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Se sarà bocciato, il premier da Mattarella e un nuovo voto di fiducia in Parlamento
Intervista raccolta da Marilicia Salvia per IL MATTINO
La data fatidica? “Si voterà non prima della seconda metà d’ottobre”, preconizza (con un certo ottimismo, dati i tempi tecnici) Gianfranco Pasquino, docente emerito di Scienze Politiche all’Università di Bologna, convinto che il governo vorrà attendere la pronuncia della Corte Costituzionale sull’Italicum, annunciata per il 4 ottobre, prima di lanciarsi nella fase conclusiva della campagna referendaria.
Professore, incassato il via libera della Cassazione le opposizioni scalpitano perché si vada alle urne subito, il prima possibile. Renzi riuscirà a tenere a bada tanta agitazione?
“La fretta delle opposizioni si può capire, è evidente che più la si porta per le lunghe più la maggioranza si avvantaggerà della sua posizione oggettivamente dominante sui mezzi dell’informazione, soprattutto televisiva. Ma a guardar bene, che la campagna referendaria duri a lungo non è utile per nessuno, neanche al governo, meno che mai al Paese”.
Teme un autunno di veleni?
“Sì, una coda d’estate e poi un autunno carichi di conflitti, di lacerazioni. Non ne abbiamo bisogno. E non ne ha bisogno il governo, che deve invece recuperare incisività di azione su molti temi importanti per il Paese”.
Più importanti della riforma costituzionale? Il governo la considera una questione dirimente, tanto da aver legato la propria stessa sopravvivenza all’esito del voto.
“Sì, ed è stato un grave errore”.
Perché?
“Intanto è quanto meno eccessivo presentare questa riforma, anzi il fatto di aver realizzato una riforma costituzionale, come un’impresa epocale: il centrosinistra nel 2001 ha condotto in porto la riforma del titolo quinto, e anche Berlusconi aveva cambiato una serie di articoli”.
La riforma Berlusconi però fu bocciata dai cittadini.
“Non importa, voglio dire che ci sono stati governi innovatori anche prima di questo. Non ha senso quindi drammatizzare l’esito del referendum, in un senso o nell’altro”.
Quindi sbaglierebbe Renzi a lasciare Palazzo Chigi se dovesse prevalere il no?
“L’errore Renzi lo ha fatto quando ha addirittura personalizzato il referendum usando il termine “io”e non”il governo” a proposito delle dimissioni in caso di sconfitta. I critici hanno avuto buon gioco a dire che Renzi voleva il plebiscito. E si capisce adesso perché le opposizioni premono per andare alle urne il prima possibile e non dare nessun vantaggio all’avversario”.
Scenario numero uno: al referendum vince il no, la riforma è bocciata. Renzi che fa, si dimette davvero?
“Ragionando dal punto di vista dell’onore, Renzi dovrebbe andare da Matterella a rassegnare le dimissioni. Dopo di che la saggezza politica vorrebbe che Mattarella gli chiedesse di andare in Parlamento a chiedere la fiducia”.
Scenario numero due: vincono i sì. Renzi si rafforza automaticamente dal punto di vista politico?
“Se vincono i sì è presumibile che il premier sarà portato a personalizzare questa vittoria. Ma purtroppo per lui e per il Paese i problemi non si dissolveranno. Ecco perché dico che non bisogna tirarla per le lunghe con questa campagna: l’economia continua ad andare male, il debito pubblico continua a crescere, e l’Italia ha ancora problemi di credibilità sulla scena europea”.
Quali problemi risolverà, invece, la riforma Boschi se dovesse superare il giudizio degli elettori?
“Il Cnel sparirà, e nessuno ne sentirà la mancanza. Per il resto temo che crescerà la confusione. Lo scoglio maggiore è nell’attuazione della nuova normativa che regolerà i rapporti fra Stato e Regioni”.
Il sistema guadagnerà in efficienza dall’abolizione del bicameralismo perfetto?
“Perla verità tutte le statistiche dimostrano che il nostro bicameralismo ha prodotto più leggi e in tempi più rapidi di altri sistemi in Europa.Penso che sarebbe stato preferibile ispirarsi al sistema tedesco, che prevede una seconda Camera di appena 69 seggi assegnati alle maggioranze di governo nei singoli land. Ma capisco che 100 seggi piacciono di più, e che il centrodestra attualmente in minoranza nelle Regioni italiane non avrebbe digerito l’idea”.
Uno degli argomenti più usati dalle opposizioni è quello di una possibile deriva autoritaria che risulterebbe dal combinato disposto della riforma con la legge elettorale. È d’accordo?
“Il pericolo non èla deriva autoritaria, per fortuna Renzi non è Mussolini né Erdogan e noi non siamo l’Italietta degli anni Venti né la Turchia. Io temo piuttosto una deriva confusionaria”.
Sull’Italicum comunque Renzi ha invitato il Parlamento a intervenire, anche al di là dei possibili rilievi che arriveranno dalla Consulta.
“Immagino non che il Parlamento, ma la Consulta interverrà e che Renzi vorrà aspettare appunto questa pronuncia prima di portare gli italiani al voto”.
Qual è la preoccupazione?
“Il premio di maggioranza che consegnerebbe il Parlamento al partito vincente anche al ballottaggio. Credo che sarebbe necessario prevedere una soglia minima per accedervi, e soprattutto la possibilità di creare coalizioni al primo turno e apparentamenti al secondo, come per le amministrative: in questo modo si arriverebbe a rappresentare meglio e in modo più ampio gli elettori”.
Rieccoci al rischio di autoritarismo, allora.
“No, la storia è un’altra. Immaginiamo il ballottaggio tra Pd e 5 Stelle, e la vittoria finale di questi ultimi. Il premio di maggioranza impedirebbe qualsiasi mediazione. Nulla quaestio per gli italiani, ma cosa ne penserebbe l’Europa, che dall’Italia si aspetta posizioni diverse da quelle professate dai grillini? Il rischio è la conflittualità permanente e l’inconcludenza”
Pubblicato il 9 agosto 2016
Referendum. Ora si discuta nel merito
Non sorprendentemente, la Cassazione ha dato il via libera al referendum costituzionale. La campagna ufficiale dei sostenitori del “sì” e del “no” può cominciare. Credo che molti italiani, dalle spiagge ai monti, dai laghi alle città d’arte, non si accorgeranno di nessun cambiamento significativo. Da tempo, infatti, sia il Presidente del Consiglio sia il Ministro delle Riforme si sono buttati a capofitto nella operazione di promuovere e difendere le loro riforme. Naturalmente, gli oppositori, uno schieramento eterogeneo, hanno fatto del loro meglio per non perdere terreno. I sondaggi dicono che, forse, il “no”, appena gonfiato da coloro che proprio non gradiscono Renzi e il suo governo, è in leggero vantaggio. Poiché i referendum costituzionali non hanno quorum, entrambi gli schieramenti debbono preoccuparsi di mobilitare tutti, ma proprio tutti i loro eventuali elettori.
Fin dall’inizio, deliberatamente, Renzi ha mirato alla mobilitazione degli italiani personalizzando il referendum, vale a dire sostenendo che il suo governo è stato l’unico governo capace di fare riforme costituzionali negli ultimi trent’anni e più (non è vero poiché tanto il centro-sinistra nel 2001 quanto il centrodestra di Berlusconi nel 2005 hanno fatto riforme costituzionali). Questa operazione ha suscitato le critiche di coloro che, giustamente, facevano notare che il capo del governo voleva sostanzialmente un plebiscito sulla sua persona, altro che una discussione sul merito di ciascuna delle riforme costituzionali. A un certo punto, persino il Presidente Emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, apertamente schieratosi a favore delle riforme, si è accorto del pericolo e ha invitato Renzi a non “personalizzare”. Almeno temporaneamente, il Presidente del Consiglio ha ridotto il tasso di personalizzazione, ma il suo Ministro Boschi continua a tenere assemblee nelle quali lega la sorte del governo all’approvazione delle sue riforme costituzionali.
Difficile dire chi risulterebbe favorito da una campagna referendaria protratta oltre limiti ragionevoli. Visto che è cominciata già a maggio, se la data del referendum fosse fissata, com’è stato ventilato, tra l’inizio e la metà di novembre, arriverebbero tutti senza fiato e incattiviti. Tuttavia, è innegabile che il governo e il Partito democratico, soprattutto adesso che si sono garantiti la benevolenza dei direttori delle reti televisive pubbliche, hanno più fiato per durare (ma anche per commettere errori di presunzione e di arroganza). Di qui alla data del referendum, c’è almeno un ostacolo, non sappiamo quanto grande, da superare: la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Renzi e Boschi continuano a sostenere che è una buona legge e rimandano al Parlamento qualsiasi eventuale ritocco (e ce ne sarebbero almeno tre da fare: eliminazione delle candidature bloccate, abolizione delle candidature multiple, possibilità di formare coalizioni al primo turno e apparentamenti, come nel caso dell’elezione dei sindaci, al ballottaggio). Se la Corte non esprime obiezioni, il governo avrà il vento in poppa. Però, se la Corte impone dei ritocchi, allora gli oppositori dell’Italicum e delle riforme costituzionali potranno logicamente accusare il governo di non sapere fare le riforme, non soltanto quella elettorale, ma, per estensione, neppure quelle costituzionali.
Potremmo concludere che, comunque, è arrivato il tempo della discussione sul merito delle riforme. Seppure, in maniera sparsa e disorganica, la discussione sul merito, purtroppo spesso manipolata e confusa, ha già fatto molte incursioni sugli schermi televisivi, nelle pagine dei quotidiani, attraverso i “social”. Persino i sondaggi hanno già registrato una riduzione, contenuta, ma effettiva, del numero di coloro che dichiarano di non saperne abbastanza. Dibattiti organizzati da giornalisti informati e condotti senza starnazzamenti nei quali sembra vincere chi ha la voce più forte potranno essere utili. Se fosse disinnescata anche la minaccia/ricatto della crisi di governo qualora non vinca il “sì”, sarebbe persino meglio (per tutti, anche per il capo di quel governo).
Pubblicato AGL 9 agosto 2016
VIDEO Legge elettorale e riforma costituzionale: gli effetti della combinazione
REGGIO EMILIA. 16 Luglio 2016. Gianfranco Pasquino, docente della Johns Hopkins University in “Legge elettorale e riforma costituzionale: gli effetti della combinazione“, prima sessione delle Lezioni di diritto costituzionale per un voto consapevole, al PolitiCamp2016, prima tappa del Tour #RiCostituente di Possibile.
È quel che si poteva fare? Dialogo breve sulle riforme. Pasquino intervista Napolitano
Il Presidente Emerito Giorgio Napolitano ha accettato di rispondere ad alcune domande di Gianfranco Pasquino, professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Siamo onorati di pubblicare in esclusiva questo scambio nella convinzione che sia utile a tutti per farsi un’idea delle motivazioni e delle conseguenze delle riforme costituzionali che saranno prossimamente sottoposte a referendum.
Da due diverse prospettive, lo scienziato della politica di fama internazionale e il politico che ha attraversato da protagonista tutte le stagioni della politica italiana dagli Anni ’50, ci incoraggiano a saperne di più sulla riforma. A tal scopo, vi proponiamo una tavola sinottica degli articoli modificati prima e dopo la revisione, Cancellazioni e modifiche della Costituzione proposte dalla legge Renzi-Boschi, il documento Le ragioni del Sì e l’Appello dei costituzionalisti per il NO.
Contiamo sulla generosità e la disponibilità dei due eccellenti interlocutori per approfondire questioni cruciali qui appena sfiorate: se davvero sarà possibile e facile correggere in seguito gli errori della riforma Renzi-Boschi data la asserita complessità delle procedure di revisione costituzionale, quale dovrebbe essere “la nuova forma di governo parlamentare” di cui parla Napolitano e se già esistono altrove in Europa modelli apprezzabili dai quali imparare.
Roma 18 luglio 2016
Nella tua lunga esperienza legislativa come parlamentare, come capogruppo, come Presidente della Camera dei deputati, come ministro, come Senatore e, infine, come Presidente della Repubblica, è capitato spesso che il Senato si sia rivelato causa di intoppi, errori, ritardi?
Nella mia lunga esperienza non ho mai considerato il Senato come colpevole di “intoppi, errori, ecc.”; e non è questo né la motivazione né l’oggetto della riforma costituzionale ora sottoposta a referendum. Quel che è in questione è la necessità – da lungo tempo avvertita e argomentata – del superamento di un bicameralismo paritario che, esso sì, è stato causa di gravi disfunzioni istituzionali.
Tralasciando la mancanza di una maggioranza, da attribuire alla legge elettorale, nel Senato eletto nel febbraio 2013, puoi citare dei casi precisi di inconvenienti e ritardi legislativi particolarmente eclatanti?
Gli inconvenienti notori e gravi del nostro bizzarro bicameralismo sono stati quelli del grave ostacolo rappresentato dalla lunghezza e tortuosità del processo legislativo, costretto al fenomeno di navette spesso defatiganti tra i due rami del Parlamento.
E quante volte la doppia lettura ha migliorato la legislazione, magari anche consentendo al governo di imparare, di recuperare e di fare meglio?
Il nostro Senato non è mai stato una seconda Camera “di riflessione” utile per correggere scelte infelici o errori compiuti dalla Camera dei Deputati. Le leggi sono state – sulla base di un meccanismo quasi del tutto casuale – assegnate in prima lettura all’uno o all’altro ramo. E in generale, più che una limpida tendenza migliorativa, quel che ha alimentato la doppia, e magari terza o quarta, lettura, è stata – oltre che la frequente interferenza di manovre di partito e di corrente – una logica di prestigio e concorrenziale tra Camera e Senato per imprimere ciascuno un proprio segno o avere l’ultima parola su ogni legge o almeno su quelle più “sensibili”.
Non pensi che le procedure complesse di richiami e di doppie letture previste nella riforma culmineranno in molte tensioni, in molti scontri, in ricorsi alla Corte costituzionale e finiranno in quella che altrove ho definito deriva confusionaria? – Non temi una varietà di conflitti fra Stato e regioni, fra Camera e Senato, fra i senatori e i consigli regionali che li hanno nominati, fra i sindaci e i loro consigli comunali?
Mi pare gratuito il drammatizzare che tu fai in entrambe queste domande dei rischi di tensioni e di scontri dinanzi alla Corte Costituzionale, e di ogni sorta di conflitti tra poteri e tra soggetti istituzionali. Di fronte a ogni innovazione, la “paura dei pericoli” è puro fattore di paralisi. Quel che della riforma risulterà da correggere alla luce dell’esperienza potrà essere corretto. L’importante è ora non restare bloccati in antiche contraddizioni.
Ritieni opportuno che un Senato di nominati partecipi all’elaborazione e all’approvazione delle revisioni costituzionali? E perché?
Trovo demagogicamente polemico parlare di “un Senato di nominati”. I nuovi senatori, tranne quelli nominati dal Presidente della Repubblica, saranno “eletti” (art.2 della legge di riforma) da Assemblee rappresentative pienamente legittimate dal punto di vista democratico.
Pensi che sia corretto dare al Senato delle autonomie fatto di cento nominati il potere di eleggere due giudici costituzionali? Ti risulta qualcosa di simile per altre seconde Camere non elette dai cittadini?
Puoi su questo punto esprimere dissenso, ma non credo abbia senso il confronto con “altre seconde Camere non elette dai cittadini” in Europa.
E’ opportuno che a rappresentare le autonomie ci siano anche cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica (per meriti sociali, artistici, scientifici e letterari). Dovrebbero avere meriti regionalisti e federalisti oppure competenze europee visto che di Europa dovranno occuparsi?
Il nuovo Senato ha un complesso di funzioni per cui può risultare assai utile il contributo di personalità di molteplici esperienze e competenze, pienamente comprese nella definizione di cui all’art. 3 della legge di riforma.
Non vedo nulla nel pacchetto Renzi-Boschi che riguardi concretamente e direttamente il rafforzamento del potere decisionale del governo? Qual è la tua opinione?
Il ruolo del governo è destinato certamente a rafforzarsi rendendo più spedito, lineare e sicuro nei suoi tempi di svolgimento e conclusione, il processo legislativo. Per non parlare del fatto che si rafforza la stessa possibilità di dar vita ad un governo attribuendo alla sola Camera dei deputati l’investitura, con la fiducia, dell’esecutivo.
Pensi che questo rafforzamento conseguirà dall’Italicum rispetto al quale hai peraltro detto che bisogna attendere “opportune verifiche di costituzionalità”?
Non aggiungo nulla in questo momento a ciò che ho dichiarato in Senato circa l’esigenza di prestare attenzione a preoccupazioni espresse da varie parti sulla legge elettorale “Italicum”.
Ti sei ripetutamente “speso”, a mio parere anche troppo, in difesa e a sostegno di queste riforme. Sono davvero le riforme che avresti fatto tu, capo del governo?
In qualunque mia posizione istituzionale avrei sostenuto una riforma che conduca – per usare una sapiente espressione di Leopoldo Elia – a una nuova forma di governo parlamentare. Ed è questa la direzione in cui va la riforma approvata dal Parlamento.
Infine, una curiosità personale-istituzionale alla quale puoi anche decidere di soprassedere. Fin dalla Commissione Bozzi (1983-85) ho molto detto e scritto e qualcosa ho anche fatto, promuovendo i referendum elettorali, in materia di istituzioni e di leggi elettorali. E’ troppo chiederti come mai non ho ricevuto nessun apprezzamento da te, ad esempio, per la mia battaglia a favore di una legge elettorale davvero maggioritaria come il doppio turno francese in collegi uninominali?
Non ho mai ignorato ma sempre seguito con apprezzamento, come ben sai, le tue iniziative e battaglie. Ma tu ti sei sempre mosso – in quanto studioso temporaneamente (per oltre dieci anni) prestato alla politica e al Parlamento – da libero battitore; mentre io ho sempre operato fino al 1992 da dirigente del PCI, cercando di influenzarne le posizioni e riconoscendomi nelle sue scelte, comprese quelle sostenute nella Commissione Bozzi. Da Presidente della Camera mi adoperai per favorire una riforma elettorale in senso maggioritario e fondata sui collegi uninominali: l’intesa risultò possibile però sul sistema costruito con la legge Mattarella, mentre l’ipotesi del doppio turno alla francese naufragò sullo scoglio della indicazione della soglia (in Francia molto elevata) per l’accesso al secondo turno. E da Presidente della Repubblica ho guardato positivamente al tentativo portato avanti fino all’estate 2012 nella Commissione Affari Costituzionali del Senato per un sistema analogo a quello spagnolo, ma allora tanto il centrosinistra quanto il centrodestra rimasero attaccati all’istituto del premio di maggioranza sia pure – dopo la sentenza della Consulta – ancorato ad una soglia adeguata di consensi ricevuti dagli elettori. Poi questa storia l’ho raccontata al Parlamento nel mio discorso dell’aprile 2013.
Pubblicato il 20 luglio 2016
Referendum costituzionali, forse. Plebiscito, NO
Il Mulino 4/2016 (pp. 635-639)
Consapevoli che una pluralità di situazioni possono rendere indispensabile la revisione di uno o più articoli anche della migliore delle Costituzioni, i Costituenti scrissero con grande cura l’articolo 138. Esclusa dalla revisione costituzionale la “forma repubblicana dello Stato” (menzionata nell’articolo successivo), tutti gli articoli da loro scritti sono suscettibili di revisioni con una procedura non troppo onerosa e con maggioranze diverse. Qualora la revisione costituzionale –i Costituenti non immaginarono che i loro successori avrebbero proceduto a colpi di cospicui pacchetti di articoli: 56 quelli riformati dalla maggioranza di centro-destra nel 2005; 44 quelli riscritti dal governo Renzi nel 2015-2016, invece di osservare pienamente il testo dell’art. 138 che si riferisce a leggi di revisione, al plurale–fosse stata approvata da una maggioranza parlamentare dei due terzi o più in entrambe le Camere non avrebbe potuto essere sottoposta a referendum. Da un lato, è ipotizzabile che i Costituenti ritenessero che una maggioranza di tali dimensioni non potesse non essere rappresentativa delle opinioni popolari; dall’altro, volevano evitare un voto che contrapponesse una minoranza intensa a quell’ampia maggioranza parlamentare finendo per delegittimare il Parlamento. Esito grave, in special modo, in un paese sempre caratterizzato da non troppo latente e sempre strisciante antiparlamentarismo. La non necessità di quorum era chiaramente motivata dalla convinzione dei Costituenti che fosse non solo giusto, ma opportuno, attribuire maggiore potere ai cittadini che, interessati a quella specifica revisione e informatisi, si mobilitassero sia a sostegno di quanto fatto dal Parlamento sia, più probabilmente e più comprensibilmente, contro. Chi partecipa merita un premio. Deve contare di più.
Nient’affatto priva di interesse, politico e istituzionale, è l’indicazione di quali sono i soggetti legittimati a chiedere il referendum costituzionale, nell’ordine: un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Non figura fra loro né il governo né un Ministro, eventualmente quello delle Riforme Istituzionali, né la maggioranza governativa. Non si tratta evidentemente né di una dimenticanza né di una questione banalmente lessicale. Le revisioni della Costituzione dovevano essere compito precipuo, secondo i Costituenti, del Parlamento. Nulla osta, naturalmente, che nel Parlamento si attivi una maggioranza che coincida/e con quella governativa, ma appare quantomeno bizzarro che sia la maggioranza che ha proposto, formulato, argomentato e condotto a votazione e ad approvazione quelle revisioni a chiedere, non avendo nessun obbligo, un referendum. Invece, è facilmente possibile individuare le credenziali e le qualità di ciascuno dei tre soggetti legittimati a chiedere il referendum costituzionale. I parlamentari appartenenti ad una Camera hanno preso parte alle deliberazioni su qualsivoglia revisione. Sono, per così dire, informati dei fatti (non resisto ad aggiungere “e dei misfatti”). Hanno appreso le motivazioni espresse dai revisionisti. Hanno contro-argomentato. Ritengono di avere valide critiche e controproposte da sottoporre agli elettori. Possono persino pensare che, in ogni caso, è giusto portare all’attenzione degli elettori e dell’opinione pubblica quanto è stato fatto per illuminarne le conseguenze che, loro, evidentemente considerano negative. Quest’opera di pedagogia costituzionale, che sarà sicuramente contrastata dai revisionisti, è destinata a fare crescere la, com’era evidente allora e come, purtroppo, è ancora fin troppo vero oggi, scarsa, inadeguata, manipolabile, conoscenza dei cittadini italiani della loro Costituzione.
Già legittimati a chiedere il referendum abrogativo di leggi ordinarie, cinquecento mila elettori, forse “convinti” dai loro partiti (i quali, però, da qualche tempo hanno perso la capacità di raggiungere così tanti cittadini e, infatti, si esercitano negli inviti al più facile, ma deprecabile, astensionismo), forse guidati e coordinati da una pluralità di associazioni, accettano di sfidare la maggioranza parlamentare che ha prodotto revisioni da loro considerate inaccettabili. Infine, in una Costituzione che aveva cercato di alleggerire il centralismo e di favorire il regionalismo, apparve opportuno affidare anche ai Consigli regionali, sperabilmente meglio capaci di interpretare aspettative e desideri dei loro elettori, la possibilità/facoltà di chiedere il referendum costituzionale.
Riesce davvero difficile ipotizzare che quei parlamentari, quei cinquecentomila elettori, questi cinque Consigli regionali investano energie, tempo, denaro per confermare revisioni costituzionali invece di attendere che siano effettivamente gli oppositori a esporsi e a prendere l’iniziativa. Il referendum costituzionale non ha bisogno di nessun aggettivo, ma, se si vuole utilizzarne uno, il più appropriato e calzante è sicuramente “oppositivo”: contro le modifiche approvate. Solo dopo il voto, è plausibile utilizzare l’aggettivo “confermativo” se, in effetti, l’elettorato ha approvato le revisioni. Ma l’aggettivo s’ attaglia all’esito che conferma le revisioni non al referendum in quanto tale. Chiaro è, tuttavia, e molto deplorevole l’intento manipolatorio, quand’anche derivato da semplice, ma inescusabile, ignoranza, di coloro che insistono a usare l’aggettivo confermativo.
Quasi fin dall’inizio del percorso che ha portato alla modifica di molti articoli della Costituzione italiana sia il Ministro Maria Elena Boschi sia il Presidente del Consiglio Matteo Renzi hanno ripetutamente dichiarato che avrebbero sottoposto le revisioni approvate al vaglio referendario. Il grido di battaglia è stato quasi immediatamente trovato: il capo del governo ci mette la faccia e ci scommette la carica. Se il suo referendum non verrà approvato si dimetterà e uscirà dalla politica. Tecnicamente siamo di fronte ad una minaccia o ricatto plebiscitario.
I referendum chiesti sulla propria persona (l’obiezione che in ballo sono revisioni sostanziali che faranno funzionare meglio il sistema politico a tutto vantaggio dei cittadini italiani è assolutamente fuori luogo) dai capi di governo sono senza eccezione alcuna plebisciti. Affermando che il voto referendario riguarderà la durata del governo e potrebbe portarlo alle dimissioni, il capo del governo inserisce un elemento del tutto estraneo all’oggetto del referendum. Tenta di manipolare l’opinione pubblica spostandone l’attenzione e influenzandone il voto.
Sconsiglio vivamente di ricorrere all’esempio del referendum francese dell’aprile 1969 sulla regionalizzazione e sulla riforma del Senato fatte da de Gaulle (la cui statura politica già dovrebbe scoraggiare paragoni) poiché, se è vero che il Generale-Presidente della Repubblica, ritenendosi sconfessato dal “no” dell’elettorato, si dimise, è altrettanto vero che non aveva affatto promesso anticipatamente quelle dimissioni se l’elettorato non avesse approvato le sue riforme (approvò quella della regionalizzazione). Sconsiglio altresì di evitare il paragone con il referendum sulla scala mobile del 1985 per tre buonissime ragioni. Prima ragione: il referendum fu chiesto dal Partito Comunista di Enrico Berlinguer (che non ebbe il tempo per revocarlo) e non dal Presidente del Consiglio Bettino Craxi. Seconda ragione: il referendum riguardava l’eventuale abrogazione di una legge ordinaria senza nessuna implicazione di aumento dei poteri del governo e del suo capo. Terza ragione: Craxi non preannunciò e non fece una campagna carica di motivazioni plebiscitarie. Si limitò ad affermare che, abrogata una legge cruciale per la sua attività di governo, ne avrebbe tratto le conseguenze istituzionali e politiche.
Quanto ai due referendum costituzionali del 2001 e del 2006, entrambi contengono elementi interessanti, nessuno dei quali giustifica le implicazioni plebiscitarie del referendum prossimo venturo. Nell’ottobre 2001, quando si tenne il referendum sulla revisione del Titolo V della Costituzione, il centro-sinistra che aveva fatto quella brutta operazione e aveva anche, forse a causa di una grande coda di paglia, chiesto un referendum per mostrare che il “popolo” approvava quella revisione, aveva già perso le elezioni politiche. Nessun capo di governo, ma neppure nessun capo partito poté intestarsi quel successo tanto facile e prevedibile quanto assolutamente inutile. Conforme al dettato costituzionale è stato il referendum del giugno 2006. Chiesto dal centro-sinistra contro le revisioni costituzionali formulate e approvate dalla maggioranza di centro-destra (56 articoli modificati), il referendum costituzionale, per il quale nessuno adoperò l’aggettivo confermativo, essendo ben altre le conseguenze desiderate e prevedibili, ebbe uno svolgimento da manuale. Il 61 percento del 52 per cento di elettori andati alle urne bocciò le riforme. Neppure in questo caso, vi furono politici, capi di partito o governanti (nell’aprile 2006 l’Unione, vinte le elezioni, era fortunosamente tornata al governo) che sfruttarono la campagna elettorale per accrescere il loro prestigio e/o potere politico e per intestarsi la vittoria.
Al discorso fin qui condotto sul referendum costituzionale e i suoi usi propri e impropri non può mancare un riferimento alle conseguenze politiche sia della campagna elettorale sia, ma solo in parte, dell’esito. Infatti, il Presidente del Consiglio, indossando i panni di segretario del Partito Democratico e annunciando la Costituzione dei Comitati per il “Sì”, ha fatto un’affermazione molto impegnativa. Ha dichiarato a chiare lettere che da quei Comitati uscirà la nuova classe dirigente del PD. Il messaggio ha due, forse tre, destinatari: i renziani e gli oppositori interni, le minoranze, ma anche qualche volonteroso”esterno”. I renziani entreranno in competizione fra loro e dal loro impegno, dalla loro devozione, dalla loro applicazione della linea verranno giudicati. Le minoranze interne dovranno subito abbandonare qualsiasi riserva (che, peraltro, rientrerebbe appieno nell’assenza del vincolo di mandato e del voto di coscienza, … se l’avessero espresso a suo tempo) sulle revisioni costituzionali, sulle quali hanno tenuto comportamenti tanto ondeggianti quanto sterili, per non correre il rischio di essere esclusi dalle candidature alle prossime elezioni che, sull’onda di una conferma plebiscitaria, potrebbero avvicinarsi. Ma, e qui sta il terzo destinatario, ai parlamentari, non facenti parte della maggioranza, ma accorsi in suo soccorso, che avranno predisposto e fatto funzionare Comitati per il “Sì”, Renzi promette che non lesinerà riconoscimenti e ricompense. Anche in questo modo si precostituisce un Partito della Nazione. Anche così viene in essere la prossima maggioranza parlamentare. Sono conseguenze da non trascurare dei molti usi di un referendum costituzionale trasformato in plebiscito.
Banchieri incostituzionali. Non mettete la Costituzione nelle mani dei banchieri!
L’avv. Giovanni Bazoli, presumo laureato in Giurisprudenza, che cita come suo maestro il giuspubblicista Feliciano Benvenuti, riesce a definire per tre volte “perfetto” il bicameralismo italiano (Al referendum meglio votare Sì. O dovremo dire addio alle riforme, Corriere della Sera, 14 luglio, p. 15). L’intervistatore, Aldo Cazzullo, non lo può correggere dato che anche lui usa il termine perfetto in una domanda. Naturalmente, la Costituzione non si riferisce mai al bicameralismo con l’aggettivo perfetto che potrebbe essere correttamente utilizzato per definire il funzionamento di una struttura (ma allora sarebbe davvero da stupidi riformare una struttura che funziona in maniera “perfetta”). Se non si vuole confondere il funzionamento con la struttura, allora, strutturalmente, il bicameralismo italiano è paritario, indifferenziato, simmetrico. Comunque, non solo il Bazoli si dice favorevole alle riforme, ma cita solo quella del bicameralismo senza spiegare perché sarebbe buona, utile, in grado di fare funzionare meglio il sistema politico.
Come altri che ne sapevano/sanno poco quanto lui, non è convinto dalla bontà della legge elettorale rispetto alla quale inanella una serie di strafalcioni da fare invidia a molti degli stessi proponenti e difensori dell’Italicum. Sostiene che il premio di maggioranza sarebbe del 15 per cento (e lo considera non “ragionevole”) con riferimento ad un 40 per cento (nella versione iniziale un cervellotico 37,5 non, come dice Bazoli, 37) che nessun partito, da solo, riuscirà a conseguire. Il premio va parametrato sul voto sincero al primo turno cosicché, se chi vince al ballottaggio aveva ottenuto il 30 per cento al primo turno, il suo premio in seggi sarà del 25 per cento, un premio ancora meno ragionevole. Afferma, come altri prima di lui, per esempio, Eugenio Scalfari, che persino la legge truffa sarebbe preferibile poiché attribuiva un premio di 5 punti alla coalizione che avesse “conquistato la maggioranza assoluta dei voti”. Giusto il premio alla coalizione giunta alla maggioranza assoluta, ma quel premio non era affatto di 5 punti bensì consegnava a quella coalizione i due terzi dei seggi, quindi con un premio variabile, fino al 16 per cento circa.
Anche Bazoli si dice favorevole al doppio turno francese in collegi uninominali, sostenendo che fu “escogitato” in una non meglio definita “fase di transizione dal proporzionale al maggioritario”. Non so che cosa significhi “fase di transizione”, ma dà l’idea di un periodo di tempo non breve. So che il sistema maggioritario, fortemente voluto da de Gaulle, accompagnò l’instaurazione della Quinta Repubblica, e fu immediatamente utilizzato senza nessuna transizione. Infine, Bazoli si esibisce anche su uno scenario controverso fatto balenare da Renzi e dai renziani di tutte le ore.
Perso il referendum che il giovane Premier ha un “pochino” personalizzato, non si potrebbe neanche andare alle urne (a parte che non è chiaro perché si “dovrebbe” andare alle urne: la legislatura finisce nel febbraio 2018). “Il Paese si troverebbe in una situazione veramente drammatica di impasse costituzionale. Il Presidente della Repubblica non avrebbe di fatto la possibilità di indire nuove elezioni finché non fossero riformati i sistemi elettorali di entrambe le Camere”. Il Presidente della Repubblica non ha nessuna necessità di sciogliere le Camere a meno che, in maniera proterva e dissennata, il Partito democratico non impedisca la formazione di un nuovo governo. Il resto anche Bazoli potrebbe affidarlo ai parlamentari e alla loro coscienza e scienza (sic). Potrebbero fare rivivere con due tratti di penna il Mattarellum (che tanto caro fu al Presidente Mattarella, o no? ) oppure intervenire sull ‘Italicum dalle molte magagne tardivamente scoperte oppure impiegare il loro tempo ad importare il doppio turno francese senza introdurvi clausolette furbacchiotte. Politici decenti non creano e non approfondiscono “drammatiche crisi istituzionali”. Offrono soluzioni praticabili.
Pubblicato il 14 luglio 2016
Per Renzi è troppo rischioso rinunciare alla guida del PD
Da qualche tempo, la/le minoranze del PD (neanche al plurale sembrano essere consistenti) battono su un tasto politico-istituzionale che considerano molto importante: la separazione fra la carica di Presidente del Consiglio e quella di Segretario del Partito Democratico. La coincidenza delle due cariche sta nello Statuto del Partito Democratico, sostenuta da alcune buone ragioni. La prima è che questa coincidenza è la norma in moltissime democrazie parlamentari alle quali, per una volta, si è guardato apprezzabilmente. La seconda è che molti ricordano che il segretario della DC era il primo sfidante del Presidente del Consiglio democristiano, sfida molto spesso coronata da successo. Terzo, che la sfida nascesse dai fatti e non dalla natura della DC e dalle diffuse capacità manovriere di quelle mobili correnti, apparve chiaro quando, completata la cavalcata iniziata al Lingotto, Veltroni divenne il primo segretario del PD nell’ottobre 2007. Avendo reso pubblico il suo programma di governo, non un progetto di partito, Veltroni divenne lo sfidante di Prodi che cadde quasi subito.
Quanto a Renzi, prima, dicembre 2013, ha vinto la carica di segretario del Partito Democratico. Poi, febbraio 2014, proprio in quanto segretario del PD fu nominato dal Presidente Napolitano a capo di un governo molto più “politico” di quello guidato da Enrico Letta. Sono fragili le motivazioni in base alle quali le minoranze vorrebbero che Renzi rendesse disponibile la carica di segretario. Lamentano che Renzi dispone di un potere eccessivo, rispetto a che cosa: alla sua abilità di svolgere entrambi i compiti? Renzi si occupa del governo, ma non ha trovato né il tempo né il modo di occuparsi del partito. Essendoci due vicesegretari, è anzitutto a loro che bisognerebbe chiedere conto dello stato del partito. Forse apprenderemmo che neppure loro hanno fatto granché, ma che la latitanza dipende dalla visione che Renzi ha del partito, Non è interessato alla presenza sul territorio, all’elaborazione politica, alle strutture, alle donne e agli uomini iscritti perché vogliono partecipare attivamente a un’impresa collettiva. Renzi scommette che il suo modo di governare si rifletterà positivamente sul partito, quantomeno sul “partito nell’elettorato”. Non crede, al contrario di molti dirigenti per lo più rottamati, ma anche di molti studiosi, che la presenza organizzata di un partito, il buon funzionamento delle sue strutture, la vivacità (contrapposta al conformismo) del suo gruppo dirigente produrrebbero conseguenze apprezzabili sulla percezione e sull’azione del governo.
Temendo la sfida di un eventuale segretario successore, Renzi non intende affatto rinunciare al doppio ruolo. Cercando di fare breccia nei dirigenti PD che nutrono qualche preoccupazione, le minoranze hanno fatto circolare l’idea del loro ticket con un candidato alla Presidenza del Consiglio post-Renzi e un candidato alla segreteria del partito. La mossa tattica è interessante, però, nulla lascia pensare che quel segretario seguirà il “suo” Presidente del Consiglio senza sentirsi già incanalato nella carriera che conduce a Palazzo Chigi. Quello che riguarda non solo la parrocchia del Partito Democratico, ma il paese, è che la soluzione non danneggi l’azione del governo. Messi da parte gli strumenti, vale a dire le promesse di carriera nel partito e nelle istituzioni, che producono ossequio e conformismo, magari riconoscendo esclusivamente agli iscritti il potere di eleggere il loro segretario, il PD riuscirà a diventare più dinamico e più democratico, di una democrazia che non si misura con il numero e la frequenza delle riunioni né con la lunghezza dei dibattiti.
Pubblicato il 13 luglio 2016
I talentuosi delle democrazie azzardate
Scintillando scintillando, Antonio Polito conduce i lettori del suo La roulette russa nelle democrazie (“Corriere della Sera”, 5 luglio 2016) su un terreno molto scosceso, e ruzzola. O come ruzzola! Le democrazie veramente competitive creano rischi e incertezze per le elite politiche, che, proprio come voleva Vilfredo Pareto, sono costrette a circolare, e creano opportunità e potere decisionale per il popolo (demos che ha kratos). Il resto, al di là e al di qua della Manica, lo fanno quelli che, compagni oppure no, sbagliano, magari perché non ne sanno abbastanza, magari perché giocano d’azzardo, magari perché sono entrati in un talent che non sanno dirigere e nel quale lavorano con attori e attrici esordienti. Il grandissimo, incolmabile vantaggio delle democrazie su tutti gli altri, e sono tanti, regimi a noi noti, è quello, non soltanto di sostituire il taglio delle teste con la fine delle carriere spericolate, ma soprattutto di correggere gli errori. Quindi, se, come ipotizza il Polito, le prossime elezioni a Londra, immagino per Westminster, poiché a Londra c’è già un sindaco musulmano chiaramente europeista, le vince uno schieramento europeista, farà quello che ha promesso al popolo sovrano che, nel frattempo, avrebbe, com’è sua facoltà, cambiato idea anche sulla Brexit.
I referendum sono uno degli strumenti democratici a disposizione del popolo. Nelle elezioni legislative si manifesta il potere dal popolo verso i suoi rappresentanti; nei referendum è il potere del popolo direttamente sulle decisioni e sulle politiche. Nelle democrazie anglosassoni, il Parlamento è sovrano, ma, per l’appunto, se il Parlamento indice un referendum, il popolo risponde sulla base delle informazioni che ha, che sono quelle che i politici hanno saputo trasmettere in maniera più o meno convincente. Il Remain inglese paga il meritato prezzo di decenni di cattiva, incerta, contraddittoria comunicazione/conversazione su quello che l’Unione Europea effettivamente è, anche per la Gran Bretagna.
Quanto al referendum costituzionale nella Costituzione italiana, le cose non stanno affatto come, molto disinvoltamente, lambendo affettuosamente il renzismo, le pone Polito. Per fare le riforme costituzionali non c’è nessun permesso da chiedere al popolo. Bisogna avere come minimo una maggioranza assoluta in Parlamento. Ed è fatta. Se, poi, gli oppositori credono di sapere convincere il popolo, quello attento e partecipante, allora saranno loro (non il governo e la sua maggioranza parlamentare che le riforme le hanno fatte) a chiedere il referendum. Invece, è proprio Renzi che l’ha voluto il referendum. Continua a spronare i renziani delle varie ore a costituire Comitati del SI’. Promette che da quei comitati uscirà la nuova classe dirigente grazie ai meriti acquisiti a mettere banchetti, raccogliere firme, portare faldoni, tutte faticosissime e impegnative corvées che preparano a rappresentare e a governare. Minaccia sfracelli, quello dello scioglimento immediato del Parlamento dovrebbe costargli subito un rimprovero costituzionale dal Presidente Mattarella, ripetendo che, come ha memorabilmente (nel senso che me lo ricordo perfettamente) scandito, se lui perdesse il referendum se ne andrebbe e, come avrebbe commentato Togliatti, ci lascerebbe soli.
Altro che, come scrive Polito, “spruzzare un po’ di democrazia diretta sulla democrazia parlamentare”! La minaccia o ricatto plebiscitario (è venuto di moda parlare pudicamente di “eccesso di personalizzazione”) inquina il referendum e fuoriesce dalla democrazia parlamentare. Sarà giocoforza votare, come non avviene in nessuna democrazia parlamentare, sul governo, poiché il capo del governo ha stravolto una delle procedure più delicate e importanti, quella della valutazione popolare delle modifiche costituzionali, a suoi fini personali. Purché non finisca per travolgere il paese. La risposta, comunque, è NO.
Pubblicato il 7 luglio 2016
Il Premier non può essere a tempo
All’insegna della più profonda ignoranza costituzionale e di un’irresistibile tendenza al populismo (che si esprime, anche con le Cinque Stelle, nel porre limite alle cariche elettive), Matteo Renzi ha prodotto una inequivocabile esternazione: limite di due mandati al capo del governo, come in USA. Forse, giunto al termine di una faticosa e confusa riforma costituzionale, Renzi si è dimenticato che l’Italia ha una forma di governo parlamentare e che quella degli USA è presidenziale. Non gli debbono mai avere detto, anche perché nel suo entourage è improbabile che lo sappiano, che nessuna delle forme parlamentari di governo, a cominciare dalla prima e più importante, quella del Regno Unito, prevede e fissa un limite alla durata in carica del capo del governo. Che nelle forme parlamentari di governo non è mai esistito e tuttora non esiste un mandato al capo del governo anche perché, tranne nei casi anglosassoni, i governi sono coalizioni che debbono raggiungere accordi programmatici. Che ciascun capo del governo entra in carica grazie ad un rapporto di fiducia, che non sempre consiste in un voto esplicito, con il Parlamento ovvero la maggioranza parlamentare, e ne esce quando la maggioranza parlamentare, quella o un’altra, lo sconfigge e lo costringe a lasciare la carica, magari sostituendolo hic et nunc. Che uno degli elementi, probabilmente, il più importante, che differenzia i parlamentarismi dai presidenzialismi è la loro flessibilità proprio nella formazione e nella sostituzione dei governi e dei loro capi che, nei presidenzialismi è praticamente impossibile se non con l’impeachment, quando ha successo, e che trasforma crisi politiche (incapacità, malattia, corruzione del Presidente, sue violazioni della Costituzione) in crisi costituzionali.
Immagino che, nell’ordine, Konrad Adenauer (quattro vittorie elettorali, in carica dal 1949 al 1963), Margaret Thatcher (tre vittorie elettorali in carica dal 1979 al 1990), Felipe Gonzales (tre vittorie elettorali, in carica dal 1982 al 1996), Helmut Kohl (quattro vittorie elettorali, in carica dal 1982 al 1998, record assoluto), Tony Blair (tre vittorie elettorali, in carica dal 1997 al 2007), Angela Merkel (finora tre vittorie elettorali, in carica dal 2005) si stiano chiedendo “che diavolo dice il Presidente del Consiglio italiano; che cosa ha in mente, a che cosa mira?” Potrebbero chiederselo anche, farò pochi esempi selezionati, De Gasperi che guidò sette governi, Fanfani e Moro che, rispettivamente ne guidarono sei e cinque. Magari avrebbero potuto chiederlo a Renzi anche il fondatore di “Repubblica”, Eugenio Scalfari, e l’intervistatore Claudio Tito. Le interviste sono belle e utili quando sfidano l’intervistato, non quando stendono tappeti. Invece, no, e la notizia del limite ai mandati è subito rimbalzata senza correzione alcuna (forse arriveranno, presto, le rettifiche di Napolitano).
Azzardo la mia interpretazione, che va oltre l’ignoranza di Matteo Renzi, ma non la giustifica e non la sottovaluta. Renzi cerca di prendere due piccioni con una fava. Vuole fare sapere agli italiani che non starà in carica oltre, se ci arriva, il 2023. Offre questa sua graziosa disponibilità a non restare di più (quindi a non entrare in competizione con i capi di governo, alquanto prestigiosi, che ho menzionato sopra) in cambio di un “sì” al plebiscito di ottobre sul quale sta investendo tutte le sue energie. Se, proprio, voleva sia l’elezione popolare diretta del capo del governo parlamentare, che non esiste da nessuna parte al mondo, sia la non rieleggibilità dopo due mandati poteva cercare di riformare la Costituzione in questo senso. Dimenticavo, sostiene che non glielo avrebbero lasciato fare. Peccato gli abbiano lasciato fare soltanto brutte e confuse riforme. Poteva rifiutarle. Meglio niente.
Pubblicato il 14 giugno 2016
Cacciari irresponsabile, si sottomette al ricatto di Renzi
Cacciari s’inventa, nell’intervista fattagli da Ezio Mauro (Repubblica 27 maggio) un’immaginaria “responsabilità repubblicana” per giustificare la sua personale, effettiva sottomissione al ricatto plebiscitario. Cacciari parte da un presupposto falso e falsificabile: l’assenza negli ultimi quaranta anni di riforme. Questo presupposto, magnificato e drammatizzato sia dalla propaganda renziana sia dalla ignoranza della grande maggioranza dei commentatori, è smentito da duri fatti: l’elaborazione di due leggi elettorali, Mattarellum e Porcellum, l’approvazione parlamentare di una buona, se non ottima, legge per l’elezione dei sindaci, l’abolizione di quattro ministeri, l’eliminazione del finanziamento statale dei partiti, la stesura di un nuovo titolo V della Costituzione. Non vale l’obiezione, a doppio taglio, che si tratta di brutte riforme poiché a) nient’affatto tutte sono brutte,b) il Titolo V è stato ratificato da un referendum, c) anche le riforme renzianboschiane sono suscettibili della stessa valutazione e d) la riforma del bicameralismo è pasticciata nella composizione del nuovo Senato e confuse nell’attribuzione delle competenze.
Proseguendo attraverso un’autocritica generazionale e facendo leva sulla sua personale visione apocalittica della storia, del mondo e, quindi, dell’Italietta, Cacciari supera le sue stesse critiche alla riforma “concepita male e scritta peggio” e pronuncia il suo fatale, neppure molto sofferto, “sì”. Sposerà la riforma renziana. Poco gli importa che si tratti di una “riforma modesta e maldestra” e che la legge elettorale, che è un cardine della riforma, sia “da rifare”. Ancora meno sembra preoccuparlo che “la partita si gioca su Renzi” che ha personalizzato il referendum. Pudicamente, il filosofo evita l’espressione più precisa e pregnante, quando un leader chiede il voto sulla sua persona e sulla sua carica, di plebiscito si tratta, come tutta la storia del pensiero politico ha sempre affermato. No, lui, per responsabilità repubblicana, voterà a favore, evidentemente non della riforma modesta e maldestra, ma di Renzi. Più che di responsabilità, forse, sarebbe il caso di parlare di preoccupazione per le presunte temibilissime conseguenze che Renzi e i renziani agitano: crisi di governo e elezioni anticipate. Brillantemente e prescientemente, Cacciari addirittura anticipa una, troppo spesso trascurata, conseguenza della riforma: il Presidente del Consiglio sconfitto impone al Presidente della Repubblica lo scioglimento del Parlamento. Invece, no: il Presidente della Repubblica ha, in primo luogo, il potere e il dovere, “repubblicano”?, di esplorare se esiste un’altra maggioranza in grado di fiduciare e fare funzionare un nuovo governo. In secondo luogo, può invitare Renzi a restare il tempo necessario per approvare una legge elettorale migliore dell’Italicum (non è affatto difficile), magari facendo rivivere il, a lui ben noto, Mattarellum.
Insomma, l’Apocalisse non è alle porte a meno che sia Renzi sia Mattarella sia, con l’enorme potere che gli è rimasto e che usa platealmente, Napolitano, dimentichino le loro, al plurale, responsabilità repubblicane. Certo, vorremmo saperne di più sulla concezione e sui contenuti della responsabilità repubblicana formulata da Cacciari. No, non intendo affatto esibirmi in una difesa della Costituzione com’è (e non ho mai fatto parte del clan dei riformatori falliti menzionati da Cacciari). Tuttavia, preso atto che, come tutti hanno il dovere di sapere, la Repubblica siamo noi, che è il significato profondo dell’ultimo comma dell’art. 3 della Costituzione che ci chiede di rimuovere gli ostacoli alla effettiva partecipazione dei lavoratori alla vita politica, mi chiedo se la nostra responsabilità non debba tradursi in una vigorosa battaglia per riforme non “modeste” e non “maldestre”, concepite bene e scritte meglio (ce ne sono, eccome se ce ne sono), per una legge elettorale decente, per un referendum che non sia né un plebiscito né, meno che mai, il giudizio di Dio.
La responsabilità repubblicana esige che le riforme della Costituzione e del sistema elettorale, il decisivo meccanismo che traduce le preferenze (e le volontà) degli elettori nel potere politico di rappresentanti e governanti, siano poste molto al di sopra della vita di un governo, di qualsiasi governo. La responsabilità repubblicana respinge i ricatti dei governanti e non si traduce mai in sottomissione plebiscitaria.
Pubblicato il 29 maggio 2016







