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Renzi ha quattro obiettivi (personali). Pasquino svela quali @formichenews
Renzi è convinto che, causa pandemia, non si andrà a elezioni in nessun caso e che quindi non dovrà confrontarsi con la certificazione del suo irrilevante 3 per cento e conseguente scomparsa (fermo restando che contratterà con qualcuno per tornare in Parlamento). I suoi obiettivi sembrano essere quattro, e c’è in mezzo anche la presidenza della Repubblica… Il commento di Gianfranco Pasquino
Trovo piuttosto offensivo rimproverare agli italiani di non capire la crisi, mentre sono gli stessi politici che si interrogano sulle ragioni vere che abbiano spinto Matteo Renzi a un comportamento di assoluta irresponsabilità. Lascerò ad altri commentatori di “Formiche” affermare che c’è anche qualcosa di buono nelle motivazioni di Renzi. Nella fin troppo lunga lettera di dimissioni inviata al Presidente del Consiglio (ma non sarebbe opportuno e soprattutto conforme alla Costituzione comunicare le dimissioni al Presidente della Repubblica che quelle ministre ha nominato?) firmata anche dal sottosegretario Scalfarotto, si trovano motivazioni dei più vari tipi a ciascuna delle quali è relativamente facile porre rimedio e, anzi, a molte è già stato fatto. Dunque, pretesti, ma, naturalmente, ciascuno fa politica come può. Cito dalla lettera, per i firmatari “la parola potere è un verbo non un sostantivo”. Sorrisi, cenni di approvazione, applausi, la crisi è confermata.
Qui non intendo discutere né come si svilupperà né come si concluderà. Desidero esclusivamente esplorare quelli che possono (è un verbo) essere gli obiettivi perseguiti da Renzi. Il primo è plateale: esaltare l’esistenza e il potere (è un sostantivo) di chi è capo di un partitino al quale i sondaggi attribuiscono meno del 3 per cento dei voti. “Metto in crisi un governo approvato da quasi il 50 per cento degli italiani, con il capo del governo costantemente al disopra di quel 50 per cento. Ergo sum”. Ma, come mi ha suggerito una cittadina consapevole, c’è una premessa al comportamento di Renzi e ci sono alcuni obiettivi molto corposi, quasi una “visione”.
La premessa è che Renzi è convinto che, causa pandemia, non si andrà a elezioni in nessun caso e che quindi non dovrà confrontarsi con la certificazione del suo irrilevante 3 per cento e conseguente scomparsa (fermo restando che contratterà con qualcuno per tornare in Parlamento). I suoi obiettivi sembrano essere quattro.
Primo, al di là dell’antipatia fisica e dell’invidia che nutre per Conte, la necessità di abbatterlo è essenziale per andare a colpire due bersagli grossi: PD e M5S. Sa che entrambi sono diversamente divisi al loro interno su come far fronte alla crisi che ha pretestuosamente aperto (nel PD le quinte colonne renziane non si contano, a partire dal capogruppo al Senato Marcucci) e pensa di creare fratture tali da risucchiare nella sua orbita parte dei parlamentari piddini e da spingere parte dei pentastellati nell’orbita della Lega. Il ridimensionamento di PD e M5S per lui è vitale.
Secondo, separare le sue sorti da quelle del Governo Conte (Rimpastato o Reincaricato che sia) gli consentirà di sparare bordate e di fare comunicazione di opposizione a mani libere in modo da poter cavalcare a fronte alta l’onda del malcontento che inevitabilmente crescerà nel Paese col proseguire della crisi e rifarsi una verginità facendo un bagno purificatore lontano dalle responsabilità di governo.
Terzo, un eventuale governo di unità nazionale guidato da un nome di peso gli consentirebbe di perseguire lo stesso obiettivo: ridimensionamento delle attuali forze al governo, diluizione delle responsabilità in modo che i meriti potrebbe ascriverli a se stesso (vedi Recovery plan migliorato) e il demerito agli altri così da risalire nel consenso in previsione delle nuove elezioni.
Quarto, è anche molto probabile che stia già trattando con la destra l’elezione del nuovo presidente della Repubblica in cambio del “favore” che sta loro facendo. Insomma, il guastatore di Rignano, manipolatore e bluffatore, in questa crisi gioca win win. Chi vivrà vedrà.
Pubblicato il 14 gennaio 2021 su formiche.net
Quando le sorti del governo dipendono da un megalomane al 2% #intervista #SputnikItalia
L’Italia si è svegliata di punto in bianco nel mezzo di una crisi di governo. A fare il primo passo in questa assurda danza è Matteo Renzi, malato di protagonismo, che con solo il 2% dei voti potrà però influenzare le sorti del governo. Un Paese schiacciato dall’emergenza sanitaria ed economica si ritrova senza un governo.
Intervista raccolta da Tatiana Santi
Dopo l’annuncio da parte del leader di Italia Viva Matteo Renzi delle dimissioni delle ministre Bellanova e Bonetti si attendono ora le mosse del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Quali sono i possibili scenari di questa crisi? Sputnik Italia per destreggiarsi nei meandri della politica italiana e del suo nuovo stallo ha raggiunto Gianfranco Pasquino, politologo, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna.
— Professore Pasquino, perché Renzi ha provocato una crisi di governo in piena pandemia?
— La pandemia non c’entra niente. Renzi innanzitutto è un megalomane, quindi vuole essere sempre al centro dell’attenzione degli italiani, in questo caso evidentemente anche degli europei. Ha colto un’occasione sfruttando questo momento di difficoltà anche perché qualcuno sostiene che Conte non stia lavorando abbastanza bene. È un momento per così dire “opportuno”. Renzi inoltre pensa di riuscire a scompaginare il sistema partitico italiano, questo sfruttando un po’ il malcontento che si trova nel Movimento 5 stelle, qualche presa di posizione di insoddisfazione all’interno del Partito Democratico, e forse anche trovando sostegno da Forza Italia. Matteo Renzi sta cercando di ristrutturare il sistema partitico italiano nel quale uno come lui, che se è fortunato arriva al 3% dei voti, avrà però una grande influenza nella formazione dei governi.
— Quali sono i possibili scenari secondo lei adesso? Conte può resistere?
— Si tratta di semplici speculazioni. Posso dirle quello che si può fare.
- Innanzitutto bisogna tenere conto che la crisi in qualche modo viene anche controllata dal Presidente della Repubblica. Non si può avere nessuno scioglimento del Parlamento se il Presidente della Repubblica non è d’accordo.
- Non si può quindi andare ad elezioni immediatamente.
- Il presidente della Repubblica ha anche la possibilità di incaricare un nuovo governo.
- Conte inoltre può decidere di continuare fino ad un possibile voto di sfiducia esplicito nei suoi confronti.
- Infine Conte può andare in Parlamento e chiedere un voto di fiducia, che non è la soluzione preferita da Mattarella. Se venisse sfiduciato non può essere reincaricato, qualora non venisse sfiduciato potremmo benissimo avere delle dimissioni “tattiche” di Conte e poi un reincarico immediato da parte del Presidente della Repubblica.
— Le elezioni non sono da escludere?
— No, non sono da escludere, sono una delle possibilità. Non mi pare però la variante più probabile, può succedere, ma al momento non credo.
— Com’è vista questa crisi dall’estero e da Bruxelles in particolare?
— L’Europa ci ha sempre guardato con una certa diffidenza e un certo sospetto. Gli italiani assumono degli impegni e poi non li portano a compimento. L’Europa si era rassicurata, perché Conte era credibile a livello europeo, a Bruxelles pensavano che gli italiani finalmente avrebbero fatto ciò che debbono a prescindere dalla pandemia. L’Europa ha attribuito all’Italia un sacco di soldi, si aspettano che in Italia arrivino i progetti fatti in maniera adeguata, compresi gli obiettivi e la tempistica.
Se c’è una crisi di governo tutto questo diventa molto più difficile, quindi gli europei sono molto preoccupati e ci guardano dicendo che stiamo sciupando una grande occasione, la quale probabilmente non ci si presenterà più.
— L’attenzione di questi giorni sarà tutta puntata sulla crisi politica, la grave situazione economica degli italiani verrà messa in secondo piano? Quanto durerà questa crisi?
— Penso che questa crisi duri poco, si andrà rapidamente ad una conclusione, il tutto verrà concordato fra Mattarella, Conte e immagino il Partito Democratico. È una crisi che si può svolgere seconda una serie di tappe in cui alcuni passaggi sono possibili e altri immediatamente impossibili.
Pubblicato il 14 gennaio 2021 su Sputniknews
Rimpiangeremo il governo Conte 2? L’impatto su Pd e M5s @DomaniGiornale
Il Rottamatore-in-Chief intende spaccare sia il Partito Democratico, nel quale si trovano alcune sue quinte colonne, reclutate e promosse nelle liste elettorali del 2018, sia il Movimenti Cinque Stelle, nel quale ci sono gli insofferenti che credono nel Di Battista, piccolo, inconsapevole rottamatore. Spaccare i partiti esistenti non è particolarmente difficile, come dimostra, da un lato, la diaspora dei Cinque Stelle, dall’altro, il Partito Democratico dal quale sono gemmati sia LiberieUguali sia la stessa ItaliaViva. Non è possibile porre fine a questi fenomeni poiché manca un collante efficace che può essere dato unicamente da una robusta cultura politica. I Cinque Stelle non si sono neanche posti il problema della cultura politica definendosi movimento post-ideologico né può bastare il riferimento a Rousseau e alla democrazia diretta (dall’alto). Per il PD la situazione è, in un certo senso più grave. La preannunciata cultura politica che raccoglieva il meglio delle culture politiche progressiste italiane, ad esclusione di quella socialista, non si è mai materializzata. Nessuno sforzo è stato fatto per ricostruirla ed è in quel vuoto che si è inserito l’attivismo personalistico di Renzi. Finita la coalizione giallo-rossa, non avremo quasi nulla da rimpiangere sul piano della cultura politica, della visione più o meno riformista. Saremo, invece, costretti a piangere sulle ceneri di un sistema partitico mai strutturato che consente spazi soltanto ai richiami del passato, a cominciare da un nazionalismo camuffato che contiene non pochi elementi di autoritarismo.
Pubblicato il 13 gennaio 2021 su Domani
Nella selva oscura della crisi
La crisi è conclamata, nel senso che da almeno una decina di giorni tutti i protagonisti sanno che il governo Conte non potrà continuare la sua vita senza mutamenti anche profondi. Però, la crisi non è ancora proclamata poiché tanto lo sfidante, il capo di ItaliaViva Matteo Renzi, quanto il bersagliato, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, non vogliono essere palesemente responsabili della rottura. In pratica, Renzi si è spinto troppo in là. Cercherà di dimostrare senso di responsabilità lasciando/facendo approvare la versione rivista, che accoglie alcune sue correzioni, del Piano di Ripresa, ma le sue ministre, obbedendogli, hanno già annunciato in maniera del tutto irrituale e istituzionalmente deplorevole, loro dimissioni immediatamente successive. Conte vorrebbe portare il conflitto in Parlamento per verificare se c’è una maggioranza che lo sostiene anche senza ItaliaViva. Sembra che il Presidente Mattarella non sia favorevole a questa mossa che, in caso di sconfitta certificata dai numeri, renderebbe impossibile un re-incarico a Conte e quindi complicherebbe la soluzione della crisi nell’ambito dell’attuale perimetro della coalizione esistente.
Siamo già dentro fino al collo in quella che nella storia delle molte crisi di governo della Repubblica italiana si definisce “crisi al buio”, senza che, per l’appunto, appaia una soluzione chiara. La differenza, grande, con il passato, è che sia chi faceva la crisi sia chi operava per risolverla, avevano grande esperienza e sapevano che in sostanza non sarebbero fuoriusciti dalla scena della politica a causa dell’impossibilità dell’alternanza. Oggi, la situazione è molto più pericolosa per tutti. E l’alternativa, se non già in questo Parlamento, sta nelle urne che condurrebbero ad una probabile vittoria del centro-destra e ad una drastica diminuzione del numero dei parlamentari Cinque Stelle e del loro potere politico.
Ė possibile e, non fosse che in ballo c’è anche la pelle degli italiani, divertente ipotizzare un certo numero di soluzioni contando, da un lato, sul potere del Presidente della Repubblica dall’altro sulla fantasia istituzionale sua e dei suoi consiglieri. Un rimpasto lampo che sostituisca le ministre di ItaliaViva sarebbe la soluzione più semplice, ma anche la più rischiosa appesa a pochi decisivi voti parlamentari che rimarrebbero sempre aleatori. Il cambio del Presidente del Consiglio richiede che tutti i contraenti convergano sul nome di una persona dotata di grande autorevolezza e, al tempo stesso, di notevole capacità politica per non farsi cuocere a fuoco lento. Il vero problema è che nessuno, forse neppure lui stesso, sa quali sono gli obiettivi di Renzi e dei suoi parlamentari. Ha ottenuto enorme visibilità. Sta dimostrando di essere decisivo nella caduta di Conte. Ė improbabile che i Cinque Stelle e i Democratici gli consentano di diventare il deus ex machina del prossimo governo. Nella selva oscura della crisi la dritta via sembra del tutto smarrita.
Pubblicato AGL il 13 gennaio 2021
Era una crisi buia e tempestosa… Pasquino legge Renzi (e Mattarella) @formichenews
Qualcuno dovrebbe andare a vedere le carte renziane. Ma non stiamo giocando a poker e chiamare il bluff è pericolosissimo, tanto per i partiti di governo quanto per il sistema politico di oggi e di domani. Meglio ascoltare il richiamo di Mattarrella. Il commento di Gianfranco Pasquino
Finalmente una (non)bella crisi al buio. La crisi è, non facciamo finta di niente, conclamata. Non è neanche possibile sostenere che è un ritorno alla tanto, erroneamente, biasimata Prima Repubblica. Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, allora tutti sapevano che la crisi si sarebbe chiusa in venti-trenta giorni, non di più (tranne la clamorosa eccezione, protagonisti il defenestrato De Mita, Craxi, Andreotti, e Cossiga, con la crisi che durò dal 19 maggio al 23 luglio 1989). Non sempre veniva cambiato il presidente del Consiglio. Infatti, ci sono stati molti bis; sempre “girava” qualche ministro per accontentare le correnti e per dare l’idea di nuovo slancio. Con bassi tassi di rendimento il sistema politico funzionava.
Adesso, il problema è che il rottamatore d’antan non sa esattamente che cosa vuole e che cosa non vuole. Forse, ha ingaggiato un duello personale prima che politico con Conte. Lui sostituirlo non può, ma di sostituti plausibili dentro la coalizione attuale non se ne vedono. Tutto il balletto sulle sue ministre che non sono attaccate alle “poltrone” (ho cercato, ma non trovato, questa parola nella costituzione, forse cariche?) serve soltanto a fare sapere che sono i capi dei partitini che scelgono i/le ministri/e e ne dettano i comportamenti. Che tristezza.
Quello sull’assegnazione dei fondi europei, invece, è un problema molto più serio. È talmente serio che il Presidente della Repubblica, immagino profondamente infastidito dal comportamento di chi ha plaudito al suo discorso di fine anno nel quale aveva auspicato l’avvento del tempo dei “costruttori” e si esibisce in senso contrario, ha fatto sapere che prima di qualsiasi altro movimento/minaccia/ricatto i protagonisti debbono mettere in salvezza quei fondi. Per quel che conta approvo la richiesta di Mattarella che mi sembra molto più che una semplice “moral suasion” e che avrà conseguenze sui prossimi comportamenti presidenziali. Non so se basterà a frenare chi, avendo cominciato le ostilità, non sa oggettivamente più dove andare.
Qualcuno dovrebbe, forse, andare a vedere le carte renziane, ma poiché non stiamo giocando a poker, chiamare il bluff è pericolosissimo, non soltanto per i partiti di governo, ma per il sistema politico di oggi e di domani, addirittura per la Next Generation. Di qui l’importanza del richiamo secco presidenziale. Il tris di Conte non è impossibile, ma richiede qualche legittimo rimescolamento parlamentare (d’altronde, Italia Viva è già un modesto monumento alla possibilità di rimescolamenti). Anche se vedo qualche sceneggiata, data la gravità della situazione, non finirò dicendo che la telenovela continua. Qualche volta guadagnare tempo serve a qualcuno per riflettere e imparare qualcosa. Vado sul banale (non meno vero): “Gli italiani non capirebbero”, sostengono i sostenitori dell’esistente. “Al Paese non serve una crisi”, annunciano i sostenitori del crisaiolo. Tutti vediamo, però, che non soltanto la notte è “buia e tempestosa”.
Pubblicato il 11 gennaio 2021 su formiche.net
Finirà tutto con un rimpastino e con un nuovo Recovery Plan #intervista @ildubbionews
“Un’opzione potrebbe essere quella di nominare Draghi commissario straordinario alla progettazione e all’attuazione del Recovery Plan con ampi poteri, ma cosi facendo si ridurrebbe il peso di conte e dell’intero governo. Sarebbe il colpo finale alla politica.”
Intervista raccolta da Giacomo Puletti
«Se mi chiede una previsione dirò che ormai la strada è aperta verso un piccolo rimpasto che non può essere grande perché altrimenti rischierebbe di far rovesciare la barca del governo»
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna si mostra scettico sia di fronte allo scenario di un governo di centrodestra sia a quello di un governo di larghe intese e guida Draghi, e spiega invece che potrebbe finire con un «piccolo rimpasto e significativi miglioramenti del Recovery Plan».
Professor Pasquino, sul tavolo ci sono Conte Ter, rimpasto, elezioni. Glielo chiedo in maniera chiara: come finirà?
Se mi chiede una previsione dirò che ormai la strada è aperta verso un piccolo rimpasto che non può essere grande perché altrimenti rischierebbe di far rovesciare la barca del governo. Ma un piccolo rimpasto non basta: si va verso una ridiscussione significativa del Recovery Plan perché ci sono non pochi punti da discutere, migliorare, affinare.
Credo si cambieranno dunque alcune cariche e molti punti delle modalità con le quali l’Italia chiederà i fondi del Next generation Ue.
Quindi mini rimpasto e miglioramento del Recovery Plan. È una vittoria di Renzi?
È difficile da dire perché non sappiamo esattamente cosa vuole Renzi e forse non lo sa neanche lui. Probabilmente sta cercando visibilità e vuol far credere a voi giornalisti che lui sia padrone del governo perché l’ha creato. Io replico che doveva farlo il 5 marzo 2018 quando invece buttò il suo partito all’opposizione aprendo la strada al governo gialloverde. È una questione di megalomania e visibilità ma su alcuni punti si contraddice molto, come quando dice che bisogna coinvolgere sindaci e associazione di categoria mentre un tempo parlava di disintermediazione.
Si discute su alcune questioni come Mes e servizi segreti. Pensa che il presidente del Consiglio finirà indebolito?
Sul Mes, se Conte lo chiedesse sarebbe una vittoria non solo di Renzi, ma anche del Pd, di Forza Italia e credo di una parte di Leu. Credo sia opportuno chiedere il Mes e forse era giusto farlo anche qualche mese fa. Non sarebbe un indebolimento di Conte ma un rinsavimento. Sui servizi segreti credo che Conte dovrebbe scegliere una persona terza e non tenere la delega per sé. Anche qui, anche altri lo chiedono quindi non sarebbe una vittoria soltanto di Renzi.
Ritiene plausibile un ritorno alle urne?
Credo che si troverà un accordo ma credo anche che sarebbe legittimo pensare a nuove elezioni. Fino a che il presidente della Repubblica può sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni lo scenario è praticabile, non sarebbe un colpo di Stato. Sarebbe certo un errore politico del centrosinistra, del governo e anche di Renzi. Inoltre l’Europa ci guarderebbe con grande sconcerto e pagheremmo un prezzo nei mercati. La stabilità in questo caso è importante. Tuttavia voglio stabilire la legittimità del principi: se Mattarella esplora l’esistenza di una nuova maggioranza e scopre che, nonostante gli sforzi di Salvini, questa maggioranza non c’è, allora dovrà sciogliere il Parlamento. A quel punto bisognerebbe capire se resta in carica l’attuale governo per il disguido degli affari correnti o se si forma un governo elettorale.
Ha parlato di sforzi di Salvini. È possibile una maggioranza di centrodestra nell’attuale Parlamento?
In un ipotetico governo di centrodestra il leader sarebbe Salvini perché la rimonta di Giorgia Meloni non è ancora compiuta. In queste condizioni Salvini sarebbe il capo di una maggioranza formata con l’aiuto dei “responsabili”. Tuttavia questo sarebbe contraddittorio con la narrativa di destra che vuole un governo “eletto dal popolo” ma ribadiamolo: nessun governo è eletto dal popolo, nessun governo esce dal voto. Dal voto esce sempre un Parlamento, nel quale poi i partiti cercano degli accordi.
Ma questi famosi “responsabili” esistono davvero?
Credo che un governo Salvini che raggranella voti in Parlamento non sia un’opzione probabile perché Mattarella chiederebbe la garanzia di una maggioranza assoluta che al momento non esiste.
È una situazione analoga a quella in cui Napolitano negò l’incarico a Bersani che voleva fare “scouting” tra i cinque stelle.
Come ultimo scenario potrebbe tornare di moda un governo di larghe intese, magari a guida Mario Draghi. Cosa ne pensa?
Draghi ha le competenze per utilizzare al meglio gli ingenti fondi che l’Europa ci ha molto generosamente dato, ma al tempo stesso non credo che abbia la forza politica per tenere insieme centrosinistra e centrodestra. A meno che non sia a capo di un “governo del Presidente” fortemente voluto da Mattarella, che ponga come condizione a tutte le forze politiche l’impossibilità di metterlo in crisi, pena il ritorno al voto.
Dunque, come se ne esce?
Un’opzione potrebbe essere quella di nominare Draghi commissario straordinario alla progettazione e all’attuazione del Recovery Plan con ampi poteri, ma cosi facendo si ridurrebbe il peso di Conte e dell’intero governo. Sarebbe il colpo finale alla politica, che verrebbe “sospesa” ancora di più rispetto al governo tecnico a guida Mario Monti.
Come dovrebbe gestire l’Italia i fondi europei?
La risposta è impossibile ma posso confidare alcune sensazioni: in primo luogo, questi fondi debbono guardare al futuro e quindi devono esser usati per cose nuove, non per completare progetti vecchi. In secondo luogo, debbono coinvolgere attività che riguardano soprattutto i giovani, come digitalizzazione, economia verde, istruzione, formazione e ricerca. Da ultimo, bisogna sapere come attuarli, chi farà cosa e in quali tempi. Sarebbe sbagliato escludere la burocrazia italiana dicendo che è vecchia e stanca ma al contrario occorre sollecitare le migliori energie dalla burocrazia. Non è vero che è tutto inefficiente.
Pubblicato il 7 gennaio 2021 su Il Dubbio
La soluzione alla possibile crisi di governo è ancora lontana #intervista @radiopopmilano
Giuseppe Conte cerca di uscire dall’angolo accettando alcune modifiche al Recovery Plan, ma la soluzione della crisi sembra essere ancora lontana. Matteo Renzi rilancia sul Mes. Chiede al Presidente del Consiglio di prendere i miliardi europei sulla sanità. Una condizione che Conte non può accettare perché il M5Stelle non vuole.
Nicola Zingaretti dice di non volere “una crisi dalle soluzioni imprevedibili”. Ma il rischio che le forti tensioni sfocino in una crisi dell’esecutivo è sempre più probabile.
Il politologo Gianfranco Pasquino non fa sconti a nessuno dei protagonisti in questa intervista a Radio Popolare
Le elezioni non bastano a scegliere buoni governi @DomaniGiornale
La debolezza dei governi italiani deriva dal fatto che “non sono usciti dalle urne” (Antonio Polito), il loro assetto non è stato “determinato nelle urne”, non hanno ricevuto “alcun mandato dalle schede elettorali”, non hanno la “forza di legittimazione proveniente da un corpo elettorale” (Paolo Mieli, “Corriere della Sera”, 28 dicembre). Ma, se il governo Conte è debole perché accusare il Presidente del Consiglio di autoritarismo? Peraltro, questa accusa, quando proviene da coloro che volevano il Premierato forte, appare tanto contraddittoria quanto risibile. Quale dei molti governi delle democrazie parlamentari europee ha ricevuto una legittimazione direttamente dalle urne ovvero non si è formato in Parlamento attraverso accordi di coalizione? Quanti elettori tedeschi nel 2017 votarono la Democrazia Cristiana e il Partito Socialdemocratico per “legittimare” la (terza) Grande (oggi alquanto risicata) Coalizione? Stesso discorso per il governo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sanchez frutto, direbbe Mieli, di una “scorreria” parlamentare, la costituzionalmente prevista mozione di censura . Potrei moltiplicare gli esempi, ma già so che non servirebbe a nulla poiché i commentatori politici italiani non hanno alcun interesse e nessuna conoscenza comparata. Molti di loro continuano a criticare le leggi elettorali proporzionali che esistono da più di cento anni in tutte le democrazie dell’Europa occidentale, ad eccezione della Quinta Repubblica francese. A proposito della Quinta Repubblica, lì si utilizza un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali. Maggioritario non è un sistema elettorale proporzionale sul quale si innesta un qualsivoglia premio di maggioranza. Dunque, non bisogna mai consentire con Matteo Renzi quando afferma di volere un sistema elettorale maggioritario poiché continua a riferirsi all’Italicum e affini e non vuole affatto i collegi uninominali nei quali si vince e si perde (e, incidentalmente, non è mai consentito a nessuno/a di essere candidato/a in più di un collegio uninominale).
La debolezza dei governi italiani ha due cause: i numeri spesso poco superiori alla maggioranza assoluta dei parlamentari e le differenze programmatiche fra i partiti che compongono la coalizione (nonché le divergenze persino all’interno dei partiti cristallizzate in correnti). Sia chiaro che neppure nelle Repubbliche presidenziali quello che esce dalle urne è il governo. Ne esce soltanto il Presidente il quale, poi, quando si accingerà a scegliere i suoi ministri, dovrà tenere conto di tutte le “sensibilità” dentro il suo partito e delle associazioni dei più vari tipi che hanno contribuito alla sua elezione. Quando, poi, il presidenzialismo di cui parliamo è quello degli USA, allora sarà opportuno non dimenticare tutti gli inconvenienti che derivano dalla possibilità, che si produce con notevole frequenza, del “governo diviso”, vale a dire quando il Presidente non dispone della maggioranza in una o in entrambe le Camere (auguri ai candidati democratici al Senato in Georgia).
La qualità, stabilità politica (magari agevolata dall’esistenza del voto di sfiducia costruttivo, deterrente che blocca i poteri di ricatto e i ricattatori) più efficacia decisionale, dei governi italiani dipende in parte dalla legge elettorale, vale a dire da come vengono selezionati i rappresentanti parlamentari e, dunque, dai partiti, in parte dalla frammentazione della società italiana. Fintantoché le leggi elettorali consentiranno le candidature multiple e non imporranno requisiti di residenza ai candidati/e e dunque avremo parlamentari “nominati” e paracadutati, la rappresentanza politica continuerà ad essere inadeguata. Una rappresentanza inadeguata non è mai in grado di dare vita a governi stabili, produttivi, capaci di rapportarsi alla cittadinanza. Sempre più difficile è diventato ricostruire organizzazioni partitiche decenti, ma solo partiti che si dotino di una cultura politica potranno migliorare il governo, quel “difficile governo” di cui già nel 1972 acutamente scrisse Giorgio Galli scomparso domenica. Infine, soltanto rilevando che la società italiana è frammentata, particolaristica, spesso disponibile ad accettare le pratiche clientelari e, dunque, operando per ricomporla attraverso la ricostruzione di partiti decenti, non con espedienti ingegneristici e trucchetti, sarà possibile migliorare il funzionamento del sistema politico italiano.
Pubblicato il 29 dicembre 2020 su Domani
Lo stile di governo di Giuseppe Conte
Troppo impegnati a criticarlo, a darlo per spacciato e a suggerire (impraticabili) alternative la maggioranza dei commentatori italiani non riesce a capire perché il modo di governare di Conte funziona in modo soddisfacente ed è premiato dai sondaggi. Oramai da quasi un anno più del 50 per cento degli italiani (il 57 secondo il sondaggio Ipsos pubblicato una settimana fa dal “Corriere della Sera”) esprime il suo gradimento per l’operato di Conte e il 49 per cento per quello del governo. Tutti gli altri dirigenti dei partiti sono nettamente staccati, distanti più di 20 punti. Ciò rilevato, è possibile pensare che il governo guidato da Conte abbia commesso errori nell’affrontare la pandemia, che alcuni provvedimenti arrivino in ritardo, che, forse, l’Italia non si sta preparando adeguatamente per ottenere gli ingenti stanziamenti dall’Unione Europea, ma quasi nulla di tutto questo sembra scalfire il gradimento di Conte. Imperterriti gli editorialisti scrivono delle difficoltà di Conte e lo danno al capolinea, ma al dunque, ovvero quando qualcuno, come Renzi, tira troppo la corda, Conte riesce a rimettere ordine nella sua composita coalizione di governo e a continuare. La crisi preannunciata viene rimandata nel tempo, sempre un po’ più in là.
Sono questi rinvii ad essere considerati esiziali dai critici e dagli oppositori di un Premier che dovrebbe essere forte, “decisionista” per usare una parola degli anni ottanta. Quando Conte decide, ad esempio, emanando i famosi/famigerati DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) viene curiosamente e davvero fuori luogo accusato di autoritarismo. La verità è che l’avvocato Giuseppe Conte ha dimostrato una inaspettata e imprevedibile capacità di apprendimento rivestendo la sua carica. Probabilmente, la pazienza fa parte del suo carattere, ma ha saputo metterla a buon frutto, mai rispondendo frettolosamente né alle critiche né agli avvenimenti. Nei rapporti sia con le associazioni sia con gli altri dirigenti politici ha posto in essere una strategia di stampo democristiano: la mediazione. Quando tutti, in maniera più o meno (ad esempio, il Presidente della Confindustria Bonomi e il leader della Lega Salvini) garbata, hanno formulato le loro posizioni e avanzato i loro, finora non brillanti, suggerimenti, Conte ha cercato e trovato il punto di equilibrio che non necessariamente sta in mezzo, ma tiene conto del diverso peso delle richieste. Se no, rinvia, come sta facendo con l’attuazione del MES per spese sanitarie dirette e indirette al quale si oppone “teologicamente” il Movimento 5 Stelle, ma che finirà per esigere un’accelerazione. Difficile dire se il modo di governare di Conte è il migliore possibile. Forse sì, nelle condizioni date. Soprattutto, come prova il vano e poco originale appello rivolto dai commentatori a Mario Draghi, nessuno sa dire chi altri e come garantirebbe oggi prevedibilmente esiti preferibili a quelli ottenuti da Conte in Italia e nell’Unione Europea. Conte va.
Pubblicato AGL il 24 dicembre 2020





