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L’opposizione non basta

Come un pugile ancora suonato dalla potente botta elettorale che lo ha portato al punto più basso di sempre del suo consenso elettorale, il Partito Democratico barcolla, esita, pensa di trovare rifugio nell’angolo. Ma, per rimanere in metafora, i secondi gli danno consigli contraddittori. Qualcuno voleva gettare la spugna nel corso dell’elezione dei Presidenti delle Camere votando sempre scheda bianca. Poi, inopinatamente e senza nessuna possibilità di influenzare l’esito, a quel punto già deciso, sono state avanzate due deboli candidature di bandiera. La strategia di rimanere sdegnosamente e pregiudizialmente all’opposizione, lanciata dall’ex-segretario Renzi, e da lui, subito contraddetta con la richiesta della presidenza di due commissioni parlamentari per suoi strettissimi collaboratori, ottiene consensi a parole, ma non sembra essere condivisa da tutti nei gruppi parlamentari del PD. Comunque, solo una volta formata la coalizione di governo, che potrebbe anche essere un governo di minoranza, si saprà chi è all’opposizione e potrà rivendicare la presidenza delle Commissioni dette di controllo. Con qualche unità d’intenti e con qualche proposta specifica, il Partito Democratico potrebbe addirittura sfruttare il suo peso parlamentare per decidere quale coalizione di governo si formerà. I suoi voti sono indispensabili sia per il centro-destra sia per il Movimento 5 Stelle.

In altri tempi, quando le sinistre perdevano le elezioni, come è capitato molto spesso, dopo qualche ipocrita lamentazione, i suoi dirigenti, che avevano comunque mantenuto il posto in parlamento, la poltrona, continuavano come se niente fosse (stato). Chi ci rimetteva davvero erano i ceti popolari, disagiati la cui condizione non sarebbe certo migliorata con qualsiasi governo di centro-destra. Adesso sappiamo da molte credibili ricerche che l’elettorato del PD e di Liberi/eUguali è maggioritariamente composto da persone benestanti che non hanno praticamente nulla o quasi da perdere da nessuno dei governi che si prospettano. A questo punto, non si tratta più soltanto di proteggere i ceti popolari, che non l’hanno votato, anche se, qualora il PD non riuscisse più a raggiungerli, le sue sconfitte elettorali si moltiplicherebbero. Si tratterebbe di svolgere molto concretamente il compito dell’opposizione parlamentare che significa non soltanto andare puntigliosamente a vedere le carte di chi governa, ma controllare sistematicamente tutte le attività dei governanti , contrastando in maniera argomentata quelle inaccettabili, articolando le domande sociali che il governo trascuri e avanzando controproposte fattibili.

Non basterà, dunque, che l’Assemblea del PD convocata per metà aprile decida con spiegazioni convincenti di stare all’opposizione. Sarà imperativo che chiarisca le modalità con le quali definisce il compito della sua opposizione indicando gli obiettivi che vuole perseguire. Tutto questo s’incrocia con l’assoluta necessità per il partito come struttura e come comunità di analizzare quello che è successo negli anni di Renzi, riflettendo sull’assenza di una cultura politica effettivamente riformista, della quale il PD è carente fin dalla sua nascita, assolutamente indispensabile per rifondare e rilanciare l’azione di un partito di centro-sinistra. “Rottamati”, di conseguenza, dovranno essere tutti/e coloro che non si ritrovino nella nuova cultura politica e che non mostrino nessuna capacità di rinnovamento. Un’opposizione del PD, fatta per incapacità di meglio definire il ruolo del partito, non condivisa, già se ne vedono le avvisaglie, non attrezzata, priva di una cultura politica, non va da nessuna parte. Peggio, rischia di acuire rapidamente in alcuni settori dell’elettorato il desiderio di trovare una migliore rappresentanza politica per le sue preferenze e per i suoi interessi, spingendo verso la ricerca di alternative una delle quali è già il Movimento 5 Stelle.

Pubblicato AGL il 27 marzo 2017

In memoriam: Partito Democratico (2007-2018)

Da una fusione a freddo fra spezzoni di classe politica che avevano perso qualsiasi cultura nacque, con endorsement di Romano Prodi, un partito che dopo dieci anni è giunto alla sua più bassa percentuale di sempre nonostante un altro endorsement. Nessuna analisi del voto, nessuna autocritica, nessun riflessione sulla necessità di elaborare una cultura politica, meglio mettersi all’opposizione di tutti i critici. Il PD degli attuali dirigenti costituisce l’ostacolo principale alla (ri)costruzione di una sinistra plurale.

Questa è Democrazia. Non sono giorni persi

Difficile dire quanto l’opinione pubblica italiana sia preoccupata per la formazione del prossimo governo. Sicuramente molto preoccupati sono alcuni capi di governo europei, a cominciare da Angela Merkel e Emmanuel Macron, e nella Commissione Europea, il Presidente Jean-Claude Juncker e il Commissario all’Economia Pierre Moscovici. Sono un po’ tutti caduti in una trappola. Come molti commentatori anche italiani, considerano “populismo” tutto quello che non piace loro e hanno appiccicato l’etichetta sia al Movimento 5 Stelle sia alla Lega. Innegabilmente “vincitori” delle elezioni, hanno, seppure in maniera differenziata, delle strisce di populismo, ma nel primo la carica anti-establishment e nel secondo il “sovranismo” prevalgono nettamente sul populismo tant’è vero che entrambi stanno facendo la loro parte non contro le istituzioni, ma dentro e attraverso le istituzioni. Finora non è stato tempo perso, come qualche terribile censore della politica italiana vorrebbe fare credere. La ventina di giorni che separa il voto del 4 marzo dall’inaugurazione del nuovo Parlamento il 23 marzo è utilmente servita a svolgere in maniera positiva alcuni compiti importanti: consentire l’analisi del voto, fare circolare sia dentro sia fuori i partiti le valutazioni, sondare le preferenze. lanciare proposte.

Al netto delle inevitabili affermazioni propagandistiche, di alcuni silenzi, come quello, rattristato e deluso, di Berlusconi, e di alcune reazioni stizzite innervosite, come quella di Renzi e dei suoi declinanti sostenitori, questi giorni hanno contribuito a un processo di apprendimento collettivo. Dopo avere detto dall’alto del loro straordinario risultato elettorale, 32,8 per cento, che tutti avrebbero dovuto andare a parlare con loro, le 5 Stelle hanno capito che l’iniziativa la debbono prendere loro chiarendo che cosa davvero vogliono fare e con chi. Hanno persino annunciato che i Presidenti delle Camere debbono essere figure di garanzia che sappiano fare funzionare al meglio il Parlamento e che, pertanto, la loro elezione non prefigura la maggioranza che andrà al governo. Inopinatamente messo all’opposizione, non dai suoi elettori, i quali ovviamente avrebbero voluto tutt’altro, ma dal suo segretario dimissionario, il Partito Democratico sta lentamente scendendo dall’Aventino, da un’inutile e sterile posizione pregiudiziale. Sembra che una parte considerevole dei dirigenti democratici abbiano capito che il loro partito può essere indispensabile alla formazione di una maggioranza di governo. Prima è opportuno ascoltare che cosa proporranno gli altri, a cominciare da Di Maio. Forme e modi di eventuali coalizioni verranno dopo. Sappiamo che grande è la varietà di governi concepibili, lasciando da parte quello il cui scopo sia la sola riscrittura della pessima legge elettorale Rosato, e nel passato già concepiti e attuati. Il leader della Lega, Matteo Salvini, pur inorgoglito dal sorpasso su Berlusconi, anche grazie alla nettezza delle sue posizioni su immigrazione, sicurezza, anti-europeismo, mostra un “volto” nazionale, ma appare leggermente innervosito. Non c’è vittoria senza capacità di attrarre altri parlamentari e gliene mancano almeno una cinquantina, per formare una coalizione maggioritaria.

Quanto al decisore ultimo, vale a dire il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, invece di scrutarne le intenzioni, compito al quale si dedicano con ardore i cosiddetti retroscenisti, è meglio considerarne le esternazioni e ricordarne i poteri. Fin da subito Mattarella ha per ben due volte richiamato tutti i protagonisti al senso di responsabilità cosicché partiti e leader hanno appreso di avere grande responsabilità non soltanto nei confronti dei loro elettori, ma anche del paese. Il Presidente, che è “il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale” (art. 87 della Costituzione), ha più volte fatto variamente conoscere sia la sua contrarietà a nuove ravvicinate elezioni sia la sua intenzione di varare un governo politico. Eletti i Presidenti delle Camere, da queste due premesse si partirà senza perdere tempo.

Pubblicato AGL il 19 marzo 2018

The Disappearance of Political Cultures in Italy @sesp_j South European Society and Politics

Is there any future for new political cultures in the Italian political system?
Read “The Disappearance of Political Cultures in Italy”
By Gianfranco Pasquino

Abstract
Following the collapse of the Italian party system in 1994, post-war Italian political cultures have all but exhausted themselves, if not disappeared completely. First, the Ulivo (Olive Tree) in 1996–1998, then, the Partito Democratico in 2007–2008, attempted without much conviction to formulate a new political culture combining several traditions and heritages. This article will explore how and why the PD failed in its attempts. It will also look at the status of other political cultures, especially the federalist and the liberal, supposedly relaunched by Berlusconi in 1994. It will conclude with some reflections on the appearance of personalist parties and leaders’ narratives and provide an assessment of the present situation with specific reference to the attempt by the PD leader, Matteo Renzi, to give birth to a so-called ‘Partito della Nazione’. Is there any future for new political cultures in the Italian political system? Will the Italian party system ever be revived?

 

Perchè stare a guardare è roba da irresponsabili

La Direzione del Partito Democratico aveva un sacco bello di domande politicamente rilevanti alle quali rispondere. Ha deciso, quasi all’unanimità, sette astenuti soltanto, di evaderle. Però, è riuscita, nuovamente quasi all’unanimità, a rispondere a una domanda che nessuno ha ancora fatto. In assenza del segretario Renzi che, per correttezza politica, avrebbe dovuto presentare le sue dimissioni al più importante organismo del suo partito, spiegando perché erano necessarie e doverose, la Direzione le ha accettate senza batter ciglio. L’accettazione è stata sanzionata da un inutile tweet di Gentiloni che ha lodato “lo stile e la coerenza politica” di Renzi, facendo finta di non avere letto l’intervista di Renzi al “Corriere della Sera” nella quale figuravano in maniera prominente le critiche al Presidente del Consiglio, il cui governo non avrebbe neppure dovuto nascere dopo la batosta referendaria, e al Presidente della Repubblica.

In altri tempi in altri partiti, dopo una pesante sconfitta elettorale, due milioni e mezzo di voti persi dal 2013 al 2018, più di sette milioni se Renzi continua a intestarsi il perdente bottino del “sì” al referendum costituzionale del dicembre 2016, la Direzione si sarebbe chiesta dove sono finiti quei voti, se si poteva/doveva fare una campagna elettorale meno personalizzata, se, invece, di parlare di squadra a due punte, in realtà relegando Gentiloni al ruolo di “spalla”, non fosse stato preferibile valorizzare quanto fatto dal governo. Avrebbe cercato di capire che tipo di partito è diventato il PD: forte nelle città medio-grandi debolissimo nei comuni relativamente piccoli; molto votato dalle fasce medio-alte per reddito e istruzione, abbandonato dai settori popolari; evanescente fra gli elettori al di sotto dei 40 anni, presente in maniera cospicua fra gli ultrasessantenni. Il vice-segretario Martina ha accuratamente evitato di discutere di tutto questo che implicherebbe anche una critica severa a un partito divenuto personalista e una ricerca vera di un modello di partito diverso, con qualche radicamento territoriale. Che siano state le candidature paracadutate almeno in parte responsabili dell’emorragia di voti? No, la Direzione di questo tema mondano non si è occupata anche perché avrebbe portato con sé una qualche riflessione sulle modalità di scelta delle candidature e quindi sulla responsabilità non solo del segretario dimissionario, ma anche dei suoi collaboratori, tutti rieletti, seduti nelle prime fila. Nulla dirò sulla legge Rosato per non sentire come replica un sospiro e il lamento: “ah, avessimo avuto l’Italicum…” che non discuto in quanto ad esito, quasi sicuramente non favorevole al PD, ma in quanto alla qualità: cattiva legge elettorale. La Direzione non si è neanche interrogata sui più che mediocri risultati delle piccole liste coalizzate: Civica Popolare del ministro Lorenzin, Insieme dei prodiani, +Europa di Emma Bonino.

Lasciate inevase le domande politiche che segneranno comunque i problemi che il PD in quanto partito dovrà affrontare per non scomparire, la Direzione ha dato una risposta secca e sommaria ad una domanda che non è ancora stata rivolta agli organi statutari: “staremo all’opposizione”. A prescindere momentaneamente da qualsiasi altra considerazione, il verbo è sbagliato. Poiché attualmente il PD è al governo con Gentiloni e con un pacchetto di ministri importanti, il verbo giusto è “andremo” all’opposizione. La giustificazione di questo comportamento a futura memoria è semplicemente stupida: gli elettori ci hanno mandato all’opposizione. Sicuramente, non sono stati gli elettori che hanno votato Partito Democratico a mandarlo all’opposizione. Anzi, votandolo speravano riuscisse a rimanere al governo. È tuttora probabile che gli elettori del PD desiderino che il partito protegga e promuova le loro preferenze, i loro interessi, addirittura i loro ideali con impegno, con “umiltà e coesione politica” (seconda parte del tweet di Gentiloni che, evidentemente, sta già sognando un altro partito .

In una democrazia parlamentare multipartitica chiamarsi pregiudizialmente fuori dalle procedure, consultazioni e confronti programmatici, che conducono alla formazione di un governo, rifiutare il proprio apporto, annunciare un’opposizione preconcetta è un atteggiamento che ho definito “eversivo”. Nel frattempo, già più di una volta, il Presidente Mattarella ha richiamato tutti al senso di responsabilità. Esiste una responsabilità nei confronti dei propri elettori, ma c’è anche una responsabilità superiore, quella nei confronti della democrazia parlamentare: responsabilità nazionale. Chi si rifiuta di contribuire alla soluzione del rebus prodotto dai partiti e dai loro dirigenti agevolati da una pessima legge elettorale che ha dato loro troppo potere a scapito di quello degli elettori è irresponsabile. Se rende impossibile qualsiasi soluzione il suo comportamento merita di essere definito eversivo.

Pubblicato il 14 marzo 2018

Sì a proposte senza più preconcetti #direzionePd

Le premesse della riunione della Direzione del Partito Democratico di oggi non sembrano buone. Sarebbe stato opportuno che Renzi presentasse di persona le sue dimissioni ai componenti della Direzione spiegando perché sono andati perduti 2 milioni e mezzo di voti dal 2013 ad oggi, chiarendo anche quali sono i motivi per i quali il PD dovrebbe andare e rimanere all’opposizione. Invece, la lettera di dimissioni sarà letta dal Presidente del partito, Matteo Orfini e la relazione la farà il vicesegretario Martina. I problemi aperti, a cominciare dai numeri della sconfitta logica conseguenza dei comportamenti del segretario e dei suoi troppo ossequienti collaboratori, meritano una discussione approfondita e senza reticenze. La Direzione dovrebbe chiedersi perché il partito non ha saputo sfruttare al meglio gli esiti positivi, ancorché migliorabili, conseguiti dal governo Gentiloni. Sarà stata l’ambiguità della formula a “due punte”, troppo spesso utilizzata dal sovraesposto segretario e che a molti ha probabilmente segnalato la volontà di Renzi di tornare a Palazzo Chigi? Anche se l’esito elettorale della lista Liberi e Uguali è stato assolutamente deludente, chiunque voglia guidare un partito di centro-sinistra deve sapere prevenire scissioni sulla sua sinistra. Un bravo segretario tiene all’unità del suo partito, accetta il dissenso interno, vi si confronta, non lo schiaccia, anzi, mira a valorizzarlo. Comunque, qualsiasi rilancio del Partito Democratico passa attraverso il recupero sicuramente degli elettori, probabilmente anche di molti dirigenti di Liberi e Uguali. Una qualche sperimentazione di accordi potrebbe già cominciare sulla valutazione delle proposte programmatiche del Movimento Cinque Stelle per una molto eventuale formazione del prossimo governo. La Direzione non dovrebbe partire da una posizione preconcetta “stare [più precisamente “andare”, poiché il governo Gentiloni è tuttora costituzionalmente in carica] all’opposizione”. Un partito che dalla segreteria di Veltroni (2007) in poi si definisce “a vocazione maggioritaria” viola uno dei suoi precetti fondanti se si colloca pregiudizialmente fuori del gioco di formazione del governo. Potrebbe essere chiamato ad un atto di grande responsabilità politica nei confronti del paese che ha bisogno di un governo (relativamente, sic) stabile, effettivamente operativo. La Direzione dovrebbe evitare di disperdere il suo tempo a discutere delle date e delle modalità per l’elezione del prossimo segretario a scapito dei più importanti temi politici. Sono giuste le ambizioni personali, persino benvenute, se accompagnate da elaborazioni relative a che tipo di partito dovrà diventare il Partito Democratico e di quale cultura politica dovrà dotarsi. Con Renzi non c’è praticamente stata nessuna attenzione alle strutture del Partito che dovessero sostenerne le politiche, creare e mantenere rapporti e legami con l’elettorato, divulgare quanto fatto e, eventualmente, cambiare linea. Una riflessione autocritica dei molti che hanno assecondato Renzi nella trascuratezza dell’organizzazione del partito è assolutamente raccomandabile. All’inizio del 2017 le minoranze interne del PD, compresi i due candidati alternativi a Renzi alla segreteria del partito, vale a dire Orlando e Emiliano, chiesero una conferenza programmatica, che è un modo per discutere non soltanto le politiche, ma anche il veicolo grazie al quale farle camminare. Quella conferenza appare oggi ancora più necessaria, forse prioritaria. Infine, c’è il problema dei problemi vale a dire come dotare il Partito Democratico di una cultura politica convintamente e efficacemente riformista. Criticando i “professoroni”, Renzi e la sua più stretta collaboratrice mandavano anche il messaggio che della fusione del meglio delle culture riformiste italiane a loro non importava nulla. Però, senza una cultura politica riformista (che si traduce anche nel migliorare le proposte di altri) il Partito Democratico non soltanto è destinato a continuare a perdere voti, ma perderà il senso della sua stessa esistenza.

Pubblicato AGL il 12 marzo 2018

ALDO GRASSO, IL DIVERSIVO #comeunmanipolatorequalunque @Corriere

Nel suo Padiglione Italia (Corriere della Sera 11 marzo 2018) Aldo Grasso mi maltratta e mi manipola (non ho mai usato la parola “terroristi” per il PD e per Renzi). Pensavo che, data la comune “fede granata”, avrei avuto un trattamento di favore (ma, Grasso sarà mica diventato juventino?). Il mio tweet, che ha ricevuto consensi e critiche è chiaro.

Contati i voti, poiché nelle democrazie parlamentari, come quella italiana, i governi si fanno in parlamento, tutti, a cominciare dai capi di partito, vanno a vedere i programmi. Chi si nega al confronto imponendo a priori ai parlamentari da lui nominati di non parteciparvi compie un atto sicuramente eversivo delle regole, delle procedure, del funzionamento della democrazia parlamentare (in maniera non dissimile da quanto fece il M5S all’inizio della scorsa legislatura).

Non ho mai scritto che, come recita il titolo davvero manipolatorio di Padiglione Italia, “Stare all’opposizione è eversivo”. Ritengo che sbaglino i dirigenti del PD e il loro ex-segretario quando sostengono che “gli elettori ci hanno voluto all’opposizione”. Gli elettori degli altri partiti ovviamente sì; con tutta probabilità coloro che hanno votato PD avrebbero voluto che il loro partito mantenesse/riassumesse la guida del governo. Mi avventuro a sostenere che molti di quegli elettori ritengono utile e importante che il PD (con il suo prossimo segretario) faccia valere le sue proposte sia in sede di negoziato per formare un governo, atto di responsabilità nei confronti del paese prima ancora che dei suoi elettori, sia, eventualmente, dall’opposizione.

La sgradevole chiusa di Grasso tenta di essere offensiva accomunandomi ad “un D’Alema qualunque”. Ho stima di D’Alema, che non è certamente un “politico qualunque”, e sono convinto che lui la ricambi. Né lui né il sottoscritto parleremo di “un Grasso qualunque”. È proprio questo Aldo Grasso a sembrarci superficiale e diversivo.

 

Le dimissioni sospese e il ricatto

Nelle democrazie parlamentari si contano i seggi in Parlamento. Si valutano le convergenze programmatiche, si mette insieme una maggioranza in grado di durare e di fare e s’individua la personalità giusta per guidarla. I gruppi parlamentari hanno, tutti, nessuno escluso, il compito di rappresentare almeno i loro elettori e, nella misura in cui lo desiderano e lo sanno fare, di rappresentare la nazione. Chiamarsi fuori, per di più preventivamente, è un sicuro atto di codardia politica, in qualche caso anche di arroganza egoistica. Le dimissioni annunciate, ma non date, da Renzi configurano esattamente la fattispecie della sua rinuncia trasferita anche sul suo, non sappiamo ancora per quanto, partito a “concorrere a determinare la politica nazionale” (sono le parole dell’art. 49 della Costituzione).

Dopo una sconfitta politica, è dissennato pensare che il PD potrà contare e meno che “governare” dall’opposizione. Non ci riuscirono i comunisti, molto più compatti e disciplinati e molto meglio preparati dei parlamentari del Partito Democratico. Renzi ha annunciato di volere rimanere in carica non per dare un contributo, per lui sicuramente quasi impossibile, alla ricostruzione del partito, al quale non ha mai, in verità, dato significativa attenzione, ma per impedire qualsiasi partecipazione dei gruppi parlamentari del PD alla formazione di una maggioranza di governo. Tenendo conto di tutte le differenze, che sono grandi, fra i due casi: Renzi non è Schulz, Luigi Di Maio non è Angela Merkel, il PD non è minimamente la SPD e il Movimento Cinque Stelle non è la CDU/CSU, anche se ha ottenuto un consenso elettorale comparabile, preso atto che nel Bundestag non c’era maggioranza operativa diversa da quella della (un po’ meno) Grande Coalizione, socialdemocratici e democristiani hanno negoziato tutti i punti programmatici e, in parte, persino, tanto inevitabilmente quanto correttamente, le cariche, vale a dire i Ministri responsabili di tradurre quei punti in politiche pubbliche. Poi gli iscritti alla SPD sono stati chiamati a decidere. Nessuno dei socialdemocratici si oppose ai negoziati. Un terzo degli iscritti ha poi espresso un voto negativo finendo, però, accettare disciplinatamente la sconfitta e, poi, collaborare affinché la Grande Coalizione governi la Germania nel miglior modo possibile.

Con le sue dimissioni a futura memoria Renzi sta praticamente ricattando il suo partito. Si mette di traverso persino al tentativo di aprire un negoziato, di andare a vedere le carte degli altri, in questo caso delle Cinque Stelle che sono quelli che hanno le carte in mano e le daranno. Per dirla con le sue metafore, Renzi agisce come quei bambini che, avendo perso, non vogliono giocare più e scappano portando via il pallone. Renzi ha perso alla grande, ma il pallone non è suo. Decideranno i parlamentari del PD se continuare a giocare oppure no. Potrebbero decidere di andare a vedere le carte, di negoziare i punti programmatici, di portare l’esito agli iscritti. Nutro una notevole perplessità su una consultazione aperta, molto impropriamente definibile come primaria, poiché credo che debbano assolutamente essere gli iscritti a decidere i comportamenti e il futuro del “loro” partito. Come Renzi lo ha preannunciato, il suo comportamento si configura, da un lato, come integralmente partitocratico: il segretario del partito detta e impone la linea ai gruppi parlamentari. Dall’altro lato, è deprecabilmente antiparlamentare negando qualsiasi autonomia di discussione, di valutazione, di decisione a deputati e senatori eletti dal popolo (questa è la parola giusta). Vero è che, a causa della legge Rosato, quegli eletti li ha praticamente scelti tutti lui, ma, una volta entrati in parlamento, tutti loro hanno il dovere costituzionale di rappresentare la nazione e di farlo “senza vincolo di mandato”. Qualsiasi altro comportamento, a partire dal ricatto delle dimissioni a orologeria, è nocivo al parlamento, all’Italia e allo stesso PD.

Pubblicato AGL  il 7 marzo 2018

Entrevista #ElMundo “Matteo Salvini y los nacionalistas catalanes se parecen”

Entrevista de IRENE HDEZ. VELASCO Enviada especial Roma

El politólogo y ex senador de centro izquierda opina que “el voto de protesta está justificado y es muy comprensible”

Las elecciones en Italia dan la victoria al Movimiento 5 Estrellas y siembran la incertidumbre y confusión

Fue alumno del respetadísimo Norberto Bobbio, discípulo del gran Giovanni Sartori. Y, ahora, él mismo está considerado como el politólogo más prestigioso de Italia. A sus 75 años Gianfranco Pasquino -profesor emérito de Ciencias Políticas en la universidad de Bolonia y ex senador durante más de una década del centroizquierda- sigue teniendo esa rara cualidad de pensar de manera diferente, de nadar a contra corriente de tópicos y lugares comunes, de generar espacios de disidencia intelectual.

¿Qué balance hace del resultado de estas elecciones? El que Cinco Estrellas y la Liga sean los rotundos vencedores de los comicios, ¿supone un triunfo del populismo en Italia?
No, ese es un grave error que cometen los comentaristas italianos y extranjeros. A todo lo que no nos gusta no le podemos poner la etiqueta del populismo. El Movimiento Cinco Estrellas es un movimiento antiestablishment, antipolítica, a favor de la honestidad y la limpieza y en contra de la corrupción. Es un movimiento que apunta a cambiar las cosas. Por supuesto, tiene elementos populistas claro, pero definir a Cinco Estrellas en su conjunto como populista es un error. Matteo Salvini sí que es populista, pero no es sólo populista. Por encima de todo Salvini representa de manera consistente la política territorial del centro-norte de Italia.

¿Cómo valora entonces el resultado de estos comicios?
Es un resultado claramente en contra de la política que se ha hecho en Italia en los últimos años y, en particular, contra la que ha hecho Matteo Renzi, secretario general del Partido Democrático, y sus colaboradores. Renzi y sus colaboradores nunca rindieron cuentas sobre lo que pasó en el referéndum de 2016, han utilizado Gentiloni según les convenía y se han limitado a darle “propinas” a la gente: 80 euros por ahí, 500 euros a los que cumplen 18 años, la abolición del impuesto televisivo… Sin una visión política no se cambia el país, no se arregla la economía con esas simples “propinas”, al contrario, se empeora. Pero Renzi siguió adelante, de manera arrogante, y justamente ha sido castigado.

¿El resultado de estas elecciones se puede interpretar entonces como un gran voto de protesta?
Sí. Ha habido un voto de protesta y de insatisfacción muy fuerte, que está perfectamente justificado: a este país no le está yendo bien, le está yendo de hecho bastante mal, y por tanto es justo protestar. ¿En contra de quién? De la clase política, en contra de los que están en el Gobierno. El voto de protesta está justificado y es muy comprensible.

Serán necesarias alianzas para poder constituir un Ejecutivo. ¿Qué tipo de Gobierno cree que se puede esperar?
Se pueden poner en pie distintos tipos de Gobierno, porque las democracias parlamentarias son muy flexibles. Podemos tener un Gobierno guiado por alguien cercano al Movimiento Cinco Estrellas que consiga en el Parlamento los votos necesarios. Podemos tener incluso un Gobierno de centroderecha, liderado quizás por Matteo Salvini, si logran encontrar entre 40- 50 parlamentarios dispuestos a apoyarlos. Podemos tener también un ‘gobierno del Presidente’, con una personalidad indicada por Sergio Mattarella como primer ministro que logra un consenso amplio en el Parlamento, que cuente con el apoyo de Cinco Estrellas, del Partido Democrático e incluso de Forza Italia. Hay distintas posibilidades que podrían explorarse.

Y en su opinión, ¿cuál es el Gobierno que tiene más posibilidades de hacerse realidad?
No soy astrólogo. Lo que le puedo decir es lo que creo que sería posible y útil: un Gobierno que vea juntos el Partido Democrático, al Movimiento Cinco Estrellas y a otros pequeños partidos del centro izquierda como Libres e Iguales. Un Gobierno con unas prioridades claras y que cuente con personas capaces de llevarlas a cabo. Un Gobierno que tenga un buen ministro de Exteriores -no como Angelino Alfano (el ministro saliente) que ni siquiera sabe inglés- que sea creíble a nivel europeo. Un Gobierno operativo y estable que haga cosas.

La Liga se ha convertido en el primer partido del bloque de derechas, superado a Forza Italia. ¿Berlusconi está finalmente acabado?
Creo que sí. Debería jubilarse, porque ha sido derrotado clamorosamente por Matteo Salvini. Ese ‘sorpasso’ es muy relevante, los parlamentarios de Forza Italia ahora saben que si quieren tener un papel específicotienen que apoyar a Salvini.

¿Usted definiría a la Liga como un partido de extrema derecha?
No, de extrema derecha no. Es seguramente un partido con algunas componentes de la extrema derecha, su posición en contra de los inmigrantes es demasiado dura y en mi opinión errada. Pero sobre todo es un partido de representación territorial. No sé si es usted catalana… Sé que a los nacionalistas catalanes no les va a gustar lo que voy a decir, pero comparten cosas con Matteo Salvini, comparten la representación territorial y la exigencia de mayor autonomía.

Matteo Renzi sólo tiene 43 años. ¿Está acabado?
No le voy a dar una respuesta académica o científica, sino personal. Espero que sí, espero que Matteo Renzi esté acabado porque ha llevado al Partido Democrático a un nivel muy bajo, porque ha destruido la representación territorial que tenía y porque se ha rodeado de personas serviles, obedientes y no muy capaces. Si Renzi no se va, será dificilísimo reconstruir una izquierda en Italia.
Alemania ha tardado seis meses en formar Gobierno. ¿Cuánto tiempo cree que necesitará Italia?
Los alemanes son mejores que nosotros, si ellos han tardado seis meses nosotros podemos tardar ocho, nueve… Jajaja, no, estoy bromeando (risas). Italia va a tardar menos tiempo. A finales de mayo o principios de junio Italia seguramente tendrá un Gobierno.

6 MAR. 2018

 

Eleciones en Italia: Gianfranco Pasquino”Hay un voto de protesta porque al país le va mal”

Entrevista de Elisabetta Piqué

ROMA.– Hay un voto de protesta que se justifica perfectamente. A Italia le está yendo bastante mal y por lo tanto es justo protestar”. Son palabras que, sin pelos en la lengua, lanzó ayer Gianfranco Pasquino, uno de los politólogos más prestigiosos de Italia, que fue alumno de maestros como Norberto Bobbio y Giovanni Sartori.

Profesor emérito de Ciencias Políticas de la Universidad de Bolonia y profesor adjunto de la Johns Hopkins University, Pasquino -que fue senador de partidos progresistas en dos oportunidades- advirtió en una entrevista con LA NACION que es un error pensar que en las elecciones italianas ha ganado el populismo.

-¿Cómo evalúa este resultado? ¿Es el triunfo del populismo también aquí, en Italia?

-No. Este es un error grave que hacen los comentaristas italianos y extranjeros. Me parece que no todo lo que no nos gusta es populismo. El Movimiento Cinco Estrellas (M5E) es un movimiento antiestablishment, antipolítica, en favor de la honestidad. Es un movimiento que apunta al cambio. Después, claro, también hay lo que yo defino una “tira” de populismo, pero definirlo populista es un error. Matteo Salvini también es considerado populista, pero también representa el territorio del centro-norte de Italia.

-¿Entonces cómo define este resultado?

-Es un resultado en contra de la política que ha hecho, en particular, el secretario del Partido Democrático (PD) y expremier Matteo Renzi, y de sus colaboradores, que nunca le explicaron qué pasó en el referéndum de 2016 (para reformar la Constitución). Si no se tiene una visión política no se cambia el país, no bastan las medidas de política económica tomadas, que fueron simples “propinas”.

-¿Las elecciones reflejaron un voto de protesta?

-Hay un voto de protesta, de insatisfacción, muy fuerte, que se justifica perfectamente: a este país no le está yendo bien, le está yendo bastante mal y por lo tanto es justo protestar. ¿En contra de quién? De la clase política, en contra de los que están en el gobierno. Es decir, es un voto justificable y muy comprensible.

-¿Qué tipo de gobierno podemos esperar ahora?

-Podemos esperar diversos tipos de gobierno porque las democracias parlamentarias son muy flexibles. Podemos esperar un gobierno guiado por alguien cercano al M5E que obtiene los votos necesarios en el Parlamento. Podemos esperar incluso un gobierno de centroderecha, quizá guiado por Salvini, si obtiene los números, claro, y si logran encontrar entre 40 o 50 parlamentarios dispuestos a apoyarlos. Podemos esperarnos también un “gobierno del presidente”, con una personalidad indicada por [Sergio] Mattarella que logra tener un consenso amplio en el Parlamento, con votos del M5E, de parte del PD y hasta de Forza Italia, del expremier Silvio Berlusconi. Hay diversas posibilidades.

-¿Para usted qué solución es más probable?

-No puedo ser astrólogo (risas). Le digo lo que pienso que sería posible y útil, que es un gobierno que vea el PD junto al M5E y otros pequeños partidos, como Libres e Iguales (de izquierda), que tenga claras algunas prioridades.

-¿Silvio Berlusconi a este punto está acabado?

-Creo que sí. En este punto debería jubilarse, porque fue derrotado sonoramente por Salvini, este es el punto relevante. Y los parlamentarios de Forza Italia ahora saben que si quieren tener un rol específico lo tienen que apoyar a Salvini.