qualcosa di più della delusione. Ci sono indignazione e riprovazione per la ribalderia del Renzi, il mancato statista di Rignano. Il fatto è che quel Renzi era il prodotto quasi inevitabile delle trasformazioni della DC e del PCI che l’autore segue con grande attenzione e significativa partecipazione, anche emotiva. Non voglio dire che la strada alla pur resistibile ascesa del fiorentino l’abbiano preparata Moro e Berlinguer, nell’ordine, i due politici, unitamente a Benigno Zaccagnini, preferiti e ammirati dall’autore. Certamente, quella strada era stata lastricata dalle, non so quanto buone, intenzioni di Fassino e Rutelli, di Prodi e Veltroni. Mi rimane la convinzione che neppure adesso si siano resi conto delle loro enormi responsabilità. Fra l’altro, Fassino, Prodi e Veltroni dichiararono il loro voto favorevole al referendum (plebiscito, meglio) costituzionale del 4 dicembre 2016 con il quale l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi mirava soprattutto ad aumentare e consolidare il suo potere politico personale.

Cellini inizia il suo libro facendo riferimento alle grandi culture politiche italiane del passato, ma ne individua soltanto due: cattolicesimo democratico e “socialismo (ex PCI)”. Obietto fortemente. Primo, la cultura politica del PCI non era “socialismo”. Era “marxismo più (o meno) gramscismo”, peraltro il pensiero di Gramsci era ancora poco approfondito in tutte le sue implicazioni. Secondo, in Assemblea costituente ci furono almeno altre tre culture politiche importanti: il socialismo di Lelio Basso più che di Pietro Nenni; il liberalismo di Benedetto Croce e soprattutto di Luigi Einaudi; e l’azionismo rappresentato da personalità autorevolissime da Emilio Lussu a Ugo La Malfa a Riccardo Lombardi fra le quali primeggiò per impegno indefesso e per conoscenze costituzionali Piero Calamandrei. Forse non deliberatamente, ma inconsapevolmente, senza, però, la mia disponibilità a transigere, Cellini finisce per dire che la storia successiva fu in maniera quasi esclusiva confronto/scontro fra DC e PCI. Se fosse stato così, non si capirebbero molte cose a cominciare dal centro-sinistra l’importante fase dell’Italia repubblicana nella quale, grazie in particolar modo ai socialisti e alla loro cultura riformista, si ebbe la unica vera impennata di modernità e di espansione di opportunità per gli italiani.

   L’ammirazione per Moro e Berlinguer può essere anche condivisa, ma da me solo in parte. Infatti, pur riconoscendo ad entrambi la capacità di leggere il corso degli avvenimenti e di elaborare strategie, alla fine il loro bilancio politico non posso considerarlo positivo. No, Moro non avrebbe aperto ad un rapporto di collaborazione con il PCI che sfociasse in una democrazia “compiuta”. No, Berlinguer si dimostrò incapace di trovare una credibile alternativa al fallimento della sua proposta con qualche venatura non propriamente da democrazia avanzata (e compiuta: nessuna alternanza) di compromesso storico. Ė certo che Moro si sarebbe ritratto a fronte delle reazioni della maggioranza della DC. Sono consapevole dei rischi ai quali Berlinguer avrebbe esposto il Partito comunista se si fosse distaccato bruscamente dall’Unione Sovietica, ma i suoi piccoli passi lasciarono il partito in mezzo al guado. Il PCI fu travolto dallo smantellamento del Muro di Berlino che lo svelò privo di una cultura politica effettivamente riformatrice. Dal canto suo, la sinistra democristiana fu sconfitta dalla sua ostinata volontà di mantenere unito un partito nel quale oramai di pensiero innovativo non si trovava nessuna traccia e i conflitti riguardavano solo il potere di governo e le cariche. Alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, la manovre di Andreotti avevano avuto successo anche se al (non troppo) divino Giulio non riuscì di ottenere la carica più alta della Repubblica.

   Non so se e quando avverrà la riscossa dei riformisti. So che allora gli elettori italiani preferirono sperimentare dando il potere di governo ad un impresario televisivo e consentendogli di prosperare nel suo enorme conflitto di interessi, nutrendo l’antipolitica e il populismo. Se il Partito Democratico doveva essere la riscossa non possiamo essere soddisfatti. Gli errori politici sono stati molti, e continuano. La classe dirigente è mediocre e nient’affatto in via di miglioramento che, comunque, non può venire da elezioni primarie mal fatte e spesso manipolate. Di cultura politica non se ne vede neppure un brandello. Eppure, il PD era stato vantato dai fondatori proprio per la sua volontà di mettere insieme le migliori culture politiche del paese, nel 2007 già esauste e scomparse. Nessuno che guardasse alla produzione di cultura politica in Germania, negli USA, in Gran Bretagna, nei paesi scandinavi. Troppi che si beavano della “anomalia” italiana. Pochi che volessero diventare europei consapevoli e attivi. Nella non grande misura in cui Moro si interessò dell’Europa, fu europeista by default, in mancanza di meglio. La gatta da pelare di Berlinguer, l’URSS, era davvero grossa, unghiuta e aggressiva, oggettivamente e logicamente nemica del processo di costruzione di un’Europa politica. Certo, il segretario comunista preferiva stare da questa parte della cortina di ferro (arrugginito), ma, nonostante l’entusiasmo europeista dell’ex-comunista Altiero Spinelli, grande federalista, il PCI rimase un attore irrilevante sui temi europei fino agli anni novanta.

Anche per questo, forse, l’Europa occupa nel resoconto di Cellini spazio limitato. Concludo queste mie considerazioni, da un lato, affermando extra Europam nulla salus. Dall’altro, invitando alla lettura di questo snello e efficace libro. Fa riflettere e imparare, con qualche nostalgia per un futuro migliore.

Gianfranco Pasquino

Bologna, 10 dicembre 2020

Lo zampino di Renzi nel collasso del partito fin troppo contendibile @DomaniGiornale

In principio ci fu l’idea di aggregare il meglio delle culture politiche riformiste del paese: quella, certamente non socialdemocratica, degli ex-comunisti, quella dei cattolico-democratici, degli ambientalisti, di qualche liberale, con la sorprendente e davvero grave esclusione della cultura socialista. Poi, rapidamente, si vide quanto limitato fosse il tasso di riformismo di quelle culture già allora evanescenti cosicché il Partito Democratico affidò la sua identità ad una aspirazione: la vocazione maggioritaria, e a un metodo: le primarie nella affermazione orgogliosa che la leadership doveva essere “contendibile”. Oggi, dopo le sempre corte segreterie di Veltroni, Bersani, Renzi più Renzi e Zingaretti, quattro segretari che pure avevano vinto le primarie e con reggenti Franceschini, Epifani, Martina loro subentrati solo temporaneamente, possiamo dire che la leadership è stata fin troppo contendibile. Dunque, gli aspiranti stregoni messisi all’opera per costruire un partito che non è mai esistito nei sistemi politici europei hanno semplicemente dimostrato la loro inadeguatezza. Inoltre, la verità è che il PD non aveva messo insieme culture politiche trionfanti, ma due ceti politici declinanti e in buona sostanza dotati del potere di mantenersi a galla senza sapere né volere rischiare elaborando idee e proposte.

   Di nessuno dei segretari è possibile effettuare un collegamento con proposte nuove dirompenti. Non vale neppure la pena cercare di ricostruirle quelle non-proposte con l’obiettivo di “dare un senso a questa storia”, l’espressione usata da Bersani nel corso della sua vittoriosa, ma tutto meno che innovativa, cavalcata nelle primarie. Bisognava, bisognerebbe, bisognerà delineare una storia nuova. Al momento non ce ne sono neppure i presupposti minimi. Si chiamino pure pudicamente “sensibilità” o “anime”, le aggregazioni personalistiche ovvero intorno ad un leader, rigorosamente uomo, che si formano e si riproducono nel partito, non sono neanche vere correnti. Troppo spesso le donne si agganciano alla leadership di un uomo e lì rimangono per ottenere cariche e promozioni. Le polemiche da loro montate perché fra i tre ministri spettanti al PD non c’era neppure una donna (mi) sono apparse del tutto pretestuose e comunque del tutto prive di contenuti effettivamente politici.

   Se un partito non sa, non riesce e non si cura di produrre idee politiche, di confrontarle, di aggiornarle, inevitabilmente il discorso si sposta sulle cariche, che, per qualcuno/a possono anche essere, con cedimento populista, chiamate poltrone. Senza fare politica sul territorio, questa volta il politichese appare appropriato, le poltrone inevitabilmente diminuiscono di quantità e di numero. Dove ci sono poche idee e nessun dibattito, gli “idealisti” se ne vanno e rimangono gli arrivisti/carrieristi. Costoro non daranno (non sanno/non vogliono) nessun contributo alla crescita culturale del partito. I loro obiettivi sono altri e, se dimostrano fedeltà al leader di turno, riusciranno a passare da una carica ad un’altra, persino a prescindere dagli impegni presi con il loro elettorato.

   Nonostante le loro grandi maggioranze, i vari segretari del PD non hanno mai davvero, dopo una luna di miele, acquisito il pieno controllo e sostegno del partito. Forse il segretario più forte da questo punto di vista è stato Matteo Renzi, ma il suo stile di leadership ha provocato molte tensioni e conflitti sicuramente deleteri anche perché orientati più al rafforzamento quasi plebiscitario della sua leadership piuttosto che al rafforzamento del partito e al perseguimento coerente di una politica riformista mai compiutamente delineata (e probabilmente non nelle sue corde).

   Renzi non si lasciò sfuggire l’opportunità di designare la maggioranza dei componenti dei due gruppi parlamentari. Ne è conseguito che, vincendo le primarie, il segretario Zingaretti ha ottenuto la maggioranza negli organismi dirigenti del partito: Assemblea Nazionale e Direzione. Però, non soltanto la maggioranza dei componenti dei gruppi parlamentari di Camera e Senato sono stati nominati da Renzi, ma i due capigruppo hanno un recentissimo passato di strettissimi collaboratori di Renzi. Non desidero formulare nessuna ipotesi, ma penso che sia corretto concludere temporaneamente che, da un lato, è in corso un tentativo ad opera di Italia Viva e del suo capo di scompaginare sia il Partito Democratico sia il Movimento 5 Stelle, dall’altro, con le sue dimissioni Zingaretti potrebbe avere deciso di mettere fine all’esperienza del PD per procedere alla costruzione di un partito diverso, migliore. È un’operazione difficile, ma possibile. Se qualcuno ha davvero pensato che con il governo Draghi la politica si sarebbe ristrutturata, la decisione di Zingaretti potrebbe rivelarsi il primo importante passo in quella direzione.   

Pubblicato il 5 marzo 2021 su Domani

Pasquino: «Conte? Un signore, Mattarella poteva dargli un’altra chance» #intervista #Ventuno

Intervista raccolta da Ruggero Tantulli

«Giuseppe Conte è stato sostituito malamente. Il suo governo poteva continuare». A dirlo è il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino, che risponde al telefono alle domande di Ventuno. Il governo Draghi, secondo il professore torinese, «non è il governo dei migliori». E soprattutto non deriva «affatto da una crisi della politica», ma da un «comportamento ricattatorio e irresponsabile di Matteo Renzi». Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella era davvero obbligato a chiamare “Supermario” Draghi, come acriticamente riportato su gran parte dei media? No: avrebbe potuto dare «un’altra chance a Conte».

Professore, è nato il governo Draghi. Qual è il suo giudizio?

«La composizione del governo rispecchia i rapporti di forza dei partiti in questo Parlamento. Sì, è il manuale Cencelli ma esiste in tutte le democrazie parlamentari. I governi si fanno comunque così. Per quanto riguarda i ministri c’è una notevole continuità e penso vedremo anche molti sottosegretari e viceministri che faranno la loro ricomparsa. I tecnici, poi, sono “i migliori”, come si dice con esagerazione? No. Bisogna intendersi sul significato di “migliori” in politica: spesso sono quelli che ottengono più voti o che fanno scelte sagge nei momenti eccezionali. Ci sono certamente buoni ministri: stimo Patrizio Bianchi, Enrico Giovannini e Roberto Speranza».

Rispetto al Conte-2, possiamo dire che c’è stato uno spostamento verso destra?

«No, direi verso il centro. Perché la Lega è stata costretta a capire che bisogna seguire le linee portanti della Ue. Quindi è un successo del sistema europeo nel suo insieme. C’è una conversione opportunista verso il centro di Salvini. Però la conversione vera è quella di Giorgetti».

Giuseppe Conte è uscito da Palazzo Chigi tra gli applausi dei dipendenti e le ovazioni da via del Corso. Cosa vuol dire?

«I sondaggi, che lo davano sopra il 50%, non mentivano. Conte come persona è un signore e si è dimostrato tale anche uscendo da Palazzo Chigi. Io sono d’accordo con chi lo applaudiva e mi auguro recuperi un ruolo politico. Ma voglio aggiungere una cosa: per me è stato sostituito malamente perché quel governo poteva continuare».

Ecco. Nel dibattito pubblico spesso si sente dire che per il presidente della Repubblica chiamare Mario Draghi fosse l’unica scelta possibile. È davvero così?

«La metto in maniera ipotetica. Quando Fico (dopo il mandato esplorativo, ndr) ha riferito che i partiti non erano in grado di convergere su qualcosa, Mattarella aveva due strade: o dire lui cosa fare o prendere atto che Conte aveva ottenuto la fiducia, abbondante alla Camera e risicatissima al Senato, dicendogli di andare avanti. E avvertendolo che, in caso di sconfitta su un disegno di legge come quello sulla riforma della giustizia, allora gli avrebbe chiesto di dimettersi. Poteva dargli un’altra chance. Evidentemente ha ricevuto pressioni da qualcuno oppure non voleva rischiare di rimandare Conte in Parlamento e di ritrovarselo pochi giorni dopo sconfitto in un voto importante».

Visto che ha parlato di “pressioni”: si sente spesso dire, come presupposto incontestabile, che la crisi nasce da una crisi politica di sistema. Non è però nata dalla scelta di un partito che forse si è mosso sulla base anche di altri interessi, come quelli di gruppi di potere?

«La crisi si è aperta per un comportamento ricattatorio e irresponsabile di Renzi e di Italia Viva. Non c’era alcun bisogno di aprirla. Evidentemente Renzi voleva far valere qualcosa contro Conte. Certamente non era solo: i giornali da mesi conducevano una campagna contro Conte, direi da giugno (“È pronto Draghi”, “Poi arriva Draghi” etc.), per ragioni che mi sfuggono. Una parte dei giornali non vuole il M5s: in particolare il Corriere della sera e in una certa misura anche la Repubblica. Loro hanno creato le premesse. Un leader ricattatorio ha avuto un colpo di fortuna e adesso sostiene di aver scelto lui Draghi. Una frase francamente eccessiva. Sostiene anche di aver fatto lui questo governo: nel 2018 poteva fare un governo

con il M5s da segretario del Pd ma buttò il partito all’opposizione senza neanche convocare gli organismi dirigenti. Sento dire che sarebbe un genio della politica: dissento fortemente. La politica, comunque, non è affatto fallita. E nemmeno il sistema. La democrazia parlamentare è sufficientemente flessibile da accomodare diversi tipi di governo e sapersi adattare. Quindi non siamo affatto di fronte a una crisi di sistema, lo rifiuto nella maniera più totale. La Costituzione ha tutte le risposte da dare anche in queste situazioni. Mattarella infatti, anche se secondo me con qualche leggera forzatura, ha utilizzato la Costituzione. Dopodiché sono convinto che ci sia stato un lungo dialogo tra Mattarella e Draghi per scegliere i ministri, perché sono altrettanto convinto che Draghi non conosca bene la politica italiana e i partiti italiani».

Renzi ha portato Lega e Fi al governo. Non un gran risultato, visto da sinistra…

«Renzi non sta guardando da sinistra ma dal centro. Solo che è inchiodato al 2,8% e se si fa una legge elettorale con soglia di sbarramento non entra più. Ma sono sicuro che tratterà per un seggio sicuro per sé e per Maria Elena Boschi».

La “congiura” di Renzi è arrivata proprio quando bisogna pianificare l’investimento dei 209 miliardi ottenuti da Conte con il Recovery Fund. Non è un tempismo sospetto?

«Qui mi chiede dietrologie e su questo non sono particolarmente bravo. Conte sicuramente sapeva in quale direzione andare per usare quei fondi. Credo che lo sappia anche Draghi e che non cederebbe a pressioni. Credo che Renzi non riuscirà a influenzare le scelte di Draghi».

Draghi è stato osannato dalla quasi totalità dei media. Non è stato eccessivo? Inoltre, il parlare di “governo dei migliori” non nasconde una concezione aristocratica della politica volta quasi a svilire la portata della democrazia?  

«Chi vuole il governo dei migliori non opera all’interno delle regole della democrazia: il governo è fatto da coloro che sono riusciti ad avere il maggior numero di seggi in Parlamento. Qualche volta sono migliori dei loro cittadini, qualche volta no. Conosco qualche esempio di governo dei migliori: l’amministrazione di John Kennedy(Usa, 1961-1963, ndr), alcuni governi di De Gaulle, il primo governo laburista (1945-1951). Questo non è il governo dei migliori. Anche se devo dire che in questo Paese non ho mai visto un governo dei migliori».

Ma a proposito di democrazia, lasciare solo un partito all’opposizione è normale o è un’anomalia?

«I partiti decidono se andare al governo o all’opposizione. Giorgia Meloni ha giustificato in maniera condivisibile la sua scelta. Io naturalmente preferisco un sistema dove c’è una vera opposizione che si candida come alternativa al governo.  Ma sono molto rari i sistemi bipolari eh! In Europa, contrariamente a quanto si pensa, l’alternanza vera è una merce rarissima (dopo l’intervista, anche Sinistra italiana ha comunicato la decisione di non votare la fiducia al governo Draghi, come sostenuto dal segretario Nicola Fratoianni, ndr)».

Il M5s è stato criticato per aver consultato i propri iscritti. E soprattutto per come è stato scritto il quesito, contestato anche al suo interno. Che ne pensa?

«Io preferisco 77mila persone che votano su Rousseau al metodo decisionale di una o poche persone».

Come valuta questa mutazione definitiva del M5s, che ha comportato una spaccatura netta tra l’ala governista e quella di opposizione?

«Credo sia errato dire che ci siano un’ala governista e una di opposizione. Per me ci sono quelli che hanno imparato che se vuoi cambiare le cose devi stare al governo e far passare le tue idee e quelli che si beano di stare all’opposizione e testimoniare».

Pensa che ci sarà una scissione o che i ribelli proveranno a riprendersi il Movimento?

«Se fanno una scissione si suicidano. Mi auguro rimangano nel M5s e in Parlamento combattendo le loro battaglie, anche sugli emendamenti. In politica stare in disparte è un errore».

Il governo Draghi è stato criticato per la scarsa presenza femminile e per aver depotenziato il ruolo del Sud. Che ne pensa?

«La scelta delle donne dipende dai partiti. Sul Sud, da torinese mi sembra che Draghi sia romano: quindi il Sud è ben rappresentato».

Legge elettorale. Ai cittadini suona come un tema inutile ma in realtà non è così. Riuscirà questo Parlamento a farla, soprattutto dopo la riforma costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari?

«La convinzione secondo la quale ai cittadini non interessa la legge elettorale è sbagliata. E se fosse giusta sarebbe colpa dei politici che devono dire ai cittadini che è importante! Prima i partiti iniziano questa opera pedagogica fondamentale, meglio sarà. Rosato (da cui il Rosatellum, ndr) può dire quello che vuole ma la legge elettorale è pessima. Alcune cose non dovrebbero esserci mai: la possibilità di pluricandidature è assolutamente scandalosa. Sono contrario poi ai candidati paracadutati. Credo che dovrebbero esserci un voto di preferenza vero e la possibilità di un voto disgiunto. Dopodiché se si vuole una buona rappresentanza politica la soluzione è il sistema elettorale tedesco: si chiama proporzionale personalizzato. Se si vuole un buon maggioritario, invece, si può seguire il modello francese. Il criterio principe per valutare le leggi elettorali è: quanto potere hanno gli elettori? Con la legge Rosato gli elettori hanno pochissimo potere. Con il Porcellum di Calderoli ne avevano ancora meno. Con il Mattarellum invece ne avevano. Se non si vuole imitare un modello estero, basta adattare la legge Mattarella con un paio di ritocchi».

Che futuro vede per Conte?

«L’ho visto accompagnato da una bella signora bionda. Lo vedo in vacanza per una settimana, fuori da questa gabbia dove ci si scambia colpi di pugnale. Conte ha dimostrato di avere delle capacità, è cresciuto nella sua carica e secondo me ha fatto bene. Fare politica è una scelta di vita, non so se lo voglia. Potrebbe avere una carriera europea o un futuro anche in questo governo. Ma non gli suggerirei di fare un partito. Comunque do una valutazione positiva di Conte. Il suo futuro è in parte nelle sue mani».

Pubblicato il 15 febbraio 2021 su Ventuno